CAPITOLO V

1862: Leva obbligatoria, brigantaggio, le rivolte di

Castellammare del Golfo, Alcamo, Fantina, nel girgentano

e i primi delitti di Stato

 

(Parte I^)

 

Anno cruciale fu pure il 1862 che si aprì con un valzer di prefetti i quali durarono in circa lo spazio di un mattino a conferma dell’instabilità politica e dei fermenti sociali presenti in Sicilia.

Il 1862 fu, dunque, un anno nodale per l’intensità delle pressioni dell’esercito del regno d’Italia sui civili. In quell’anno, fattosi sempre più grave il divario fra latifondisti che continuavano ad acquistare e ad arricchirsi, pur lasciando abbandonate le terre,  e i braccianti agricoli lasciati in gravi condizioni economiche, molti giovani si diedero alla macchia anche per sfuggire alla coscrizione obbligatoria entrando, per necessità o per combattere gli invasori piemontesi, nelle bande di campagna.

Su due piani distinti ma molte volte convergenti va, infatti, esaminato il fenomeno isolano del banditismo: da un lato i contadini poveri esasperati uniti ai piccoli proprietari disingannati da un fisco mai tanto esoso, e dall’altro, gran parte di quanti, riuniti in bande, spronavano la povera gente alla rivolta sociale e politica. In tutti vi era il sistematico rifiuto della coercizione derivata dall’unificazione e la palese delusione rispetto alle speranze e alle illusioni del 1860.

Sottolineare tale stato di cose, certamente, non mira a donare un’aureola romantica alle bande dei briganti siciliani, tende solamente ad evidenziare come certi mali antichi si moltiplicarono anche esponenzialmente, al punto che una ingente massa di uomini, e in qualche caso anche di donne, si organizzarono, con l’aiuto delle popolazioni indigene, in cima a montagne aspre e inaccessibili, per far fronte alla feroce persecuzione poliziesca che travalicava il mantenimento dell’ordine pubblico diventando, assai spesso, licenza deliberata e violenta gratuita a spese, non solo dei briganti, ma anche delle popolazioni e financo dei bambini inermi.

Infatti, la totale incapacità di comprendere la Sicilia e i suoi abitanti con la loro storia, costumi e tradizioni, l’idea folle di esportare e imporre un modello impossibile per i siciliani – quello del vecchio Regno sardo – l’incomprensione della psicologia e della religiosità dei popoli autoctoni, fecero drammaticamente esplodere i tristi eventi che la storia ci consegnò in Sicilia.

Dunque il brigantaggio siciliano si sovrapponeva in modo nuovo dopo l’unità alla delinquenza comune, raggruppando renitenti, scontenti,reduci di azioni oppositive al nuovo governo locale e nazionale, sradicati,  ma anche ex soldati e impiegati del passato regime borbonico espressione di uno stato che era insieme di demoralizzazione e di impoverimento rispetto ai nuovi “cappelli” e ai “gentiluomini” che si erano subito schierati e arricchiti all’ombra del nuovo potere.

Personaggio di spicco fra i briganti siciliani fu certamente Angelo Pugliese detto “Don Peppino il Lombardo”, originario di Lungro nelle Calabrie, operante fra il 1865 e il 1875. Molte delle azioni brigantesche sono da ascrivere a questo brigante che, a sua volta, “formerà” le schiere di nuovi capi come i briganti Pasquale Valvo, Salapietra,Leone, nonché la celebre banda detta dei “Maurini” dal nome del paese di origine, San Mauro Castelverde, capitanata da Vincenzo Rocca e Angelo Rinaldi.

Va sottolineato che in molti paesi tali bande di briganti prima segnalate furono attive anche sul fronte più sociopolitico, specialmente nel 1866 nei dintorni di Palermo (specie a Monreale) ed anche nell’estrema provincia. E’ del tutto chiaro che le bande operarono violentemente fra sequestri e furti e non certo per cause primariamente di giustizia sociale.

