(Parte II)

 

Si succedevano, intanto, le manifestazioni dell’opposizione: una mazziniana in onore di Garibaldi fu inscenata al Teatro Bellini di Palermo, con successivi proclami antigovernativi il 3 novembre.

Ancora dalla ricerca documentale del Tassinari si ricava la notizia che in data 20 novembre un cittadino di Aragona, Amedeo Lupio, scrisse al Ministro della Guerra per denunciare le presunte “vessazioni” del comandante della stazione dei reali Carabinieri Michele Ceceri accusandolo di essere “alla testa dei più accaniti clericali borbonici”, continuando a simpatizzare “per il caduto regime Borbonico di cui ne era gendarme”, denunciando ancora di aver lasciato libero il “malandrino Angelo Ciardaro”. Accuse che vennero smentite da Firenze il 4 gennaio 1868 dagli stessi carabinieri in un rapporto al Ministero della Guerra (prot. n.35). E’ però importante riportare quanto il Lupio scriveva sui fatti avvenuti ad Aragona a seguito di quelli noti del settembre 1866 a Palermo: “Eccellenza allorquando in settembre dell’anno scorso si avvisarono le autorità di Girgenti che in Aragona il partito borbonico strava per suscitare una guerra civile non vi davano ascolto credendo di essere vane denunzie figlie dei partiti, ma appena Palermo  diede il segno della reazione, fu seconda Aragona ad inalberare l’infame vessillo sorretto da 50 armati coscritti che rientrati in paese segnarono l’esterminio e la morte di non poche famiglie”.

L’altro fatto da registrare fu la nuova scoperta di una cospirazione borbonica a Palermo, che aveva centro in casa di un ex frate, Girolamo Pasciuta che, con altri ex preti e frati (fra i molti che furono costretti a ridursi allo stato laicale a causa delle leggi eversive pervenendo spesso ad uno stato di indigenza) si riunivano con il proposito di restaurare la monarchia delle Due Sicilie. Il rituale di affiliazione prevedeva il giuramento sulla Bibbia e il giuramento contestuale di fedeltà a Francesco II.

Una decina di affiliati a questo gruppo vennero arrestati.

Il 3 novembre 1867 Garibaldi venne sconfitto a Mentana dai “pontifici” di Kanzler. Particolare curioso, con il Generale era presente la spiritista fondatrice della Società Teosofica, Madame Blavatsky.

Il 30 novembre, un misterioso carico di migliaia di cartucce dirette in Sicilia fu sequestrato a bordo di un brigantino inglese. Non se ne scoprì il destinatario.

Si intensificò la propaganda e una critica spietata, come dimostrano molti opuscoli, manifesti, volantini, raccolti dall’ Archivio di Stato di Palermo (gab. Prefettura, bus. 16, cat. 16, fasc. 4) che vanno proprio dal 1867 al 1870.

Il re Vittorio Emanuele II ottenne un appannaggio statale di 16 milioni, pari al 2% del bilancio statale. Nei resoconti della Commissione d’Inchiesta sui moti di Palermo del ’66, in data 22 luglio 1867 si può leggere: “La provincia di Palermo non è certo l’unica parte del regno ove la sicurezza pubblica sia stata gravemente alterata; ma là il male è più persistente e par quasi ribelle ai rimedi”.

Con l’arrivo del 1868, che Nello Rosselli definirà “anni di miseria e di malcontento per le classi lavoratrici italiane”, esplose una pesante crisi economica e si introdusse la nuova tassa sul macinato imposta dal governo Menabrea.

