SICILIA – 1860 – 1870 – Una storia da riscrivere

di Tommaso Romano

ISSPE Edizioni

Su gentile concessione di Tommaso Romano, che ringraziamo,  è pubblicato qui di seguito il suo bel libro: SICILIA 1860 – 1870 – Una storia da riscrivere, edito nel settembre 2011 dall’ ISSPE (Istituto Siciliano Studi Politici Economici), ma non in vendita.

 

Parte I^ – Premessa, (pagg. 5 – 9)

L’unità italiana è il frutto dell’intreccio di molti fattori che accompagnarono il processo rivoluzionario non solo nella penisola italiana.

Non possono e non devono essere esclusi da tale scenario complesso le speranze, le ingenuità, le illusioni che, anche in Sicilia, già da tempo e in modo decisivo dall’inizio dell’Ottocento – con i fatti del ’20 – ’21 e del 1848 – l’avevano attraversata, almeno in robuste élites intellettuali e politiche e in alcuni strati popolari, non certo maggioritari.

Le stesse vicende legate allo sbarco dei Mille a Marsala, alla figura e all’opera di Garibaldi, ai tradimenti e all’inanità di tanti ufficiali ed esponenti dello Stato della Due Sicilie, corrotti non solo dal denaro, lo testimoniano ampiamente.

D’altra parte il disegno anglo-piemontese che accompagnò, protesse e favorì Garibaldi, non fu un puro sogno dogmatico, ma l’instaurazione – mediante inganno e con astuta politica di conquista e di annessione sancita dai Plebisciti farsa che coinvolsero meno del 2% dell’intera popolazione dell’Isola e del Sud – verso un nuovo ordine fatto di precisi interessi espansionistici e di rapina alle floride finanze delle Due Sicilie che favorirono solo l’industrializzazione verso il Nord e la conseguente crisi e la depressione del Sud, con l’insorgere della cosiddetta “Questione meridionale”, mai superata peraltro ed anzi acuitasi con la rapacità ed anche con la subalternità e l’insipienza di classi dirigenti siciliane, ascari anche con la pattizia concessione dello Statuto Speciale del 1946 firmato da re Umberto II e con l’attività deficitaria del parlamento siciliano che si protrae da 65 anni.

Anche le “gloriose gesta” di Garibaldi in Sicilia andrebbero ristudiate, basti leggere le note di Ippolito Nievo sull’ “accoglienza” sia a Marsala che a Palermo  dell’ “eroe dei due mondi”, per comprendere i termini falsi dell’ “attesa” dell’evento rivoluzionario.

In tal senso è emblematico quanto il 28 maggio Ippolito Nievo scrisse alla cugina Bice Melzi Gobbio: “A Marsala squallore e paura; la rivoluzione era sedata dappertutto o per dir meglio non aveva mai esistito: solo qualche banda di briganti, che qui chiamano squadre”; e ancora il 24 giugno sempre alla cugina: “Entrò in Palermo (Garibaldi) con quaranta uomini, conquistò Piazza Bologni con trenta, e credo che fosse solo o tutt’al più in compagnia di suo figlio quando pose il piede in Palazzo Pretorio. Noi intanto correvamo per vicoli per contrade per piazze due qua, uno là come le pecore, in cerca dei Napoletani per farli sloggiare, e dei Palermitani per far loro fare la rivoluzione o almeno qualche barricata. Riuscimmo mediocremente sì nell’una cosa che nell’altra cosa (…). Quando noi in dieci o dodici, assistemmo il 7 giugno alla evacuazione del Palazzo Reale credevamo d’aver le traveggole! Quindicimila uomini tutti in un nucleo con cavalleria artiglieria e il diavolo che li porti, sgomberavano dinanzi a noi, colle orecchie basse e la coda tra le gambe! Se avessi veduto i vecchi Generali che figura facevamo! E che scappellate a Garibaldi!”.

Bastano queste citazioni per sottolineare il “clima” della conquista e la resa per tradimento palese a Garibaldi.

E se altre “piazze” siciliane risposero più vastamente e con entusiasmo, lo si dovette primariamente alle promesse, ai proclami del Dittatore Garibaldi di terre da consegnare ai contadini e di nuova giustizia sociale.

Ma l’illusione non durò a lungo per i siciliani e per tutti i meridionali presto insorti con il grande fenomeno del Brigantaggio.

Bronte diventa così l’emblema di una rivoluzione che perisce, già subito nelle sue premesse e non per i suoi fini sovvertitori, pienamente per mano dei suoi stessi “condottieri”, Bixio in testa, braccio destro ed esecutore degli ordini di Garibaldi – subito obbedientissimo agli inglesi – oggettivamente antipopolari.

