CAPITOLO I

Dopo l’invasione: Bronte e non solo

            E’ assai significativo quanto Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi nella conquista dell’isola, ebbe a scrivere alla moglie sulla Sicilia che venne definita dall’ “eroe” come “ Un paese che bisognerebbe distruggere, peraltro e mandarli in Africa a farsi civili”. Altrettanto nota la considerazione sul Sud del Cavour, il quale peraltro mai scese sotto Firenze in vita sua, tanto da ritenere che si parlasse ancora l’arabo in Sicilia, dimostrando così di non conoscere assolutamente il passato e la storia millenaria e civile dell’isola, rivelandosi per lui, di contro, più familiare la storia d’Inghilterra la quale, certamente,  ebbe un peso straordinario e determinante nel processo di unificazione italiana, tanto da far dire al Lord Henry Lennox alla Camera dei Lords nel maggio 1863 che in realtà, più di Garibaldi, era stata l’Inghilterra a realizzare l’unità italiana.

E fu fra tanta ignoranza che – nel nome del nuovo concetto di nazionalismo germogliato nel secolo XVIII, intriso di liberalismo come nuova idea politica ed economica e imbevuta di principi massonici d’oltralpe – si diffuse l’idea di una rivoluzione possibile di segno egalitario e libertario in grado di spezzare le “oppressioni” sui popoli per “liberarli” dai “gioghi e dalle catene dell’oscurantismo dei preti e dei re”, in quella terra che era un punto strategico non solo geografico, basti pensare, infatti, che la Sicilia possedeva circa 400 miniere di zolfo, ai primi posti per produzione nel mondo di allora.

In sintesi fu questo il messaggio esplicito lanciato da Garibaldi al popolo siciliano attraverso Decreti che, inneggiando la novella libertà, promettevano la terra dei latifondisti, del Demanio, nonché la giustizia sociale; messaggio rafforzato anche dalla larga amnistia che scarcerò migliaia di delinquenti in Sicilia come testimonia lo stesso Pirandello nella novella L’altro Figlio.

Parole di pura e demagogica propaganda che si scontrarono, già nell’estate del 1860, con la realtà delle zone siciliane più povere.

Rispetto all’inganno e alle promesse che apparvero sempre più vane e lontane, insorsero molti contadini i quali reclamarono pure i “donativi” che il passato regime e la stessa Chiesa, avevano prima loro accordato.

Esemplare in tal senso è ciò che avvenne a Bronte, paese donato come feudo da Ferdinando III all’ammiraglio Horatio Nelson per l’aiuto da questi prestato ai Borbone con il trasferimento da Napoli a Palermo in seguito all’invasione del regno da parte delle truppe napoleoniche che in seguito (settembre 1799) fu trasformato in Ducea e dopo la morte di nelson avvenuta a Trafalgar (ottobre 1805) consegnato ai suoi parenti che lo amministrarono come territorio appartenente alla Corona Britannica, tanto da innalzarvi la bandiera.

In quella torrida estate del 1860 non pochi furono i tumulti in vari paesi poveri della Sicilia a seguito delle mancate promesse: Regalbuto, Polizzi Generosa, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Montemaggiore, Castelnuovo Capaci, Castiglione, Collesano, Centuripe, Mirto, Caronia, Alcara Li Fusi, Nissoria, Mistretta, Cefalù, Linguaglossa, Trecastagni, Pedara.

Tumulti che nascevano appunto dall’illusione, dalla constatazione della mancata promessa di abolire la tassa sul macinato e altre imposte e balzelli, nonché dal tradimento dell’atto del 2 giugno 1860, firmato da Francesco Crispi, dall’inganno relativamente alla divisione delle terre dei demani comunali molti dei quali, invece, assegnati ai garibaldini combattenti o ai loro eredi, se caduti.

Pio IX il 9 giugno 1860 scriveva a Mons. Papardo Amministratore Apostolico di Messina, definendo i Mille “…una schiera perniciosissima di uomini disperati (che) rovinano a tutti i principi a cui appoggia l’umana società, se ognuno può senza opposizione mandare armi e predoni per impossessarsi di ciò che è di altri ed in tal modo estendere i confini del proprio regno”.

