(Parte  IV)

Mentre gli anni precedenti vedevano sul campo realizzarsi una reale collaborazione fra le forze di opposizione, il biennio 1868 – 70 segnerà una più chiara distinzione fra i due tronconi: azionisti – radicali – repubblicani da un lato e regionisti – cattolici e legittimisti borbonici dall’altro.

Un episodio di classica mimetizzazione del fronte cattolici – legittimista travestito da repubblicano, tuttavia, si ha proprio sul finire del 1868: il principe ereditario Umberto (il futuro re Umberto I) e la moglie Margherita vennero in visita a Palermo, nel dicembre, per inaugurare la tratta ferroviaria Termini Imerese – Cerda. La sera di Natale vi fu una rappresentazione al Teatro Bellini di Palermo ove i principi vennero accolti dalla parte governativa dell’aristocrazia e della nuova borghesia. Tuttavia, però, si trovarono davanti a una manifestazione interna al teatro,  con lancio di molti volantini dal loggione, contro i Principi ed il Re, di chiaro contenuto repubblicano.

Fu arrestato il  calzolaio Giuseppe dato, ma si scoprì mandante l’ex cappuccino e sacerdote Carlo Russo, redattore della “Sicilia cattolica”.

Quintino Sella, intanto, ripristinava l’odiosa tassa sul macinato che, già da anni, seguiva il divieto di coltivare tabacco in Sicilia onde favorire del Nord, una fonte questa che era di lavoro e di benessere per i siciliani.

Nel 1869 la cospirazione repubblicana ebbe un sussulto molto importante in Sicilia, con tentativi di insurrezione e l’arresto di numerosi esponenti. Fra l’altro erano tornati in libertà in quel periodo, alcuni protagonisti del settembre 1866 fra cui i fratelli Minneci.

Anche la pubblicistica laica si manifestò apertamente con i giornali “L’ Evemero” positivista e razionalista e la “La luce” vicino alla massoneria.

Tuttavia il partito repubblicano in quanto tale era assai debole ed, invece, si andavano riorganizzando i liberali moderati.

Comunque, il blocco cattolico e Regionista potè contare ancora su un vastissimo seguito che lo porterà a vincere in modo netto le elezioni del 25 luglio 1869. Tale vittoria conseguita non solo a Palermo, ma anche in molte  parti della Sicilia, era stata preceduta da una forte propaganda sostenuta dai giornali “La regione”, “Gigli e Rose”, “Sicilia Cattolica”, “L’ Ape Iblea” e dalla contesa che, nell’aprile, era sorta con lo Stato, per la coscrizione obbligatoria ordinata anche per i seminaristi, cosa che procurò pubbliche manifestazioni contrarie ai liberali unitaristi e con un deciso orientamento dell’opinione pubblica verso i cattolico – regionisti – legittimisti siciliani che il Medici definiva “marea reazionaria”.

Le proporzioni del consenso verso le posizioni antiunitarie preoccuparono alquanto il governo fin dalla vigilia del voto. Ecco quanto scrive il Medici al nuovo Ministero dell’ Interno Ferraris: “Nelle chiese preti fanatici eccitavano le plebi contro i liberali, che dicevano nemici di Dio e della Patria. E correvano giù per le città voci di minaccia di vita contro noti liberali. Nella scuola si insegnava ai giovinetti l’odio alla dinastia dei Savoia, alle libere istituzioni e all’ Italia”.

Non mancarono da parte governativa le pressioni sulla stampa non allineata, che produssero nuove soppressioni e  sequestri specie dopo la vittoria elettorale degli oppositori al sistema di potere allora vigente. E’ significativo ricordare come “ Le Regione” commentò il voto: “Sul governo battuto i vinti del 1860 – oggi dopo nove anni di abrogazione, di perseveranza e di lotta – hanno finalmente eretta la loro bandiera. Gli uomini del Governo soprattutto fuggendo questa terra ché il tempo incalza ed un nuovo settembre è vicino”. I fatti del settembre 1866 erano quindi considerati una sorta di paradigma, possibile alternativa di insorgenza sul campo per i regionisti, comunque usciti vincitori nell’agone elettorale. Inoltre, le rivendicazioni della riscossa dei vinti del 1860 dimostra lo jato profondo, il sentire assai diverso, che nove anni di regno unitarista aveva acuito piuttosto che colmato.

