Capitolo V°

(Parte III)

 

Intanto Garibaldi lasciò Caprera alla volta di Palermo, con alcuni uomini a bordo del Tortoli deciso a rifare il periplo della spedizione dei Mille e puntando verso Roma. Era il 1862.

Il Generale aveva scritto a Vittorio Emanuele tramite il senatore Clezza, per ottenere una delega, una speice di luogotenenza per il Sud. Il re aveva risposto al Plezza che quella di Garibaldi gli appariva una richiesta mistica aggiungendo, nella missiva, di considerare il generale “buon amico e buonissimo soldato”, ma non buon amministratore né buon conoscitore di uomini. Che il nizzardo, piuttosto, si occupasse di un trono in Grecia per suo figlio Amedeo. La risposta di Plezza a Garibaldi si concluse tuttavia con una frase ambigua:”per carità; generale, alzate la voce contro chiunque volesse condurci alla guerra civile. Voi solo potete salvare la patria!”.

Garibali lo ritenne un invito ad agire.

A Palermo, Garibaldi fu accolto dal Prefetto Pallavicino-Trivulzio (che gli mise a disposizine lo stesso appartamento del Palazzo Reale occupato nel 1860), ricevendo uno stuolo di ammiratori, curiosi e tanti “Sedara”.

Il 30 giugno parò dal balcone del Municipio e in un teatro, sempre concludendo i suoi interventi rivolti alla liberazione di Roma, aggiungendo “Napoleone sgomberi Roma”.

A Marsala, dove si era recato, ebbe a dire: “noi non vogliamo l’altrui. Vogliamo quello che è nostro. Napoleone è un ladro, un rapace, un usurpatore! Ha lavorato per ingrandire la sua famiglia, ha pronto un principino per Roma, un signorino per Napoli e così via… Infame! Traditore! Napoleone, fuori, fuori!”

Raggiunse anche Alcamo, Partinico, Calatafimi, Corleone, Sciacca.

Alla cattedrale di Palermo, il garibaldino fra’ Pantaleo chiamò Garibaldi perché giurasse “o Roma o morte”.

Garibaldi aveva riunito i Picciotti il 30 luglio nel bosco della Ficuzza, ma aveva anche ricevuto rifiuti per la missione romana di ex garibaldini delusi di Marineo, come ha documentato egregiamente Ciro Spataro ripubblicando l’inedito Memoriale di Antonio Salerno, messo a disposizione da Ida Rampolla del Tindareo.

A Mezzojuso Garibaldi arrivò il 2 agosto, ma da Torino – come costume traendo intese segrete e promesse, come sottolinea il Ghirelli – il Governo rattazzi lo dichiarava fuorilegge, proclamando lo stato d’assedio in tutta l’isola, e nominando con pieni poteri il generale Cugia. A parte alcuni reduci e veterani e un nucleo palermitano inquadrati nel “Battaglione della cittadinanza”, la maggioranza dei volontari era giudicata dai superstiti dei Mille come un’accozzaglia di vagabondi e di ragazzacci razzolati a caso”.

Il programma di Re Vittorio di quei giorni negava ogni sostegno alle camicie rosse, e definiva come un appello “alla ribellione e alla guerra civile”, l’arrivo di Garibaldi in Sicilia, minacciando così di applicare la legge duramente.

Pur arrivando a Garibaldi nuovi volontari provenienti da Roma, scetticismo e malcontento non scemaronoo di certo in Sicilia. Anche se ancora forte il carisma che suscitava il Generale.

Il 18 agosto Garibaldi entrò a Catania ed affacciatosi dal balcone della Società degli Operai, invocando la presa di Roma, affermò che era giunto il momento di abbattere “il potere del vampiro sacerdotale”.

Disertarono sottufficiali e soldati dell’esercito Regio verso Garibaldi, e accorsero dai paesi altri volontari. Si verificò qualche scaramuccia con i regi, che non impedirono però, il 24 agosto lo sbarco verso Lazzaro, una frazione di Reggio Calabria. Ma restarono in Sicilia molti volontari e circa 700, come disse il generale Cialdini, erano stati catturati a Catania dalle truppe del generale Ricotti, e qualche centinaia di questi furono improvvisamente rimandati a casa. Un decreto di Cialdini il 31 agosto definiva come “briganti” i garibaldini.

Il 4 settembre, 6 giorni dopo il ferimento di Garibaldi nell’Aspromonte, i primi reparti della colonna Trasselli arrivarono nel centro di Fantina, diretti a Novara di Sicilia. Fantina, situata in provincia di Messina fra Barcellona e Milazzo era un piccolo centro agricolo, dove i volontari garibaldini sbandati e con poche armi, si apprestarono a riposarsi:”s’un tratto quel silenzio fu rotto, in lintananza, dal passo cadenzato di un grosso reparto militare che si avvicinava: era il 47° battaglione di fanteria”. Lo comandava il maggiore Giuseppe C. de Villata, il quale, “cominciò con lo spedire i suoi uomini all’assalto di Fantina, mettendo a sacco le case dei poveri contadini, e catturando i garibaldini che vi si erano rifugiati, per avviarli lungo il greto del torrente dove già i soldati di un’altra compagnia del 47° sopresi i volontari nel sonno, li avevano svegliati nel sonno brutalmente puntandogli la baionetta al collo”.

Fu promessa la salvaguardia a chi si dichiarava disertore, di questi 7 (tre romani e quattro del nord) furono accerchiati dai regolari. Arrivato da Tripi il De Villata, smentendo i suoi ufficiali, così si rivolse ai volontari:” soldati, voi siete spergiuri verso la Patria ed il Re. In nome della legge militare vigente, voi siete condannati alla pena di morte da eseguire all’istante” e, ancora “non meritate che piombo allo stomaco”.

Negando persino l’ultima lettera ai familiari, furono fucilati. Il colonnello Trasselli così scrisse a seguito dell’eccidio al de Villata: “voi abusate contro gli inermi, voi ordinaste il sacco ai vostri soldati nel villaggio di Fantina, ed essi hanno tutto depredato di quanto si avevano nelle loro case quei villici, servendosi della vile menziogna che loro e gli oggetti dai vostri infamemente posseduti li avevano comprati dai garibaldini”. E concludeva: “Signore, con tutta la lealtà dell’animo mio, dopo il vostro operato io vi dichiaro vile e non italiano; e sappiate che la prima volta che avrò il bene di incontrarvi, avrò il coraggio di lacerarvi la divisa che voi avete infamata”.

De Villata ebbe i suoi onori pubblici, fu promosso Tenente Colonnello e in un comunicato apparso sulla “Gazzetta Ufficiale” fu dichiarato testualmente che era “un galantuomo” e che aveva agito “in conformità dei suoi doveri e delle istruzione rievute".

Nel suo libretto, edito da Sellerio nel 1986 sull’eccidio di Fantina, Antonio Ghirelli scrisse:”l’episodio di Fantina rimase del tutto sconosciuto alle cronache ufficiali del Risorgimento italiano e delle guerre d’indipendenza perfino nell’ambito delle rievocazioni popolari del ferimento di Garibaldi nell’Aspromonte, mentre avrebbe dovuto suggerire severe riflessioni sulla ferocia con cui i vincitori imposero la loro legge nel Mezzogiorno, tanto nei confronti del “Brigantaggio” più o meno filo-borbonico, quanto e forse ancor più rigorosamente rispetto algi esponenti del Partito d’Azione, ai volontari garibaldini e agli affiliati alla Giovine Italia”.

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