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2020

 

SCHEGGE DI STORIA 1/’20

 

Anche sulla repressione in Calabria verità ufficiali coprivano fatti reali.

Falsità da tramandare ai posteri, per opportunità politica, e per acquisire elogi e meriti. L’altra versione, raccontata in Parlamento sempre nel 1869, fornì una diversa versione sulla morte di Palma. Braccato e isolato, il capobrigante era stato costretto a nascondersi a Macchia Sara da un suo compare, Pietro Librandi, guardiano del barone Guzzolino. Fu tradito: Librandi lo denunciò per intascare la taglia ed evitare accuse di complicità. E mentre gli faceva la barba, lo stesso Librandi lo uccise con un colpo secco di rasoio. Poi gli tagliò la testa, per dimostrare di averlo ammazzato. Consegnò il macabro trofeo alle autorità militari e che avrebbero inventato l’episodio dello scontro a fuoco con il capobrigante scoperto con otto dei suoi uomini. Fu questa la fine del capobrigante calabrese che per dieci anni fu considerato il “Re della Foresta” e che, pur avendo estorto centinaia di migliaia di ducati con i sequestri, morì povero. Si arricchirono, invece, i suoi manutengoli, i suoi favoreggiatori di basso e, purtroppo, di alto casato che per molti anni gli assicurarono l’impunità che assai spesso gli avrebbero preparato i piani dei sequestri. Un giornale di Catanzaro tracciò del brigante questa biografia: “Era considerato laborioso, mite ed ossequiente: fu spinto al malandrinaggio da insinuazioni malvagie dei tristi, che provocarono il brigantaggio per specularvi. Presso il volgo godeva prestigio e popolarità: le donnette favoleggiavano di lui chiamandolo santo, fatato, invulnerabile e invincibile; aveva saputo procacciarsi queste false credenze con continuate, generose elargizioni, e tenendo osservanza ad un sistema di vita parco e temperato.”

Eugenio De Simone, Atterrite queste popolazioni, Magenes Edizioni, pag. 30, 31.

 

 

Non tutta la Sicilia era contro il governo di Napoli, questa verità si può elaborare individuando quel corpo estraneo nel partito contro rivoluzionario. Le forze liberali fomentate dall’aristocrazia siciliana ostile al casato dei Borbone, per le ragioni più svariate, fin dal tempo in cui re Ferdinando ebbe a risanare il debito pubblico delle Due Sicilie, intaccando i privilegi e azzerando i monopoli, trovarono la predisposizione mentale di alcuni possidenti di Palermo ad aprirsi alle richieste dei liberali siciliani, assecondati dalla corona britannica per sovvertire il governo legittimo. Messina da tutto ciò ne subiva il danno maggiore perché con la discesa in campo di queste forze sarebbero saltate quelle leggi che le avevano permesso di aumentare notevolmente i suoi traffici e le sue finanze. …

Dalle carte che ho studiato salta fuori una costante. La rivolta, checchè se ne pensi, non fu movimento di popolo, ma la discesa in campo di un partito siciliano espressione di una minoranza, legatosi con una burocrazia italiana ai tempi sconosciuta, rimandando il tempo dell’invasione posto in essere dagli ideologici siciliani. La verità non è legittimata con la discesa in campo dei militari napoletani vittoriosi nella campagna militare del 1848 – 1849. Non furono i soldati ad annientare Messina, senochè gli stessi siciliani che si dichiararono suoi liberatori.

Alessandro Fumia, Messina, la capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 228.

 

 

Secondo Fejto la Massoneria continentale latina, egemonizzata da quella francese, si impegnò nel diffondere in tutta Europa i valori del repubblicanesimo laico e anticlericale, che non solo non lasciavano spazio ad alcun compromesso con l’Impero asburgico ma addirittura consideravano i cattolici alla stregua di una quinta colonna del nemico. A giudizio dello storico ungherese un altro obiettivo della massoneria fu la nascita di una federazione di nazioni europee sotto l’egemonia della Francia all’interno della Società delle Nazioni.

L’instaurazione della Società delle Nazioni, ricorda Fejto, era diventata la motivazione ufficiale della guerra da parte  delle potenze dell’Intesa a partire dal congresso massonico tenutosi a Parigi nel giugno 1917. Si trattava di un proposito lungamente vagheggiato dalla massoneria: già Mazzini aveva profetizzato una repubblica mondiale. A mio avviso la S.d.N. fu la tappa di preparazione per il Governo mondiale di oggi, l’ ONU.

Si capisce così perché la massoneria e l’alta finanza – forze cosmopolite – abbiano mobilitato i nazionalismi in occasione della prima guerra mondiale: occorreva fare tabula rasa di ogni forma alternativa di universalismo. L’Impero asburgico, la Russia e l’Impero ottomano, furono annientati proprio perché erano esempi riusciti di compagini statali multietniche. Analizzando la faccenda da un punto di vista religioso anziché politico, le cose diventano ancora più chiare. Con il crollo dell’Impero ottomano ebbe fine per sempre l’unità non solo politica, ma anche spirituale del mondo islamico. In Russia i comunisti, finanziati dai banchieri di Wall Street, intrapresero addirittura lo sterminio del clero ortodosso.

– Enrico Montermini, Mussolini e gli illuminati, Edizioni Si, pag. 17.

 

2019

SCHEGGE DI STORIA 1/2019

 

          Noi troviamo, nel documento reso ufficiale, alcune linee in bianco, il che vuol dire che sono state soppresse alcune cose. E perché darsi tanta pena? I relatori credevano forse che sarebbe stato troppo quel che è stato soppresso della relazione originale?

          “L’argomento vittorioso a pro del nuovo ordine di cose, quello che più persuade le popolazioni è il potere ad essa dimostrare con l’evidenza dei fatti che in tutti i rami della cosa pubblica regna la giustizia”.

          Veramente? Questa giustizia regna in tutti i rami? E tuttavia il deputato Brofferio disse, parlando di questo soggetto: “Vengo alla giustizia. In questo dicastero v’ha una tale confusione di babilonia, che la simile non ho veduta né udita mai… A Palermo, a Napoli, come anche nella altre province novellamente annesse, vi sono avvocati che non vogliono più disputar le cause, giudici che non sanno più come giudicarle, abbiamo una corte di cassazione ormai esautorata, abbiamo terze istanze, che si dicono in via e non giungono mai”.

          Il deputato Ranieri assicurava che: “Le province napoletane hanno visto nella legislazione incomposta delle leggi piemontesi non un progresso su quel che avevano già, ma un passo indietro”. La storia registrerà come un aspetto celebre della dominazione piemontese il sistema di incarcerazione e quello dei sospetti, di cui s’occupò la Camera dei Comuni del Parlamento inglese nella memorabile tornata dell’otto maggio 1873. E un generale piemontese, Mazzè De la Roche, diceva in un ordine del giorno: “Giacciono nelle prigioni in gran numero carcerati sul di cui conto non si sa quali misure prendere, perché non si consce alcun dato della loro carcerazione, tranne la vaga imputazione di connivenza col brigantaggio.  Non di rado si trovano molte persone così arrestate che invece dimostrano con prove evidenti essere state esse stesse vittime dei briganti prima, e poi di denuncia per vendetta privata. Di là lo smacco che ricade sulle autorità col dover rimettere in libertà, a meno d ostinarsi in un diniego evidente di giustizia”.

          Oh! L’argomento vittorioso!

          Il deputato Ricciardi diceva in una lettera indirizzata al ministro Rattazzi (stampata nella Nuova Europa): “Vi dirò che le cose sono giunte a tal punto in questa parte d’Italia (il Regno delle Due Sicilie), che la maggioranza non ha più fede nella durata del nuovo governo, che, non temo d’affermarlo, è aborrito qui generalmente. Aggiungo che la giustizia e la legge sono parole prive di senso, non svolgendo la magistratura il suo dovere che molto imperfettamente e dipendo la vita dei cittadini, nei luoghi infestati dal brigantaggio, dal buon piacere delle autorità militari i cui abusi sono crudeli da far drizzare i capelli. Da un anno, migliaia di persone sono state passate per le armi, senza alcun giudizio e per ordine d’un semplice capitano o luogotenente; di modo che molti innocenti sono periti miseramente”.

          Oh! L’argomento vittorioso! Oh! Come la giustizia regna bene! Oh! I benefici dell’unità nazionale!

          “Le operazioni della leva porgono la prova palpabile di questa asserzione… Il risultamento ha sorpassato le migliori speranze… La leva ha avuto un esito che, senza tema d’esagerazione, può essere chiamato magnifico; basti dire che perfino nelle regioni garganiche il numero dei renitenti è stato scarsissimo…”.

          Dopo di che si dovrebbe credere che altrove non ci sono renitenti del tutto. Perché allora pubblicare una legge che fa punire i renitenti come disertori e giudicare i loro complici dai tribunali militar? Il deputato Polsinelli diceva: “I coscritti della leva d’appresso di noi dovevano essere tradotti con la forza… Quelli che sono stati costretti a partire dalle autorità ritornarono immediatamente… Ora sono in armi e bisogna combatterli”.

Gaetano Marabello, Verità e menzogne sul brigantaggio, Controcorrente Edizioni, pag. 103, 104.

 

          (Sulla “rivolta” siciliana del ‘1848 – Messina)

Da un contributo epistolare scritto dal comandante di Stato Maggiore dell’Esercito siciliano, il colonnello Antonio Pracanica pubblicato in stampa dal La Masa, si riesce a dimostrare la presenza di combattenti appartenuti al Comitato Controrivoluzionario, attivi durante lo sbarco delle forze napoletane a Mare Grosso. Se ciò non bastasse, sempre dallo stesso biglietto del colonnello Pracanica si aggiungeva altra carne al fuoco. Sicchè, dalle tracce messe in evidenza dal contributo di un alto ufficiale siciliano, si ebbe la conferma della presenza di una forza contrapposta alle truppe ribelli e in rivolta; questi fatti però non furono recuperati e registrati dalla cronistoria di quelle cinque giornate. La loro presenza si stima a Mistretta come sopra accennato, così pure a Patti, a Barcellona Pozzo di Gotto, a Milazzo come a Scaletta, e altri luoghi dove a quanto detto dal Pracanica, la contrapposizione non fu sterile. Le fucilate che di tanto in tanto sopraggiungevano sopra gli armati siciliani, furono più numerose del prevedibile. Se in agosto alcuni di loro, cioè, dei controrivoluzionari, subirono la persecuzione e la morte, altri come segnalati negli antefatti della presa del forte Sicilia, si trovarono coinvolti in prima linea ricevendo dentro le loro abitazioni parti di quei soldati sbandati nell’azione protrattasi su quel territorio alle Moselle. Essi, i cittadini fedeli alla corona dei Borbone, furono bruciati vivi nelle loro case e come i prigionieri in divisa, subirono la medesima sorte: decapitati, squartati, vilmente profanati i resti tagliuzzati a pezzi e in pubblico delirio, in un ultimo scempio portati fra le strade della città oltraggiati nella dignità di morti. La carneficina, perché di questo si tratta, di civili come dei soldati fatti prigionieri, è cosa risaputa. Il Pracanica rispetto agli altri cronisti, aggiunge ulteriormente altri particolari, veramente interessanti, quando segnala l’operato dei traditori: di quelli afforzati sul distretto meridionale in quelli dei sobborghi di Messina, come in quelli del distretto settentrionale, allargando il numero dei volontari della contro rivolta partecipante e contro operante sul campo. Una massa di gente niente affatto limitata, anzi piuttosto corposa che si congetturata arrivare a duemila uomini, permettendo di avere un’idea delle forze in campo. Nella costruzione della cronaca dell’assedio e poi dell’azione napoletana contro gli insorti, ogni tanto vengono fuori delle novità in rapporto a misteriosi agenti segreti attivi in quello scenario. Due personaggi già operativi fin dall’agosto 1848, avevano informato l’alto comando napoletano, fornendo una descrizione certosina della macchina bellica rivoluzionaria, in special modo: alle postazioni in cui si paravano le batterie di artiglieria, dei luoghi furono aperti i relativi fossati, della consistenza delle truppe, delle capacità delle armi, della consistenza delle munizioni e la capacità dei comandanti. Il Pracanica li individuerà troppo tardi. Dall’incredibile precisazione ne vengono altre aggiunte clamorose; non solo il distretto messinese era pronto in armi, a sbarrare il passo dei liberali siciliani sediziosi contro il legittimo sovrano, ma addirittura, mezza Sicilia era sul piede della controrivoluzione. Una massa enorme di fedelissimi al casato di Ferdinando II si stava organizzando. La lro presenza mistificata dalle fonti originali permette di leggere ben altre pagine, rispetto a quelle prospettateci dagli storici svenduti al potere.

Alessandro Fumia, Messina, la capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 279,280 ,281.

 

SCHEGGE DI STORIA 2/2019

 

          Ed è proprio questa “continuità d’azione” che l’autore vuol mettere in evidenza, per dimostrare non solo che il progetto occulto del Governo Mondiale è stato elaborato più di tre secoli fa, perseguito nel tempo con accanita pervicacia ed in via di compimento ai nostri giorni; ma che esso nasce dalla contraffazione dell’idea cristiana e, soprattutto, dall’odio inestinguibile nei confronti del cattolicesimo e del Papato.

          …

          In sintesi si è programmato e si sta realizzando lo svuotamento della dottrina cattolica e, di conseguenza, l’eliminazione del collante capace di tenere uniti quanto meno i popoli europei ed americani.

          E il primo colpo a questa unità fu inferto dalla Riforma luterana, altri ne sono seguiti nei tempi successivi con impressionante continuità ed astuta gradualità, come indican0 gli avvenimenti che si sono susseguiti a partire dal 1789, in cui la realizzazione del malefico progetto ha iniziato a correre più velocemente. Le guerre napoleoniche sono state le successive tappe della corsa, perché esse sono servite non solo a diffondere nel mondo civile i germi della nuova religione, ma anche a sollecitare l’insorgere dei nazionalismi, che soprattutto dovevano servire ad abbattere l’impero cristiano, che costituiva ancora quanto residuava del Sacro Romano Impero, ed il potere temporale del Papa, nela convinzione che, venuto meno quello, ne risentisse anche l’autorità spirituale. Dopo la caduta di Napoleone I, tradito certamente dalla propria vanità e dalla propria ambizione, che non potevano non collidere con i progetti coltivati dalle Alte Società Segrete (delle quali anche egli era stato un accolito), e dopo la breve Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna nel 1815 e vanamente difesa dalla Santa Alleanza (…), la corsa riprese più violenta di prima con le rivoluzioni del 1848 e del 1849 che interessarono soprattutto la penisola italiana e l’Ungheria (sempre più in odio al cattolicesimo ed all’Austria), e che portarono alle guerre di indipendenza dell’Italia (1848, 1849, 1860, 1866 e 1870). Né può essere tralasciata la tappa del 1917, una delle più importanti e decisive della corsa al Governo Mondiale, vale a dire quella rivoluzione russa, voluta, finanziata e sempre sostenuta dalle centrali finanziarie occidentali allo scopo di abbattere lo zarismo e colpire duramente il cristianesimo ortodosso.

Pierre Virion, Il Governo Mondiale e la Contro Chiesa, Controcorrente Edizioni, pag. 58 e 59.

 

                   “Per cinque anni i piemontesi o sardo – garibaldini, come li definivano sprezzantemente gli insorti, agirono al Sud con mentalità precoloniale. Prese corpo una specie di guerra civile tra italiani, che si protrasse fino al 1866. I metodi repressivi adottati dall’esercito al Sud suscitarono nel Parlamento italiano e all’estero critiche e condanne fino a far emergere poi precise accuse di aver compiuto, ante litteram, i primi crimini di guerra o crimini contro l’umanità”. Non si facevano molti prigionieri. Il numero dei fucilati divenne eccessivo e, per evitare proteste politiche, i Comandi militari disposero che si dovessero fucilare solo i capi e chi sfuggiva all’arresto. Inutile dire che da allora i rapporti abbondarono di descrizioni di uccisioni di briganti in fuga. Ammise, nelle sue memorie, il generale torinese Enrico Morozzo della Rocca, aiutante del Re Vittorio Emanuele II ed in quel periodo comandante in capo dell’esercito a Napoli: “Feci fucilare alcuni capi e pubblicai che la medesima sorte sarebbe toccata a coloro che si fossero opposti, armata mano, agli arresti. Erano tanti i ribelli, che numerose furono anche le fucilazioni e da Torino mi scrissero di moderare queste esecuzioni, riducendole ai soli capi”. Manfredo Fanti, ministro della Guerra, ritenne “straordinario” il numero dei capibrigante uccisi e fu costretto a invitare il Comando di Napoli a “sospendere le fucilazioni per trattenere prigionieri tutti gli arrestati”. Le prigioni e le caserme “rigurgitarono”, si legge nelle memorie di Della Rocca.

Gigi Di Fiore, Briganti Utet Edizioni, pag. 22.

 

          Al netto dei fatti, i primi a perorare la rivalsa contro il governo reale furono l’aristocrazia terriera e i liberali palermitani, che avvertivano il peso delle strategie del casato reale volte a equilibrare in Sicilia le forze presenti. Da questo ragionamento è palese trovare le motivazioni di fondo nella costruzione di un partito popolare contrapposto alla volontà del re. Viceversa, valutando attentamente quelle motivazioni si trova un bandolo della matassa perfettamente mimetizzato dietro tanti omissis. Non tutta la Sicilia era contro il governo di Napoli, questa verità si può elaborare, individuando quel corpo estraneo nel partito controrivoluzionario. Le forze liberali fomentate dall’aristocrazia siciliana ostile al casato dei Borbone, per le ragioni più svariate, fin dal tempo in cui re Ferdinando ebbe a risanare il debito pubblico delle due Sicilie, intaccando i privilegi e azzerando i monopoli, trovarono la predisposizione mentale di alcuni possidenti di Palermo, ad aprirsi alle richieste dei liberali siciliani, assecondati dalla corona britannica per sovvertire il governo legittimo. Messina da tutto ciò ne subiva il danno maggiore perché la discesa in campo di queste forze, sarebbero saltate quelle leggi che le avevano permesso di aumentare notevolmente i suoi traffici e le sue finanze.

          …

          Dalle carte che ho studiato, salta fuori una costante. La rivolta checchè se ne pensi non fu movimento di popolo, ma la discesa in campo di un partito siciliano espressione di una minoranza, legatosi con una burocrazia italiana ai tempi sconosciuta, rimandando il tempo dell’invasione posto in essere dagli ideologi siciliani. (colorazione in rosso della redazione. N.d.r.). La verità non è legittimata con la discesa in campo dei militari napoletani vittoriosi della campagna militare del 1848 – 1849. Non furono i soldati ad annientare Messina, se nonché gli stessi siciliani che si dichiararono suoi liberatori. Non fu Ferdinando a comandare d’incendiare quella capitale ma Ruggero Settimo, e i suoi accoliti; non furono le truppe mercenarie del Filangeri a distruggere la ricca città, ma i suoi figli più pavidi a sentenziarne la fine. (colorazione in rosso della redazione. N.d.r.). Il furioso Giuseppe La Farina, orgoglioso delirando affermerà ai suoi astanti, che era necessario l’estremo sacrificio per una buona causa: bruciando la pubblica biblioteca, i ricchissimi depositi del suo Porto Franco, rovinando con le proprie mani tutti quegli edifici che potessero servire ai borbonici. Con pochi colpi di pennello, Giuseppe La Farina stava raffigurando ai rivoluzionari veneti la strategia messa in opera su Messina dalle forze fraterne. Altro che livore napoletano, altro che stragi invereconde commesse dai Borboni, i veri assassini di Messina furono le bande armate siciliane e una parte avvelenata dei suoi stessi figli (colorazione in rosso della redazione. N.d.r.). Così accadde che i liberali siciliani incendiarono le case, sventrando i palazzi, profanando le chiese se questo faceva comodo ai loro progetti; egli lo afferma con la sua bocca e lo pone a paragone, in rapporto alle azione commesse dai suoi amici, presso il campo di battaglia trovato presso le strade di Messina. Per una causa giusta, tutto era sacrificabile persino la vita di quelli con cui condivideva i natali. La tattica fu esplicitata da questi concetti tirati su in uno scritto fresco di esperienza. Bisognava costringere il nemico a farsi bombardare (sue parole) sacrificando gli impianti delle città, provocando la sua reazione militare. La Farina, dimostra una volta per tutte, dove si nascondeva la verità e dove si accalcavano le menzogne. La sua esperienza rivoluzionaria si arrestava al 4 luglio del 1848, perché subito dopo con la reazione dei napoletani, queste teorie ritornarono in soffitta, lasciando il campo a una propaganda programmata all’annientamento pubblico del nemico; costruendo a bocce ferme una visione fantastica dei fatti, accrescendo in maldicenze i misfatti commessi dagli accoltellatori liberali messinesi, ma addossandone la colpa alla polizia napoletana. Un esempio memorabile di avvenimenti sottaciuti da una certa stampa, qui messi a nudo, dalle rivelazioni di un principe della menzogna fatta strategia politica. (1).

(1) Vedasi, a tal proposito, il testo integrale della lettera politica riportata nelle note della stessa pag. 229;

– Alessandro Fumia, Messina, la Capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 228, 229.

 

SCHEGGE DI STORIA 3/2019

 

          La lunga storia della Sicilia e del Meridione è stata vicenda di unità nella diversità per sette secoli, fino al 1860, ed è stata contrassegnata da una precisa identità spirituale e originale che da Ruggero a Federico II, da Carlo III fino a Francesco II di Borbone l’ha connotata.

          Un’autonomia, una civiltà che, anche nei periodi difficili dei vicereami e delle presenze esterne di forze militari, ha però salvaguardato l’antico Regnum Siciliae (che non aveva solo i confini isolani) e il Regni si Napoli e prima ancora il Ducato, poi Principato, di Benevento. Furono le nazioni napoletana e siciliana, che formeranno quello che fu il Regno delle Due Sicilie fino al 20 marzo del 1861 data della caduta dell’ultima Real Piazza Borbonica a Civitella del Tronto nel teramano, subito dopo la resistenza di Gaeta e della cittadella di Messina.