Va poi detto che l’intensa propaganda laicista e spesso anti cristiana, nonché l’influsso della massoneria, non avevano per nulla scalfito la fede profonda e tradizionale del popolo siciliano, naturalmente definito dai laicisti e dagli “illuministi” progressisti, come un popolo di ottusi e di superstiziosi da redimere. Per la scuola positivistica poi, i siciliani erano additati come radialmente inferiori, grazie alle teorie di Cesare Lombroso.

L’ottusità si mescolava inoltre, con l’insipienza per i rappresentanti governativi in Sicilia. Una prova ulteriore fu data dal fatto che Medici vietò in quei mesi le processioni religiose, arrestò molti preti fra cui i redattori de “ L’Ape Iblea”, espulse Gesuiti.

Durante questo periodo Giuseppe Ricciardi convocò a Napoli L’ Anticoncilio, in opposizione al Vaticano I appena indetto da Pio IX.

Il movimento del Libero Pensiero, ambito nel quale va collocato l’evento dell ‘ Anticoncilio di Napoli, nasce alla metà degli anni ’60, con società presenti e attive in molte città, ed anche in Sicilia.

Radicale fu la propaganda anticlericale e quasi sempre anti cattolica, come scrive Guido Verucci nel suo L’Italia laica prima e dopo l’Unità 1848 – 1876 (Laterza, Bari – Roma, 1981).

Fra i leader del movimento, si ricordano Luigi Stefanoni, De Gubernatis, Petruccelli della Gattina, Tivaroni e naturalmente Garibaldi e altri appartenenti sia alla Destra Storica che alla Sinistra.

Scrive  appunto Verucci: “Il movimento si propone una lotta a fondo per ridurre o annullare l’influenza della religione della Chiesa nella società e nello Stato: per la totale separazione fra Stato e Chiesa e l’abrogazione del primo articolo dello Statuto per la laicizzazione dell’insegnamento, per l’abolizione di ogni limitazione di carattere religioso alla libertà e all’eguaglianza dei cittadini, per la riduzione della Chiesa al diritto comune. Le influenze prevalenti nel movimento sono quelle del razionalismo e del materialismo francese e sopratutto del Positivismo materialistico tedesco: predomina la tendenza ateistica, ma in una prima fase vi è anche un orientamento deista. Alla battaglia più politica che porterà molti di questi al socialismo internazionalista si fonderà quindi la prospettiva più intellettualistica di riforma morale, divulgandone in particolare e assolutizzando le scoperte delle scienze naturali “perseguita spesso in modo acritico, la propaganda igienista e quella zoofila, l’orientamento democratico, anti militarista e pacifista, l’appoggio al movimento di emancipazione femminile, più tardi a quello della cremazione. Come si può facilmente evincere in quindici anni erano già gettate tutte le basi del progetto del radicalismo della sinistra e della scoppiettante propaganda anticreazionista e ateistica del nostro tempo in cui sempre più tali idee si vanno affermando, a partire proprio da rifiuto di Dio.

Il cosiddetto Anticoncilio si svolse a Napoli dal 9 a ll’ 11 dicembre.

Il sette ottobre, in vista dell’Anticoncilio di Napoli, Garibaldi scrive la sua adesione al mazziniano napoletano Giuseppe Ricciardi, invitando i partecipanti a: “1° rovesciare il mostro papale, causa prima dell’ignoranza e delle discordie nella famiglia umana. 2° Edificare sulle sue rovine la ragione e il vero, basi naturali dell’unità morale delle nazioni (…). Conclusioni: eliminare il prete bugiardo e sacrilego in segnatore di Dio, ed ostacolo primo all’unità morale delle nazioni”. Del resto pochi anni dopo, nel 1873, Garibaldi scrivendo ad Achille Bizzoni affermerà: “Se sorgesse una società del demonio, che combatte dispotismo e preti, m’arruolerei nelle sue fila”.

Morendo a Caprera nel 1882, il due giugno, il nizzardo lascerà nel testamento le disposizioni per la cremazione e rifiutando ogni conforto religioso “…trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare in nessun tempo, il ministero odioso disprezzevole e scellerato d’un prete che considero atroce nemico del genere umano e dell’ Italia in particolare”. Del resto Garibaldi aveva considerato Pio IX come “un metro cubo di letame”.

