CAPITOLO VIII

Il 1866, l’insorgenza palermitana del “Sette e mezzo”

e la Sicilia in rivolta

(Parte II)

Nel settembre 1866, Mazzini fondava L’Alleanza Repubblicana Universale, allo scopo di liberare Roma. Nello stesso anno anche in Sicilia,  grazie a Saverio Friscia,  repubblicano dissidente e massone, che aveva conosciuto Michele Bakunin a Napoli (che era in contrasto con le tesi di Marx) cominciarono a introdursi le idee rivoluzionarie anarchiche. Come ha dimostrato Fulvio Izzo,  la saldatura strategico – operativa fra i borbonici della non rassegnata regina delle Due Sicilie Maria Sofia e gli anarchici non furono occasionali ed anzi produssero il regicidio di Umberto I a Monza,  per mano di Bresci. Ad ogni modo Friscia, nel 1868, fu l’unico rappresentante italiano al Congresso Internazionale dei Lavoratori svoltosi a Bruxelles.

Il pensiero di Mazzini fu quindi una concausa della convergenza operativa registrata dai repubblicani Francesco Bonafede e Friscia con i legittimisti borbonici e i clericali presenti nel comitato insorgente, spia evidente della crisi del Partito D’Azione.

Intanto alcune sommosse locali si verificano il 19 marzo a Canicattì e Polizzi Generosa. Bande armate composte da renitenti, disertori e banditi operavano a Trapani, Girgenti, Caltanissetta.

Venne intanto introdotto l’uso forzoso della carta moneta, vivamente e pubblicamente osteggiato dal Mortillaro.

Il 28 giugni la Direzione speciale della cassa ecclesiastica per le province napoletane chiese notizie al Prefetto Torelli del canonico Gaetano Bellavia di Naro, domiciliato a Palazzo Amoroso presso Porta Maqueda. La risposta del torelli è datata 9 settembre e si parla di Bellavia come uomo coltissimo, scaltro, allievo e protetto dal Vescovo Loiacono di Girgenti, legittimista incarcerato per ben 15 mesi per  “mene reazionarie” in favore dei Borbone. Il Bellavia risulterebbe “in condizioni assai meschine” , abitante non nel Palazzo Amoroso, bensì in via dei Genovesi 30. Bellavia risulterà fra i componenti del comitati insurrezionale del settembre 1866.

Il canonico fu arrestato poi il 10 novembre, all’interno dell’ex monastero di Montevergini. Il 28 dicembre la Corte D’Appello di Palermo ne raccomandava al questore di Palermo la più stretta sorveglianza insieme a Piero Muratori e al principe di Linguaglossa. Il canonico non tornò libero in quanto innocente, ma perché amnistiato a metà marzo 1877.

Il 7 luglio venne approvata l’estensione all’ Isola della legge Siccardi, famigerata per l’eversione allo Stato dei beni ecclesiastici, la soppressione di Ordini religiosi, conventi, Confraternite, legge che, provocando sdegno, metterà sul lastrico migliaia di persone impiegate e di addetti nella vita dei monasteri, e alimenterà il vivo risentimento della Chiesa. Questa fu una causa fondante della rivolta del Sette e Mezzo, perché la legge del 7 luglio non faceva che favorire l’ascesa della nuova borghesia rapace per la vendita dei beni ecclesiastici a prezzi irrisori, ma proibitivi per impiegati e contadini.

Come se non bastasse venne adottato dal voto del parlamento del regno, anche il Codice Civile Pisanelli che ripristinava l’autorità maritale – come fa notare Marta Bonetti – riconsegnando le donne a una condizione di subalternità, togliendo il diritto di eredità paterna alle figlie femmine e la tutela dei minori alle madri.

Inoltre, cancellava le separazioni e i divorzi che erano consentiti dalla legge austriaca ai non cattolici, amplificava e generalizzava la tassa di successione sconosciuta in molti stati preunitari.

I siciliani ironizzarono siamo tutti divenuti parenti del re, dato che il nuovo ordinamento statuale prendeva una quota parte dei lasciti dei morti.

Il momento scelto per la rivolta e ritenuto più opportuno anche dalla componente repubblicana, in quanto non concomitante con le operazioni di guerra dell’Italia, nel conflitto austro – prussiano, fu in settembre dopo la fine delle ostilità. Con le sconfitte dell’ Esercito a Custoza e della Marina a Lissa. Fatti bellici gravi per il nuovo Regno italiano che provocarono infinite diatribe e la concentrazione di truppe in zone di operazione lontane dalla Sicilia.