Ciò che avvenne a Bronte, come detta la stessa storia, successe anche in tanti altri centri, con violenza repressiva a volte inaudita.

Se pure vi era una idea federalista e autonomista nella nuova Italia che si formava – si pensi alle idee di Rosmini, Gioberti e Cattaneo – e nella stessa Sicilia (Vito D’Ondes Reggio, Francesco Paolo Perez, Vincenzo Mortillaro, Emerico Amari) questa fu stroncata dal modello centralista e napoleonico che venne adottato dal Piemonte conquistatore, a forza di Prefetti, coscrizione obbligatoria, repressioni, stati d’assedio, tentata scristianizzazione e laicizzazione conseguente dello stato.

Nel mese di marzo 1861, anno di proclamazione del “Regno d’Italia”, Marco Minghetti Ministro dell’Interno del nuovo Regno, aveva proposto quattro disegni di legge sul decentramento amministrativo che – scrive Sergio Romano in Finis Italiae – “avrebbe rispettato e valorizzato le tradizioni locali, le identità regionali e i vecchi patriottismi municipali. Al governo centrale, nel grande disegno di Minghetti, sarebbero rimaste alcune competenze unitarie:  gli esteri, la difesa, i trasporti, le poste. Il grande progetto regionalista dello Stato durò sino all’ottobre. Il nove di quel mese Bettino Ricasoli, Presidente del Consiglio, dopo la morte di Cavour nel giugno precedente, estese per decreto a tutto il paese la legge di Urbano Rattazzi dell’ottobre 1859, il regime amministrativo, fortemente centralizzato, delle province piemontesi.

Fu istituito il Prefetto, rappresentante del governo nelle province del regno, fu abbandonato il modello inglese e adottato, con una radicale inversione di fronte, il modello francese. Moriva, ancor prima di nascere, lo Stato decentrato che Minghetti aveva prefigurato nei decreti del marzo precedente, e nasceva al suo posto lo Stato napoleonico”.

Quindi, anche ogni progetto e speranza di unione organica veniva travolta. Cominciava la piemontesizzazione che in questo libro seguiremo per l’arco di oltre dieci anni, con l’ausilio di una documentazione bibliografica sicuramente ampia e con documenti inediti o assolutamente  sottovalutati dalla storiografia ideologizzata dal dogma di “non parlar male di Garibaldi” e di ritenere sul piano storico intoccabile, il come si fece l’Unità anche in Sicilia.

Vale una considerazione generale che l’arida riproposizione di documenti di Ministri, Prefetti, Questori, Forze dell’Ordine, pure in questo testo, ampiamente citati e riportati, non basta da sola a comprendere  l’humus profondo del popolo siciliano di fronte al processo repressivo-egemonico.

Ecco che, accanto ai documenti ufficiali, l’archivio riserva altri documenti rari, provenienti da fonti private, testi letterari, epistolari, rinvenimenti di memoriali editi o inediti, storie singolari che si è tentato di inserire e proporre oltre l’elenco dei proclami, perquisizioni, segnalazioni, sequestri, arresti “accompagnato ora dalla concitazione dell’allarme, ora dalla rassicurazione ottimistica” (Francesca Riccobono).

Ha scritto Renato Cirelli nel suo saggio Il processo unitario da Napoleone Bonaparte a Porta Pia (in F. Pappalardo, O. Sanguinetti, 1861 – 2011. A centocinquant’ anni dell’ Unità d’ Italia. Quale identità?, Cantagalli, Siena 2011): “La persecuzione della Chiesa, la volontà di far nascere un nuovo tipo d’italiano educato a una religione laica di impronta nazionalistica ed anticlericale, il controllo dell’immenso territorio meridionale in rivolta, l’introduzione forzata di una legislazione contraria alle tradizioni locali, civiche e religiose in gran parte dell’ Italia, un’organizzazione sociale che favoriva un solo ceto sociale ampiamente minoritario, non possono avvenire senza un rigido controllo militare e una capillare presenza dello Stato fortemente centralizzato: solo così potevano essere garantite l’instaurazione e la sopravvivenza di un governo senza consenso popolare”.

