CAPITOLO VIII

Il 1866, l’insorgenza palermitana del “Sette e mezzo”

e la Sicilia in rivolta

(Parte V)

Il 22 settembre il Sottoprefetto Argenti di Terni, trasmise al Ministero dell’Interno il seguente telegramma (n. 63): “Dal Comitato Romano ricevo in questo momento seguente telegramma: “Si conferma movimento Palermo far capo alla reazione borbonica in Roma, il cui piano si estende alle provincie di Siracusa, Messina, Trapani. Maggiori dettagli appresso.”. Domenica attendono ansiosi anche in queste provincie” (oltre che fra i documenti del “Gabinetto Ministero Interni” –B.7, fasc. 12 docc. 65 e 70 – il testo e ulteriori preziose notizie generali sull’attività dei borbonici a Malta dal 1864 al 1866 si possono trovare in E. Michel, Emigrati borbonici a Malta, in Archivio Storico di Malta, luglio – dicembre 1931).

A tal proposito anche i giornali francesi di quei giorni, contestarono la matrice repubblicana del moto e scrissero: “Alcuni si danno da fare per trovare in questa sommossa una matrice repubblicana.” (La Siècle) e “La repubblica non è vista presto rappresentata nei moti di Palermo. Qui non si è vista che la reazione clericale, che è la barbarie camuffata da repubblica”.

Anche in altre provincie siciliane si procedette con forza: fu sgominata la “banda di Comitini” che operava anche a Grotte con l’arresto di Salvatore Costanza e Salvatore Terrasio.

Altri arresti a Siculiana e Favara.

Ma in assoluto il primo condannato a morte, a seguito dell’insorgenze e in ordine cronologico fu Nunzio Mato, di Vizzini, di anni 25 soldato del 10° Granatieri, sotto l’accusa di diserzione e tradimento, “per avere il 17 settembre abbandonato la sua compagnia, in marcia da Partinico a Monreale, e portato le armi contro i poteri dello Stato, unendosi agli insorgenti. Egli aveva attaccato la sua compagnia, uccidendone il comandante e facendo razzìa dei bagagli dei suoi commilitoni sopraffatti. Fu condannato alla pena capitale, previa degradazione, la perdita dei diritti civili e politici, e a risarcire le parti lese delle spese processuali. Il primo novembre dello stesso anno la condanna fu ratificata e ordinata l’esecuzione”.

Fra gli altri condannati, a due mesi di reclusione, ricordiamo Erasmo Ferrante, di S. Flavia, di 17 anni, a ccusato di aver trasgredito gli ordini dell’autorità militare.

Fra i militari disertori furono condannati il bersagliere Antonino Genna alla pena di lavori forzati a vita, per aver sparato con gli i nsorti ai soldati, da una barricata eretta all’estremità della piazzetta dei Tedeschi “allo scopo di abbattere l’attuale forma di governo”. Stessa sorte per Luciano Coniglio, anni 25 da Corleone, soldato del 4° Fanteria, poi alla testa di una banda armata.

Salvatore Badani, di Palermo, detenuto e accusato di tradimento, si era, invece, autoaccusato di aver preso parte a banda armata per “abbattere il governo”.

Singolare l’avventura di Gennaro Polito di Napoli del 10° Fanteria, detenuto ed acusato di tradimento, per essersi associato a bande armate che sparaavno contro le truppe, rientrando a fine rivolta in caserma, come tornato da una licenza. Prima condannato a lavori forzati a vita e poi con decreto 22 maggio 1868, la pena fu ridotta a 15 anni.

Il 12 novembre una sentenza del Tribunale Militare condannò 6 individuo fra cui il farmacista Pietro Forod, per il saccheggio della casa del sindaco di Palermo.

A metà novembre del 1866 si svolsero anche i processi per gli eccidi di Misilmeri e Ogliastro.

Il 15 novembre fu pronunciata la sentenza contro i fratelli Francesco e Cosimo Lo Bue di Misilmeri, responsabili degli incendi di Ogliatro del 19 settembre e per aver istigato la folla alla strage contro le forze dell’ordine. Furono condannati alla pena capitale, commutata poi in ergastolo e nel 1869 a 20 anni di detenzione. Con loro condannati a varie pene i misilmeresi Giannone e Di Martino. Il processo del 17 novembre, sempre per direttissima e con pochissime possibilità di contraddittorio, vide imputati 18 popolani misilmeresi, fra cui un sacerdote e due monaci, con l’accusa di tradimento, incitamento alla violenza contro lo Stato e le forze dell’ordine, per ricettazione e per aver invaso  saccheggiato la locale caserma dei Carabinieri.

Clamorosa l’incriminazione di 21 persone quasi tutte dipendenti degli uffici giudiziari, fra cui un cancelliere.

Molti gli altri imputati condannati dal Tribunale Militare durante questi processi lampo che si conclusero il 26 novembre 1866 con l’ultima udienza.

Il 4 dicembre veniva sgominata la Banda Torrigiani, in uno scontro a fuoco dove morirono un soldato e due banditi, tutti e tre giovanissimi.

