(Parte  III)

A Palermo, intanto, il generale Giacomo Medici verrà nominato Prefetto, sempre con ampi poteri, restando al suo posto il Questore Giuseppe Albanese.

La situazione sociale e infrastrutturale palermitana restava assai grave, aumentava il costo del pane e della pasta e con essi la sfiducia nel popolo a una sorta di rassegnato fatalismo, aggravato dalla perdita di valore della moneta,  ora in rame e in sistema di immissione sul mercato senza contro valore. E così se nel 1860, ad esempio, si era posta la prima pietra del collegamento ferroviario fra Palermo – Termini Imerese, solo sei anni dopo questa tratta si inaugurava.

Tale situazione sociale generale è presente nella celeberrima Relazione al governo fatta da Franchetti e Sonnino che seguì quella del Bonfadini.

Ma torniamo alla cronaca: l’8 febbraio 1868, una colonna mobile circondava Montelepre per arrestare varie persone, ma dopo molte ore venne ritirata perché, in realtà non vi erano operazioni da fare.

Il paese ne restò, però, traumatizzato; sempre l’8 febbraio 1868, intanto, a Grotte scoppiò un moto di marca repubblicana capitana d all’avvocato Francesco Ingrao e dl maestro Gerlando Damiani.

La Questura ne parlò come di un “insorgi mento in senso borbonico – clericale sotto l’aspetto del repubblicanesimo”, in realtà era chiara la matrice opposta. Fu ferito un Carabiniere negli scontri con un centinaio di rivoltosi provenienti anche da Comitini e Recalmuto, mentre un altro di nome Polacchi cadde morto. Sedici insorti furono processati e condannati, i capi riuscirono a scappare.

Il giornale crispino “Il Precursore” scrisse che il fermento della provincia di Girgenti era dovuto allo sbarco “di bande borboniche da Malta” (dodici febbraio 1868). Ingrao, nel 1876, come attesta un suo libro edito a Napoli, sarà molto critico nei confronti di Mazzini ma anche della polizia la quale non riusciva a controllare mafia e brigantaggio in Sicilia, mentre la polizia “Comunale” al tempo del Borbone, riusciva a domare tale fenomeno. Ancora il sette aprile 1868, il Procuratore Generale Giuseppe Borsani scriveva al Ministro di Grazie e Giustizia che l’ordine pubblico si manteneva in condizioni di “rivoluzione latente”.

Intanto il governo, sempre più impopolare tentò con sussidi, di corrompere la stampa e di ridurla così al silenzio con sequestri e chiusura obbligata, perché “non discutessero delle misure militari che nei prossimi mesi del corrente anno saranno eseguite con la massima energia pel ristabilimento della P.S.”. Alcuni giornali come “L’Amico del popolo” cedettero al ricatto.

Il 2 aprile 1868 iniziava le sue pubblicazioni a Palermo “L’Ape Iblea” un giornale cattolico intransigente diretto da Isidoro Carini, che avrà un ruolo notevole in quegli anni a difesa della Tradizione e della Chiesa, con efficacissime punzecchiature al potere dominante e ai laicisti, per cui più volte fu sequestrato.

A Bivona il 9 aprile “verso le ore 10 venne ferito in un braccio con arma da fuoco il Delegato straordinario Sig. Treves, mentre passava per una via ove facevasi una processione. L’autore scomparve col favore della folla di popolo e non potè finora essere scoperto”.

Altro successo arrise al fronte Regionista, cattolico e legittimista nelle elezioni per il rinnovo del quinto dei Consigli Comunali e Provinciali di Palermo del 26 luglio, con la netta sconfitta dei governativi liberali.

Casi di corruzione e manipolazioni del voto a favore dei candidati governativi si registrarono in vari paesi fra cui Ganci nel palermitano ad opera dell’avvocato Eugenio Dionese, regio delegato straordinario di quel grosso centro che, scrivendo al Medici gli racconterà di “paroline” rivolte agli elettori per indirizzarli al voto a favore dei liberali, contro i Regionisti cattolici, arrivando a vantarsi, sostenendo: “sono tranquillo di aver fatto il mio dovere, e di aver reso un servizio strappando un paese di diciottomila abitanti dalle reti della reazione”.

Il Medici a Palermo (che per la cronaca sposò la ricca vedova di Ingham, ed ebbe il titolo di marchese del Vascello) dovette scegliere una figura per la carica di Sindaco fra i vincitori delle elezioni. Il sistema prevedeva infatti, che il Prefetto scegliesse il Sindaco fra i componenti della Giunta che erano in quel momento il principe Giuseppe De Spuches di Galati, il marchese Achille Paternò di Spedalotto e di Reggiovanni (autorevole esponente col fratello Ettore dei cattolici legittimisti), Giovanni Bruno, Manfredi Lanza, Giovanni D’Ondes Reggio, Gaspare Lo Jacono, il barone Giovanni Grasso e Domenico Peranni sul quale appunto cadde la scelta.

