CAPITOLO  X

Sopprimere la Chiesa con le leggi eversive.

Povertà, emigrazione e l'epilogo della presa di Roma nel 1870

(Parte I)

Si è accennato già al carattere eversore delle leggi che colpirono il clero, gli Ordini religiosi, le Corporazioni, le Confraternite e le loro istituzioni caritative, assistenziali e scolastiche che coinvolgevano il popolo con migliaia di impiegati e addetti.

Inutile dire che queste leggi furono ulteriori causa di malcontento e indignazione popolare che sfociò in insorgenze vere e proprie, per ciò che si appalesava come un attentato alla fede millenaria, alla tradizione, all’identità profonda e alla stessa sussistenza che le opere di carità  della Chiesa favorivano per migliaia di persone con il lavoro nelle chiese e nelle istituzioni cattoliche (circa diecimila persone solo a Palermo).

E’ bene, quindi, riassumere la portata e l’incidenza delle leggi di spoliazione e di laicizzazione che colpirono la Sicilia nel nuovo Regno e in modo traumatico, con la conseguente reazione cattolica nell’isola .

Onestà vuole, intanto, rendere doverosa riconoscenza ad uno studioso che su tale argomento ha consegnato il più esaustivo e mirabile studio – ricerca, ovvero Salvatore Cucinotta, col suo Sicilia e i Siciliani. Dalle riforme borboniche al rivolgimento piemontese. Soppressioni (Edizioni Siciliane, Messina, 1996). Un volume di oltre settecento pagine ignorato dagli storici riformisti che nonostante abbia veramente colmato una grave lacuna risulta tuttavia assai difficile da reperire.

Il Piemonte sabaudo aveva adottato leggi sul tema delle limitazioni di enti ecclesiastici già nel 1855, con la legge Cavour – Rattazzi del 9 maggio, sulla soppressione delle Corporazioni ecclesiastiche, approvata con 117 voti favorevoli e 36 contrari.

Il governo delle Due Sicilie, invece, proprio nell’anno del regno di Francesco II, aveva riammesso la Compagnia di Gesù a pieno titolo nella vita statuale, dopo l’espulsione della Compagnia da parte di Ferdinando I (1767). Il Sant’Uffizio espulso nel 1782 dal vicerè Domenico Caracciolo, non fu più ripristinato. I rapporti fra la Santa Sede e Napoli erano ottimi, la Chiesa godeva di autonomia e prestigio, la religiosità permeava la vita dei popoli del regno,  lo stesso Pontefice Pio IX aveva trovato fervida accoglienza a Gaeta, durante la Repubblica Romana.

Quasi a confermare il radicamento militarista del nuovo Regno d’Italia, già all’inaugurazione del primo Parlamento italiano, a Torino, il 18 febbraio 1861, al quale parteciparono 47 deputati eletti in Sicilia, Vittorio Emanuele II, ricordò a tutti la necessità di nuove fonti finanziarie con queste parole: “Io sono certo che vi farete solleciti fornire al mio governo i modi di compiere gli armamenti di mare e di terra”.

Non solo, quindi, si attingeva alle riserve auree copiose sottratte dall’ex Regno delle Due Sicilie, ma si puntava al cuore delle casse e del vasto patrimonio della Chiesa per armare lo Stato, imporre la lunghissima e costosa coscrizione obbligatoria, onde usarla contro i briganti e i legittimisti del Sud.

Finalità ancor più radicale era la completa laicizzazione che, in molti esponenti del nuovo regno, non si limitava all’anticlericalismo ma puntava diritto a cuore della Cristianità, per disintegrarla e poi annientarla quale corpo estraneo, con buona pace dei cattolici liberali come Manzoni e Gioberti.

Non sarà inutile ricordare che nel 1860 ben sessanta Vescovi furono cacciati dalle loro diocesi nel Meridione perché accusati di legittimismo filo – borbonico e che,  nel 1863, finirà in carcere per aver difeso i diritti del Papa Pio IX, il vescovo di Spoleto Gioanni Battista Arnaldi. Destino che toccherà nel 1867, anche al vescovo di Monreale, Benedetto D’Acquisto, come abbiamo visto.

Le questioni inerenti l’attacco allo Stato Pontificio e alla Religione nel decennio 1860 – 1870, vanno così inquadrate come costante prassi ideativa e legislativa. I Falliti tentativi di conquista di Roma papale, che si svolsero ad Aspromonte e a Mentana, per cause diverse, subirono tuttavia un momento di sconfitta e di oblio.

Anche nel parlamento comunque, si levarono alcune coraggiose voci,  molto significative risultarono quelle di alcuni siciliani.

La prima proposta di legge, in 12 articoli sulle soppressioni dell’asse e del patrimonio ecclesiastico venne presentata dal deputato Ricciardi il 23 marzo 1861. Molto franche furono le parole di questo deputato: “Lo Stato ha bisogno di denari e il mezzo più facile è impossessarsi dei beni della Chiesa, sopprimendo senza eccezioni tutti gli Ordini religiosi per incamerare i loro beni”, definiti “non una miniera, ma un fiume d’oro”. Il progetto prevedeva la soppressione di tutti gli Ordini, tranne i Benedettini e le Suore di Carità nei cui conventi si sarebbero ammassati i religiosi degli Ordini e delle Congregazioni soppresse, con vendita all’asta dei loro beni. Ricciardi concludeva: “Siamo già scomunicati, abbiamo un piè già nell’inferno. Ebbene, mettiamocene due per il bene dell’Italia”.

I tempi non erano però ancora maturi e la proposta fu respinta anche per le argomentate opposizioni al progetto del deputato siciliano Emerico Amari e il rispetto chiesto da più deputati nei confronti della Chiesa Cattolica anche in forza dello Statuto Albertino

Sulla stessa linea eversiva nei confronti dei beni della Chiesa da alienare, fu quella di Simone Corleo deputato di Salemi, il quale presentò un altro progetto di spoliazione unilaterale, sempre nel 1861, che fu discusso in aula il 22 luglio, con l’opposizione di D’Ondes Reggio e Mordini, e approvato con 153 voti favorevoli e 65 contrari. Intanto, si presentava al Senato la norma che tendeva a colpire in particolare i Vescovi e gli ecclesiastici contrari all’unità d’Italia con canoni altissimi da versarsi allo Stato.

La scomunica di Pio IX dopo l’invasione piemontese dei territori pontifici e la spedizione dei Mille – come noto- colpì Vittorio Emanuele II e Cavour, lo spietato e finissimo ricamatore. In realtà Cavour puntava ad una Chiesa spogliata di ogni proprietà e di ogni influenza.

Risuonano pertanto profetiche le parole di Rattazzi pronunciate al parlamento Subalpino il 18 marzo 1854: “La Chiesa è nello Stato, il quale esercita su di essa tutto il suo potere sovrano”.

Sarà questa la linea di autentica egemonia statalista quella perseguita dal Regno d’Italia nei confronti dei cattolici e della Chiesa, fino al 1929, anno della Conciliazione.

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