CAPITOLO VIII

Il 1866, l’insorgenza palermitana del “Sette e mezzo”

e la Sicilia in rivolta

 

(Parte III)

Altri centri che insorsero in quei giorni furono Villabate (dove persero la vita in un’imboscata 4 militi) e nuovamente Bagheria che innalzò la bandiera borbonica e dove furono uccisi tre Carabinieri, fra cui uno che si era rifiutato di rinnegare il Regno d’Italia.

Ancora più cruenti furono le rivolte a Misilmeri, paese situato a 11 chilometri da Palermo, che insorse la sera del 15.

Squadre armate, più organizzate, agli ordini di Domenico Giordano e Gian Battista Plescia, formate da latitanti e renitenti alla leva, entrarono in città accolte dal popolo, con illuminazione serale e la formazione di un Comitato politico e insurrezionale. Le campane suonavano a festa e fu corale l’appoggio agli insorti del clero locale. Fu assaltato il deposito della disciolta Guardia Nazionale, sequestrati oltre 500 fucili, munizioni, duemila misilmeresi si spinsero verso la caserma dei Carabinieri dove pure si erano rifugiati le Guardie di Pubblica Sicurezza. I rivoltosi chiesero la resa ma il maresciallo Grimaldi e il Brigadiere di P.S. De Lupis resistettero fino all’ultima cartuccia, oltre il mezzogiorno del 18.

Il Pretore e i notabili del paese invogliarono i militari a non opporre inutili difese e ad uscire, promettendo l’incolumità. Cosa che non avvenne. I rivoltosi circondarono i militari che rientrarono in fretta in caserma, difendendosi per tutta la notte.

Invitati ad uscire di nuovo, mancanti di viveri e munizioni, i militari ebbero nuovamente la promessa di aver salva la vita.

Intanto, praticato un foro i rivoltosi fecero irruzione nella caserma; furono sequestrati violentemente e portati in strada i militari. Si gridava, viva la Bedda Matri, viva la religione, Viva S. Giusto, apparvero vessilli rossi e bianchi, come riferisce nella sua  “cronaca” Vincenzo Maggiorani,nel suo celebre libro Il sollevamento delle plebi di Palermo e del circondario nel settembre 1866, dove descrive le sevizie sui corpi degli sventurati, addirittura sostenendo, – ma era un falso – di cadaveri tagliati a pezzi e portati in giro per le strade.

Dei 29 Carabinieri della caserma di Misilmeri ne furono uccisi ben 21 a cui si aggiunsero altri militi.

Ciò non toglie, comunque, l’orrore di teste che si videro rotolare o di petti squarciati, come nel caso del Carabiniere ucciso a colpi di pietra al lavatoio pubblico.

Nel 1874 fu eretto nel paese un cippo in loro memoria.

Dal 22 settembre al 2 ottobre, si svolsero in Adernò (dal 1929 l’odierna Adrano) le cosiddette Cinque giornate. La popolazione di questo centro del catanese era atterrita dai casi di colera che si registravano in quel triste periodo (il Maggiore Perni parlerà di circa 53000 morti) e delle voci, giunte anche in quel paese, di soldati italiani che avevano portato nell’isola il morbo. Accanto al malcontento, ai renitenti alla leva, alle nuove pesanti tasse fra cui quella di successione, la gente insorse e scese in strada, protestando, e si parlò di saccheggi e violenze, Fu mobilitata la Guardia Nazionale e accorsero per riportare l’ordine due compagnie del 64° reggimento di fanteria, di stanza a Catania al comando di Luigi Gabriele Pessina. La situazione però non si tranquillizzò, malgrado la mediazione tentata dal barone Cianciò, si tentò il linciaggio di presunti e innocenti untori. Alle ore 14.00 del 2 le truppe del Pessina ripresero il controllo del territorio. Ancora fatti gravi si registrarono nelle campagne di Adernò, in contrada Camerone, ove vennero uccisi dei carabinieri, per errore, tre componenti della famiglia Crucillà, fra cui il quindicenne Salvatore e il sottotenente Nicola.

