CAPITOLO IV

1861: Dopo l’Illusione

(Parte I^)

I plebisciti farsa si svolsero il 21 ottobre 1860 con ridicole votazioni, senza alcuna segretezza di voto,fra pochi intimi notabili, dei quali molti garibaldini ammessi al voto in più sezioni elettorali.

Più precisamente in Sicilia gli elettori furono 575.000 ) il 25% di 2.232.000 abitanti), votarono 432.762 (il 75,2%) di cui 432.052 per il SI e 667 per il NO. Non ci furono schede nulle. Come già accennato il decreto dittatoriale dell’8 ottobre 1860 per proposizione del Ministro degli Interni a Napoli, Raffaele Conforti, così testualmente recitava: “Il voto sarà espresso per Si o per NO, per mezzo di un bollettino stampato (…). Si troveranno nei luoghi destinati alla votazione, su di un apposito banco, tre urne; una vuota nel mezzo, e due laterali, in una delle quali saranno preparati i bollettini col SI, e nell’altra quelli del NO perché ciascun votante prenda quello che gli aggrada e lo deponga nell’urna vuota”.

Scrive Cesare Cantù nella sua Storia Universale: “Il plebiscito giungeva fino al ridicolo, perché senza tampoco accertare l’identità delle persone e fin votando i soldati, si deponevano in urne distinte i “SI” e i “NO”, lo che rendeva manifesto il voto: e fischi e colpi e coltellate a chi lo desse contrario. Un villano gridò: Viva Francesco II!…e fu ucciso all’istante”.

Il risultato ovviamente sfiorò il 99% a favore dell’annessione con il Piemonte del Re Vittorio Emanuele e la casa di Savoia. Il Regno d’Italia stava per nascere, resistevano, tuttavia, Gaeta con i reali in testa, Capua, la Cittadella di Messina e Civitella del Tronto.

Come giustamente affermato da Francesco renda “il 2 dicembre 1860, col passaggio dei poteri dal prodittatore Mordini al Luogotenente del Re d’Italia Cordero di Montezemolo, si chiuse la rivoluzione del ’60 e si aprì la fase dell’inserimento della Sicilia nella costruzione dello Stato unitario italiano”.

Vittorio Emanuele fu presente a Palermo alla cerimonia unitaria (rimase in Sicilia fino al 6 dicembre) e nel suo Proclama del 1 dicembre, assicurò ai siciliani che “il governo che io qui vengo ad instaurare sarà governo di riparazione e di concordia”.      Parole paradossali nello svolgimento dei fatti successivi, che fecero ancora affermare al Renda – storico non certo sospettabile di antiunitarismo preconcetto né tanto meno di nostalgie – che “il governo fu tutto meno che di riparazione e di concordia. In conseguenza di ciò la costruzione dello Stato unitario nell’Isola presentò subito caratteri autoritari e sollevò problemi che non si ebbero in altre parti del paese, compreso lo stesso Mezzogiorno continentale, dove pure il processo di unificazione fu una prova tutt’altro che agevole”.

Sulle cause e sulla gestione del potere in Sicilia intervennero intanto i fatti violenti che ebbero a manifestarsi non solo nel contesto della repressione voluta dai garibaldini ai danni delle popolazioni, ma anche e più diffusamente dai regi piemontesi poi in piena funzione di conquista e di dominio verso quella egemonia alla quale gli strati popolari, i dissidenti e il clero intransigente, seppero opporre con una vera e propria resistenza, con caratteri – come prima affermato – diversi il più delle volte dai fenomeni del brigantaggio meridionale, ma tuttavia significativi e da far rammemorare ai troppi che tesero e ancora tendono a minimizzarli come episodi localistici, oggetto di curiosità di storiografi municipali destinati ad essere relegati fra le sommosse anarchicheggianti e utilitariste, capeggiate e strumentalizzate da lestofanti o da aristocratici e clericali occulti e reazionari.

Una tale interpretazione, dominante anche nel dibattito odierno, è smentita dalla più seria storiografia solo appena a volte citata e dalle prese di posizione anche pubbliche che con coraggio si manifestarono pure a Torino e poi a Firenze, le prime due capitali del nuovo Regno.

Vediamo pertanto  – tentando di evitare la caduta nella bolsa retorica – di esaminare e inquadrare quei fatti del decennio postunitario in Sicilia proprio partendo dal fallimento delle intenzioni espresse da Vittorio Emanuele II pronunciate nel 1860 a Palermo, già sopra menzionate.

Si era presto così conclusa l’ubriacatura che aveva preso una parte dei siciliani, di una parte, è bene dirlo, perché specie nelle campagne e nei piccolo centri, non si registrò nessun vasto entusiasmo popolare, entusiasmo, invece,  attestato da èlite minime e spesso dimostratesi trasformiste, che da borboniche si reinventarono unitariste dalla sera al mattino.

