CAPITOLO VII

(Parte II)

Ritornando a Gualtiero, è da precisare che le sue fonti erano certamente da attribuirsi a delatori, segnatamente al reali, e disegnavano uno straordinario piano operativo da attuarsi in Sicilia, coordinato positivamente con i comandi militari, la magistratura, il procuratore Generale.

Prima di iniziare tali operazioni, Gualtiero fece eseguire alla Questura un “buon numero di arresti di facinorosi”. Fra l’altro a Palermo il 12 gennaio alla Fontana del Garraffo era stata ritrovata una bandiera bianca borbonica con le scritte  Viva Francesco II e viva il Papa Re (cfr. “Il Precursore”, 17 gennaio 1865). Le operazioni combinate nelle province di Palermo, Trapani e Girgenti miravano al controllo capillare della popolazione e all’arresto dei facinorosi, disertori e renitenti, con eventuali rappresaglie sulle famiglie, se latitanti.

Fra le disposizioni emanate si può leggere questa perla di “diritto”: L’autorità politica ha prescritto che ogni cittadino assente dal proprio comune sia munito di una carta di circolazione. Tutti coloro che alla distanza di un chilometro dal paese ne saranno trovati sprovvisti verranno arrestati, né si rilasceranno prima che il Sindaco alla presenza del delegato di pubblica Sicurezza e del Comandante la stazione dei R. Carabinieri abbia dato assicurazioni sulla loro moralità”.

Il 27 aprile il Medici, con un ordine del giorno indirizzato alle truppe, comunicava: “Il Governo del re mi affida ed io assumo il comando delle truppe mobilizzate, deciso a farla finita coi renitenti, disertori e malefattori, che impestavano le province di Palermo, Trapani e Girgenti”.

A Roccapalumba, in provincia di Palermo, il 20 giugno si svolse uno sciopero di mietitori. Molte furono le denunce.

Oltre cinque, lunghissimi mesi, dal 1° maggio al 15 ottobre, durò l’operazione militare, forte di 15.000 uomini di cui 8.000 nella sola provincia di Palermo, conseguendo arresti e aumentando, in tutte le categorie sociali, malcontento e odio, nostalgie di un tempo perduto, quello delle Due Sicilie, che sapeva – pur con tanti difetti – coniugare la tranquillità con l’ordine civile.

E’ importante sottolineare che se nel 1861 ben 100 Diocesi erano senza vescovo, nel 1864 risulta che addirittura 43 vescovi vivevano in esilio; 16 erano stati espulsi, 20 furono processati, centinaia di preti incarcerati e,come se non bastasse un milione di ettari di terra passò dalla Chiesa a privati, tanto che il 12 settembre 1870, Quintino Sella disse: “Furono venduti 500 milioni di beni”.

Scrive, inoltre, Francesco Magno: “il clero riesce a trasformare in manifestazione politica la celebrazione del decimo anniversario della definizione della Immacolata Concezione: durante la festa corre per le vie di Palermo un proclama con il ritratto di Francesco II. Il clero, in fondo, si affiata sempre più con il partito borbonico”.

Dopo la pubblicazione dell’Enciclica Quanta Cura e delle proposizioni del Sillabo di Pio IX, si svolse a Palermo una manifestazione anti clericale in via Toledo dove si bruciò copia dell’ Enciclica dinanzi la Cattedrale. Venne anche bruciato il giornale “La libertà” e impedita la pubblicazione del giornale “Oreteo cattolico”.

E ancora, dopo gli incidenti del, 22 gennaio 1875 la Polizia perquisì la casa del canonico Sanfilippo che verrà arrestato, la casa del sacerdote Francesco Russo, del sacerdote prof. Galeotti, la casa dei sacerdoti fratelli Barone. Viene anche arrestato il padre Giammanco dell’Ordine dei Crociferi e viene perquisito il Seminario dei Chierici.   In un rapporto che il Medici ricevette dalla sotto zona di Termini Imerese e che fu trasmesso al Gualterio, si legge la realtà delle cose, lo stato d’animo popolare, il distacco con il governo centrale: “Le popolazioni dimostrano apparente indifferenza alle misure militari che si sono adottate, ma in sostanza si capisce che le detestano. Pochissimi hanno il coraggio di piegarsi favorevoli al governo. In questo capoluogo, poi, non esiste affatto il più piccolo partito governativo. Sono tutti indifferenti o contrari”.

