Capitolo V°

(Parte IV)

Dopo l’eccidio di Fantina vale la pena raccontare quanto avvenne al Molo di Girgenti (l’odierna Porto Empedocle) e nella stessa Girgenti (ora Agrigento) e soprattutto a Racalmuto.

Ne parla con efficace sintesi Carmelo Sciascia che si riferisce anche alla figura del Prefetto Enrico Falconcini, per cinque mesi in Sicilia, incapace di comprendere le cose dell’isola, ligio pateticamente a un ordine ottuso dall’alto: “L’8 agosto, al Molo Girgenti (Porto Empedocle) erano sbarcati duemila uomini di truppa, il 10 nel capoluogo s’accampava un battaglione di bersaglieri. Il 13 agosto 1862 è il giorno dell’arrivo del nuovo Prefetto, il toscano Enrico Falconcini, e contemporaneamente di un Generale con truppa e artiglieria di campagna. In serata, la città viene completamente circondata dalle truppe regolari. Ma numerosi soldati disertano per unirsi ai volontari garibaldini. Insomma, possiamo essere certi che in quella prima nottata girgentina Falconcini non pigliò sonno. Le cose stavano a questo punto il 21 dello stesso mese. Cugia, Prefetto di Palermo con autorità sugli altri Prefetti dell’isola, proclamò lo stato d’assedio.

Scoppiano rivolte, sparatorie, incendi di case. L’unica buona notizia Falconcini la riceve diciotto giorni appresso il suo insediamento: Garibaldi, ferito, è stato disfatto in Aspromonte.

Ma la notizia non significa tranquillità, il partito garibaldino organizza una strepitosa manifestazione contro il governo, Racalmuto insorge, sbarcano altri cinquecento bersaglieri a rinforzo ai regolari. Capita anche un fatto raro nella storia d’Italia: ben quarantatré impiegati statali firmano le loro dimissioni come segno di solidarietà a Garibaldi. Di fronte a un fatto simile e cioè con la burocrazia girgentina che si schierava a favore di un rivoluzionario, Falconcini come minimo avrebbe dovuto domandare asilo politico in Svizzera. Invece s’arrabatta, spedendo a dritta e manca circolari, proclami, ordini che o cadono nell’indifferenza generale, o ricevono risposte di formale adesione. Falconcini è un uomo molto riservato, non ha amicizie locali, non si fa vedere nei due circoli importanti della città, a molti sta antipatico.

Sempre più frequenti appaiono scritte sui muri: “Abbasso Falconcini”. Il quale intanto dimostra ogni giorno che è un uomo che non “sa vivere”. In quei luoghi si mette contro i preti per una questione di decime, allontana dalla prefettura e dagli uffici i faccendieri, desidera l’applicazione rigorosa di un’ordinanza del famigerato generale piemontese Eberhardt che proibisce la detenzione di armi pena la fucilazione sul posto. E gli capita tra capo e collo, il 26 ottobre, lo stivale di Garibaldi. Stivale insanguinato portato a Girgenti dall’avvocato Ricci-Gramitto, luogotenente del Generale ad Aspromonte, e venerato come una reliquia. Il partito garibaldino girgentano reclama l’autorizzazione di una grande manifestazione in onore del reduce Ricci-Gramitto e dello stivale.

Dopo averci a lungo ragionato, il Prefetto concede l’autorizzazione onde evitare ulteriore “turbativa”, ma si attira l’inimicizia della borghesia conservatrice e della nobiltà.

Ai primi di novembre, il Prefetto decide di andare a dare un’occhiata al carcere che ospita 127 detenuti. Rimane allibito per la sporcizia e il degrado. Soprattutto lo colpisce il fatto che nel cortile razzolino delle galline la metà delle quali sono dei carcerati e l’altra metà appartengono al capo delle guardie di custodia.

Falconcini lo fa destituire e chiama al suo posto un capoguardia settentrionale il quale, a sua volta, manda a spasso le guardie sicchè i custodi, ce annota nel suo diario l’avvocato Picone, “sono tutti continentali, fatta eccezione di un calabrese”. Ai primi di dicembre, il Prefetto riceve una lettera anonima che lo mette in guardia circa una possibile evasione di alcuni carcerati.

