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SCHEGGE DI STORIA 1/2019

 

          Noi troviamo, nel documento reso ufficiale, alcune linee in bianco, il che vuol dire che sono state soppresse alcune cose. E perché darsi tanta pena? I relatori credevano forse che sarebbe stato troppo quel che è stato soppresso della relazione originale?

          “L’argomento vittorioso a pro del nuovo ordine di cose, quello che più persuade le popolazioni è il potere ad essa dimostrare con l’evidenza dei fatti che in tutti i rami della cosa pubblica regna la giustizia”.

          Veramente? Questa giustizia regna in tutti i rami? E tuttavia il deputato Brofferio disse, parlando di questo soggetto: “Vengo alla giustizia. In questo dicastero v’ha una tale confusione di babilonia, che la simile non ho veduta né udita mai… A Palermo, a Napoli, come anche nella altre province novellamente annesse, vi sono avvocati che non vogliono più disputar le cause, giudici che non sanno più come giudicarle, abbiamo una corte di cassazione ormai esautorata, abbiamo terze istanze, che si dicono in via e non giungono mai”.

          Il deputato Ranieri assicurava che: “Le province napoletane hanno visto nella legislazione incomposta delle leggi piemontesi non un progresso su quel che avevano già, ma un passo indietro”. La storia registrerà come un aspetto celebre della dominazione piemontese il sistema di incarcerazione e quello dei sospetti, di cui s’occupò la Camera dei Comuni del Parlamento inglese nella memorabile tornata dell’otto maggio 1873. E un generale piemontese, Mazzè De la Roche, diceva in un ordine del giorno: “Giacciono nelle prigioni in gran numero carcerati sul di cui conto non si sa quali misure prendere, perché non si consce alcun dato della loro carcerazione, tranne la vaga imputazione di connivenza col brigantaggio.  Non di rado si trovano molte persone così arrestate che invece dimostrano con prove evidenti essere state esse stesse vittime dei briganti prima, e poi di denuncia per vendetta privata. Di là lo smacco che ricade sulle autorità col dover rimettere in libertà, a meno d ostinarsi in un diniego evidente di giustizia”.

          Oh! L’argomento vittorioso!

          Il deputato Ricciardi diceva in una lettera indirizzata al ministro Rattazzi (stampata nella Nuova Europa): “Vi dirò che le cose sono giunte a tal punto in questa parte d’Italia (il Regno delle Due Sicilie), che la maggioranza non ha più fede nella durata del nuovo governo, che, non temo d’affermarlo, è aborrito qui generalmente. Aggiungo che la giustizia e la legge sono parole prive di senso, non svolgendo la magistratura il suo dovere che molto imperfettamente e dipendo la vita dei cittadini, nei luoghi infestati dal brigantaggio, dal buon piacere delle autorità militari i cui abusi sono crudeli da far drizzare i capelli. Da un anno, migliaia di persone sono state passate per le armi, senza alcun giudizio e per ordine d’un semplice capitano o luogotenente; di modo che molti innocenti sono periti miseramente”.

          Oh! L’argomento vittorioso! Oh! Come la giustizia regna bene! Oh! I benefici dell’unità nazionale!

          “Le operazioni della leva porgono la prova palpabile di questa asserzione… Il risultamento ha sorpassato le migliori speranze… La leva ha avuto un esito che, senza tema d’esagerazione, può essere chiamato magnifico; basti dire che perfino nelle regioni garganiche il numero dei renitenti è stato scarsissimo…”.

          Dopo di che si dovrebbe credere che altrove non ci sono renitenti del tutto. Perché allora pubblicare una legge che fa punire i renitenti come disertori e giudicare i loro complici dai tribunali militar? Il deputato Polsinelli diceva: “I coscritti della leva d’appresso di noi dovevano essere tradotti con la forza… Quelli che sono stati costretti a partire dalle autorità ritornarono immediatamente… Ora sono in armi e bisogna combatterli”.

Gaetano Marabello, Verità e menzogne sul brigantaggio, Controcorrente Edizioni, pag. 103, 104.

 

          (Sulla “rivolta” siciliana del ‘1848 – Messina)

Da un contributo epistolare scritto dal comandante di Stato Maggiore dell’Esercito siciliano, il colonnello Antonio Pracanica pubblicato in stampa dal La Masa, si riesce a dimostrare la presenza di combattenti appartenuti al Comitato Controrivoluzionario, attivi durante lo sbarco delle forze napoletane a Mare Grosso. Se ciò non bastasse, sempre dallo stesso biglietto del colonnello Pracanica si aggiungeva altra carne al fuoco. Sicchè, dalle tracce messe in evidenza dal contributo di un alto ufficiale siciliano, si ebbe la conferma della presenza di una forza contrapposta alle truppe ribelli e in rivolta; questi fatti però non furono recuperati e registrati dalla cronistoria di quelle cinque giornate. La loro presenza si stima a Mistretta come sopra accennato, così pure a Patti, a Barcellona Pozzo di Gotto, a Milazzo come a Scaletta, e altri luoghi dove a quanto detto dal Pracanica, la contrapposizione non fu sterile. Le fucilate che di tanto in tanto sopraggiungevano sopra gli armati siciliani, furono più numerose del prevedibile. Se in agosto alcuni di loro, cioè, dei controrivoluzionari, subirono la persecuzione e la morte, altri come segnalati negli antefatti della presa del forte Sicilia, si trovarono coinvolti in prima linea ricevendo dentro le loro abitazioni parti di quei soldati sbandati nell’azione protrattasi su quel territorio alle Moselle. Essi, i cittadini fedeli alla corona dei Borbone, furono bruciati vivi nelle loro case e come i prigionieri in divisa, subirono la medesima sorte: decapitati, squartati, vilmente profanati i resti tagliuzzati a pezzi e in pubblico delirio, in un ultimo scempio portati fra le strade della città oltraggiati nella dignità di morti. La carneficina, perché di questo si tratta, di civili come dei soldati fatti prigionieri, è cosa risaputa. Il Pracanica rispetto agli altri cronisti, aggiunge ulteriormente altri particolari, veramente interessanti, quando segnala l’operato dei traditori: di quelli afforzati sul distretto meridionale in quelli dei sobborghi di Messina, come in quelli del distretto settentrionale, allargando il numero dei volontari della contro rivolta partecipante e contro operante sul campo. Una massa di gente niente affatto limitata, anzi piuttosto corposa che si congetturata arrivare a duemila uomini, permettendo di avere un’idea delle forze in campo. Nella costruzione della cronaca dell’assedio e poi dell’azione napoletana contro gli insorti, ogni tanto vengono fuori delle novità in rapporto a misteriosi agenti segreti attivi in quello scenario. Due personaggi già operativi fin dall’agosto 1848, avevano informato l’alto comando napoletano, fornendo una descrizione certosina della macchina bellica rivoluzionaria, in special modo: alle postazioni in cui si paravano le batterie di artiglieria, dei luoghi furono aperti i relativi fossati, della consistenza delle truppe, delle capacità delle armi, della consistenza delle munizioni e la capacità dei comandanti. Il Pracanica li individuerà troppo tardi. Dall’incredibile precisazione ne vengono altre aggiunte clamorose; non solo il distretto messinese era pronto in armi, a sbarrare il passo dei liberali siciliani sediziosi contro il legittimo sovrano, ma addirittura, mezza Sicilia era sul piede della controrivoluzione. Una massa enorme di fedelissimi al casato di Ferdinando II si stava organizzando. La lro presenza mistificata dalle fonti originali permette di leggere ben altre pagine, rispetto a quelle prospettateci dagli storici svenduti al potere.

Alessandro Fumia, Messina, la capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 279,280 ,281.

 

SCHEGGE DI STORIA 2/2019

 

          Ed è proprio questa “continuità d’azione” che l’autore vuol mettere in evidenza, per dimostrare non solo che il progetto occulto del Governo Mondiale è stato elaborato più di tre secoli fa, perseguito nel tempo con accanita pervicacia ed in via di compimento ai nostri giorni; ma che esso nasce dalla contraffazione dell’idea cristiana e, soprattutto, dall’odio inestinguibile nei confronti del cattolicesimo e del Papato.

