CAPITOLO VII

1864 – 1865: fra clericali e borbonici

(Parte I)

L’11 febbraio 1864 venne introdotta una nuova normativa a parziale modifica della legge Pica che regolava la soppressione del brigantaggio, peraltro già estesa in Sicilia dopo una prima, violenta applicazione nel Mezzogiorno. Intanto, qualche mese dopo,  esattamente l’11 maggio 1864 muore a Marsiglia, dov’era esule e dove dirigeva le trame del legittimismo borbonico, l’ex direttore della polizia del regno delle Due Sicilie nell’isola, Salvatore Maniscalco, “triste manigoldo” e “flagello della Sicilia” per Isidoro La Lumia, un patriota fedele e un uomo d’ordine per i borbonici.

La trama in esilio dei legittimisti borbonici, come già accennato, aveva il suo centro a Roma, dove dimorava Francesco II e agiva concretamente – anche con finanziamenti cospicui al brigantaggio meridionale – oltre oltre al governo in esilio anche il cosiddetto Comitato Centrale, presieduti da Pietro Calà Ulloa di cui facevano parte il principe della Scaletta e il principe di Sant’Antimo residenti a Napoli, i siciliani conte Giovanni Pilo di Capaci, il principe di Campofranco, il barone Ferdinando Malvica, l’arciprete Giuseppe Carnemolla di Scicli, l’avvocato Gioacchino Grasso ed Emanuele Raeli che faceva il doppio gioco, quale informatore, con lo Stato italiano. Questi ultimi tre furono spediti dal Comitato rispettivamente a Palermo, a Malta (dove numerosa era la colonia degli esuli legittimisti), mentre a Marsiglia, a Genova e a Torino fu inviato appunto il Raeli, il quale risulterà utilissimo nello sventare i piani insurrezionali antiunitari e legittimisti essendo appunto un delatore.

I Comitati borbonici nell’isola operanti, rappresentavano ancora una consistente preoccupazione per il Governo, tanto da far scrivere una lettera riservata dal Ministro dell’Interno ai Prefetti della Sicilia il 24 febbraio 1864: “per metterli in guardia dal proliferare dei comitati e della propaganda legittimista in direzione di tutte le categorie sociali: sedurre guardie nazionali, truppe ed impiegati, favorire nel più ampio modo il brigantaggio, riguadagnare quelli che hanno seguito il nuovo ordine di cose con promesse di impunità e ricompense, incoraggiare i propri seguaci, intimidire gli avversari provocando tumulti e facendo mute dimostrazioni con cartelli, proclami e bandiere, o fatti di maggior rilievo”.

Nel maggio 1864, intanto, il governo inviò nuovamente il Govone in Sicilia. La reazione popolare a tale infausta nomina, che ricordava tanti lutti e angherie, ebbe culmine a Palermo con una grande dimostrazione, guidata da Edoardo pantano e Alessandro Guarnera, che si svolse sotto il Palazzo reale dove alloggiava il generale.

Nei tumulti fu disarmato un plotone di carabinieri e di agenti dela sicurezza. Non si fece attendere le repressione e la persecuzione.

Nel Rapporto del 25 aprile 1865, Gualtiero, prima ricordato, descriveva la figura di Vincenzo Badia, democratico e successore di Corrao, fabbricante la cera di mestiere, che si sarebbe “posto al servizio dei Borboni”.

Badia avrà un ruolo non secondario e sarà fra gli ispiratori del Sette e mezzo, l’anno successivo.

Gualtiero parlò nel Rapporto dell’attività del Comitato Borbonico di Palermo, del principe di Valdina nominato da Francesco II Luogotenente a Palermo, ma anche dei Comitati di Monreale, Parco, Salemi, Bagheria, Castellammare e Marineo, nonché di una missione ordinata ad una principessa romana a favore di una cospirazione borbonica a Palermo. Seppur ritenuto dallo stesso prefetto “scarsi di numero” i borbonici, i borbonici risultavano essere tuttavia alleati operativamente e strategicamente agli autonomisti regionisti e clericali, ben più numerosi. I legittimisti, chiaramente, vista la situazione, non potevano che mimetizzarsi.

“Capo dei legittimisti” (Alatri) era una grande personalità del mondo culturale siciliano, Il Marchese Vincenzo Mortillaro di Villarena (Palermo 27 luglio 1806 – 26 luglio 18888), un’importante e obliata figura di uomo di cultura, cui si è recentemente soffermato Lino Buscemi, che per le sue idee di autonomista siciliani sta fedele ai Borbone fu perseguitato e arrestato.

Di Vincenzo Mortillaro, molte notizie biografiche si possono consultare attraverso i tredici volumi delle sue Memorie e nel volume ampio – e un po’ retorico, nello stile del personaggio che lo aveva scritto e cioè Luigi Maria Majorca Mortillaro – dedicatogli, nel 1906, e stampato a Palermo da Alberto Reber.

