(Parte II^)

 

Il 4 e 5 marzo si svolse una violenta sommossa spontanea a Santa Margherita Belice durante la quale furono uccisi tre uomini. La rivolta, avvenuta il 3 marzo, fu originata dall’assassinio, ad opera del ceto ricco e nobile del Dott. Giuseppe Montalbano che, liberale, era stato assai deluso sentendosi tradito dall’avvento dei garibaldini con le loro promesse, tanto da scrivere il 23 febbraio  al colonnello garibaldino Giacomo Oddo: “ Sembra con chiarezza che il governo del Re cerca di traversare le nostre aspirazioni e non di gettare solide fondamenta alla nostra libera e vera Costituzione (siciliana). Bisogna convenire di essere traditi… dire la verità ed elogiare i fatti di Garibaldi è spargere principi di brigantaggio”. E ancora “ Il Conte di Cavour vuole piemontesizzare la Sicilia”. Il 14 marzo si registrarono disordini e arresti a Palermo. Il 17 marzo 1861, viene proclamato a Torino il nuovo regno d’ Italia.

Il 14 aprile 1861 il Luogotenente Cordero di Montezemolo fu sostituito in Sicilia dal generale Della Rovere, incarico lasciato il 14 settembre a Ignazio De Genova di Pettinengo, in quanto nominato dal Ricasoli Ministro della Guerra.

Intanto, come riferisce l’ Altari “tra la fine del 1861 e il principio del 1862, i borbonici moltiplicarono le loro attività e rialzavano il capo sia nel Napoletano che in Sicilia”.

Prefetti, Questori e forze dell’ordine vedevano e indicavano nei loro Rapporti cospirazioni borboniche e clericali, ovunque.

La coscrizione militare obbligatoria (legge del 17 febbraio 1861), ma soprattutto i disagi economici dovuti a nuove tasse, smentirono subito, nei fatti, il primo favore popolare per il nuovo Regno.

All’inizio del 1861 rivolte e dimostrazioni si registrarono così in vari centri come a Naro, A Castellammare del Golfo e a Palermo. Al riguardo vanno, infatti, riportati alcuni importanti e significativi avvenimenti. Fra il 15 e il 16 febbraio 1861 venne appiccato un incendio all’Archivio Comunale di Poggioreale. Il 6 marzo il Prefetto scriveva a Giuseppe Coppola di bande armate sui monti di Castellammare. Il 23 marzo il giornale palermitano “La campana della Gancia” scriveva su Castellammare questa nota: “Il risorgimento del partito borbonico è un fatto deplorabile (…). Qui sul principio della rivoluzione, contro i topi (i borbonici) sospetti di intelligenza col nemico, per ordine del governatore di Alcamo Stefano Triolo si Sant’Anna, venivano prese misure di rigore. Arrestati alcuni, altri più invisi fuggirono. Quando però a Stefano Sant’Anna, che aveva fatto di Alcamo una vera fucina di libertà, subentrò nel governo di questo distretto il fratello barone Benedetto, gli arrestati furono messi in libertà i raminganti furono esiliati in Alcamo, mutatasi invera topaia”.

Il 5 aprile venne ucciso a Calatafimi, Leonardo Pampalone, Comandante della locale Guardia Nazionale, il quale aveva preannunciato una insurrezione in quel paese.  Il giornale palermitano “La Mola” il 23 aprile sui fatti violenti registrati a Castellammare e sulla morte dei fratelli Varvaro, scriverà: “Vittime del brigantaggio borbonico”.

Inoltre, dal 3 al 5 maggio scoppiarono altri tumulti armati ad Alcamo dei quali se ne parlò nel giornale “Il Precursore” di Palermo del 5 e del 7 maggio, nonché nel rapporto di Raffaele Lanza, Vicegovernatore della Provincia di Trapani, inviò al Luogotenente: “L’intendente pensa che la dimostrazione armata era effetto delle mene d’un partito reazionario, col concorso di gente di Balestrate e Castellammare qui convenuta”.

