(Parte III^)

Importante ricordare anche che il 10 dicembre, Crispi, in Parlamento, relativamente al crescente malessere dei siciliani dichiarò: “La causa principale di questo malessere è il governo attuale. Dell’insipienza e della poca moralità dei giudici e dei delegati di pubblica sicurezza il governo è responsabile. Vi ho parlato di individui arrestati arbitrariamente, di individui che soffrono pene non decretate dal Codice, di individui uccisi a capriccio, e tutto questo significa nessun rispetto alle leggi. Pertanto le popolazioni non possono avere fiducia né negli uomini che amministrano la Sicilia, né negli uomini che governano l’Italia. Il borbonismo in Sicilia non prevarrà, siatene sicuri, ma la sicurezza pubblica non so se possa sempre essere mantenuta, e se noi avremo il potere di calmare le agitazioni.”

Lo stesso Crispi, l’11 gennaio,  con una interrogazione alla camera, parlò della cospirazione borbonica in agguato e Garibaldi, da Caprera, con un messaggio agli universitari di Palermo invitò a dare “l’ultimo colpo ai sorci dal viso scoperto o mascherato!”, dove per sorci, i topi, si intendevano appunto i borbonici, i quali per lo più agivano clandestinamente o mimetizzandosi in quello che si avviò ad essere, specie in Palermo, il grande Partito detto Regionista.

Sempre nel 1861, Giuseppe La Farina, liberali, massone e stretto collaboratore di Cavour, ammise in una lettera inviata il 3 febbraio ad Ausonio Franchi che: “i ladri, gli evasi dalle galere, i saccheggiatori e gli assassini, gli amnistiati da Garibaldi poi pensionati da Crispi e da Mordini, si sono introdotti né Carabinieri, negli agenti di sicurezza, nelle guardie di finanza e perfino né ministeri”. Giuseppe La Farina, fautore della spedizione dei Mille, nonché dell’immediata annessione avendo descritto puntigliosamente i saccheggi pubblici e privati operati da Garibaldi in Sicilia, fu fatto arrestare da questi e poi espulso dall’isola il 7 luglio 1860.

E’ giusto sottolineare che a fine campagna di conquista del Sud, l’esercito meridionale garibaldino contava oltre 6000 ufficiali, 800 dei quali non avevano alcun comando ma riscuotevano lo stipendio prelevato dalle casse del Banco delle Due Sicilie.

Nello stesso anno ( 1861), già sciolto l’Esercito Meridionale, si pagavano ancora 4 milioni di franchi ai volontari. I militari ex borbonici in carcere era 32 mila, ottomila i siciliani. Al senato il Ministro della Guerra Della Rovere dichiarava che 80 mila soldati borbonici non erano passati all’esercito italiano, su 97 mila, gli ufficiali, invece, aderirono al nuovo Regno in 2311 su 3600.

Diogene Pantaleoni a conclusione del suo viaggio nell’isola scrive in data 10 ottobre 1861 un rapporto al Ministero dell’Interno sulle condizioni della Sicilia con una considerazione finale rivelatrice “sulla necessità della soppressione della personalità (giuridica) di tutti gli Ordini, congregazioni, associazioni, che non hanno scopo di utilità per le popolazioni, e molto più se professano principi ostili alle civiltà e alla moderna Società”.

Come ha ben documentato Salvo Di Matteo nel suo pregevole studio Quando il Sud fece l’Italia, nei primi tempi dopo l’unità “la rivolta lealista nell’isola si affidava, così, alle varie cellule aristocratiche legate alla decaduta dinastia, che in alcune città, in corrispondenza fra loro, più che tessere velleitarie trame di riscossa, tenevano vivo il sentimento di devozione all’esule attraverso una clandestina opera di infiltrazione e di propaganda”. Esponente di maggiore rilievo ne era, a Catania, il marchese di San Giuliano, rappresentante di Francesco II per la Sicilia; i comitati locali erano tenuti, a Caltanissetta dal barone Basile e dal baronello Polizzi, a Caltagirone dal barone Giarrizzo, a Castrogiovanni (Enna) da Don Giovanni Grimaldi  Gravina, a Patti dal barone Calcagno”. Un ruolo importante assunsero Ignazio Pilo e Gioeni conte di Capaci e il marchese Vincenzo Mortillaro di Villarena a Palermo. A Roma, fra gli altri dimoravano ed erano in contatto con la Sicilia il principe di campo franco, il maresciallo Beneventano Del Bosco, il barone Malvica, il principe della Scaletta, il marchese Paternò di Spedalotto. A Malta nutrita era la prima colonia borbonica siciliana con il contino Di San Secondo, nella cui casa si riunivano i Salvi di Pietraganzili, i signori Calabrò, Aricò, il direttore Gallo, la coppia Migliore, il benedettino Padre Grifeo, il procuratore Generale Crescimanni e dall’ottobre 1860, per qualche tempo il conte di Capaci. A Marsiglia l’ex Direttore della Polizia Salvatore Maniscalco era attivissimo a tessere i rapporti con moltissimi esuli e compatrioti legittimisti siciliani fino al 1864, data della sua scomparsa. A Parigi operava il principe Pignatelli.

