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SCHEGGE DI STORIA 1/2019

 

          Noi troviamo, nel documento reso ufficiale, alcune linee in bianco, il che vuol dire che sono state soppresse alcune cose. E perché darsi tanta pena? I relatori credevano forse che sarebbe stato troppo quel che è stato soppresso della relazione originale?

          “L’argomento vittorioso a pro del nuovo ordine di cose, quello che più persuade le popolazioni è il potere ad essa dimostrare con l’evidenza dei fatti che in tutti i rami della cosa pubblica regna la giustizia”.

          Veramente? Questa giustizia regna in tutti i rami? E tuttavia il deputato Brofferio disse, parlando di questo soggetto: “Vengo alla giustizia. In questo dicastero v’ha una tale confusione di babilonia, che la simile non ho veduta né udita mai… A Palermo, a Napoli, come anche nella altre province novellamente annesse, vi sono avvocati che non vogliono più disputar le cause, giudici che non sanno più come giudicarle, abbiamo una corte di cassazione ormai esautorata, abbiamo terze istanze, che si dicono in via e non giungono mai”.

          Il deputato Ranieri assicurava che: “Le province napoletane hanno visto nella legislazione incomposta delle leggi piemontesi non un progresso su quel che avevano già, ma un passo indietro”. La storia registrerà come un aspetto celebre della dominazione piemontese il sistema di incarcerazione e quello dei sospetti, di cui s’occupò la Camera dei Comuni del Parlamento inglese nella memorabile tornata dell’otto maggio 1873. E un generale piemontese, Mazzè De la Roche, diceva in un ordine del giorno: “Giacciono nelle prigioni in gran numero carcerati sul di cui conto non si sa quali misure prendere, perché non si consce alcun dato della loro carcerazione, tranne la vaga imputazione di connivenza col brigantaggio.  Non di rado si trovano molte persone così arrestate che invece dimostrano con prove evidenti essere state esse stesse vittime dei briganti prima, e poi di denuncia per vendetta privata. Di là lo smacco che ricade sulle autorità col dover rimettere in libertà, a meno d ostinarsi in un diniego evidente di giustizia”.

          Oh! L’argomento vittorioso!

          Il deputato Ricciardi diceva in una lettera indirizzata al ministro Rattazzi (stampata nella Nuova Europa): “Vi dirò che le cose sono giunte a tal punto in questa parte d’Italia (il Regno delle Due Sicilie), che la maggioranza non ha più fede nella durata del nuovo governo, che, non temo d’affermarlo, è aborrito qui generalmente. Aggiungo che la giustizia e la legge sono parole prive di senso, non svolgendo la magistratura il suo dovere che molto imperfettamente e dipendo la vita dei cittadini, nei luoghi infestati dal brigantaggio, dal buon piacere delle autorità militari i cui abusi sono crudeli da far drizzare i capelli. Da un anno, migliaia di persone sono state passate per le armi, senza alcun giudizio e per ordine d’un semplice capitano o luogotenente; di modo che molti innocenti sono periti miseramente”.

          Oh! L’argomento vittorioso! Oh! Come la giustizia regna bene! Oh! I benefici dell’unità nazionale!

          “Le operazioni della leva porgono la prova palpabile di questa asserzione… Il risultamento ha sorpassato le migliori speranze… La leva ha avuto un esito che, senza tema d’esagerazione, può essere chiamato magnifico; basti dire che perfino nelle regioni garganiche il numero dei renitenti è stato scarsissimo…”.

          Dopo di che si dovrebbe credere che altrove non ci sono renitenti del tutto. Perché allora pubblicare una legge che fa punire i renitenti come disertori e giudicare i loro complici dai tribunali militar? Il deputato Polsinelli diceva: “I coscritti della leva d’appresso di noi dovevano essere tradotti con la forza… Quelli che sono stati costretti a partire dalle autorità ritornarono immediatamente… Ora sono in armi e bisogna combatterli”.

Gaetano Marabello, Verità e menzogne sul brigantaggio, Controcorrente Edizioni, pag. 103, 104.

