Capitolo X

(ParteVI)

 

Forte motivo di contrapposizione fu, inoltre, il campo dell’istruzione e dell’educazione, ove il monopolio di Stato si faceva sempre più forte.

Scriveva “L’Ape Iblea” sul n. 1 del 1869: “Sembra bensì strano a prima vista, ma non lo è, che i sostenitori del patto sociale e della sovranità del popolo siano poi i negatori più audaci della libertà e i dispotici idolatri del Dio – Stato. Il governo, a guisa di esempio, di natura sua, non ha alcun diritto di entrare nell’istruzione; poiché, non avendo il possesso inammissibile del vero, non ha il diritto alcuno di imporre tal o tutt’altra dottrina. Non così la pensano i moderni liberali, per essi non esistono diritti della famiglia che lo Stato non può violare giammai”.

Facevano eco a tali tesi, le parole pronunciate dal D’Ondes Reggio in Parlamento sulla difesa della libertà di insegnamento: “L’onnipotenza dello Stato fu dottrina pagana abbattuta dal Cristianesimo: nulla di meno è risorta dal secolo XV in qua a scempio della libertà”.

Diritti fittizi, false enunciazioni di libertà senza fondamento di verità, assolutismo contro le antiche e tradizionali costumanze e autonomie, dispotismo ipocritamente autodefinitosi democratico, borghesia rapace, questi erano gli obiettivi polemici della pubblicistica e dei pensatori cattolici siciliani alla fine del primo decennio dell’unificazione italiana, vista e illustrata tale unificazione forzata anche come il trionfo dello stato borghese, della rivoluzione liberale, che assoggettava e livellava i popoli con un governo ritenuto oppressivo.

Vito D’Ondes Reggio nel 1869 e nel 1870 presentò ancora due proposte di legge per la libertà di insegnamento che poteva essere esercitato “da chiunque goda dei diritti civili” (1869). Nel 1870 il 10 maggio nella seconda proposta affermava: “Tutti gli uomini per natura hanno diritto eguale di manifestare i loro pensieri; libero in ciascuno il pensiero e libera la parola. Tutti dunque hanno il diritto eguale di insegnare, che è uno dei modi propri di manifestare i loro pensieri; ed averlo pochi privilegiati per volontà del governo è contrapposto a quei principi, è ingiustizia. E’ una evidente contraddizione”.

Ben lucidamente e senza infingimenti venne così riproposto l’insegnamento Cristiano e del Diritto Naturale in contrapposizione al modello laico e liberale unitarista: “Rispettare, nell’unione di diversi popoli in un solo stato, la divisione etnografica, la configurazione geografica, gli interessi locali. La rivoluzione assorbisce in un tutto fittizio la diversità delle parti; il cristianesimo stabilisce sulle esigenze naturali i mutui rispetti delle parti al tutto e del tutto alle parti. La rivoluzione pretende col suo livello inesorabile uguaglianza effimera ed uniformità innaturale; ilo cristianesimo vuole con la sua equa bilancia l’uguaglianza vera e la verità coordinata. La rivoluzione considera la società come aggregato di molecole con moto impressovi ab estrinseco, cioè dallo Stato; il cristianesimo la riguarda come un organismo, in cui ogni parte ha la sua naturale funzione. La rivoluzione, rinnega i diritti della famiglia e adora il Dio Stato; il Cristianesimo consacra i diritti della paternità e riprova il panteismo sociale. La rivoluzione, con la sua forma democratica, chiama privilegio ciò che è vero diritto delle singole parti, il cristianesimo, mentre rafforza l’autorità dello Stato rispetta i diritti provenienti altronde che dalla associazione politica. La rivoluzione considera come ideale di perfetto civile un tutto enorme che in se compenetra e assorbe le parti, il cristianesimo riguarda l’ordinamento sociale come una federazione di società, delle quali ciascuna ha leggi proprie, vita propria. In una parola quello intende attuare nel modo la forma meccanica e questo difende con la forma organica la vera libertà”.

Come si è potuto leggere,  i principii espressi, travalicarono le stesse questioni immediate – certo ben gravi – , ribadendo le basi organiche di una vera e propria dottrina di una teologia e filosofia politica, di un diritto e di una giustizia a fondamento naturale e perciò ritenuti eterni, sostituiti scientemente con la “volontà dell’uomo che si chiama legge” espressione della rivoluzione accentratrice e dispotica, trionfante in Sicilia e in Italia.