          …

          In sintesi si è programmato e si sta realizzando lo svuotamento della dottrina cattolica e, di conseguenza, l’eliminazione del collante capace di tenere uniti quanto meno i popoli europei ed americani.

          E il primo colpo a questa unità fu inferto dalla Riforma luterana, altri ne sono seguiti nei tempi successivi con impressionante continuità ed astuta gradualità, come indican0 gli avvenimenti che si sono susseguiti a partire dal 1789, in cui la realizzazione del malefico progetto ha iniziato a correre più velocemente. Le guerre napoleoniche sono state le successive tappe della corsa, perché esse sono servite non solo a diffondere nel mondo civile i germi della nuova religione, ma anche a sollecitare l’insorgere dei nazionalismi, che soprattutto dovevano servire ad abbattere l’impero cristiano, che costituiva ancora quanto residuava del Sacro Romano Impero, ed il potere temporale del Papa, nela convinzione che, venuto meno quello, ne risentisse anche l’autorità spirituale. Dopo la caduta di Napoleone I, tradito certamente dalla propria vanità e dalla propria ambizione, che non potevano non collidere con i progetti coltivati dalle Alte Società Segrete (delle quali anche egli era stato un accolito), e dopo la breve Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna nel 1815 e vanamente difesa dalla Santa Alleanza (…), la corsa riprese più violenta di prima con le rivoluzioni del 1848 e del 1849 che interessarono soprattutto la penisola italiana e l’Ungheria (sempre più in odio al cattolicesimo ed all’Austria), e che portarono alle guerre di indipendenza dell’Italia (1848, 1849, 1860, 1866 e 1870). Né può essere tralasciata la tappa del 1917, una delle più importanti e decisive della corsa al Governo Mondiale, vale a dire quella rivoluzione russa, voluta, finanziata e sempre sostenuta dalle centrali finanziarie occidentali allo scopo di abbattere lo zarismo e colpire duramente il cristianesimo ortodosso.

Pierre Virion, Il Governo Mondiale e la Contro Chiesa, Controcorrente Edizioni, pag. 58 e 59.

 

                   “Per cinque anni i piemontesi o sardo – garibaldini, come li definivano sprezzantemente gli insorti, agirono al Sud con mentalità precoloniale. Prese corpo una specie di guerra civile tra italiani, che si protrasse fino al 1866. I metodi repressivi adottati dall’esercito al Sud suscitarono nel Parlamento italiano e all’estero critiche e condanne fino a far emergere poi precise accuse di aver compiuto, ante litteram, i primi crimini di guerra o crimini contro l’umanità”. Non si facevano molti prigionieri. Il numero dei fucilati divenne eccessivo e, per evitare proteste politiche, i Comandi militari disposero che si dovessero fucilare solo i capi e chi sfuggiva all’arresto. Inutile dire che da allora i rapporti abbondarono di descrizioni di uccisioni di briganti in fuga. Ammise, nelle sue memorie, il generale torinese Enrico Morozzo della Rocca, aiutante del Re Vittorio Emanuele II ed in quel periodo comandante in capo dell’esercito a Napoli: “Feci fucilare alcuni capi e pubblicai che la medesima sorte sarebbe toccata a coloro che si fossero opposti, armata mano, agli arresti. Erano tanti i ribelli, che numerose furono anche le fucilazioni e da Torino mi scrissero di moderare queste esecuzioni, riducendole ai soli capi”. Manfredo Fanti, ministro della Guerra, ritenne “straordinario” il numero dei capibrigante uccisi e fu costretto a invitare il Comando di Napoli a “sospendere le fucilazioni per trattenere prigionieri tutti gli arrestati”. Le prigioni e le caserme “rigurgitarono”, si legge nelle memorie di Della Rocca.

Gigi Di Fiore, Briganti Utet Edizioni, pag. 22.

 

          Al netto dei fatti, i primi a perorare la rivalsa contro il governo reale furono l’aristocrazia terriera e i liberali palermitani, che avvertivano il peso delle strategie del casato reale volte a equilibrare in Sicilia le forze presenti. Da questo ragionamento è palese trovare le motivazioni di fondo nella costruzione di un partito popolare contrapposto alla volontà del re. Viceversa, valutando attentamente quelle motivazioni si trova un bandolo della matassa perfettamente mimetizzato dietro tanti omissis. Non tutta la Sicilia era contro il governo di Napoli, questa verità si può elaborare, individuando quel corpo estraneo nel partito controrivoluzionario. Le forze liberali fomentate dall’aristocrazia siciliana ostile al casato dei Borbone, per le ragioni più svariate, fin dal tempo in cui re Ferdinando ebbe a risanare il debito pubblico delle due Sicilie, intaccando i privilegi e azzerando i monopoli, trovarono la predisposizione mentale di alcuni possidenti di Palermo, ad aprirsi alle richieste dei liberali siciliani, assecondati dalla corona britannica per sovvertire il governo legittimo. Messina da tutto ciò ne subiva il danno maggiore perché la discesa in campo di queste forze, sarebbero saltate quelle leggi che le avevano permesso di aumentare notevolmente i suoi traffici e le sue finanze.

          …

          Dalle carte che ho studiato, salta fuori una costante. La rivolta checchè se ne pensi non fu movimento di popolo, ma la discesa in campo di un partito siciliano espressione di una minoranza, legatosi con una burocrazia italiana ai tempi sconosciuta, rimandando il tempo dell’invasione posto in essere dagli ideologi siciliani. (colorazione in rosso della redazione. N.d.r.). La verità non è legittimata con la discesa in campo dei militari napoletani vittoriosi della campagna militare del 1848 – 1849. Non furono i soldati ad annientare Messina, se nonché gli stessi siciliani che si dichiararono suoi liberatori. Non fu Ferdinando a comandare d’incendiare quella capitale ma Ruggero Settimo, e i suoi accoliti; non furono le truppe mercenarie del Filangeri a distruggere la ricca città, ma i suoi figli più pavidi a sentenziarne la fine. (colorazione in rosso della redazione. N.d.r.). Il furioso Giuseppe La Farina, orgoglioso delirando affermerà ai suoi astanti, che era necessario l’estremo sacrificio per una buona causa: bruciando la pubblica biblioteca, i ricchissimi depositi del suo Porto Franco, rovinando con le proprie mani tutti quegli edifici che potessero servire ai borbonici. Con pochi colpi di pennello, Giuseppe La Farina stava raffigurando ai rivoluzionari veneti la strategia messa in opera su Messina dalle forze fraterne. Altro che livore napoletano, altro che stragi invereconde commesse dai Borboni, i veri assassini di Messina furono le bande armate siciliane e una parte avvelenata dei suoi stessi figli (colorazione in rosso della redazione. N.d.r.). Così accadde che i liberali siciliani incendiarono le case, sventrando i palazzi, profanando le chiese se questo faceva comodo ai loro progetti; egli lo afferma con la sua bocca e lo pone a paragone, in rapporto alle azione commesse dai suoi amici, presso il campo di battaglia trovato presso le strade di Messina. Per una causa giusta, tutto era sacrificabile persino la vita di quelli con cui condivideva i natali. La tattica fu esplicitata da questi concetti tirati su in uno scritto fresco di esperienza. Bisognava costringere il nemico a farsi bombardare (sue parole) sacrificando gli impianti delle città, provocando la sua reazione militare. La Farina, dimostra una volta per tutte, dove si nascondeva la verità e dove si accalcavano le menzogne. La sua esperienza rivoluzionaria si arrestava al 4 luglio del 1848, perché subito dopo con la reazione dei napoletani, queste teorie ritornarono in soffitta, lasciando il campo a una propaganda programmata all’annientamento pubblico del nemico; costruendo a bocce ferme una visione fantastica dei fatti, accrescendo in maldicenze i misfatti commessi dagli accoltellatori liberali messinesi, ma addossandone la colpa alla polizia napoletana. Un esempio memorabile di avvenimenti sottaciuti da una certa stampa, qui messi a nudo, dalle rivelazioni di un principe della menzogna fatta strategia politica. (1).

