CAPITOLO VIII

Il 1866, l’insorgenza palermitana del “Sette e mezzo”

e la Sicilia in rivolta

 

(Parte I)

 

La rivolta palermitana del Sette e Mezzo è sicuramente l’Insorgenza popolare corale più importante del decennio  1860/70 che coinvolse e sconvolse la provincia e la città di Palermo nel settembre del 1866, con taluni focolai di manifesto dissenso antigovernativo  in altre provincie della Sicilia occidentale.

Abbiamo segnalato quali e quante fossero le obiettive situazioni di violenta crisi che attraversarono il primo quinquennio  dell’unificazione segnata, peraltro, da tante vittime (da ambo le parti, come una strisciante guerra civile non dissimile dal resto del Meridione in quegli anni caratterizzati dal brigantaggio) più o meno eccellenti che, si può dire, non risparmiarono quasi nessun centro , grande e piccolo, sell’Isola.

A parte speculatori arricchiti e acquiescenti della nuova ingorda borghesia,  il nuovo potere non incontrò il consenso e l’entusiasmo popolare che, seppur in modo non maggioritario, aveva inizialmente con Garibaldi preso come in un sogno romantico parte del popolo, ma anche una pozione cospicua della nobiltà e della stessa Chiesa nonché alcuni autonomisti ed indipendentisti.

Gli eccidi fraterni fra le parti  del processo rivoluzionario in Sicilia, e cioè i garibaldini e i governativi, fecero uscire molti dall’incantamento e prevalse così il realismo; la verità amara non si ripiegò nel sonno e nell’apatia, ma mostrò sussulti e consapevolezze, fino al sacrificio e, in non pochi casi, nella diaspora armata in montagna in cui, come esattamente avvenne nel più noto e celebrato  brigantaggio nel Sud, ove oppositori, renitenti e disertori si unirono  a fuorilegge che poco o nulla avevano in comune con questi e che tuttavia l’ansia per una supposta “giustizia”, orientava verso le bande armate.

Fenomeno complesso, come già detto, anche questo brigantaggio siciliano, che si è quasi sempre liquidato come criminale e mafioso sic et simpliciter.

A inizio del luglio del 1866, si era intanto formato un Comitato per l’insurrezione col fine di rimettere sul trono di Sicilia Francesco II, palesandosi e mimetizzandosi anche in fede repubblicana per comodità strategica. Lo presiedeva Lorenzo Minneci , repubblicano amico del Badia e ne facevano parte una ventina di membri , fra cui due sacerdoti un certo Don Salvatore e padre Spadaro. Gli altri nomi facenti parte del comitato erano: Andrea Di Marzo, Stefano Carracino, Rosario Miceli, Giovanni Ciaccio, Giovanni Ruffino, Salvatore Nobile, Francesco Parrinello, Michele Oliveri, Bartolomeo DFi Giovanni, Salvatore Mordini, Francesco Buscemi, Salvatore Palazzolo, Viola, Lo Siena e Carlo Paternò che, arrestato dopo i fatti di settembre, rivelò dell’effettiva importanza del Comitato, ritrattando però in seguito. Regista occulto, egualmente arrestato, fu il Mortillaro.

Nell’esplodere del Sette e Mezzo palermitano, non vanno dimenticati quindi né gli avvenimenti gravi degli anni della post unificazione né tanto meno la composizione sociale delle bande,  né ancora la presenza sempre nell’ombra e sempre attiva, nonostante la repressione, del ”Partito borbonico”.

Sicuramente notevole nello scenario che prepara il Sette e Mezzo è anche il ruolo degli ex garibaldini e dei mazziniani – repubblicani, dei pochi radicali, degli intellettuali del nascente anarchismo e dei rari socialisti allora presenti in Sicilia, dei regionisti con le componenti autonomiste moderate e separatiste, nostalgiche del 1848, del mondo cattolico, di alcuni Vescovi e di buona parte del clero e degli Ordini religiosi intransigenti che seguivano l’insegnamento e gli ammonimenti controrivoluzionari del Ppa Pio IX e del suo braccio dottrinale, la Civiltà Cattolica. Questa svolse un ruolo di critica e di indicazioni non solo demagogiche o fideistiche, seppur molto radicalmente espressi e che pure riguarderanno la situazione siciliana.

