SICILIA – 1860 – 1870 – Una storia da riscrivere

 

 II Parte – Proemio (pagg. 11 – 16)

 

I tentativi di Francesco II e delle Due Sicilie per salvare il trono dei Borbone in Sicilia si svilupparono molto dopo la battaglia di Milazzo, avvenuta il 2° luglio 1860 e vinta dai garibaldini, conseguentemente a un finalmente vero scontro fra le parti. la conquista si realizzò grazie anche ai consueti tradimenti di generali e ufficiali borbonici che passarono disinvoltamente, spesso per corruzione, dall’altra parte della barricata (basti ricordare i nomi di Landi, Nunziante, Lanza).

Fu quindi in quel frangente che fu affidato ai ministri plenipotenziari delle Due Sicilie Giovanni Manna e Antonio Winspeare l’incarico di trattare con Napoleone III e con la corte sabauda ( formalmente non in guerra con le Due Sicilie, uno stato quest’ultimo legittimo e come tale riconosciuto anche da Torino, fino ad allora).

Anche negli ultimi estremi atti del governo borbonico si sommarono ingenuità e sottovalutazione nei confronti del vero nemico delle Due Sicilie, ovvero il Regno Sardo: si cedette teoricamente nel riconoscere come necessaria una causa italiana contro l’Impero Asburgico schierandosi a favore della liberazione di Venezia, affermando come positiva l’annessione della Toscana e del suo Granducato, insieme all’Emilia, al Regno Sardo e quindi allo smembramento dello Stato Pontificio, con progettata divisione fra il Piemonte e la stessa Napoli che avrebbe acquisito, in tale sommovimento, le Marche,e l’Umbria e innalzato così il tricolore rivoluzionario con variante la croce dell’Ordine Costantiniano al centro.

Azioni disperate, forse, che si muovevano sicuramente in direzione opposta al principio di legittimità, non solo territoriale, che Napoli diceva di difendere per sé stesso.

A noi pare che ,ancora una volta, i liberali della corte delle Due Sicilie agissero sia sul fronte del tentativo di salvare il Reame (con capitomboli che presupponevano in particolare l’aiuto francese), sia su quello subdolo di mirare a nuovi piani territoriali atti a ridisegnare la geografia e la storia della penisola, a tutto vantaggio però di chi, come Cavour, voleva l’unità italiana secondo – quello sì – un vero disegno strategico, che prevedeva intanto l’usare e sostenere concretamente Garibaldi e tramare contemporaneamente con gli inglesi, per mirare direttamente alla conquista dell’isola.

Tardivo, ma giusto,in tale fase caotica, era stato da parte di Francesco II il riconoscere alla Sicilia un proprio Parlamento con un esecutivo autonomo, federato alla Corona, quale simbolo superiore.

Gli avvenimenti, i cedimenti e i tradimenti dei generali, uomini di governo e diplomatici, fecero quindi cadere la Sicilia, tranne la fortezza della Cittadella di Messina e, per poco tempo, quelle di Augusta e Siracusa.

Il doppio gioco astuto di Cavour nei confronti di Garibaldi si concretizzò il 6 giugno 1860, come evidenzia la sintesi che ci propone, in un testo raro e dall’emblematico titolo Il regime dispotico del governo d’Italia in Sicilia dopo Aspromonte (Stab. tipografico E. Priulla, Palermo, 1915) Andrea Maurici, filo garibaldino non pentito e critico della piemontesizzazione: “ Il 6 giugno 1860, nel momento in cui si stipulava la capitolazione, e le truppe borboniche si apparecchiavano ad abbandonare la capitale dell’isola,, le pirofregate Carlo Alberto e Maria Adelaide, della divisione navale sarda approdavano a Palermo aventi a bordo l’Ammiraglio Persano e Giuseppe La Farina: l’uno per in vigilare Garibaldi e impedirgli il passaggio dello Stretto; l’altro per sollecitare la convocazione dei comizi elettorali e per votare plebiscitariamente la desiderata annessione.

Il 2 luglio Garibaldi decretò l’espulsione  (dall’isola) dei La Farina. Cavour se ne indispettì e la sua avversione si accrebbe contro il Governo Dittatoriale che apertamente avversava i suoi disegni.

Il 14 luglio, Cavour, scriveva da Torino all’Ammiraglio Persano avvertendolo che la via seguita da Garibaldi era piena di pericoli. Il suo modo di governare e le conseguenze che avrebbe prodotto screditavano al cospetto dell’Europa la causa italiana che avrebbe corso il rischio di essere perduta al tribunale della pubblica opinione”.