(1) Vedasi, a tal proposito, il testo integrale della lettera politica riportata nelle note della stessa pag. 229;

– Alessandro Fumia, Messina, la Capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 228, 229.

 

SCHEGGE DI STORIA 3/2019

 

          La lunga storia della Sicilia e del Meridione è stata vicenda di unità nella diversità per sette secoli, fino al 1860, ed è stata contrassegnata da una precisa identità spirituale e originale che da Ruggero a Federico II, da Carlo III fino a Francesco II di Borbone l’ha connotata.

          Un’autonomia, una civiltà che, anche nei periodi difficili dei vicereami e delle presenze esterne di forze militari, ha però salvaguardato l’antico Regnum Siciliae (che non aveva solo i confini isolani) e il Regni si Napoli e prima ancora il Ducato, poi Principato, di Benevento. Furono le nazioni napoletana e siciliana, che formeranno quello che fu il Regno delle Due Sicilie fino al 20 marzo del 1861 data della caduta dell’ultima Real Piazza Borbonica a Civitella del Tronto nel teramano, subito dopo la resistenza di Gaeta e della cittadella di Messina.

          …

          Allora, pacatamente, riportiamoci alle condizioni sociali dell’Antico regno che precedettero l’unificazione.

          Scopriremo che il Sud si avviava ad essere, e in molti campi già lo era, un Regno fra i maggiori d’Europa. Ne sono testimonianza le eccellenze intellettuali e morali, accademie e centri di scienza, il lento processo di industrializzazione non indiscriminato ma ragionato in rapporto alle vocazioni e alle specificità del territorio; un sistema burocratico efficiente che si avviava alla razionalizzazione; banche ricche e floride; un sistema fiscale equo e non assolutamente coercitivo; un servizio postale fra i primi d’Europa, opere pubbliche allora all’avanguardia e non solo la pur importante prima tratta ferroviaria della penisola, la Napoli – Portici (1838); una agricoltura florida e un commercio che si sviluppava, specie via mare, in espansione; gioielli d’architettura e d’arte che adornavano (e adornano) l’intero Sud che si aggiungevano  – organicamente – all’habitat disegnato mirabilmente nel corso dei secoli  e che ancora oggi fanno del Meridione quella gemma che brilla, malgrado violenze, mafia, malaffare, unite all’inconcludenza  o peggio alle depredazioni  e corruzione che senza interruzioni  dall’unificazione, nel ceto politico e in quello economico e finanziario, sgovernano il Sud.

Tommaso Romano, Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud, Thule Edizioni, pag. 23, 24, 25.

 

 

          Nell’ultima parte del 1847 la setta massonica alla conquista dell’Europa comincia le sue operazioni losche per la grande rivoluzione da far scoppiare nel 1848 negli stati più o meno refrattari ai suoi avidi voleri. Addirittura si strumentalizza la recente elezione di Pio IX spacciandolo per un papa liberale che cambierà il vecchio mondo attorno alla chiesa cattolica. Il premier inglese Palmerston manda il suo inviato speciale Lord Minto per appiccare focolai nelle principali capitali. Mentre a Roma, Firenze, Torino c’erano problemi in grado di autorizzare forme di protesta, molto più arduo sembrava infettare Napoli e Palermo che vivevano un periodo aureo in campo socio – economico. Non restava che ingaggiare un intellettuale locale non sazio di ciò per bramosia personale e fargli inventare una sequela di menzogne atte a diffamare il regno. In tal modo nasce la famosa “Protesta del Popolo delle Due Sicilie” di Luigi Settembrini che mostra sui mass media i Borbone di Napoli come i peggiori regnanti europei. Ferdinando è giustamente irritato e indignato e prontamente elargisce ancora più servizi e meno tributi ai suoi popoli che non si sarebbero mai sognati di protestare… I primi segni di rivolta si notano sullo Stretto sia a Reggio sia a Messina. Il solerte e deciso intervento dell’esercito riporta la calma senza tuttavia punire troppi rei in modo che gli scampati attendono fermenti la rivincita. Ciò a causa degli infiltrati settari persino nella magistratura che manda assolti personaggi come Carlo Poerio.

          Avendo anche Pio IX, Leopoldo II di Toscana e Carlo Alberto dati chiari segni di liberalità, a fine anno un manifesto firmato da “Gl’Italiani dell’Unione” invita Ferdinando II a fare di più e meglio per l’Italia. Da ciò è scaturita la diceria di un presunto tentativo dei rivoluzionari di affidare l’unificazione della penisola ai Borbone. Invece era solo un tranello per fargli abbassare le difese dato che sembra ormai acclarato e incontrovertibile che l’unità italiana a sia un orpello per celare la distruzione del regno delle Due Sicilie non solo come entità politica ma soprattutto come moderna organizzazione statale idonea a mettere a repentaglio il trionfo del capitalismo anglo – sassone, teso a conquistare il mondo. Come avrebbe la setta massonica potuto mai accettare un sovrano borbonico a capo dell’Italia con le sue idee antitetiche rispetto all’Inghilterra?

Vincenzo Gulì, Successe il ’48, pag. 8, 9.

 

 

          Persino l’Abba è costretto a parlare delle Bandiere Inglesi. Si vede che erano veramente molte. Anzi: troppe!

          A sbarco già avvenuto, scrive nelle sue noterelle, proprio con la data dell’11 maggio 1860: “Siedo sopra un sasso, dinanzi al fascio di armi della mia compagnia, in questa piazzetta squallida, solitaria, paurosa”.

          Dopo qualche osservazione sul Capitano Alessandro Ciacco, che piange di gioia e dopo aver fatto qualche altro piccolo riferimento di cronaca, il nostro Autore aggiunge: “Su molte case sventolano bandiere di altre nazioni. Le più sono Inglesi. Che vuol dire questo?”

          Si è detto che l’Abba pone un quesito al quale crediamo di avere risposto abbondantemente. Ma riteniamo che gli avessero già risposto esaurientemente quasi subito altri autori. E riteniamo altresì che l’Abba si sia risposto da sé, nel momento in cui è costretto ad ammettere che sventola una gran quantità di bandiere inglesi.

          Un fatto strano comunque.

          Per un cantore, per un apologeta dell’impresa garibaldina, per un operatore di disinformazione storica e politica del Risorgimento, è senza dubbio un sacrificio dare spazio a questo scorcio di verità. Ma non può farne a meno: il fenomeno è dilagante e si ripeterà a Palermo, a Catania, a Messina. Ovunque in Sicilia.

          Va da sè un’altra considerazione. L’Abba non afferma di aver visto bandiere italiane. Ci fa quindi dedurre che non ve ne siano. Neppure una. Non si tratta di un fatto secondario. Se infatti un agiografo come l’Abba avesse visto a Marsala un solo fazzoletto tricolore, lo avrebbe moltiplicato per cento… Saranno poi i pittori, i pennaioli ed i poeti (incaricati dal governo di Vittorio Emanuele o mossi dalla voglia di far carriera o dalla necessità di sopravvivere) che faranno miracoli, descrivendo folle osannanti, talvolta in ginocchio, che accolgono il Duce dei Mille fin dal molo del porto, in un tripudio di gigantesche bandiere tricolori.

Giuseppe (Pippo) Scianò, …e nel mese di maggio 1860 la Sicilia diventò colonia!, Pitti Edizioni, pag. 52.

