CAPITOLO VIII

Il 1866, l’insorgenza palermitana del “Sette e mezzo”

e la Sicilia in rivolta

(Parte IV)

A Borgetto si formò un Comitato rivoluzionario, a Corleone e Prizzi “furono anche aperte le porte ai detenuti” (cfr. F.Brancato, Sette giorni di repubblica   a Palermo). A Piana del Greci, al comando di Antonino Cuccia e di Stassi, fu saccheggiata la casa del Pretore, fu fatto trovare alle bande insorte, di oltre 44° uomini, il paese “tutto illuminato”, al grido di “Viva San Palino”. Fu costituito un Comitato presieduto da Gaetano Sclafani.

Va rilevato che i militari regolari presenti a Palermo in quei giorni della rivolta, erano 3.225, così ripartiti: 10° reggimento temporaneo granatieri n. 1.746; 5° battaglione del 10° fanteria n. 545; 6° battaglione del 67° fanteria 491; 10° batteria dell’8° batteria di artiglieria 148. Eppure gli insorgenti presenti in tutta la città si organizzarono, sbucando da ogni parte, provenendo un po’ da tutta la provincia e, non solo, entrando nella cinta muraria.

Lo stesso generale Cadorna, ammise che dal momento dell’inizio della rivolta “le bande siano rimaste padrone della città, eccettuato il forte di Castellammare, il carcere, le finanze, il palazzo reale ed il palazzo di città, che restarono sotto controllo dell’autorità militare”.

Porta S. Agata raccolse i ribelli della Capitale dell’isola.

Palermo era organizzata in quattro sezioni interne, i  Mandamenti di Castellammare, Monte di pietà, Palazzo Reale, Tribunale con le sezioni interne Oreto e Molo e otto centri abitati periferici, con propria identità e struttura: Brancaccio – Conte Federico, Falso Miele – Villa Grazia; Mezzo Monreale – Porrazzi; Baida – Bocca di Falco; Resuttana – S. Lorenzo; Zisa – Uditore; Sferracavallo – Tommaso Natale; Pallavicino – Mondello.

Le arterie strategiche  quali il Cassaro, dalla Porta Felice alla Cattedrale, la via Maqueda, da S. Antonino fino a via S. Agostini, erano in mano ai rivoltosi.

Certamente molte defezioni si contarono dopo i primi scontri fra i militi della Guardia Nazionale. Furono erette barricate a difesa del palazzo delle Aquile, sede del Municipio, oggetto di tentativi di assalto come molte altre istituzioni cittadine.

Scontri violenti si svolsero in quei giorni fra gli insorti e le truppe di Masi, Angioletti e Riboty (quest’ultimo alla testa di marinai) particolarmente nella zone dell’Orto Botanico, di Piazza Marina, dei Quattro Canti di Campagna. Dal convento di S. Francesco di Paola si aprì il fuoco sui governativi.

Al comando del generale Cadorna per sedare la rivolta, gli effettivi raggiunsero la quota di 40.000 uomini.

La città fu cannoneggiata dalle navi della Regia Marina ed anche da una nave inglese (!) presente nel porto di Palermo.

Lo scontro decisivo avvenne all’ Olivuzza: da una parte i bersaglieri del maggiore Brunetta, il luogotenente Ducos, il colonnello Sannazzaro dei Carabinieri e i marinai di Acton che eseguivano gli ordini di Angioletti, masi e del generale Cardenina, comandante militare della Sicilia, e dall’altro la capacità dei rivoltosi di spostarsi velocemente da una barricata all’altra, da un balcone da un convento o da un vicolo, fra i mille, della vecchia città a Porta Carini.

Nel rapporto sui fatti, Angioletti scriverà “che dai conventi la morta arrivava inaspettata contro i soldati”. Una guerriglia vera e propria.

La rivolta fu sedata con forza e la città passò sotto il controllo militare del Sindaco di Rudinì che potè contare sui rinforzi copiosi di militari provenienti anche dal Nord.

