Capitolo X

(Parte II)

 

Il 18 maggio 1861, il Ministro della Guerra, Fanti, fu promotore della legge sull’ “Occupazione temporanee di case religiose ove lo richieda il servizio militare”. Fu l’occasione questa per una indiretta soppressione e per l’occupazione di conventi, opere, scuole religiose e monasteri anche in Sicilia.

Il progetto fu approvato con 156 voti favorevoli e 46 contrari, definitivamente il 22 dicembre 1861, con la clausola di un modesto indennizzo a carico dello Stato per i religiosi estromessi. I frati saranno costretti a vivere in una sorta di domicilio coatto molti dovranno lasciare i conventi, riducendosi allo stato laicale.

Al solito, la reazione di D’Ondes Reggio sarà puntuale sull’argomento spinoso, non mancherà di dichiarare: “Si è occupato per occupare, per desiderio di vessare e di perseguitare…noi siciliani siamo cattolici e vogliamo che sia rispettata la nostra religione, è nostro diritto e nostro dovere” e ancora: “Lo Stato si appropria dei beni siciliani; incomincia la spoliazione (…). Si perseguitano innocenti, si condannano alla miseria persone laboriose”; e rivolgendosi al governo, D’Ondes Reggio affermava: “Voi spogliate la Sicilia dei suoi beni. Voi, o ministri, siete la immagine fedele della estrema confusione in cui si ravvolge lo Stato”.

Il governo tornò alla carica il 24 ottobre 1864, con un progetto di legge del Ministro delle Finanze, in un solo articolo: “Sono prorogate fino all’1 luglio 1866 le disposizioni della legge 22 dicembre 1861 per l’occupazione delle case dele corporazioni religiose”, tale legge fu approvata con 180 voti favorevoli contro 53 contrari, fra cui quello di cesare Cantù, il più autorevole esponente del mondo cattolico.

Le case religiose requisite in Sicilia dal 1862 al 1864, a fronte della legge 22 dicembre 1861 furono 65. Fino al 1914 verranno ceduti a Comuni e Provincia ben oltre 657 fra conventi e monasteri.

Il 18 gennaio 1864 il Ministro di Grazia, Giustizia e Culti Giueseppe Pisanelli – Presidente del Consiglio e Ministro delle Finanze Marco Minghetti – presentò un progetto di legge in 37 articoli sulla soppressione delle Corporazioni Religiose e sulla liquidazione dell’asse ecclesiastico.

Il progetto però non fu discusso al Parlamento.

Nuovo progetto di soppressione fu quello di Vacca e Sella, che lo presentarono con la intitolazione: “Incamerare i beni delle Corporazioni religiose onde variare il bilancio dello Stato”.

Anche questo progetto venne accantonato, ma una Commissione presieduta dal Ricasoli, il 7 febbraio 1865, ne presentò un altro ancora più asproc che, fra l’altro, prevedeva la vendita dei beni della Chiesa da parte dello Stato. Anche questa proposta venne ritirata, avendo suscitato tumulti in Parlamento specie grazie agli interventi contrari di Gregorio Ugdulena, D’Ondes Reggio e di Crispi che parlò, in quel caso, di una supplenza sociale operata da parte della Chiesa con opere benefiche.

Il deputato Don Compagni affermerà, inoltre, un solenne: “Noi no siamo i figli della Rivoluzione Francese”.

Sciolto il Parlamento, si proposero le questioni dell’incameramento dei beni ecclesiastici già nella prima seduta del nuovo, il 18 novembre 1865.

Il 1866 fu l’anno decisivo per la legge eversiva.

In Sicilia col nuovo censimento dello Stato Unitario si accertò che il clero secolare era formato da 8.822 unità su una popolazione di 2.392.414 abitanti: un ecclesiastico ogni 271 abitanti oltre 6875 monaci e 8968 monache, per un religioso ogni 348 abitanti.

Dal computo i Gesuiti e i Redentoristi espulsi nel 1860.

Bisognava “colpire al cuore la reazione clericale” come disse il deputato siciliano di Ciminna, La Porta. Si esaminarono così, i vari progetti di legge da deliberare.

D’Ondes intervenne in dissenso ripetutamente nella discussione parlamentare, così fecero i deputati, Mauro, Majorana Calatabiano di S. Donato, Cordova. A favore della legge si distinse il Guerrazzi che affermò: “Se la soppressione non si fa per la legge, la farà la rivoluzione…nel sangue sdrucciolano ministri e monarchie”; il Crispi, stavolta nei suoi abiti autentici, rincarò: “Il cattolicesimo ha fatto il suo tempo…il cattolicesimo finirà…colla distruzione dei frati, l’Italia si avvierà alla conquista della libertà di coscienza, ma bisogna ben presto”.

Il 19 giugno 1866 la legge venne approvata alla Camera con 179 voti favorevoli, 45 contrari e 1 astenuto. Il 28 giugno passerà al Senato senza modifiche per essere pubblicata il 7 luglio 1866 con il numero 3036.