 

SCHEGGE DI STORIA 4/2019

 

          I rapporti militari degli ufficiali piemontesi spiegavano che nel Sannio “il contadino è di buon indole, ma i proprietari lo disprezzano guardandolo come una bestia da soma”. In provincia di Benevento, appena cinque famiglie erano proprietarie della maggior parte dei territori coltivati soprattutto a vigne e raramente a grano. I braccianti erano quasi sempre ricompensati solo con frutta e ortaggi. Erano condizioni di miseria, che crearono anche un commercio, da terzo mondo, con i giovani venduti dalle famiglie ai proprietari terrieri che ottenevano così lavoro a poco prezzo. Braccia forti per i campi, pagate a forfeit ai genitori e ricompensate per le loro fatiche nei campi solo con il vitto e alloggio. I contadini cedevano i loro figli maschi dodicenni, spinti dal bisogno di sfamare una famiglia numerosa. Quei miserabili in salsa meridionale venivano chiamati cli “alani”. Erano davvero una sorta di schiavi, che diventavano un buon affare per i proprietari che si assicuravano manodopera facile ed economica.  Chi li cedeva, sacrificava un figlio maschio per dare futuro ai fratelli e alle sorelle. Schiavi, anche qui, come i “negri d’America”. I proprietari esaminavano i giovinetti per verificare se fossero in salute e abbastanza forti per resistere alle fatiche del lavoro nei campi. Come al mercato degli schiavi di New Orleans.

Gigi Di Fiore, Briganti, UTET Edizioni, pag. 157.

 

          Anche nel Regno di Napoli le sette massonico – carbonare costituirono la truppa d’assalto della borghesia rivoluzionaria.

          Le varie frazioni carbonare, che nel periodo francese avevano oscillato tra filo – murattismo e filo – borbonismo, si ricomposero in un unico blocco rivoluzionario ostile alla monarchia.

          In verità sia il filo – murattismo che il filo – borbonismo erano stati solo degli espedienti opportunistici. I settari borghesi reclamavano delle garanzie costituzionali, garanzie che Murat non poteva o non voleva concedere e che speravano di ottenere da Ferdinando e dagli inglesi. Quando il monarca restaurato lasciò intendere chiaramente che non avrebbe concesso nessuna carta costituzionale ed anzi mise al bando le società segrete, i carbonari gettarono la maschera filo – borbonica e ripresero la loro attività cospirativa, accogliendo nelle proprie file i settori più radicali dell’opposizione borghese.

          “La Carboneria del Mezzogiorno, la più forte e consistente, fu in sostanza l’embrionale organizzazione politica della borghesia costituzionale meridionale, e soprattutto di quella delle province, fatta in buona parte di “galantuomini”, di quei proprietari, a volte usurpatori di terre demaniali, nei quali i contadini vedevano il loro avversario principale”. Fu infatti proprio la carboneria “ad assumere in quegli anni la direzione politica degli elementi più attivi della borghesia, dando ad essi un’ideologia in cui confluivano e trovavano espressione gli sparsi elementi di malcontento (…). La vasta diffusione che essa ebbe fu dovuta soprattutto al fatto che il suo programma rispecchiò alcune esigenze della borghesia napoletana”.

Gian Pio Mattogno, La rivoluzione borghese in Italia, Edizioni all’insegna del Velcro, pag.202, 203.

 

          Scrutiamo ora la condizione vera di quella Sicilia, cui da mezzo secolo si fan fare rivoluzioni, cagioni e pretesti di tutti i guai comuni. Dopo il 48 dissi come separata dal continente fu l’amministrazione dell’isola. A Palermo s’era nel 49 fondato il Gran Libro del debito pubblico siciliani; così quei popoli accontentando del non avere i loro capitali  soggetti a perturbazioni straniere. Allora i debiti di Sicilia montavano a 19 milioni e 535, 580 ducati; cioè pretesi dal tesoro di Napoli 13,774,716, e dai pubblici stabilimenti 5,760,864. Però come narrai (lib.11, par 22) il debito si fe’ di venti milioni per riparare a’ disavanzi preveduti a dover seguire nei primi anni. Ma ebbero più, perché conteggiato con Napoli, il debito si modernò a 9,983,773 e grana 49; cioè 3,790,943 men del preteso: che servì a pagare i tanti danni della rivoluzione.

          Si riproposero le tasse ch’eran prima del 48; cioè fondiaria, dazii indiretti, compreso dogane e macinato, grave più pel modo di riscuoterlo che per sé. Esso durava dal 1594, rendita principale de’ comuni; e il decreto del 1842, a semplificarne la percezione, avocato aveva al governo in una amministrazione il dazio comunale e il regio, fermatolo a carlini cinque per cantaio sulla macinatura de’ frumenti; e dava a’ comuni un tanto corrispondente al consumo presunto della popolazione. La rivoluzione per fingere la generosa abolì il dazio; ma anche tolse gli assegni a’ comuni; i quali però posero tasse nuove, e maggiori e più moleste. Restaurata la potestà regia, i municipii supplicarono si riponesse il macinato, e l’ottennero a’ 3 settembre 49 come nel 42, con modifiche, da renderlo men grave: così restituiti gli assegni, s’abolirono le nuove tasse. Se non che, sendo l’erario in iscapito, il luogotenente propose crescere d’altre grana venticinque a cantaio il macino; s’udì la consulta, e due apposite commessioni; le quali dichiararono quello essere il men gravoso dei dazii; onde fu approvato a’ 13 novembre 54, fuorchè per Palermo e mMessina. Da ultimo re Francesco II ridusse a metà questa soprattassa di grana 25.

Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Grimaldi & C. Editori, pagg. 22, 23.

 

SCHEGGE DI STORIA 5/2019

 

I popolani di S. Tammaro presso S. Maria, avendo il 12 (settembre 1860, n.d.r.) disarmato i camorristi, e riposto le insegne regie, ebbero le liberalesche punizioni; ma quattro de’ più cerchi a morte si salvarono nella vicina Capua. Anche fu punita la reazione di Marcianisi, e ‘l duce garibaldino per ordine del dittatore, due tosto fucilò, molti carcerò. Le persecuzioni a Canosa e a Bitonto furono quanto più sicure più atroci. Ho detto quelle di Montemiletto, ed Ariano. A Isernia sin dal 27 agosto s’eran commossi gli animi. Altri moti scoppiarono a resina, a Scafati e nel Nolano. Ma non m’è possibile dire tutte le reazioni del reame; in ogni parte compresse nel sangue, pel braccio di stranieri guidati da’ camorristi. E i diarii raccontavano le costoro geste con ischerni e gioia.

          …

          Ad Arzano, preso un ex capo urbano, e menatolo a Casoria, gli tagliarono con forbici le labbra, in pena d’aver gridato Viva il re!

Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Volume secondo, Grimaldi & C. Editori, pag. 219.

 

 

          Con l’arrivo del 1868, che Nello Rosselli definirà “anni di miseria e di malcontento per le classi lavoratrici italiane”, esplose una pesante crisi economica e si introdusse la nuova tassa sul macinato imposta dal governo Menabrea.

          In gennaio a Troina si svolsero tumulti e arresti che la “Cronaca della Pubblica Sicurezza” così illustrò: “Gli abitanti di questo Comune tumultuarono per il Dazio – consumo, prendendo a sassate i caselli stabiliti per la riscossione del medesimo. Vi accorse il Sindaco accompagnato dal Brigadiere e Vice Brigadiere dei R.li Carabinieri, ed eseguirono due arresti. A tal vista i paesani s’inviperirono volendo rimessi in libertà gli arrestati. Sorse allora una mischia nella quale sgraziatamente rimase ucciso il Brigadiere e mortalmente ferito il Vice Brigadiere. Il distaccamento del 9° Fanteria ivi stanziato, che trovavasi, in quell’ora di perlustrazione, appena ritornato, riuscì a ristabilire la pubblica tranquillità. Furono operati ventidue arresti.

          Il 17 gennaio a San Filippo d’Agira “una pattuglia di Carabinieri e militi a cavallo ebbe uno scontro colla banda Venticinque – Muratori. Fu arrestato un solo brigante e tre militi a cavallo per sospetto di connivenza coi detti malfattori”. Il Venticinque morirà a Leonforte in uno scontro con le truppe nella notte fra il 4 e il 5 febbraio. Sempre dalla “Cronaca” leggiamo che il 22 gennaio a Militello “vennero aggrediti in una masseria un certo Previtera da sette individui armati, e prima di lasciarlo fecero intendere la seguente minaccia: ti raccomandiamo di non far parola alla giustizia che noi siamo venuti qui, altrimenti vi scanneremo tutti, che il 24 di febbraio prossimo, succederà la rivoluzione in Sicilia”.