Il Mortillaro fu un protagonista della vita palermitana, robusto studioso e intellettuale vivace, ebbe incarichi non secondari durante il Regno delle Due Sicilie (ai massimi vertici delle Finanze e del Catasto dell’isola). Partecipò alla rivolta siciliani sta del 1848 e fu attivo componente della Camera dei pari rappresentando Campofiorito, nelle fila degli autonomisti cattolici indipendenti pur non avendo formalmente giurato la decadenza dei Borbone. Ritornato a collaborare dopo la restaurazione con i Borbone, ebbe altri importanti incarichi. Il 1860, da buon conservatore cattolico in politica e tradizionalista nelle idee, lo vide all’opposizione radicale al nuovo Regno: diresse il periodico d’opposizione “Il Presente” (che dovette cessare le sue pubblicazioni per le minacce governative, nell’aprile 1864), e fu certamente fra i capi legittimisti, in assiduo contatto operativo con il governo borbonico in esilio a Roma e successivamente, fino alla morte, con la corte delle Due Sicilie, e con i legittimisti e conservatori italiani cattolici come Eugenio Alberi.

L’Ulloa lo cita più volte nel suo volume Un re in esilio, esplicitamente come un “serio nell’organizzare il movimento in Sicilia” nel 1864, con la sovrintendenza romana del principe di Valdina e del conte di Capaci nonché di Gaetano de Rivera che stava a Trieste e che per “imprudenza” fece fallire una congiura borbonica di cui, come riferisce Ulloa, “parecchi congiurati furono costretti a fuggire, altri vennero arrestati e processati a Catania. Su tale processo venne data alle stampe una memoria difensiva”.

Nel 1865 Mortillaro fu candidato cattolico, andato al ballottaggio per un posto al Parlamento, fu sconfitto da palesi brogli. Le critiche aspre al nuovo regime non le risparmiò, anche nelle sue opere a stampa, e fu certamente fra i più perseguitati in Sicilia anche per la notorietà e il prestigio dei suoi studi (celebre il suo Dizionario siciliano, gli studi di statistica e sui catasti, e le Leggende che in realtà sono un trattato di storia, anche se da tanti citate come opera etnoantropologica…!) e per la nobiltà della famiglia e del parentado a cui apparteneva (alcuni dei quali aderirono, invece, al nuovo Regno).

E’ da puntualizzare che il 16 gennaio del 1865 la Questura fece eseguire alcune perquisizioni nelle case del Marchese Vincenzo Mortillaro, del cav. Sanfilippo e del sig. Puleo, ritenuti pericolosi oppositori dell’unità, disponendo nel contempo l’arresto di Giuseppe Badia e Salvatore Nobile. Non senza torto, va riconosciuto, perché Francesco II al Mortillaro appena 14 giorni dopo, concesse dall’esilio di Roma il Real Ordine di Francesco I con titolo di Commendatore e l’8 febbraio, elevato Gran Croce (18 aprile 1866) lo graziò del titolo di Principe di Campofiorito (come dimostra la lettera inviata da Ulloa, Ministero e Reale Segreteria di Stato della Presidenza del Consiglio dei Ministri, n. 3.8 febbraio 1864). Notizie certe, queste,che in alcuni studi sono dati come ipotesi e dicerie. Del resto, nei rapporti di Polizia, il Nostro viene definito “borbonico pericolosissimo”.

Il 16 gennaio, si diceva, dopo l’inaugurazione di un mezzo busto dedicato a Garibaldi, la folla si recò a Palazzo Mortillaro gridando contro quest’ultimo tanto che gli agenti gli perquisirono da cima a fondo la casa. Fu inviso soprattutto a Michele Amari, che lo attaccò anche sul piano scientifico riguardo certe interpretazioni di iscrizioni arabe e nelle ricerche orientalistiche nei cui campi Mortillaro fu comunque fra i primissimi studiosi in Sicilia (ottenendo anche l’affidamento di una cattedra universitaria).

Nel 1866 Vincenzo Mortillarto fu arrestato due volte e accusato di congiurare contro il governo di Pietro Oliveri, per ingraziarsi le autorità, ma la seconda volta poco tempo dopo fu liberato dal carcere dagli insorgenti “settembristi”, e richiesto da questi di presiedere la rivolta del sette e mezzo o comunque di esserne ai vertici. Fu testualmente accusato di essere ispiratore “morale” della rivolta dalla polizia. Eletto successivamente a furor di popolo Consigliere Comunale autonomista – cattolico di Palermo, non volle mettere piede, per coerenza, in Consiglio.

Michele Amari era agli antipodi della concezione politica ed etica di Mortillaro, infatti Amari fu unitarista e anticlericale viscerale, ebbe cariche importanti nel nuovo Regno e fu Ministro.

Il Majorca Mortillaro – che nella sua opera ondeggia fra critiche severe al processo unitario ed entusiasmi oleografici di segno opposto – in realtà, come ben evidenzia Tommaso Mirabela, in un suo saggio su Salvatore Maniscalco (che fu amico del Mortillaro), cercò di sviare “dall’indirizzo politico perseguito dopo l’Unità” del Mortillaro.

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