CAPITOLO III

L’ultima resistenza borbonica: cade il 13 marzo 1861

La Real Cittadella di Messina

(Parte II^)

 

Luigi Erasmo Gaeta era nato a Gaeta nel 1832, partecipò come volontario e da soldato nell’esercito delle Due Sicilia alla campagna di Sicilia del 1849   . Raggiunse il grado di alfiere e venne inviato  a Messina nel giugno del 1860. Arrestato e giudicato da una Corte marziale, si dimise dall’esercito e diresse giornali legittimisti, ricorda Pietro Calà Ulloa, tra cui “Il nuovo guelfo” a Napoli come nel suo volume sull’esilio romano di Francesco II Un re in esilio. Scrisse testualmente essere stata la rivoluzione una tragedia. Morì a Napoli nel 1917.

Il gaeta, che sarà ricordato con la croce di cavaliere di prima classe del Real Ordine di Francesco I, tornò a Messina con 30.000 ducati d’oro destinati ai soldati della fortezza e per le esigenze dei civili, recando un nuovo proclama del Re in cui si incitavano i resistenti a non arrendersi.

Alcuni ufficiali come il colonnello Luigi Vallo e il maggiore Achille De Michele disertarono, unitamente ad altri pochi soldati e ufficiali anche in seguito e prima della resa, ma la gran parte dei militari restò fedele al suo posto.

Ecco come il Gaeta, trascrive nel suo Diario,  in data 4 ottobre 1860 la poesia del Sergente Emilio Pagano del II battaglione del genio alla Cittadella intitolato Il Disertore: “Ribelle a Dio, ribelle al Trono, / Empio scordasti la data fè. / Un Re tradisti clemente e buono / Dato dal ciel per la sua mercè; / Va scellerato! Mi metti orrore, / Tu spergiurasti, sei disertore. / E cole avrai d’intervenire / Cò prodi la guerra di traviato? / Chi ti conobbe raddoppia l’ire / Finchè ai suoi piedi l’avrà freddato, / E soddisfatto il Suo furore / Esclama: È questi un disertore? / Quel Duce, stesso a cui ti desti / Di te, fellone, scherno farà, / Sol ricordando come infrangesti / Il sacro giuro, ti temerà; / Dirà a se stesso in tutte l’ore: / È questi un vile, un disertore! / La fida armata da te tradita / Malediratti o rio soldato! / Vedrai mancarti l’aure di vita, / Sarai da tutti anatemato, / Perché fuggisti dal tuo signore, / Soldato indegno, vil disertore! / Da qual sia luogo che sceglierai / Per riposarti, o maledetto! / Ciascun da quello fuggir vedrai / Fremente rabido al tuo cospetto; / Perché: dirai: tanto timore? / Ti si risponde: sei disertore! / Onore e fama o vil perdesti / Quando lasciasti la retta via / Odio e obbrobio tu non temesti, / Tu dasti prova di codardia, / Quando tradisti la fè, l’amore, / Che al Re si deve, o disertore! / Esul, mendico, rante passo / A questa terra tu porterai, col capo chino tremante e lasso / Un pane al mondo tu chiederai, / Ma il pan si nega al traditore / Non abbi pane pel disertore! / Quando stranieri dal patrio suolo / Rapir la pace con l’oro armate, / Perché fellone con quello stuolo / Mischiarti d’alme sì riscaldate? / Con ciò mostrassi d’aver rancore / Pel Re, pel Regno, vil disertore! / Or sper invano, La stessa terra / Che un pane appresta al figlio ingrato! / Il cor d’ognuno per te si serra, / D’alcun sarai, commiserato: / Sol spregio avrai sul disonore / Retaggio eterno del disertore! / Ma sappi, o stolto: senza il tuo braccio / Sul trono avito Francesco Regna, / Che noi concordi al caldo, al ghiaggio, / Seguirem sempre la nostra insegna, / Ne scacceremo l’usurpatore, / Ten pentirai, rio disertore! / Quali essere denno prodi soldati, / Tali saremo fino all’estremo, / Seppure morenti tutti onorati / Fedeli al Re, al Dio Supremo, / Che dei monarchi è difensore / E che punisce il disertore! / Noi stretti intorno al suo stendardo / Benediremo la nostra sorte, / Nessun di noi sarà codardo / affronteremo perigli e morte / Che in noi non abbi un traditore / Come tu il fosti, o disertore / Viva il Re Nostro, / Direm pugnando, un grido tale ci sia di sprone, / Viva il buon padre direm spirando ! / Viva Francesco / Il pio Borbone / Viva il Magnanimo Nostro Signore! / Per sempre Anatema al disertore!”

Il 27 febbraio Cialdini arrivava a Messina con tanti soldati e un ricco armamento, pronto a sferrare un attacco finale via terra e via mare, respingendo al contempo il ricorso alla Convenzione siglata fra il Medici e il Clary sulla Cittadella, che il Fergola con fermezza gli ricordò di onorare.

