Capitolo X

(ParteV)

Oltre ai giornali quali “L’Ape Iblea” (1869 – 1871) “Sicilia Cattolica” (1869 – 1904), “Religione e Patria”, nacquero altri fogli intransigenti fra cui “Il fuoco dell’Etna”, nel giugno 1870, più volte sequestrato dalla Questura di Albanese e il cui giovane direttore, Michelangelo Civiletti, fu perseguitato e addirittura arrestato il 15 gennaio 1871.

Nel periodo della proclamazione del Vaticano I del dogma dell’infallibilità pontificia, questo giornale scriverà: “Oggi il buffone e ipocrita di Caprera ha giurato solennemente di annientare la sede pontificia, facendo sentire ai suoi empi compagni che il Papato è un cancro”. I giovani cattolici sotto il motto di “Preghiera, Azione, Sacrificio” vi si opposero manifestando così la loro pubblica testimonianza e fedeltà al Papa e al Sillabo.

La nascita in quegli anni dell’associazionismo cattolico mirò a difendere la residua libertà della Chiesa, la fede contro il crescente razionalismo e il naturalismo dalle idee, dalle pretese egemoniche e oppressive dello stato “liberale”.

Si erano intanto abolite da parte pontificia, le secolari peculiarità autonome della Legazia Apostolica in Sicilia.

Ai giornali sunnominati vanno aggiunti, nel decennio in esame sul fronte cattolico, conservatore e regioni sta queste altre testate principali: “L’Ortodosso”, filo borbonico; “La Verità cattolica” di Agrigento; “Buon senso” di Modica, “Il Cattolico” di Catania;  “Monitore religioso” di Piazza Armerina; “La Luce Vera” di Noto; “Palestra” di Caltagirone; “La Tromba sicana” e “ La Campana” di Caltanissetta; “Parola Cattolica” di Messina; “Il vero cattolico” di Siracusa; “Il tempo” e “Il propagatore del regno di Gesù Cristo” di Sciacca.

E’ significativo ricordare, inoltre, quanto scrisse nell’aprile 1867 il Vescovo di Orleans Mons. Felice Dupanloup ai redattori de “La Tromba nissena”: “Voi scrivete in un paese assai turbato e in tempi assai scellerati. E la lotta non vi è tanto facile; i nemici sono numerosi, i pericoli ciascun giorno crescenti, e la libertà di scrivere per voi piccola e precari<a. Marciate, signori, con coraggio. La Causa che voi sostenete è santa; difendetela con moderazione, con prudenza, e con invincibile energia”.

Già nel 1848, a Palermo, il celebre gesuita tradizionalista Luigi Taparelli D’Azeglio, che scrisse fra l’altro il saggio La libertà tirannia, per difendere l’autonomia e i diritti della Chiesa in clima rivoluzionario, aveva redatto un Programma per l’istituzione di un comitato per gli interessi della Chiesa in Sicilia, e va ricordata ancora la figura di Melchiorre Galeotti, professore e sacerdote, in contatto diretto e collaboratore del giornale “Il Conservatore” animato da Eugenio Alberi e dal Casoni, il quale fondò nel 1864 “L’Associazione Cattolica di S. Francesco di Sales”, il cui primo direttore diocesano fu Giacomo meli, sacerdote nato a Bronte nel 1805 e morto nel 1872, che fu arrestato con la scusa di cospirazione nel 1867.

Al Galeotti, autore (che volle pubblicarsi anonimo), di due fondamentali tomi su L’Episcopato e la Rivoluzione in Italia (Mondovì 1867) Papa Pio IX inviò una lettera di sostegno il 28 giugno 1866.

L’estate di quell’anno – che, ricordiamo, annunciò il settembre del Sette e mezzo palermitano – dice Stabile, “si dimostrò calda non solo per la guerra, ma anche perché andò in vigore la legge crispina sui sospetti che comminava il domicilio coatto agli oziosi, vagabondi, camorristi e a tutte le persone ritenute sospette tra cui quelli per cui si aveva fondato motivo di ritenere che adoperassero per restituire l’antico stato di cose, e per nuocere in qualunque modo all’Unità d’Italia e alle sue libere istituzioni. Il giornale “L’Amico della Religione”, pur con molta moderazione, attaccò questa legge che consegnava all’arbitrio della polizia o alle vendette dei delatori e delle spie, chiunque avesse fatto un apprezzamento poco entusiasta del nuovo regime. Soprattutto fu aperta la strada a nuove vessazioni contro il clero e i giornali cattolici. (…) Ad Agrigento vennero incarcerati Lorenzo da Bivona cappuccino di settant’anni instancabile missionario e Pietro Lucido Arciprede di Alessandria della Rocca. A Misilmeri vennero arrestati il vecchio arciprete e due altri sacerdoti.

Sospesero le pubblicazioni due giornali cattolici “Il Tempo” di Sciacca, diretto dal cappuccino di Sciacca, e la rivista agrigentina “La Verità cattolica”. Anche “L’Amico della Religione” si trovò in difficoltà e, per non lasciarsi sequestrare, riportava articoli tratti da altri giornali cattolici del Nord, che se fossero stati prima pubblicati a Palermo avrebbero provocato il sequestro”.

La legge 7 luglio 1866 di soppressione degli Ordini e delle Congregazioni religiose fece scrivere sulle colonne de “L’Amico della Religione”: “Oggi tutto cede al gran principio dell’attività, del profitto, del tornaconto. L’imparzialità del secolo è finita, è finito il tempo delle tenebre…ormai tutto si fa chiaro, il governo distrugge la religione e poi chiede l’unità della patria”.

