CAPITOLO VI

1863: Repressione e stati d’assedio in Sicilia

(Parte I)

Non meno infuocato fu il 1863 in Sicilia.

La mano dura del governo era quella militare del generale  Govone che, in un suo rapporto al Ministro dell’Interno Ubaldino Peruzzi, sostenne che “quasi nessuno dei siciliani osava dichiararsi governativo”, sottolineando ugualmente il grave fenomeno della renitenza alla leva.

In un volantino, datato 2 aprile 1863 conservato fra le carte Mortillaro dell’Archivio di Stato di Palermo, un gruppo di lealisti governativi scriveva del grave pericolo, promosso dai “nemici d’Italia” e di “mene reazionarie tendenti a sospingere il popolo ad un tumulto”. Il testo recava quali primi firmatari Gaetano la Loggia, S. Cappello, Antonino Federico,  Saverio Friscia.

Fra i fatti di quell’anno è certo da segnalare ciò che avvenne a Misilmeri, un paese non distante da Palermo, protagonista tre anni dopo di fatti raccapriccianti, dove appunto si registrò un’operazione in “grande stile”, come la definì paolo Alatri che così la descrive: “Presi gli ordini del generale Carderina e d’accordo col prefetto di Palermo conte Nomis De Cossilla, il generali Govone inviò tre battaglioni di soldati e dieci sottufficiali dei Carabinieri, che di notte circondarono completamente il paese ponendovi il blocco. Fu eseguita una rigorosa perquisizione a 1150 case, isolando successivamente con cordoni di soldati i quartieri già visitati, e furono fermati circa 200 giovani, ma di essi passati al vaglio di una commissione riunita nel municipio, non furono trovati che effettivamente renitenti che due o tre, oltre a cinque o sei sospetti”.

Parole gravi quelle di Paolo Alatri, che inevitabilmente ci inducono a riflettere su cosa sia potuto succedere in un paese interamente perquisito: paura, risentimenti, rifiuto, smarrimento, vergogna, impotenza rispetto al Diritto, pianto di donne, lacrime di vecchi, terrore negli occhi di bambini innocenti.

Analoga situazione si verificò in quei giorni a Monreale, mentre cresceva il malcontento, con sporadici scontri a Caltanissetta e Girgenti.

Il generale Govone chiese e ottenne dal Governo l’autorizzazione ad una spedizione punitiva per ristabilire l’ordine in Sicilia, a giugno dispose le truppe a cerchio ai confini di Caltanissetta e marciando lentamente, tutti coloro che fossero stati incontrati nella campagna e nei paesi “dall’età apparente del renitente o col viso dell’assassino” (parole testuali) sarebbero stati arrestati.

Lombroso, Ferri e Nicefero con le loro teorie razziali sulla fisiognomica e sull’inferiorità dell’uomo del Sud, potevano così trarre linfa utile e terribile per le loro teorie aberranti.

A Torino, si è dedicato, paradossalmente, un museo a Lombroso.

I pericoli che corse la cittadina di Licata non furono certamente minori. Il 15 agosto 1863, infatti, fu pubblicato un avviso dal maggiore Frigerio, comandante di un battaglione di Fanteria, in cui si intimava che “se l’indomani alle ore 15 non si fossero costituiti i renitenti e i disertori, avrebbero tolto l’acqua, e ordinato che nessuno potesse uscire di casa sotto pena di fucilazione e di altre misure di più forte rigore”. Un’ordinanza a dir poco barbara oggetto, come vedremo, di una interpellanza alla Camera che fu bloccata fortunatamente in extremis, con le truppe già schierate nella strada principale del paese, grazie all’intervento dei Viceconsoli stranieri, che erano stati convocati dalla Giunta del Municipio e da una dimostrazione della Guardia nazionale.

Naturalmente nel paese fu tenuto lo stato d’assedio e le stesse misure furono applicate a Sciacca, Caltanissetta, Girgenti, Favara, Trapani, calata fimi, Bagheria dove si registrarono molti arresti anche di donne e bambini, solo perché parenti di renitenti.

A Gangi, altro grosso paese della provincia palermitana, alla fine di ottobre, il maggiore Volpi dovendo arrestare il renitente Giuseppe Antonio Gilibrasi e non avendolo trovato, arrestò la moglie incinta la quale dovette lasciare a casa i figli ancora piccoli da soli chiusi a chiave.

La povera donna, successivamente abortì.

L’8 novembre al termine delle “indagini” sul fatto di gangi, il Prefetto scrisse al Sottoprefetto di Cefalù che l’arresto “non può dirsi né arbitrario né illegale”.

A fine settembre fu occupata militarmente anche Palermo, con un manifesto del solito generale Govone pubblicato il 29 dal “Giornale di Sicilia”.

Quelli indicati sono solo alcuni dei casi terribili verificatisi in Sicilia in quell’anno che si unirono drammaticamente ad altri episodi tragicamente veri come quanto successo al sordomuto palermitano Antonino Cappello.