C’è da notare che nel successivo anno imperversò il colera, da settembre a dicembre. Anche l’infamata epidemia fu ritenuta un segno del, destino avverso, non mancarono pertanto attacchi alla gestione sanitaria pubblica dai giornali e una serpeggiante sfiducia dell’opinione popolare, che però non fecero indietreggiare il governo.

A Calatabiano il 12 ottobre 1865 tre militi a cavallo giunti nel paese per servizio, furono fucilati e incolpati di essere gli spacciatori del veleno.

A Catania fu repressa una progettata insorgenza di un gruppo borbonico collegato con Roma e Malta. Anche in questo caso il Prefetto Bonini scriverà di rapporti operativi fra membri del Partito d’Azione e il Comitato Borbonico. Furono perquisite molte case fra il 15 e il 16 gennaio 1865, rinvenendo materiale di propaganda, una bandiera borbonica, la corrispondenza che un componente del gruppo dei legittimisti, Gaetano Ajello, aveva tenuto con il conte di Capaci e con Afan de Rivera. Come scrisse l’Alatri “il gruppo faceva parte a un intelligente e colto reazionario, il barone Enrico Piraino Ciancio”.

Altro tentativo di rivolta si ebbe a Palermo, fra maggio e luglio. Fu arrestato Giuseppe Badia con altri ventiquattro congiurati. Badia che non era stato e non era né borbonico né clericale e che per Garibaldi fino ad Aspromonte si era battuto, era ormai entrato a spron battuto nell’area della convergenza operativa fra i dissidenti del regime,. Ciò non piacque a Mazzini come si può leggere nella lettera a Rosario Bagnasco del 1 giugno 1865: “Sono perplesso per l’aspetto delle cose e per la confusione che parmi veder guadagnar terreno n Sicilia (…) . Siete in una posizione difficile e dovete evitare i pericoli che sono da ciascun lato. Dovete lottare non vi ha dubbio contro ogni tentativo borbonico e separatista. Ma evidentemente sono misti a questi tentativi giovani nostri impazienti, i quali credono sia miglior cosa rovesciare ciò ch’è, e si illudono di poter poi sostituire un governo nostro; giovani che errano di mente ma senza scopo retrogrado. Tra questi i borbonici, clericali, antimilitari, bisogna che facciate una differenza. Cercate convertire colla pazienza i primi contro i secondi (…)  combattendo i tentativi, e trovandovi quindi necessariamente in lega provvisoria col Governo, è necessario mantenere una posizione indipendente, distinta. Bisogna che il governo intenda e il paese intenda che combattereste anche soli i nemici dell’unità; che credete colpa in parte della triste e imbecille condotta governativa il malcontento e i tentativi che si appoggiano su quel malcontento; e anche trovandovi per amore dell’Unità a fianco suo, voi non vi riconcilierete con esso”.

La lettera di Mazzini, a un anno dal Sette e Mezzo, è molto esplicita e dimostra il timore di una alleanza fra repubblicani dissidenti come il Badia, con i reazionari – clericali, con la valutazione della non effimera presenza di “borbonici, clericali, anti unitari” che anzi viene stigmatizzata pericolosa ribadendo e auspicando di stare “in lega”, seppur provvisoriamente, col governo. Cosa che gli ortodossi repubblicani non mancarono dui fare. Tanto che, ad arrestare il Badia, ormai non più mazziniano ortodosso, il 12 luglio 1865, per i fatti del maggio precedente e per i disordini causati al comizio anti clericale del 22 gennaio 1865, fu proprio un antico mazziniano, Carlo Trasselli.

Nell’aprile 1865 nuovo Questore di Palermo fu il bolognese Felice Pinna. Scrive l’Alatri: “Egli adottò la regola di arrestare il più gran numero di persone sospette, anche se poi non era possibile trattenerle non essendovi materia di procedimento giudiziario o essendo gli arrestati rimessi in libertà per un giudizio di assoluzione, di far infliggere il maggior numero possibile di ammonizioni giudiziarie (10000 in sei mesi); di far condannare il maggior numero di ammoniti per contravvenzione alle regole ad essi imposte; di far condannare al domicilio coatto il maggior numero di persone, potendosi servire perciò della nuova legge del 17 maggio 1866”. Un vero sistema di abusi e repressioni preventive, questo del Pinna, che fece registrare una clamorosa protesta degli avvocati di Palermo il, 6 febbraio 1866, resa pubblica l’11 dello stesso mese su “L’Amico del Popolo”. Un simile atteggiamento a quello dela Questura l’ebbe anche la Prefettura palermitana.

