(Parte II)

Giovanni Corrao, luogotenente di Garibaldi anche ad Aspromonte, era intanto sfuggito all’arresto il 13 marzo 1863 con i garibaldini Badia e Trasselli, arresto che colpì invece 26 esponenti sa borbonici che democratici, con l’accusa di “cospirazione borbonico – repubblicana”.

Molto interessante è quello che ebbe a scrivere il 25 aprile, in un rapporto al Governo, il nuovo Prefetto di Palermo marchese Filippo Antonio Gualtiero (che aveva sostituito il 15 aprile 1865 il Nomis de Cossilla) nominato insieme al nuovo Questore Felice Pinna e al nuovo Luogotenente Generale Luigi Medici: “I liberali nel 1848, i Borboni nella Restaurazione, i garibaldini nel 1860, ebbero tutti la necessità medesima, si macchiarono tutti della stessa colpa e cioè di appoggiarsi alla mafia, senza la quale nessun moto poteva nascere”.

Il 29 aprile Corrao fu arrestato nella centrale Via della Libertà di Palermo e poi rilasciato. Fu ucciso il 2 agosto 1863 in un agguato, rimasto a tutt’oggi inspiegato, a cui ha dedicato un bel libro Matteo Collura.

A proposito di Corrao il Gualtiero dichiarò testualmente che “queste relazioni erano tenute per lo innanzi dal noto generale Corrao; e fin da tempo era in cognizione che costui, senza il Partito d’Azione lo dubitasse neppure, era passato al servizio del partito borbonico”.

Affermazioni certo fantasiose ad appena dieci giorni dal suo insediamento che, comunque, mostrano come lo spauracchio dei legittimisti borbonici, dei sorci, fosse costante.

Lo comprovano anche i molti documenti pubblicati dallo Scichilione in cui la cospirazione borbonica e clericale sarà quasi ritornello dominante di rapporti e relazioni delle autorità militari e della Pubblica Sicurezza, oltre che di quelle politiche e prefettizie e di “soffiate” di delatori e informatori.

Fra i misteri che segnarono Palermo, all’inizio dell’estate del 1863, va registrato un attentato eccellente contro il barone Nicolò Turrisi Colonna che fu Sindaco di Palermo, Presidente nell’Amministrazione Provinciale e deputato negli anni ottanta, oltreché potente imprenditore.

Cinque uomini spararono contro la carrozza del Turrisi, abbattendone i cavalli. Il cocchiere, una guardia e lo stesso barone risposero al fuoco; uno dei banditi fu ferito, gli altri riuscirono a fuggire.

Di certo il Turrisi Colonna – il quale affermò in un suo opuscolo l’anno successivo, che vi era “una setta che spadroneggiava nell’Isola e che trova ogni giorno affiliati nella gioventù” – aveva rapporti organici con il malvivente e capo banda assai noto Antonino Giammona, il quale forse gli passava notizie precise per la sua azione e di cui egli si serviva.

Il giornali “Il Precursore” del 18 agosto di Palermo riprese quanto si scrisse sul periodico “Caprera” di Trapani di chiare simpatie garibaldine: “se un anno addietro il governo ci offriva lo stato d’assedio, tratta vasi, per così dire, di mera forma, mentre oggi abbiamo una realtà che fa rammentarci dell’aprile 1860. Il colonnello Eberhardt, ha fatto circuire il paese (Trapani) di stretto cordone, custodire le porte per evitare a chicchessia la sortita, perquisire le case dei renitenti di leva, arrestare i loro congiunti.

E’ questa una causa che, sotto un governo costituzionale, può imporre uno stato d’assedio?”. Il 25, sempre sul “Precursore” tratto dal giornale “Caprera”: “Lo stato d’assedio continua con lo stesso rigore. Gli arrestati si succedono a dismisura. Furono arrestati i signori La Commare Antonino, Giovanni Cicala, i fratelli Aloja Silvestro e Giuseppe e l’arciprete di Paceco, e imbarcati su di un vapore reale, per essere condotti, secondo dicesi, in Palermo ed essere giudicati dal tribunale Militare, come inquisiti di suggestioni ed incoraggiamenti ai renitenti di leva”.