Grave in Sicilia, fu quindi, la soppressione delle case religiose perché proprio nell’isola la cura pastorale si basava non tanto sulle parrocchie quanto sulle case religiose e sull’impegno dei regolari, molti dei quali, non sacerdoti, dovettero tornare allo stato laicale, quasi abbandonati a sè stessi. Alcune cifre sono illuminanti, in tutta Italia, ad esempio i Cappuccini che nel 1860 erano 8563, nel 1885 erano solo 4536.

Con la soppressione delle case religiose le monache si ridussero enormemente di numero e il Celesia non mancò di definirle “vere vittime della Rivoluzione”. Mai in Sicilia, scrive Maria Teresa Falzone, “se si esclude il periodo della dominazione araba, vi era stata una soppressione così violenta e di così ampia portata”. Per la studiosa siciliana il decennio 1860 – 1/870 “vide la Chiesa in stato d’assedio”.

In tal senso significativo è quanto attesta G. Martina: “L’opposizione contro gli istituti religiosi colpì l’istituzione in quanto tale, senza risparmiare i Cappuccini, che godevano di una larga popolarità (pensiamo ai Promessi Sposi), e i Passionisti, rimasti immuni da ogni crisi. Cavour nei suoi discorsi parlamentari e nelle sue lettere, aveva indicato chiaramente i motivi della politica liberale su questo punto: “l’opposizione esistente (secondo lo statista) fra i principi della vita religiosa e quelli della civiltà liberale”.

Nasce da questi diversi fattori la convergenza fra forze, interessi e aspirazioni che ancora si giudica come innaturale “un pasticcio, un esempio impagabile di conformismo ideologico e politico, cui prendono parte elemnti di estrema destra e di estrema sinistra” (Francesco Renda).

Comune a tutti gli insorti era quindi il nemico principale contro cui insorgere e contro cui ribellarsi e che il popolo, senza tante disquisizioni ideologiche o istituzionali, sentiva come il morso impellente che l’attanagliava, insieme alla nuova povertà frutto anche di un liberalismo economico centralista che privilegiava solo i possessori di capitali, i grandi manovratori di interessi, gli usurai che pure erano attivissimi, i nuovi capitalisti alleati con gli inglesi anche in Sicilia (zolfare, coltura di vitigni), trasformisti che da repubblicani e federalisti, come Crispi, si “scoprirono” monarchici e unitarsti.

Così l’urlo del popolo palermitano divenne una valanga che rischiò di travolgere il sistema del terrore e dell’occupazione militare vigente in Sicilia.

Intanto il 18 maggio il Prefetto di Palermo Luigi Torelli segnalò al questore Pinna una lettera anonima circostanziata sul conto del sacerdote di Palazzo Adriano Giuseppe Granà “partigiano coltissimo dei Borboni”, con la sua attività in combutta con i “retrivi”; pertanto occorreva “assicurare il paese spurgandolo dai nemici in cui potrebbe cadere”, rompendo “il buon ordine che regna nel paese e richiedendone pertanto l’allontanamento”.

L’invocazione popolare alla Santuzza protettrice di Palermo, Santa Rosalia, fu quella sicuramente preponderante, a conferma della religiosità profonda , vista con scherno e sufficienza dagli occupanti la cui “legittimità” proveniva dal Plebiscito del 1860, istituto inesistente perfino nell’ordinamento  dello stato sardo – sabaudo, come si è visto, un fatto assolutamente minoritario quanto a numero di votanti, da cui fu esclusa la stragrande maggioranza dei contadini, degli analfabeti, dei ceti meno abbienti, degli emarginati e dei poveri nullatenenti e dei soldati borbonici arrestati.

Il Partito D’Azione, intanto, si era scisso sostanzialmente, con un’ala che sosteneva l’urgenza e l’importanza di unire le forze anche con il partito borbonico, soprattutto alla luce di ciò che andava scrivendo Mazzini, per esempio, il mazziniano Rosario Bagnasco in una lettera del 13 luglio 1865: “Un moto repubblicano, che conduce a pericolare l’unità nazionale, sarebbe colpevole; un moto che restasse certezza che il resto d’Italia possa seguirlo, sarebbe un errore; un moto che restasse isolato, cadrebbe poco dopo nell’autonomismo, nello smembramento, nelle concessioni a governi e reggitori stranieri” (Lettera di Mazzini a Bagnasco pubblicata ne “Il Precursore” di Palermo, il 31 luglio 1865).

 

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