Il 15 ottobre a seguito di una direttiva del prodittatore Mordini, si stabilì per il giorno 21 il Plebiscito per sancire l’unione della Sicilia, all’Italia. Ecco il testo: “ Il popolo siciliano vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e i suoi legittimi discendenti”. Lo svolgimento del plebiscito risultò essere stato una farsa. Queste furono le modalità: “Il voto sarà espresso per il SI o per il NO, per mezzo di un bollettino stampato (….). Si troveranno nei luoghi destinati alla votazione, su di un apposito banco, tre urne; una vuota nel mezzo, e due laterali, in una delle quali saranno preparati i bollettini col SI, e nell’altra quelli del NO, perché ciascun votante prenda quello che gli aggrada e lo deponga nell’urna vuota”.

Come si può leggere nel capitolo riguardante “l’annessione delle province meridionali”, ed. IV, della poderosa Storia del Parlamento Italiano diretta da un grande storico come Niccolò Rodolico (non sospettabile di simpatie antiunitarie), dal giugno 1860 il Parlamento era rimasto chiuso a Torino e “come in tutti gli altri momenti decisivi per la vita del paese, il Cavour aveva stabilito la via da seguire senza consultare le Camere, che erano rimaste ancora una volta del tutto estranee alle grandi decisioni, come a quella gravissima della spedizione militare attraverso il territorio pontificio, incontro alle truppe garibaldine. A fatti conclusi, il Parlamento era ancora una volta chiamato a far da notaio per prendere atto della volontà del Ministero, e questa volta i deputati rimasero ai margini del dibattito e l’opposizione non seppe opporre una linea politica autonoma a quella ben netta e chiara del Cavour, sicchè attraverso una richiesta di fiducia, alla quale nessuno in seno alla Camera osava opporsi, fu sancita la vittoria dei moderati sui radicali e fu deciso che l’Italia tutta diventasse giuridicamente Piemonte, invece di sciogliere lo Stato Sabaudo nel nuovo regno”.

Dirà molti anni dopo Antonio Gramsci che la “Banda di avventurieri senza coscienza e senza pudore (…) dopo aver fatto l’Italia, l’hanno divorata”.

Il 18 ottobre con decreto Prodittatoriale, veniva stabilita l’enfiteusi di tutti i beni ecclesiastici in Sicilia.

A tal proposito, il 3 dicembre del 1860, il Presidente del Consiglio Civico di Calatafimi, Dott. Nicolò Mazzara, scriveva al governatore della provincia di Trapani testualmente: “Sonosi a me presentate delle varie persone, tutte benemerite e patriotte, facendo delle dimostranse perché taluni individui del partito reazionario borbonico osano a tal segno sfrondarsi da fare dei gravi ricorsi contro i veri liberali, precisamente come praticavano sotto il dispotismo, per essi disgraziatamente abbattuto. Se è così, è una vera sfacciataggine ed io, per  cooperare a ricacciare su di loro i loro infami tentativi se realmente esistono ricorsi fatti dai borbonici, e nel caso affermativo, quali accuse contengono e contro quali persone”.

Il Prefetto Mathieu arrivato a Messina, scrivendo l’8 dicembre al Luogotenente ebbe a dire: “Di essere caduto… in fondo ad un pozzo pieno di fango e di spine…”.

Sta di fatto che all’indomani dello sbarco a Marsala di Garibaldi si accesero delle rivolte, fomentate e foraggiate dal nuovo notabilato, quasi tutte ovviamente inneggianti alla rivoluzione e contro gli amministratori pubblici, espressione della passata burocrazia e del notabilato del Regno delle Due Sicilie.

Furono molti i morti in quel caotico periodo, insieme ai sommovimenti più o meno duraturi nel tempo. fra questi è indicativo ricordare ciò che avvenne a cerami, una cittadina della provincia messinese che, come scrive Francesco Cuva, fu scossa da i moti a danno soprattutto della famiglia dei Fego esponenti del precedente regime borbonico.

Nel conflitto restò ucciso appunto il sacerdote Cristoforo Fego.

Accanto ai fatti della piccola Cerami  altri eccidi potrebbero essere ricordati, ma certamente particolarmente garvi furono quelli registrati ad Alcara Li Fusi, Nissoria, Mistretta, Bronte, paesi violentemente repressi dagli stessi “rivoluzionari” che parlarono e agirono in nome della Rivoluzione sociale, soffocando, in realtà, nel sangue la povera gente in rivolta per le promesse mancate.

Su Alcara Li Fusi, comune a pochi chilometri da S. Agata di Militello ha scritto, tra i pochi altr, un saggio documentato Pietro Siino, storico sicuramente su posizioni unitariste e non sospettabile di avversione nei confrontoi dell’impresa di Garibaldi.

