CAPITOLO IX

1867/1868: Repressione, azione anticlericale

e reazione cattolica

(Parte I)

Dopo il Sette e Mezzo si svolsero i processi sommari presso i Tribunali militari celebrati “senza nessuna garanzia giuridica”, con avvocati militari e senza avvocati civili, con giudici tutti settentrionali che spesso non capivano l’idioma siciliano dei processati.

Inoltre, a fronte di un dignitoso comportamento dei rivoltosi, fece da contrappeso il manifestarsi di “istinti di crudeltà e di vendetta” dei regi, con uccisioni indiscriminate come attesta una lettera dell’ufficiale Antonio Cattaneo del 3° Reggimento Granatieri che, scrivendo ai suoi amici ammetteva tranquillamente: “Vi posso assicurare che qualche vendetta la facemmo anche noi, fucilando quanti capitavano, anzi, il giorno 23 condotti fuori Porta circa ottanta arrestati colle armi alla mano il giorno prima, si posero in un fosso e ci si fece tanto fuoco addosso finchè bastò per ucciderli tutti. In una chiesa entrato un ufficiale e alcuni soldati che visti due frati che suonavano a stormo li fucilò con le corde in mano. Davanti alla Vicaria uno speziale che rifiutò di fare qualche cosa ad un ferito, fu fucilato alla sua porta, e lo stesso giorno essendo stato fatto prigioniero un mascalzone che per 5 notti m’aveva tenuto desto pel suo grido all’erta sentinella, ed essendo stato tradotto nelle carceri, io volea fucilarlo, ma, essendo in mano al potere giudiziario, m’accontentai di strappare una carabina di mano ad un guardiano, e, messo l’assassino tra me e il capo guardiano, ci demmo tante calciate di fucile nei fianchi, tanti pugni e tanti poi tanti schiaffi che fu per forza portato in prigione finchè non stava più ritto”.

Fatti di brutale violenza avvennero anche dopo la fine dello stato d’assedio: “Il 12 e il 15 gennaio 1867 due gruppi di detenuti in via di trasferimento vennero fucilati dalla truppa giunta nelle vicinanze di Palermo. La seconda volta ne furono fucilati cinque in traduzione da Misilmeri (…) e poiché il loro trasferimento non era stato ordinato dalla autorità giudiziaria, sorse il sospetto che, disposto dall’autorità militare, fosse stato un pretesto per massacrare i detenuti. Il pronto sopralluogo del giudice, il quale osservò le ferite dei disgraziati, confermò che non vi era stato alcun tentativo di fuga come pretendevano gli ufficiali che comandavano i drappelli, e che invece i detenuti, incatenati, erano stati circondati dalla truppa e finiti a colpi di moschetto. Erano tutti imputati per i fatti di settembre”.

Nel 1867, nuovo Questore di Palermo fu nominato Giuseppe Albanese, le autorità cittadine a cominciare dal di Rudinì e dal medici, entrarono in una sorta di stato di apprensione continua per le sorti dell’ordine pubblico, paventando rivolte antiunitarie ovunque. Si invocavano e si moltiplicavano le richieste al governo di Firenze di truppe e l’emanazione di disposizioni speciali per impedire un nuovo settembre ’66.

Il Medici, sottolineava in quei frangenti ed era già il marzo 1867, che la reazione faceva arruolamenti clandestini, concludendo “urge facoltà massimo rigore repressivo e deportazione che inoculi terrore” (lettera al di Rudinì). Il tre aprile il Prefetto di Palermo telegrafava a Firenze: “Agitazione è al colmo” e ancora “Si sono trovati affissi cartelli con “Viva Francesco, Morte Vittorio”.

Altri manifesti borbonici, in quel mese di Aprile, furono trovati a Termini Imerese.

Fra il 3 e il 4 aprile, inoltre, vennero arrestati altri venti sospetti congiurati nel corso di un’ampia azione di Polizia, per un probabile moto che sarebbe dovuto scoppiare proprio il 4 capitanato – secondo la Questura – dal marchese Vincenzo Mortillaro di parte borbonica e dall’autonomista  Regionista Giovanni Raffaele.

Fra i borbonici arrestati figurano Domenico Ferri, Sebastiano Gigante, Edoardo Anelli (già capo squadra nel settembre  ’66) e Girolamo Magno.

Si viveva in uno stato di “rivoluzione latente”, come la definì il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo che lamentava, inoltre, “non è poi, bisogna pur dirlo, la tolleranza della fatica e del lavoro”.

Come dire, al colmo della sottovalutazione, il popolo siciliano, ribelle e sfaticato, pure in preda all’egoismo municipale e al malcontento! E concludeva la sua missiva con questa affermazione: “Il governo non ha un proprio partito a Palermo, e formarsene uno è quindi la prima necessità. Ma per far ciò bisogna governare con giustizia e incuterà rispetto per la forza del governo. La Sicilia va governata in modo diverso e speciale rispetto alle altre parti del regno data la sua speciale fisionomia; ma poiché questa differenziazione non è sancita per le leggi, vi si introduce con l’arbitrio”.  Una frase rivelatrice della considerazione in cui la Sicilia era tenuta, con venature razziste e discriminatorie, che certo la gente percepiva, e che alimentavano la distanza siderale col nuovo sistema e arrecando un valore di credito che le opposizioni – sia di parte clericale borbonica che di quella repubblicana, con l’intervento solo orientativo dello stesso Mazzini – poterono esibire con l’intensificarsi della loro propaganda più o meno sotterranea e con l’affermazione del fronte politico Regionista, (cattolici, autonomisti, borbonici, vecchi liberali) con clamorosi riscontri e successi elettorali, malgrado – come si è prima notato – il basso numero di aventi diritto al voto.

Nel mese di ottobre, i mazziniani, con Bonafede, lanciarono e diffusero un Proclama ai siciliani, in cui i Savoia venivano definiti come dinastia infida.

Non mancarono atti dimostrativi, come l’esposizione al monte Pellegrino di una grande bandiera rossa e la diffusione di volantini a firma Comitato Democratico Insurrezionale di Palermo.

Le autorità periferiche, a cominciare dal Prefetto, chiesero alle autorità centrali “l’autorizzazione ad una condotta apertamente illegale”, al che il Rattazzi, Ministro dell’ Interno, con telegramma allo stesso Prefetto, rispose: “proceda in ogni modo senza perdere tempo arresti capi squadre”. Così avvenne il 27 ottobre con il nuovo Ministro dell’Interno Gualterio succeduto al Rattazzi, nel nuovo gabinetto Menabrea.

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