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, Una storia da riscrivere, ISSPE Edizioni, pag. 165, 166.

 

 

(1862 n.d.r.)

Ne’ frequenti conflitti con le bande reazionarie, i paesani schivano porgere rinsegnamenti alla truppe piemontesi, ovvero forniscono loro erronee indicazioni, che le fa rimanere vittime di imboscate: tra i varii incidenti (che saranno più estesamente riportati nella sezione V. sotto l’articolo della guerra civile) basterà notare il recentissimo macello della compagnia di soldati con l’infelice capitano Rota, tratto dalla fallacia di un contadino ne’ ridenti boschi di S. Croce di Magliano (tra la pianura di Capitanata e il Molisano), senza aver avuto aiuto di sorta da’ naturali.

          In agosto viaggiano in vettura perché infermicci un ufficiale, un foriere, e due caporali, piemontesi tutti, partiti da Palermo: giunti presso termini, si fa contro essi una scarica improvvisa di moschetti, e ne rimane vittima il foriere, e gravemente feriti gli altri tre col pericolo di vita, autori ignoti: cagione l’odio. (Gazzetta del Popolo de’…agosto); più tragica fine incontrano due uffiziali piemontesi, che viaggiano con un monaco teatino da Bari per Napoli: al Vallo di Bovino sono presi da un drappello di reazionarii, e tradotti in fondo del bosco, dove i due militari sono massacrati (Gazzetta di Napoli de’ 28 marzo); ed è ben noto il macello del distaccamento di truppa piemontese con l’infelice capitano Richard presso Lucera di Puglia, (Pungolo de’ 26 marzo); nel breve tragitto tra Castellammare, ed Agerola a’ 14 dicembre sono uccisi due carabinieri.

Francesco Durelli, Le condizioni del reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Rpostes Eizioni, pag. 27.

 

SCHEGGE DI STORIA 6/2019

 

La strategia esercitata dagli ufficiali dello Stato Maggiore Siciliano, invereconda se giudicata col senno di poi, ha creato le migliori condizioni di disagio dell’abitato messinese, inspiegabilmente divenuto vittima designata di quell’insana macchinazione. Dalla Traiettoria delle artiglierie che sparavano a bombardamento, cercando con tiro alto e arcuato di raggiungere senza riuscirci i bastioni della Cittadella, trovarono molto spesso per errore di calcolo, le sottostanti case di Messina. Saranno gli stessi responsabili del comando nei loro verbali, a segnalare come a capo dei vari pezzi di artiglieria, erano posti uomini che non avevano seguito un addestramento specifico per armare e dirigere il tiro. Spesso capitava che i comandanti imponessero i gradi ai pezzi, ordinando di non modificarli per nessun motivo. Da ciò è palese osservare, che sbagliando la traiettoria, con obici adoperati sempre per bombardamento e giammai per tiro diretto o per tiro d’infilata, produssero i maggiori danni sulle sottostanti abitazioni. Il colonnello Calona ufficiale di stato maggiore, esperto artigliere fra i siciliani, in una sorta di memoriale ne avrà per tutti contro i suoi commilitoni, segnalando che un incomprensibile e scriteriato uso delle artiglierie, non solo non produceva alcun danno al nemico, svilendo le munizioni e le polveri, ma arrecava più guasti all’abitato, proprio per quell’inefficienza dei militi posti su ogni arma.

            …

Egli in un suo lavoro, in risposta ai responsabili delle operazioni d’assedio presso la Città dello Stretto, commentandone la strategia d’attacco contro i castelli costieri messinesi, segnalava tutta una serie di mancanze e di limitazioni che gettano una luce chiarificatrice sulla condizione sofferta dalla Porta della Sicilia dal gennaio al settembre del 1848.

            …

            In questo modo il Calona costruirà una sua teoria d’attacco, a suo tempo criticata da Filippo Minutilla e dagli stessi protagonisti dell’assedio, che si dimostrarono inetti a quelle situazioni, contribuendo alla caduta di Messina. Sempre Calona dimostra attraverso le prese d’atto dei comandanti delle artiglierie siciliane, che attaccare il forte San salvatore impossessandosene, avrebbe nuociuto gravemente agli assediati costretti dentro la Real Cittadella, e incalzandoli aggiunse:

            “Erano sufficienti le vostre batterie? Voi, (signor Minutella) e compagni, eravate dotti nell’arte della guerra? Con questo metodo però io credo che la Cittadella non sarà presa giammai, né per assedio, né per blocco; che si sprecheranno inutilmente da noi munizioni, danari ed uomini; e che alle lunghe la città di Messina, o resterà sepolta sotto le sue rovine, o almen sarà ridotta all’estrema miseria” (1).

Alessandro Fumia, Messina, la capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 281, 282, 284.

  1. Ignazio Calona, A Filippo Minutilla risposta di Ignazio Calona; lettera di un tamburino sul piano d’attacco della Cittadella di Messina, Malta 1852, p. 5, paragr. 6.

 

 

Innumerevoli, e quasi incredibili sono i fatti di atrocità consumtisi nel reame delle Due Sicilie per opera degli invasori nel corso dell’anno 1862, nella continuazione progressiva dello anteriore anno 1861.

      I piemontesi non contenti di comprimere lo slancio nazionale delle popolazioni per riacquistare la loro autonomia, e la monarchia legittima, e di imprigionare migliaia e migliaia di cittadini, dopo tanti altri esiliati, e raminghi per tutta l’Europa, hanno stabilito di consolidare il loro dominio unitario col terrore, quindi essi, ed i loro fautori si sono dati ad esercitare il mestiere d’incendiarii e di carnefici.

      Rimarranno nella storia come orribile monumento del passaggio della rivoluzione in Italia i nomi di ventotto paesi incendiati, le cui rovine sono registrate dalla stampa contemporanea del biennio anzi detto. L’ultimo di essi è stato Passo D’Orta (Puglia) tra le città di Foggia e Cerignola: occupato ne’ principii di novembre ultimo da una banda di volontarii regii, e assalito da un distaccamento di truppe piemontesi, che attesa la forte resistenza, non sa vincerla altramente che appiccando il fuoco alle due estremità del borgo: davanti all’incendio la banda si ritira, seguita da una parte della popolazione, che riesce a sottrarsi alla vendetta dei vincitori.

      In quanto alle fucilazioni senza giudizio vi sono stati fatti atrocissimi, chei posteri stenteranno a credere, non per difetto di autenticità, ma per riguardo alla civiltà che vanta il nostro secolo il quale mostra ribrezzo ed orrore pei sanguinosi annali francesi del 1793, e pare che miri con indifferenza i palpitanti eccidii del napoletano del 1862.

      Dovunque i così detti reazionarii ed anche i sospetti e talvolta pure coloro che non han potuto giustificarsi con un recapito itinerario, caduti nelle mani de’ drappelli subalpini, sono stati fucilati all’istante.

      In varii luoghi si son veduti sagrificii umani di trenta a quaranta prigionieri, e pare che la soldatesca, e le salariate guardie molbilizzate abbiano versato sangue, pel solo piacere di vederne scorrere e bruciate case, raccolte di cereali, provvisioni, industrie armentizie, ed ogni avere degli abitanti pel solo diletto di ammiserirli.

– Francesco Durelli, Colpo d’occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizionoi, pag.80.

 

SCHEGGE DI STORIA 7/2019

 

La borghesia italiana, specie quella agrario – mercantile, era uscita dall’esperienza napoleonica notevolmente rafforzata, sia sul piano politico che su quello economico. Per la prima volta era divenuta classe di governo e forza sociale egemone, pur nell’ambito dell’asservimento ai disegni imperialistici della borghesia francese e di Napoleone. …

La conseguente redistribuzione delle terre e la successiva privatizzazione dei demani appartenenti alla comunità favorirono il rapido affermarsi nel campo economico della borghesia terriera. Il tradizionale equilibrio della vita sociale nelle campagne viene sconvolto all’improvviso. Si assiste ad un peggiorarsi del tenore del ceto contadino e ad uno sviluppo del bracciantato agricolo. Il mutarsi dei rapporti di produzione crea in fatti una minore stabilità nei legami con la terra da parte degli stesi contadini, dovuto in parte alla pressione esercitata dalla nuova borghesia terriera sui coltivatori, in parte allo stesso aumento della popolazione ed alla specializzazione delle colture. Mentre nei secoli precedenti l’applicazione della piccola coltura permetteva al contadino di provvedere al consumo della propria famiglia, ora, la maggiore soggezione al proprietario e la tendenza alla specializzazione lo legano più ancora che nel passato al mercato, che comincia lentamente a svilupparsi nelle campagne, in dipendenza alla introduzione di sistemi capitalistici nell’agricoltura”.