          …

          Allora, pacatamente, riportiamoci alle condizioni sociali dell’Antico regno che precedettero l’unificazione.

          Scopriremo che il Sud si avviava ad essere, e in molti campi già lo era, un Regno fra i maggiori d’Europa. Ne sono testimonianza le eccellenze intellettuali e morali, accademie e centri di scienza, il lento processo di industrializzazione non indiscriminato ma ragionato in rapporto alle vocazioni e alle specificità del territorio; un sistema burocratico efficiente che si avviava alla razionalizzazione; banche ricche e floride; un sistema fiscale equo e non assolutamente coercitivo; un servizio postale fra i primi d’Europa, opere pubbliche allora all’avanguardia e non solo la pur importante prima tratta ferroviaria della penisola, la Napoli – Portici (1838); una agricoltura florida e un commercio che si sviluppava, specie via mare, in espansione; gioielli d’architettura e d’arte che adornavano (e adornano) l’intero Sud che si aggiungevano  – organicamente – all’habitat disegnato mirabilmente nel corso dei secoli  e che ancora oggi fanno del Meridione quella gemma che brilla, malgrado violenze, mafia, malaffare, unite all’inconcludenza  o peggio alle depredazioni  e corruzione che senza interruzioni  dall’unificazione, nel ceto politico e in quello economico e finanziario, sgovernano il Sud.

Tommaso Romano, Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud, Thule Edizioni, pag. 23, 24, 25.

 

 

          Nell’ultima parte del 1847 la setta massonica alla conquista dell’Europa comincia le sue operazioni losche per la grande rivoluzione da far scoppiare nel 1848 negli stati più o meno refrattari ai suoi avidi voleri. Addirittura si strumentalizza la recente elezione di Pio IX spacciandolo per un papa liberale che cambierà il vecchio mondo attorno alla chiesa cattolica. Il premier inglese Palmerston manda il suo inviato speciale Lord Minto per appiccare focolai nelle principali capitali. Mentre a Roma, Firenze, Torino c’erano problemi in grado di autorizzare forme di protesta, molto più arduo sembrava infettare Napoli e Palermo che vivevano un periodo aureo in campo socio – economico. Non restava che ingaggiare un intellettuale locale non sazio di ciò per bramosia personale e fargli inventare una sequela di menzogne atte a diffamare il regno. In tal modo nasce la famosa “Protesta del Popolo delle Due Sicilie” di Luigi Settembrini che mostra sui mass media i Borbone di Napoli come i peggiori regnanti europei. Ferdinando è giustamente irritato e indignato e prontamente elargisce ancora più servizi e meno tributi ai suoi popoli che non si sarebbero mai sognati di protestare… I primi segni di rivolta si notano sullo Stretto sia a Reggio sia a Messina. Il solerte e deciso intervento dell’esercito riporta la calma senza tuttavia punire troppi rei in modo che gli scampati attendono fermenti la rivincita. Ciò a causa degli infiltrati settari persino nella magistratura che manda assolti personaggi come Carlo Poerio.

          Avendo anche Pio IX, Leopoldo II di Toscana e Carlo Alberto dati chiari segni di liberalità, a fine anno un manifesto firmato da “Gl’Italiani dell’Unione” invita Ferdinando II a fare di più e meglio per l’Italia. Da ciò è scaturita la diceria di un presunto tentativo dei rivoluzionari di affidare l’unificazione della penisola ai Borbone. Invece era solo un tranello per fargli abbassare le difese dato che sembra ormai acclarato e incontrovertibile che l’unità italiana a sia un orpello per celare la distruzione del regno delle Due Sicilie non solo come entità politica ma soprattutto come moderna organizzazione statale idonea a mettere a repentaglio il trionfo del capitalismo anglo – sassone, teso a conquistare il mondo. Come avrebbe la setta massonica potuto mai accettare un sovrano borbonico a capo dell’Italia con le sue idee antitetiche rispetto all’Inghilterra?

Vincenzo Gulì, Successe il ’48, pag. 8, 9.

 

 

          Persino l’Abba è costretto a parlare delle Bandiere Inglesi. Si vede che erano veramente molte. Anzi: troppe!

          A sbarco già avvenuto, scrive nelle sue noterelle, proprio con la data dell’11 maggio 1860: “Siedo sopra un sasso, dinanzi al fascio di armi della mia compagnia, in questa piazzetta squallida, solitaria, paurosa”.

          Dopo qualche osservazione sul Capitano Alessandro Ciacco, che piange di gioia e dopo aver fatto qualche altro piccolo riferimento di cronaca, il nostro Autore aggiunge: “Su molte case sventolano bandiere di altre nazioni. Le più sono Inglesi. Che vuol dire questo?”

          Si è detto che l’Abba pone un quesito al quale crediamo di avere risposto abbondantemente. Ma riteniamo che gli avessero già risposto esaurientemente quasi subito altri autori. E riteniamo altresì che l’Abba si sia risposto da sé, nel momento in cui è costretto ad ammettere che sventola una gran quantità di bandiere inglesi.

          Un fatto strano comunque.

          Per un cantore, per un apologeta dell’impresa garibaldina, per un operatore di disinformazione storica e politica del Risorgimento, è senza dubbio un sacrificio dare spazio a questo scorcio di verità. Ma non può farne a meno: il fenomeno è dilagante e si ripeterà a Palermo, a Catania, a Messina. Ovunque in Sicilia.

          Va da sè un’altra considerazione. L’Abba non afferma di aver visto bandiere italiane. Ci fa quindi dedurre che non ve ne siano. Neppure una. Non si tratta di un fatto secondario. Se infatti un agiografo come l’Abba avesse visto a Marsala un solo fazzoletto tricolore, lo avrebbe moltiplicato per cento… Saranno poi i pittori, i pennaioli ed i poeti (incaricati dal governo di Vittorio Emanuele o mossi dalla voglia di far carriera o dalla necessità di sopravvivere) che faranno miracoli, descrivendo folle osannanti, talvolta in ginocchio, che accolgono il Duce dei Mille fin dal molo del porto, in un tripudio di gigantesche bandiere tricolori.

Giuseppe (Pippo) Scianò, …e nel mese di maggio 1860 la Sicilia diventò colonia!, Pitti Edizioni, pag. 52.

 

SCHEGGE DI STORIA 4/2019

 

          I rapporti militari degli ufficiali piemontesi spiegavano che nel Sannio “il contadino è di buon indole, ma i proprietari lo disprezzano guardandolo come una bestia da soma”. In provincia di Benevento, appena cinque famiglie erano proprietarie della maggior parte dei territori coltivati soprattutto a vigne e raramente a grano. I braccianti erano quasi sempre ricompensati solo con frutta e ortaggi. Erano condizioni di miseria, che crearono anche un commercio, da terzo mondo, con i giovani venduti dalle famiglie ai proprietari terrieri che ottenevano così lavoro a poco prezzo. Braccia forti per i campi, pagate a forfeit ai genitori e ricompensate per le loro fatiche nei campi solo con il vitto e alloggio. I contadini cedevano i loro figli maschi dodicenni, spinti dal bisogno di sfamare una famiglia numerosa. Quei miserabili in salsa meridionale venivano chiamati cli “alani”. Erano davvero una sorta di schiavi, che diventavano un buon affare per i proprietari che si assicuravano manodopera facile ed economica.  Chi li cedeva, sacrificava un figlio maschio per dare futuro ai fratelli e alle sorelle. Schiavi, anche qui, come i “negri d’America”. I proprietari esaminavano i giovinetti per verificare se fossero in salute e abbastanza forti per resistere alle fatiche del lavoro nei campi. Come al mercato degli schiavi di New Orleans.

Gigi Di Fiore, Briganti, UTET Edizioni, pag. 157.

 

          Anche nel Regno di Napoli le sette massonico – carbonare costituirono la truppa d’assalto della borghesia rivoluzionaria.

          Le varie frazioni carbonare, che nel periodo francese avevano oscillato tra filo – murattismo e filo – borbonismo, si ricomposero in un unico blocco rivoluzionario ostile alla monarchia.

          In verità sia il filo – murattismo che il filo – borbonismo erano stati solo degli espedienti opportunistici. I settari borghesi reclamavano delle garanzie costituzionali, garanzie che Murat non poteva o non voleva concedere e che speravano di ottenere da Ferdinando e dagli inglesi. Quando il monarca restaurato lasciò intendere chiaramente che non avrebbe concesso nessuna carta costituzionale ed anzi mise al bando le società segrete, i carbonari gettarono la maschera filo – borbonica e ripresero la loro attività cospirativa, accogliendo nelle proprie file i settori più radicali dell’opposizione borghese.

          “La Carboneria del Mezzogiorno, la più forte e consistente, fu in sostanza l’embrionale organizzazione politica della borghesia costituzionale meridionale, e soprattutto di quella delle province, fatta in buona parte di “galantuomini”, di quei proprietari, a volte usurpatori di terre demaniali, nei quali i contadini vedevano il loro avversario principale”. Fu infatti proprio la carboneria “ad assumere in quegli anni la direzione politica degli elementi più attivi della borghesia, dando ad essi un’ideologia in cui confluivano e trovavano espressione gli sparsi elementi di malcontento (…). La vasta diffusione che essa ebbe fu dovuta soprattutto al fatto che il suo programma rispecchiò alcune esigenze della borghesia napoletana”.

Gian Pio Mattogno, La rivoluzione borghese in Italia, Edizioni all’insegna del Velcro, pag.202, 203.

 

          Scrutiamo ora la condizione vera di quella Sicilia, cui da mezzo secolo si fan fare rivoluzioni, cagioni e pretesti di tutti i guai comuni. Dopo il 48 dissi come separata dal continente fu l’amministrazione dell’isola. A Palermo s’era nel 49 fondato il Gran Libro del debito pubblico siciliani; così quei popoli accontentando del non avere i loro capitali  soggetti a perturbazioni straniere. Allora i debiti di Sicilia montavano a 19 milioni e 535, 580 ducati; cioè pretesi dal tesoro di Napoli 13,774,716, e dai pubblici stabilimenti 5,760,864. Però come narrai (lib.11, par 22) il debito si fe’ di venti milioni per riparare a’ disavanzi preveduti a dover seguire nei primi anni. Ma ebbero più, perché conteggiato con Napoli, il debito si modernò a 9,983,773 e grana 49; cioè 3,790,943 men del preteso: che servì a pagare i tanti danni della rivoluzione.

          Si riproposero le tasse ch’eran prima del 48; cioè fondiaria, dazii indiretti, compreso dogane e macinato, grave più pel modo di riscuoterlo che per sé. Esso durava dal 1594, rendita principale de’ comuni; e il decreto del 1842, a semplificarne la percezione, avocato aveva al governo in una amministrazione il dazio comunale e il regio, fermatolo a carlini cinque per cantaio sulla macinatura de’ frumenti; e dava a’ comuni un tanto corrispondente al consumo presunto della popolazione. La rivoluzione per fingere la generosa abolì il dazio; ma anche tolse gli assegni a’ comuni; i quali però posero tasse nuove, e maggiori e più moleste. Restaurata la potestà regia, i municipii supplicarono si riponesse il macinato, e l’ottennero a’ 3 settembre 49 come nel 42, con modifiche, da renderlo men grave: così restituiti gli assegni, s’abolirono le nuove tasse. Se non che, sendo l’erario in iscapito, il luogotenente propose crescere d’altre grana venticinque a cantaio il macino; s’udì la consulta, e due apposite commessioni; le quali dichiararono quello essere il men gravoso dei dazii; onde fu approvato a’ 13 novembre 54, fuorchè per Palermo e mMessina. Da ultimo re Francesco II ridusse a metà questa soprattassa di grana 25.

Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Grimaldi & C. Editori, pagg. 22, 23.

 

SCHEGGE DI STORIA 5/2019

 

I popolani di S. Tammaro presso S. Maria, avendo il 12 (settembre 1860, n.d.r.) disarmato i camorristi, e riposto le insegne regie, ebbero le liberalesche punizioni; ma quattro de’ più cerchi a morte si salvarono nella vicina Capua. Anche fu punita la reazione di Marcianisi, e ‘l duce garibaldino per ordine del dittatore, due tosto fucilò, molti carcerò. Le persecuzioni a Canosa e a Bitonto furono quanto più sicure più atroci. Ho detto quelle di Montemiletto, ed Ariano. A Isernia sin dal 27 agosto s’eran commossi gli animi. Altri moti scoppiarono a resina, a Scafati e nel Nolano. Ma non m’è possibile dire tutte le reazioni del reame; in ogni parte compresse nel sangue, pel braccio di stranieri guidati da’ camorristi. E i diarii raccontavano le costoro geste con ischerni e gioia.

          …

          Ad Arzano, preso un ex capo urbano, e menatolo a Casoria, gli tagliarono con forbici le labbra, in pena d’aver gridato Viva il re!

Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Volume secondo, Grimaldi & C. Editori, pag. 219.

 

 

          Con l’arrivo del 1868, che Nello Rosselli definirà “anni di miseria e di malcontento per le classi lavoratrici italiane”, esplose una pesante crisi economica e si introdusse la nuova tassa sul macinato imposta dal governo Menabrea.

          In gennaio a Troina si svolsero tumulti e arresti che la “Cronaca della Pubblica Sicurezza” così illustrò: “Gli abitanti di questo Comune tumultuarono per il Dazio – consumo, prendendo a sassate i caselli stabiliti per la riscossione del medesimo. Vi accorse il Sindaco accompagnato dal Brigadiere e Vice Brigadiere dei R.li Carabinieri, ed eseguirono due arresti. A tal vista i paesani s’inviperirono volendo rimessi in libertà gli arrestati. Sorse allora una mischia nella quale sgraziatamente rimase ucciso il Brigadiere e mortalmente ferito il Vice Brigadiere. Il distaccamento del 9° Fanteria ivi stanziato, che trovavasi, in quell’ora di perlustrazione, appena ritornato, riuscì a ristabilire la pubblica tranquillità. Furono operati ventidue arresti.

          Il 17 gennaio a San Filippo d’Agira “una pattuglia di Carabinieri e militi a cavallo ebbe uno scontro colla banda Venticinque – Muratori. Fu arrestato un solo brigante e tre militi a cavallo per sospetto di connivenza coi detti malfattori”. Il Venticinque morirà a Leonforte in uno scontro con le truppe nella notte fra il 4 e il 5 febbraio. Sempre dalla “Cronaca” leggiamo che il 22 gennaio a Militello “vennero aggrediti in una masseria un certo Previtera da sette individui armati, e prima di lasciarlo fecero intendere la seguente minaccia: ti raccomandiamo di non far parola alla giustizia che noi siamo venuti qui, altrimenti vi scanneremo tutti, che il 24 di febbraio prossimo, succederà la rivoluzione in Sicilia”.

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, Una storia da riscrivere, ISSPE Edizioni, pag. 165, 166.

 

 

(1862 n.d.r.)

Ne’ frequenti conflitti con le bande reazionarie, i paesani schivano porgere rinsegnamenti alla truppe piemontesi, ovvero forniscono loro erronee indicazioni, che le fa rimanere vittime di imboscate: tra i varii incidenti (che saranno più estesamente riportati nella sezione V. sotto l’articolo della guerra civile) basterà notare il recentissimo macello della compagnia di soldati con l’infelice capitano Rota, tratto dalla fallacia di un contadino ne’ ridenti boschi di S. Croce di Magliano (tra la pianura di Capitanata e il Molisano), senza aver avuto aiuto di sorta da’ naturali.

          In agosto viaggiano in vettura perché infermicci un ufficiale, un foriere, e due caporali, piemontesi tutti, partiti da Palermo: giunti presso termini, si fa contro essi una scarica improvvisa di moschetti, e ne rimane vittima il foriere, e gravemente feriti gli altri tre col pericolo di vita, autori ignoti: cagione l’odio. (Gazzetta del Popolo de’…agosto); più tragica fine incontrano due uffiziali piemontesi, che viaggiano con un monaco teatino da Bari per Napoli: al Vallo di Bovino sono presi da un drappello di reazionarii, e tradotti in fondo del bosco, dove i due militari sono massacrati (Gazzetta di Napoli de’ 28 marzo); ed è ben noto il macello del distaccamento di truppa piemontese con l’infelice capitano Richard presso Lucera di Puglia, (Pungolo de’ 26 marzo); nel breve tragitto tra Castellammare, ed Agerola a’ 14 dicembre sono uccisi due carabinieri.

Francesco Durelli, Le condizioni del reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Rpostes Eizioni, pag. 27.

 

SCHEGGE DI STORIA 6/2019

 

La strategia esercitata dagli ufficiali dello Stato Maggiore Siciliano, invereconda se giudicata col senno di poi, ha creato le migliori condizioni di disagio dell’abitato messinese, inspiegabilmente divenuto vittima designata di quell’insana macchinazione. Dalla Traiettoria delle artiglierie che sparavano a bombardamento, cercando con tiro alto e arcuato di raggiungere senza riuscirci i bastioni della Cittadella, trovarono molto spesso per errore di calcolo, le sottostanti case di Messina. Saranno gli stessi responsabili del comando nei loro verbali, a segnalare come a capo dei vari pezzi di artiglieria, erano posti uomini che non avevano seguito un addestramento specifico per armare e dirigere il tiro. Spesso capitava che i comandanti imponessero i gradi ai pezzi, ordinando di non modificarli per nessun motivo. Da ciò è palese osservare, che sbagliando la traiettoria, con obici adoperati sempre per bombardamento e giammai per tiro diretto o per tiro d’infilata, produssero i maggiori danni sulle sottostanti abitazioni. Il colonnello Calona ufficiale di stato maggiore, esperto artigliere fra i siciliani, in una sorta di memoriale ne avrà per tutti contro i suoi commilitoni, segnalando che un incomprensibile e scriteriato uso delle artiglierie, non solo non produceva alcun danno al nemico, svilendo le munizioni e le polveri, ma arrecava più guasti all’abitato, proprio per quell’inefficienza dei militi posti su ogni arma.

            …

Egli in un suo lavoro, in risposta ai responsabili delle operazioni d’assedio presso la Città dello Stretto, commentandone la strategia d’attacco contro i castelli costieri messinesi, segnalava tutta una serie di mancanze e di limitazioni che gettano una luce chiarificatrice sulla condizione sofferta dalla Porta della Sicilia dal gennaio al settembre del 1848.

            …

            In questo modo il Calona costruirà una sua teoria d’attacco, a suo tempo criticata da Filippo Minutilla e dagli stessi protagonisti dell’assedio, che si dimostrarono inetti a quelle situazioni, contribuendo alla caduta di Messina. Sempre Calona dimostra attraverso le prese d’atto dei comandanti delle artiglierie siciliane, che attaccare il forte San salvatore impossessandosene, avrebbe nuociuto gravemente agli assediati costretti dentro la Real Cittadella, e incalzandoli aggiunse:

            “Erano sufficienti le vostre batterie? Voi, (signor Minutella) e compagni, eravate dotti nell’arte della guerra? Con questo metodo però io credo che la Cittadella non sarà presa giammai, né per assedio, né per blocco; che si sprecheranno inutilmente da noi munizioni, danari ed uomini; e che alle lunghe la città di Messina, o resterà sepolta sotto le sue rovine, o almen sarà ridotta all’estrema miseria” (1).

Alessandro Fumia, Messina, la capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 281, 282, 284.

  1. Ignazio Calona, A Filippo Minutilla risposta di Ignazio Calona; lettera di un tamburino sul piano d’attacco della Cittadella di Messina, Malta 1852, p. 5, paragr. 6.

 

 

Innumerevoli, e quasi incredibili sono i fatti di atrocità consumtisi nel reame delle Due Sicilie per opera degli invasori nel corso dell’anno 1862, nella continuazione progressiva dello anteriore anno 1861.

      I piemontesi non contenti di comprimere lo slancio nazionale delle popolazioni per riacquistare la loro autonomia, e la monarchia legittima, e di imprigionare migliaia e migliaia di cittadini, dopo tanti altri esiliati, e raminghi per tutta l’Europa, hanno stabilito di consolidare il loro dominio unitario col terrore, quindi essi, ed i loro fautori si sono dati ad esercitare il mestiere d’incendiarii e di carnefici.

      Rimarranno nella storia come orribile monumento del passaggio della rivoluzione in Italia i nomi di ventotto paesi incendiati, le cui rovine sono registrate dalla stampa contemporanea del biennio anzi detto. L’ultimo di essi è stato Passo D’Orta (Puglia) tra le città di Foggia e Cerignola: occupato ne’ principii di novembre ultimo da una banda di volontarii regii, e assalito da un distaccamento di truppe piemontesi, che attesa la forte resistenza, non sa vincerla altramente che appiccando il fuoco alle due estremità del borgo: davanti all’incendio la banda si ritira, seguita da una parte della popolazione, che riesce a sottrarsi alla vendetta dei vincitori.

      In quanto alle fucilazioni senza giudizio vi sono stati fatti atrocissimi, chei posteri stenteranno a credere, non per difetto di autenticità, ma per riguardo alla civiltà che vanta il nostro secolo il quale mostra ribrezzo ed orrore pei sanguinosi annali francesi del 1793, e pare che miri con indifferenza i palpitanti eccidii del napoletano del 1862.

      Dovunque i così detti reazionarii ed anche i sospetti e talvolta pure coloro che non han potuto giustificarsi con un recapito itinerario, caduti nelle mani de’ drappelli subalpini, sono stati fucilati all’istante.

      In varii luoghi si son veduti sagrificii umani di trenta a quaranta prigionieri, e pare che la soldatesca, e le salariate guardie molbilizzate abbiano versato sangue, pel solo piacere di vederne scorrere e bruciate case, raccolte di cereali, provvisioni, industrie armentizie, ed ogni avere degli abitanti pel solo diletto di ammiserirli.

– Francesco Durelli, Colpo d’occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizionoi, pag.80.