A settembre, a Palermo, scoppiò la rivolta del “Sette e mezzo” come abbiamo visto, e certamente le soppressioni dell’asse ecclesiastico furono elementi determinanti insieme all’insoddisfazione nei confronti del governo centrale, alla mancanza di lavoro, agli arresti e al domicilio coatto che ebbero, quindi, un gran peso insieme alle trame di borbonici, cattolici e repubblicani dissidenti rispetto alle direttive di Mazzini.

La crisi finanziaria dello Stato  fu tuttavia evidente e gravissima. La legge successiva del 15 agosto 1867 n. 3848, darà l’imprimatur definitivo, malgrado ancora la veemente opposizione di un pugno di deputati (58 i contrari alla votazione finale su ben 272 favorevoli). Si distinsero contro la legge i deputati Toscanelli (“non mi si vuol far parlare, perché in Italia esiste un governo assoluto”) Majorana Calatabiano, docente all’Università di Messina, Bortolucci, Boncompagni, Catucci, Napoli, Francesco Ferrara, noto economista siciliano e, come sempre impavido, D’Ondes Reggio.

Come scrive il Cucinotta: “Con le due leggi, 7 luglio 1866 e 15 agosto 1867, calpestati i princìpi del diritto naturale dello Statuto e del Codice Civile, fu operata una riforma della Chiesa riducibile a : I religiosi sono cacciati dai conventi e i loro beni, immobili e mobili, incamerati dallo Stato. Trattasi di conventi maschili, monasteri femminili, case religiose regolari e secolari, conservatori e ritiri, che comportano vita comune e con carattere ecclesiastico. In una parola cancellati tutti gli Ordini e le congregazioni religiose.

Sono altresì soppressi colleggiate, comunie, cappellanie senza cura d’anime, abazie e priorati, tutti i benefici senza cura d’animo, legati pii, benefici e cappellanie di patronato regio e laicale, cioè tutte le istituzioni ecclesiastiche con carattere di perpetuità sotto qualsiasi denominazione. I loro beni vanno al demanio.

Enti conservati, ma con obbligo di conversione dei beni immobili in rendita pubblica (vescovati, seminari, capitoli delle cattedrali con canonici ridotti a dodici e beneficiali a sei).

Enti conservati senza alcuna restrizione: i benefici parrocchiali.

Tutti i beni immobili, rustici e urbani, degli enti soppressi passano in demanio dello Stato, che li pone in vendita assegnando al Fondo per il Culto la rendita del 5% del valore accertato in precedenza per la tassa di manomorta, trattenendo il 5% per spese di amministrazione, eccetto i fabbricati da destinarsi al culto, quello dei vescovadi e dei seminari e, provvisoriamente, quelli dei monasteri femminili, concessi per abitazione delle monache fino a quando non si fossero ridotte al numero di 6. Comuni e Province potevano chiedere i fabbricati monastici per utilità pubblica. Le rendite mobiliari (titoli di Stato, canoni e censi) date al Fondo Culto ma amministrate dal demanio che tratteneva il 5% per le spese di amministrazione. Il ricavato della vendita dei beni degli enti conservati soggetti a conversione era trasformato in rendita pubblica al 5% intestata ai legittimi possessori, con trattenuta del 5% per spese di amministrazione.

Mai in Sicilia, se si eccettua l’occupazione araba del IX Sec.,  era avvenuta una soppressione così violenta. Uniche riforme la chiusura di piccoli conventi poveri nel 1650 (Innocenzo X), che ne abolì un centinaio con esiguo numero di frati. Seguì nel 1767 l’espulsione dei gesuiti dall’isola e, dal 1769 al 1799, la chiusura di 85 conventini. L’ultimo riforma, ordinata nel 1847 da Pio IX, non venne attuata a causa delle contingenze politiche.

La soppressione del 1866 era stata ideata e preparata nei minimi particolari già da alcuni anni. Infatti, il 27 gennaio 1862, i sindaci di Sicilia, a richiesta del Governo, fornirono l’elenco dei monasteri femminili, col numero delle professe, novizie e converse, i loro beni e il valore capitale, lo stato dei fabbricati, delle chiese e dei pesi di culto; inoltre, la consistenza dei fondi rustici di tutte le corporazioni religiose.

Cresciuto il disavanzo statale, imminente la guerra del 1866, fallite ormai le trattative per risolvere la Questione Romana, la soppressione diventa problema prioritario con contraddizioni evidenti: il diritto di priorità riconosciuto a tutti, anche agli Israeliti e alla Chiesa Valdese, è negato alla Chiesa cattolica. E in Sicilia, considerata dopo i fatti garibaldini, borbonica e clericale, la soppressione fu dura e violenta, all’insegna di “sciupare” i beni della Chiesa. Per la legge 7 luglio 1866 furono soppressi in Sicilia 689 conventi maschili appartenenti a 22 Ordini religiosi, 18 Case Oratoriane di S. Filippo Neri, 8 eremi e 4 abazie secolari. Si dovrebbero anche aggiungere le 17 case dei Gesuiti e le tre dei Luguorini, soppresse da Garibaldi con decreto del 17 giugno 1860, raggiungendo un totale di case maschili soppresse di 739”.

 

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