– Gian Pio Mattogno, La rivoluzione borghese in Italia – Dalla Restaurazione ai moti del 1831, Edizioni All’insegna del Veltro, pag. 5.

 

 

          Il barone Ricasoli, capo del ministero a’ 3 gennaio 1862 con una circolare diplomatica strombazzava in Europa: …

“una numerosa leva viene ordinata nelle provincie meridionali e tosto le reclute si affrettano ad accorrere quasi con entusiasmo sotto la bandiera italiana!” I seguenti fatti hanno però incontra stabilmente pruovata la insussistenza di codesta assertiva:

  1. Benchè in Castellammare di Stabia si fosse ufficialmente imposto il giubilo durante le operazioni della leva nel gennaio 1862, pure de’ molti usciti al sorteggio trasportati al deposito di Napoli, tutti hanno preso la fuga, meno DUE. (Il giornale Veritiero, de’ 14 gennajo).
  2. De’ 53 sorteggiati per la leva nel villaggio di Posillipo presso Napoli, soli due possono essere arestati, essendo scomparsi gli altri 51.
  3. La nuova provincia annessa di Benevento, che sotto il governo Pontificio non aveva mai conosciuto il peso della coscrizione militare, ora ne risente vivamente, e non sa adattarvisi. I sorteggiati de’ vari comuni, che dovevano presentarsi al Consiglio reclutandone nel mattino degli 11 gennaio, non si presentano affatto: ed il Prefetto per non ismentire le solite notizie di entusiasmo per la leva, prende il ripiego di dire, che i municipii non hanno ancora pronte le carte necessarie, e regolari.  (Idem de’ 15 gennaio).
  4. Parimenti i coscritti di leva delle isole Eolie non si presentano al consiglio di rivalutazione non avendo mai soggiaciuto a questo obbligo della leva forzosa militare sotto il governo borbonico. Il nuovo governo ordina una spedizione militare per ridurre i contumaci recalcitranti all’obbedienza. Capo della spedizione è il maggiore Achille Caimi, che con un buon numero di carabinieri, con una compagnia del 21., bersaglieri, e parecchie altre compagnie del 32. fanteria, si reca in quelle isole: fa improvvisamente circondare dalle truppe i vbillaggi di Lipari, di Stromboli, di Alicuri, di Folicuri, di Panaria, e delle saline; ed arresta què renitenti, che può rinvenire, e che conduce sotto scorta al 5. deposito in Messina: rimane porzione della truppa per continuare le misure coattive contro i nascosti, (Giornale Ufficiale di Sicilia de’ … marzo 1862.

– Francesco Durelli, Le condizioni del reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 29, 30.

 

          (Sul “bombardamento” di Messina del 1848)

          La realtà dei fatti non sempre è stata raccontata nuda e cruda, bensì, si è data alla cronaca siciliana una piega surreale, se non addirittura fantastica per accrescere lo sdegno della gentew negli stati europei,  inorridite dalla barbarie che leggevano in alcuni giornali; invero gli eccessi furono davvero tanti, enumerati nei giornali dell’epoca, lo confermano molte fonti emendate sulle rivoluzioni dello stesso periodo in tutta Italia. Come sia stato possibile, che i morti fermentassero dal terreno non è dato saper, da chè, le fonti del Municipio di Messina, cui ogni cronosta si richiamava, come a celebrare la verità, invece segnalavano poco meno di ottanta morti tra i messinesi. E quelle bocche da fuoco della Citttadella ora segnalate in duecento, poi aumentate a trecento, se non che accresciute a 500, mentre il Mazzini che manco s’è visto in quelle lande ne annumerava addirittura mille, sono il metro di paragone con cui la propaganda dava il ritmo alla sua campagna diffamatoria sul conto degli aggressori napoletani. Gli inglesi che funsero da consiglieri premurosi del governo reazionario di palermo, e ruffiani della stampa risorgimentale, in rapporto ai cannoni della pioazza di Messina controllata dai regi di Napoli, negli atti ufficiali osservatio nella loro camera dei comuni, parlavano di meno di 150 cannoni. Meno di 150 visto che, almeno venti cannoni posti sul forte Lanterna sparavano verso la Calabrtia per intercettare eventuali battelli nemici. I rimanenti 130 erano impegnati a rispondere limitatamente dal forte San Salvatore verso ovest sul litorale di Porto Salvo, incontrati dalle artiglieire del Forte Realbasso in mano dei siciliani in rivolta, e sul versante opposto di mezzogiorno le artiglierie della Real Cittadella e del forta Don Blasco, erano incontrati dal Forte Sicilia; mentre gli oltre 170 cvannoni dei siciliani, dislocati a corolla sulle alture delle colline in tutta Messina, cercavano di impegnare da ogni anfratto le stesse artiglierie napoletane, finendo per devastare le case vicine asl territorio costiero. Questa segnalazioni provengono da analisi storiche, che furono prodotte dai liberali impegnatiin prima perona sul fronte, non dietro una scrivania distanti centinaia di miglia dal teatro guerreggiato di Messina. Eppure oggi si raccontano le cronache farlocche delle anime perse ovvero, di quei giornalisti di stampo liberale, che con le loro fesserie hanno intinto col sangue degli sciagurati figli i prati italiani. Sngue che scompariva improvvisamente come sintesi di inchiostro simpatico dal campo di battaglia, quando in realtà di simpatico non c’era niente.

– Alessandro Fumia, Messina la capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 236, 237.

 

SCHEGGE DI STORIA 8/19

 

“Quattro erano gli ostacoli principali che intralciavano le aspirazioni capitalistiche dell’emergente borghesia italiana: il frazionamento politico della penisola; l’assolutismo monarchico; la presenza dell’Austria; il cattolicesimo tradizionale.

Dopo il Congresso di Vienna l’Italia, che durante il periodo napoleonico era stata suddivisa in tre grandi unità politiche, tornò ad essere articolata in più Stati. Questo frazionamento politico ed economico rischiava di soffocare l’emergente capitalismo italiano, che si vide restringere gli spazi di mercato e comprimerli in aree locali e controllate.

La struttura assolutistica degli Stati italiani impediva inoltre la piena egemonia della borghesia e dei suoi alleati…

Lo strumento più idoneo per estrinsecare questa volontà politica di una classe che tendeva a ergersi a rappresentante di tutto un popolo, escluso completamente e in ogni forma dalla gestione del potere, era la Costituzione, il documento, cioè, che, redatto per iscritto, sembrava per alcuni rinnovare, per altri invece stabilire, i contenuti e i limiti di un patto sociale tra governanti e governati…

Perciò era illusorio “ritenere che quella borghesia chiamata dopo il 1815 alla collaborazione con le dinastie in una funzione subalterna della volontà sovrana potesse accettare di essere esclusa dalle scelte fondamentali compiute dal potere, dopo che nel periodo francese era stata partecipe diretta della sua gestione”.

E ciò spiega, ad esempio, le scelte costituzionali della borghesia rivoluzionaria durante i moti del 1820-21. Tra la Costituzione di Cadice del 1812, che garantiva il maggior potere della borghesia, la Charte octroyèe francese del 1814, che sanzionava il compromesso tra la monarchia, l’aristocrazia e la borghesia agraria, e la Costituzione siciliana del 1812, che favoriva le oligarchie feudali isolane, era fatale che “in queste circostanze il modello rappresentato dalla Costituzione di Cadice del 1812, mitizzata dalla pubblicistica come nessun altro testo per il contenuto nazionale e popolare a un tempo della rivoluzione spagnola che l’aveva ispirata, finisse con l’imporsi ai gruppi rivoluzionari dei Regni di Sardegna e delle Due Sicilie.