 

SCHEGGE DI STORIA 7/2019

 

La borghesia italiana, specie quella agrario – mercantile, era uscita dall’esperienza napoleonica notevolmente rafforzata, sia sul piano politico che su quello economico. Per la prima volta era divenuta classe di governo e forza sociale egemone, pur nell’ambito dell’asservimento ai disegni imperialistici della borghesia francese e di Napoleone. …

La conseguente redistribuzione delle terre e la successiva privatizzazione dei demani appartenenti alla comunità favorirono il rapido affermarsi nel campo economico della borghesia terriera. Il tradizionale equilibrio della vita sociale nelle campagne viene sconvolto all’improvviso. Si assiste ad un peggiorarsi del tenore del ceto contadino e ad uno sviluppo del bracciantato agricolo. Il mutarsi dei rapporti di produzione crea in fatti una minore stabilità nei legami con la terra da parte degli stesi contadini, dovuto in parte alla pressione esercitata dalla nuova borghesia terriera sui coltivatori, in parte allo stesso aumento della popolazione ed alla specializzazione delle colture. Mentre nei secoli precedenti l’applicazione della piccola coltura permetteva al contadino di provvedere al consumo della propria famiglia, ora, la maggiore soggezione al proprietario e la tendenza alla specializzazione lo legano più ancora che nel passato al mercato, che comincia lentamente a svilupparsi nelle campagne, in dipendenza alla introduzione di sistemi capitalistici nell’agricoltura”.

– Gian Pio Mattogno, La rivoluzione borghese in Italia – Dalla Restaurazione ai moti del 1831, Edizioni All’insegna del Veltro, pag. 5.

 

 

          Il barone Ricasoli, capo del ministero a’ 3 gennaio 1862 con una circolare diplomatica strombazzava in Europa: …

“una numerosa leva viene ordinata nelle provincie meridionali e tosto le reclute si affrettano ad accorrere quasi con entusiasmo sotto la bandiera italiana!” I seguenti fatti hanno però incontra stabilmente pruovata la insussistenza di codesta assertiva:

  1. Benchè in Castellammare di Stabia si fosse ufficialmente imposto il giubilo durante le operazioni della leva nel gennaio 1862, pure de’ molti usciti al sorteggio trasportati al deposito di Napoli, tutti hanno preso la fuga, meno DUE. (Il giornale Veritiero, de’ 14 gennajo).
  2. De’ 53 sorteggiati per la leva nel villaggio di Posillipo presso Napoli, soli due possono essere arestati, essendo scomparsi gli altri 51.
  3. La nuova provincia annessa di Benevento, che sotto il governo Pontificio non aveva mai conosciuto il peso della coscrizione militare, ora ne risente vivamente, e non sa adattarvisi. I sorteggiati de’ vari comuni, che dovevano presentarsi al Consiglio reclutandone nel mattino degli 11 gennaio, non si presentano affatto: ed il Prefetto per non ismentire le solite notizie di entusiasmo per la leva, prende il ripiego di dire, che i municipii non hanno ancora pronte le carte necessarie, e regolari.  (Idem de’ 15 gennaio).
  4. Parimenti i coscritti di leva delle isole Eolie non si presentano al consiglio di rivalutazione non avendo mai soggiaciuto a questo obbligo della leva forzosa militare sotto il governo borbonico. Il nuovo governo ordina una spedizione militare per ridurre i contumaci recalcitranti all’obbedienza. Capo della spedizione è il maggiore Achille Caimi, che con un buon numero di carabinieri, con una compagnia del 21., bersaglieri, e parecchie altre compagnie del 32. fanteria, si reca in quelle isole: fa improvvisamente circondare dalle truppe i vbillaggi di Lipari, di Stromboli, di Alicuri, di Folicuri, di Panaria, e delle saline; ed arresta què renitenti, che può rinvenire, e che conduce sotto scorta al 5. deposito in Messina: rimane porzione della truppa per continuare le misure coattive contro i nascosti, (Giornale Ufficiale di Sicilia de’ … marzo 1862.

– Francesco Durelli, Le condizioni del reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 29, 30.

 

          (Sul “bombardamento” di Messina del 1848)

          La realtà dei fatti non sempre è stata raccontata nuda e cruda, bensì, si è data alla cronaca siciliana una piega surreale, se non addirittura fantastica per accrescere lo sdegno della gentew negli stati europei,  inorridite dalla barbarie che leggevano in alcuni giornali; invero gli eccessi furono davvero tanti, enumerati nei giornali dell’epoca, lo confermano molte fonti emendate sulle rivoluzioni dello stesso periodo in tutta Italia. Come sia stato possibile, che i morti fermentassero dal terreno non è dato saper, da chè, le fonti del Municipio di Messina, cui ogni cronosta si richiamava, come a celebrare la verità, invece segnalavano poco meno di ottanta morti tra i messinesi. E quelle bocche da fuoco della Citttadella ora segnalate in duecento, poi aumentate a trecento, se non che accresciute a 500, mentre il Mazzini che manco s’è visto in quelle lande ne annumerava addirittura mille, sono il metro di paragone con cui la propaganda dava il ritmo alla sua campagna diffamatoria sul conto degli aggressori napoletani. Gli inglesi che funsero da consiglieri premurosi del governo reazionario di palermo, e ruffiani della stampa risorgimentale, in rapporto ai cannoni della pioazza di Messina controllata dai regi di Napoli, negli atti ufficiali osservatio nella loro camera dei comuni, parlavano di meno di 150 cannoni. Meno di 150 visto che, almeno venti cannoni posti sul forte Lanterna sparavano verso la Calabrtia per intercettare eventuali battelli nemici. I rimanenti 130 erano impegnati a rispondere limitatamente dal forte San Salvatore verso ovest sul litorale di Porto Salvo, incontrati dalle artiglieire del Forte Realbasso in mano dei siciliani in rivolta, e sul versante opposto di mezzogiorno le artiglierie della Real Cittadella e del forta Don Blasco, erano incontrati dal Forte Sicilia; mentre gli oltre 170 cvannoni dei siciliani, dislocati a corolla sulle alture delle colline in tutta Messina, cercavano di impegnare da ogni anfratto le stesse artiglierie napoletane, finendo per devastare le case vicine asl territorio costiero. Questa segnalazioni provengono da analisi storiche, che furono prodotte dai liberali impegnatiin prima perona sul fronte, non dietro una scrivania distanti centinaia di miglia dal teatro guerreggiato di Messina. Eppure oggi si raccontano le cronache farlocche delle anime perse ovvero, di quei giornalisti di stampo liberale, che con le loro fesserie hanno intinto col sangue degli sciagurati figli i prati italiani. Sngue che scompariva improvvisamente come sintesi di inchiostro simpatico dal campo di battaglia, quando in realtà di simpatico non c’era niente.

– Alessandro Fumia, Messina la capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 236, 237.

 

SCHEGGE DI STORIA 8/19

 

“Quattro erano gli ostacoli principali che intralciavano le aspirazioni capitalistiche dell’emergente borghesia italiana: il frazionamento politico della penisola; l’assolutismo monarchico; la presenza dell’Austria; il cattolicesimo tradizionale.

Dopo il Congresso di Vienna l’Italia, che durante il periodo napoleonico era stata suddivisa in tre grandi unità politiche, tornò ad essere articolata in più Stati. Questo frazionamento politico ed economico rischiava di soffocare l’emergente capitalismo italiano, che si vide restringere gli spazi di mercato e comprimerli in aree locali e controllate.

La struttura assolutistica degli Stati italiani impediva inoltre la piena egemonia della borghesia e dei suoi alleati…

Lo strumento più idoneo per estrinsecare questa volontà politica di una classe che tendeva a ergersi a rappresentante di tutto un popolo, escluso completamente e in ogni forma dalla gestione del potere, era la Costituzione, il documento, cioè, che, redatto per iscritto, sembrava per alcuni rinnovare, per altri invece stabilire, i contenuti e i limiti di un patto sociale tra governanti e governati…

Perciò era illusorio “ritenere che quella borghesia chiamata dopo il 1815 alla collaborazione con le dinastie in una funzione subalterna della volontà sovrana potesse accettare di essere esclusa dalle scelte fondamentali compiute dal potere, dopo che nel periodo francese era stata partecipe diretta della sua gestione”.

E ciò spiega, ad esempio, le scelte costituzionali della borghesia rivoluzionaria durante i moti del 1820-21. Tra la Costituzione di Cadice del 1812, che garantiva il maggior potere della borghesia, la Charte octroyèe francese del 1814, che sanzionava il compromesso tra la monarchia, l’aristocrazia e la borghesia agraria, e la Costituzione siciliana del 1812, che favoriva le oligarchie feudali isolane, era fatale che “in queste circostanze il modello rappresentato dalla Costituzione di Cadice del 1812, mitizzata dalla pubblicistica come nessun altro testo per il contenuto nazionale e popolare a un tempo della rivoluzione spagnola che l’aveva ispirata, finisse con l’imporsi ai gruppi rivoluzionari dei Regni di Sardegna e delle Due Sicilie.

Essi ne esaltarono le norme liberali e sembrarono ravvisarvi lo strumento più idoneo per garantire alla borghesia il recupero di quella egemonia sociale che la Restaurazione, almeno in parte, le aveva tolto…

La presenza dell’Austria garantiva lo status quo, sanzionava il frazionamento politico ed economico della penisola e quindi costituiva il principale ostacolo all’unità (o federazione) politico-economica dell’Italia e all’ampliamento del mercato…

La politica austriaca – incarnata dal Metternich – era ispirata ai concetti di autorità, stabilità ed equilibrio. Ma occorre aggiungere che tali concetti nascondevano un pericoloso germe sovvertitore. Se Metternich non fu il “tremendo tiranno” di cui ha favoleggiato la pubblicistica liberale, non fu neppure “l’ultimo grande europeo” (E. Malynski). Egli colpì la rivoluzione nei suoi effetti più appariscenti, ma non nelle sue cause più profonde. Individuò acutamente nelle sette e nella borghesia le forze motrici della rivoluzione, ma represse le prime lasciando intatta la seconda, che ne era la linfa vitale…

Eppure aveva compreso lucidamente che ”les classes agitèes sont celles des hommes d’argent, veritablès cosmopolites, assurant leurs profits aux dèpenses de totu ordre de choses quelconque”.

Quando però si trattò di passare alle misure pratiche, tutte queste enunciazioni anti borghesi vennero meno. La forza del capitale non fu per nulla intaccata…

E’ emblematico il caso di Napoli, dove Metternich impose l’allontanamento del principe di Canosa e incoraggiò la “Politica dell’amalgama” (1), vero cavallo di Troia della rivoluzione.

Non di meno, per le forze rivoluzionarie Metternich e l’Austria restavano i nemici mortali da combattere e annientare…

Il Cattolicesimo tradizionale era l’alleato naturale dei sovrani, esercitava una notevole influenza sulle masse popolari, si dichiarava apertamente ostile al liberalismo borghese e si ergeva a difesa dell’antica società. Esso pertanto era il nemico naturale delle forze rivoluzionarie ebraico-massoniche e borghesi. L’odio contro Roma papale costituì il filo conduttore di tutte le trame risorgimentali. La Chiesa inoltre possedeva vaste proprietà, beni di manomorta (2) sottratti al mercato e all’avidità della borghesia e dei suoi alleati. Tutto ciò spiega a sufficienza le vere motivazioni della lotta borghese contro la “Teocrazia papale”…

Su queste quattro direttrici si articolò l’assalto delle forze rivoluzionarie. Le parole d’ordine, in relazione alle contingenze storiche e alle esigenze delle varie frazioni della borghesia, furono dunque: costituzionalismo, liberismo economico, lotta all’Austria, repubblica, liberalismo e democrazia, unità, federalismo, cattolicesimo liberale: obiettivi che rientravano tutti nel quadro delle aspirazioni dei ceti borghesi.

Le rivoluzioni che hanno costellato la storia d’Italia dalla Restaurazione all’Unità furono altrettante tappe all’assalto ebraico-massonico e borghese alla società tradizionale italiana. Di tali rivoluzioni la borghesia fu l’asse portante…

Un contributo non trascurabile all’assalto borghese fu dato dalla massoneria grazie all’attività delle logge, ma soprattutto dei singoli massoni che operarono tramite le società segrete affini…

Con l’Unità d’Italia anche la massoneria conquistò la sua “libertà”, che seppe mettere a frutto per piazzare i suoi adepti nei posti chiave del nuovo Stato borghese. Quest’opera di infiltrazione fu lenta e graduale, poiché la stragrande maggioranza degli italiani – del tutto estranea al “Risorgimento” – era ancora devota alla Chiesa.

– Gian Pio Mattogno La Rivoluzione Borghese in Italia – Dalla Restaurazione ai moti del 1831, Edizioni All’insegna del Veltro, pag. 8, 9, 10, 13, 14.

 

 

(1) La politica detta “dell’amalgama”, imposta ai Borbone dal Metternich nel corso del Congresso di Vienna, prevedeva l’inclusione di funzionari e graduati militari che avevano precedentemente aderito alla Repubblica Napoletana di Murat, fra le gerarchie istituzionali dei restaurati governi. Tale espediente, nelle intenzioni del suo promotore (il Metternich), aveva lo scopo di “limare” le divergenze fra i sostenitori della precedente repubblica napoletana e i fedeli servitori della corona. Di fatto però, come molto giustamente sostiene il Mattogno, si trattò di un vero e proprio “Cavallo di Troia”, che già dall’indomani del Congresso di Vienna cominciò a minare le basi di quella monarchia che aveva riammesso fra i suoi ranghi, perdonandoli, i vecchi traditori.

(2) L’uso del termine “manomorta”’, risale al periodo feudale. Era usanza in quel tempo inviare al regnante la mano recisa del vassallo per comunicarne e certificarne l’avvenuto decesso. Successivamente con tale termine si indicarono principalmente i diritti di esenzione da tassazioni dei beni di proprietà di enti perpetui, nonché la loro inalienabilità.


 

 

          Turbolenze gravissime segnano il 1^ giorno di gennajo in Castellammare del golfo (Sicilia) a causa del nuovo peso della coscrizione militare. Il popolo in armi insorge, gira il paese a colpi di fucile, gridando ABBASSO LA LEVA, morte a piemontesi, viva la repubblica, afferra, e minaccia di massacrare il Delegato di Pubblica Sicurezza, il costui figlio e il Sindaco: i carabinieri sardi, e il guidice mandamentale nella fuga ricevono dietro una scarica di fucilate, è aggredito, ed ucciso con la figlia, il Borusco comandante della guardia nazionale; è incendiata la casa, e gli abitanti della famiglia Asaro; quella del medico Calandra, ed ucciso un Antonino di tal cognome; bruciate tutte le officine delle  pubbliche amministrazioni. Accorso ad Alcamo (capo distretto) il comandante Varvaro de’ militi a cavallo, è ucciso con sette de’ suoi. Di quest’agitazione cominciano a risentire gli altri apesi convicini. I piemontesi si risolvono ad un colpo disperato: da Palermo, e da tutti i punti di Sicilia concentrano per mare e per terra le loro forze contro il paese insorto, il quale si difende con ardore, ed uccide nell’assalto il capitano Mazzetti, piemontese, un sergente de’ bersaglieri, e varii altri militari restano feriti. Accorrono nuove truppe, e fanno uno sbarco numerosissimo. Ecco come si esprime il Diritto a Torino de’ 5 gennaio: “oltre di tante truppe corse in Castellammare in Sicilia, vi sono spedite nella notte stessa de’ 2 sul onzambano due compagnie di bersaglieri; e questa fregata non può accostarsi alla spiaggia, ove son collocati due obici degl’insorti, che per due ore la fanno stare lontana: bisogna far venire da Trapani la bombardiera l’Ardita, che fa tacere i due obici della spiaggia, e così si accinge allo sbarco; ma appena approda il primo battello, una scaric adegl’insorti fa cadere il capitano della compagnia, e vari soldati; allora la fregata comincia a lanciare granate a giusto tiro, e costringe gl’insorti a cambiare posizione; la truppa riesce a sbarcare; esegue vari arresti, fucila sette individui sul momento (di tre de’ quali non si cura nnè anche, di liquidare nome e cognome); ne manda 27 legati, a Palermo; il nucleo degli insorti si getta su’ monti… Da ciò si vede, che la massa del popolo in Sicilia è malcontenta; sia per non aver guadagnato nulla dopo la rivoluzione, sia per odio verso la leva; sia per timore di nuovi dazii”.

– Francesco Durelli, Colpo d’occhio su le condizioni del reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 30.

 

SCHEGGE DI STORIA 9/19

 

Nello stesso mese di marzo (1862 n. d. scr.) sono arrestate nelle Puglie 4 donne, come conniventi de’ briganti: se ne fucilano 3, per effetto del programma di Fantoni; la 4, essendo incinta e quasi prossima al parto, le si usa il riguardo di attendere il puerperio, e quindi è fucilata.

            Luigi Franco, capitano di guardia mobilizzata, di Montescaglioso, distretto di Matera (Basilicata) in uno dei giorni del cessato mese di marzo, perlustrando il bosco di Bernalda, s’incontra con 12 pastori, che guardano i loro armenti, e chiede sapere se avessero notizie della banda brigantesca: costoro rispondono negativamente per essere stranieri di que’ luoghi. Procede oltre; s’imbatte co’ briganti, e vi si attacca. Pochi giorni dopo, ritorna nello stesso bosco, per vendicarsi de’ pastori, da’ quali egli crede essere stato ingannato; invece de’ medesimi, vi trova 10, o 12 contadini con le loro famiglie, li cattura, li lega mani e piedi, li chiude in un pagliaio; poi fa tirare moschettate da’ suoi contro di questo e per giunta vi fa accendere fuoco intorno, e così brucia vivi 10, o 12 innocenti, in presenza delle famiglie.

            Ed anche nel cennato mese di marzo, per effetto della ordinanza del Fumel, sono fucilati quattro contadini, portatori di mezzo pane cadauno, onde cibarsene lungo il cammino da Policastro (Calabria) fino a Crotone loro patria: usciti appena dal primo de’ detti paesi incontrano la guardia nazionale, che perquisitili, li lascia andar via, perché nulla di criminoso vede in quel poco pane. Procedendo oltre, si imbattono in un distaccamento di truppa piemontese, che senza misericordia li uccide.

            Più tragico è l’avvenimento de’ 3 aprile nell’anzidetto comune di Policastro. Vincenzo Minelli, figlio del fu Rosario, di anni 40, agricoltore, di colà, ammogliato, e padre onesto di 12 figli in tenera età, di eccellente reputazione morale, è denunziato con altri tre suoi vicini, di aver regalato del salame a’ briganti. Su la denunzia verbale, e nel breve spazio di ore due, Minelli è arrestato e fucilato, con gli altri tre complici, i cui nomi sono: Domenico Scandale, agnominato Colamatteo, mulattiere, di anni 33. Domenico Le Rose, agnominato Granpillo, calzolaio, di anni 22. Francesco Critozzo, mercante, di anni 60.

            Il luogo della esecuzione fu il colle S. Francesco in Policastro. Inutili riuscirono le intercessioni della popolazione commossa, per ottenere almeno una sospensione di 24 ore, onde dimostrare la innocenza delle vittime; inutili le lagrime de’parenti, delle mogli, e de’ figli delle medesime.

– Francesco Durelli, Colpo d’occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 89, 90.

   

            In Sicilia la situazione si presentava più complessa. La restaurazione borbonica aveva privato l’isola della sua tradizionale autonomia e ciò aveva suscitato malumori e sentimenti anti napoletani soprattutto fra l’aristocrazia.

            Con l’annessione e l’abolizione della Costituzione del 1812 questa si era vista sottrarre numerosi privilegi politici, ma conservava la sua forza economica. Anzi, la trasformazione delle proprietà feudali baronali in beni di libera proprietà decretata dalla Costituzione, e che fu conservata nella legislazione della monarchia restaurata, si risolse in “un ottimo affare per i baroni, analogo a quello che la nobiltà francese aveva cercato di compiere con la solenne rinuncia del 4 agosto 1789”.

            Infatti tale trasformazione “se da una parte sanciva la cessazione delle giurisdizioni baronali, rendeva gli antichi proprietari padroni assoluti delle terre prima soggette a servitù e pesi. Lo stesso scioglimento degli usi civici, goduto sin allora dai contadini sulle terre baronali, che i baroni ottennero in compenso della rinunzia ai diritti feudali, costituì una spoliazione dei ceti rurali inferiori (…)”.

            Il baronaggio dovette sostenere la concorrenza dell’emergente borghesia che aspirava al dominio della terra. L’abolizione degli usi civici restituì piena libertà alle terre soggette ai diritti promiscui. Il governo tentò a più riprese la quotizzazione a favore dei contadini, per compensarli dei diritti perduti. “Ma in fondo, contrastando fra di loro, nobiltà e borghesia concordavano poi nell’intento fondamentale di escludere dal possesso delle terre i contadini, ai quali, come titolari degli antichi usi civici, ne sarebbe spettata la parte maggiore. Anche quando si giunse alle quotizzazioni – e assai spesso dovettero passare parecchi decenni – esse furono viziate da abusi d’ogni genere a danno dei contadini; e anche per quelli di costoro che riuscirono ad ottenere delle quote, si trattò nella quasi totalità dei casi, di un possesso ed effimero (…). La grande operazione si risolveva dunque in una colossale spoliazione a danno dei contadini siciliani, i quali perdettero un patrimonio antichissimo, che li aveva aiutati a soddisfare i bisogni più elementari ed urgenti”.

            In questo periodo si assiste al ridimensionamento del patrimonio fondiario della nobiltà a vantaggio della nuova borghesia dei galantuomini. Ma il dato di fatto più importante è il maturarsi di una sostanziale unità di interessi tra nobiltà e borghesia in funzione anticontadina e anti borbonica. Scrive ancora Romeo che nonostante i contrasti “la comune partecipazione alla proprietà terriera viene creando fra nobiltà e borghesia un tessuto di comuni interessi, vuoi nei confronti della massa contadina, da taglieggiar coi gravissimi contratti agrari, i tributi locali, le usurpazioni demaniali e al tempo stesso da tener a bada e raffrenare nella sua crescente insofferenza; vuoi nei confronti dello Stato, che con l’azione antifeudale comincia adesso a colpire anche gli interessi della borghesia usurpatrice di demani, ed erede in genere delle ragioni e delle pretese degli antichi feudatari”.

            Cominciava così a saldarsi quel fronte unitario indipendentista e anti borbonico tanta parte ebbe nelle vicende rivoluzionarie dell’isola.