Va detto che quasi tutti i centri che andiamo menzionando, avevano nel 1860 costituito dei Comitati Rivoluzionari organizzati da Giuseppe La Masa in appoggio a Garibaldi e alle squadre dei Picciotti (molti dei quali erano ex galeotti, sbandati e delinquenti comuni) con la raccolta di viveri, denaro, armi e volontari.

Anche a Parco per tre giorni dal 16 al 18 settembre scoppiò una rivolta. Ben sei persone risultarono uccise in quei giorni secondo i registri della Chiesa Madre, altri tre morti furono sepolti nella chiesa di S. Francesco da Padova, fra cui Lucia Gioacchino, di 48 anni, “uccisa dai militari”.

Fu ferito il sindaco Ferdinando Zummo nascosto nell’ex convento, e fu incendiata e prima saccheggiata  la casa comunale e il Dipartimento della Guardia Nazionale. Furono uccisi l’Assessore Salvatore Sciortino, l’Assessore e rappresentante il Consorzio per il prestito nazionale. Magg. Isaia Gioacchino e l’esattore delle imposte Luigi Fiorenza.

Il 14 novembre venne arrestato il sacerdote Antonino Lipari. Nel 1930 Parco cambiò nome in Altofonte.

Nel 1866 la delusione popolare, e la povertà avevano sgomberato ogni residua speranza che ormai si era trasformata in rabbia e, in non pochi casi, in nostalgia per il regno borbonico.

Anche Santa Maria dell’ Ogliastro reagì duramente a quello che era considerato il giogo unitario e lo sfruttamento dei poveri.

Trascriviamo quanto ha meticolosamente ricercato e trovato su quegli avvenimenti Santo Lombino, nel suo ampio studio – inedito – di Il grano e l’ogliastro: “A Ogliastro, come nella vicina Misilmeri (dove l’odio contro la discutibile gestione dell’ordine pubblico negli anni precedenti si manifestò tra l’altro, nell’assalto alla caserma e nell’uccisione di 21 carabinieri e 10 guardie di pubblica sicurezza), la situazione precipitò e si svolsero gli episodi più cruenti del “sette e mezzo”, che poi furo utilizzati per screditare l’intero moto popolare definito ancora ottanta anni dopo “un episodio di collettiva delinquenza”.

Ecco come vengono ricostruiti i fatti dalle fonti “ufficiali”.

Nelle campagne fra Marineo e Ogliastro veniva segnalata attorno alla metà di settembre  la presenza di “briganti e rivoluzionari” che “commettevano delitti inauditi per ferocia e barbarie”.

Dopo alcune perlustrazioni senza esito nel bosco della Ficuzza, il comandante della stazione dei regi carabinieri di Ogliastro, il brigadiere a cavallo Luigi Taroni, organizzò una perlustrazione il 19 settembre 1866 per “affronta rei facinorosi”. Aveva alle sue dipendenze dieci carabinieri a cavallo: Nicola Bacileo, Francesco Catgiu, Mauro Di Molfetta, Francesco D’Urso, Nicola Flocchini, Gaetano Gargiullo, Pietro Panizza, Michele Pastori, Antonio Prato, Luigi tette manti. In contrada Roccabianca, tra i due paesi, i militi si imbattono in una in una “numerosa banda” che li avrebbe attaccati con una sparatoria. I carabinieri, “si stesero in ordine sparso, e da varie parti risposero” al fuoco. Ma tre di loro vengono colpiti: i carabinieri D?Urso e Gargiulo, leggermente feriti, non riescono a ricongiungersi al gruppo e si disperdono, raggiungendo il primo Vallelunga, il secondo Corleone. Francesco cangi, colpito da diverse gravi ferite, fu trasportato dai commilitoni nell’abitato di Ogliastro. Qui la popolazione era nel frattempo insorta essendo scoppiata la rivolta anti-governativa come nei paesi vicini.

Il ferito venne portato in casa del notabile Camillo Romano, già presidente del “Comitato rivoluzionario” del 1860, per cercare di curarlo sistemandolo a letto.