Essi ne esaltarono le norme liberali e sembrarono ravvisarvi lo strumento più idoneo per garantire alla borghesia il recupero di quella egemonia sociale che la Restaurazione, almeno in parte, le aveva tolto…

La presenza dell’Austria garantiva lo status quo, sanzionava il frazionamento politico ed economico della penisola e quindi costituiva il principale ostacolo all’unità (o federazione) politico-economica dell’Italia e all’ampliamento del mercato…

La politica austriaca – incarnata dal Metternich – era ispirata ai concetti di autorità, stabilità ed equilibrio. Ma occorre aggiungere che tali concetti nascondevano un pericoloso germe sovvertitore. Se Metternich non fu il “tremendo tiranno” di cui ha favoleggiato la pubblicistica liberale, non fu neppure “l’ultimo grande europeo” (E. Malynski). Egli colpì la rivoluzione nei suoi effetti più appariscenti, ma non nelle sue cause più profonde. Individuò acutamente nelle sette e nella borghesia le forze motrici della rivoluzione, ma represse le prime lasciando intatta la seconda, che ne era la linfa vitale…

Eppure aveva compreso lucidamente che ”les classes agitèes sont celles des hommes d’argent, veritablès cosmopolites, assurant leurs profits aux dèpenses de totu ordre de choses quelconque”.

Quando però si trattò di passare alle misure pratiche, tutte queste enunciazioni anti borghesi vennero meno. La forza del capitale non fu per nulla intaccata…

E’ emblematico il caso di Napoli, dove Metternich impose l’allontanamento del principe di Canosa e incoraggiò la “Politica dell’amalgama” (1), vero cavallo di Troia della rivoluzione.

Non di meno, per le forze rivoluzionarie Metternich e l’Austria restavano i nemici mortali da combattere e annientare…

Il Cattolicesimo tradizionale era l’alleato naturale dei sovrani, esercitava una notevole influenza sulle masse popolari, si dichiarava apertamente ostile al liberalismo borghese e si ergeva a difesa dell’antica società. Esso pertanto era il nemico naturale delle forze rivoluzionarie ebraico-massoniche e borghesi. L’odio contro Roma papale costituì il filo conduttore di tutte le trame risorgimentali. La Chiesa inoltre possedeva vaste proprietà, beni di manomorta (2) sottratti al mercato e all’avidità della borghesia e dei suoi alleati. Tutto ciò spiega a sufficienza le vere motivazioni della lotta borghese contro la “Teocrazia papale”…

Su queste quattro direttrici si articolò l’assalto delle forze rivoluzionarie. Le parole d’ordine, in relazione alle contingenze storiche e alle esigenze delle varie frazioni della borghesia, furono dunque: costituzionalismo, liberismo economico, lotta all’Austria, repubblica, liberalismo e democrazia, unità, federalismo, cattolicesimo liberale: obiettivi che rientravano tutti nel quadro delle aspirazioni dei ceti borghesi.

Le rivoluzioni che hanno costellato la storia d’Italia dalla Restaurazione all’Unità furono altrettante tappe all’assalto ebraico-massonico e borghese alla società tradizionale italiana. Di tali rivoluzioni la borghesia fu l’asse portante…

Un contributo non trascurabile all’assalto borghese fu dato dalla massoneria grazie all’attività delle logge, ma soprattutto dei singoli massoni che operarono tramite le società segrete affini…

Con l’Unità d’Italia anche la massoneria conquistò la sua “libertà”, che seppe mettere a frutto per piazzare i suoi adepti nei posti chiave del nuovo Stato borghese. Quest’opera di infiltrazione fu lenta e graduale, poiché la stragrande maggioranza degli italiani – del tutto estranea al “Risorgimento” – era ancora devota alla Chiesa.

– Gian Pio Mattogno La Rivoluzione Borghese in Italia – Dalla Restaurazione ai moti del 1831, Edizioni All’insegna del Veltro, pag. 8, 9, 10, 13, 14.

 

 

(1) La politica detta “dell’amalgama”, imposta ai Borbone dal Metternich nel corso del Congresso di Vienna, prevedeva l’inclusione di funzionari e graduati militari che avevano precedentemente aderito alla Repubblica Napoletana di Murat, fra le gerarchie istituzionali dei restaurati governi. Tale espediente, nelle intenzioni del suo promotore (il Metternich), aveva lo scopo di “limare” le divergenze fra i sostenitori della precedente repubblica napoletana e i fedeli servitori della corona. Di fatto però, come molto giustamente sostiene il Mattogno, si trattò di un vero e proprio “Cavallo di Troia”, che già dall’indomani del Congresso di Vienna cominciò a minare le basi di quella monarchia che aveva riammesso fra i suoi ranghi, perdonandoli, i vecchi traditori.

(2) L’uso del termine “manomorta”’, risale al periodo feudale. Era usanza in quel tempo inviare al regnante la mano recisa del vassallo per comunicarne e certificarne l’avvenuto decesso. Successivamente con tale termine si indicarono principalmente i diritti di esenzione da tassazioni dei beni di proprietà di enti perpetui, nonché la loro inalienabilità.


 

 

          Turbolenze gravissime segnano il 1^ giorno di gennajo in Castellammare del golfo (Sicilia) a causa del nuovo peso della coscrizione militare. Il popolo in armi insorge, gira il paese a colpi di fucile, gridando ABBASSO LA LEVA, morte a piemontesi, viva la repubblica, afferra, e minaccia di massacrare il Delegato di Pubblica Sicurezza, il costui figlio e il Sindaco: i carabinieri sardi, e il guidice mandamentale nella fuga ricevono dietro una scarica di fucilate, è aggredito, ed ucciso con la figlia, il Borusco comandante della guardia nazionale; è incendiata la casa, e gli abitanti della famiglia Asaro; quella del medico Calandra, ed ucciso un Antonino di tal cognome; bruciate tutte le officine delle  pubbliche amministrazioni. Accorso ad Alcamo (capo distretto) il comandante Varvaro de’ militi a cavallo, è ucciso con sette de’ suoi. Di quest’agitazione cominciano a risentire gli altri apesi convicini. I piemontesi si risolvono ad un colpo disperato: da Palermo, e da tutti i punti di Sicilia concentrano per mare e per terra le loro forze contro il paese insorto, il quale si difende con ardore, ed uccide nell’assalto il capitano Mazzetti, piemontese, un sergente de’ bersaglieri, e varii altri militari restano feriti. Accorrono nuove truppe, e fanno uno sbarco numerosissimo. Ecco come si esprime il Diritto a Torino de’ 5 gennaio: “oltre di tante truppe corse in Castellammare in Sicilia, vi sono spedite nella notte stessa de’ 2 sul onzambano due compagnie di bersaglieri; e questa fregata non può accostarsi alla spiaggia, ove son collocati due obici degl’insorti, che per due ore la fanno stare lontana: bisogna far venire da Trapani la bombardiera l’Ardita, che fa tacere i due obici della spiaggia, e così si accinge allo sbarco; ma appena approda il primo battello, una scaric adegl’insorti fa cadere il capitano della compagnia, e vari soldati; allora la fregata comincia a lanciare granate a giusto tiro, e costringe gl’insorti a cambiare posizione; la truppa riesce a sbarcare; esegue vari arresti, fucila sette individui sul momento (di tre de’ quali non si cura nnè anche, di liquidare nome e cognome); ne manda 27 legati, a Palermo; il nucleo degli insorti si getta su’ monti… Da ciò si vede, che la massa del popolo in Sicilia è malcontenta; sia per non aver guadagnato nulla dopo la rivoluzione, sia per odio verso la leva; sia per timore di nuovi dazii”.

– Francesco Durelli, Colpo d’occhio su le condizioni del reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 30.

