Capitolo X

(Parte III)

 

Come abbiamo potuto notare nell’ampia citazione e nel quadro riassuntivo proposta da Salvatore Cucinotta, la situazione si era fatta veramente drammatica,  esplosiva in Sicilia.

Anche nei monasteri femminili, (ne esistevano, nel 1866, 242 di undici  Ordini Religiosi diversi), la situazione precipitò e alle vendite all’asta  dei monasteri e dei terreni, si sommarono le soppressioni di altri numerosi Enti Ecclesiali, Collegi, specie di gesuiti, e dei numerosi Collegi di Maria che svolgevano una preziosa a volte insostituibile funzione educativa e religiosa specie nei piccoli centri della Sicilia.

Sfuggì al rigore dello Stato, L’Opera benemerita del Sacerdote Giacomo Cusmano, che nel 1867 fondò l’Opera denominata “Società dei Missionari sotto il nome dei Servi dei Poveri” comunemente ricordata come il “Boccone del Povero”, che avrà anche una congregazione Femminile fondata dalla sorella del Cusmano,  Vincenzina, e una Associazione laicale, perno dell’azione sociale. Svolgerà opera di supplenza fondamentale in Sicilia il Cusmano a favore dei poveri con le fondazioni di numerose case e colonie agricole, come ampiamente e compiutamente documentato nei tanti studi di Maria Teresa Falzone.

Al Cusmano, sempre in Sicilia, va affiancata la figura di Nunzio Russo, un sacerdote che fondò, contro la crescente propaganda e il proselitismo di massoni e protestanti la Congregazione di S. Francesco di Sales. Nel decennio successivo all’ Unità arriveranno, infatti, i col portori evangelici che costruiranno locali di culto appartenenti a molte denominazioni evangeliche.

Aumentarono, inoltre, le logge massoniche e la loro influenza ebbe contorni realmente egemonici nell’ambito politico – amministrativo e finanziario.

Le Confraternite dipendevano, ora, dalle Deputazioni Provinciali e non più dal Vescovo, ,mentre i Monti di Pietà dipendevano direttamente dal Governo. Gli ospedali fondati e gestiti da religiosi anch’essi verranno gestiti dalle Province.

Una dolorosa diaspora colpirà i religiosi, costretti a ritornare  a casa, in condizioni economiche spesso assai precarie, mentre lo Stato guadagnerà solo in Sicilia nel periodo 1867 – 1947, 12.278.950 lire sulle aggiudicazioni dovute alle aste di 48.621.659 lire.

La formula nota, apparentemente libertaria, del Cavour “Libera Chiesa in Libero Stato” – fra l’altro non sua, ma di origine elvetica come hanno dimostrato gli studi del Ruffini e di Passerin d’Entreves – non solo fu ipocrita, ma falsata nell’azione di governi che ne continuarono l’opera.

La vendita dei beni ecclesiastici, (compresi oggetti d’arte sacra, in buona parte trafugati al momento dell’incameramento), aumentò la grande proprietà edilizia e terriera dei ricchi agrari e dei nuovi borghesi e frastagliò la proprietà di terreni poco redditizi.

I poveri, sempre più poveri, andranno ad ingrossare le fila dei soldati con la leva obbligatoria, ma chi se lo poteva permettere pagava, ai sensi di legge, e veniva dispensato (come il Verga che pagò allo Stato 3.100 lire per essere esentato).

Per questo il popolo diceva “Meglio porco che soldato”.

Il progetto laicista e anticattolico si applicava così scientificamente, anticipando lo statalismo autoritario e quanto ben più gravemente per cui che sarebbe avvenuto in Unione Sovietica, in Cina e in Corea con le “rivoluzioni culturali”.

Va rilevato, in questo quadro, che “l’ostinazione di Pio IX a non volere cedere il potere temporale fu dovuta sì alla necessità di un presidio politico della Cattedra di Pietro, ma anche e sopratutto al dovere di tutelare diritti su cose e persone che non erano originariamente della Santa Sede ma a lui si erano affidati e non potevano essere alienati” (Oscar Sanguinetti).

L’obiettivo era “Azzerare quel tessuto socio – religioso che per secoli, in unità di libero e gratuito sevizio, aveva unito il laicato e il mondo religioso per cui, con le soppressioni, in Sicilia non vi è più storia della Chiesa come storia della società” (Cucinotta).

Ebbero così ragione quei pochi, liberi e coraggiosi deputati, che denunciarono con parole di fuoco la situazione dispotica in cui si trovò l’intero paese e la Sicilia in particolare.

Leggiamole alcune di queste espressioni di dissenso: “Brama leonina dello Stato di arrogare a se’ tutte le cose divine e umane” (Mauro); “Lo Stato vuole mettere la divisa anche alle anime, il colmo del dispotismo” (Cesare Cantù); “Stato poliziesco, governo dispotico” (D’Ondes Reggio); “Gli atti del Governo in Sicilia hanno l’impronta della barbarie” (Mordini).

Perfino lord Lennox, al Parlamento inglese, dichiarò: “Non c’è storia più iniqua di quella dei Piemontesi nell’occupazione dell’Italia meridionale… si era promesso prosperità e pace con l’unità, invece ebbero le prigioni ripiene, la nazionalità schiacciata… carcerazioni; 130.000 baionette piemontesi formano la suprema legge di salute pubblica; le arbitrarie deportazioni, ossia i domicili coatti”.

L’epilogo della presa di Roma, si diceva, seguirà il compimento di un processo dissolutivo ed eversivo, che aveva ben presente l’avversario da abbattere o ridurre all’impotenza e al silenzio: la Chiesa di Roma  e l’Ordine Tradizionale.

Dopo la fine dei Regni preunitari dipinti (anche da chi come Cavour, mai aveva messo piede nel Sud) come le terre delle superstizioni, dell’incultura e delle barbarie, anche il Papato dovette cedere così la sua quota di libertà, di indipendenza e di sovranità a garanzia di tutta la Chiesa, che soltanto il Concordato del 1929 sanerà in buona parte e che la Chiesa definirà come “provvidenziale”.

Già nel 1861 Pio IX nell’Allocuzione nel Concistoro segreto parlò di “vandalica spoliazione” riferendosi alla conquista delle Marche e dell’Umbria. “Essi verrebbero – affermò il Papa – che dichiarassimo formalmente di cedere il libera proprietà degli usurpatori le province del Nostro Stato Pontificio (…) vorrebbero che questa Apostolica Sede sancisca che la cosa ingiustamente e violentemente rubata può tranquillamente e onestamente possedersi dall’iniquo aggressore; e così si stabilisca il falso principio che la fortunata ingiustizia del fatto non reca alcun danno alla santità del diritto”.

Come già detto solo due deputati si dimisero dal Parlamento poco rima e subito dopo la conquista di Roma. Furono i siciliani Emerico Amari e Vito D’Ondes Reggio appunto nel 1870.

Toccò però ad un altro siciliano dichiarare il venti settembre “festa civile” e nazionale, questi fu Francesco Crispi, che sarà un protagonista della vita governativa del Regno d’Italia e uno di quei campioni del trasformismo, cancro della Sicilia e dell’Italia intera fino ad oggi.

 

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