– Gian Pio Mattogno, La rivoluzione borghese in Italia, dalla restaurazione ai moti del 1831, Edizioni All’insegna del Veltro, pag.199,120.

 

Garibaldi otteneva, a Calatafimi, il suo primo successo militare e già affioravano, soprattutto nella parte della Sicilia non ancora inclusa nel raggio di azione del Generale o dei suoi emissari, i contrasti fra poveri e ricchi. La prima sollevazione contadina del 1860 avvenne il 17 maggio ad Alcara Li Fusi (oggi provincia di Messina) se escludiamo quella avvenuta a Mistretta quattro giorni prima di proporzioni e conseguenze meno gravi.

I gravi fatti di Alcara costituirono l’inizio di una lunga serie di sollevazioni popolari e il governo di Torino interpretò tali agitazioni contadine non come espressione di un grave disagio sociale…, ma come la “prova” che le popolazioni siciliane fossero ancora a uno stadio di semi barbarie, use soltanto a “sentire” e a piegarsi alle maniere forti. …

            Gli elenchi degli uccisi dai popolani nei numerosissimi centri dove esplose la rivolte delle “coppole” non riportano che raramente nomi della piccola aristocrazia di campagna. Furono quasi sempre i “civili”, i sindaci, i notari, gli avvocati, gli esattori a subire le conseguenze dell’ira popolare e ciò costituisce la riprova di quanto andiamo sostenendo: o nelle sommosse popolari, dal maggio 1860 in poi, i contadini ebbero di fronte soltanto “civili” perché i nobili non erano fisicamente presenti o l’odio popolare non era rivolto contro questi ultimi.

            La Guardia nazionale, in numerose occasioni ebbe il compito di rappresentare e garantire l’ordine borghese e soprattutto, dopo il noto “esempio” di Bixio a Bronte, fu la forza repressiva delle sommosse contadine nelle “province siciliane”.

– Giuseppe Pandolfo, La dittatura dei moderati in Sicilia, da Bronte a Fantina, pag. 13 – 15.

 

SCHEGGE DI STORIA 10/19

 

            Tra i motivi, che rendono odiosa la leva  imposta dal governo piemontese nelle usurpate provincie meridionali, si annoverano i seguenti. Quivi si pretende ora chiamare sotto le armi più di 36 mila coscritti, mentre pel passato non si oltrepassava il numero di 18 mila. La somma pel cambio, o sostituzione nel servizio militare era di 240 ducati, ed ora si è più che triplicata fissandosi a ducati 729 con mille imbarazzi e difficoltà. Secondo le provvide leggi napoletane (encomiate  nella stessa Camea de’ deputati) erano taluni, paesi marittimi esenti dal fornire un contingente per la truppa di terra, dando solamente capaci marinai per la flotta; ed ora le leggi piemontesi distruggendo all’intutto una vetustissima consuetudine, li assoggettano con somma ingiustizia al doppio contingente; per cui quei paesi marittimi sono spopolati dalla emigrazione, come risulta dalle ultime statistiche delle isole di Ischia, Procida, Ventotene, e Lipari,  che sono ridotte alla miseria ed allo squallore. Inoltre le antiche leggi del regno esentavano dal servizio militare i laureati, gli emancipati, e gli unici relativi, che ora per le austere leggi di Torino sono tutti requisiti pel servizio militare, ciò che accresce il malcontento generale.

          Dimostra con siffatte leggi il Piemonte di voler tutti soldati, senza badare alle esigenze della società, alla perpetuità a sostegno delle famiglie, al progresso delle utili discipline.

Aggiungasi che col maggiore danno delle famiglie stesse il governo subalpino ha dato risposte equivoche ed evasive su’ molti reclami pervenutigli contro le risoluzioni date da’ Consigli di leva delle provincie meridionali, che costringono a marcviare individui, i quali hanno acquistato diritto alla esone razione, mercè il cambo già fatto per essi, o per uno della famiglia.

          E’ così progredita l’avversione per la leva in Sicilia al cadere dell’anno, che bisogna circondare con molta truppa i comuni di Adernò, Paternò, e Biancavilla, fino al punto di non farne uscire niuno degli abitanti, onde assicurarsi de’ coscritti. Costoro vengono poi trasportati nel Piemonte  in modo così barbaro e disumano, che nella traversata da Napoli a Genova, sul piroscafo Generale Garibaldi ne muoiono due intirizzite pel freddo, ed altri 200 circa sbarcano molto maltrattati dalle intemperie.

– Francesco Durelli, Le condizioni del reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 32.

 

 

            Per spiegare questa miseria riportiamo le condizioni (sul finire del XIX secolo, n.d.a.) di uno dei più frequenti contratti che regolavano il rapporto del contadino (siciliano, n.d.a.) col proprietario, più spesso col gabellotto. Ci riferiamo al contratto di metaterìa nella sua forma più comune. Il padrone anticipava la semenza, il contadino preparava il terreno, seminava e affrontava alcune spese quali la guardiana, un servizio di sorveglianza che costava mediamente un tumulo di grano per salma di terra. Il raccolto ottenuto infine si divideva a metà, ma dalla sua metà il villano doveva detrarre le seguenti voci: 1) la semenza ricevuta più l’addito che gravava la quantità con un interesse del 25% per soli sette mesi; 2) un terraggiuolo o antiparte che variava da una a due salme di grano per ogni salma di terra; 3) il diritto di messa, un tumulo di grano per salma di terra. Valeva soprattutto per i fondi lontani dai centri abitati dove il prete si recava a dire messa domenicale. Era notorio che il padrone facesse laute creste su questo diritto; 4) il diritto di estimo o stimatina che si pagava nel solo primo anno in cui si coltivava il frumento; era di circa un tumulo per salma di terra; 5) diritto di sfrido: ¾ di tumulo per salma di terra; 5) restituzione della tassa di ricchezza mobile colonica che per legge spettava al padrone anticipare; 6) diritto di cuccìa o del maccherone, offerto al campiere quale dono; 7) diritto del galletto; 8) diritto della candela (l’olio consumato dalla lucerna) ed altro che denunciava dell’impietosa attenzione di quella classe padronale di tirare la corda allo stremo.

– Vito Lo Scrudato, Varsalone, l’ultimo brigante, Pietro Vittorietti Edizioni, pag. 47, 48.

 

 

            Nel 1892 vennero a galla gravi irregolarità finanziarie. Spiega Rosario Esposito: “(Nel 1892) scoppiava lo scandalo della Banca Romana e più propriamente lo scandalo delle Banche, poiché venivano a galla irregolarità e allegria di amministrazione – spesso a favore di massoni, anche quando questi erano notoriamente insolventi – in tutti i principali istituti di credito. Lo stesso Crispi dovette dovette comparire in tribunale a Bologna, per aver chiesto e ottenuto senza giustificazione plausibile 150.000 lire dalla sede bolognese del Banco di Napoli: si giustificò adducendo che l’avevano spinto al gesto – allora audace – ragioni ed interessi altissimi dello Stato, allorchè egli era ministro degl’interni, nel ’94 – ’95. Si giunse a dichiarare l’incompetenza del tribunale di Bologna (1897); si trovava sempre una soluzione. Lemmi ebbe ancora la possibilità di mettere tutto a tacere e di rabberciare le maglie dell’organizzazione che denunciavano sfrangiature. Fu anzi quella l’epoca in cui, coi suoi viaggi “missionari” in tutta Italia, riuscì a infiammare l’organizzazione del miglior zelo antiecclesiastico, tenendo una serie di discorsi.

            Sia Crispi che i banchieri e i politici massoni non subiranno le conseguenze del loro latrocinio.

Antonella Randazzo, Dissimulazioni massoniche, Espavo Edizioni, pag. 107.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 11/19

Il trattato segreto sottoscritto unitamente agli ambasciatori di Spagna, Inghilterra,Francia, Belgio, Olanda, Sassonia e Polonia, alleate e operative in vari scenari contro l’Austria, cobelligeranti affinchè l’Italia meridionale passasse sotto il contro  lo spagnolo, determinarono l’agenda politica del secolo successivo. Controllo che prevedeva allo stesso tempo, libero accesso ai commerci di quel distretto italiano in favore dei regni alleati. Stanno qui le fondamenta politiche  che apportarono tanti guai ai territori delle due Sicilia.  Sta proprio qui,  la principale causa coagulante degli interessi anglo – francesi  sui destini di queste terre. Favorendo l’insediamento di Carlo III nell’Italia meridionale, quindi nel radicamento della dinastia dei Borbone di napoli presso il rispettivo distretto  della futura Italia meridionale, si stabilisce un interesse morboso dell’Europa  sul regno delle due Sicilia. Dopo il Congresso di Vienna, l’Europa riappacificatasi con la Francia, si ricreeranno le antiche frizioni politiche, generate questa volta, dalla discontinuità di comportamento dei nuovi prìncipi  ereditari napoletani. L’adempimento degli impegni assunti quasi un secolo prima, per mantenere inalterata la linea strategica generata da quei patti di alleanza, diventerà il cavillo necessario a sovvertire il controllo di Napoli in Sicilia.  Le scelte in politica, producono sempre le conseguenze successive per determinare i futuri scenari politici; così accadeva che, con la crisi siciliana del 1820 Ferdinando IV, riportando l’Austria nel meridione italiano, scatenasse le rivendicazioni degli antichi alleati duo siciliani, avendo a verificare che non esistevano più le condizioni garantite dai patti di Siviglia del 1729. Can la discesa in campo di un nuovo agglomerato politico, strettosi in triplice alleanza: La Russia, la Prussia e l’Austria, appoggiando le richieste di Ferdinando IV schieratosi dalla loro parte contro gli antichi amici del suo genitore, si andrà delineando la contrapposizione  di quelle nazioni, un tempo alleate, che aveva favorito la nascita di quel regno adesso ribelle.

Alessandro Fumia, Messina, la capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 195.

 

 

            Il Malta Times accenna a’ molti fuggiaschi siciliani che approdano nell’isola di Malta: nell’ultima settimana di ottobre 1862 il numero ne ascese a 60 e ventisei ne arrivarono tutti in un giorno, fuggitivi dalla coscrizione. E il giornale La Stampa Napolitana dei 22 novembre dice: “l’ordine della leva ha commosso la Sicilia, e molti per sfuggirla si sono appiattati ne’ monti, e sono emigrati: a Malta ne arrivano tuttodì in gran numero, il telegrafo 8sempre bugiardo) vuol far credere poi, che in Sicilia la leva de’ nati del 1842 procede regolarmente”.

            Nell’Osservatore Napolitano de’ 15 maggio si legge: “che 40 coscritti provenienti da Lecce per recarsi al Consiglio generale di leva in Bari, giunti in Mola fuggono,e si imbarcano segretamente per la Dalmazia, dove arrivano dopo 48 ore di navigazione, e sono bene accolti da quelle Autorità civili”.

Al Monte di Procida, preso Napoli gli abitanti fanno una reazione allo annunzio della leva militare; percuotono il Sindaco, ed incendiano la farmacia di uno dei più esaltati fautori del nuovo governo.

Sul lodevole, e benigno sistema dell’antica legge per la leva militare nelle due Sicilie sotto il cessato governo, nello stesso parlamento di Torino i deputati Pace , Ricciardi, e Minervini, (tornate de’ 14 giugno, ed il luglio 1861) fanno onorevoli menzioni “avendo dato un esercito di buoni soldati, e meglio d’ogni altro in Europa, legge patema, ed economica, e senza stipendio, efficacissima in pratica; migliore assai della nuova legge, introdottavi dal Piemonte, che è costosa, e di origine tedesca.

Il giornalismo napoletano declama pel modo indegno , ed inusitato col quale il governo fa scortare da’ carabinieri i giovani coscritti, conducendoli pubblicamente per la città ligati come malfattori; ciò che da luogo a sospettare venire quelli di mala voglia, e forzati ad entrare nelle file de’ difensori della patria.

Il Corriere Siciliano benché foglio ministeriale,riferisce “che in quell’isola al primo appello dell’ultima leva a più della metà degli inscrittisi sono resi contumaci”. E l’altro giornale Il Precursore annuncia che “nella notte dell’ultimo di dicembre, evadono dal Lazzaretto di palermo36 reclute di leva ivi arrestate come resistenti, essendo salite per una scala di corda sopra un’urna d’acquad’onde discesa un’alta muraglia, prendono la via rotabile e vanno via imbarcandosi quasi a vista delle truppe, e delle guardie di custodi”.

Francesco Durelli, Colpo d’occhio sulle condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Rpostes Edizioni, pag. 31.

 

 

            Nell’autunno del 1997 il pentito Antonino Patti uomo d’onore sicario e pluriomicida appartenente alla famiglia mafiosa di Marsala è un fiume in piena. Al sostituto procuratore di palermo Massimo Russo, nel confessare una lunga serie di atroci delitti e tutte le tresche delle cosche del marsalese di cui era a conoscenza, a conclusione della sua lunga deposizione, mettendo la ciliegina sulla torta ale sue dichiarazioni, che verranno opportunamente verbalizzate dal magistrato, si lascia andare ad una inaspettata e sconcertante affermazione per fatti che accaddero centotrentasette anni prima ed esattamente l’11 maggio 1860. “All’atto dello sbarco a Marsala anche Garibaldi pagò il pizzo alla mafia. Questo ho appreso – prosegue il Patti nella sua dichiarazione – durante una riunione con alcuni vecchi uomini d’onore (costoro ovviamente costituivano la memoria storica dell0organizzazione criminale) … Questi vecchi uomini d’onore in occasione di quella riunione discutevano del fatto che pure Garibaldi pagò il pizzo per sbarcare a Marsala. Ha dovuto versare una certa somma per attraversare la città e un’altra per arrivare sino a Salemi”.

Ignazio Coppola, Anche Garibaldi pagò il pizzo, Spazio Cultura Edizioni, pag. 25, 26.

 

 

2020

SCHEGGE DI STORIA 11 – 12 /’20

Con la convenzione del 29 aprile 1815 Metternich impose una serie di garanzie a favore dei murattiani e degli usurpatori dei beni nazionali:

“I° Personne ne pourra ètre recherchè ni inquietè pour les opinions et la conduite politique qu’il aura antèrieurement au retablissement du roi Ferdinad IV sur le tròne de Naples, dans quelque  temps et dans circostance que ce soit.

“2° Le vente des biens de l’Etat est irrèvocablement maintenue.

“3° La dette publique sera garantie.

“4° Tout Napolitain est habile à possedere les offices et les emplois soit civiles, du royaume.

“5° Les noblesses ancienne et nouvelle seront conserves.

“6° Tout militaire au service de Naples nè dans le royaume des Deux – Siciles, qui prètera le serment de fidelitè à Sa Majestè le Roi Ferdinad IV, sera conserve dans ses grades, honneurs et pensions” 5 bis).

          Lo scopo di queste garanzie, ribadite dalla convenzione di Casa Lanza del 20 maggio e dal secondo articolo separato e segreto del trattato con l’Austria del 12 giugno 1815 che metteva in guardia il governo napoletano “desnouvelles reactions et du danger d’imprudentes innovations” (6 bis), fu         precisato da Metternich in un dispaccio al principe Jablonowski, ambasciatore straordinario e ministro plenipotenziario presso Ferdinando (4 novembre 1815): “En vous chargeant de veiller au maintien de nos transactions avec la Cour de Naples, nous nous sommes proposès pour but d’enchaìner et d’ètouffer l’esprit de parti ed de vengeance, de faire respecter le droit de proprietè fondè sur les lois, de prèvenir enfin toute rèaction dangereuse propre a compromettre la tranquillitè du pays (…) 7 bis).

          E’ vero che Metternich, come scrisse il Ruffo a Ferdinando il giorno stesso della Convenzione, “desidera, però, ed esige che non s’introduca, e non si faccia veruna costituzione, né cosa che somigli ad atto costituzionale” 8 bis), ma è altrettanto vero che, per amore della “tranqullitè du pays” e per evitare “l’esprit de parti et de vengeance”, si impedì a Ferdinando di colpire quella stessa borghesia che con spirito di partito e di vendetta aveva lottato al servizio degli invasori francesi contro la monarchia borbonica; e che conservando il potere economico alla borghesia, ma escludendola dalla gestione del potere politico, non si fece altro che sollecitare ancora dipiù i suoi appetiti affaristico – rivoluzionari. Così la borghesia, al riparo della politica dell’amalgama e delle garanzie internazionali, potè tranquillamente preparare la nuova ondata rivoluzionaria che di li a pochi anni avrebbe investito la monarchia borbonica.

Con buona pace della “tranquillità del paese”.

– Gian Pio Mattogno, La rivoluzione borghese in Italia, Edizioni all’insegna del Veltro, pag. 173, 174.

 

 

          Di tutti i modi con i quali può smascherarsi una disfatta, il più sicuro è quello di trasformala in vittoria, come ha pensato di fare il governo subalpino nel menare in trionfo i riconoscimenti del nuovo regno italico da parte di alcuni gabinetti europei. E’ pregio dell’opera meditare sul proposito con quale elevatezza di vedute diplomatiche se ne sia giudicato nelle Camere del belgio. Datasi quivi lettura del dispaccio col “con il quale, si dice, non essersi fatto altro, che riconoscere nel nuovo regno d’Italia uno stato di possesso senza costituirsi giudice degli avvenimenti, che l’hanno stabilito a riserbarsi la libertà di estimazione rispetto alle eventualità che potrebbero modificare questo stato di fatto”, il ministro degli affar esteri conferma oralmente “di riconoscere il semplice fatto,così richiedendo l’interesse del Belgio, e i doveri di neutralità; e protesta di non avere con ciò riconosciuta l’Italia come posseduta da un solo Sovrano in tutta la sua ampiezza; né le aspirazioni di una nazione novella in tutta la loro estensione”. E ad attenuare l’effetto prodotto  dagli eloquenti oratori della opposizione, aggiunge “noi riconosciamo soltanto uno stato di fatto di possesso, senza costituirci giudici, né solidarii”.

          Ed il ministro delle finanze signor Frère spiega “che non solo questo riconoscimento non conferisce verun diritto, ma se i governi caduti in Italia saranno restaurati, noi li riconosceremo”.

– Francesco Durelli, Colpo d’occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 141.

 

 

E così, già dai tempi di Carlo III era stato provveduto a migliorare i traffici marittimi attraversi la stipula di trattati di pace  e di navigazione con la Porta Ottomana (nel 1740) e Tripoli ( nel 1751). Il figlio di Carlo III, il re Ferdinando, che fu il rpimo re delle Due Sicilie dopo essere stato re di Napoli e poi di Sicilia, istituì a Palermo  il seminario nautico (nel 1789) che in seguito si trasformò nel “Centro degli studi nautici dell’isola” che ebbe un seguito in diversi centri marinari (Siracusa, Messina, Trapani, Catania, Cefalù, Riposto e Giare)  dove vennero create identiche scuole con connesso inizio anche dei lavori portuali che, però, non procedettero con la dovuta celerità. Ma è l’11 luglio 1840, con apposito atto notarile che istituisce  la Società anonima di battelli a vapore, che comincia veramente a svilupparsi in grande stile l’attività armatoriale isolana nella quale eccellono Benjamin Ingham e Vincenzo Florio che tanto evidenzierà il suo impegno in questo ramo.

     E la stessa rivoluzione del 1848 non ebbe influenze negative come non le creò nemmeno la successiva restaurazione in quanto in occasione della rivoluzione Messina era stata reintegrata quale scalo e porto franco e Florio aveva anche acquisito qualche nuovo vapore.

     Inoltre nel decennio immediatamente precedente  l’impresa garibaldina il porto di Palermo aveva visto sorgere un bacino di raddobbo in usio della marina mercantile sia a vapore che a vela mentre il solito Vincenzo Florio continua ad acquistare nuovi vapori che gli consentono di gareggiare con la flotta mercantile di Ingham. E in questo modo la marina mercantile siciliana raddoppia il suo tonnellaggio e quella a vapore, con cinque unità, ascende a circa 1200 tonnellate.

     Nel frattempo, come già da noi affermato, nel 1841 era stata creata la Fonderia Oretea che dopo l’Unità sarà non solamente un punto di riferimento di tutta l’industria isolana ma ne costituirà l’emblema per il peso che indubbiamente ebbe nell’ambito delle iniziative imprenditoriali sicule.

Domenico Lo Iacono, Economia in Sicilia – Dai Borbone al Fascismo, ISSPE Edizioni, pag. 25, 26.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 10/’20

 

        Fallito miseramente il progetto di “esportazione” dei criminali meridionali in penitenziari o colonie all’estero, si pensò bene a quel punto di potenziare le prigioni sul territorio nazionale e di inasprire le condizioni di vita e di permanenza dei detenuti nelle carceri da sud a nord del paese, tanto da far dire, con ribrezzo e disgusto, al deputato liberale milanese Giuseppe Ferrari, nel suo intervento alla Camera nella seduta del 19 novembre 1862: “Vengono cacciate nelle carceri e fucilate famiglie intere. Il numero delle vittime e dei carcerati è enorme. E’ questa una guerra da barbari! Se il sentimento vostro morale non vi fa inorridire di camminare sguazzando nel sangue, io non saprò più comprendervi. E quanto io affermo del regno di Napoli, ditelo pure della Sicilia. La pure si cacciano le genti in prigione e si uccidono a fucilate senza nessun formale procedimento… Versare sangue è divenuto sistema. Ma non si rimedierà al male, versando sangue a torrenti. Nell’Italia meridionale non si crede a siffatto sistema di sangue e chi veste una divisa si crede in diritto di uccidere chi non ne porta.”  A Ferrari, farà eco qualche mese dopo, nella tornata parlamentare del 18 – 20 aprile 1863, il napoletano deputato  radicale Giuseppe Ricciardi che tra l’altro sosteneva:”Solo a Palermo imputridiscono seminudi tra i vermi 1400 prigionieri. Alla Vicaria di Napoli sono stipati ben 1000. I più tra questi non sono stati neppure interrogati e giacciono poi tutti in carceri orribili tanto quanto le carceri di Palermo (che si riempiranno e traboccheranno ancor di più dopo la rivolta del “sette e mezzo” che insanguinerà la capitale dell’isola nel settembre del 1866 e di cui parleremo più avanti). Alcuni, senza sapere come, si trovano imprigionati da 22 mesi. Il pane che si dà ai carcerati è tale che io non l’augurerei nemmeno al conte Ugolino.”La vita e la libertà dei nostri concittadini – concludeva nel suo accorato intervento  l’onorevole Ricciardi – dipende talvolta dal capriccio di un capitano, di un luogotenente, di un sergente o di un caporale”. E ancora più avanti, il 27 gennaio del 1866 nel suo intervento al parlamento, Pasquale Stanislao Mancini, deputato della provincia di Avellino, (che più avanti sarà ministro della giustizia del governo De Pretis e si batterà per l’abolizione della pena di morteO sosteneva di non essere in grado, per quante erano, di esporre dettagliatamente e compiutamente, le fucilazioni e le carcerazioni arbitrarie decretate dai tribunali militari alle quali l’Europa intera, se ne fosse venuta a conoscenza, sarebbe inorridita.