Il 6 giugno Cavour muore, forse avvelenato.

Sempre nel giugno del 1861, a seguito di una omelia del Vescovo di Piazza Armerina Cesare Agostino Sajeva, contraria alla politica anticlericale del governo, gli fu perquisita la casa e, nel marzo 1867, in occasione della morte del presule, i liberal-massoni avevano programmato di arrecare ingiuria alla salma, per tale ragione i canonici lo trasportarono di notte in Cattedrale e tumulato in segreto, in luogo soltanto recentemente riscoperto.

Anche a Trapani, la sera del 25 settembre, scoppiarono disordini a seguito di un’ordinanza del Governatore sulla leva e sul pagamento dell’imposta fondiaria. Vi fu un lancio di pietre contro le finestre della casa di Don Benedetto Omodei, direttore della locale Esattoria. Il 20 ottobre disordini pure a Marsala a seguito della propaganda governativa per la leva. Otto furono gli arrestati perchè lanciavano pietre anche contro i Carabinieri, come scrisse il Governatore al Luogotenente Generale di Palermo. Si dimise il Sindaco, sospeso il delegato e ammonito l’Arciprete “niente amico del Governo”. Gli stessi fatti, il 26 ottobre, si ripeterono a Paceco dove venne sospeso il delegato di P.S. e ammonito l’Arciprete Nicolò De Luca.

Inoltre, tra i comuni insorti contro la leva obbligatoria, troviamo Alessandria della Rocca, Lercara Friddi (cinque arresti) e un alto numero di renitenti nel comune di Burgio. A Bivona l’espressione del malcontento si manifestò, come attestato in un rapporto del comandante militare del circondario Carlo Dal Pozzo, con l’inalberare bandiere bianche (le bandiere borboniche) ora in un sito ora in un altro del circondario”, allo scopo di “frazionare questa poca truppa allontanandola dal capoluogo e di affaticarla con inutili e disastrose marce, onde meglio riuscire i turbolenti di suscitare disordini”. Ad agosto 1862 e fine novembre lo stato d’assedio fu proclamato nel circondario per disperdere i volontari richiamati da Garibaldi nel tentativo di marciare su Roma, conclusasi ad Aspromonte.

A Bivona, inoltre, nel 1862 era presente un comitato legittimista borbonico con a capo il domenicano padre Giuseppe Campione il quale era in corrispondenza col comitato romano, Esponenti erano: Domenico Campione, Paolo Cosenza, Antonio Puccio, Ignazio De Bono, i fratelli Pietro e Gaetano Di Lorenzo, fiancheggiatori i cappuccini Balessare palermo, Giuseppe Ruisi,  i sacerdoti Domenico Di Filippo , Emanuele De Bono,  il domenicano Paolo Panepinto, il carmelitano Gioacchino Trizzino. Il 7 dicembre 1863 si verificò un incidente, era stato lacerato un Manifesto con la sfera dell’Ostensorio del Sacramento. Tensioni popolari si registrarono quindi per la processione dell’8 dicembre, giorno dedicato all ‘Immacolata. Il clima pesante si risolse con l’ordine del delegato Sclafani di arrestare l’arciprete Campione. Funzionari locali e francescani furono nel frattempo allontanati o trasferiti dalle città, come Don Pietro Di Lorenzo, “sfegatato borbonico” e padre Pietro Di Paola Ficarella.

Nella Sicilia orientale si svolgono fatti non secondari. Ne riferisce con ottima documentazione Giancarlo Poidomani, riferendo dell’esposizione a Castiglione di Sicilia di uno stendardo borbonico il 13 febbraio 1861, gesto apparentemente innocuo in cui si “nascondevano le trame del partito borbonico di Taormina, tra i cui esponenti si segnalano Giuseppe Bunda e Salvatore Scuderi, un certo padre Lo Vecchio, frate di Calatabiano, un certo Di Maio, ex ispettore del dazio a Castiglione al tempo dei Borbone. Nel maggio 1861 il governatore di Catania, Tedeschi, mise in guardia gli intendenti di Caltagirone, di Nicosia e di Acireale e il Procuratore Generale del re, denunciando la circolazione di un proclama di Francesco II che incitava alla reazione borbonica. Il 31 maggio alcune squadre di filo borbonici appiccarono degli incendi a Catania.