Appena arrivati, però, “una turba di popolo si adunava davanti alla casa stessa, emettendo grida scomposte ed assumendo un atteggiamento così minaccioso che il padrone dell’alloggio, fortemente impaurito, supplicava i carabinieri di andarsene.

Dello stesso parere il sindaco Mosca, intervenuto con il capitano della guardia nazionale Del Lungo ed il notaio Vincenzo Benanti: costoro consigliano i militi di lasciare la casa disarmati, e si impegnano a cercare loro un più sicuro ricovero. Il comandante Taroni ed i suoi vogliono però assistere il collega moribondo, e non lasciano casa Romano finchè Catgiu non esala l’ultimo respiro. Successivamente, i carabinieri decidono di accettare la proposta dei notabili ed escono dalla casa senza armi, ad eccezione di Pietro Panizza, che, “poco fiducioso nel sindaco e negli altri”, conserva di nascosto la sua pistola d’ordinanza. All’esterno infatti, le urla e le minacce continuano, e nel tragitto verso la caserma, il brigadiere Taroni viene colpito alla testa da un rivoltoso col calcio di un fucile. Non reagisce, per evitare che la situazione precipiti. I militi si barricano allora in caserma: qualche anno prima erano stati scelti per tale uso i locali affittati da un certo Giuseppe Candela, con accesso sulla “strada rotabile” (oggi via Roma – Via Vittorio Emanuele). Secondo una tradizione orale, la caserma all’epoca dei fatti si trovava invece in una casa ad angolo tra la via del reverendo Arciprete, l’odierna via Cavour, e la piazza matrice, a pochi metri dal campanile della Chiesa madre.

Attraverso una scala interna, gli otto passano dalla caserma alle stanze di un attiguo ufficio comunale. La manovra viene scoperta però dai “briganti e rivoluzionari” in armi che assalgono l’ufficio “con la stessa furia devastatrice. Il comandante della stazione Taroni, per evitare il peggio, si rivolge dalla finestra alla folla cercando di placare la rabbia. Scrive anche una lettera ai capipopolo  con la quale cerca di convincerli che è meglio far cessare il tumulto. La risposta fu un rinnovato attacco e un “Viva la repubblica!”, la parola d’ordine con cui a Palermo e in molti paesi della provincia erano scesi in piazza i rivoltosi. La porta è scardinata, e Taroni, impugnando l’unica arma di cui disponeva il gruppo, affronta per le scale gli assalitori che, infuriati, sparano sui carabinieri Di Molfetta e Pastori, uccidendoli. Risalendo le scale, il brigadiere scarica la pistola su Matteo Lo Piccolo, uno dei rivoltosi, che cade colpito a morte. Nella confusione che segue, la folla retrocede, infierendo sui cadaveri dei due carabinieri uccisi, trascinati nella campagna.

Approfittando della digressione, il comandante, ferito, riesce a barricarsi in una stanza: quando si rende conto del rinnovato assalto dall’esterno, apre una finestra e sventola il tricolore. Gli arriva dal basso una gragnuola di proiettili, e Taroni grida alla folla: “vigliacchi, non avrete l’onore di prenderci vivi! Viva il Re! Viva l’Italia!”. A questo punto non c’è più scampo: “Alcuni danno la scalata alla casa e incominciano a scoperchiare il tetto; altri, a mezzo di scale, si accingono a penetrare dalle finestre; altri infine danno fuoco alla porta della stanza barricata” con legna accatastata.