A Burgio si verificarono molti arresti intimidatori di genitori di renitenti, il 1° agosto il paese è circondato militarmente, vengono perquisite le case ed anche il Sindaco e il segretario comunale vengono arrestati.

Il 26 agosto giunge a Salemi in colonna mobile una Compagnia del 48° Reggimento Fanteria, comandata dal Maggiore Raiola, che cinse la città di un forte cordone di truppe per tre giorni e fece privare la città dell’acqua potabile per 27 ore. Scrisse Simone Corleo deputato di Salemi al Prefetto di trapani: “comandante truppa Salemi asseta due giorni popolazione, animali; domanda nota malviventi, ferma gentiluomini, minaccia carcere. Incarcerò madre moribonda. Orrore! Prego dire Generale (Govone) levi subito comando a tale persona feroce aspetto. (Mandi) segnalazione; altrimenti vado (a) chiudermi a Salemi (per) resistere (alla) testa (della) mia popolazione (per) violenze contro leggi, contro natura”. Il 28 agosto sempre sul “Precursore” si legge che a Castelvetrano “è arrivata parte della colonna mobile; dicesi la comandi uno dei Mille; il popolo assembrato nelle pubbliche piazze, non potendo uscire dal paese per uno stretto cordone militare, guarda stupefatto le misure eccezionali e la burbanza con che si attua lo stato d’assedio, senza una qualunque dichiarazione ufficiale”. Il 31 agosto nello stesso giornale si riparla di Trapani: “Da più giorni un cordone militare cinge Trapani, vietando la sortita, meno che per pubblici urgenti bisogni o per favoritismo. Il commercio risente irreparabili danni. Si cercano i renitenti e, in assenza,  si arrestano madre, padre, sorelle, fratelli, che legati come malfattori o galeotti sono trascinarti in carcere. Si arresta senza discernimento. Si arrestano i parenti sino nei più lontani gradi, gli amici e chi niente ha in comune col renitente ma che lo vide nascere”.

Anche a Petralia nell’ottobre del 1863, si verificarono repressioni gravissime. Queste sono acutamente raccontate da Francesco Figlia nel suo Dall’antico regime all’età contemporanea in un Comune rurale (1994): “La IX Compagnia del Reggimento di Fanteria al comando del luogotenente Dupuy, il 14 ottobre 1863 arriva a Petralia Soprana alla ricerca dei giovani renitenti. Naturalmente non ne trova nessuno; solo uno, tale Giovanni Allegra, punta la sua attenzione. Si sa che vive a Saccù, ospite della famiglia Gennaro ed è lì che bisogna scovarlo e costringerlo ad arruolarsi. L’abitazione vien circondata sul far della sera; all’intimazione del Dupuy di aprire la porta pare che il Gennaro abbia risposto con un rifiuto e forse con un colpo di fucile (questa fu poi la versione ufficiale data dell’accaduto). In realtà, da poco il Gennaro, aveva subito furti e violenze da parte di malviventi, pertanto era giustificata qualsiasi cautela e precauzione. Al rifiuto, segue una breve sparatoria da parte dei soldati dopo di che, di fronte alla inaspettata e ostinata resistenza del Gennaro, viene adottata la decisione di dar fuoco alla casa. L’ordine è presto eseguito e l’incendio,  una volta propagatosi per la presenza di foglie e legna accatastata all’interno, non potè più essere domato. Alla fine, dalle ceneri vennero estratti i corpi dell’Allegra, della figlia del Gennaro e dello stesso Gennaro che poco dopo morì”.

Scrive Giancarlo Poidomani che “in poco più di un anno 154 Comuni vennero circondati, posti in stato d’assedio e perquisiti”. Su 20000 renitenti, 4000 vennero arrestati.

Il 1863 si chiude con il riemergere del progetto dei beni ecclesiastici che lo Stato voleva incamerare e per la ventilata soppressione degli Ordini e delle Corporazioni religiose, a cui ovviamente si opposero i borbonici, clericali e regionisti, e sotto mentite spoglie i borbonici autonomisti.

Favorevoli, invece, gli starti alti della borghesia per le speculazioni immobiliari e finanziarie che era così possibile progettare e una parte di Democratici e Azionisti

Tuttavia le ideate soppressioni dei beni ecclesiastici non passarono in quella fase al voto decisivo del Parlamento.

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