Ordina, inoltre, Falconcini un’ispezione che viene effettuata il 22 Dicembre. Il delegato centrale Francesco Gaudio, coadiuvato da una compagnia del 37° reggimento, da una decina di Carabinieri e da tutte le guardie di P.S. di Girgenti, mette sottosopra il carcere, fa battere spranghe di ferro contro i pavimenti, soffitti, pareti allo scopo di sentire eventuali vuoti. E pareti e il suolo delle celle e dei cameroni “si trovan del tutto ignudi”. Le povere case dei detenuti e i detenuti stessi vengono perquisiti. Non si trova niente di sospetto. Nessun preparativo di fuga, garantisce nel suo rapporto al Prefetto il Delegato centrale. Nel corso della sera di Natale, i detenuti hanno il permesso di scambiarsi abbracci e auguri sotto gli occhi dei custodi “continentali”. La mattina del 25, giorno di Natale, uno strano silenzio regna nel carcere. Infatti non c’è più manco un detenuto: tutti i 127 sono evasi attraverso uno scavo effettuato proprio sotto a uno di quei cameroni pigliati a sprangate di ferro per sentire se suonava qualche tratto vuoto. Il custode di guardia di quella notte, guarda caso un calabrese, non ha visto né sentito niente. Falconcini, in sua difesa, azzarda l’ipotesi che si sia trattato di una raffinata vendetta del capoguardia e degli altri custodi licenziati per far posto ai “continentali”, credendo che sia un’ipotesi plausibile. A nulla valgono le difese di Falconcini:  da Torino, l’11 gennaio 1863 un telegramma gli comunica che “in data d’oggi è stato dispensato dalla carica di prefetto di codesta provincia. Non sarà mai più Prefetto di nessun’altra provincia, la sua carriera terminerà qui”.

La cronaca vergata da Enrico Falconcini (prima edizione Firenze, 1863),è un memoriale diretto al Ministro degli Interni dell’epoca, Urbano Rattazzi, con il titolo Cinque mesi di prefettura in Sicilia, una sorta di burocratica e paradossale autodifesa, un testo ritrovato nella biblioteca della Camera dei deputati negli anno ’80 del Novecento, da Leonardo Sciascia. Nel libro si parla inoltre degli avvenimenti e rivolgimenti di Canicattì, Cammarata e Sciacca.

Nel caso dei fatti di Racalmuto, bisogna scavare all’interno di quella realtà paesana, che vedeva contrapporsi due famiglie con notevoli ascendenti fra il popolo: i Martorana progressisti con simpatie garibaldine e i Ferrauto, conservatori di simpatie borboniche. Il collante fra “partiti” diversi fu ancora una volta il rifiuto della logica unitarista, il malcontento, lo stato d’assedio permanente dato che, come nota lo stesso Falconcini, “le campagne di quel comune erano piene di renitenti alla leva”.

La sera dell’1 ottobre 1862, stavolta a Palermo, furono accoltellati per strada tredici cittadini inermi.

Una vicenda ancora oscura e senza una plausibile spiegazione se non quella, avanzata anche dallo storico americano John Dickie, di una congiura nata “all’interno delle istituzioni. O fu escogitata da gruppi di interesse palermitani come un mezzo per convincere Torino. Oppure elementi vicini al governo di Torino impegnarono una tattica terroristica per suscitare il panico e creare il clima per un giro di vite. Più avanti una manovra simile sarebbe stata chiamata “strategia della tensione”. Paolo Alatri riprende nella sua opera Lotte politiche in Sicilia, la tesi sostenuta da Giovanni Raffaele, e cioè che la trama era stata organizzata.

Ipotesi, certo, e tuttavia restarono senza giustificazioni i tredici innocenti di cui uno ucciso, a cui vanno anche aggiunti quelli che furono definiti i dodici mostri, presunti autori materiali di un atto gratuito e nichilistico senza uguali, essendo stato l’agguato eseguito senza una pur larvata motivazione politico – sociale o di vendetta, e senza aver poi trovato i mandanti o i registi occulti del crimine.

La corte cittadina palermitana il 7 gennaio 1863, dopo appena sette giorni di dibattimento e in sole tre ore, dalle dodici alle quindici, emise però un verdetto di condanna a morte con la decapitazione di tre accusati: Pasquale Masotto, Gaetano Castelli, Giuseppe Calì; 8 imputati furono condannati alla pena dei lavori forzati a vita; 1 a 20 anni di lavoro forzato.

Si arrivò ad individuare questi pugnalatori , grazie alla cattura e confessione di un presunto attentatore che portò all’arresto di altri undici.

La strage rimase e rimane avvolta nelle trame antiche e oscure del neonato Regno.

Per dipanare la matassa può essere utile il riferirsi al rapporto che il deputato Diomede Pantaloni scrisse al Ministro dell’Interno Bettino Ricasoli l’anno precedente, il 1861 Pantaleoni denunciò che molti delitti in Sicilia restavano impuniti, che parte da facinorosi collusi e legati al partito governativo: “sono persone di mal’affare, facinorosi, accoltellatori, che spesso con grandissimo scandalo a danno del governo si veggono nominati anco a posti governativi”.