Il clero zelante diventava intransigente (giusta definizione di Stabile) alla luce degli avvenimenti e delle idee anticristiane messe in atto dal governo, trovò anche fra il clero più tiepido una convergenza, un fronte vasto che emarginò il clero cattolico – librale, sicuramente numericamente  minoritario.

Epoca delle corbellerie era il 1866 per “L’Amico della religione” (n. 34), “tempo della società, ma non per i monaci”. E’ tempo della libertà per i luterani, deisti, atei, turchi, ebrei, ma non per i monaci. Falso il liberalismo, falsa libera chiesa in libero stato”. Il giornale venne sequestrato.

A fianco di Pio IX e per l’attuazione delle sue Encicliche Quanta cura e del Sillabo, nacquero la “Società del catechismo” e la “Sacra Alleanza all’altare di sacerdoti della Sicilia”, che fecero sottoscrivere, nell’occasione del Giubileo dell’ordinazione sacerdotale di Pio IX, un indirizzo di fedeltà e impegno per il Papa, firmato da 5000 sacerdoti siciliani, e ispirato da Melchiorre Galeotti (in esilio a Roma) e sostenuto da “L’Ape Iblea”, giornale autodefinitosi Sillabista e nato, come già ricordato, nel 1868. Anche in tali casi di ortodossia cattolica così audacemente praticata, non mancarono clamorosi atti repressivi, come la chiusura della Villa Filippina di Palermo sede della “Congregazione dell’Oratorio” diretta dal sacerdote Giuseppe Girgenti.

Dopo un articolo de “L’Ape Iblea” contro Garibaldi, il giornale fu sequestrato e bruciato da facinorosi in piazza; vennero arrestate 21 persone, accusate di cospirazione. I Sacerdoti Sebastiano Bruno e Vincenzo Renna il 20 gennaio 1869 ricevettero un plauso e sostegno per le coraggiose testimonianze, con uno scritto direttamente vergato dal Papa Pio IX.

L’intransigenza radicale sulla fede e sui principi del clero siciliano, specie della parte occidentale dell’isola,  fu sostenuta apertamente da Michelangelo Celesia, vescovo di patti e poi di Palermo, che scrisse, fra l’altro, nel 1869 un testo assai esplicito dal titolo Sul naturalismo moderno. Istruzione pastorale al clero e al popolo nonché dai vescovi Naselli (Palermo), Guttadauro (Caltanissetta), Ideo (Lipari). Anche l’opposizione nei confronti della politica repressiva e anticlericale, quando più esplicitamente anticattolica dei governi, non si limitò al piano della denuncia sociale e alla resistenza alle vessazioni scaturite dalle cancellazioni degli ordini religiosi e dalla proibizione delle pie pratiche (fu perfino vietato di suonare le campane in quegli anni e dal 1867 le chiese dovettero chiudere dopo l’ Ave Maria; fu vietato ai frati di portare il saio; si distrussero molte edicole votive). Si riuscì comunque in quegli anni, a costruire una dottrina contro la rivoluzione dei principi imperanti, con l’egemonia prima ideologica di garibaldini, massoni, repubblicani, e poi contro la concreta e ferrea esecutività poliziesca attuata dal governo centrale in Sicilia.

Tale dottrina non solo sosteneva apertamente Il Sillabo (“accettiamo tutto dal primo articolo della dottrina cristiana all’ultima proposizione del Sillabo),  ma passava ad affermare e difendere il valore della religione anche “perché ne abbiamo il diritto e il dovere sociale, principio vivo d’azione”.

Gli argomenti usati contro il naturalismo, l’ateismo di stato e l’anticlericalismo, portarono ovviamente i redattori de “L’Ape Iblea” a condannare il liberalismo che, secondo redattori e animatori del foglio, riduceva la religione al massimo ad un fato privato, senza alcuna incidenza e valenza da far valere nella società, sostenevano.

La statolatria, il centralismo esasperato ed esasperante, la persecuzione della religione non erano, quindi, fatti contingenti, ma vera e propria ideologia di Stato eretta a sistema.

Rifiutare l’assolutismo monarchico e rivoluzionario, per i cattolici siciliani, significava così richiamare la loro derivazione da Hobbes della Riforma Protestante. Che si chiama  Stato o Umanità, i difensori di questa idea assolutistica erano anche di chiara derivazione della filosofia di Hegel, che innalzava a divinità lo Stato, sacrificando “il concreto all’astratto, il reale all’ideale… Poco conta dei diritti individuali nei confronti dello Stato. Questo principio annullatore dell’individuo fece gli schiavi e gli idioti,ma fu condannato da Gesù Cristo, dal cristianesimo, perché Cristo morì per tutti, per ciascuno. Il cristianesimo sostituì al culto dello Stato quello di Dio ed instaurò la legge dell’amore”.

Il rifiuto dell’assolutismo, che è patyrimoni8o comune del vero pensiero tradizionale cattolico, era così anche il rifiuto dello Stato Etico, del “ Dio Stato” settecentesco e rivoluzionario, che produsse il giacobinismo, misto di “terrore” e dispotismo, con forti contorni di rigido moralismo di origine calvinista.

Modello restava la monarchia cristiana medioevale, che “fu sempre temperata da elementi organici” come scrissero testualmente i cattolici siciliani sulla loro stampa.

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