I fatti di Alcara Li Fusi si collegano, infatti, all’avanzata di gaibaldi e alla ventata rivoluzionaria che prese l’isola. Il 15 maggio 1860 si svolse la battaglia di calata fimi, il 13 dello stesso mese a Mistretta, sui Nebrodi, venne incendiato il Municipio e devastato il Casino dei Nobili.

Sempre a Mistretta, inoltre, come recentemente testimoniato meritoriamente dal lavoro di ricerca di Domenico Lo Iacono, il 17 agosto 1860, durante i festeggiamenti del Santo Patrono S. Sebastiano, verso le ore 17.00, la folla devota assistette alla raffica di fucilate che ferirono il milite Alfonso Patti e alla “orrenda scena di sangue”, come si legge anche nella cronaca municipale, voluta da chi era “fermo nel proponimento di liberarsi dei Capi e Proprietari del paese”.

Ad Alcara il 16 maggio sera, nella chiesa S. Michele i sacerdoti Di Bartolo e Cozzo presiedevano una riunione di contadini, pastori e artigiani (le “Coppole” povere del paese rispetto all’appellativo dei “Cappelli” riservato ai borghesi per la diversa foggia dei corpicapo); il giorno dopo avvenne l’assalto al Casino di Compagnia inneggiando a Garibaldi e all’Italia. Gli scontri si protrassero fino al 24 giugno e sul campo vennero trucidati 11 persone del ceto dei “civili”.

Il 24 giugno giunse ad Alcara, senza ostacoli e difficoltà, il garibaldino Giovanni Interdonato di Marina di Fiumediniti (oggi Nizza di Sicilia) per riportare l’ordine. Scrive Siino: “Mostrandosi amico dei rivoltosi l’ Interdonato, dopo aver reso gli onori alla bandiera esposta nel municipio, convocò i capi del movimento rivoltoso facendosi consegnare quanto in loro possesso. Successivamente procedette a far arrestare i rivoltosi incaricando Bartolo Gentile (un burgisi) di provvdere alla gestione della cosa pubblica. Come era naturale che avvenisse, per cominciare un segno, provvide a far arrestare quei congiurati che dall’Interdonato erano stati lasciati marginalmente implicati nella sommossa”.

Col passare del tempo le rivolte siciliane, non essendo facilmente controllabili, divennero seri ostacoli per Garibaldi e poi per Francesco Crispi, suo stratega un Sicilia. Si decise, quindi, di stroncarle, con un decreto del 9 giugno ove venivano pure istituite le Commissioni d’inchiesta nei 24 distretti dell’isola per istruire i processi per i reati di strage, devastazioni e saccheggi, a cui seguì una circolare del 24 luglio con cui si ordinava la condanna a morte per i rivoltosi.

Anche ad Alcara, scrive Antonino Teramo: “Il governatore di Patti notò che tale disposizione incoraggiava la speranza di impunità dei malvagi, favorendo l’anarchia; chiedeva al contrario una punizione decisa, cioè la condanna a morte per tutti coloro che si erano macchiati di tali misfatti. Il governatore di patti però aggiungeva una nota molto interessante: “Il popolo vuole la divisione delle terre già decretate e, non avendola attuata, crede che l’unico colpevole sia il ceto civile, con funestissime conseguenze”.  Autorizzato o no il presidente della commissione Cristoforo gatto, fece eseguire nel piano S. Antonio a Patti la fucilazione di 12 imutati di Alcara il 20 agosto 1860, si dice senza neppure il conforto religioso. In quel momento l’illusione rivoluzionaria era già finita da tempo, Garibaldi ormai lontano, il giorno 19 varcò lo Stretto lasciando la Sicilia. Si consumò quindi tutta la tragedia ma la storia dei fatti di Alcara non si concluse qui, proseguì nelle aule dei tribunali. Il 24 novembre seguente la Gran Corte Criminale di Messina annullò la sentenza degli imputati suddetti a norma del decreto del 21 agosto che imponeva di non procedere ad azione penale per reati politici, ed i fatti di Alcara erano considerati tali perché si trattava di una ribellione ancora sotto il governo borbonico. Il 14 febbraio 1861 si concluse l’ultimo atto con la sentenza della Corte Suprema che annullò per i vizi di forma quanto deliberato dalla Gran Corte Criminale di Messina, dichiarando però, di fatto, la sentenza sostanzialmente valida”.