Alcuni soldati borbonici, infatti, 51 per esattezza, insieme a un migliaio fra “papalini” e meridionali, furono reclutati da un ufficiale sudista dell’Esercito della Confederazione Stati Americani come volontari. Nel gennaio 1861 salparono su due piroscafi per la Louisiana. Arrivati in marzo e reclutati nel 6° battaglione Italian Guards, “ebbero un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’ordine nei cinque giorni – 25/30 aprile 1862 – in cui il generale Lovell fu costretto a evacuare le truppe della città di New Orleans”. (Edoardo Spagnuolo). “Sciolte le brigate straniere – scrive Gioredano Bruno Guerri – i borbonici confluirono nelle unità militari della Louisiana, parteciparono alla battaglia vittoriosa di Mansfield e furono fra gli ultimi ad arrendersi alle preponderanti forze sudiste”. (cfr. Il sangue del Sud).

Alla presenza totalizzante in Sicilia di piemontesi e poi di regolari del nuovo Regno d’Italia, si unirono, dunque,le nuove classi dirigenti periferiche per gran parte espressione del notabilato e dei cosiddetti “cappelli” neoborghesi, con la conseguente esclusione del popolo e dei cattolici dai processi decisionali.

Intanto, la sorte dei molti soldati e di alcuni ufficiali dell’esercito delle Due Sicilie in quel frangente – che va dalla venuta di Vittorio Emanuele alla proclamazione del regno – fu destinata alla deportazione in varie carceri della penisola e a Fenestrelle e nelle città fortificata di Milano.

Migliaia di uomini decisero, inoltre, di darsi alla macchia per entrare nelle bande isolane, oppure, passando lo stretto di Messina, di ingrossare le fila dei briganti del Sud, ma anche di partire per l’America schierandosi a fianco dei confederati.

A finestrelle, oltre ai borbonici – vennero deportati anche ben 473 garibaldini, arrestati, per ironia della storia e della rivoluzione. Garibaldini, peraltro, che lo stesso Garibaldi in un suo intervento al Parlamento di Torino del 5 dicembre 1861 ebbe a definirli: “Tutti di origine pessima e per lo più ladra, e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”.

In quanto alla chiesa cattolica in Sicilia – di cui ha più che esaurientemente scritto Francesco Michele Stabile – dopo i vari frà Pantaleo e i Te Deum di ringraziamento al novello “liberatore” nizzardo nella Cattedrale di Palermo, il clero si divise fra sostenitori e oppositori dell’unità relativamente a come si andava realizzando, con una rappresentanza apertamente legittimista e conservatrice.

Fra questi ultimi va certamente ricordato il Vescovo Celesia, titolare della Diocesi di Patti, che si rifiutò di prestare giuramento al nuovo Regno e che, nel 1870, venne elevato alla porpora cardinalizia di Palermo.

Molte delle storiche diocesi siciliane assunsero così un atteggiamento assai critico sull’unificazione, con rinnovata intransigenza circa i principi, rispetto al nuovo laicismo dominante, sulla linea indicata dal Pontefice Pio IX e dalla “Civiltà Cattolica”, la rivista dei Gesuiti, cacciati dalla Sicilia da Garibaldi, che prendeva aperta posizione per il legittimismo e il brigantaggio.

Il Consiglio di Luogotenenza, formati da esponenti quali Giuseppe La Farina. Matteo Reali, Filippo Cordova, Casimiro Pisani, Romualdo Trigona, iniziò una politica di lealismo con le direttive di Torino, esautorando e perseguendo, anche dai loro posti di responsabilità, i garibaldini e i rivoluzionari più o meno estremi come quali per esempio Saverio Friscia, Pasquale Calvi, il quale fu arrestato, e Giovanni Raffaele. Il 7 gennaio il Consiglio fu ricostituito; il 27 gennaio si svolsero le prime elezioni nazionali che diedero come esito la maggioranza dei seggi alla destra e ai moderati conservatori e una decina di seggi al centro e alla sinistra.

Si votò con legge piemontese del 1848 basata sul censo. Ebbero diritto al voto 418.696 persone, 1,9% della intera popolazione.

Furono ammessi alla votazione solo gli uomini che avevano già compiuto 25 anni, che sapevano scrivere e leggere e che avevano pagato almeno 40 lire di imposte. I votanti effettivi furono 239.583, 57% degli aventi diritto l’1% della popolazione. I voti validi furono 170.567. Da questa consultazione i deputati eletti (a volte con 20 o 30 voti!) proclamarono il 17 marzo il Regno d’Italia. Dirà Massimo D’Azeglio: “Questa Camera rappresenta il Paese reale come io rappresento il Gran Sultano Turco”.

 

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