 

          (Sulla “rivolta” siciliana del ‘1848 – Messina)

Da un contributo epistolare scritto dal comandante di Stato Maggiore dell’Esercito siciliano, il colonnello Antonio Pracanica pubblicato in stampa dal La Masa, si riesce a dimostrare la presenza di combattenti appartenuti al Comitato Controrivoluzionario, attivi durante lo sbarco delle forze napoletane a Mare Grosso. Se ciò non bastasse, sempre dallo stesso biglietto del colonnello Pracanica si aggiungeva altra carne al fuoco. Sicchè, dalle tracce messe in evidenza dal contributo di un alto ufficiale siciliano, si ebbe la conferma della presenza di una forza contrapposta alle truppe ribelli e in rivolta; questi fatti però non furono recuperati e registrati dalla cronistoria di quelle cinque giornate. La loro presenza si stima a Mistretta come sopra accennato, così pure a Patti, a Barcellona Pozzo di Gotto, a Milazzo come a Scaletta, e altri luoghi dove a quanto detto dal Pracanica, la contrapposizione non fu sterile. Le fucilate che di tanto in tanto sopraggiungevano sopra gli armati siciliani, furono più numerose del prevedibile. Se in agosto alcuni di loro, cioè, dei controrivoluzionari, subirono la persecuzione e la morte, altri come segnalati negli antefatti della presa del forte Sicilia, si trovarono coinvolti in prima linea ricevendo dentro le loro abitazioni parti di quei soldati sbandati nell’azione protrattasi su quel territorio alle Moselle. Essi, i cittadini fedeli alla corona dei Borbone, furono bruciati vivi nelle loro case e come i prigionieri in divisa, subirono la medesima sorte: decapitati, squartati, vilmente profanati i resti tagliuzzati a pezzi e in pubblico delirio, in un ultimo scempio portati fra le strade della città oltraggiati nella dignità di morti. La carneficina, perché di questo si tratta, di civili come dei soldati fatti prigionieri, è cosa risaputa. Il Pracanica rispetto agli altri cronisti, aggiunge ulteriormente altri particolari, veramente interessanti, quando segnala l’operato dei traditori: di quelli afforzati sul distretto meridionale in quelli dei sobborghi di Messina, come in quelli del distretto settentrionale, allargando il numero dei volontari della contro rivolta partecipante e contro operante sul campo. Una massa di gente niente affatto limitata, anzi piuttosto corposa che si congetturata arrivare a duemila uomini, permettendo di avere un’idea delle forze in campo. Nella costruzione della cronaca dell’assedio e poi dell’azione napoletana contro gli insorti, ogni tanto vengono fuori delle novità in rapporto a misteriosi agenti segreti attivi in quello scenario. Due personaggi già operativi fin dall’agosto 1848, avevano informato l’alto comando napoletano, fornendo una descrizione certosina della macchina bellica rivoluzionaria, in special modo: alle postazioni in cui si paravano le batterie di artiglieria, dei luoghi furono aperti i relativi fossati, della consistenza delle truppe, delle capacità delle armi, della consistenza delle munizioni e la capacità dei comandanti. Il Pracanica li individuerà troppo tardi. Dall’incredibile precisazione ne vengono altre aggiunte clamorose; non solo il distretto messinese era pronto in armi, a sbarrare il passo dei liberali siciliani sediziosi contro il legittimo sovrano, ma addirittura, mezza Sicilia era sul piede della controrivoluzione. Una massa enorme di fedelissimi al casato di Ferdinando II si stava organizzando. La lro presenza mistificata dalle fonti originali permette di leggere ben altre pagine, rispetto a quelle prospettateci dagli storici svenduti al potere.

Alessandro Fumia, Messina, la capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 279,280 ,281.

 

SCHEGGE DI STORIA 2/2019

 

          Ed è proprio questa “continuità d’azione” che l’autore vuol mettere in evidenza, per dimostrare non solo che il progetto occulto del Governo Mondiale è stato elaborato più di tre secoli fa, perseguito nel tempo con accanita pervicacia ed in via di compimento ai nostri giorni; ma che esso nasce dalla contraffazione dell’idea cristiana e, soprattutto, dall’odio inestinguibile nei confronti del cattolicesimo e del Papato.

          …

          In sintesi si è programmato e si sta realizzando lo svuotamento della dottrina cattolica e, di conseguenza, l’eliminazione del collante capace di tenere uniti quanto meno i popoli europei ed americani.