Questo era il vero obiettivo del maggioritario Risorgimento laicista e/o anticattolico (vi fu, certo, un movimento che tendeva all’unità attraverso il federalismo, di matrice cattolica da Rosmini a Ventura, da Gioberti a Manzoni, ma in senso assai diverso da come praticamente questa unità si manifestò) che, a partire dall’utopismo dell’uomo e del mondo nuovo e perfetto (perfettismo la chiamerà Del Noce), dal culto della scienza e di uno Stato etico, dal rigorismo puritano si contrapponeva (con scarso senso della strategia, con mezzi antiquati, con tarli interni all’ Ancienne Règime) all’antico e sano realismo, perché la “perfezione non è di questo mondo”, in una parola l’ethos cattolico, radicato nei popoli italiani e in modo ferreo in Sicilia, giusta la lezione di Max Weber, ben diversa dell’ethnos dei particolarismi egoistici delle élites “colte e illuminate” pronte – come si può constatare – a sradicare l’identità nella ideologia egemonica e quasi indiscutibile, della modernità, del mito nazionalistico, della repubblica universale.

Eppure, malgrado tante prove documentali e tanti errori provati, sul Risorgimento non si può ufficialmente dire male, continua ad imperversare una oleografia, una retorica che, fra l’altro, non giovano neppure all’Italia.

Tutta la produzione dell’ala “revisionista”, che non è certo tutta cattolica, tradizionalista o reazionaria o “borbonica”, viene liquidata con considerazioni sprezzanti da gran parte degli storici baroni accademici e dai politici conformisti e ignoranti tranne casi sporadici, tra questi Massimo de Leonardis, Roberto de Mattei, Franco Cardini e Giuseppe Parlato. Basta leggere i toni usati sull’argomento da Emilio Gentile nella sua Intervista su Risorgimento a Simonetta Fiori, per rendersene conto. Aveva allora ragione Denis Mack Smith a scrivere sulla aperta “tendenziosità” usata sul tema, aggiungendo: “Gli storici hanno dovuto essere reticenti, restare soggetti a censure o imporsi una autocensura”.

Nel corso di questa trattazione, non poco impegnativa ma assolutamente paradigmatica, avremo modo di segnalare documenti inediti, di citare autori, anche cosiddetti minori, per capire ciò che avvenne in Sicilia e ciò che da 150 anni, anche per responsabilità del ceto dirigente siciliano e meridionale, affligge e si aggrava sempre di più.

La Sicilia e tutto il Sud vivono, infatti, la loro crisi e il loro declino (come abbiamo già indicato nel nostro precedente pampleth che tante reazioni di segno opposto ha fortunatamente suscitato e che pure è stato gratificato come “libello polemico”), incontestabili a causa delle nostre stesse responsabilità e di quelle altrui, ben più pesanti dello nostre, attesi, comunque, il carattere di sfruttamento coloniale e di una assurda e imposta politica di “sviluppo” che ha determinato non soltanto la stessa fine sostanziale dell’agricoltura sottomessa al vento della modernità banale fatta di assistenzialismo becero e poco costruttivo, ma anche con la creazione, all’infinito, di un ceto impiegatizio e di contribuzioni, a perdere, alle industrie calate dal Nord, ignorando pertanto la vera natura e vocazione dell’Isola e del Sud che ben altro meritavano e meriterebbero a tutt’oggi.

Destino che doveva e ancora dovrebbe privilegiare il senso e la misura della vita che nel nostro ethos e nel nostro humus e nella nostra stessa storia, hanno un peso non certo accessorio come merita la terra madre i suoi prodotti e le colture senza però le ingabbianti misure restrittive, liberticide, imposte dal nuovo statalismo centralista dell’Europa, e ancora il comparto della pesca, il mare, la cultura e i beni monumentali, paesaggistici, etnostorici e immateriali che nessuna statistica della Confindustria, della Banca d’Italia e dei governi nostrani, nazionali ed europei, ha mai saputo organicamente pensare come la vera fonte del ben essere e del ben vivere, non solo in strategica funzione turistica, tanto importante peraltro.

Tali considerazioni sono, per chi scrive, preliminari proprio per illustrare le tappe di un degrado che proprio con l’unificazione segna l’inizio. Senza per ciò cavillare sul reddito e sulle pur ottime riserve della finanza delle Due Sicilie o sui primati dell’uno o dell’altro angolo d’Italia.

Roba da statistiche – peraltro dimostrate dai numeri, ma chi non vuol capire non capirà mai, neanche davanti ai tassi e alle cifre esposte – sicuramente significative.

Ma l’anima dei popoli, la corruzione e la decadenza spirituale, dei costumi, del comune sentire, del senso religioso sono certamente più importanti appunto perché immateriali ed eminentemente etici.

Forse l’anima dei popoli conterà poco, forse a Strasburgo e Bruxelles, a New York e a Roma, nei palazzi del capitale e nelle stanze in ombra della grande finanza saranno più valide altre considerazioni.

Per noi non è così.

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