Come scrisse ancora l’Alatri “il comportamento della polizia, invece di eliminare i motivi che potevano essere alla base del malcontento, e quindi di un’eventuale rivolta li accresceva giorno per giorno e rendeva sempre più precaria la situazione”.

Nei fatti si saldava un fronte di rifiuto che aveva perno sui Regionisti, molti dei quali sicuramente non borbonici e con un passato di tutt’altro segno che quello legittimista.

Il 1865 fu anche l’anno di elezioni amministrative (settembre) e politiche (ottobre) che videro in Sicilia l’affermazione dei regionisti e dei loro alleati,  con eletti al Parlamento uomini come Lorenzo Cottù marhcese di Roccaforte, D’Ondes Reggio, Mordini e Perez, sostenuti dall’autorità morale di uno scienziato come Francesco Ferrara e di un letterato come Lionardo Vigo.

Mazzini fu eletto a Messina.

In tema di elezioni sarà (come era scandalosamente avvenuto per i Plebisciti) istruttivo ricordare la “portata” del consenso elettorale, ad esempio del Mazzini, che ottenne a Messina 262 voti contro i 51 del generale Giacomo Medici, governativo.

Trecento persone decidevano così per migliaia e migliaia di cittadini, in nome della nuova democrazia e della libertà!

Se tutto fosse stato all’insegna del mutamento sostanziale, del benessere economico, del miglioramento delle condizioni di vita dei ceti popolari e meno abbienti, qualche ragione l’avrebbero i sostenitori, ancora oggi, di un “decennio di grazia” per la Sicilia. Così non fu.

E non certo per le nostre opinioni ovviamente discutibilissime e liberamente di parte, quanto per i dati e le realtà che andiamo esponendo e che non si possono e non si debbono nascondere.

Ancora Paolo Alatri sostiene: “La situazione economica tanto depressa anche dal fiscalismo può dirsi riassunta nel rapporto del Direttore compartimentale delle gabelle di Palermo al Prefetto di Palermo per il primo semestre del 1865, dal quale risulta che mentre notevole era stato l’aumento degli introiti, completa era invece la stasi economica”. Anche le bande dei briganti cominceranno così a pullulare nella provincia palermitana.

Partito, intanto, il Gualterio, il 22 aprile, fu sostituito dal Prefetto Luigi Torelli a Palermo, mentre sostituendo il generale Danesi assunse il comando della Guardia Nazionale Gabriele Camozzi.

Camozzi dovette capire perfettamente quale fuoco covava sotto la cenere e diede alle stampe un piccolo manuale di Istruzioni nel caso di insurrezione della città e campagna di Palermo.

Intanto altre bande sparavano nei dintorni di Palermo, e a Bagheria i Carabinieri, a fine giugno, repressero un’insorgenza popolare.

Anche sulle montagne fra Palermo e la valle dello Jato, a Portella della Paglia, il 30 agosto, si verificò un conflitto a fuoco.

I comitati borbonici che ancora operavano fra Malta (delegato l’avvocato Gioacchino Grasso) e la Sicilia (delegato Giuseppe Carnemolla con il Mortillaro a sovraintendere a Palermo) appoggiavano concretamente il traffico di armi con frequenti contatti tattici e operativi tenuti con il conte di Capaci.

Da sottolineare che il quadro legislativo generale rispose ad interessi centralistici: la prima legge promulgata dal governo trasferitosi a Firenze nel 1865, nuova capitale del Regno, fu l’unificazione amministrativa che consistette nella semplice estensione in tutto il paese della legislazione piemontese, compreso il sistema daziario, il Codice Penale (che prevedeva la pena di morte fino al 1889), il matrimonio civile, potere dei Prefetti, il servizio di leva obbligatorio.

Un paradosso furono nel 1865 anche le deroghe fra gli ordinamenti di Nord e Sud riguardo i reati sessuali. Scrive a tal proposito Arrigo Petacco in Roma o morte: “Il codice piemontese puniva l’omosessualità su querela di parte o per pubblico scandalo, in quello napoletano neppure se ne parlava. Si giunse così al paradosso che le pratiche omoerotiche fra adulti consenzienti erano un reato a Torino e nel Nord, e non lo erano a Napoli e nel Sud.

Questo doppio regime durerà fino all’entrata in vigore del nuovo Codice Penale del Ministro Zanardelli (1889).

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