          E il primo colpo a questa unità fu inferto dalla Riforma luterana, altri ne sono seguiti nei tempi successivi con impressionante continuità ed astuta gradualità, come indican0 gli avvenimenti che si sono susseguiti a partire dal 1789, in cui la realizzazione del malefico progetto ha iniziato a correre più velocemente. Le guerre napoleoniche sono state le successive tappe della corsa, perché esse sono servite non solo a diffondere nel mondo civile i germi della nuova religione, ma anche a sollecitare l’insorgere dei nazionalismi, che soprattutto dovevano servire ad abbattere l’impero cristiano, che costituiva ancora quanto residuava del Sacro Romano Impero, ed il potere temporale del Papa, nela convinzione che, venuto meno quello, ne risentisse anche l’autorità spirituale. Dopo la caduta di Napoleone I, tradito certamente dalla propria vanità e dalla propria ambizione, che non potevano non collidere con i progetti coltivati dalle Alte Società Segrete (delle quali anche egli era stato un accolito), e dopo la breve Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna nel 1815 e vanamente difesa dalla Santa Alleanza (…), la corsa riprese più violenta di prima con le rivoluzioni del 1848 e del 1849 che interessarono soprattutto la penisola italiana e l’Ungheria (sempre più in odio al cattolicesimo ed all’Austria), e che portarono alle guerre di indipendenza dell’Italia (1848, 1849, 1860, 1866 e 1870). Né può essere tralasciata la tappa del 1917, una delle più importanti e decisive della corsa al Governo Mondiale, vale a dire quella rivoluzione russa, voluta, finanziata e sempre sostenuta dalle centrali finanziarie occidentali allo scopo di abbattere lo zarismo e colpire duramente il cristianesimo ortodosso.

Pierre Virion, Il Governo Mondiale e la Contro Chiesa, Controcorrente Edizioni, pag. 58 e 59.

 

                   “Per cinque anni i piemontesi o sardo – garibaldini, come li definivano sprezzantemente gli insorti, agirono al Sud con mentalità precoloniale. Prese corpo una specie di guerra civile tra italiani, che si protrasse fino al 1866. I metodi repressivi adottati dall’esercito al Sud suscitarono nel Parlamento italiano e all’estero critiche e condanne fino a far emergere poi precise accuse di aver compiuto, ante litteram, i primi crimini di guerra o crimini contro l’umanità”. Non si facevano molti prigionieri. Il numero dei fucilati divenne eccessivo e, per evitare proteste politiche, i Comandi militari disposero che si dovessero fucilare solo i capi e chi sfuggiva all’arresto. Inutile dire che da allora i rapporti abbondarono di descrizioni di uccisioni di briganti in fuga. Ammise, nelle sue memorie, il generale torinese Enrico Morozzo della Rocca, aiutante del Re Vittorio Emanuele II ed in quel periodo comandante in capo dell’esercito a Napoli: “Feci fucilare alcuni capi e pubblicai che la medesima sorte sarebbe toccata a coloro che si fossero opposti, armata mano, agli arresti. Erano tanti i ribelli, che numerose furono anche le fucilazioni e da Torino mi scrissero di moderare queste esecuzioni, riducendole ai soli capi”. Manfredo Fanti, ministro della Guerra, ritenne “straordinario” il numero dei capibrigante uccisi e fu costretto a invitare il Comando di Napoli a “sospendere le fucilazioni per trattenere prigionieri tutti gli arrestati”. Le prigioni e le caserme “rigurgitarono”, si legge nelle memorie di Della Rocca.

Gigi Di Fiore, Briganti Utet Edizioni, pag. 22.

 

          Al netto dei fatti, i primi a perorare la rivalsa contro il governo reale furono l’aristocrazia terriera e i liberali palermitani, che avvertivano il peso delle strategie del casato reale volte a equilibrare in Sicilia le forze presenti. Da questo ragionamento è palese trovare le motivazioni di fondo nella costruzione di un partito popolare contrapposto alla volontà del re. Viceversa, valutando attentamente quelle motivazioni si trova un bandolo della matassa perfettamente mimetizzato dietro tanti omissis. Non tutta la Sicilia era contro il governo di Napoli, questa verità si può elaborare, individuando quel corpo estraneo nel partito controrivoluzionario. Le forze liberali fomentate dall’aristocrazia siciliana ostile al casato dei Borbone, per le ragioni più svariate, fin dal tempo in cui re Ferdinando ebbe a risanare il debito pubblico delle due Sicilie, intaccando i privilegi e azzerando i monopoli, trovarono la predisposizione mentale di alcuni possidenti di Palermo, ad aprirsi alle richieste dei liberali siciliani, assecondati dalla corona britannica per sovvertire il governo legittimo. Messina da tutto ciò ne subiva il danno maggiore perché la discesa in campo di queste forze, sarebbero saltate quelle leggi che le avevano permesso di aumentare notevolmente i suoi traffici e le sue finanze.