Furono circa un migliaio i rivoltosi uccisi nelle giornate di Settembre 1866, mentre i caduti di parte governativa della rivolta palermitana furono circa 200, 87 feriti gravi e 142 leggeri. Per ogni caduto vennero assegnati alle famiglie 36 lire, 25 per un ferito grave e 12 per uno leggero.

Il Procuratore Generale del Re, Giovanni Interdonato, scrisse il 23 settembre al Ministro di Grazia e Giustizia che “per quanto il movimento materiale si voglia attribuire a tutta l’infima classe sociale, non è men vero che una mente direttiva sia stata dietro le quinte”.

Il “Giornale di Sicilia” lanciò una sottoscrizione per le famiglie dei caduti e dei feriti di parte governativa a cui aderirono prontamente le cariche politioche ed unitarie della città e la potente colonia anglicana inglese a cominciare dai Withaker, che l’avevano proposto. La cifra raccolta fu di 8000 lire.

A dicembre del 1866 una pattuglia di Bersaglieri e Carabinieri arrestò il capobanda Onofrio Barreca, Pietro Levatino che aveva ssassinato nei giorni della rivolta la guardia di P. S. Rossini e Giuseppe Chiovaro.

Molti disertori e renitenti si unirono alle bande delle montagne unitamente ai popolani sbandati della rivolta del settembre. I più agitati presero la via dell’esilio. Fra questi, per breve periodo, anche il D’Ondes Regio che aveva tramato per la rivolta palermitana.

Il 12 dicembre, intanto, Cadorna lasciava Palermo, dove la situazione si aggravò notevolmente con l’esplodere del virus del colera, scoppiato a ridosso della rivolta. La voce popolare, subito diffusasi, sostenne che il contagio era stato portato dai soldati provenienti dal lungo-Po, venuti a Palermo per reprimere i tumulti. Morirono 4046 persone. Anche a Girgenti e a Grotte arrivò il colera che causò 68 morti.

Il 25 dicembre il Questore di Palermo ripristinò la famigerata Carta di Circolazione”, un passaporto interno per delimitare i quartieri palermitani, oltre i quali il documento era necessario.

Misure restrittive furono emanate anche per le concessioni del porto d’armi.

Il 31 dicembre la segreteria del Ministero dell’Interno di Torino, con una “riservata” (n. 1392) al Ministero della Guerra, comunicava l’arresto dopo 17 mesi di latitanza del “brigante Stranges Domenico fu Antonio d’anni 27 soldato del quarto reggimento di Fanteria, fuggito dall’ospedale militare di S. Marta nell’agosto 1862, il quale, dopo aver venduto tutto il suo armamento, erasi ritirato in patria, scorrendo la campagna”.

A fine dicembre un incendio si sviluppò nel Municipio di Palermo, con danni per oltre 100000 lire. I giornali scrissero che le cause potevano essere accidentali, ma la verità che molti conoscevano, nessuno osava dirla”.

I provvedimenti sanitari presi dalle autorità governative durante il colera incontravano un’accanita opposizione: ogni atto, ordine era considerato un attentato, in ogni indizio di traeva argomento e conferma dell’avvelenamento, in ogni nonnulla, se ne vedeva la prova. (…). A Messina si diffuse la voce che il governo volesse diffondere la morte coi tubi del gas per arricchirsi con le imposte di successione. A Catania e a Girgenti furono molteplici gli episodi di “caccia all’untore”. Ad Alia i paesani disperati diedero fuoco ai locali del Comune”.

Hanno rtagione Salvatore Natoli e Maria Rosaria De Stefano Natoli a scrivere nel loro libro  La nazione che non fu “ sei anni dopo l’annessione, la situazione siciliana di quel momento ha molte analogie con le guerre di insurrezione della Vandea e la rivolta del  Sette e mezzo  aha molti punti in comune con la battaglia di Sevenay, specie nelle causa; anche lì fatto scatenante è l’obbligo di leva per trecentomila francesi : è il 1793, 73 anni prima”.

Una vera Insorgenza, fu quindi quella palermitana e siciliana del 1866, e non certo un anarcoide episodio di “malandrinaggio collettivo”.

Significativa, anche, la lettera che il generale Cadorna scrisse all’arcivescovo di Palermo a rivolta finita: “…che preti e preti, e monache perfino, non si guardarono, con un’imprudenza senza esempio, e dal mettersi alla testa delle orde dei rivoltosi e dall’incitare alla rapina e al saccheggio”.

Sui fatti siciliani che vanno dal 1860 al 1866 scriverà anche il parlamentare Diego Tajani, che fu Ministro di Grazia e Giustizia l’11 giugno 1875: “dal 1860 al 1866 fu un continuo offendere abitudini secolari, tradizioni secolari, suscettibilità, anche puntigliose, se vuolsi di popolazioni vivaci, espansive e che erano disposte a ricambiare con un tesoro di affetti un governo, che avesse saputo studiarle… alla Sicilia è stata aperta la via ad ogni materia da arricchire, se si voglia, ma le è spianata la via verso la propria corruzione. Le si è imbellettato il viso, lasciate che io lo dica, ma le si è insozzata l’anima”.

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