Il comandante sabaudo gli rispose che Vittorio Emanuele II stava per diventare il nuovo re d’ Italia e che ogni resistenza non poteva che essere considerata una ribellione. Cavour intervenne decisamente  su Cialdini e gli scrisse: “L’assedio di Messina ci crea gravi fastidi e ritarda la riorganizzazione dell’esercito. Voglia finirlo il più presto possibile. Questa è la sola istruzione che posso darvi”.

Drammaticamente rivelatrici furono le sprezzanti espressioni del Cialdini indirizzate a fergola, che non volle tenere in conto né le regole di guerra, né il codice d’onore militare. Rileggere quelle parole da predone arrogante, vale più di interi saggi revisionisti: “Non darò né a lei né alla guarnigione nessuna capitolazione e mi si renderanno a discrezione. Se farà fuoco sulla città io farò fucilare tanti ufficiali e soldati quanti ne saranno morti in Messina (…). In ultimo consegnerò lei ed i suoi al popolo di Messina. Ho costume di tenere parola. Fra poco sarete nelle mie mani, ora faccia come crede, io non riconosco nella S.V. un militare, ma un vile assassino e per tale lo terrà l’ Europa intiera”.

La situazione era giunta così all’epilogo per i borbonici e qualcuno congiurò pure per uccidere Fergola, Guillamat e Gaeta (furono i capitani Gaetano Milano e Pasquale Messina del 3° Reggimento Principe), ma senza successo. Il 5 marzo cominciò il blocco totale delle Piazzeforti, l’8 tutte le batterie della Cittadella aprirono il fuoco e Gaeta annotò: “le bande intuonano l’Inno Iddio conservi il Re; gli artiglieri al grido di viva il Re  cominciano il fuoco”. Il 9 un violento cannoneggiamento sferrato dai 60 cannoni “rigati” di Cialdini, si contrappose al fuoco dei 42 vecchi cannoni della Cittadella. Un incendio alla polveriera, provocato dal fuoco di Cialdini, si abbattè sul forte Blasco che fu completamente distrutto. Era il 12 marzo 1861: ancora in Sicilia soldati valorosi votati a sicura sconfitta difendevano un Regno che poggiava su due piccoli ma coraggiosi lembi: Messina e Civitella del Tronto.

Non fu concessa a Fergola la tregua richiesta e la capitolazione fu imposta in 7 articoli senza concessioni ai Siciliani. I soldati del regno delle Due Sicilie, provati ma non domi, né umiliati, beffarono gli invasori non consegnando loro gli otto stendardi della guarnigione, anzi lacerando e dividendo, come reliquie, i pezzettini delle loro bandiere non tradite. Fergola con la facoltà concessagli dal Re Francesco II, insignì prima i valorosi resistenti con 17 Croci di FrancescoI di prima classe; 27 Croci di Francesco I di seconda classe; 3 Croci di diritto di San Giorgio della Riunione; 11 Medaglie d’oro di San Giorgio della Riunione; 9 Medaglie d’oro di Francesco I; 18 Medaglie d’argento di Francesco I; 2 Promozioni di grado superiore.

Fra i decorati anche il cappellano Domenico Anastasi Grillo, sei decorazioni furono concesse ai chirurghi ed una al farmacista Luigi Gallo. Accanto ai nomi già ricordati degli ufficiali fedeli vanno almeno doverosamente citati: Generale Nicola De Martino, Tenente Colonnello Francesco Recco, Capitano Antonio Cavalieri,  1° Tenente Federico Brath, Capitano Carlo Maria Falduti e i palermitani Brigadiere Francesco Cobianchi, Brigadiere Cesare Anguissola.

Il 13 marzo, all’alba, si aprirono le porte della Cittadella per l’ingresso delle truppe piemontesi, senza che queste concedessero nessun onore militare ai soldati delle Due Sicilie, e con la semplice consegna delle armi.

Sul piano di San Ranieri, Fergola in preda alla stanchezza e alla febbre, cadde in mare, ma volle restare e dopo essere stato ripreso dai suoi soldati, inzuppato, compì l’ultimo atto. Cialdini fece chiamare il tenente colonnello Guillamat, imponendogli di deporre la spada per farsi arrestare, l’ufficiale borbonico gliela porse, ma Cialdini la respinse dicendogli: “Lasua spada non merita l’onore ch’io la tocchi”. Con Guillamat anche altri quattro ufficiali, fra cui Luigi Gaeta, furono arrestati.

Successivamente furono però assolti dalla Corta marziale del nuovo Regno d’Italia.

In quei tragici e fatali 3 giorni di battaglia morirono 47 soldati borbonici e la guarnigione fu poi internata nei forti Scilla, Gonzaga, castellaccio, Raggio Calabria e Milazzo.

Tuttavia il Re Francesco II aveva ottenuto, in quei giorni, grazie all’intervento dell’ambasciatore francese a Roma, le stesse condizioni dalla capitolazione di Gaeta per i suoi fedeli soldati di Messina. Condizioni onorevoli portate a Messina il 15  dal Cary e che ridussero moralmente in carta straccia i 7 punti di Cialdini. Ma era tardi.

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