Il modello confederale e organico pareva a tali scrittori della tradizione cattolica il migliore per le fortune del popolo siciliano e in linea con magistero e la dottrina cristiana; un fatale errore – si disse – della rivoluzione borghese era perciò “fondere i popoli, come metalli, in un unico stampo e pur girandoli liberi asservirli per mezzo di grandi incentrazioni amministrative  e politiche, onde facilmente dominarli, ecco il benessere che le sette prepararono alle sette traviate e sedotte. Noi combattiamo anche qui la statolatria”.

La maggioranza cattolica non poteva non schierarsi dalla parte del popolo oppresso, vilipeso e denigrato dai Govone (che, fra l’altro, morirà suicida il 25 gennaio 1872), dagli Albanese e dai Cadorna: “Noi lo amiamo questo buon popolo, e se non ne aduleremo i difetti ed i vizi, ne raccoglieremo le lacrime e ne difenderemo bisogni”, concludeva D’Ondes Reggio.

Scrive opportunamente lo Stabile che “Se questi erano i motivi di fondo della polemica degli intransigenti palermitani, l’attaccamento a Pio IX e la difesa del potere temporale erano il campo in cui continuamente dovevano misurarsi. L’esperienza di vessazioni subite dal clero palermitano, le leggi eversive, il giurisdizionalismo del governo facevano temere il peggio con la fine del potere temporale. Bisognava impedire che a Roma si ripetesse l’esperienza siciliana”.

Non persero l’occasione i governativi, i liberali e gli azionisti, di accusare la Chiesa di oscurantismo, temporalismo e di nostalgia per il passato. Rispose così “L’Ape Iblea”: “Il ritorno del passato lo invocate voi col vostro sgoverno, colle vostre angherie, coi vostri soprusi! Voi, atterrando chiese, distruggendo monasteri e conventi, trattando come bestie monache e frati, insultando il capo di trecento milioni di cattolici, bestemmiando al Santissima religione dei nostri padri…aveva fatto esclamare – Oh! – Che si stava meglio quando si stava peggio…Voi dunque invocate il passato, voi soli siete reazionari! Copritevi la faccia di vergogna, se di vergogna siete capaci”.

Sul tema spinosissimo che prevedeva l’obbligatorietà per i chierici di partecipare al servizio militare, “L’Ape Iblea” pubblicò il 3 giugno 1869 un testo del giovane prete Nunzio Russo, allievo del Canonico Domenico Turano “Come l’amico sacerdote Giacomo Cusmano” protagonista intransigente nella battaglia cattolica negli anni successivi, anche con la direzione del periodico “Letture Domenicali”. A favore dell’esenzione dei chierici il testo di Nunzio Russo fu ripreso perfino dall’Osservatore Romano e da numerosi altri giornali cattolici italiani. Il generale Medici fece subito sequestrare il giornale e ne fu arrestato il gerente.

Le elezioni del 1869 videro poi l’affermazione di Regionisti alle elezioni, appoggiati dai cattolici, specie nella Sicilia occidentale.

Il generale Medici, allarmato, scrisse al Ministero degli Interni: “Nelle chiese, preti fanatici eccitavano le plebi contro i liberali che dicevano nemici di Dio e della Patria … nelle confraternite si congiurava e talune di esse si scioglievano al grido di morte agli eretici, morte ai liberali” (lettera del 10 agosto 1869).

Anche in questo frangente non smise di abbattersi sulla Chiesa la persecuzione governativa: il sacerdote Luigi Di Giovanni fu accusato di essere nemico dell’Italia, ebbero l’ingiunzione di esilio gli ex gesuiti secolarizzati Romano, Orlando e Ferrante, i sacerdoti Fazzone e Faggiani. In carcere furono rinchiusi i sacerdoti Nunzio e Teodoro Russo, poi spediti al domicilio coatto a Monreale e fu sequestrato e poi impedito di pubblicazione il loro giornale. Non mancarono pubbliche minacce ai cattolici provenienti dal giornale ateo-massonico “La luce” che scrisse: “Sappiano essi per ora che non è lontano il giorno che vedremo il loro sangue”.

L’oltraggio alla religione dei padri scuoteva però il popolo e ne acuiva viepiù il malcontento.

