Capitolo V°

(Parte II)

 

I sembra necessario, inoltre, riproporre dettagliatamente quanto avvenne a Castellammare del Golfo, una cittadina della provincia trapanese sul mare, popolata allora da circa 9000 abitanti, dove già nel 1861, vi erano state sommosse, tanto che circa sessanta latitanti erano braccati con ordini di cattura.

Il primo gennaio 1862 scoppiò una rivolta popolare diretta contro i cosiddetti cutrara cioè coloro che possedevano la coltre del dominio e la utilizzavano a scapito del popolo e di chi non faceva, comunque, parte del nuovo potere.

Sommossa assai composita come afferma il maggiore storico dei fatti di Castellammare, Salvatore Costanza, nel suo poderoso e assai documentato La Patria armata. Un episodio della rivolta anti leva in Sicilia (Corrao Editore, Trapani, 1989), con Influenze della frazione borbonica (Nicotri) ispirata da notaio Di Blasi e dall’ex direttore in Sicilia del Ministero di Grazia e Giustizia Francesco Mistretta da poco tornato a Castellammare; ma anche con il fronteggiarsi di fazioni della città, di reduci delusi dalle battaglie del 1848 e del 1860, nonché di repubblicani.

Motivo dominante della rivolta fu la convergenza occasionale, a volte tuttavia costante, di un fronte composito che si ritrovava nell’insorgenza contro le tasse esose e la leva obbligatoria, schierato ad affrontare il comune nemico, raffigurato da rappresentanti militari e civili del nuovo stato,, visti come gli oppressori decisi a tutto.

“L’opposizione alla leva e l’organizzarsi delle bande armate dei renitenti e disertori preparavano così una situazione di aperta ribellione”, scrive Calvaruso, che si incrociava contro “quei pochi notabili che nel comune si contendevano denari, uffici, appalti. Nuovi motivi di scontento derivano dalla condotta rapace della borghesia agraria. Nei giorni che precedettero la rivolta la collera popolare annunziava per voce malaugurante di donne e ragazzi lo sterminio dei civili. Un ragazzo, girando per il paese, andava dicendo che i viddani  avrebbero tagliato la testa ai cutrara”. Infatti, i rivoltosi di Castellammare, circa quattrocento, si radunarono nella contrada di Fraginesi e verso le due del pomeriggio entrarono in paese al grido “Fuori la leva, morte ai cutrara” assalendo le case di alcuni notabili. Le schiere dei rivoltosi si andarono ingrossando fino a raggiungere un migliaio di persone proveniente anche da paesi vicini come Alcamo, Balestrate e la valle dello Jato.

Furono uccisi a pugnalate il commissario di leva Bartolomeo Lasaro e il comandante della Guardia Nazionale Francesco Borruso, trascinati poi in mezzo alle fiamme. Furono pure pugnalati la figlia e il genero di Borruso, il nipote del sacerdote Zangara, e si diede la caccia ad altri cutrara (Marcantonio, Galante, Zangara e Calandra) saccheggiando le loro case.

Devastato il Municipio, gli uffici della dogana e la reggia della giudicatura, bruciati gli archivi, assunse il compito di normalizzare Castellammare Pietro Lombardo, in realtà un doppiogiochista.

Intanto il 2 gennaio ad Alcamo i rivoltosi uccisero il capitano Antonio Verzano che guidava militi a cavallo e soldati di linea i quali, in parecchi, vennero anch’essi uccisi.

La reazione fu durissima. Il Sottoprefetto di Alcamo chiese rinforzi alla Luogotenenza di Palermo; successivamente giunsero a Castellammare due navi da guerra con molta truppa a bordo.

Negli scontri molte perdite furono registrate, fra cui il capitano Mazzetti. I rivoltosi si rifugiarono in montagna, ma fra gli insorti vi furono sette morti, uccisi con esecuzione sommaria, fra cui il sacerdote Benedetto Palermo del partito borbonico, il quale aveva avvertito gli insorti riuniti a Trappeto il 1° Gennaio. Egli era stato prima incarcerato e sottoposto a stretta sorveglianza perché preso precedentemente con le armi in pugno. Venne fucilato “dalla baionetta d’un bersagliere” (senza processo). Fu definito il prete brigante.

Il sette gennaio 1862, il Calandra scrive che 70 ufficiali borbonici erano pronti a partire da Civitavecchia a seguito dei fatti di Castellammare. Si ebbe eco in Parlamento il 15 gennaio 1862, con una interpellanza di Vito D’Ondes Regio alla quale rispose il governo con il Ministro Minghetti, che parlò di “giusta ira” dei militari governativi.

In quell’occasione il deputato Paolo Paternostro, ebbe ad aggiungere queste gravi parole: “Io, o signori, non desidero certo di trovarmi in simili casi, ma, se mi ci fossi trovato, state sicuri che avrei pensato poco alla stretta legalità, poco alle future osservazioni del deputato D’Ondes, ed avrei fucilato, senza misericordia, quei feroci perturbatori dell’ordine”. Gli rispose D’Ondes:”Quanto poi a quello che l’onorevole Paternostro ha manifestato che avrebbe voluto adoperare se si fosse trovato al potere, io non gl’invidio la gloria di quello che avrebbe fatto, ma so che non l’avrei mai fatto io, civile europeo”.

I nomi dei giustiziati, oltre al Palermo, furono Antonio Corona di Gibellina, il villico Marco Randisi, tre donne: Marianna Crociata, Angela Catalano, e la settantenne Angela Calamia.