Anche il fronte mazziniano siciliano, che progettava rivolte era in forte movimento, attivi erano il deputato Saverio Friscia, Vincenzo Trapani, Rosario Bagnasco, Gioacchino Biscari e Francesco Crispi.

Nel settembre 1868 si paventarono moti da parte del Prefetto di Girgenti Achille Basile, e si segnalò l’attività sovversiva di circoli  a Sambuca – Zambuth, Santa Margherita, Menfi. Nell’ottobre Mazzini pubblicò a Genova il Manifesto dell’ Alleanza Repubblicana.

Come ci informa l’Alatri, sulla base delle carte di Archivio della Prefettura di Palermo, i legittimisti avevano continuato l’azione, sorreggendo i regionisti sul piano politico, schierandosi con i cattolici (per la Festa dello Statuto, “L’Ape Iblea” si compiacerà della pioggia che aveva fatto fallire perfino i tradizionali giochi d’artificio) e mimetizzandosi nelle azioni dimostrative come repubblicani e autonomisti.

Nell’agosto del 1868, il Questore Albanese scoprì e restò il gruppo borbonico (detto degli Accoltellatori perché tutti i membri avevano un pugnale della stessa forma) che aveva le sue sedi a Napoli (presieduta dal duca di Garigliano),  Roma e Palermo. Nella capitale dell’isola, vi era a capo il tedesco Emilio Blumental e luogo operativo era la casa del barone Andrea Pasciuta.

La società era costituita da un capo, dodici affiliati e dodici supplenti.

Non più utopie, l’epoca delle illusioni è finita, recitava uno dei tanto volantini del “Comitato Centrale per la Sicilia”, sigla sotto cui operavano i congiurati. Albanese arrestò i capi della congiura Francesco Cetti, Vincenzo Sgarlata, i due fratelli Vasta e altre diciannove persone. Si accertò delle trame di questi con il gesuita Gaetano Veluti di Napoli e con il canonico Bellavia ora a Roma e definito “borbonico zelantissimo” autore di un ‘Ode alla regina Maria Sofia.

Contemporaneamente in quei giorni venivano arrestati i sacerdoti Sebastiano Romani e Vincenzo Renna, redattori de “L’ Ape Iblea” con le seguenti accuse: “Ostinatamente facevano del loro periodico organo di reazione e di eccitamento, sparcendo sfiducia nell’attuale ordinamento, denigrando uomini ed istituzioni, additando prossima la fine della persecuzione di cui facevano credere vittima la Chiesa,  i suoi difensori ed ogni onesto cittadino cattolico, prossima la fine della stessa Unità d’Italia chiamando spiranti i liberali unitari”.

Punto critico su cui si incuneò l’intervento cattolico legittimista, fu la questione del matrimonio civile, scoraggiato apertamente e osteggiato, anche in polemica con le civiche autorità, con le campagne dei giornali clericali e intransigenti a cui  si aggiunse in quel periodo la nuova pubblicazione “La Sicilia Cattolica” che iniziò a stampare il 5 giugno, anch’essa schieratasi in favore, ovviamente, del vincolo matrimoniale cattolico. Anche il parroco di Comiso si rifiutò, in quel frangente, di battezzare un bambino nato da un matrimonio civile.

Nell’ottobre 1868 la Questura di Palermo scopre una congiura borbonico – autonomista. Vengono trovate nella città molte bandiere borboniche, proclami inneggianti all’autonomia siciliana, con nota di rimpianto per il passato Regno delle Due Sicilie che aveva assicurato “l’ordine, la prosperità, la pace” rispetto allo stato attuale segnato dal disordine e del “malgoverno di otto anni”. Parola d’ordine di questo gruppo era VAS, acronimo di Vogliamo l’Autonomia Siciliana e la petizione per tale scopo si voleva presentare agli inglesi, dato che vi erano tre navi della marina militare britannica al porto i Palermo.

Furono arrestati i negozianti Giuseppe Ainnusa, l’orologiaio Martino Li Greci, il cappellaio, Giusepppe Cusumano, Giacomo Vaccaro, Salvatore Di Paola e suo figlio, Domenico Pinelli e il figlio Carmelo, il canonico Giambattista Cavarretta e il fratello Giuseppe, il tipografo Michele Amenta e ancora Paolo Cannella, Giuseppe Abbadessa, i fratelli Vasta, Emanuele Vaccaro, Vincenzo Leone, Giuseppe Sgarlata, Emanuele d’Ippolito, il maggiore in pensione Peralta, Antonino Pollaci e Salvatore Pandolfini.

 

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