Il 14 ottobre, sui fatti dei Pgnalatori, Salvatore Maniscalco sosterrà: “Lessi la narrazione dei luttuosi casi del 1° (ottobre, cioè dei Pugnalatori) e mi è sembrato scorgere in quello scritto (sul “Giornale officiale” del 2) che si fa balenare il sospetto che quegli atroci fatti promanavano da mano Borbonica (…). Nel regime passato erano sconosciuti a Palermo gli assassini politici (…). Questo uso scellerato vi fu importato dal Piemonte. Ed il Decreto (del disarmo) di Brignone, che commina la pena della fucilazione secondo i casi ! Ove stanno specificati questi casi ? Starà all’arbitrio della soldatesca piemontese applicarli come l’applica nel Napoletano con tanta barbarie ! (…). Brignone è andato via, ed il novello reggitore ha mandato fuori il sedicesimo proclama che promette la felicità alla Sicilia”.

A questi fatti gravi avvenuti a Palermo in quello stesso periodo, vanno aggiunte le esecuzioni di garibaldini e di contadini anche a Grotte, Alcamo, Siculiana, Casteltermini.

In stato d’assedio poi furono messi i comuni di Canicattì, Grammichele e Ragusa. Arresti si registrarono nel palermitano a Prizzi e a Corleone. A Castelbuono fu costretto a fuggire l’ex garibaldino Francesco Guerrieri Failla. A Pantelleria ad agosto, fallito attentato al sindaco liberale della banda Ribera.

In agosto, a Santo Stefano di Bivona, ora Santo Stefano di Quisquina, si registrò uno scontro a fuoco con i carabinieri locali che avevano cercato di arrestare un disertore riconosciuto nelle fila di garibaldini.

In provincia di Agrigento si svolsero alcune manifestazioni di protesta a favore di Garibaldi e a Canicattì venne portato a passeggio il busto di Garibaldi che “tenne per tre buoni giorni in agitazione il paese”.

Furono feriti negli scontri, in cui si erano mischiati clericali e legittimisti, alcuni carabinieri, intervenne in soccorso una compagnia di bersaglieri che, fra l’altro, arrestò il padre del sindaco del paese.

Nel 1862 iniziarono, inoltre, le Censuazioni dei beni ecclesiastici da trasferire al Demanio dello Stato a seguito di un progetto di Simone Corleo, ostacolato alla Camera da D’Ondes Reggio, che sfociarono poi nelle leggi eversive del 1866 di espoliazione dei beni degli Ordini ecclesiastici.

Ai primi di ottobre del 1862 fu nominato Regio Commissario straordinario e Prefetto di Palermo il Generale Alessandro Di Monale, Consigliere di Stato. Comandante della Divisione di Palermo  restò il generale Cialdini.

Il 20 novembre fu abrogato lo stato d’assedio istituito il 20 agosto, ma Di Monale ancora il 20 gennaio 1863, ordinava lo scioglimento dell’Associazione Democratica Italiana di Saverio Friscia, apertamente sostenuta da Garibaldi.

La delusione popolare fu chiaramente manifestata nell’episodio raccontato a Michele Amari da Francesco Di Giovanni: “L’altro ieri una donnaccia del volgo, seminati a terra alcuni centesimi di nuovo conio, prese pel braccio un’altra donna ed obbligandovi a camminare sopra  dicea per istrazio: Nun nni cuntavano ch’aviamo a camminari supra l’oru?”

L’anno finanziario si chiuse con un deficit di 446.000.000 che il Tesoro cercò di colmare ricorrendo al prestito forzoso, nuove Tasse e pesanti balzelli, con la carta moneta figurata. Scrisse il Mortillaro che l’Italia la quale prima del 1860 era il museo delle arti, era ora diventato il museo delle tasse. Il disavanzo dal 1860 al 1866 superò i due miliardi e 700 milioni. Dal 1860 al 1862  la rendita del Gran Libro della Sicilia aveva reso come contributo 36.430.297 lire e il prestito, istituito in Sicilia con decreto del 27 agosto 1860, lire 8.779.697. Un’autentica “spremitura” senza contraccambi per la Sicilia, anche attraverso i “contributi diretti”. Le quote individuali di contribuzione fiscale dell’erario passarono da 18 lire annuali al 4 aprile 1860, a 48 lire con il nuovo Regno, con un aumento del 166%.

Giseppe Carlo Marino parla per il 1862 di “paradosso della libertà illiberale” in Sicilia, sostenendo che “dal 1862, la Sicilia era stata praticamente governata con lo stato d’assedio, col bell1effetto di un crescendo delinquenziale che a sua volta provocava un crescendo di interventi repressivi per merito dei quali uno stato vocazionalmente liberale riusciva a vivacchiare come Stato di polizia. Le pagine di giornali ed opuscoli del tempo sono piene di denunce contro la crudeltà – che aspirava ad essere salvifica in difesa del diritto – delle autorità governative  e di polizia. Rispetto al passato borbonico, scriveva qualcuno, la libertà aveva marciato a ritroso” (cfr. Il meridionalismo della Destra Storica).

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