Significativi, a tal proposito, sono i “motti” dei briganti siculi, un misto di acume popolare, velleitarismo, rivolta. Eccone alcuni: A cu leva lu pani a li to figghi levacci la vita; Si moru mi dicrovu, si campu t’allampu; La furca è ppi lu poveru, la giustizia ppi li fissa; La tistimunianza è bona sinu a quannu nun fa mali ali prossimu.

Fra i briganti siciliani con ascendenze “politiche” va certamente ricordato Pasquale Torreggiani, sicilianizzato in Turriciano, nato nel 1841, che nel 1862 si rifiutò di assolvere alla leva obbligatoria e con molti altri giovani e si diede alla macchia nella zona del trapanese, vicino a Castellammare.

Diceva di essere contro le ingiustizie, specie se attuate dalle forze dell’ordine, ma liberò anche soldati e carabinieri presi in ostaggio.

Per cominciare ad analizzare più da vicino i fatti in questione, appare opprtuno riportare, intanto, quanto pubblicato sul quotidiano romano “Il Popolo d’Italia” il 6 maggio 1862, dove è possibile leggere una circostanziata analisi, certo di parte pontificia, riguardante le cose di Sicilia: “La mafia,lungi dal rappresentare l’ostilità verso il governo riempiva piuttosto il vuoto di potere conseguenza dell’assenza di un governo efficiente, la sua funzione principale consisteva nell’imporre una forma rudimentale di organizzazione all’anarchia della vita siciliana. La Sicilia, peraltro, era stata organizzata a esclusivo vantaggio dei proprietari. Perciò mentre l’azione del governo era efficacissima pronta contro i disordini popolari, rimaneva miseramente impotente contro gli altri, come il brigantaggio e la mafia, i quali erano espressione di parte della classe abbiente. Una spiegazione di un così terribile fatto stava nella distribuzione dei profitti della mafia in progressione ascendente fino al governo centrale attraverso una serie complicata di rapporti che associava piccoli delinquenti con alcuni nomi tra i più importanti del paese”.

Sulle bande e i briganti siciliani va ricordato che le autorità chiamavano ”manutengolismo” il rapporto di complicità e relazioni che questi tenevano col popolo, anche per ragioni politiche e “sociali” di mutuo soccorso, a volte coincidenti con le rivolte. Ancora vanno ricordate le bande di Rocca e Rinaldi operanti tra Cefalù, Pollina e Castelbuono, Capraro e De Pasquale tra Corleone e Termini. Bande operarono in tutta la Sicilia e in particolare a Racalmuto, Naro, Favara, Aragona, Comitini, Monreale.

Il 9 giugno, a Palermo il Prefetto palla vicino comunicò al Rattazzi: “Ieri ebbe luogo in Palermo una ridicola manifestazione, con grida sediziose ed assurde. Circa 200 mascalzoni percorsero Via Toledo (attuale Corso Vittorio Emanuele) ed altre vie della città gridando: Abbasso Rattazzi!, Abbasso il Re!, Abbasso il Parlamento!, Abbasso l’Italia!, Abbasso l’Europa!. Costoro erano i burattini, ma chi li faceva muovere e gridare, tenendosi nell’ombra era la consorteria borbonico – autonomista (…). Bisogna abilitarmi a far deportare in Sardegna, o nel Continente, tutti quei condannati che possono riuscire pericolosi”; il 12 giugno, sempre Pallavicino a Rattazzi, riferì di una nuova dimostrazione tentata al largo della Marina. “La cosa incomincia a farsi seria e bisogna provvederci seriamente” scriverà. Ad aprile si registrano disordini in varie zolfare.

Il 17 agosto, Palermo e tutte le province della Sicilia furono dichiarate in stato di assedio sotto il comando del Prefetto Efisio Cugia, a seguito, come scriverà il Prefetto “della riunione delle bande armate, capitanate da Garibaldi, continua nell’Isola, e dopo avere occupato una cospicua città si cambia ora in aperta ribellione. Una mano di anarchici facendo alleanza con tutti i partiti avversi a questo Governo”.

