CAPITOLO II

 I segreti in fondo al mare: Il piroscafo Ercole fa naufragio,

muore Ippolito Nievo, e scompaiono i Rendiconti

dell’Intendenza dell’Impresa dei Mille.

 

Ippolito Nievo (nato a Padova nel 1831) fu certamente fra i pochi garibaldini di tempra e di onestà che partecipò, quale vice Intendente dell’Esercito Meridionale (così come venne chiamata la schiera dei garibaldini), alla spedizione nel Regno delle Due Sicilie nel 1860/61.

Scrittore di buona fama, autore de Le Confessioni di un Italiano, nei suoi ultimi mesi di vita, come scrive Cesamaria Glori, “aveva preso le distanze da ciò che riguardava l?esercito Meridionale di Sicilia e da come stava evolvendo la situazione politica e militare nell’Italia. (…) Nievo non condivideva né il modo né i fini del nuovo Stato italiano. I suoi ideali non coincidevano, infatti, con quanto si stava realizzando. Nievo guardava con crescente simpatia la popolo meridionale, incolpevole di ciò che gli si stava costruendo alle spalle. Simpatia che si traduceva in autentica antipatia e insofferenza verso i i numerosi baroni e galantuomini meridionali sempre pronti a inviar suppliche e inventarsi meriti e prerogative per imbarcarsi nel sistema di potere che s’andava creando”.

Si dice che a Palermo per sorvegliare i soldi che gli erano dati in custodia dormiva fisicamente su un materasso che li conservava gelosamente. Nievo aveva lavorato con scrupolo al Resoconto sulla “Gestione” dell’Impresa e ne aveva anticipato fonti e importi sul giornale “La Perseveranza” del 31 gennaio 1861, fonti che per le Logge Massoniche dovevano necessariamente restare segrete.

Nievo scrisse quelle note anche per autodifesa del proprio operato.

Va ricordato che l’amministrazione finanziaria dei garibaldini era stata attaccata da varie parti e l’11 ottobre il Prodittatore Depretis, succeduto al Mordini alla Camera dei Deputati di Torino, vi aveva fatto riferimento.

Il Resoconto di Nievo era in via di completamento e quello finale “dovette sicuramente allarmare chi voleva che restassero segrete le erogazioni di risorse  che avevano favorito l’arrendevolezza degli alti gradi dell’Esercito borbonico e dell’amministrazione civile dell’antico regno delle Due Sicilie.

Quell’annuncio fu, perciò, una fortuna da un lato, ma dovette predisporre ben altra sorte al resoconto ed al suo estensore”, scrive il Glori.

La Farina, tornato a Palermo, fedele esecutore degli ordini di Cavour e del Ministro della Guerra Manfredo fanti, collaborava, intanto, per osteggiare l’Esercito Meridionale in Sicilia destinato a scioglimento e lo stesso operato di Garibaldi spalleggiato da Crispi. A questo punto, mentre Nievo a Palermo lavorava alacremente al Rendiconto della spedizione e cioè alla sua gestione contabile e finanziaria “di una parte non indifferente  delle ingenti risorse messe a disposizione dal governo di Sua maestà Britannica, ovviamente tramite intermediari più o meno insospettabili” (Glori),  entra in scena la figura del console amburghese Hennequin che rappresentava a Palermo la Gran Bretagna, il quale, sicuramente massone, aveva stretto amicizia con Nievo e ne controllava, con circospezione, le mosse. Saputo dell’impazienza di Nievo a salpare alla volta di Napoli con il Rendiconto, il console tentò di persuaderlo a partire con l’Elettrico: consigliandogli anche di mandare avanti le casse con i conti via mare.

Nievo part’, comunque, il 4 marzo 1861 ma con l’Ercole, un vapore di 230 tonnellate  con scafo in legno costruito nel 1832 in Inghilterra, passato poi a vari armatori della compagnia del genovese  Rubattino  ben noto proprietario del Lombardo e del Piemonte usati nella spedizione dei Mille.

Fatto sta che il vapore di Nievo, con 80 persone a bordo fra equipaggio e passeggeri, si inabissò il giorno dopo “incredibilmente”, come dice Lucio Zinna nei suoi due fondamentali libri sul caso Nievo e, come altrettanto egregiamente fa nelle sue trattazioni su Nievo, paolo Ruffilli.Anche Umberto Eco dedica attenzione ai fatti, con suo personale modo, ne “Il cimitero di Praga”.

Le versioni sul naufragio intanto non collimavano: il comandante del vapore Pompei, partito lo stesso giorno da Palermo, disse di avere avvistato lo scafo ancora a galla il15 marzo presso le bocche di capri e di averlo pi visto scomparire perché inghiottito dal mare in pena burrasca, mentre, il capitano di una nave inglese riferì, di avere visto il relitto dell’Ercole a 300 miglia da Palermo.

Sembrerebbe comunque che – come adombrò nel suo bel romanzo sulla’argomento dal titolo Il prato in fondo al mare il pronipote di Ippolito, lo scrittore Stanislao Nievo – qualcuno si salvò come il cavourriano Lorenzo Garasini, agente e forse esecutore del piano di affondamento, poi peraltro scomparso anch’egli nelle nebbie della cronaca, come si conviene ad una trama di strage di Stato.

Hennequin sostenne che la disgrazia fu dovuta al fatto che l’Ercole fosse una vecchia carretta del mare, falsità attestata dal fatto che il piroscafo era stato ampiamente ristrutturato  tanto che nei mesi precedenti aveva sfidato senza problemi il mare.

Di certo, l’Ercole fu l’unico affondato in quel periodo nel Tirreno a causa di un’ampia falla provocata nella stiva al centro della nave.

Va anche ricordato che lo stesso Nievo stava cambiando opinione sul modo in cui si stava compiendo l’unificazione; ne sono prova le bozze dell’incompiuto suo romanzo Il pastore d’anime dove rintracciamo un suo franco esame di coscienza, una rivalutazione dei preti e il favore  per le plebi rurali.

Il naufragio dell’Ercole, facendo perdere le molte verità che si inabissarono con lui, contribuì a mettere a tacere le maldicenze circa gli usi dei fondi della spedizione dei Mille e sull’impiego dell’ingente somma di 10000 piastre d’oro turche e degli altri ingenti fondi provenienti dalle banche delle Due Sicilie e dell’appoggio concreto e sonante di mezza Europa a Garibaldi.

La magistratura non aprì neppure un’inchiesta, nulla trapelò sui sevizi segreti.

La rivoluzione, ancora una volta e assai drammaticamente, faceva inghiottire al mare i suoi segreti.

Concludiamo con una significativa, illuminante e diretta testimonianza. Scriveva infatti, lo stesso Ippolito Nievo: “E’ incontrovertibile che la marcia davvero trionfale delle legioni garibaldine, dalla Conca di Palermo al Vesuvio, venne immensamente agevolata dalla conversione subitanea di potenti dignitari borbonici dal Sanfedimo alla democrazia liberale. Non è assurdo pensare che questa vera illuminazione pentecostale sia almeno in parte, catalizzata dall’oro”.

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