          …

          Dalle carte che ho studiato, salta fuori una costante. La rivolta checchè se ne pensi non fu movimento di popolo, ma la discesa in campo di un partito siciliano espressione di una minoranza, legatosi con una burocrazia italiana ai tempi sconosciuta, rimandando il tempo dell’invasione posto in essere dagli ideologi siciliani. (colorazione in rosso della redazione. N.d.r.). La verità non è legittimata con la discesa in campo dei militari napoletani vittoriosi della campagna militare del 1848 – 1849. Non furono i soldati ad annientare Messina, se nonché gli stessi siciliani che si dichiararono suoi liberatori. Non fu Ferdinando a comandare d’incendiare quella capitale ma Ruggero Settimo, e i suoi accoliti; non furono le truppe mercenarie del Filangeri a distruggere la ricca città, ma i suoi figli più pavidi a sentenziarne la fine. (colorazione in rosso della redazione. N.d.r.). Il furioso Giuseppe La Farina, orgoglioso delirando affermerà ai suoi astanti, che era necessario l’estremo sacrificio per una buona causa: bruciando la pubblica biblioteca, i ricchissimi depositi del suo Porto Franco, rovinando con le proprie mani tutti quegli edifici che potessero servire ai borbonici. Con pochi colpi di pennello, Giuseppe La Farina stava raffigurando ai rivoluzionari veneti la strategia messa in opera su Messina dalle forze fraterne. Altro che livore napoletano, altro che stragi invereconde commesse dai Borboni, i veri assassini di Messina furono le bande armate siciliane e una parte avvelenata dei suoi stessi figli (colorazione in rosso della redazione. N.d.r.). Così accadde che i liberali siciliani incendiarono le case, sventrando i palazzi, profanando le chiese se questo faceva comodo ai loro progetti; egli lo afferma con la sua bocca e lo pone a paragone, in rapporto alle azione commesse dai suoi amici, presso il campo di battaglia trovato presso le strade di Messina. Per una causa giusta, tutto era sacrificabile persino la vita di quelli con cui condivideva i natali. La tattica fu esplicitata da questi concetti tirati su in uno scritto fresco di esperienza. Bisognava costringere il nemico a farsi bombardare (sue parole) sacrificando gli impianti delle città, provocando la sua reazione militare. La Farina, dimostra una volta per tutte, dove si nascondeva la verità e dove si accalcavano le menzogne. La sua esperienza rivoluzionaria si arrestava al 4 luglio del 1848, perché subito dopo con la reazione dei napoletani, queste teorie ritornarono in soffitta, lasciando il campo a una propaganda programmata all’annientamento pubblico del nemico; costruendo a bocce ferme una visione fantastica dei fatti, accrescendo in maldicenze i misfatti commessi dagli accoltellatori liberali messinesi, ma addossandone la colpa alla polizia napoletana. Un esempio memorabile di avvenimenti sottaciuti da una certa stampa, qui messi a nudo, dalle rivelazioni di un principe della menzogna fatta strategia politica. (1).

(1) Vedasi, a tal proposito, il testo integrale della lettera politica riportata nelle note della stessa pag. 229;

– Alessandro Fumia, Messina, la Capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 228, 229.

 

SCHEGGE DI STORIA 3/2019

 

          La lunga storia della Sicilia e del Meridione è stata vicenda di unità nella diversità per sette secoli, fino al 1860, ed è stata contrassegnata da una precisa identità spirituale e originale che da Ruggero a Federico II, da Carlo III fino a Francesco II di Borbone l’ha connotata.

          Un’autonomia, una civiltà che, anche nei periodi difficili dei vicereami e delle presenze esterne di forze militari, ha però salvaguardato l’antico Regnum Siciliae (che non aveva solo i confini isolani) e il Regni si Napoli e prima ancora il Ducato, poi Principato, di Benevento. Furono le nazioni napoletana e siciliana, che formeranno quello che fu il Regno delle Due Sicilie fino al 20 marzo del 1861 data della caduta dell’ultima Real Piazza Borbonica a Civitella del Tronto nel teramano, subito dopo la resistenza di Gaeta e della cittadella di Messina.

          …

          Allora, pacatamente, riportiamoci alle condizioni sociali dell’Antico regno che precedettero l’unificazione.