Accanto a questi nomi uccisi esemplarmente o vilmente a caso, va anche ricordata Angela Romano, una bambina di appena nove anni, il cui sacrificio viene ricordato anche in una esemplare poesia da Nino Aquila. Pure ad Alcamo in quei tre giorni di inizio d’anno violenti furono gli scontri, con perdite da una parte e l’altra.

I renitenti ferirono quattro carabinieri l’1 gennaio, il giorno dopo fu ucciso l’ufficiale di fanteria Ciro Montecchini, un altro ufficiale restò gravemente ferito. Arrivarono intanto in paese le truppe del generale Quitini: molte furono le vittime civili e dieci i morti fra i militi, carabinieri e ufficiali.

Va ricordato quanto scrisse il Costanza, sul ruolo assunto durante la rivolta dalla mafia: ”Le fonti ci confermano almeno sotto forma di azioni frenanti nei confronti della massa e di patrocinio nei confronti dei galantuomini presi di mira dagli insorti”. “Galantuomini”, e i “cappeddi” come pure venivano indicati a Castellammare come ad Alcamo e in grandissima parte della Sicilia, erano il nuovo ceto dominanto formato anche da vecchi e ricchi proprietari. Lo stesso popolo, aggiunge Costanza, “ben presto si era dovuto convincere che, in fondo, la sciarra del ’60 era stata fatta da costoro per la cutra del potere”.

Verga nella novella Il reverendo scriverà che: “I cani grossi si fanno sempre la guerra fra loro, se capita un osso buono, e ai poveretti non resta mai nulla da rosicare”.

Di Castellammare era Pasquale Calvi, repubblicano e deputato di quel collegio la cui moglie trovandosi nel fondo rustico di sua proprietà, al cosiddetto “piano della vignazza”, rimase vittima ella strage. Con la repressione anche il notaio Di Basi dovette fuggire, per poi essere condannato alla decapitazione. In seguito, nel 1864, avvenne un “processo monstre contro la fazione borbonica e i suoi presunti rappresentanti” (Costanza) con ben 112 imputati, alcuni latitanti, metà dei quali contadini, e il rimanente formato da pastori, artigiani, operai e trafficanti e con 9 imputati tra civili e proprietari e 3 donne.

Una composizione sociale, come si può notare, composita.

Dopo una rivolta attribuita dalle autorità a “una diretta ispirazione borbonica (Costanza) la repressione militare del generale Savona si cagliò contro gli altri 300 renitenti di Castellammare, Alcamo e Monte S. Giuliano (l’odierna Erice) sparsi per la montagna.

Lo ricorda nel suo intervento alla Camera il generale Savona riferendosi anche allo stato d’assedio sul quel territorio: “ho posto un cordone al paese di 40 chilometri in campagna, isolando l’istmo di S Vito, circondando montagne intere. Il medesimo soldato è stato 6 giorni e 6 notti sentinella in un pestifero clima, col sole ardente del giorno e coll’umidità della notte, ma è rimasto là perché io volevo liberare quel comune. Altri sei giorni furono impiegati a far perlustrazioni faticosissime in quella montagna. Non una casa che non sia stata perlustrata, non una capanna che non fosse visitata… noi abbiamo arrestato un certo numero di malviventi, ma se noi avessimo dovuto arrestare tutti, sarei ancora lì.

Savona disse di agire per “il bene della Patria”, per far uscire la Sicilia, “dal ciclo che percorrono tutte le nazioni dalla barbarie alla civiltà”.

Mirabili e rivelatori pensieri di autentici conquistatori che non mancarono di farsi vanto di un simili idee e comportamenti.

Molti dei renitenti fuggiaschi furono accolti in tutta la Sicilia dalle bande armate e malavitose, come quella del Turricciano, bande che in seguito se un poco avranno a che fare con i moti sociali e politici, molto l’avranno con la mafia agli esordi, fenomeno sminuito, o peggio, fatto questo prosperare, per la sua sottovalutazione e per le misure economiche prese sui cittadini ee sui comuni, cominciando, così, a formare una sorta di “antistato”, con connivenze che furono usate anche contro i briganti che si schierarono , per cause sociali in opposizione al governo.

Come racconta brillantemente nel suo volume Giustiziateli sul campo Raffaele Nigro : “subito dopo l’unità troviamo intorno a Trapani un brigante che risponde al canone del masnadiero ideale, Pasquale Torregiani, detto Turricciano,. Nel 1862, renitente alla leva, il Turricciano si dà alla macchia e commette furti, rapine, e ricatti. Ma non sperò mai nei sequestri di persone, e ammazzò soltanto per difesa, o per amministrare una giustizia arcaica, se non per dare l’esempio. Cos’ quando un possidente di Castellammare approfittò della sua amante egli non si fece scrupolo di portarsi nella masseria del rivale e sequestrargli la sorella. Se la tenne una settimana e la riconsegnò dicendo: “Turricciano ripaga sempre con la stessa moneta”.

            I contadini nei giorni di Castellammare gridavano la morte ai cutrara insieme ai “viva la repubblica” e “viva Francesco II”, come riferisce testualmente il dott. Emilio Cardinali di Roma in un suo libro dell’epoca.

Il grido di viva la repubblica fu utilizzato da un lato dai mazziniani e dal Partito d’Azione, che pure erano presenti in Sicilia, ma dall’altro, paradossalmente, dagli stessi legittimisti e autonomisti – specie nel 1866 nella rivolta palermitana – questi lo adoperavano e lo fecero adoperare scaltramente per indicare il rimpianto della monarchia borbonica e l’avversione alla repressione popolare sabauda.

 

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