Interessante appare la corrispondenza tra Salvatore Maniscalco e Francesco Salvo di Pietraganzili curata durante gli eventi del 1862. Da Marsiglia, infatti, il 31 maggio, dove dirigeva il Comitato Borbonico, l’ex direttore della Polizia Salvatore Maniscalco scrive a Francesco salvo di Pietraganzili, rifugiatosi a Malta: “La guerra fra il Piemontesismo e il Garibaldismo è già cominciata. In Sicilia si cammina alla rovina. La miseria pubblica, l’anarchia, il malcontento regnano nell’isola, ed una crisi è imminente”. In altra lettera inviata sempre a Pietraganzili datata 2 giugno, Maniscalco aggiunge: “Le nostre speranze sono riposte nella follia degli italiani”.  E ancora il 7 gougno: “Avrete costà una occupazione o una destinazione per dirigere le cose nostre in Malta. Finora tutto è venuto meno per la infedeltà, pel peculato e per l’incapacità degli agenti preposti pel riscatto della nostra Patria. Di Sicilia ne sapete abbastanza. In Napoli non ne indovinano una”.

Il 23 agosto sempre Salvatore Maniscalco, scriverà a Salvo di Pietraganzili: “Sembra che l?Unità corra gravi pericoli per le insanie di Garibaldi e per la improntitudine della fazione che pende dai cenni di Mazzini. Le cose sono al punto che il Piemonte deve ricorrere ad un colpo di Stato o mettersi nelle mani d’un Ministero avventato (…). Il partito borbonico ha immensi partigiani. In tutte le Province si vuole il ritorno dell’antica Signoria ma v’è poco a sperare sull’azione di questo partito, il quale non si muoverà se non quando un esercito con la bandiera del Re scenderà nell’Isola. Da Trapani, da Catania, da Alcamo, da Mistretta e da Caltanissetta mi si tiene sul proposito un linguaggio uniforme. In Palermo (…)  i legittimisti sono assai ma per paura non osano pronunciarsi. Nel Napoletano le bande realiste incalzano i piemontesi, ma è sterile il sangue che versano”.

Analisi cruda e realistica quella del Maniscalco che certo conosceva bene il contesto della Sicilia.

Dopo Aspromonte, a Catania, il Ricotti, compirà circa 700 arresti. Il Tosselli, garibaldino di ritorno da Aspromonte, formerà contemporaneamente una banda, che la rivista governativa “L’Italia militare” di Torino stimò in otto/novemila uomini, certo esagerando.

Nel suo studio Ombre nelle campagne, Roberto Tassinari riporta un ordine del colonnello Eberhardt, del 23 agosto, e in cui si può leggere: “In quest’isola che gli agitatori scelsero al centro delle loro illegali operazioni la legge marziale giudicherà tutti coloro che verranno chiamati ribelli alla Costituzione che regge lo Stato”.

Il 28 agosto, annunciato lo stato d’assedio a Catania, il Ricotti in un proclama scriverà: <<Gli arruolatori di individui per le bande dei ribelli guidati da Garibaldi, i subordinatori alla diserzione dei Corpi del regio esercito, saranno sottoposti ad un Consiglio di guerra e, se rei, fucilati, “si intima di non portare armi in città e che in caso di tumulto, chi fosse arrestato con le armi indosso sarà fucilato”; inoltre sono proibite le “riunioni tumultuose” ed è “vietato portare la camicia o berretto rosso o qualsiasi altro segno che accenni appartenenza alle bande dei ribelli” i quali hanno lasciato delle tracce fra voi che conviene far sparire>>.

Ma un un’ulteriore conferma relativamente alla caotica situazione può leggersi anche nelle Memorie di Ulloa circa l’esilio romano del Re Francesco II e della sua corte, ove si evidenziarono lotte intestine e irresolutezza a intervenire direttamente. Il 1° settembre 1862 il Re Francesco II nel suo Diario scritto in Albano (Roma) annotava: “(sono) compresso di tristezza per aver veduto dopo due anni quello stesso Garibaldi preso prigioniero dai piemontesi combattendo, mentre per noi la viltà e l’ignominia (dei militari) … resero vincitore in Sicilia e in Calabria”.

 

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