Ha scritto a proposito Giancarlo Poidomani nel suo ampio saggio Senza la Sicilia l’Italia non è nazione che “le cospirazioni borboniche caratterizzarono i primi decenni di storia della Sicilia nell’Italia unita”.

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            La presenza ufficiale dei Valdesi a Palermo ebbe inizio nel febbraio 1861 con il pastore Giorgio Appia preceduto con la venuta di Garibaldi nel 1860, dall’attivismo dei col portori, venditori ambulanti di Bibbia e opuscoli evangelici pubblicati in Inghilterra in lingua italiana, e fu proprio la colonia dei protestanti stranieri – specie inglese – che accolse Appia, formata da aristocratici, massoni, latifondisti, grandi imprenditori e commercianti. Ad agosto aderirono i primi palermitani, specie provenienti dal garibaldinismo, dalla massoneria e dalle Società Operaie. Il luogo di culto era sito in via Ponticello e presto si raggiunsero le sessanta persone frequentanti il culto. Fece molta propaganda Appia, il quale si spinse a Trapani, Messina, Catania e Siracusa. Fondò l’ “Istituto Evangelico” e fu trasferito a Napoli nel 1862.

La reazione cattolica alla presenza dei protestanti non si fece attendere e fu nel tempo molto determinata. Attorno al periodo dedicato dell’ Immacolata, un gruppo di cattolici palermitani s recò per una dura manifestazione di dissenso contro i protestanti davanti la sala di culto di via Ponticello. La polizia fermò il Pastore e alcuni fratelli per sottrarli alla furia dei contestatori. Furono rilasciati a seguito dell’intervento del console di Prussia. Il locale palermitano venne chiuso.

Nel 1863 giunse a Palermo il pastore presbiteriano scozzese John Simpson Kay che vi resterà per 24 anni, e la scuola Valdese, oltre numerose adesioni, potè contare circa 200 allievi. Nel 1865 si pubblicò il periodico evangelico Lo specchio della verità. Molti fedeli Valdesi come Salvatore Ingegneros furono socialisti e massoni. Come riferisce Renato Salvaggio nella sua ricerca Valdesi a Palermo, altri episodi si registrarono a Termini Imerese nel 1861 con un tumulto popolare anti protestante e con l’aggressione di un colpoltore; ancora incidenti a Palermo, Alcamo, Ganci, Mistretta, Castellammare del Golfo, Siracusa, Barrafranca e Piazza Armerina, con varie aggressioni di col portori e dispute degenerate in baruffe nel periodo 1864 – 1869.

Va aggiunto che il clero e molti vescovi intransigenti polemizzarono con opuscoli, omelie e catechesi contro i protestanti e le loro dottrine antipapiste (fra questi Malchiorre Galeotti), accusandoli anche di essere al servizio di interessi stranieri e segretamente del Piemonte, dalle cui valli valdesi di Torre Pellice provenivano proprio i valdesi, che già Carlo Alberto aveva “emancipato” e che erano tenuti in gran conto dai rivoluzionari italiani.

Nel periodo di tempo da noi preso in esame vanno registrate le aperture di locali di culto anche in vari centri: a Catania con esponenti Alfio Bellicci e Rosario Sciacca; l’ex domenicano e garibaldino di Modica, Pietro Giardina (poi fondatore della comunità di Riesi, Vittoria e Grotte); l’architetto Liborio Coppola fondatore della Chiesa Valdese a Messina e Caltanissetta. Il protestantesimo in Sicilia potè contare nel 1861, 742 unità (80% stranieri), dieci anni dopo erano in 6755. tra questi va registrata la numerosa e potente “colonia” degli inglesi in Sicilia, quasi tutti anglicani che costruiranno successivamente l la loro chiesa nella centrale Via Ingham, oggi, via Roma a Palermo, ancor oggi curata da pastori inglesi.

Così come Valdo e Lutero aprirono l’avvento della modernità in Europa, possiamo dire che l’arrivo col Risorgimento in Sicilia, di protestanti va registrato come un concreto apporto in quella linea di direzione rivoluzionaria e, ovviamente, anticattolica che era già presente, invero, con l’Illuminismo e con la significativa a zione e dottrina naturalistica della Massoneria operante in Sicilia, cui aderirono molti aristocratici e borghesi e che vanterà anche come Gran Maestro Giuseppe Garibaldi.

 

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