Garibaldi si era proposto e venne propagandato come una sorta di di redentore laico, già a Palermo come nel 1860 si fece circolare la voce di una discendenza da Santa Rosalia (Sinibaldi = Garibaldi) sfruttando la credulità popolare in chiave anticristiana. Come ha documentato Mack Smith e recentemente Luca Marcolivio, del nizzardo si distribuivano rettangoli di indumenti e oggetti a lui appartenente come reliquie, stampe e santini che lo raffiguravano con l’aureola, in gloria, nella luce che emana il massonico triangolo,taumaturgo, innalzato agli altari al posto dei santi, amministratore di battesimi anticlericali a Verona e ad Alessandria.

Tuttavia il Papa Pio IX avrà per Garibaldi parole di misericordia, pur condannandolo senza riserve sul piano politico: “Riferite a Garibaldi che questo povero vecchio, che egli chiama il vampiro del vaticano, gli perdona, prega per lui e per lui anche stamattina ha celebrato la Messa”, come ci ricorda Vittorio Messori nel bel libro sul beato Faà di Bruno.

All’ Anticoncilio di Napoli parteciparono medici siciliani rappresentanti di logge massoniche, società operaie e dei liberi pensatori, della “Lega della Libertà e della Pace”, i “Seguaci di Dante Alighieri” fra cui Giovanni Pantaleo, Baldassarre Galletti e Corrado Rizzone. Aderirono tra i senatori e deputati dell’isola Saverio Friscia e Michele Amari, nonché associazioni, logge, leghe e decine di adesioni individuali; inoltre, aderirono diverse personalità fra cui vanno almento ricordate Victor Hugo, il Michelet, A. Morin e J. Moleschott oltre alla quasi totalità di singoli e organizzazioni italiane ed estere del libero pensiero, razionalisti, democratici, pacifisti, repubblicani, società operaie, massoni, umanitarsti, interventisti (237 in totale). L’Anticoncilio fu convocato a Napoli da Giuseppe Ricciardi all’annuncio del Concilio vaticano con un “invito” stampato sul”Popolo d’Italia”, il 24 gennaio 1869 e con un “manifesto” del 27 gennaio e si svolse nel dicembre dello stesso anno. Fu ampiamente documentato dal Ricciardi in un suo libro edito a Napoli nel 1870 (Stabilimento Tipografico Strada S.PietroA. Majella, 34 dal titolo L’Anticoncilio di Napoli del 1869. Promosso e descritto da Giuseppe Ricciardi).

Alla fine del suo testo Ricciardi scriverà nel modo più esplicito: “L’Anticoncilio non sarà dunque riconvocato; ma ciò non monta che il frutto, che doveva produrre, lo ha largamente prodotto, ad onta della sua così breve durata, ad onta delle sue fatali scissure, ad onta degli attacchi villani, di cui fu segno. E, dicendo avere l’Anticoncilio fruttato quel che doveva fruttare, volli parlar dell’unione in un solo pensioero di tanti spiriti eletti di tutto il mondo civile, parati a combattere con tutte le forze contro la superstizione in genere, ed il papato in ispecie. Il qual’ultimo poi aiutava non poco l’opera nostra, col far bandire da Concilio Ecumenico l’infallibilità del Pontefice: atto insensato, che nuovi e più terribili scismi sarà per crear fra i cattolici in quella che le sette sì varie e molteplici in cui si divide il protestantesimo, unirà tutte contro la Chiesa Romana, siccome già lo dimostra il Congresso, da dovere aver luogo in New-York dei rappresentanti di tutte le chiese acattoliche degli Stati Uniti di America. E poi non si è consumato da noi un grandissimo fatto, cioè quello dell’occupazione di Roma, in nome della nazione italiana, quindi la distribuzione della potestà temporale del Papa? E Roma sottratta al dominio del re-sacerdote, che altro potrà bandire nel mondo, se non il contrario di quel che ha bandito fin ora, cioè il regno glorioso della Ragione, e però il libero esame, in cambio della fede ceca, antica ed unica base del Cattolicesimo?”.

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