 

SCHEGGE DI STORIA 9/19

 

Nello stesso mese di marzo (1862 n. d. scr.) sono arrestate nelle Puglie 4 donne, come conniventi de’ briganti: se ne fucilano 3, per effetto del programma di Fantoni; la 4, essendo incinta e quasi prossima al parto, le si usa il riguardo di attendere il puerperio, e quindi è fucilata.

            Luigi Franco, capitano di guardia mobilizzata, di Montescaglioso, distretto di Matera (Basilicata) in uno dei giorni del cessato mese di marzo, perlustrando il bosco di Bernalda, s’incontra con 12 pastori, che guardano i loro armenti, e chiede sapere se avessero notizie della banda brigantesca: costoro rispondono negativamente per essere stranieri di que’ luoghi. Procede oltre; s’imbatte co’ briganti, e vi si attacca. Pochi giorni dopo, ritorna nello stesso bosco, per vendicarsi de’ pastori, da’ quali egli crede essere stato ingannato; invece de’ medesimi, vi trova 10, o 12 contadini con le loro famiglie, li cattura, li lega mani e piedi, li chiude in un pagliaio; poi fa tirare moschettate da’ suoi contro di questo e per giunta vi fa accendere fuoco intorno, e così brucia vivi 10, o 12 innocenti, in presenza delle famiglie.

            Ed anche nel cennato mese di marzo, per effetto della ordinanza del Fumel, sono fucilati quattro contadini, portatori di mezzo pane cadauno, onde cibarsene lungo il cammino da Policastro (Calabria) fino a Crotone loro patria: usciti appena dal primo de’ detti paesi incontrano la guardia nazionale, che perquisitili, li lascia andar via, perché nulla di criminoso vede in quel poco pane. Procedendo oltre, si imbattono in un distaccamento di truppa piemontese, che senza misericordia li uccide.

            Più tragico è l’avvenimento de’ 3 aprile nell’anzidetto comune di Policastro. Vincenzo Minelli, figlio del fu Rosario, di anni 40, agricoltore, di colà, ammogliato, e padre onesto di 12 figli in tenera età, di eccellente reputazione morale, è denunziato con altri tre suoi vicini, di aver regalato del salame a’ briganti. Su la denunzia verbale, e nel breve spazio di ore due, Minelli è arrestato e fucilato, con gli altri tre complici, i cui nomi sono: Domenico Scandale, agnominato Colamatteo, mulattiere, di anni 33. Domenico Le Rose, agnominato Granpillo, calzolaio, di anni 22. Francesco Critozzo, mercante, di anni 60.

            Il luogo della esecuzione fu il colle S. Francesco in Policastro. Inutili riuscirono le intercessioni della popolazione commossa, per ottenere almeno una sospensione di 24 ore, onde dimostrare la innocenza delle vittime; inutili le lagrime de’parenti, delle mogli, e de’ figli delle medesime.

– Francesco Durelli, Colpo d’occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 89, 90.

   

            In Sicilia la situazione si presentava più complessa. La restaurazione borbonica aveva privato l’isola della sua tradizionale autonomia e ciò aveva suscitato malumori e sentimenti anti napoletani soprattutto fra l’aristocrazia.

            Con l’annessione e l’abolizione della Costituzione del 1812 questa si era vista sottrarre numerosi privilegi politici, ma conservava la sua forza economica. Anzi, la trasformazione delle proprietà feudali baronali in beni di libera proprietà decretata dalla Costituzione, e che fu conservata nella legislazione della monarchia restaurata, si risolse in “un ottimo affare per i baroni, analogo a quello che la nobiltà francese aveva cercato di compiere con la solenne rinuncia del 4 agosto 1789”.

            Infatti tale trasformazione “se da una parte sanciva la cessazione delle giurisdizioni baronali, rendeva gli antichi proprietari padroni assoluti delle terre prima soggette a servitù e pesi. Lo stesso scioglimento degli usi civici, goduto sin allora dai contadini sulle terre baronali, che i baroni ottennero in compenso della rinunzia ai diritti feudali, costituì una spoliazione dei ceti rurali inferiori (…)”.

            Il baronaggio dovette sostenere la concorrenza dell’emergente borghesia che aspirava al dominio della terra. L’abolizione degli usi civici restituì piena libertà alle terre soggette ai diritti promiscui. Il governo tentò a più riprese la quotizzazione a favore dei contadini, per compensarli dei diritti perduti. “Ma in fondo, contrastando fra di loro, nobiltà e borghesia concordavano poi nell’intento fondamentale di escludere dal possesso delle terre i contadini, ai quali, come titolari degli antichi usi civici, ne sarebbe spettata la parte maggiore. Anche quando si giunse alle quotizzazioni – e assai spesso dovettero passare parecchi decenni – esse furono viziate da abusi d’ogni genere a danno dei contadini; e anche per quelli di costoro che riuscirono ad ottenere delle quote, si trattò nella quasi totalità dei casi, di un possesso ed effimero (…). La grande operazione si risolveva dunque in una colossale spoliazione a danno dei contadini siciliani, i quali perdettero un patrimonio antichissimo, che li aveva aiutati a soddisfare i bisogni più elementari ed urgenti”.

            In questo periodo si assiste al ridimensionamento del patrimonio fondiario della nobiltà a vantaggio della nuova borghesia dei galantuomini. Ma il dato di fatto più importante è il maturarsi di una sostanziale unità di interessi tra nobiltà e borghesia in funzione anticontadina e anti borbonica. Scrive ancora Romeo che nonostante i contrasti “la comune partecipazione alla proprietà terriera viene creando fra nobiltà e borghesia un tessuto di comuni interessi, vuoi nei confronti della massa contadina, da taglieggiar coi gravissimi contratti agrari, i tributi locali, le usurpazioni demaniali e al tempo stesso da tener a bada e raffrenare nella sua crescente insofferenza; vuoi nei confronti dello Stato, che con l’azione antifeudale comincia adesso a colpire anche gli interessi della borghesia usurpatrice di demani, ed erede in genere delle ragioni e delle pretese degli antichi feudatari”.

            Cominciava così a saldarsi quel fronte unitario indipendentista e anti borbonico tanta parte ebbe nelle vicende rivoluzionarie dell’isola.

– Gian Pio Mattogno, La rivoluzione borghese in Italia, dalla restaurazione ai moti del 1831, Edizioni All’insegna del Veltro, pag.199,120.

 

Garibaldi otteneva, a Calatafimi, il suo primo successo militare e già affioravano, soprattutto nella parte della Sicilia non ancora inclusa nel raggio di azione del Generale o dei suoi emissari, i contrasti fra poveri e ricchi. La prima sollevazione contadina del 1860 avvenne il 17 maggio ad Alcara Li Fusi (oggi provincia di Messina) se escludiamo quella avvenuta a Mistretta quattro giorni prima di proporzioni e conseguenze meno gravi.

I gravi fatti di Alcara costituirono l’inizio di una lunga serie di sollevazioni popolari e il governo di Torino interpretò tali agitazioni contadine non come espressione di un grave disagio sociale…, ma come la “prova” che le popolazioni siciliane fossero ancora a uno stadio di semi barbarie, use soltanto a “sentire” e a piegarsi alle maniere forti. …

            Gli elenchi degli uccisi dai popolani nei numerosissimi centri dove esplose la rivolte delle “coppole” non riportano che raramente nomi della piccola aristocrazia di campagna. Furono quasi sempre i “civili”, i sindaci, i notari, gli avvocati, gli esattori a subire le conseguenze dell’ira popolare e ciò costituisce la riprova di quanto andiamo sostenendo: o nelle sommosse popolari, dal maggio 1860 in poi, i contadini ebbero di fronte soltanto “civili” perché i nobili non erano fisicamente presenti o l’odio popolare non era rivolto contro questi ultimi.

            La Guardia nazionale, in numerose occasioni ebbe il compito di rappresentare e garantire l’ordine borghese e soprattutto, dopo il noto “esempio” di Bixio a Bronte, fu la forza repressiva delle sommosse contadine nelle “province siciliane”.

– Giuseppe Pandolfo, La dittatura dei moderati in Sicilia, da Bronte a Fantina, pag. 13 – 15.

 

 

 

 

 

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