Un simile quadro d’insieme si registrò anche a Nissoria, con l’assalto, il 3 giugno 1860, di venti uomini alla locale caserma della Guardia Nazionale, l’occupazione del Municipio che fu dato alle fiamme e l’eccidio di sedici vittime in gran parte appartenenti alla famiglia notabile degli Squillaci, fra cui Eugenio di dieci anni. Anche in questo tristissimo caso l’ordine fu riportato con la forza dall’intervento della vicina Guardia Nazionale di Leonforte, comandata dal conte Li Destri.

Morirono, condannati per strage, tredici vittime fra cui il civile Epifanio Mazzocca.

Gli insorti di Nissoria formarono una banda di briganti che si diede alla macchia capitanata da Giovanni Giorgio, ucciso durante un conflitto a fuoco il 25 maggio 1862, con il comandante della milizia a cavallo Gaetano Graziano il quale, per volere di Garibaldi e Bixio, anche a Bronte e Biacavalilla, sedò con la forza i tumulti.

Il 3 giugno iniziò il processo a carico dei presunti autori della strage, costellata da taluni “misteri”, così definiti da Nino Pisciotta che aggiunse:” Per prima cosa sparì il mandato di deposito (incarcerazione) a carico degli individui presunti autori della strage, contenente gli atti relativi al processo. Il bresciano Emilio Zasio, luogotenente di Garibaldi, in suo libro di memorie, narrò che egli stesso ed altri ufficiali garibaldini, Daniele Piccinini e Alfonso Morgante e due legali del foro catanese avevano costituito un tribunale giudicante per coloro, che avevano sterminato uomini, donne e bambini, dando una sentenza di fucilazione per tre e la galera per quattro degli imputati. Ma lo Zasio, continuando, disse che essi erano evasi e “chi ne seppe? il sangue cittadino era caldo ancora e senza mano forte dell’altro se ne poteva versare …”. In un rapporto del 1860 il Governatore del Distretto di Nicosia dichiarò al Governatore di Catania che erano arrivati due magistrati con tre ufficiali piemontesi e le Guardie nazionali di Catania, avevano prelevato dalle carceri di Leonforte i sette individui arrestati e se ne erano andati a Nissoria. Tre di loro furono uccisi per strada, mentre magistrati, ufficiali piemontesi e Guardie nazionali, andavano “dicendo che si mandavano a Catania” ed “estorsero a quel cassiere comunale (di Nissoria) con tutte le possibili violenze più di 200 ducati, si ignora che ne abbiano fatto”. Il Graziano, di fronte a quella continua delusione, continuò: “Non saprei dire quale impressione ha fatto negli animi degli abitanti di questo procedere, perché il paese è quasi spopolato, e tutti sono latitanti, spaventati e furibondi; quello che posso assicurarle si è che in Leonforte ov’io sono, altro non si sente dire per le strade, che simili atti non si videro mai sotto i Borbone …”.

Tristissimo epilogo: “ (…) Nel gennaio del 1861, si riavviavano ulteriori indagini, su supplica di numerosi Nissorini, e si scoprivano i veri e diretti responsabili dell’eccidio, i “cappelli”, che avevano incitato e i “berretti” che si erano dati alla violenza di piazza. Furono arrestati i fratelli Buscemi, rei di aver fatto avvenire il terribile eccidio e di aver protetto gli assassini e che si erano impadroniti del Municipio, commettendo abusi contro tutto il paese furono anche destituiti tre militari  a cavallo, per non aver eseguito l’arresto di latitanti di Nissoria.

Contemporaneamente, accusato di aver protetto alcuni autori della strage, si era dimesso il locale comandante della Guardia Nazionale, accusato dai nissorini di proteggere i veri autori dei tumulti”.

Tristemente noto è l’eccidio di Bronte attestato da numerosi documenti e testi attendibili fra cui quello classico di  Benedetto Radice, pubblicato nel 1910 nell’Archivio Storico per la Sicilia Orientale e quello di Maria Sofia Messana Virga, edito a Caltanissetta da Salvatore Sciascia, oltre al film di Florestano Vancini Bronte, cronaca di un massacro. Su tali fatti Leonardo Sciascia ebbe più volte a ritornare con limpido coraggio dicendo: “un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano”.

Anche a Bronte, al pari al pari dei vicini comuni confinanti con la Ducea inglese i contadini, come ci ricorda Giuseppe Bagnasco, al grido di abbassu li cappeddi, vulimu li terri insorsero contro i proprietari notabili per sostenere la divisione delle terre comunali operando con saccheggi e incendi di case arrivando anche all’uccisione di dieci “galantuomini”. Il primo ad essere ucciso fu il notaio Commenta il quale chiamava “pezza lorda” il tricolore.