Se Cavour giuocava d’astuzia, Garibaldi aveva, invece, il suo lucido disegno quale faro di direzione: non solo liberare il Sud, ma piuttosto e soprattutto dal Sud arrivare alla conquista di Roma per svincolarla dal papa e dal suo vero nemico principale, ovvero, la Cristianità romana,  non tanto e non soltanto espressa nel potere temporale, quanto in quello – tanto deprecabilmente avversato dal nizzardo – spirituale, antilluminista e antimoderno e quindi tradizionale incarnato, appunto, nel Vicario di Cristo, nella Chiesa Cattolica a Roma regnante.

Un piano lucido con e sue impostazioni e i suoi atti rivoluzionari e massimalisti che, nella sintesi del motto Roma o morte, tanto usato fin dal 1862 e in seguito, compendiava il suo cammino e la sua bussola orientatrice.

Garibaldi quasi sempre “usato” nei due mondi di cui si favoleggia ancora Eroe, un finto paladino insomma, a cui andava tuttavia riconosciuta una coerente continuità per attuare il sovvertimento in senso rivoluzionario e anticattolico d’Italia.

L’unità italiana di Garibaldi era, quindi più radicalmente vista come la fine dell’alleanza del trono e dell’altare e quindi della Tradizione dei popoli e della loro identità e considerando la stessa monarchia sabauda, una sorta di strumentum, un cavallo di Troia teso al compimento di tale disegno.

Possiamo, schematizzando, affermare che la tappa di conquista del potere in senso anticattolico, massonico e repubblicano di Garibaldi presupponeva un tratto di strada, un’alleanza nei fatti con Torino, laica e liberale, ma strettamente legata ai poteri forti europei coalizzati contro gli Asburgo d’Austria-Ungheria e i suoi alleati, eredi e ultimi rappresentanti di un ordine che affondava le radici nel Sacro Romano Impero di cui erano ancora formalmente Vicari, pur non immuni da tarli antitradizionali che li attraversavano, come avvenne, peraltro, per quasi tutti i Regni preunitari Italiani, Due Sicilie comprese.

In Sicilia, la situazione politica e quella militare si piemontesizzarono prima attraverso gli apparati burocratici a cominciare dai Prefetti giunti nell’isola che si affiancarono direttamente  a Garibaldi dittatore, con la pro dittatura del Mordini, egemonizzandosi poi tramite il processo di conquista, con un regime di pesanti restrizioni alla libertà personale e con tasse e misure come la coscrizione obbligatorio, che apparvero quasi subito al popolo, logico compimento di una sostanziale e ferrea occupazione, in cui Prefetti, Questori, Polizia e Forze Armate reprimevano anche violentemente – come vedremo – moti popolari, insorgenze spontanee, trame di settori diversi e diversamente ispirati e motivati, nonché i critici o antagonisti del nuovo status quo.

Troveremo in tal modo presenza più o meno organizzate in Sicilia, di repubblicani, radicali e garibaldini delusi dal partito d’Azione e, nell’altro fronte, (ma in taluni casi in strategica collaborazione con i primi), clericali cattolici e regionisti, vale a dire i vecchie nuovi autonomisti, indipendentisti, molti dei quali avevano contribuito, con posti di guida, alla rivolta del 1848 e alla formazione del parlamento Siciliano,  nonché artefici di eventi che presupposero l’unificazione e la formazione nel 1860/31 del nuovo statalismo prevaricatore del neonato Regno d’Italia ai danni di una Sicilia che essi volevano tradizionalmente autonoma, senza per questo dirsi secessionisti o aspiranti restauratori della monarchia delle Due Sicilie.

Ultima ma non ultima forza (occulta per lo più e per ovvi motivi) fu quella del cosiddetto Partito Borbonico e Legittimista che non era in realtà composto da un gruppo ristretto di nostalgici e che comunque, forse per comodità o per reale paura, veniva indicata dalle autorità del regno sabaudo, nei rapporti ministeriali e in quelli di politica interna, come “regista” (anche sotto mentite spoglie, addirittura repubblicane) di ogni sommossa, di ogni critica o dissenso.

La persistenza, per almeno un decennio dopo l’unificazione, di esponenti borbonici operanti in Sicilia, (ma anche in esilio, specie a Malta e a Marsiglia, con a capo nella città francese l’ex responsabile della polizia Maniscalco e a Roma, sede del governo borbonico in esilio, che operava sotto la guida del Ministro Pietro Calà Ulloa a Palazzo Farnese, protetto da Pio IX) sembrò, e sembra a tutt’oggi, un fatto sorprendente considerato anche che tra tali esponenti non rintracciamo soltanto nobili fedeli al borbone come il Mortillaro.

Infatti, la gran parte di questi, come i Tancredi Falconeri nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e i Consalvo Uzeda nei Vicerè  di Federico De Roberto, erano già transitati nel nuovo regime per difendere vecchi e nuovi privilegi insieme ai grandi proprietari e agli speculatori fattisi ricchi con nuovi “affari”.

