Capitolo X

(Parte IV)

 

E’ proprio con il 1870 il compimento della cosiddetta Unità, (Noi volevamo l’unificazione non l’Unità disse a tal proposito D’Ondes Reggio), con Roma capitale: la Terza Roma agognata da anticlericali, atei, massoni, liberali, socialisti azionisti, mazziniani, che doveva finalmente sostituire la Roma dei Cesari e la Roma dei Papi.

In Sicilia e nel Meridione cominciò allora un vero e proprio esodo biblico con l’emigrazione di massa verso terre lontane, non sempre ospitali. Una politica dissennata, una gestione clientelare del potere segnato da scandali (celebre quello della Banca Romana), dall’alternarsi della cosiddetta Destra con la Sinistra al governo, che aggravarono vieppiù le condizioni ed economiche del Sud e della Sicilia. Le cifre dell’esodo migratorio sono di per sé eloquenti e non hanno da rapportarsi minimamente a ciò che rappresentava prima del 1860 il fenomeno dell’emigrazione, certamente e statisticamente compreso in numeri bassissimi.

Dal 1870 al 1914 abbandonarono la Sicilia per terre lontane, oltre 1.500.000 siciliani, metà verso gli Stati Uniti, l’Argentina, il Brasile e gli altri in alcuni stati europei e perfino in Romania e in Tunisia, come ha dimostrato con ampia documentazione Enzo Tartamella.

Se l’albero va giudicato dai frutti, l’emigrazione sicuramente fu uno dei più amari, vissuto con dignità e autentica civiltà da chi lascava gli affetti, la famiglia, la terra natia, per nuove realtà lontanissime dalla propria.

Uno sradicamento in tutti i sensi.

Eppure, anche da lontano, la laboriosità e il risparmio consentirono rimesse copiose alle famiglie rimaste in patria. Paradossalmente svuotatisi i paesi dalle migliori energie si diede così nuovo ossigeno alle finanze asfittiche della nuova Italia.

Mentre qualcuno ballava e rideva negli sfarzi di una supposta felicissima Sicilia sfavillante di liberty chi restava viveva peggio di prima e chi partiva, emigrando, rischiava anche l’arruolamento (come avvenne in non pochi casi) nella malavita, specie americana.

La mafia come noi l’abbiamo drammaticamente vissuta in 150 anni è perciò la combinazione di questi complessi fattori e proprio all’indomani dell’Unità in Sicilia (e in tutto il Meridione) essa si manifestò e si organizzò come fenomeno criminale, con ben diversa dimensione rispetto alle bande che pure infestavano le campagne prima dell’unificazione.

Secondo un autorevole filosofo della politica e della storia, Piero Vassallo, l’impresa risorgimentale fu, in sostanza, il proseguimento della discesa in Italia dei saccheggiatori giacobini e della loro rivoluzionaria aspirazione a devastare la Chiesa Cattolica, e perseguitare la maggioranza cattolica e a sequestrare i beni che l’autorità ecclesiastica usava per assistere gli indigenti e i malati.

Bisogna a questo punto, facendo luce su queste affermazioni, e dopo il rapido excursus storico, verificare più da vicino l’azione e la reazione di buona parte delle gerarchie cattoliche siciliane e di gran parte del clero, le prese di posizione pubblicistiche e le lotte che caratterizzarono le posizioni conservatrici, legittimiste, intransigenti e/o zelanti dei cattolici (ottima l’esposizione su tali termini che ci dà Francesco Michele Stabile, nella sua ricca e documentata opera Il Clero palermitano nel primo decennio nell’Unità d’Italia (1860 – 1870), Palermo, 1978).

Va tenuto conto anche che una piccola parte del clero si schierò su posizioni di cattolicesimo liberale e unitarista in polemica con il Concilio Ecumenico Vaticano I, voluto da Pio IX – come vedremo – per combattere gli errori moderni, con la dichiarazione fondante sull’infallibilità papale in materia dogmatica e di fede.

L’ atteggiamento delle autorità governative in Sicilia nel decennio esaminato in questo libro fu sempre e costantemente ispirato dal centralismo dei governi susseguitisi a Torino e Firenze, in senso apertamente anti clericale.