Furono mandati a Bronte – dove le donne ebbero un ruolo molto attivo come racconta il Radice – il 4 agosto, ottanta militi della Guardia Nazionale, comandati dal questore Gaetano de Angelis.

Questi però non repressero gli insorti tanto che altri quattro notabili vennero uccisi in località Scialandro.

Preoccupatissimo della piega degli eventi il Console britannico, con molti dispacci urgenti, sollecitò Garibaldi al rispetto delle proprietà inglesi. Intanto Garibaldi aveva ripristinato le tasse sul macinato.

Il 6 agosto al comando di Nino Bixio furono così inviati a Bronte sei compagnie e due battaglioni di Cacciatori, l’Etna e l’Alpi. Circondato il paese e scappati gli insorti, Bixio fece arrestare l’avvocato Nicolò Lombardo, accusandolo arbitrariamente di essere stato il capo della rivolta nonché un reazionario borbonico, quando in realtà Lombardo aveva assunto soltanto il ruolo di pacificatore.

Lo stesso 6 agosto Bixio con un Decreto (i cui contenuti ingiuriosi e paramafiosi possono istruttivamente leggersi nel testo che pubblichiamo) intimò la consegna di tutte le armi, annullò i poteri alle locali autorità, condannò a morte i responsabili della rivolta  e impose una tassa di guerra per ogni ora, fino al ristabilimento dell’ordine. Bixio uccise personalmente a sangue freddo anche un notabile, reo di protestare per i metodi barbari del garibaldino. Furono incriminate cinque persone fra cui un malato di mente, tutti senz’altro innocenti, che furono fucilati il 10, dopo un processo lampo che li aveva appunto condannati a morte.

I cadaveri furono esposti al pubblico insepolti.

Immagine di pag. 26

Come se non bastasse, Bixio arrestò un centinaio di altri abitanti che deportò deliberatamente e senza alcun criterio. Con una lettera datata il 7 agosto inviata al comandante la Guardia Nazionale di Melitto, Nino Bixio, inoltre, parlerà circa voci riguardanti il paese di Bronte  divenuto “focolaio degli assassini che infestano la provincia”.

Dopo l’eccidio Nino Bixio esplicitò il suo “liberale e umanitario” pensiero: “Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati severamente puniti (…). Guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico  sotto qualsiasi pretesto, Se non io, altri in mia vece rinnoverà la fucilazione di Bronte se la legge lo vuole”. Gli effetti li dipinse magistralmente Giovanni Verga nella novella Libertà dove si legge : “Dove mi conducete? In galera? O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà!…”

E lo stesso Leonardo Sciascia relativamente ai fatti di Bronte,  nell’introduzione al libro di Benedetto radice su Nino Bixio a Bronte  (1963), scriverà che “sulla verità dei fatti gravò la testimonianza della letteratura garibaldina ed il complice silenzio di una storiografia che s’avvolgeva nel mito di Garibaldi, dei mille, del popolo siciliano liberato (…). E non è che non si sapesse dell’ingiustizia e della ferocia che contrassegnarono la repressione:  ma era come una specie di “scheletro nell’armadio”; tutti sapevano che c’era, solo che non bisognava parlarne, per prudenza, per delicatezza, perché i panni sporchi, non che lavarsi in famiglia, non si lavano addirittura”.

Ricordiamo, nel palermitano anche i due morti di Bompietro il 25 giugno: il 10 giugno a Vallelunga muore un contadino; a Montemaggiore un’insurrezione nata per la ripartizione delle terre provoca  ben 18 morti e sei successive condanne alla fucilazione con sentenza del Consiglio si Guerra con rito abbreviato (settembre 1861); A Caltavuturo i contadini occupano la terra del Duca di Ferrandina con protesta del Console di Spagna. Ancora, a Castelbuono si occuparono le terre dei Ventimiglia e si marciò al grido di “Morte al barone Piraino e al sacerdote Bertola”.

Il Luogotenente il 9 Novembre 1861  scriverà al Sottoprefetto di Cefalù: “ i naturali di Castelbuono avevano frainteso la promessa del Dittatore”.

La notte tra il 18 e 19 agosto Garibaldi attraversò lo Stretto di Messina lasciando in Sicilia quale prodittatore Agostimo de Pretis  il quale sostituì l’espulso La Farina, amico di Cavour e inviso al nizzardo.