Vista la gravità della situazione, il brigadiere chiede ai suoi uomini se preferiscono cadere nelle mani di assalitori o darsi alla morte. Fanno questa seconda scelta. Allora Bacileo, Flocchini, Prato, Tettamanti, oltre a Taroni, rivolgono contro se stessi la rivoltella e sparano. Mentre gli altri perdono subito la vita, Bagileo starà in agonia per qualche giorno. Rimane vivo solo Panizza che non si era potuto suicidare per mancanza di altri proiettili nel revolver. Sfondata la porta, a lui i capi della rivolta chiedono dove sia il brigadiere. Senza scomporsi, il sopravvissuto li conduce all’interno e, mostrando i corpi senza vita dei cinque commilitoni, esclama: “cercate”. Secondo una versione, i rivoltosi, confusi, non proferiscono parola. Secondo un’altra, l’orrendo spettacolo produsse “in quei sconsigliati un senso di gioia”. In ogni caso, “per l’intromissione di uno di quei rivoltosi”, il carabiniere Panizza viene risparmiato e potrà raccontare quanto è accaduto. Ai “cinque martiri di Ogliastro”, fu in seguito conferita alla memoria la medaglia d’argento al valor militare. Al brigadiere Taroni fu intitolata la caserma dell’Arma di Corleone. Il moto rivoluzionario fece registrare anche nella limitrofa Marineo l’assalto alla caserma dei Carabinieri e si stese a molti altri comuni della provincia, tra cui Monreale, Borgetto, Villabate, Corleone, Prizzi, Mezzojuso, Piano dei Greci, Villafrati”.

A Lercara Friddi il 17 settembre di sera, vi fu un attacco a fuoco contro i soldati del 7° reggimento, uno fu ucciso e due feriti. Secondo un rapporto del maresciallo Balsamo della Luogotenenza dei carabinieri di Alia, a capo degli insorti vi sarebbe stato l’arciprete Giacomo Paci, certamente esponente dopo il 1860 dell’ala intransigente e legittimista e che, come si legge testualmente nel verbale del Balsamo “mantenne corrispondenza segreta col famoso ex Capitano nelle compagnie d’arme per le campagna il borbonico Giorgio Chinnici, rifugiato in Malta, ed in una lettera del medesimo spedita a Palermo, il sacerdote Paci veniva raccomandato quale attivissimo ed idoneo agente su cui fare grande assegnamento per la restaurazione che fin da allora macchina vasi specialità che può constatarsi con la testimonianza del Sig. Ferdinando Alessi fu Giuseppe, delegato di Pubblica Sicurezza in Bivona”. Nel rapporto si evidenzia ancora la presenza dell’ex tamburino della Guardia Nazionale di Lercara, il ventitreenne Paolo Orobello di Bagheria “il quale…ad essere stati dagli insorti (di Palermo) presi cinque cannoni, le Finanze la Vicaria, strombettando tali notizie cercava formare un nucleo di forza per irrompere in disordini o nella anarchia, sobillando in ogni modo i facinorosi del Paese, onde agitarli poi, a sua volta, e nella proclamata Repubblica con blandizie e denaro, fargli passare al desiato intento della restaurazione borbonica”.

Villafrati insorse il 19 settembre. Fra i capi Gregorio Scaccia e Domenico Aversa e il carrettiere villafratese Francesco paolo Nicastro, Francesco Romano, Ciro Ligannari, Giuseppe Stassi (poi condannato a 20 anni di lavori forzati) ed altri. Come documenta Giuseppe Oddo nel suo saggio Lo sviluppo incompiuto. Villafrati 1596/1960 (Darbha, Palermo, 1983): “Il 19 sera una banda armata attese  nei pressi della Montagnola una pattuglia di soldati diretta a Termini e la disarmò; l’indomani saccheggiò la caserma dei carabinieri requisendo gli effetti militari, poi, per due giorni, tenne il fermo alla piattaforma di Vicari”.

Anche a Bisacquino, come testimonia nella sua Monografia sul paese (1978) lo storiografo municipale Bernardo Lucia, in quei giorni molti protestarono contro il governo, facendo uso della forza, “furono arrestati diversi cittadini e anche alcuni sacerdoti, che vennero rinchiusi nel carcere Castello di Corleone. Anche in quel paese erano stati colpiti dalla legge di soppressione la collegiata della Matrice, la Badia, i conventi S. Caterina, del Carmine e dei Cappuccini”. Il Lucia, scriverà sul più vasto tema su cui peraltro si fonda la filosofia della storia di questo nostro libro: “Fino a pochi anni addietro, quasi nessuno storico siciliano fece cenno della suddetta rivoluzione del malcontento generale del popolo. La ragione è chiara: i libri di storia venivano manipolati da liberali e massoni, i quali avevano interesse di occultare al possibile le loro malefatte, alle nuove generazioni”.

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