Prima di descrivere i fatti palermitani è bene parlare di ciò che avvenne nei centri nevralgici del circondario. Segnali precisi si potevano cogliere nella provincia palermitana con incendio dolosi al bosco della Ficuzza, fra Marineo e Corleone, avvenuti, il 27 agosto e l’8 settembre.

Il 19 marzo 1866, a Canicattì avvenne una prima grave rivolta popolare che ebbe le stesse caratteristiche e la stessa composizione sociale del moto palermitano, nel fronte unito delle opposizioni politiche. Le truppe regolari provenienti da Naro repressero la rivolta.

Il 10 settembre si segnalarono a Giacalone presso Monreale, riunioni di renitenti e di ex soldati, di scontenti del nuovo regime e di ex coatti. Si esordì con uno scontro a fuoco con i Carabinieri, furono feriti l’ex coatto Settimo Zuccarello e Gioacchino Carrà, renitenti di leva, classe 1845.

La base operativa delle bande armate era a Monte Cuccio nel Monrealese e da quella montagna venivano emanati gli ordini, con a capo Turi Miceli, che partivano per la rivolta, rivolti ai paesi della provincia palermitana e ai gruppi dei renitenti alla macchia. Monreale, la splendente città normanna dal Duomo antichissimo, sede arcivescovile (con a capo mons. Benedetto D’Acquisto), situata a poca distanza dalla’Abbazia benedettina di San Martino delle Scale, che vantava già una propria autonomia ed una orgogliosa identità.

Il 15 di settembre, a Monreale, alle diciannove e trenta, esplose una bomba carta, il segnale di insurrezione.

Accorsero sul luogo i delegati governativi Freddi e Zambronzi, il vice brigadiere di P.S., guardie e Carabinieri. Si eseguirono i primi arresti. Il 16 a notte fonda furono fatti esplodere in località Rocca, fra Monreale e Palermo, dei colpi di fucile verso un posto chiamato Palchetto.

Il piemontese ispettore Bolla non comprese che i gruppi armati, che si potevano intravedere sul Monte Caputo, fossero pronti a scendere a Palermo, credendo che fossero Guardie Nazionali.

Tuttavia si mossero i Carabinieri, a numero 19 guardi di P.S., trenta Granatieri. Si sparò sui rivoltosi (inizialmente oltre trecento, con a capo Spinnato, Puccio, Giordano), nelle strade si unirono moltissimi popolani che tentarono di accerchiare il Freddi. I marescialli Zavattino e Bellino con i loro uomini sostennero un conflitto che durò circa diciotto ore. Trovato uno sbocco i rivoltosi si diressero Palermo e, passando per la Rocca e Bocca di Falco, arrivarono alle 19 a Palermo.

Intanto a Monreale il popolo si era impadronito dei punti nevralgici della città, facendo anche prigionieri fra i militari e saccheggi nelle abitazioni dei Delegati, nelle caserme dei Carabinieri, negli alloggi degli ufficiali, nella Ricevitoria, nell’archivio della Pretura.

Fu ucciso un carabiniere, un vecchio considerato un delatore e una donna che faceva servizi domestici alla Questura. Lo stesso Ispettore della Questura, Bolla fu ucciso.

Dirigeva le operazioni a Monreale un Comitato, avente sede il Municipio, che elesse a Presidente L’Arcivescovo Benedetto D’Acquisto, saggio moderatore delle intemperanze, componenti alcuni cittadini e i membri del Municipio.

Si inviavano squadre di volontari provenienti da Palermo e si teneva in pugno la città. Insieme ai simboli religiosi come il Crocifisso esibiti in quei giorni ( una delle feste più importanti in Monreale è proprio dedicata a Gesù in croce) apparvero ritratti di Francesco II, del Papa, bandiere gigliate e tricolori senza stemma sabaudo. Si disse che il Comitato fungeva da Governo provvisorio della città indipendente, proprio con a capo D’Acquisto, che in seguito ai fatti fu poi arrestato dai Regi per un mese e, discolpatosi con difficoltà, disse di aver agito solo per la pacificazione. Decine  e decine di frati furono esiliati.

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