Abbiamo già notato nella vicenda del tempo post unitario Siciliano, i divieti a feste e processioni religiose, riti tanto radicati nelle tradizioni e nella religiosità del popolo a cui si aggiunsero gli arresti di esponenti cattolici, di collaboratori dei giornali clericali e la conseguente chiara presa di posizione  a difesa dei diritti  della Chiesa e dei cattolici,di uomini politici e pensatori e fra questi, in prima fila, D’Ondes Reggio e Vincenzo Mortillaro, che animò anche i fogli combattivi “Il Presente” e “L’Inaspettato”, i sacerdoti Nunzio Russo e Melchiorre Galeotti, Antonio Palomes (1840 – 1914).

Si pensi che persino il giorno festivo “si vedeva anzi come un intralcio all’economia (…). Gli intransigenti passarono al contrattacco incoraggiando i genitori cattolici a non mandare i figli a scuola nei giorni di precetto soppressi dal governo” (F.M. Stabile) e inoltre aumentarono le pratiche delle bestemmie specie di soldati presenti nell’Isola e provenienti da varie zone d’Italia che si univano all’anticlericalismo di “Garibaldini e dei democratici della seconda ora, risentivi di temi illuministici, giacobini, anticristiani, massonici”.

A dar man forte a questa tendenza si schierò buona parte della nuova borghesia e della nobiltà già insediatasi in posti di potere nonché l’intellettualità che considerava la religiosità come una grande forma di superstizione, ignoranza e sottosviluppo da estirpare con l’istruzione laica obbligatoria.

Il clero reagì. Innumerevoli furono i casi di parroci di paese impegnati sul pinao della ostentazione pubblica dei principii e delle pratiche religiose, delle sacre devozioni, della formazione dei giovani, della diffusione di iconografia (santini e immaginette), di stampa periodica e nella riorganizzazione di Confraternite e Terzi ordini Secolari. Opera forse oscura che gli storici togati e intellettuali conformisti non rivelarono come fondamentale resistenza al male che tentava di corrodere il deposito sacro della tradizione del popolo, in nome di astratti principi e di innaturali furori, eredi diretti di un razionalismo laicista erede dei principii del 1789.

Fu attaccata la profondità comunitaria dello spirito religioso  del senso del sacro quotidiano, che, invece, si codificava nei cicli liturgici dell’anno, cui la stessa vita e il sentire dei credenti laici, si rifaceva.

Sui muri dell’ Albergheria di Palermo si poteva allora leggere: “Ad onta dei protestanti Viva Maria SS.ma del Carmelo, Viva Iddio Creatore”, mentre le chiese, già espropriate o ancora aperte al cult, venivano usate per seggi elettorali e per le necessità delle truppe militari.

Già dal 1860 per altro vigeva la proibizione assoluta della predicazione nelle strade, ma tanti sacerdoti, aiutati da laici, sfidarono una tale proibizione.

Vennero così sventrati inoltre interi quartieri e vennero rasi al suolo numerosi monasteri per far posto a teatri borghesie alla speculazione edilizia che, specie a Palermo, annunciava la grande e perversa avventura della mafia del cemento. “La mancanza di ispirazione morale – continua lo Stabile – impoverì la vita politica e sociale in uno strumento clientelare e trasformista”.

Si creavano tuttavia nelle città e nei paesi siciliani, gli Oratori diretti appunto dai Padri detti Oratoriani che, dopo la soppressione della Compagnia di Gesù, evangelizzarono creando spirito comunitario e cristiano fra i giovani.

A Palermo il giovane prete zelante Angelo Serio fondò il giornale “L’amico della Religione” nel 1865 che, dice Stabile “si rivolgeva direttamente al popolo e non agli intellettuali o alla borghesia”.

A questa opera, meritoriamente si dedicarono anche i seguaci di San Giovanni Bosco ovvero i “Salesiani”, i giornali laicisti e anticlericali si opposero violentemente attaccando i merlotti dell’Oratorio, definendoli seguaci di “una stupidità ignorante, ridicolosità ascetica, buffoneria cattolica”.

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