CAPITOLO III

L’ultima resistenza borbonica: cade il 13 marzo 1861

La Real Cittadella di Messina

(Parte I^)

Spesso i luoghi diventano simboli.

A 150 anni dalla proclamazione del regno d’Italia, pochi ricordano i luoghi di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto quali ultimi baluardi in armi che cedettero dopo una vera e propria resistenza, in nome della legittimità dell’antico Reame, di quel Regno di Sicilia fondato dal mitico Ruggiero II e sopravvissuto fino all’8 dicembre 1816, quando il Re Ferdinando di Borbone ne mutò nome in Regno delle Due Sicilie che, appunto, sopravvisse in quei lembi di terra fino al marzo 1861.

La prima a cadere fu Gaeta, il 13 febbraio 1861, la più importante e nota delle tre. In prima fila combatté con onore il Re Francesco II con la consorte Maria Sofia, eroica e volitiva, divenuta per questo una storia epica da raccontare, da Proust a Dannunzio.

L’ultima Real Piazza ad ammainare per sempre la bandiera delle Due Sicilie fu Civitella del Tronto, nel Teramano, il 20 marzo 1861, una settimana prima capitolava la Real Cittadella di Messina.

Molti, anche siciliani, ignorano la storia centenaria della Cittadella, l’uso che se ne fece come fortezza, i baluardi ed i bastioni che ne delimitavano l’originalissima e strategica architettura,  il castello di San Raineri, approdo oggi dei “ferryboat” nel baluardo S. Carlo. Nell’accogliente maestosità sull’antico Forte Campana si innalza la stele votiva con bella Madonnina, che sacralmente continua a proteggere la Cittadella, malgrado bombe, distruzioni e terremoti, incuria, urbanistica e storica sciatteria con l’abbandono di un’emergenza architettonica di tutto rilievo, opera del fiammingo DE Grunenberg.

La Cittadella venne costruita dal governo del regni di Spagna, dall’allora sovrano Carlo II, vicerè Francesco Benavides, nel 1860e il luogo da isola divenne fortificato in modo imprendibile, definita nel celebre volume di Ignazio Paternò principe di Biscari, nel ‘700, Viaggio per tutte le antichità della Sicilia, “una delle fortezze più rispettabili d’Europa”.

Con i suoi cinque Baluardi denominati S. Diego, S. Stefano, e i suoi rispettivi collegamenti sotterranei, resta ancora un monumento da salvaguardare e onorare.

La notorietà storica giunse nel 1848 quando il cannoneggiamento delle mura della Cittadella frutterà a Ferdinando II la nominazione di “Re Bomba”, appellativo dato dai rivoluzionari insorti in quell’anno.

Ma la Cittadella, classificata Piazza di prima classe dal governo borbonico, era stata teatro di guerre e assedi già nel 1718 – 1719 e oggetto di contesa fra piemontesi, austriaci e spagnoli e ancora con gli austriaci assediati dagli spagnoli nel 1735.

Ma, è nel 1860 – 1861 che la Real Cittadella diventa parte non secondaria di quel mito di resistenza all’invasore che riscattò il soldato delle Due Sicilie, rispetto alla sostanziale “passeggiata” dei garibaldini in Sicilia.

Messina godeva di un antico privilegio, quello di essere capitale della Sicilia al pari di Palermo, privilegio confermato dai Borbone nel 1806.

Caduta la città di Messina nell’estate del 1860, restarono per poco tempo a issare la bandiera con lo stemma reale borbonico e con la croce costantiniana i Forti di Augusta e Siracusa (il cui comandante generale Lo cascio si lasciò “convincere” dal console piemontese “Lella”, unitamente alla Cittadella, in mano ai lealisti, al comando del generale Tommaso Clary, una figura enigmatica sostituita il 1°agosto dal generale Gennaro Fergola, maresciallo di campo del re Francesco II, a seguito dell’incomprensibile via libera regalata verso il “Continente” ai garibaldini. A fronte di una robusta e armata presenza di altri soldati della Cittadella, molti dei quali reduci dalla campagna siciliana di occupazione garibaldina, vi era la presenza fra le mura di più di 1000 civili, fra cui molte donne e bambini (ironia delle cose, lo stesso numero dei soldati della  Spedizione partita da Quarto). Tale situazione fu regolata da una “Convenzione” firmata il 28 luglio 1860 fra il Clary, Comandante Superiore delle truppe presenti nella Cittadella e il Maggiore Generale delle truppe siciliane Giacomo Medici, in cui si stabiliva di salvaguardare, senza ingerenze dei legittimisti nello status della città di Messina, l’autonomia della Cittadella e la sovranità fra le mura del Regno delle Due Sicilie, con una fascia di terreno neutrale per l’estensione di venti metri, con libero commercio marittimo d’ambo le parti. Partito, perché perché sostanzialmente estromesso, il Clary, Fergola che lo sostituirà fu invece accolto con gaudio e orgoglio dai resistenti, molti di questi capaci di rianimare e sostenere anche a proprie spese le esigenze logistiche della Cittadella, anche quando scarseggeranno i viveri.