Il disagio dei siciliani lo espresse la “La Sicilia Cattolica” nel n.7 del 1869, che additava pubblicamente nelle incarcerazioni, nella scarsa sicurezza nelle strade, nella mancanza di lavoro, nell’aumentato costo della vita, nella leva militare obbligatoria, nella persecuzione contro clero e laici cattolici, nell’immoralità dilagante, insomma, come essi dicevano, una vera e propria “persecuzione a tutto ciò che sentisse di ecclesiastico e di cristiano, avversando la religione del paese”, come scrisse Francesco Maggiore Perni.

Anche nel popoloso centro di Corleone – per fare un esempio trra i tanti, in quel periodo – che si era mostrato nel 1860 e nel 1862 pieno di slancio e di illusioni verso Garibaldi anche con i chierici locali, arrivò l’ondata avversa al governo espressa dai suoi fedeli e sacerdoti, tanto che il sottoprefetto di Corleone scrivendo al Prefetto il 30 settembre 1869, diceva: “Ho dovuto rilevare che la maggioranza di questi sacerdoti è avversa all’attuale Reggimento ed anzi taluno di essi osa manifestare con atti esteriori aperta ostilità al Governo”. Nella missiva veniva rilevato anche che il sacerdote Giuseppe Maria Crescimanno “fu udito a fare pubbliche e scaltre manifestazioni contro il sistema di governo e l’autorità dei suoi rappresentanti”.

Nascevano intanto, agli albori degli ani Settanta dell’Ottocento le Società Operaie alcune di chiara matrice e identità cattolica, altre invece di ispirazione governativa o proto socialiste e anarchiche, unitamente alle associazioni di mestiere e si rafforzavano socialmente le Confraternite sopravvissute.

Il “partito clericale”, scrive il sottoprefetto di Cefalù “ha molta influenza su quella massa oltremodo superstiziosa”, era quella stessa massa che, a Collesano, si rivoltò pubblicamente contro una Società operaia accusata di essere massonica, che venne sostituita a furor di popolo, con una cattolica.

SI fondavano anche scuole dirette da cattolici e colonie agricole, sempre osteggiate peraltro. La grande massa di cattolici italiani, dai vescovi ai preti, al popolo, si mobilitò al fianco di Pio IX anche con raccolta di fondi e petizioni di ossequio e condivisione, di cui si facevano banditori i giornali cattolici siciliani e numerosi intellettuali, fra questi i già ricordato Vincenzo Mortillaro, veemente siciliani sta autore di ben tredici volumi, di apparenti memorie autobiografiche e in realtà documento di una organica dottrina tradizionale cattolica e controrivoluzionaria.

Va notato ancora che nel 1871 si registrarono il 68,8% di analfabeti in Italia a fronte del 74,7% di dieci anni prima. Un calo piuttosto basso. Ma ancora più significativo è quel 10,7% che troviamo analfabeti nel Sud nel 1971 a fronte di 1,6% al Nord. Un divario impressionante ed eloquente.

Il Concilio e la sua successiva sospensione a seguito della presa di Roma il 20 settembre 1870, ebbe ripercussioni in Sicilia: “L’Ape Iblea” del 18 ottobre scrisse di Pio IX ilo Grande in catene, aumentarono le processioni religiose come devozione e segno di sfida, tanto che il 5 ottobre, dopo una scossa di terremoto interpretata come segno del castigo divino, la statua dell’ Ecce Homo della chiesa della Mercede al Molo, riunì migliaia di fedeli e a Via Toledo la truppa sbarrò il passo alla folla caricando violentemente con le baionette. Furono arrestati il sacerdote Giuseppe Orlando e il direttore de “L’Ape Iblea” Sebastiano Bruno. Scontri avvennero anche a Misilmeri, Bisacquino e Mezzojuso. Tali avvenimenti e rivolgimenti epocali fecero aprire un nuovo scenario sociale anche per il cattolicesimo in Sicilia, con sullo sfondo il magistero intransigente di Papa Pio IX e dei suoi successori, rinchiusisi volontariamente in Vaticano, formalmente fino all’11 febbraio 1929.