Ignazio Coppola, Risorgimento e risarcimento – La Sicilia tradita, CNA Edizioni, pag. 137, 138.

 

 

          La Stampa giornale del 4 dicembre, riferisce, che nella città di Vasto (Abruzzo) durante lo stato d’assedio, sono state incarcerate 60 persone, su la cui sorte ha capricciosamente deciso il potere militare, senza curarsi per niente dell’autorità giudiziairia.

 

          Nelle prigioni di Chieti (secondo L’Indipendente 3 settembre) sono ammassati 500 reazionarii co’ loro capi Colatella, e Molecola; e temendosi di evasioni si pensa mandarli da ora ne’ bagni penali di Pecara, anche prima del giudizio, che procede lentamente.

          Il Diritto degli 8 aprile annunzia “scriverglisi da Catanzaro (Calabria) di essere quivi le prigioni rigurgitanti di detenuti, senza letti, senza paglia, senza coverte, tanto che 280 di essi sonosi ammlati di tifo; molti ne muoiono giornalmente; e le autorità non pensano a sollevare la condizione di tanti infelici”.

          In Brindisi (Puglia) il forte di mare è ripieno delle più ragguardevoli persone della provincia, e soprattutto di preti, arrestati per ordine del Prefetto Gemelli, e della truppa.

          In Foggia è grave motivo di preoccupazione nella città il gran numero di carcerati ristretti, che si è dovuto per la insufficienza della località collocarli in anditi chiusi da tavole, nel cui interno l’aria penetra appena, e rende pessime le condizioni igieniche da far temere lo sviluppo del tifo.

          “In Avellino (grida la Democrazia de’ 15 settembre) è con raccapriccio, che si veggono affollati nelle prigioni centinaia di vecchi, di donne, di giovanetti, tre generazioni di congiunti de’ briganti, pel solo ed unico delitto di essere costoro parenti”.

          Le vessazioni e le angarie, cui sono soggetti i detenuti nelle prigioni di palermo, all’arbitrio degli aguzzini di camorra (come il giornale Aspromonte de’ 18 dicembre chiama i custodi) sono inesprimibili “carta da scrivere, libri, calamai, un poco di zuccaro, di caffè, di vino, di tabacco, tutto è negato, o concesso secondochè si patteggia con i carcerieri”.

Francesco Durelli, Colpo d’occhio sul Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni.

 

 

Molto importante fu un convegno tenuto a Wilhelmsband (presso Francoforte) dal 16 luglio al 1° settembre 1782, a cui parteciparono diversi massoni di alto livello. Weishaupt, spacciando la sua setta per organizzazione  culturale e filantropica, diresse il convegno e tracciò una linea basilare su cui si sarebbero impostati gli eventi degli anni successivi. Secondo diversi autori, in quel convegno furono pianificati molti importanti eventi storici, come la Rivoluzione francese. Pike confessò: “Nel secolo XVIII, gli iniziati pensarono che il momento fosse arrivato, alcuni per fondare una nuova gerarchia, gli altri per rovesciare le autorità costituite e per abbattere l’ordine sociale e porre tutti al livello dell’eguaglianza… Gli ispiratori, i filosofi e i capi storici della Rivoluzione francese avevano giurato di rovesciare la Corona e la Tiara sulla tomba di Jaques De Molay”.

Antonella Randazzo, Dissimulazioni massoniche, Espavo Edizioni, pag. 87.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 9/’20

 

        Tra agosto, settembre e ottobre 1861, i morti di Pontelandolfo erano stati 147. Ben quarantotto solo ad agosto, senza annotazione di alcuna causa. Le rappresaglie proseguirono anche dopo la distruzione del paese, con rastrellamenti continui sulle montagne, come raccontò con terrore nel suo diario il suddiacono della vicina Venafro, Nicola Nola. Descrisse fucilazioni a freddo, senza processo,  di pontelandolfesi colpevoli solo di essere nati in quel paese. In dodici, catturati,  furono riportati a Cerreto Sannita e fucilati. Altri sei ancora vennero trascinati a Pontelandolfo e, a futuro monito, fucilati in piazza.

          Quel 14 agosto, Cosimo Giordano si trovava sui monti di Morcone. Ai giudici raccontò che venne avvertito del pericolo dei soldati in arrivo. Scese con 250 uomini della sua banda e si accampò fuori del paese. Avrebbero fatto suonare le campane a raccolta, per dare l’allarme. Dichiarò il capobrigante, ventitré anni dopo: “Feci battere la sveglia dalle mie trombe, perché subito scoprii quattro colonne di soldati, e subito capii che era la vendetta che facevano  de’ soldati e io, per far pentire gli uccisori del macello fatto a quel poveri infelici, feci sparare qualche colpo, ma poi feci battere la ritirata. Seppi dopo che facevano molti arresti di giorno  e di notte, e li portavano a Cerreto Sannita, e che subito erano fucilati”.

Gigi Di Fiore, Briganti, UTET Edizioni, pag. 190 e 191.

 

 

          E’ descritta, all’opera, la sollecitudine di un sovrano per il buon governo. Un governo che organizza capillarmente  l’assistenza ai poveri. Che, tra le tante iniziative,  prevede anche borse di studio per gli studenti bisognosi. Borse di studio che un decreto illuminato del governo garibaldino prontamente abolisce per manifesta immoralità. Il 26 ottobre 1860, da napoli, in nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia, firmato dal Prodittatore Giorgio Pallavicino e dal Ministro dell’interno Raffaele Conforti, viene promulgato il decreto n. 189: Decreto col quale il fondo assegnato per soccorso agli studenti e letterati poveri vien destinato ad altro uso. Proprio così. Questa la motivazione: “Considerando che non vi è niente di più vergognoso che domandare ed accettar limosina sotto il nome di studente o letterato povero”, si decide che “i soccorsi agli studenti e letterati poveri sono tolti”.

          Cosa importa al moralista governo invasore dell’istruzione dei poveri? E infatti i poveri, in umili e interminabili carovane, saranno costretti all’emigrazione in massa. Cosa inaudita nel Bel paese che per più di due millenni non è stato solo bello, ma anche ricco.

Angela Pellicciari, La Gnosi al potere, Fede & Cultura Edizioni, pag. 52.

 

 

          Il regno delle Due Sicilie, solo per fare un esempio, nel 1859, cioè un anno prima della venuta di Garibaldi, aveva avuto una bilancia commercialeI con un attivo di 35 milioni,  mentre quello piemontese, nello stesso anno, non raggiungeva neanche  i 7 milioni di attivo. Avvenuta l’unificazione, l’ex Regno delle Due Sicilie apportò alla nuova nazione un contributo di ben 443,2 milioni, mentre gli apporti di tutti gli altri Stati pregressi alla bilancia di Torino furono appena di 225,2 milioni. L’annessione, cioè, favorì molto la bilancia torinese, soprattutto per il contributo del Sud, tale che determinò ben presto al Nord la convinzione che il Sud fosse più ricco di quel che non si pensasse e che, quindi, potesse vivere bene anche di sola agricoltura.

          Le industrie meridionali furono, pertanto, chiuse o trasferite al Nord, dove l’agricoltura era molto più povera. Ma la chiusura di queste strutture fu molto dolorosa e provocò, qua e là, non poche rivolte popolari sedate nel sangue.

          Chi va a consultare gli archivi di Stato di Napoli e Palermo scopre, ad esempio,  che nel regno borbonico c’erano allora ben 6 mila fabbriche con un numero complessivo di 250 mila operai. Unificata l’Italia, i territori del pregresso regno delle Due Sicilie furono, però,  considerati solo come mercato di consumo, realtà in gran parte ancor oggi attuale. Per rilanciare l’economia industriale del Nord all’indomani dell’annessione, i piemontesi abrogarono subito le misure protezionistiche e così il Sud, sia a livello agricolo che artigianale, si trovò d’un tratto sommerso da una concorrenza che vantava prezzi, produttività e produzione ben più adatti a fare mercato.

Michele Antonio Crociata, Sicilia nella Storia, II Tomo, Dario Flaccovio Editore, pag. 140.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 8/’20

 

                 Il Governo mondiale, nel pensiero  dei suoi futuri beneficiari, non è facoltativo.  Le nazioni e i popoli che le compongono non hanno alcuna parola da dire  in questa impresa, nella quale non si attende  da essi che l’obbedienza, se non vogliono essere  costretti.  Noi siamo sicuri, per nostro conto,   che l’impresa fallirà totalmente, poiché facendo violenza alla natura umana come alla natura delle cose, essa maschera il disegno di distruggere la chiesa cattolica. Ma per gli esecutori che aspirano alla dominazione universale, il Governo Mondiale  è un imperativo di cui sono convinti di raccogliere ben presto i vantaggi. Con  sicurezza i padroni di oggi ci annunciano un domani  che imporranno , credono loro, per amore o per forza. Uno di loro, di cui il gruppo finanziario  degli Schiff, dei Kuhn,dei Loeb,e dei Cie,ha finanziato  la rivoluzione comunista  del 1917, ha ha avuto l’audacia di annunciare  questo diktat davanti al senato americano  nel 1950. Paul Warburg ha detto:

“CHE LO SI VOGLIA O NO, NOI AVREMO

UN GOVERNO MONDIALE. LA SOLA QUE-

STIONE  CHE SI PONE E? DI SAPER ES E QU-

ESTO GOVERNO MONDIALE SARA’ STABILITO

COL CONSENSO O CON LA FORZA”

 (Rapporto su “The Foreign Association” – Doorstep Svannah)

Pierre Virion, Il Governo Mondiale e la Contro Chiesa, Controcorrente edizioni, pag. 160, 161.

 

 

          Gravi turbolenze accadono in Napoli, motivate in parte per la repressione del governo contro i primi movimenti garibaldini di Sarnico, con tumultuose dimostrazioni, che invano tentano di infrenare  le forze nazionali, militari, e di polizia, nella sera de’ 19 maggio (1862, n.d. r.), quando il re Vittorio Emanuele si reca al ballo offertogli dal municipio nel palazzo del marchese del Vasto; molti gridi si fanno nel rincontro, fuorchè quello di Evviva al re, il quale ha fretta, ed anticipa la partenza da Napoli, e subito si restituisce a Torino: seguono per più giorni ad affiggersi cartelli sediziosi. Il Popolo d’Italia de’ 21 maggio nello accennare a codesta imponente dimostrazione, nella quale dice di esservi i cittadini d’ogni ceto, e le associazioni d’ogni colore, si lamenta del noto Odoardo Pancrazi capitano della guardia nazionale, che ordinava a ‘ militi di far fuoco contro il popolo; e lagnasi pure degli altri uffiziali de Cesare, e Martinelli per aver usato modi inconvenienti alla divisa cittadina; per lo chè il deputato Nicotera stampa una lettera rimandando il fucile, e la daga al maggior del 4.battaglione della guradia nazionale, della quale rinunzia di far parte, “avendo la compagnia del detto Pancrazi consumato il più vergognoso delitto, quello cioè di rivolger le baionette contro un popolo inerme”.

          Reduci da Sicilia, arrivano in Napoli i principi figli del re Vittorio Emmanuele, ed a’ sedici luglio visitano il Duomo, che rimane deserto al loro apparire.

          Quale fosse in questa occasione lo spirito pubblico viene descritto dal giornale napoletano la Pietra infernale: “ Sono arrivati i principi. Il popolo li ha guardati; ha veduto in uno di essi il futuro reggitore de’ destini della nazione. E il popolo ha scosso il capo! E’ rimasto assorto, inerte, apato. L’Osanna suona fievole sul labbro del popolo tradito, Si, o principi, questo popolo fu tradito; bassamente, turpemente, codardamente tradito. E i traditori, voi lo immaginerete, furono quei che pretendono governarlo nel nome di Vittorio Emmanuele; e che nel tradire il popolo, tradiscono Vittorito Emmanuele stesso e l’Italia. Ci si promise migliorare lo spirito del popolo, ci si disse volerci moralizzare. Fu bestemmia questa parola; noi la udimmo, e il sangue ci bollì nelle arterie. Raccapricciammo a tale parola; e quando vedemmo i fatti di seguito, allora, come Ugolino restammo tutti muti! Ci si insultò prima; e poi spogliati, abbandonati, vilipesi, ridotti come un popolo su cui pesi la maledizione di Dio”.

Francesco Durelli, Colpo d’occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 66, 67.

 

 

          Una colonna di bersaglieri, accorsa per difendere Palazzo Reale, dovette retrocedere lasciando sul terreno circa trecento morti e moltissimi feriti. Altri militari tentaron un attacco alla baionetta in via Maqueda, ma furono annientati. Una nave militare, arrivata da Messina, sbarcò un battaglione di granatieri e molti di loro finirono cadaveri appesi ai lampioni, mentre i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi, presi dai vari uffici e buttati sulla strada, furono calpestati e dati alle fiamme. Il municipio fu saccheggiato. Le stesse tubature idriche furono in gran parte divelte e il materiale servì ai rivoltosi come proiettile da anciare contro i carabinieri.

          In quegli stessi giorni, oltre i Comuni gà citati, insorsero in tutta la Sicilia anche gli abiotanti di Misilmeri, Montelepre, Bagheria, Piana dei greci, Aragona, Termini Imerese, Gibilrossa, Villabate, Mezzojuso, Campofelice di Roccella, Prizzi, Corleone, Monreale, Casteldaccia, San Martino delle Scale, Santa Flavia e Marineo. Tutti gridavano: “ Abbasso i Savoia! Viva Franceschiello!”. Il poplo, insomma, rivoleva il governo borbonico e il ripristino del Regno delle Due Sicilie.

          Il governo torinese ordinò allora lo “Stato d’assedio” e l’ammiraglio Carlo Persano, reduce dalla battaglia navale di Lissa, dove era stato sconfitto, cercò di recuperare a terra l’onore che aveva perduto a mare, massacrando senza risparmio il popolo di Palermo. E fece stragi a mai finire.

          Altre truppe arrivarono a bordo delle navi “Waschington”, “Città di Napoli” e “Principe Oddone”. Fu una vera invasione militare della capitale della Sicilia e, nella giornata del 21, gran parte di Palermo era già sotto controllo dei sabaudi. Le ultime resistenze popolari si ebbero ai Quattro Canti di città e davanti al convento di San Francesco di Paola, dove, però, un reparto di bersaglieri fu costretto ad arrendersi e attorno al municipio quasi in rovina.

          Il 22 giunse anche il generale Raffaele Cadorna, “regio commissario con poteri straordinari”. Da allora i siciliani, ogni volta che un “commissario straordinario” sarebbe arrivato per ordine del governo centrale, impararono a capire che sarebbero iniziati mesi ed anni bui per tutti loro. E, infatti, fu l’inizio di una feroce repressione.

Michele Antonino Crociata, Sicilia nella Storia – Secondo tomo, Dario Flaccovio Editore, pag. 120.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 7 – ’20

Le tasse che si pagavano nel Regno erano solo cinque: contribuzione fondiaria, dazi indiretti, registro e bollo, lotterie, poste e procacci. I meno abbienti non pagavano tasse, parola che i poveri, fino al 1861, sconoscevano.

            “In un anno solo – scriveva Roberto Selvaggi – nel 1861, le aumentarono a ben 36 più le cinque antiche. Il debito pubblico era di 5.210.000 lire dell’epoca dal 1848 al 1859 ed in Piemonte era già di 58.611.000. Gli avvenimenti del 1860 costarono al Regno delle Due Sicilie 13 milioni di ducati pari a 55 milioni. Nel periodo che va dall’ingresso di Garibaldi al 31 dicembre 1860 si aggiunse un disavanzo di ben trenta milioni di ducati pari a 127 milioni di lire.

            Iniziamo la nostra avventura unitaria con 182.000.000 di debito pubblico.

I reali Alberghi dei Poveri, specie a Napoli e a Palermo (con Francesco Paolo Gravina principe di Palagonia che lo presiedeva a Palermo e fondatore del Deposito di Mendicità, di una Congregazione religiosa, oggi venerabile per la Chiesa Cattolica) ospitavano indigenti e barboni e vi si ricoveravano di notte migliaia di persone finchè non potevano contare su un letto stabile e il necessario per vivere.

            Va ancora ricordato che Ferdinando II di Borbone, (ultimo Re siciliano nato a Palermo il 12 gennaio 1810,morto a Caserta il 22 maggio1859) con uno dei suoi primi Decreti datato 11 gennaio 1831, dopo una esposizione dettagliata dello stato delle finanze pubbliche e aver ricordato di aver operato  “fedele alle promesse ogni personale sacrificio” con un esborso delle sue casse private di ben 370.000 ducati, decretava l’abolizione del cumulo  degli stipendi e introduceva (quasi due secoli fa, si rifletta sull’oggi!) una trattenuta progressiva, che colpiva particolarmente quelli alti a cominciare dal suo personale. Trattenuta eliminata solo quando il disavanzo fu accettabile.

Tommaso Romano, Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud, Thule Edizioni, pag. 26, 27.

 

 

            Quest’uomo (il generale Cadrona, n.d.r.), a moto ormai sedato, sembrò volere sfogare la sua voglia antisiciliana, accanendosi su una popolazione stremata e mostrando particolare ferocia contro il clero, accusato di sostenere le ragioni del popolo e di avere fomentato la rivolta. Se avesse potuto ottenere la collaborazione dei vescovi, avrebbe deportato lontano dalla Sicilia tutti i preti dell’isola, sostituendoli con preti provenienti da fuori. Ma questo non gli fu possibile.

            Furono, però, espropriati tutti i monasteri, e i conventi, soppresse 1.027 tra confraternite e varie altre corporazioni religiose laicali in tutta l’isola, incarcerati tutti i sacerdoti e i frati che ancora non erano stati fucilati e che non avevano fatto in tempo a nascondersi. Finì in galera persino il novantenne arcivescovo di Monreale Benedetto D’Acquisto, reo solo di essere siciliano, e con lui 47 religiosi di Palermo, 46 di Siracusa, 40 di Girgenti, (o Agrigento), 26 di Caltanissetta e 18 di Messina.

            Nessun prete di Catania e di Trapani fu toccato, solo perché i prefetti di queste città ebbero la forza di reagire a tanta crudeltà e si rifiutarono di eseguire ordini così ingiusti.

            Palermo, in pratica, venne trattata dal governo come “città nemica”.

Michele Antonio Crociata, Sicilia nella Storia Vol. II, Dario Flaccovio Editore, pag. 120, 121.

 

 

            Ma intanto i borbonici si andavano riorganizzando e il 17 dicembre 1860, Don Antonino Costamante, a Napoli ricevette dall’ex Sottintendente di Alcamo Domenico Jozzia la seguente lettera significativa: “Illustrissimo Signore, accuso ricezione della di lei pregiatissima di n. 2 ed o’ il bene di sottometterle che, quantunque in questi tempi è assai pericoloso l’incarico ch’Ella mi dà, purtuttavia essendo i sudditi di S.M. (Dio Guardi) farò tutto il possibile, anche a costo della mia vita. Ho consegnato la lettera pel signor D. Francesco Mistretta al signor D. Andrea De Blasi, che avrà cura di fargliela pervenire, attendo Crociate.”

            Molto significativa da valutazione di un laico sugli effetti provocati nell’Isola, ecco quanto infatti scrive Francesco Renda*: “La Massoneria realizzò la sostanziale scristanizzazione delle classi dominanti isolane. Il divorzio tra borghesia e cattolicesimo si approfondì in modo tale che l’anticlericalismo divenne, oltre che convinzione, anche metodo di comportamento della classe politica” (cfr. Storia della Sicilia dal 1860 al 1970).

            E intanto, resisteva, ancora, la Cittadella di Messina che issava la bandiera tricolore col monogramma dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio dei Borbone Due Sicilie.

            Ma la pimontesizzazione della Sicilia, comunque, si attuerà inflessibile e con esiti a dir poco disastrosi.

Francesco Renda è stato Professore Emerito di Storia Moderna presso l’Università di Palermo.

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, Una storia da riscrivere, ISSPE Edizioni, pag. 31.d

 

SCHEGGE DI STORIA 6 – ’20

 

Anche quello (modello di sviluppo n.d.r.)praticato nel Mezzogiorno fu devastato e trasformato in capitalismo di Stato, nelle sue più torbide sembianze: assistenzialismo, corruzione, servilismo. La vocazione naturale del Sud non era proiettata verso il capitalismo di Stato né, tento meno, verso quello privato. C’era (e forse non c’è più) la “terza via”, quella umana e solidale dello sviluppo sostenibile, sfruttando l’enorme capitale naturale delle terre e dei mari del Sud: l’ambiente, la pesca, la cultura, l’artigianato, l’arte, il turismo e perché no, la sanità. Centri benessere, casi di cura per anziani, centri di cura omeopatici e quant’altro, che avrebbero creato ricchezza pulita per il Mezzogiorno e per l’Italia. Un grande progetto ambientalista: questa e solo questa era la ricchezza dei meridionali. Ma questa visione del futuro del Sud, anche per molti meridionalisti è purtroppo ritenuta antiquata, vetero e retrò: roba da neo – nostalgici. E non si rendono conto che è la via verso il capitalismo quella che conduce il Mezzogiorno alla sua inesorabile distruzione.