La Chiesa Cattolica dovette subito fronteggiare oltre lo sfrenato laicismo anche l’arrivo di evangelici e protestanti che aprirono locali di culto e fecero proselitismo. Si trovò così a dover difendere la propria autonomia con la presenza fra le sue fila di una minoranza unitarista di sacerdoti e membri di Ordini religiosi e con una maggioranza di vescovi, prelati,, Confraternite e ordini schierati, invece, sul fronte conservatore e tradizionalista e in più casi, su quello legittimista borbonico, patendo, come vedremo, anche non poche persecuzioni e arresti per tutto il decennio in esame.

A Torino e a Firenze, rifulse, peraltro, la figura di un Regionalista illustre, di un un uomo colto e libero, di un credente che seppe con forza e determinazione opporsi in Parlamento ai misfatti e alle angherie del suo tempo: Vito D’Ondes Reggio, un siciliano che proprio nel 1860, si dimise clamorosamente per protesta dal Parlamento per difendere così la Sicilia e la sua minacciata religione, il suo credo cattolico e il papato stesso inteso come istituzione universale e non nazionale, dall’assalto che precedva peraltro un’unificazione forzosa e contro ogni norma di diritto internazionale. Lo affiancò fino al 1867, Emerico Amari.

La Sicilia ebbe pure un suo brigantaggio interno, originato per la gran parte da renitenti alla leva e da contadini disperati dalle tassazioni spropositate, i quali coadiuvarono – come avvenne per la rivolta del Sette e mezzo a Palermo nel 1866 – i ribelli. Birgantaggio che, oggettivamente, ebbe caratteri diversi rispetto al brigantaggio meridionale, di cui molto si è già scritto, anche se in questo ulteriore caso ricerche e ipotesi rimangono per gran parte sul tappeto e tutte da esplorare, andando oltre i rapporti di polizia e dei Prefetti, fonti importanti ma, certamente, di parte.

La presa di Roma, avvenuta il 20 Settembre 1860, conclude anche simbolicamente la presente trattazione, certamente non esaustiva, che mira tuttavia a dare un quadro di insieme che possa dar conto anche al titolo di questo libro il quale, prima di ogni altra preoccupazione, tende a comporre un mosaico di insieme, tanto articolato quanto ignorato dai più, di una vera e propria resistenza popolare che si espresse in armi, con la parola, in esilio, con fogli pubblicati e spesso sequestrati o semi clandestini, nell’ombra della trama politica e istituzionale, nei chiostri, nel sofferto silenzio e anche nel Parlamento del neonato Regno.

Sostiene giustamente Francesco Brancato: “Dal punto di vista strettamente amministrativo, nessuno dei Governi succedutisi in Sicilia dallo sbarco dei Mille  a Marsala all’istituzione della Luogotenenza, affrontò con concretezza e, quindi, con possibilità di successo, i problemi che travagliavano l’isola, essendosi in definitiva tutti retti con espedienti secondo le contingenze politiche”.

Ma non è tutto, infatti, tra i tanti falsi esibiti come retorici “trofei” dalla più vieta storiografia unitaria, sono da annoverare numerose fotografie passate come autentiche alla storia e spesso riprodotte come tali nei manuali. Una recente ricognizione di Marco Pitto in Lo stivale di Garibaldi documenta i falsi, a cominciare dalle foto di un Garibaldi reduce dalla “fraterna” ferita ad Aspromonte (29 agosto 1862), foto in realtà fatta ad un sosia. O della Altrettanto famosa fotografia della breccia di Porta Pia, un altro fotomontaggio realizzato con un bersagliere la cui sagoma è ripetuta più volte, oltre le improbabili forature sulle mura. Si usarono, inoltre, fotomontaggi anche per denigrare la regina, Maria Sofia, ritratta falsamente in pose lascive.

Pertanto, il nostro obiettivo, concludendo queste note, non è alimetare nostalgie incapacitanti, ma guardare all’avvenire della Sicilia e del Sud, ripercorrendo letappe di una realtà tragica che ancora scontiamo pesantemente.

Capire la nostra storia è, in certo modo, capire meglio quella italiana di cui egualmente ci sentiamo parte, conservando e anteponendo però con integrità l’onore del nstro essere meridionali non per revanscismo appunto, ma per rifondare il nostro destino di popoli di un autentico Grande Sud, che non è legato a qualche autostrada o qualche cementificazione in più e neppure al semplice ritorno del maltolto (che pur ci spetterebbe !), quanto a una diversa e più umana qualità del vivere e dell’agire che è giusto anzi tutto risvegliare in ciascuno di noi come spirito e civiltà.

 

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