Così dopo che Garibaldi partì dall’isola, i soldati borbonici in Calabria si ribellarono ai palesi tradimenti degli alti ufficiali tanto che il generale Fileno Briganti venne giustiziato. D’altra parte a Palermo  già il generale Ferdinando Lanza era stato contestato dai suoi uomini quando si era ritirato dalla capitale siciliana lasciando senza motivo la città in mano ai garibaldini.

Su 97.000 soldati delle Due Sicilie, riferirà al senato il Ministro della guerra Alessandro Della Rovere, 80 mila uomini si rifiutarono di passare sotto la nuova bandiera.

Appare evidente, quindi, che la rivoluzione colpiva e puniva gli stessi rivoluzionari, imponendo uno statu quo assai più duro del precedente. Inoltre, risulta chiaro che Garibaldi e Bixio non potevano che ingraziarsi, con la repressione violenta delle popolazioni, gli inglesi i quali furono i veri strateghi, artefici e protettori dello sbarco, senza colpo ferire, a Marsala e dell’intera Spedizione dei Mille.

Lo stesso passaggio dei poteri dal prodittatore Antonio Mordini al nuovo Luogotenente Generale della Sicilia Cordero di Montezemolo avvenne il 2 dicembre 1860, data in cui non era ancora stato proclamato il regno d’ Italia.

A conclusione di questo capitolo, due storie ci sembra interessante raccontare perché emblematiche. Una riguarda il pentimento di un volontario fra i Mille, il giovane di feltre Giovanni Curtoli che, giunto al combattimento a Calatafimi “narrava di trovarsi già stucco e stomacato dal fare di alcuni suoi compagni, e più del loro parlare irriverente contro al Pontefice, delle frasi irreligiose e blasfeme” (A. Leanza S.J.). Entrato in contatto con i Gesuiti, i quali, in triste diaspora, abbandonavano a forza le loro “Case” mettendosi in partenza dalla Sicilia – come l’Ordine dei “Liguorini” anche questo espulso – il Curtoli chiese l’ingresso nel noviziato della “Compagnia”, e il suo caso, il 15 luglio, venne riferito a Pio IX, il quale ebbe a congratularsi col Padre generale.

Altra storia narrata direttamente dal padre gesuita Lanza nel testo dal titolo Gli ultimi giorni dei Gesuiti in Sicilia nel 1860 (1924), riguarda i Domenicani di Noto nei giorni “caldi” della conquista garibaldina del 1860: “Richiesti di inalberare sulle loro case la bandiera rivoluzionaria, risposero coraggiosamente che la loro bandiera era la croce, e questa già stava sulla cima della loro chiesa. Invitati a prendere il nastro tricolore ed illuminare le finestre per l’arrivo di Garibaldi, dissero con semplicità che: “la loro coccarda essere il rosario pendente loro dai fianchi, e quanto ad illuminazione essi non essere soliti farla che in Chiesa al Santissimo”,

Ma i borbonici si andavano riorganizzando e il 17 dicembre del 1860, Don Antonio Costamante, a Napoli ricevette dall’ex Sottintendente di Alcamo Domenico Jozzia la seguente lettera significativa: “ Illustrissimo Signore, accuso ricezione della di lei pregiatissima di n. 2 ed ò il bene di sottometterle che, quantunque in questi tempi è assai pericoloso l’incarico ch’Ella mi dà, pur tuttavia essendo i sudditi di S.M. (Dio Guardi) farò tutto il possibile, anche a costo della mia vita. Ho consegnato la lettera pel signor D. Francesco Mistretta al signor D. Andrea De Blasi, che varà cura di fargliela pervenire, attendo Crociate”.

Molto significativa la valutazione di un laico sugli effetti provocati nell’Isola, ecco quanto infatti scrive Francesco renda: “La Massoneria realizzò la sostanziale scristianizzazione delle classi dominanti isolane. Il divorzio tra borghesia e cattolicesimo si approfondì in modo tale che l’anticlericalismo divenne, oltre che convinzione, anche metodo di comportamento della classe politica” (cfr. Storia della Sicilia dal 1860 al 1970).

E intanto, resisteva, ancora, la Cittadella di Messina che issava la bandiera tricolore col monogramma dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio dei Borbone Due Sicilie.

Ma la piemontesizzazione della Sicilia, comunque, si attuerà inflessibile e con esiti a dir poco disastrosi.

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