La repressione fu violenta. Carabinieri e P.S. con reparti dell’esercito si mobilitarono nell’entroterra per stanare briganti e rivoltosi.

In un raro opuscolo firmato Anonimo che porta la data 25 settembre 1866 dal titolo Le sette giornate di Palermo (tipografia di Michele Amenta, Palermo 1866) si legge: “Il popolo sovrano imbaldanziva  – si armava – abbatteva le bandiere portanti lo stemma di Casa Savoja”. L’Anonimo, di parte governativa, affermò inoltre “I soldati Italiani anche in questa disperata lotta si sono dimostrati valorosi e generosi e si sono battuti come leoni, ma anche i ribelli si sono battuti”. La “plebe” viene chiamata “parricida”, con il capo coperto di “berrettoni rossi”, cinti di fascia scarlatta. Estorsioni vengono segnalate al Giudice Capo Calcedonio Nicolosi e all’avv. Michele Spina. Ricercato dagli insorti per essere trucidato, Michele Serra direttore del “Amico del Popolo” mentre al questore Pinna viene imputata la responsabilità dei fatti, tanto da far affermare “l’accompagni la maledizione di un paese intero”.

Le autorità governative attendevano rinforzi, che tardarono a giungere.

Il 20 vi fu una sortita del generale Masi che comandava tre battaglioni, con una carica di bersaglieri sul corso del Cassaro; gli stessi il 21 liberarono dall’assedio il Comune, comunque, non ancora occupato al’interno.

La città fu un campo di battaglia, con larga partecipazione di tutti i ceti sociali alla rivolta, ma con preponderanza del ceto popolare e con significativa presenza di religiosi, lo stesso Cadorna a testa infatti che “ parecchi frati hanno preso parte nei combattimenti, in mezzo alle squadre dei malandrini”.

In realtà molti conventi e monasteri della città furono centri strategici di sostegno e di riunioni per i rivoltosi.

Nel convento delle Stigmate le monache aiutarono e incitarono i rivoltosi a sparare contro i soldati, specie verso i luoghi ove erano conservate le liste di leva.

Incendi e saccheggi si moltiplicarono.

Le zone limitrofe al centro cittadino ribollivano di insorti e anche le donne collaboravano attivamente al sostentamento, alla logistica e con il ruolo di staffetta.

Fra le località in periferia interessate e partecipi alla rivolta ricorderemo la Guadagna, l’Olivella, Falsomile, Porta della Grazia, Porrazzi, Porta di Castro, Porta S. Antonino. I comitati agivano anche perifericamente con decisioni conseguenti alla situazione creatasi in loco.

Fu però presto ricostruita dalle autorità militari e da alcuni sindaci della provincia, vista la situazione di crisi, la Guardia Nazionale a cavallo, ciò avvenne a Termini Imerese, anche in rappresentanza del circondario di Cefalù.

Il 12 settembre, il Camozzi, responsabile dell’ordine pubblico del capoluogo, propose al Sindaco, Antonio Starrabba di Rudinì, di richiamare presso il palazzo municipale, ove erano asserragliati i governativi, a mezzo di tamburini e trombettieri, il maggior numero di Guardie Nazionali.

All’appello si presentarono in pochissimi e i Comitati, intanto, diffondevano ad arte notizie sulla imminente liberazione di Palermo.

Gli insorti gridavano indifferentemente nelle strade viva la Repubblica, e viva S. Rosala e i monasteri, Evviva Francesco, innalzando bandiere rosse e bianche, il crocefisso e gli stendardi delle Confraternite defraudate dalle leggi avversive. Il grido di viva la Repubblica era urlato sia dai veri repubblicani sia per scherno ed impeto alternativo rispetto alla logica imperante rappresentata dal nuovo regno italiano.