Con la fine dello Stato Pontificio si chiudeva una storia durata ben nove secoli al servizio della missione cattolica, senza i condizionamenti di un potere dichiaratamente laicista che governava già da dieci anni nel Regno d’Italia. Trent’anni dopo Porta Pia, Leone XIII prenderà atto che “la rapina della civile sovranità fu compiuta per abbattere a poco a poco la stessa spirituale podestà del capo della Chiesa”.

Pio XII, nell’Enciclica Summi Pontificatus del 20 ottobre 1939, scrisse della  “diletta Italia mercè la provvidenziale opera dei Patti Lateranensi”, dai quali “ebbe felice inizio, come aurora di tranquillità e fraterna unione di animi innanzi ai sacri altari e nel consorzio civile la pace di Cristo restituita all’Italia” e , finalmente, dopo sessanta anni si pervenne alla pace e alla legittimità statuale per l’Italia, con la conseguente indipendenza per il piccolo ma universale Stato della Città del Vaticano.

La via non fu certamente agevole: il dramma delle guerre, le assurde leggi razziali, il processo di secolarizzazione, i totalitarismi del XX secolo, come profeticamente indicato dai cattolici e dai tradizionalisti anche siciliani dell’ Ottocento, sarebbe giunto a vaste e quasi irreparabili posizioni, su cui l’evidenza e le ragioni impongono la più accorta riflessione.

Resta però significativo il fatto che, malgrado gli scritti sempre durissimi e gli anatemi, questi sì, di anticlericali vecchie nuovi, Pio IX sarà beatificato da Giovanni Paolo II.

Forse un risarcimento, simbolico e morale, oltre che spirituale, insperato per chi aveva plaudito e difeso Pio IX, il Pontefice della resistenza di tutta la Chiesa Cattolica del tempo, l’intransigente alfiere della lotta agli errori rivoluzionari della modernità e delle sette gnostiche, colui che scomunicò Vittorio Emanuele II (preconizzandogli che non avrebbe visto sul trono il suo quarto successore) e Cavour non cedette alla violenza, all’aggressione e a l sopruso della conquista di Roma, in nome della libertas ecclesiae e non certo della semplice potestà su un territorio.

Fanno riflettere gli antichi moniti, dunque, e dovrebbero, piuttosto, mobilitarsi gli spiriti e l’azione dei cristiani,degli uomini liberi e di buona volontà, per quanto avviene in molte, troppe parti del mondo contro la Chiesa Cattolica, ancora oggi: persecuzioni, omicidi di preti, monache, religiosi e laici, mancanza di libertà religiosa, aggressività di altre denominazioni religiose fondamentaliste. “105.000 cristiani all’anno sono uccisi a causa della loro fede. La cifra non comprende le vittime di guerre civili o tra nazioni ma solo i veri e propri martiri, messi a morte perché cristiani”, come si è affermato alla “Conferenza Internazionale sul dialogo interreligioso fra cristiani, ebrei e musulmani”, svoltosi a Gadollo (cfr. “Il Timone”, Milano, luglio – agosto 2011).

Una vera dolorosa cristiano fobia come ha affermato Benedetto XVI.

Malgrado dialoghi e aperture, la Chiesa è ancora, comunque, dileggiata, offesa, perseguitata (anche a causa di non pochi chierici infedeli e di alcune errate dottrine).

Dalla Rivoluzione Francese a Napoleone, dal così detto Risorgimento italiano ed europeo alle dittature rosse dei gulag sovietici e dei campi di lavoro cinesi, dagli stermini nazisti al fondamentalismo violento, all’odierna dittatura finanziaria mondiali sta, il filo della menzogna e del silenzio malgrado tutti i “liberali” del mondo, è il risultato, anche questo, di una modernità nichilista che, uccidendo la legittimità politica, il senso comune, l’ordine sociale e la sacralità della fede, attenta al cuore e all’integrità naturale e morale dell’uomo, ben oltre le pur nodali questioni risorgimentali.

Resta questo, allora, il compito primario della testimonianza politico – sociale e dell’azione intellettuale: la costante ricerca del vero, la controinformazione e la rettificazione storica, una filosofia della storia libera del conformismo, la formazione delle coscienze nell’autentica libertà e l’attuazione nella sfera civile e popolare, di un deposito, comunque, vivo della Tradizione, che va rinvigorito con l’opera degli uomini liberi, responsabili, di buona volontà e proiettato nel futuro, per una necessaria Rinascenza del Sud e dell’Italia intera.

 

 

 

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