A quest’ultimo, accusato e arrestato quale renitente di leva, poiché si riteneva fingesse non parlando, furono inflitte 154 bruciature di ferro rovente in tutto il corpo. Il suo aguzzino- degno di un persecutore in un gulag o in un lager del XX secolo – fu il medico divisionale del Corpo Sanitario Militare Antonio Rivelli, poi insignito dell’Ordine sabaudo dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Cappello fu liberato il 1° gennaio 1864 e ritenuto innocente del reato di renitenza.

La discussione in parlamento il 5 dicembre 1863, vide sempre il coraggioso D’Ondes Reggio chiedere spiegazioni sulla repressione in Sicilia: “Leggerò primariamente un documento autentico che ho avuto dal nostro onorevole collega Vito Beltrani: “L’anno 1863, il giorno 15 del mese di agosto: riunitasi la Giunta municipale del comune di Licata…costituitosi il signor Maggiore Comandante il 1° battaglione del 19° e 4° battaglione del 32° reggimento fanteria, ha disposto momentaneamente farsi pubblicare per tutte le strade della città e dall’ora una di notte in poi la seguente disposizione: “A tutti gli abitanti di Licata. Se domani alle ore 15 non si presenteranno i renitenti e disertori che rimangono a presentarsi, procederà a togliere l’acqua alla popolazione, e ad ordinare che nessuno potesse sortire di casa sotto pena di fucilazione e di altre misure di più forte rigore”. Girgenti, Sciacca, Favara, Trapani; Marsala, Calatafimi, Bagheria nella provincia di Palermo, ed altri comuni sperimentarono quelle misure, altri deputati, credo, avranno documenti simili a quello che ho letto di Licata…E si narra da tutti che padri, madri, fratelli, sorelle, le madri anco coi lattanti al petto, sono stati legati e buttati in carcere, con colpi di scudiscio sono stati flagellati alle braccia ed alle gambe perché i loro figli o fratelli erano renitenti alla leva, ad alcuni erano stati stretti i pollici con un nuovo strumento di tortura, che ha già il suo nome, e tanto che sguizzasse il sangue e la carne, e giungesse sino alle ossa…Un fatto si narra dai giornali, come avvenuto testè nel comune di Caccamo; la forza pubblica, non so se per cagione della leva o per altro, andò per arrestare un uomo, e non trovandolo, arrestò invece la moglie incinta e la portò al carcere; alle lacrime ed alle preghiere infine la restituì alla sua casa, tosto abortì e morì. Si è anco narrato che una donna per non avere consegnato il figlio renitente alla leva, da un colpo di baionetta fu ferita e morta”.

Il Ministro della Guerra Alessandro della Rovere comunicò che nelle quattro province occidentali siciliane erano stati arrestati 4543 renitenti e disertori. Il Govone che era pure deputato, difendendo la sua opera pronunciò parole gravissime: “La Sicilia non è sortita dal ciclo che percorrono tutte le nazioni per passare dalla barbarie alla civiltà”.

Il 9 dicembre intervenne Nino Bixio  con questa sorprendente confessione: “La libertà della Sicilia non è opera della sola Sicilia, è opera dell’Italia. Credete a me, vi dico la verità! Se le province dell’Italia tutte non avessero mandato alla Sicilia gli elementi che le hanno mandato, la Sicilia non sarebbe libera e noi non saremmo qui a parlare, saremmo stati strozzati. La Sicilia, anche in momenti solenni, s’è rifiutata di pagare in persone quello che lo stesso dittatore le domandava, non dico dal tanto al poco,  ma dal tutto al nulla in fatto di leva; il dittatore ordinava la leva, ma nessuno voleva presentarsi. La brigata ch’io comandava, e che doveva completarsi marciando da Palermo per Corleone, Girgenti, Licata, Noto, Catania, non potè ottenere che gli ordini del dittatore  fossero eseguiti. I volontari che venivano il mattino, se ne andavano in gran parte alla sera, portando via fucili, scarpe, coperte. Il Governo siciliano, che andava raccogliendo con molto stento armi ed altro, non trovava modo di far sentire il dovere d’armarsi per la completa liberazione della Sicilia, e per proseguire sul continente”.

Intervennero nella discussione vari deputati siciliani fra cui Luigi La Porta, Filippo Cordova e Francesco Crispi. Tuttavia l’o.d.g. che chiedeva un’inchiesta parlamentare fu bocciato sonoramente e approvato, invece, l’o.d.g. di consenso dell’operato del Ministro con 258 voti contro 52. Come ormai prassi il Govone invece di essere posto come minimo a riposo, venne promosso Maggiore Generale e Luogotenente generale. Il 21 dicembre, invece, si dimise a seguito dei gravi fatti siciliani e del loro esito parlamentare, Giuseppe Garibaldi, “ per non sentirsi complice di colpe non sue, dinanzi al vituperio della Sicilia”. Con lui si dimisero altri dieci deputati.

Va ricordato che la famosa Legge Pica del 15 agosto venne estesa in Sicilia a Settembre, legge che consentiva di operare ai vertici militari senza particolari assenzi della Magistratura e senza formali processi e condannare, con molte previste restrizioni alla libertà personale e di movimento. Fu anche istituita una Giunta provinciale di pubblica sicurezza.

Si vietarono pure le processioni religiose a Palermo e si applicarono nuove pesanti leggi tributarie.

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