Una lettera del 27 giugno, inviata al Governatore di Catania da alcuni cittadini di Mascalucia, denunciava l’esistenza di un partito borbonico reazionario nel comune di Gravina, con a capo Francesco Platania e altri che erano stati protagonisti del tentativo di rivolta a Catania nel mese precedente”. Tumulti a luglio sono scatenati a Messina dagli operai per le basse paghe. La città riverrà privata del porto franco. Il giornale anticlericale di Palermo “L’Arlecchino oppositore” il 29 novembre 1861 accusò il clero di borbonismo elencando ben sedici ecclesiastici, arrestati la notte precedente con l’accusa  di cospirazione contro il governo.  Essi erano: padre Matteo Adragna di S.Francesco d’Assisi, scoperto con “carte sorprese”; con la stessa imputazione furono arrestati anche il canonico Pollara il canonico Agostino da Trapani, maestro di cerimonie mons. Ciccoli, padre Bonaventura di Sambuca, frà Ferdinando Favaloro accusato di essere spia, padre Pasquale e padre Lorenzo del convento del SS. Salvatore, padre Antonio e padre Serafino di S. Giuseppe, padre Aurelio di S. Pietro, padre Costantino di S. Giovanni, padre Celestino Arcangelo Raffaele, padre Raffaele e padre Pietro di S.Michele, infine padre Pipitone.

Come nota Alfredo salvatore Sciortino, nel suo Contributo ad una storia del movimento cattolico in Sicilia (1860-1870) (cfr. in Atti “La Sicilia e l’Unità d’Italia, Feltrinelli, Milano, 1962), “il clero, placati gli ardori dei primi entusiasmi” entrò in conflitto col governo, “che faceva intendere troppo palesemente le sue simpatie per la propaganda anticlericale. Una profluvia di stampe alidissime, di libri osceni, di invereconde caricature per Pio IX, veniva esposta e spacciata nei vari centri tanto che gli stessi studenti dell’Università di Palermo, non poterono esimersi dal presentare, l’11 marzo 1861, al Luogotenente Della Rovere una rimostranza contro “il turpe mercato, che si fa di un  genere di libri i quali quantunque si riproducono presso di noi, pure, sulla maggior parte, sono merce che ci viene fornita da lontani paesi”. Gli studenti vennero elogiati dall’Arcivescovo naselli quali “difensori delle tradizioni cattoliche dell’isola”.

Fara Misuraca, apprezzata studiosa indipendente, ha pure riesumato i fatti relativi alle “renitenti” della Favorotta (odierna Terrasini), già raccontati da Napoleone Colajanni, avvenuti a seguito di arresti arbitrari a discapito della famiglia Palazzolo-Pecorella di cui due componenti venero uccisi in carcere a seguito di tortuose vicende relative a un matrimonio combinato. Il generale Sarpi circondò il paese con il 19° Fanteria e arrestò decine di persone, fino alla carcerazione di donne “renitenti” e uomini coinvolti nei fatti.

Alla fine del 1861 venne sventato un tentativo di borbonici di inviare 10000 fucili in Sicilia per mezzo di due navi americane, che sarebbe dovuto avvenire a Licata, ma i capitani dei vascelli ne rifiutarono il trasporto.

A quanto detto precedentemente si aggiunse il fatto che, durante tutto il 1861, alcuni industriali siciliani liberali, trasferirono al nord dopo l’unità le loro fabbriche. Scrive Cesare Bartoletti: “La famiglia Orlando in Sicilia fabbricava macchine industriali; i fratelli Orlano ebbero parte attiva politica anche aiutando Garibaldi. Trasferitisi a Genova, l’impresa Orlando divenne la principale fabbrica italiana di armi e locomotive”.

 

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