– Antonio Grano, A sinistra della questione meridionale, NordeSud Edizioni, pag. 17

 

 

Lord Russel aggiunge che è d’accordo con il preopinante e “che non può esservi atto più crudele e barbaro di questo proclama, che confonde gli innocenti con i colpevoli, che diffonde la desolazione su una gran distesa del paese, ostacola l’industria e fa del governo un oggetto di terrore per tutti”.

Ma raccontiamo un solo fatto e riportiamo un solo giudizio per mostrare chi sono i carnefici, i soldati napolitani o quelli dell’esercito attuale.

Il deputato Ricciardi diceva: “…nelle provincie napoletane, capitani e sottotenenti s’arrogano il diritto di vita sui cittadini. A questo proposito, potrei raccontare fatti orribili. Mi limiterò ad un esempio: nel Matese, non lunge da Piedimonte D’Alife, una compagnia di bersaglieri (ho il numero della compagnia, quello del battaglione e il nome del capitano) incontrò, nel perseguire i briganti, cinque carbonai, tra cui due padri di famiglia. Essa li arrestò, signori, e li fucilò, un quarto d’ora dopo siccome briganti. Eppure erano tutti innocenti”.

Ma abbiamo ancora bisogno di parare più a lungo di questo soggetto, dopo che un membro della stessa commissione, il generale Bixio, ha detto al Parlamento il 13 aprile di questo anno: “…si è inaugurato un sistema di sangue nel Sud d’Italia. Tutti quelli che hanno un soprabito vogliono trucidare quelli che non ne portano !?”.

– Gaetano Marabello, Verità e menzogne sul Brigantaggio, Controcorrente Edizioni, pag. 72

 

 

Il nove giugno (1862, n.d.r.), a Palermo il Prefetto Pallavicino comunicò al Rattazzi: “Ieri ebbe luogo in Palermo una ridicola manifestazione, con grida sediziose ed assurde. Circa 200 mascalzoni percorsero via Toledo (attuale Corso Vittorio Emanuele) ed altre vie della città gridando: Abbasso Rattazzi!, Abbasso il Re!, Abbasso il Parlamento!, Abbasso l’Italia!, Abbasso l’Europa!. Costoro erano i burattini, ma chi li faceva muovere e gridare, tenendosi nell’ombra era la consorteria borbonico – autonomista (…). Bisogna abilitarmi a far deportare in Sardegna, o nel Continente, tutti quei condannati che possono riuscire pericolosi”; il 12 giugno, sempre Pallavicino a Rattazzi, riferì di una nuova dimostrazione tentata al largo della Marina. “La cosa incomincia a farsi seria e bisogna provvederci seriamente” scriverà. Ad aprile si registrano disordini in varie zolfare.

Il 23 agosto (1862, n.d.r.) sempre Salvatore Maniscalco, scriverà a Salvo di Pietraganzili: “Sembra che l’Unità corra gravi pericoli per le insanie di Garibaldi e per la improntitudine della fazione che pende dai cenni di Mazzini. Le cose sono al punto che il Piemonte deve ricorrere ad un colpo di Stato o mettersi nelle mani d’un Ministero avventato (…). Il partito borbonico ha immensi partigiani. In tutte le provincie si vuole il ritorno dell’antica Signoria, ma v’è poco a sperare sull’azione di questo partito, il quale non si muoverà se non quando un esercito con la bandiera del Re scenderà nell’Isola. Da Trapani, da Catania, da Alcamo, da Mistretta e da Caltanissetta mi si tiene sul proposito un linguaggio uniforme. In Palermo (…) i legittimisti sono assai, ma per paura non osano pronunciarsi. Nel napoletano le bande realiste incalzano i piemontesi, ma è sterile il sangue che versano”.

Analisi cruda e realistica questa del maniscalco che certo conosceva bene il contesto della Sicilia.

– Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870 – Una storia da riscrivere, pag. 77 e 79

 

 

SCHEGGE DI STORIA 5 – ’20

 

            Il 15 settembre (1822 n.d.r.), poco prima della mezzanotte, avviene un misterioso episodio nella villa del Granduca Leopoldo II a Poggio Imperiale, vicino Firenze (come descrive don Sante Tredici nella sua opera “Dal Granducato al Regno Unito” edito a Cecina nel 1995). In questa villa muore bruciato per un incendio, causato inavvertitamente dalla sua balia torinese di 26 anni, Teresa Racca, maritata Zanotti, il vero erede dei Savoia, il piccolo Vittorio Emanuele di appena trenta mesi, figlio di Carlo Alberto. Costui, avendo assolutamente bisogno di un figlio maschio, per la successione del ramo Carignano dei Savoia, impone ilo silenzio sull’accaduto e pone nella culla il figlio naturale di un garzone di macellaio che stava fuori di Porta Romana di Firenze, un tale analfabeta Gaetano Tiburzi (soprannominato “Maciacca” ed anche “sor Tanaca” che aveva avuto un bambino illegittimo, quindi non registrato, da una certa “Regina Bettini”). Quel piccolo bastardo diventerà poi, Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia. Il silenzio del macellaio è pagato a peso d’oro: con quei soldi, infatti, il macellaio acquista un mattatoio e, quando muore, lascia in eredità quarantatre appartamenti ai suoi ben diciassette figli avuti dalla sua sposa Rosa Galletti.  L’avvenimento è, in seguito, confermato da leopoldo II, fratello di Maria Teresa, che quella sera si trovava nella villa di Poggio Imperiale.

            Lo stesso Massimo D’Azeglio, che aveva sposato Giulia, la figlia di Alessandro Manzoni, così affermerà in un suo scritto: “Il vero Vittorio Emanuele è morto a Firenze, bruciato nella sua culla, quando aveva due anni”, confermando questa dichiarazione anche in punto dio morte. Per la verità il piccolo aveva due anni e mezzo, essendo nato il quattordici marzo 1820, La balia Teresa morirà poi in circostanze ancor più misteriose il sei ottobre “per infiammazione”, ma il marito e gli altri parenti, venuti da Torino per l’estremo saluto non trovano nemmeno la tomba. Tuttavia, in seguito, sono “largamente ricompensati” per tutta la loro vita.

Antonio Pagano, Napolitania, Booksprint Edizioni, pag. 208

 

Ad un certo punto, nella piazza principale della città di Salemi, il Bandi vede campeggiare sul portone di un palazzo un grosso stemma dei Borbone. E chiede alla piccola folla che lo circonda: “O Siciliani… che si tarda a buttar giù quella vergognosa insegna. La folla – continua il toscanaccio – mi ascoltò in silenzio; nessuno voleva essere il primo a fare atto di ribellione o a dir bravo! a chi lo proponeva”.

      Insomma il tenente Bandi non nutre, neppure per un attimo, il dubbio che l’impresa dei Mille possa non essere affatto condivisa da quelle persone che, dopotutto, sono pur sempre capaci di intendere e di volere più di quanto i Garibaldini non pensino. Racconta ancora:”Ad un certo punto si fece dinanzi un uomo di benne forme e dall’aria risolutissima, che seppi essere uno dei fratelli Sant’Anna. Costui gridò “Si, si, abbasso quell’arme!” e avventò contro l’arme una grossa mazza che aveva in mano”.

      Il raccontino si conclude con il coraggioso gesto del Bandi che, salito su una scala, che intanto quei villani gli hanno portato, stacca lo stemma (di lego o di gesso probabilmente), lo getta a terra e lo dà in pasto alla folla che inizia a calpestarlo, a farlo a pezzi ed a bruciarlo, su suggerimento del vecchio Giusmaroli, che aveva raccomandato al Bandi “briusel, briusel”, cioè brucialo.

      Abbiamo riportato, pressoché integralmente, un episodio secondario che però ci da tante conferme importanti.

      Come mai in una Salemi che festeggia, oltre ogni dire, l’ingresso dell’Eroe, non esiste quel minimo di politicizzazione che faccia applicare la regola rivoluzionaria di abbattere le insegne dell’odiata dinastia dei Borbone? Che razza di insorti sono mai quelli di Salemi e che razza di rivoluzione hanno fatto? Cosa pensano realmente i cittadini di Salemi?

      C’è di più, se stiamo bene attenti e riflettiamo su ciò che ha scritto il Bandi.

      Nonostante le imprecazioni e le esortazioni del tenente garibaldino, la folla infatti non si era mossa. Si muoverà quando – e soltanto quando – uno dei fratelli del barone Sant’Anna darà l’imbeccata. Anzi darà un ordine ben preciso, come si addice al fratello del Capo, “dall’aria resolutissima”. Come dire: “A Salemi non si muove foglia che il Barone Sant’Anna non voglia”. Ma non solo in quanto barone, ma piuttosto come grande massone o probabile, sempre più probabile, “pezzo da novanta” o comunque persona di rispetto, schierata dalla parte giusta.

Giuseppe Scianò, E la Sicilia diventò colonia!” Pitti Edizioni, pag. 68, 69.

 

     

      L’artista di Crotone (Rino Gaetano, n.d.r.), canta pure di Bismark, “Otto – von – Bismark – Shonhausen per l’unità germanica si annette mezza Europa…”. Il potentissimo politico della terra germanica della seconda metà dell’ottocento, sopranominato il “Cancelliere di ferro”, era vicino agli “Illuminati”, nonché in stretto contatto col generale e uomo politico statunitense Albert Pike, massone del grado più elevato. Infatti Albert Pike sarà l’autore di dottrine politico – militari sostenenti il proseguimento del potere politico a ogni costo, sottolineando che anche organizzare stragi da parte dei governanti di propri cittadini è opportuno e utili se tali fatti servono a puntellare il dominus.

      Nel richiamare la figura storica di Lafayette, l’artista ancora una volta ci porta in… America. Nella bellissima narrazione musicale Lafayette ritornando in Europa porta un cappello nuovo, un accessorio assai gradito a Rino gaetano, come è noto, basta ricordarsi il Rino che si esibisce a Sanremo nel 1978 con Gianna o anche l’esibizione al Cantagiro pure del 1978, un jeans sdrucito, una maglietta dimessa, ma con… cappello e bastone.

      Il cappello di Lafayette potrebbe raffigurare il così detto “Tronco della vedova” involucro a forma di cappello più o meno cilindrico, ove nel corso delle loro esoteriche riservate cerimonie i fratelli inseriscono, mantenendo segrete le loro intenzioni, la mano chiusa.

      Quello che più conta, al di la del… cappello, sono ancora una volta le esplicite connessioni che l’artista crotonese compie; Lafayette non è un intellettuale qualsiasi, piuttosto è il diffusore delle idee massoniche affermatesi, in senso istituzionale per la prima volta con la rivoluzione AMERICANA.

      Insomma fin dal ‘700 influssi e condizionamenti provengono dalla terra che prese il nome da Amerigo Vespucci, Rino Gaetano ritiene di evidenziarlo.

      Il così detto “Nuovo Ordine Mondiale”, una sorta di governo unico per il mondo intero guidato da una èlite di illuminati, trae origine proprio dagli ideali massonici affermatisi nelle rivoluzioni del ‘700, e La Fayette ebbe ruolo sia in America (1776) che in Francia (1789), ideali progressivamente diffusisi a livello globale permeando sempre più i centri di potere politico, militare, finanziario, industriale, mass mediatico, della cultura.

      Attualizzando il discorso ai nostri giorni nelle sue tante canzoni, e soffermandosi sulla tentacolare mano degli USA, l’artista evidenzia come tale disegno sia in itinere e sempre più attuale. Perciò nei suoi bellissimi brani vi è un’allarmate descrizione di intrecci tra richiami massonici e attività politico – militari in Italia da parte degli USA, potenza nella quale più pregnante e agguerrita risulta la presenza di illuminati che finalizzano la propria opera alla creazione del Nuovo Ordine Mondiale.

Bruno Mautone, Chi ha ucciso Rino Gaetano?, UnoEditori, pag. 100, 101.

 

SCHEGGE DI STORIA 4 – ’20

 

 

            Al tempo, l’agricoltura italiana, o un’importante sua parte, godeva di una domanda favorevole da parte delle grandi potenze navali. Infatti la Padana esportava seta greggia in regime di quasi monoplio; altrettanto accadeva nel Regno Duo siciliano per l’olio. Certamente il surplus non era identico, in quanto il valore dell’esportazione meridionale d’olio era soltanto un quarto del valore che le regione padane incassavano dall’esportazione serica. Tuttavia il Regno aveva nell’olio una solida merce di scambio, della quale Ferdinando II si avvalse per avviare una politica navale, sia di lungo corso sia di cabotaggio, che in appena un quindicennio emancipò il paese duo siciliano dalla dipendenza verso la marineria livornese e genovese. L’esportazione di olio, come quella di grano, era ostacolata un dazio governativo all’uscita, che si aggirava intorno al 10% del valore. Le restrizioni servivano a mantenere una situazione di bassi prezzi e di basso costo della vita. Ovviamente ciò danneggiava i produttori e favoriva la povera gente, i nullatenenti di cui il paese duo siciliano era pieno; una finalità completamente opposta a quella del dazio inglese sull’introduzione di grano, volto a favorire i proprietari, ma dannoso ai proletari e agli stessi capitalisti, tenuti a pagare salari più alti.

            Questa politica dei prezzi bassi, favorevole alle masse popolari, non solo a quelle che vivevano di un salario ma anche ai coloni e ai mezzadri che sborsavano un canone di affitto, viene in risalto se messa a confronto con la politica liberista perseguita dagli epigoni di Cavour dopo la sua morte. Sotto l’egida del protezionismo doganale Ferdinando avvia le prime ferrovie in Italia, avvia il primo stabilimento meccanico, costruisce le prime navi in ferro, le prime navi a propulsione meccanica, esporta vaporiere in Piemonte e altrove, fa in modo che la siderurgia, la meccanica, l’industria laniera e cotoniera abbiano uno sviluppo senza paragoni in Italia, porta la flotta mercantile a livelli mondiali, favorisce l’arte, la musica, il pensiero umanistico, la medicina, le scienze naturali; tutte cose in cui Napoli e Palermo primeggiano. Le quattro università meridionali hanno oltre due volte gli iscritti dell’Italia restante (10.000 contro poco più di 4.000).

Nicola Zitara, L’invenzione del Mezzogiorno, una storia finanziaria, Ezizioni Jaca Book, pag. 242, 243.

 

 

            Il 20 luglio di quello stesso anno (1820, n.d.r.), i moti rivoluzionari scoppiavano anche in Sicilia. Ancora una volta era il germe della rivoluzione a spaccare la pacifica vita sociale del paese.

            Quest’ultima rivoluzione, tutta siciliana, merita alcune riflessioni perché la sua genesi ed il successivo svolgimento politico non ebbero nulla in comune con la sollevazione carbonara di Napoli. Innanzi tutto bisogna accettare come principio guida di comprensione dei fatti siciliani che alla base di ogni atto eversivo accaduto nell’isola vi fu l’intervento ispiratore dell’Inghilterra. Essa premeva per l’indipendenza della Sicilia al fine di inglobarla nel suo sistema e trasformarla in una punta avanzata del sistema economico inglese verso il medio oriente. Non dimentichiamo quanto era avvenuto a Malta, protettorato delle Due Sicilie sino all’invasione franco – giacobbina del 1799 e assegnata dal Congresso di Vienna all’Inghilterra. A Palermo la rivoluzione scoppiò cruenta tra il 15 e il 17 luglio. I siciliani, guidati dall’intransigente principe di Villafranca, ruppero ogni rapporto con Napoli, assaltarono il palazzo reale distruggendo tutte le insegne che ricordavano la dinastia Borbone – Due Sicilie. Quindi si scontrarono con le truppe inviate dal governo napoletano per sedare i tumulti. Essi chiedevano una costituzione tutta siciliana, indipendente da quella napoletana o spagnola. Fu una rivoluzione separatista a tutti gli effetti che ricevette l’appoggio di buoa parte della nobiltà siciliana e della borghesia, i due ceti agevolati e beneficati durante il protettorato inglese. Nove nobili e nove borghesi formarono la giunta provvisoria di governo che si istallò a Palermo. In questi frangenti pieni di caos, la città di Caltanissetta non aderì alla rivoluzione dichiarando di voler restare fedele alla monarchia napoletana. La giunta di Palermo insensibile verso ogni forma di prudenza politica, ribadì al governo rivoluzionario di Napoli la ferma volontà di volere a tutti i costi l’indipendenza e per dimostrare la propria determinazione, organizzò una spedizione militare contro la lealista città di Caltanissetta. La città venne devastata e trecento dei suoi abitanti furono uccisi.  Il governo rivoluzionario di Napoli inviò contro Palermo il generale Guglielmo Pepe forte di 5.000 uomini. Al Pepe si unirono i messinesi ed i catanesi, da sempre ostili alla città di Palermo. Fu il caos. Il generale Pepe ottenne la resa di Palermo, offerta dalla locale nobiltà che il popolo di Palermo accusò immediatamente di tradimento della causa indipendentista. Di conseguenza, nelle giornate che vanno dal 26 al 30 di settembre 1820, scoppiò in Palermo una rapida quanto cruenta guerra civile. Tutti contro tutti. In cinque giorni divennero cadaveri per le strade della città oltre 5.000 persone. Il generale Pepe, con grandi difficoltà, riportò la calma tra i palermitani. Ma questi fatti destarono un giustificato allarme tra le potenze vincitrici di Napoleone che sentirono gravemente minacciato l’equilibrio europeo.

Francesco Maurizio di Giovine, La dinastia Borbonica, Ripostes edizioni, pag. 79, 80.

 

 

            Siamo dunque nell’ambito di un moderno progetto teocratico,su cui Marsilius Superiore Incognito nel 1922 scriveva: “Non ci saranno, come oggi, cento o duecento Chiese Rivali, ma la Grande Chiesa Universale di tutti gli uomini, raccolti nella Religione Unica. Ed Uno che si nasconde sotto diversi culti tra le formule dogmatiche delle varie religioni”. Da dove provenivano queste dottrine? Chi le aveva formulate e per quali fini? Eì giunto il momento di parlare del marchese Saint – Yves D’Alveydre, che alla fine dell’Ottocento espose compitamente il piano degli Illuminati. Come il lettore avrà modo di constatare, egli fu ben più che un ponte tra le idee di Comenius e l’opera di Kalergi come di solito viene presentato. Sinarchia è il nome della dottrina politica e religiosa del marchese D’Alveydre. L’idea era di unire tutta l’Europa in una federazione con tre capitali (Londra, Parigi e Bruxelles) e tre governi:

  • un governo espressione della finanza, che avrebbe realizzato l’unione economica del continente;
  • un “Concilio delle Chiese”, guidato da un pontefice universale rappresentativo delle diverse fedi e d tutte le espressioni della cultura;
  • infine un potere esecutivo, composto da tecnocrati, avrebbe dovuto sostituirsi ai governi nazionali ed eseguire gli ordini del potere economico e dell’autorità religiosa.

Questi tecnocrati sarebbero stati scelti tra i bassi iniziati dalla massoneria. Epiphanius nota acutamente che il progetto di Saint – Yves D’Alveydre si spostava dall’unione politica e religiose dell’umanità – predicata dal grande iniziato John Amos Comenius (1592 – 1670) – all’unione economica dell’Europa: un obiettivo assai più pratico. Credo che nessuno possa obbiettare se affermo che questa parte del piano si è realizzata compiutamente con la nascita dell’unione europea, governata dai tecnocrati, e della Banca centrale Europea, controllata dalle grandi famiglie della finanza internazionale.

            Tuttavia il progetto sinarchicio aveva come meta ultima l’instaurazione di una forma moderna di teocrazia. Tale traguardo sembra vicino come non mai nell’epoca della globalizzazione culturale, in cui si è lasciata coinvolgere anche la Chiesa Cattolica. L’Autorità suprema di D’Alveydre, secondo Epiphanius, si sarebbe concretizzata nell’ONU: a mio parere andrebbe invece ricercata nel papato che, al meno a partire dal Concilio Vaticano II, si è fatto promotore di una nuova forma di ecumenismo sotto la forma del dialogo inter-religioso. Queste però sono considerazioni assolutamente soggettive.

Enrico Montermini, Mussolini e gli Illuminati, Si Edizioni, pag. 19, 20.

 

SCHEGGE DI STORIA 2 – 3 / ’20

 

          Quando ai primi di maggio del 1799, l’Armata della Santa fede, accampata ai confini della Basilicata, riceve i rinforzi delle bande di insorgenti pugliesi del De Cesari, il cardinale Ruffo decide che è il momento propizio di rivolgere le sue attenzioni alla ribelle città di Altamura, che, con circa 24.000 abitanti, è resa difficilmente espugnabile da una robusta cinta di fortificazioni.

          Delle quattro porte cittadine, quelle dette di Bari e di Matera, sono particolarmente rinforzate con l’ausilio di alcuni pezzi di artiglieri, in quanto poste sulle direttrici di marcia delle colonne sanfediste. Guidano le milizie repubblicane, a difesa di Altamura, lo spietato generale Felice Mastrangelo e il fanatico commissario del dipartimento del Bradano, Nicola Palomba.

          L’8 maggio uno squadrone della cavalleria realista viene inviato in avanscoperta presso Altamura, con il preciso ordine di non impegnarsi in scontri con il nemico. Dalla cittadina esce immediatamente un contingente di 150 cavalleggeri, che dà addosso ai sanfedisti, i quali, in ossequio alla consegna ricevuta, si ritirano ordinatamente. Dopo di che i repubblicani decidono di presidiare le alture circostanti. E’ un errore tattico che pagheranno caro. Saggiate così le intenzioni dell’avversario, la notte che segue 10.000 uomini dell’Armata Cristiana, appoggiati dall’intero corpo di cavalleria, ricevono l’ordine di marciare su Altamura.

          All’alba del 9 maggio sono in vista della città. Colti di sorpresa, gli avamposti nemici sono facilmente sbaragliati. Anche la cavalleria repubblicana è in fuga; una parte trova rifugio tra le mura cittadine, mentre l’altra si sbanda nelle campagne. I sanfedisti catturano inoltre due cannoni.