Il 2 gennaio a Troina si svolsero tumulti e arresti che la “Cronaca della Pubblica Sicurezza” così illustrò: “Gli abitanti di questo Comune tumultuarono per il Dazio-consumo, prendendo a sassate i caselli stabiliti per la riscossione del medesimo. Vi accorse il Sindaco accompagnato da Brigadiere e Vice Brigadiere dei R.li Carabinieri, ed eseguirono due arresti. A tal vista i paesani s’inviperirono volendo rimessi in libertà gli arrestati. Sorse allora una mischia nella quale sgraziatamente rimase ucciso il Brigadiere e mortalmente ferito il Vice Brigadiere. Il distaccamento del 9° Fanteria ivi stanziato, che trovavasi in quell’ora di perlustrazione, appena ritornato, riuscì a ristabilire la pubblica tranquillità. Furono operati 22 arresti”.

Il 17 gennaio a S. Filippo d’ Agira “una pattuglia di Carabinieri e militi a cavallo ebbe uno scontro colla banda Venticinque – Muratori. Fu arrestato un solo brigante e tre militi a cavallo per sospetto di connivenza coi detti malfattori”. Il Venticinque morirà a Leonforte in uno scontro con le truppe nella notte fra il 4 e il 5 febbraio. Sempre dalla “Cronaca” leggiamo che il 22 gennaio a Militello “vennero aggrediti in una masseria un certo Privitera da sette individui armati, e prima di lasciarlo fecero intendere la seguente minaccia: ti raccomandiamo di non far parola alla giustizia che noi siamo venuti qui, altrimenti vi scanneremo tutti, che il 24 di febbraio prossimo, succederà la rivoluzione in Sicilia”.

Commenta Roberto tassinari nella sua ottima ricerca già precedentemente citata: “Se lo si legge con attenzione questo appena citato è più di un banale sequestro. I sette briganti lanciano al Privitera un messaggio chiaro, invitandolo stare dalla loro parte perché presto vi sarà la rivoluzione! Sappiamo che ciò non avverrà, ma il fatto che i briganti ne siano convinti lascia indurre che gli stessi non agiscono esclusivamente per delinquere. Le loro azioni fanno probabilmente anche in Sicilia parte di un piano più vasto, giocato su tutta una rete di appoggi e connivenze come attestano gli arresti dei militi che San Filippo sono accusati di non aver inseguito i briganti perché…collusi con gli stessi o le lettere sequestrate al prete di Cianciana nelle quali si annuncia per prossimo “il rovescio delle cose”. Sanno questi uomini, di poter contare sull’appoggio della popolazione, che non attende che un cenno per sollevarsi contro i militari sabaudi, come attestano tragicamente i fatti di Troina”.

A Racalmuto, il bersagliere Luigi Virga, che aveva disertato ed era accusato di brigantaggio, come si legge, ancora una volta, nella “Cronaca della Pubblica Sicurezza” nel mese di gennaio 1868 (edita a Palermo il 7 febbraio 1868), si rifugiò in una zolfara ma il proprietario avvertì i militari che l’arrestarono. A Cianciana , inoltre, avvenne un fatto significativo: “D’ordine del Sotto Prefetto di Bivona fu eseguita una perlustrazione nel domicilio del sacerdote Pietro Arcuri, ex frate francescano riformato, noto reazionario, e gli si rinvennero,una fotografia di Pio IX e 34 lettere, due delle quali accennavano prossimo il rovescio dell’attuale ordine di cose”.

A Girgenti il 6 febbraio, come ancora si evince dalla “Cronaca della Pubblica Sicurezza” si svolse “un pranzo ove convenne la schiuma del partito borbonico. Fu fatto uno sfregio allo stemma di casa Savoia e calpestate piccole bandiere tricolore”.

Scrive Vittorio Consoli nel suo libro Amori e Tromboni a proposito del parroco di Aidone, Lorenzo Parrinello, fondatore di una banda di briganti intitolata “Sacra Unione” che si era specializzata nei sequestri di persona e nel furto di bestiame a favore dei poveri della zona, che “prima delle scorrerie si adunava in preghiera per chiedere la protezione dal Cielo” impartendo “ai suoi uomini la benedizione prima di spedirli per i saccheggi”.

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