Il 16 dicembre attraccò nel porto di Messina un vapore di guerra prussiano, con messaggi di Re Francesco che ingiunse la Cittadella a resistere.

Il 24 settembre una delegazione di ufficiali della Real Cittadella venne ricevuta dal Re Francesco II a Gaeta il quale inviò un nobile Ordine alle fedeli truppe di Messina. Perfino i congedati, il 3 ottobre, decisero di continuare a combattere non tornando a casa.

Il 12 novembre, ancora il Re, dispone che tutti i difensori della Cittadella siano insigniti della Medaglia d’Argento del Real Ordine di Francesco I, mentre Pio IX accorda benefici spirituali alle truppe e in seguito donerà un quadro votivo della Madonna Addolorata per la Chiesa della Cittadella.

Come ricorda Gigi Di Fiore “l’8 dicembre 1860, Cavour, pensando che Gaeta sarebbe presto caduta, aveva ordinato al generale Emanuele Chiabrera di lasciare Genova e recarsi a Messina con il 35° ed il 36° reggimento di fanteria. Si trattava di 109 ufficiali e 3867 soldati che dipendevano, per ragioni politiche, dal generale Cialdini, pur nell’effettivo comando di Chiabrera. A Messina, in quel dicembre del 1860, la guarnigione della Cittadella era, invece, formata da 152 ufficiali e 4128 soldati”.

Due giorni prima della capitolazione di Gaeta,  Francesco II aveva inviato a Messina  il tenente colonnello Partrizio Guillamat, con l’ordine di sovrintendere alle artiglierie e di guidare lo Stato Maggiore in vista di un intensificarsi delle ostilità anche in quella Piazza.

Il 27 febbraio 1861, Cialdini – su ordine del generale Fanti – arrivò via mare a Messina.

Il 10, il 19 e il 20 marzo il Vice Ammiraglio Leopoldo Del Re, Ministro degli Affari esteri di quel poco che rimaneva del territorio ancora indipendente delle Due Sicilie, scrisse dall’esilio romano dove aveva base il gabinetto in esilio, tre Circolari al proprio Corpo Diplomatico, in francese, per descrivere i fatti di Messina e di Civitella. Oltre al Del re, facevano parte del Governo, presieduto da Calà Ulloa, il barone Salvatore Carbonelli alle Finanze e Antonino Ulloa alla Guerra.

Il generale Chiabrera intimò la resa ai legittimisti, dicendo che “se la resistenza finora fu tollerata, oggi sarebbe considerata un delitto”.

Fergola ebbe a rispondere con coraggio: “La Cittadella di Messina non ha niente di comune con Gaeta ed io eseguirò quanto l’onore e la nostra Real Ordinanza di Piazza mi comandano”.

Cialdini ordinò la resa promettendo di estendere le condizioni della capitolazione di Gaeta a Messina, al contrario avrebbe agito “ a discrezione” per far cader il penultimo superstite dominio borbonico. Il tenente Luigi Gaeta, a cui dobbiamo le belle Cronache, Nove mesi in Messina e la sua Cittadella (tipografica di Giovanni Longo, Napoli, 1862), che, in scelta selezione antologica, Nino Aquila ed il sottoscritto hanno ritenuto utili riproporre recentemente nel volume da noi curato La Real Cittadella di Messina 13 marzo 1861 l’ultima bandiera borbonica in Sicilia (Thule, Palermo, 2011), uomo fedele fino in fondo, si era intanto recato a Roma dal sovrano Francesco II ormai in esilio, ospite con la coraggiosa regina degli spalti di Gaeta Maria Sofia, del Pontefice Pio IX prima al palazzo del Quirinale a dopo alcuni mesi nel proprio Palazzo Farnese, come ricordato.

Il governo borbonico in esilio si occupò di mantenere i numerosi rapporti diplomatici e i persistenti riconoscimenti di governi stranieri al perduto Regno delle Due Sicilie, di curare gli interessi morali e materiali di ex soldati delle sue armate spesso sbandati e di finanziare e sostenere i Briganti ed i legittimisti in armi venuti al Sud da mezza Europa, che con le popolazioni andavano insorgendo contro la politica totalitaria e affamatrice del nuovo Regno.

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