          Nel primo pomeriggio giunge al campo Ruffo con la sua guardia. Sono così altri 1.000 uomini per le armi realiste. Prima di far suonare la diana per l’assalto il cardinale, come è sua consuetudine, nell’imminenza di uno scontro con il nemico, celebra un ufficio divino in cui dispensa l’assoluzione generale alle truppe schierate. Poi decide di fare un giro  tutt’intorno alle mura. Quella figura che cavalca quietamente  rappresenta un magnifico bersaglio  per i cecchini avversari. Così una vera e proprie gragnuola di colpi si abbatte su Ruffo, che non si scompone più di tanto, continuando a guardare, tranquillamente, con il cannocchiale gli spalti da cui gli si spara con tanto accanimento contro. Si vuole che facesse allontanare, in quel frangente, tutti i suoi fedelissimi per timore  di un loro ferimento mortale.  Nessun colpo scalfisce il cardinale. Per la sua truppa, strabiliata, egli è veramente protetto dall’incantesimo.

          Al grido di “viva lu Re” i sanfedisti si lanciano all’attacco. Il fuoco di fucileria è vivissimo da ambo le parti,. Così il duello delle artiglierie; in particolare presso la porta di Matera. Trovandosi allo scoperto, larghi vuoti si aprono tra le fila degli attaccanti. La battaglia dura, con alterne fasi, per tutto il pomeriggio. Come sempre Ruffo è là, dove più ferve la mischia. Sembra veramente “inciarmato”. Numerose le pallottole nemiche che lo sfiorano senza ferirlo. Il sopraggiungere della notte pone fine ai combattimenti.

          Alle prime luci dell’alba del 10 maggio è presa, da tre compagnie di realisti,  la porta di Matera. Per quella breccia l’intera armata irrompe poi nella città. La stessa però è quasi del tutto deserta. Infatti, Approfittando dell’oscurità notturna, le milizie repubblicane,trascinandosi dietro gran parte della popolazione, sono fuggite per la porta di Napoli. Unica via di scampo, lasciata libera volutamente dal Ruffo, che vuole evitare, more solito, un inutile controproducente massacro.

          Ora la bandiera gigliata sventola sul campanile di Altamura, mentre nel luogo, dove poco prima v’era l’albero della libertà, viene issata la Santa Croce.

Orazio Ferrara, da L’Alfiere, anno XXII, n. 2, pag. 26.

 

          Si vede abbastanza dal rapido progetto dianzi esposto cosa sia divenuto in due anni il reame delle due Sicilie sotto il governo invasore. I partiti si agitano, e sconvolgono il paese; la discordia divide tutti gli animi; gli uni scavalcano gli altri per montare al potere e scorticare i popoli, che nutrono odio irreconciliabile contro i piemontesi; l’amministrazione interna è un caos; le finanze sono esauste, e sopraccaricate da ingente debito pubblico, che ne obbliga contrarre altro smisuratissimo, le tasse decuplicate; rincarito oltremodo il prezzo dei viveri; resa impossibile l’agricoltura: e la pastorizia nelle più fertili provincie; sterilito e ridotto a nulla il commercio; sostituito il capriccio delle soldatesche al giudizio de’ Magistrati, ed al reggimento delle leggi; arresti arbitrarii d’innocenti a migliaia; incendii, e devastazioni di città e borgate; fucilazioni innumerevoli senza processi, senza giudizio contro individui non di altro rei, per la maggior parte, se non di aver voluto difendere i loro focolari, la loro religione, la patria autonomia dinastica; ed in tanta confusione si fa anche correre la voce dell’abdicazione del re Vittorio Emanuele.

          Al quale, mentre nel 1860 facevasi dire di aver intesi i gridi di dolore dell’Italia, ora che le esorbitanze e gli eccessi di coloro che governano nelle provincie meridionali in suo nome formano l’onta dell’umanità, e dell’onore delle nazioni, si rende, così ottuso l’udito, da fargli scrivere Da Napoli a’ 3 maggio in una lettera all’Imperatore de’ francesi, queste parole cotanto in contraddizione co’ fatti flagranti:

          “L’ordine, che regna in queste provincie meridionali e le fervide dimostrazioni di affetto,che ricevo da tutte le parti rispondono vittoriosamente alla calunnie de nostri nemici, e convinceranno, spero, l’Europa, che la idea della Unità riposa su solide basi e si trova profondamente impressa nel cuore di tutti gl’italiani!”.

Francesco Durelli, Le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862., Ripostes Edizioni, pag. 137, 138.

 

La massoneria, per definizione associazione, in parte segreta, di persone legate da comuni interessi, ha sempre accompagnato la storia dell’Inghilterra, paese in cui venne ufficialmente alla luce, nella sua accezione moderna, il 24 giugno del 1717. …

Altro emblema allegorico dell’ordine è una piramide tronca, in mattoni, sovrastata dall’occhio onniveggente del Grande Architetto dell’Universo: lo stesso che è riportato sul retro della banconota da un dollaro degli Stati Uniti d’America e che è riprodotto nella Sala della Meditazione del Palazzo dell’ONU a New York. Massoneria, Capitalismo e Sionismo, si fondono, dunque, in un’unica simbologia del potere; quello stesso potere che ha sempre dominato il mondo e che, nella sua essenza, è sempre arrogante perché avoca a sé ciò che nessuno gli ha mai dato; sempre prepotente perché esercita una potenza antecedente all’esercizio di libertà dell’individuo; sempre mistificatore in quanto camuffa lo schiacciamento delle persone che governa come servizio autorevole per il bene dei cittadini deprivandoli dell’autogestione, diritto inalienabile dell’uomo.

          Ufficialmente la finalità dell’ordine è la “Fratellanza Universale” attraverso l’evoluzione spirituale dell’essere, da raggiungere non solo mediante iniziative filantropiche, ma anche mediante l’impegno per una giustizia vera, sana e non settaria a beneficio dell’umanità intera. Nobili intenti, senza dubbio, ma che, tuttavia, non riescono a disperdere quella nebbia di mistero e di segretezza che avvolge tutti i suoi riti, le sue iniziazioni, la sua simbologia, Per non parlare poi delle cosiddette logge segrete o, da più parti definite, deviate. Chi non ricorda lo scandalo della “P2”? E’ il nome di una loggia fondata nel lontano 1877 (nella sigla, la lettera “P” sta per Propaganda) che si distinse subito per un cedimento ad interessi di natura squisitamente profana dei suoi adepti, molt dei quali furono coinvolti nello scandalo della Banca Romana del 1892. Dopo la caduta del Fascismo, che aveva spazzato via la massoneria, la Loggia risorse aggiungendo la cifra 2 alla sua vecchia sigla e, nel rispetto delle antiche tradizioni, abbastanza recentemente ha dato il meglio di sé con i molteplici coinvolgimenti di un suo venerabile maestro, più volte agli onori della cronaca. Saraà un caso, ma quella era la stessa Loggia a cui era appartenuto, oltre a Francesco Crispi, anche lo stesso Garibaldi.

Erminio De Biase, L’inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie, Controcorrente Edizioni, pag. 79, 80.

 

SCHEGGE DI STORIA 1/’20

 

Anche sulla repressione in Calabria verità ufficiali coprivano fatti reali.

Falsità da tramandare ai posteri, per opportunità politica, e per acquisire elogi e meriti. L’altra versione, raccontata in Parlamento sempre nel 1869, fornì una diversa versione sulla morte di Palma. Braccato e isolato, il capobrigante era stato costretto a nascondersi a Macchia Sara da un suo compare, Pietro Librandi, guardiano del barone Guzzolino. Fu tradito: Librandi lo denunciò per intascare la taglia ed evitare accuse di complicità. E mentre gli faceva la barba, lo stesso Librandi lo uccise con un colpo secco di rasoio. Poi gli tagliò la testa, per dimostrare di averlo ammazzato. Consegnò il macabro trofeo alle autorità militari e che avrebbero inventato l’episodio dello scontro a fuoco con il capobrigante scoperto con otto dei suoi uomini. Fu questa la fine del capobrigante calabrese che per dieci anni fu considerato il “Re della Foresta” e che, pur avendo estorto centinaia di migliaia di ducati con i sequestri, morì povero. Si arricchirono, invece, i suoi manutengoli, i suoi favoreggiatori di basso e, purtroppo, di alto casato che per molti anni gli assicurarono l’impunità che assai spesso gli avrebbero preparato i piani dei sequestri. Un giornale di Catanzaro tracciò del brigante questa biografia: “Era considerato laborioso, mite ed ossequiente: fu spinto al malandrinaggio da insinuazioni malvagie dei tristi, che provocarono il brigantaggio per specularvi. Presso il volgo godeva prestigio e popolarità: le donnette favoleggiavano di lui chiamandolo santo, fatato, invulnerabile e invincibile; aveva saputo procacciarsi queste false credenze con continuate, generose elargizioni, e tenendo osservanza ad un sistema di vita parco e temperato.”

Eugenio De Simone, Atterrite queste popolazioni, Magenes Edizioni, pag. 30, 31.

 

 

Non tutta la Sicilia era contro il governo di Napoli, questa verità si può elaborare individuando quel corpo estraneo nel partito contro rivoluzionario. Le forze liberali fomentate dall’aristocrazia siciliana ostile al casato dei Borbone, per le ragioni più svariate, fin dal tempo in cui re Ferdinando ebbe a risanare il debito pubblico delle Due Sicilie, intaccando i privilegi e azzerando i monopoli, trovarono la predisposizione mentale di alcuni possidenti di Palermo ad aprirsi alle richieste dei liberali siciliani, assecondati dalla corona britannica per sovvertire il governo legittimo. Messina da tutto ciò ne subiva il danno maggiore perché con la discesa in campo di queste forze sarebbero saltate quelle leggi che le avevano permesso di aumentare notevolmente i suoi traffici e le sue finanze. …

Dalle carte che ho studiato salta fuori una costante. La rivolta, checchè se ne pensi, non fu movimento di popolo, ma la discesa in campo di un partito siciliano espressione di una minoranza, legatosi con una burocrazia italiana ai tempi sconosciuta, rimandando il tempo dell’invasione posto in essere dagli ideologici siciliani. La verità non è legittimata con la discesa in campo dei militari napoletani vittoriosi nella campagna militare del 1848 – 1849. Non furono i soldati ad annientare Messina, senochè gli stessi siciliani che si dichiararono suoi liberatori.

Alessandro Fumia, Messina, la capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 228.

 

 

Secondo Fejto la Massoneria continentale latina, egemonizzata da quella francese, si impegnò nel diffondere in tutta Europa i valori del repubblicanesimo laico e anticlericale, che non solo non lasciavano spazio ad alcun compromesso con l’Impero asburgico ma addirittura consideravano i cattolici alla stregua di una quinta colonna del nemico. A giudizio dello storico ungherese un altro obiettivo della massoneria fu la nascita di una federazione di nazioni europee sotto l’egemonia della Francia all’interno della Società delle Nazioni.

L’instaurazione della Società delle Nazioni, ricorda Fejto, era diventata la motivazione ufficiale della guerra da parte  delle potenze dell’Intesa a partire dal congresso massonico tenutosi a Parigi nel giugno 1917. Si trattava di un proposito lungamente vagheggiato dalla massoneria: già Mazzini aveva profetizzato una repubblica mondiale. A mio avviso la S.d.N. fu la tappa di preparazione per il Governo mondiale di oggi, l’ ONU.

Si capisce così perché la massoneria e l’alta finanza – forze cosmopolite – abbiano mobilitato i nazionalismi in occasione della prima guerra mondiale: occorreva fare tabula rasa di ogni forma alternativa di universalismo. L’Impero asburgico, la Russia e l’Impero ottomano, furono annientati proprio perché erano esempi riusciti di compagini statali multietniche. Analizzando la faccenda da un punto di vista religioso anziché politico, le cose diventano ancora più chiare. Con il crollo dell’Impero ottomano ebbe fine per sempre l’unità non solo politica, ma anche spirituale del mondo islamico. In Russia i comunisti, finanziati dai banchieri di Wall Street, intrapresero addirittura lo sterminio del clero ortodosso.

– Enrico Montermini, Mussolini e gli illuminati, Edizioni Si, pag. 17.

 

2021

SCHEGGE DI STORIA 1/ ’21

 

        Il Diritto di Torino de’ 22 dello stesso mese di gennaio (1862 n.d.s., il deputato napoletano Lazzaro, n.d.s.), riferisce, che “il sig. Scavia spedito da Torino a Napoli, come organatore delle scuole magistrali, ha saputo far benissimo i proprii affari, avendo imposto a tutti i licei, scuole, e case da lui dipendenti l’uso de’ suoi libri. Così un altro professore di recente nominato cavaliere di S. Maurizio, che è un pezzo grosso della università di Napoli, manda casse intere di una sua opera per tutte le provincie, e così guadagna tesori giovandosi del posto che occupa”.

          Querelandosi pe’ cennati abusi accadono sovente agitazioni tra gli studenti, in nome de’ quali corrono proteste contro i professori De Luca, Pisanelli, Tommasi, Pirla, Imbriani, che non dettano mai le lezioni, e perché è vuota la cattedra di diritto internazionale.

          Con maggior risentimento quelli della università di Palermo nel mattino de’ 12 marzo formano una imponente dimostrazione, con bandiera alla testa, con cartelli scritti ai cappelli,, e co’ gridi: “abbasso i professori inetti, abbasso la legge Casati; le cattedre vuote a concorso; abbasso il rettore” contro il cui stanzino lanciano pietre, e ne rompono i vetri. Il governo ordina provvisoriamente la chiusura della università.

          Gravissimo è il detrimento arrecato al pubblico costume sbrigliate le libidini, fomentata la corruzione coi libri osceni, e figure scandalose pubblicamente spacciate: l’immoralità è all’apogeo.

Se ne ha un documento ufficiale nella lettera diretta dal sig. Torelli prefetto di Palermo a quell’Arcivescovo (ne’ principii del mese di giugno) dal quale chiede il possesso di alcuni monasteri per convertirli in ospedali e curarvi i moltissimi infetti di mali sifilitici, giova riportare la introduzione della lettera stessa: “Un fatto grave, quello di uno straordinario numero di soldati affetti da mali venerei, dovette attirare tutta la mia attenzione: ricercandone le cause, mi persuasi pur troppo esser questo un grave flagello, n0on solo della truppa ma della città intera, che qualora non si accorresse ad un pronto riparo, può mettere a repentaglio la salute pubblica in modo allarmatissimo. Basterà un solo esempio per darne la misura: alla leva operatasi in questo anno furono trovati affetti da sifilide gli otto decimi de’ giovani della città di Palermo!”.

  • Francesco Durelli, Colpo d’occhio sulle condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 62, 63.

 

 

Limitandoci più strettamente all’oggetto di questo lavoro, bisogna notare che l’Inghilterra sceglie il Piemonte perché in esso scorge gli elementi idonei per strumentalizzarlo: bellicosità, ambizione, spirito avventuriero, volontà di strafare   (nel senso di far più di quel che gli consentono i propri mezzi) e quindi predisposizione ad essere comprato, mancanza assoluta di remore di ogni genere da quelle di lealtà a quelle religiose. E’ un dato agevolmente riscontrabile l’indebitamento cronico e progressivo che il Piemonte ebbe allora verso l’Inghilterra e che utilizzò per finanziare sia la preparazione sia l’esecuzione delle sue campagne militari.

          Operata la scelta nella penisola italiana, ecco che l’Inghilterra aiuta con ogni espediente ufficiosamente o ufficialmente il Regno di Sardegna e, d’altro canto,  diviene il nemico formale, o soltanto sostanziale, di chiunque possa essergli di impedimento, specialmente dei due incagli più consistenti: le province italiane dell’Impero Austriaco e il Regno delle Due Sicilie. Ma, approfondendo il discorso, è proprio Napoli l’ostacolo più duro perché quelle caratteristiche sabaude considerate innanzi, sono qui pressoché antitetiche. Da quasi 13 secoli i Meridionali sono uniti, essi sono pacifici come i popoli veramente civili, il loro sistema economico mira più al benessere sociale che al profitto di pochi,  l’amministrazione pubblica è oculata e ponderata, la pratica religiosa colora i loro caratteri, la loro cultura a matrici che salgono dal mare.  Inoltre le dimensioni e la posizione geografica del loro stato sono tali da sconsigliare recisamente ogni azione destabilizzata aperta che porterebbe ad un conflitto internazionale.

          L’economia capitalistica sceglie l’Inghilterra, che sceglie il Piemonte, che sceglie Napoli per completare l’evoluzione del nuovo sistema economico certamente non rivolto al benessere dell’umanità, come già Marx adombrava.  L’Europa nel suo complesso e la penisola italiana in particolare sono pertanto oggetto degli studi del potere economico che escogita un vero e proprio piano senza limiti di scadenza né di spesa,  sicuro che il tornaconto sarà estremamente fruttuoso e porterà all’instaurazione di un sistema produttivo che, come insegna Adamo Smith, fa dell’eccesso della produzione da scambiare e della divisione dei compiti la base del profitto. Tutto ciò limitazioni di spazio e di tempo e, soprattutto, privilegiando il fattore capitale  detrimento prima di certe classi sociali, poi di intere popolazioni all’interno di uno stato, poi ancora di certi stati in uno stesso continente o di certi continenti nei confronti del mondo intero. Le emarginazioni sociali, le aree depresse, i paesi sottosviluppati, il terzo mondo sono gli esempi tangibili di tale modo di concepire la vita e che soltanto oggi appaiono in tutta la loro nitidezza e mostruosità.

  • Vincenzo Gulì, Il saccheggio del Sud, Edizioni Campania Bella, pag. 22, 23.

 

 

Matteo Negri, Tenente Colonnello dell’Esercito delle Due Sicilie, Palermo 21 giugno 1818 – Scauri 29 ottobre 1860, fu forse il migliore ufficiale dell’esercito napoletano, non soltanto per i sentimenti di fedeltà e di onore che ne caratterizzarono la vita militare, ma soprattutto perché ad essi si accoppiarono un ingegno vivo, una cultura superiore e una preparazione tecnica non comuni. Il fatto di avere sacrificato la vita con la assoluta coscienza di non poter cambiare il corso delle cose,  lo pone al di sopra di tutta la vicenda umana della fine del regno. Nei ricordi dei compagni Matteo Negri rimase sempre quel qualcuno che valeva più di tutti loro ma che rappresentò con la sua morte quello che non erano stati capaci di fare. Matteo Negri nasce a Palermo il 21 giugno 1818 dal capitano di artiglieria Michele e da Maria Antonia Termini. … Il primo marzo 1839 è nominato alfiere di artiglieria. Cinque anni dopo è 1° tenente al regimento re e, il quattro maggio 1848, parte per l’alta Italia con la batteria da campo comandata da Camillo Boldoni, insieme ai compagni Girolamo Ulloa e Enrico Cosenz. Per il trentenne tenente fu un importante momento che giungeva a coronamento di sogni e speranze coltivate negli anni del collegio, quando le lezioni di Mariano D’Ayala infiammavano i cuori e le menti. Il Re aveva dato la costituzione e ora lo inviava a fare la guerra all’Austria. Così, quando giunse l’ordine sovrano di rientro per le truppe comandate da Guglielmo Pepe, anche Negri, come i suoi colleghi ed amici,  preferì seguire il vecchio generale a Venezia. Questo atto gli costò la cancellazione dai ruoli militari. … Negri rientrò a Napoli ed ottenne il perdono sovrano e, per dimostrare quanto valesse, chiese di poter far parte della spedizione siciliana comandata da Carlo Filangieri.

          In quella campagna si distinguerà più di tutti. Il 27 marzo 1849 fu promosso capitano di II classe e il sette aprile, a Catania, comandando una batteria fu gravemente ferito e dato per morto. Grazie alla sua forte fibra riuscì a salvarsi e fu decorato con la croce di diritto di S. Giorgio e con la medaglia d’oro della campagna. il 17 aprile 1852 veniva promosso capitano di I classe. Per otto anni comandò diverse batterie ed in ultimo la N° 1, istruendo contemporaneamente le reclute ed i giovani ufficiali usciti dalla Nunziatella all’uso dei nuovi cannoni rigati. Il 1 luglio 1860, con la Sicilia irrimediabilmente perduta, fu promosso maggiore e fu destinato al comando di una colonna che avrebbe dovuto fiancheggiare una spedizione di riconquista dell’isola comandata da Alessandro Nunziante. Ma, giunto al potere il generale Pianell, la spedizione tramontò e il 24 luglio Negri fu destinato a capo di stato maggiore della divisione Viglia. L’8 agosto ebbe la promozione a tenente colonnello e il 7 settembre raggiunse con la divisione Capua obbedendo all’ordine del re. … Il nuovo comandante in capo dell0’esercito, il maresciallo Ritucci, lo volle subito presso di sé, nominandolo sottocapo di stato maggiore. Iniziò così il periodo, ultimo della sua vita, in cui potè passare il suo nome alla leggenda. Una leggenda dimenticata forse perché Negri non appartenne ai vincitori e nessuno potè in seguito, salvo rari casi, ricordare la sua figura. Il 19 settembre nel primo ed ultimo tentativo offensivo dei garibaldini, che attaccarono in massa su tutta la linea la piazza di Capua, Matteo Negri si coprì di gloria, come scrisse Ritucci nel suo rapporto al re. Caso raro nell’esercito napoletano veniva promosso sul campo colonnello e il suo esempio veniva additato pubblicamente a tutta l’armata, il 1° ottobre, alla battaglia del Volturno, sembrò avere sette spiriti e il dono dell’ubiquità. … Il 3 ottobre il re decorava personalmente  Matteo Negri con la croce di commendatore di S.Giorgio e cinque giorni dopo lo promuoveva generale di brigata.  Dal 10 al 28 ottobre si prodigò senza sosta, prima per assicurare la ritirata dell’esercito verso il Garigliano, e per organizzare la nuova linea di resistenza. Collocò personalmente le batterie lungo il fiume e di fronte al ponte e il 29 ottobre, mentre perlustrava le linee, i piemontesi sferrarono un violento attacco. Quando vide che la batteria 4 diretta dal maggiore Baccher, per la perdita di numerosi artiglieri , rallentava il fuoco, si appostò dietro di essa e dal suo cavallo diede gli ordini di tiro esponendosi al fuoco nemico. Un primo proiettile lo colpì al piede sinistro in maniera grave e, nonostante le insistenze del capitano Giovanni Afan de Rivera che gli era accanto,  non volle abbandonare il posto e dopo pochi minuti veniva colpito al ventre e cadeva esanime a terra.  Prima di essere adagiato sulla barella urlò ai compagni: “ Difendete questo passo e la vittoria sarà nostra”.  Trasportato in una casina di campagna a Cauri, assistito dal chirurgo Velardi e amorevolmente tenuto fra le braccia dal fratello Girolamo, giunto da Gaeta col conte di Caserta, spirò al tramonto. La salma fu trasportata a Gaeta e fu portata a braccia dai suoi compagni nel Duomo, dove il re gli fece tributare onori degni del suo valore.