Il 15 settembre le squadre provenienti da Borgetto e Partinico si unirono a quelle di Montelepre. Fu incendiato il municipio con i registri anagrafici e suppellettili. Dopo i fatti del Sette e mezzo Montelepre fu il primo dei comuni della provincia di Palermo sciolti d’autorità accanto a Monreale, Parco, (Altofonte), Godrano, Palazzo Adriano, Ogliastro, Bagheria, Piana dei Greci e numerosi altri.

Per intervento di Paolo Migliore, amico di Crispi, il Consiglio di Montelepre fu reintegrato perché gli amministratori non avevano preso parte all’assalto.

Dopo le prime ore di rivolta si riforma il Comitato insurrezionale di Palermo, a capo fu posto Silvio Bonanno Chiaramonte barone di Rosabia e principe di Linguaglossa, segretario il repubblicano Francesco Bonafede di Gratteri, che era ingegnere agrimensore; membri il principe Antonio Pignatelli di Monteleone, il barone Giovanni Riso, il principe di Niscemi, il principe di Rammacca, il barone Sutera, il principe di Galati, Pietro Vanni principe di S. Vincenzo, il dottor Onofrio Di Benedetto e il canonico Mons. Gaetano Bellavia, borbonico noto a Questure e Prefetture. L’ideologo, se così si può dire, della rivolta e dello stesso Comitato (insieme a Mortillaro). E ciò anche in ragione oppositiva al violento laicismo governativo e alle leggi contro gli Ordini  e le Corporazioni religiose a cui fu assegnato il compito di scrivere un decreto appena liberato il palazzo reale, che il Bellavia – secondo il Questore Albanese – avrebbe abbozzato, in cui si proclamava “il popolo siciliano padrone di se stesso, e chiamato ad esigersi una nuova forma di governo”.

In secondo tempo si aggregò anche il marchese Fardella di Torrearsa.

La direzione del moto, composita sul piano degli orientamenti politici, ebbe una forte presenza legittimista, tanto che Paolo Alatri dirà che il lavorio borbonico costituì un elemento importante del moto, non fu tuttavia determinante nella “strategia” che capibanda e capisquadra organizzarono in città. Va precisato che Giuseppe Badia, un vecchio organizzatore di rivolte, era in carcere in quel periodo per una fallita rivolta del maggio precedente, orchestrata, come ricordato, probabilmente dal Mortillaro.

La rivolta operativa era in mano a Francesco Bonafede, con ordini che arrivarono dal carcere di Palermo da Giuseppe Badia (che si tentò invano di liberare) e da Vincenzo Mortillaro, ricoverato nell’ospedale del carcere ed effettivamente alcuni giorni dopo liberato. Insieme a questi troviamo Michele Oliveri, Stefano Carraccino, Gaetano Amoroso, il barbiere Andrea Di Marzo, Lorenzo Minneci, il principe di Spadafora, il padre crocifero Michelangelo Furia, il tesoriere della rivolta Salvatore Nobile, Rosario Miceli, Giovanni Ciaccio, Giovanni Ruffino, Salvatore Palzzotto, Francesco parrinello, Bartolomeo Di Giovanni, Francesco Buscemi, Salvatore Mondini e Giusppe Briuccia che aveva fornito le cartucce confezionate nel convento di S. Nicolò. Attivi i frati, oltre il monastero di Monreale i benedettini dello Spirito Santo e dell’Olivella di Palermo.

Un regioni sta illustre come Giovanni Raffaele scrisse che “l’insurrezione di Palermo del 16 settembre non fu che l’effetto della disperazione” e ciò era il frutto della miopia della conquista piemontese, della pessima gestione amministrativa, dell’egemonia borghese, ed anche della svalutazione della  moneta e del rincaro dei generi di fondamentale necessità che colpivano in quei mesi operai, artigiani, piccola borghesia impiegatizia, clero ed anche strati superiori, “espressioni di uno stato diffuso di protesta e di rivolta contro sei anni di malgoverno” (Paolo Alatri).

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