  • Notizie biografiche tratte da Roberto Maria Selvaggi, Nomi e volti di un esercito dimenticato, Grimaldi e C. Editori, Napoli 1990 e dalla rivista L’Alfiere, ottobre – novembre 2015.

SCHEGGE DI STORIA 3.’21

 

(Dal diario dell’ex garibaldino e bersagliere G. Ferraro)

          “Trasportare il cadavere di Talarico (Palma) in una marcia di otto ore attraverso una plaga la cui popolazione è è quasi apertamente ostile ai soldati e favorevole ai briganti, non è né agevole, né prudente,  quantunque le due mule possano facilitarne il trasporto. Che fa allora il sergente Ferrarone? Acciuffa per i capelli il morto, estrae la sua sciabola baionetta poco tagliente, mentre i Bersaglier lo tengono sollevato per le braccia mena replicati coltpi sul collo per staccarlo imbrattando di sangue la sua tunica e gli abiti dei soldati qualche schizzo sul viso di essi. Si fa aprire il suo tascapane e viripone la testa sanguinolenta che durante la marcia gli arrossa i pantaloni di tela.  Era la una dopo il mezzogiorno quando lasciarono la indimenticabile conquista, ed a marcia forzata arrivano colle mule sull’imbrunire alle prime case di San Giovanni in Fiore, estrae la testa e la infilza sulla bajonetta che tiene innestata sulla carabina tenuta a spall’Arm, ed entra colla pattugia trionfante in paese. A quell’orribile vista, la gente terrorizzata si mette a gridare Madonna del Carmine la testa di Talarico (Palma) che gli abitanti ben conoscevano e lo seguono per cederla da vicino. Sulla piazza grande del paese stava il Capitano col Maggiore Milanovich, Comandante della Zona,  venuto da Rossano, i quali aspettavano ansiosi il ritorno della pattuglia. Gli abitanti usciti dalle botteghe e dalle case accolsero con ogni dimostrazione di giubilo  e d’entusiasmo i valorosi Bersaglieri  che si erano fatti pallidi dall’emozione. Dentro il caffè della piazza, ove il Sergente venne fatto entrare dai Superiori, per toglierlo dalla folla di gente che l’attorniavano, a mostrare il glorioso trofeo della vittoria, fu momento commovente, poiché i cosiddetti galantuomini del paese (cioè le persone educate e i signori) vollero abbracciare il Sergente, mente il Maggiore, nella commozione intensa ond’era compreso, si tolse dal petto la sua medaglia al valor militare e l’attaccò al petto del valoroso che a stento tratteneva i lucciconi che gli uscivano dagli occhi bagnandogli il folto pizzo.”

– Eugenio de Simone, Atterrite queste popolazioni, Magenes Edizioni, pag. 30.

 

 

          In realtà, nel basso Mediterraneo la flotta mercantile napoletana rischiava di dar fastidio agli inglesi che in Sicilia, dai tempi di Ferdinando IV, facevano buoni affari: vino, zolfo, commerci. Il Re Borbone rivendicava l’autonomia del suo Stato, sicuro che l’acqua di mare a sud e l’acqua santa a nord lo avrebbero sempre protetto. Orgogliosa indipendenza da ogni pressione straniera. Anche nei confronti dell’Austria, che aveva ritirato le sue truppe a protezione del regno sin dal 1825. Negli anni di Ferdinando II, le Due Sicilie poteva considerarsi uno stato davvero italiano, con una dinastia radicata da tre generazioni nella penisola. Ma fu proprio in quel periodo che i rapporti fra l’Inghilterra e Napoli cominciarono a raffreddarsi. E, nel 1859, cominciò a maturare negli inglesi la convinzione che sulla penisola sarebbe stato meglio intrecciare rapporti preferenziali con un grande Stato in grado  di bilanciare la potenza francese, piuttosto che avere a che fare con gli ostinati e imprevedibili Borbone.

          Il capitalismo avanzava, le politiche di chiusura doganale erano contrarie agli interessi economici di stati dinamici e liberali come l’Inghilterra. Non meravigli, quindi, che i preparativi di Garibaldi raccogliessero  molte simpatie a Londra, dove, tra l’altro, viveva da tempo in esilio anche Mazzini. Spedizioni armate nelle Due Sicilie ce ne erano già state due in passato: quella dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera e quella di Carlo Pisacane nel 1857. Tutte fallite nell’indifferenza generale, anzi con l’ostilità delle popolazioni che erano andate a “salvare”.

– Gigi Di Fiore, Controstoria dell’unità d’Italia, Focus Libri, pag. 91.

 

 

          (Salemi…Tp)

Il Fusco, prescindendo dal tono ironico e dal fatto che analisi di carattere generale non ne vuole affrontare molte, ci fornisce uno spaccato, breve ma efficace, delle componenti sociali che in concreto forniscono il loro aiuto a Garibaldi.

          Le masse contadine, delle quali parla la storiografia ufficiale, non si vedono. Si vede invece il “trasformismo” della classe politica, si vede la mafia, si vedono i baroni e le forze più retrive della società siciliana dell’epoca.

          A proposito dell’apporto mafioso, sul quale torneremo continuamente, dobbiamo dire che per la verità questo si era già intravisto, ma molto di sfuggita in alcuni autori. Ci riferiemo all’Abba, al Nievo, allo stesso Bandi. Con Giancarlo Fusco – così come avviene per Denis Mack Smith – il riferimento alla mafia è abbastanza esplicito.

          Gli ridiamo la parola:

Il sindaco trerranova, in cuor suo, è di tendenze piuttosto borboniche. Anche cinque o sei consiglieri nell’intimo, sono devoti a Franceschiello. Ma, così come stanno le cose, è meglio mettersi sul petto grosse coccarde tricolori. A parte l’aria decisa di garibaldi e dei suoi seguaci, anche i patrioti locali sono tipi notoriamente risoluti. Nei fuciloni dei “picciotti” vi sono, ben pressati, pallettoni grossi come ceci, impazienti di avventarsi contro i “signuri”. E poi ieri sera, il barone Alberto Maria Mistretta, al cui passaggio tutti gli uomini si cavano rapidamente la “coppola”, mormorando il sacramentale “voscienza bendeica”, ha parlato chiaro: “Garibaldi è ben visto dalla mamma. Quindi bisogna dargli una manuzza!”. Tutti sanno di che “mamma” si tratta. E’ una “mamma” che ha migghiaia di “figghiuzzi”, sparsi in tutta la Sicilia occidentale, pronti ad obbedirle ciecamente, senza discutere. Giacchè anche la più piccola disobbedienza può costare una scarica di “lupara”. “E un sasso in bocca”.

          Ringraziamo il Fusco per questa testimonianza.

Giuseppe Scianò,  …e nel mese di maggio 1860 la Sicilia diventò “Colonia”! – Pitti Edizioni, pag. 72, 73.

 

SCHEGGE DI STORIA 4 ’21

 

          Il disegno istituzionale di Carlo III, pienamente condiviso dal Tanucci, come risulta dalla quindicennale corrispondenza col Re, non divenne patrimonio consapevolmente accolto dai popoli interessati. Già al livello degli ambienti di corte e ministeriali, la questione fu vista in termini di rivalità e di contrapposizione, e ben presto la posizione speciale goduta dai Siciliani negli affari di Stato divenne motivo di gelosia per i Napoletani che aspiravano a salire nella carriera cortigiana e politica, onde nacque e si delineò un “partito” napoletano in contrapposizione ad un “partito” siciliano.

          D’altra parte, il dibattito politico e culturale, sviluppatosi nel Regno, non recepì la tematica dell’unità dello Stato fondata su un esistente e persistente dualismo territoriale ed etnico tra la terraferma e l’isola oltre il faro. Prevalse, invece, il mito della monarchia normanna, del “Regnum Siciliae”, che venne a sua volta identificato in una parte del nuovo Stato, cui fu attribuita una funzione egemone e totalizzante.

Francesco Renda, già Professore Eemerito di Storia Moderna all’Università di Palermo, Storia della Sicilia, Volume VI, Edizioni del Sole S.p.a., pag. 218.

 

 

          Si cercavano giovani  d’età compresa tra i 20 e i 25 anni.

          A Latronico e Castelsaraceno, paesini della Basilicata, i giovani che non fecero in tempo a nascondersi o a fuggire furono fucilati sul posto, senza alcuna spiegazione. A Scurcola, furono massacrati 117 uomini delle truppe irregolari di Luvarà, rimasti in paese curarsi le ferite. Qualche giorno dopo, il generale Maurizio De Sonnaz entrò nell’abbazia di Casamari, dove si erano rifugiati gli uomini del conte de Christen. Mille soldati piemontesi irruppero nel luogo sacro, in cerca dei briganti. L’abbazia, fondata da San Berbabrdo e ricca di oggetti di valore storico e artistico, fu incendiata. I contadini della zona si fecero in quattro per spegnere il fuoco, riuscendo a stento a salvare gli oggetti più importanti.

          La repressione senza alcuna spiegazione, la distanza culturale fra gli ufficiali piemontesi e la gente del Sud contribuirono a trasformare queli militari venuti dal Nord in estranei. Nessuno riusciva a sentirli come soldati del proprio Stato in cui riconoscersi. Per tutti erano conquistatori che volevano imporre usanze e  culture lontane. “Piemontisi”. Molti ufficiali parlavano francese e e furono costretti ad avvalersi di interpreti per parlare con le popolazioni locali di cui non comprendevano lo sconosciuto dialetto.

Gigi Di Fiore, Controstoria dell’unità d’Italia, Focus Edizioni, pag. 198, 199.

 

 

          Il deputato La Porta assicurava, nella tornata del 17 aprile 1862, che “il numero dei renitenti alla leva nel solo distretto di Girgenti ( Agrigento, Sicilia) raggiunge i 1.500”.

          e Ricciardi aggiungeva: “Quest’isola (la Sicilia) si godeva sotto i Borbone di alcuni privilegi… Certamente un paese dove none esisteva la leva e che ha dovuto sobbarcarsi alla medesima deve essere assai malcontento; quindi i cinque e seimila refrattari di cui ci è forza deplorare l’esistenza”.

          E ol generale Govone diceva nel suo proclama del 29 settembre 1863: “Le liste di leva della città di Palermo danno più di quattromila renitentie disertori”.

          Le truppe piemontesi bloccano tutti i paesi dove ci sono dei renitenti, impedendo ai cittadini d’uscirne. I comuni protestano invano e gli abitanti piombano nella miseria o soffrono di sete e di fame.

Gaetano Marabello, Verità e menzogne sul brigantaggio, Controcorrente Edizioni, pag. 104, 105.

 

SCHEGGE DI STORIA 5 ’21

 

          Se alcuni generali napoletani hanno vilmente tradito, molti e troppi di loro sono morti combattendo il nemico del loro re e della patria. I nomi del duca Riccardo di Sangro, del duca di San Vito, di Riccardo Caracciolo basterebbero per dar lustro a una causa, anche se non fossero affiancati da quelli del generale Traversa, dal generale Ferrari, dal bravo generale Matteo Negri. Se questi nomi non sono noti, tanto peggioer quelli che non li conoscono o che non li vogliono conoscere.

          Non basta che, dal 1860 fino al 1863, più di ventimila Napolitani e Siciliani sono caduti per la difesa dell’indipendenza delle Due Sicilie, gli uni a Calatafimi, gli altri a Palermo, gli altri ancora a Milazzo, a Capua, al Volturno, a Gaeta e su tutt la superficie del regno? Non sono bastati ventisette paesi incendiati,  le galere rigurgitanti di prigionieri, le deportazioni, i bandi precedenti fatti atroci? Tutto ciò non è sufficiente per ottenere dall’Europa un appoggio, un aiuto, una parola? Non è sufficiente per persuadere i gabinetti dell’Europa che l’unità d’Italia è una sanguinosa utopia che, se i popoli delle Due Sicilie potevano avere delle aspirazioni alla libertà, non potevano averne per immolarsi, per cancellarsi dal governo delle nazioni?

– Gaetano Marabello, Verità e menzogne sul brigantaggio,Controcorrente Edizioni, pag. 153, 154.

 

 

          Nella tornata del parlamento di Torino de’ 25 novembre,, il deputato Nicotera,tra le altre cose dice: …” A Canicattì (Ag), non essendo riuscito a quel prefetto di arrestare il Sindaco, creduto garibaldino, fa arrestare il padre di 74 anni. A Noto (Sr), l’egregio giovane Mariano Salvo la Rosa, direttore del Democratico, un giorno scrisse un articolo contro il prefetto; ebbene, è reputato così grave questo fatto, che l’infelice giovane è posto in una prigione così orribile, che dopo qualche giorno, ha uno sbocco di sangue, e muore.  A’ 2 ottobre un tal Vincenzo Caferro, di Siculiana (Ag) pensa di andare a caccia, e tira la fucilata ad un uccello, indi si accorge, che si avanza la truppa, ed allora questo disgraziato temendo, che la truppa per aver inteso il colpo di fucile lo arrestasse, si rifugia nella casetta vicina d’un contadino  cui narra il fatto: questi risponde: che hai da temere? se viene la truppa io mostrerò l’uccello ucciso, e si persuaderanno; lascia a me il fucile, ci penserò io. L’altro acconsente.La truppa arriva, e fa il suo dovere. Dal momento che v’è il bando di proibizione per le armi, arresta il contadino, lo porta a Siculiana: si telegrafa al prefetto; e il prefetto ordina la fucilazione. In questo io domando la testimonianza del deputato Cognata”.

          Quest’ultimo parla, ed aggiunge: “L’onorevole Nicotera ha chiamato a testimonianza il mio nome: io sento il dovere di dichiarare, che il fatto da lui narrato, in gran parte vero, merita rettifiche; le quali però aggravano l’orrore che deve inspirare nell’animo degli onesti la fucilazione d’un innocente, e per conseguenza aumentano la responsabilità del ministero. Parve a me, osignori, che in quel fatto, sostituto l’arbitrio delle leggi, la giustizia fosse un nome vano per la mia Sicilia. Sotto l’incubo di questa fatale impressione, io, deputato al parlamento e rappresentante di qual corpo elettorale, scrissi una lettera al presidente del Consiglio, che non si degnò rispondermi: da quell’altezza que’ signori stentano a vedere questi piccoli insetti, che si chiamano rappresentanti del popolo”.

– Francesco Durelli, Colpo d’occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 92, 93.

 

 

(Sicilia, gennaio 1848)

          Il Comitato la mattina del 14, unito il municipio, fe’ creare altri quattro comitati: uno di senatori e decurioni con presidente il pretore, per l’annona; uno per la guerra e pubblica sicurezza, presidente il principe di Pantelleria, vecchio ribelle del 1812 e 1820; altro per adunar danari, presidente il marchese Rudinì; e il quarto per divulgar le notizie degli avvenimenti, cui misero a capo (così volente l’Inglese) il retro ammiraglio Ruggiero Settimo. In questo fu il nerbo della rivoluzione; chè l’inventar novelle e ‘l mandarle pel mondo riuscì forza maggiore de’ cannoni. Si trovò in questi quattro fuso il comitato della Fieravecchia, pur rimasto a posto pe’ provvedimenti urgenti della giornata. Di tutti anima il Settimo. Questi nel 1812 ubbidiente al Bentink fu ministro di marina, nel 20 ribellò di nuovo, poi si pentì, e venne graziato da Ferdinando. Nell’anno 1846 sendo ito a Palermo il re, ei gli si gittò ai piedi,  e perché misero e bisognoso ebbe largita grossa pensione; di che mostrandosi riconoscentissimo stette quei dì sempre nel regio cortile, pronto a servire ogni regio servitore. Ora, vecchio e anche di mente fiacco, la setta rimetteva su questo ingrato, per aver un nome da martire cui dar rimbombo. Fecero indi a poco presidente del comitato generale, che strinse in mano tutta la potestà,ma gli stette a costa un Mariano Stabile, che veramente moveva il tutto.

– Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Grimaldi & C. Edizioni, tomo I, pag. 108.

 

SCHEGGE DI STORIA 6 ’21

            La mano pesante non fu, tuttavia, sporadica, come si potrebbe supporre leggendo il brano del Nievo. Nell’Aquilano fu inviato il generale piemontese Ferdinando Pinelli per dare una lezione esemplare a quegli Abruzzesi che avevano osato resistere ai “liberatori”. Costui, in spregio a tutte le garanzie di legge,  cominciò a fucilare tutti gli oppositori, anche quelli che, pur non venendo trovati con le armi, ma semplicemente che avessero insultato con la parola o con atti lo stemma dei Savoia, il ritratto del re o la bandiera nazionale. Nel gennaio 1861, questo generale faceva bruciare in una sola giornata almeno 10 villaggi e massacrare un numero imprecisato di persone inermi. L’obiettivo era  quello ti incutere timore al fine di  schiacciare ogni forma di resistenza al nuovo regime che si andava costruendo. Lo stile di Pinelli purtroppo non fu l’unico esempio di eccessi. Altri capi militari si macchiarono di crimini contro le popolazioni delle Due Sicilie senza mai dovere rispondere di fronte ad un tribunale. Sempre  sul finire del 1860, il generale Enrico Cialdini, impossessatosi del potere a Napoli, telegrafava al governatore piemontese del Molise: “Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio… Oggi ho già cominciato”.

– Francesco Maurizio Di Giovine, La dinastia borbonica, Ripostes Edizioni, pag. 192, 193.

 

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            Innumerevoli delinquenze hanno manomesso ogni elemento di civil comunanza.

            La sola provincia di Napoli (che è una delle 23 componenti l’antico reame delle due Sicilie), nella sua statistica del precedente anno 1861 ha presentati quattromila trecento reati di sangue, fra omicidii, ferite, e risse; quintuplicando così la sua ordinaria cifra sotto il cessato governo.

            Il deputato siciliano Crispi nella tornata del parlamento di Torino de’ 28 giugno (atti ufficiali n. 690, pag 2671) “deplorando le infelici condizioni della sventurata Sicilia, riporta la statistica de’ reali, d’onde si rileva, che dal principio di marzo della seconda quindicina di maggio si sono commessi niente meno  che 262 reati nella sola città di Palermo, e di 87 appena si sono scoverti gli autori… E come mai potrebbe altramente avvenire? L’amministrazione pubblica in Sicilia è un mostro a più teste, senza centro direttivo”.

            E’ tale e tanto il numero delle delinquenze in Napoli, ne’ primi mesi dell’anno 1862, che il giornale la Democrazia del 3 aprile così si esprime: “Non scorre notte senza che succedano furti, aggressioni a mano armata, ferimenti, ed omicidii; – ogni mattina di altro non udiamo a raccontare, se non di porte scassinate, di muri perforati, di botteghe spogliate, di case predate, di attentati di ogni genere  contro le persone, e le proprietà. E quasi vivessimo in un paese selvaggio invece di trovarci in una città civilizzata, allorquando nelle ore della notte ci ritiriamo alle nostre case, in ogni individuo, che ci viene incontro, ci segue, dobbiamo sospettare un nemico, cauti e guardigni inoltrarci ne’ vicoli deserti,  la mano su lo stocco,  o sul revolver per timore di essere rubati, bastonati ed uccisi: insomma, più non esiste sicurtà per le nostre vite, e per le nostre robe… così jeri due omicidi si avveravano, l’uno in persona d’un muratore presso il caffè dei fratelli Senno, l’altro ancor più barbaro in via S. Giovanni Carbonara”.

– Francesco Durelli, Colpo d’occhio su le condizioni del reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 40 e 43.

 

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(Garibaldi è nei pressi di Palermo…)

            La gente fugge anche verso il mare, pagando ad altissimo prezzo un posto in barca o in nave. Ma c’è di più e c’è di peggio.

            L’alta nobiltà ed i più ricchi borghesi, già da qualche giorno, hanno attakkatu li kani – come si dice in Sicilia – hanno cioè adottato le loro precauzioni  spostandosi con le loro carrozze  e la loro servitù nella  ville delle periferie agricole se non addirittura all’interno  dei rispettivi feudi anche a molti chilometri di distanza dalla città.  Le loro case di città sono affidate alle guardiane mafiose e vigilate  da picciotti svegli. Per il resto della popolazione – anzi per la stragrande maggioranza dei cittadini -, i problemi si aggravano di ora in ora.

            Ovunque regnano caos, squallore, disagi.

            Una buona parte dei cittadini di ceto medio – alto, ai quali, per intenderci, appartengono impiegati, piccoli borghesi, nobiltà minori,  modesti possidenti e simili, cercano scampo sul mare comprando  l’ospitalità su navi, pescherecci e barconi. E’ una ricerca disperata e dispendiosa del posto. Questa gente porta con sé quanto ha di più prezioso, come gioielli, soldi, documenti.

            Un centinaio di imbarcazioni riusciranno a collocarsi nella rada del porto, , alle spalle delle navi straniere. Altre imbarcazioni si disseminano  a largo dei porticcioli e delle borgate  marinare nell’ampia fascia  costiera palermitana.  Altri cittadini fuggono dalla città come possono., anche a piedi.  I più ovviamente restano nella città. Nel terrore di ciò che potrebbe accadere…

            E che purtroppo accadrà!

            Chi è più fortunato (e più furbo) si procurerà una bandiera straniera, (soprattutto l’Union Jack – come abbiamo anticipato) o appronta un cartello con la scritta: “DOMICILIO INGLESE”.

            Altro che rivoluzione spontanea di tutta la città! Altro che tricolore italiano con o senza lo stemma sabaudo! Altro che folle osannanti! E’ una tragedia immane , che si abbatte sulla città e su un’intera popolazione.

– Giuseppe Scianò, …e nel mese di maggio la Sicilia diventò “colonia”! Pitti Edizioni, pag. 189.

 

 

 

 

 

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