          Scopriremo che il Sud si avviava ad essere, e in molti campi già lo era, un Regno fra i maggiori d’Europa. Ne sono testimonianza le eccellenze intellettuali e morali, accademie e centri di scienza, il lento processo di industrializzazione non indiscriminato ma ragionato in rapporto alle vocazioni e alle specificità del territorio; un sistema burocratico efficiente che si avviava alla razionalizzazione; banche ricche e floride; un sistema fiscale equo e non assolutamente coercitivo; un servizio postale fra i primi d’Europa, opere pubbliche allora all’avanguardia e non solo la pur importante prima tratta ferroviaria della penisola, la Napoli – Portici (1838); una agricoltura florida e un commercio che si sviluppava, specie via mare, in espansione; gioielli d’architettura e d’arte che adornavano (e adornano) l’intero Sud che si aggiungevano  – organicamente – all’habitat disegnato mirabilmente nel corso dei secoli  e che ancora oggi fanno del Meridione quella gemma che brilla, malgrado violenze, mafia, malaffare, unite all’inconcludenza  o peggio alle depredazioni  e corruzione che senza interruzioni  dall’unificazione, nel ceto politico e in quello economico e finanziario, sgovernano il Sud.

Tommaso Romano, Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud, Thule Edizioni, pag. 23, 24, 25.

 

 

          Nell’ultima parte del 1847 la setta massonica alla conquista dell’Europa comincia le sue operazioni losche per la grande rivoluzione da far scoppiare nel 1848 negli stati più o meno refrattari ai suoi avidi voleri. Addirittura si strumentalizza la recente elezione di Pio IX spacciandolo per un papa liberale che cambierà il vecchio mondo attorno alla chiesa cattolica. Il premier inglese Palmerston manda il suo inviato speciale Lord Minto per appiccare focolai nelle principali capitali. Mentre a Roma, Firenze, Torino c’erano problemi in grado di autorizzare forme di protesta, molto più arduo sembrava infettare Napoli e Palermo che vivevano un periodo aureo in campo socio – economico. Non restava che ingaggiare un intellettuale locale non sazio di ciò per bramosia personale e fargli inventare una sequela di menzogne atte a diffamare il regno. In tal modo nasce la famosa “Protesta del Popolo delle Due Sicilie” di Luigi Settembrini che mostra sui mass media i Borbone di Napoli come i peggiori regnanti europei. Ferdinando è giustamente irritato e indignato e prontamente elargisce ancora più servizi e meno tributi ai suoi popoli che non si sarebbero mai sognati di protestare… I primi segni di rivolta si notano sullo Stretto sia a Reggio sia a Messina. Il solerte e deciso intervento dell’esercito riporta la calma senza tuttavia punire troppi rei in modo che gli scampati attendono fermenti la rivincita. Ciò a causa degli infiltrati settari persino nella magistratura che manda assolti personaggi come Carlo Poerio.

          Avendo anche Pio IX, Leopoldo II di Toscana e Carlo Alberto dati chiari segni di liberalità, a fine anno un manifesto firmato da “Gl’Italiani dell’Unione” invita Ferdinando II a fare di più e meglio per l’Italia. Da ciò è scaturita la diceria di un presunto tentativo dei rivoluzionari di affidare l’unificazione della penisola ai Borbone. Invece era solo un tranello per fargli abbassare le difese dato che sembra ormai acclarato e incontrovertibile che l’unità italiana a sia un orpello per celare la distruzione del regno delle Due Sicilie non solo come entità politica ma soprattutto come moderna organizzazione statale idonea a mettere a repentaglio il trionfo del capitalismo anglo – sassone, teso a conquistare il mondo. Come avrebbe la setta massonica potuto mai accettare un sovrano borbonico a capo dell’Italia con le sue idee antitetiche rispetto all’Inghilterra?

Vincenzo Gulì, Successe il ’48, pag. 8, 9.

 

 

          Persino l’Abba è costretto a parlare delle Bandiere Inglesi. Si vede che erano veramente molte. Anzi: troppe!

          A sbarco già avvenuto, scrive nelle sue noterelle, proprio con la data dell’11 maggio 1860: “Siedo sopra un sasso, dinanzi al fascio di armi della mia compagnia, in questa piazzetta squallida, solitaria, paurosa”.

          Dopo qualche osservazione sul Capitano Alessandro Ciacco, che piange di gioia e dopo aver fatto qualche altro piccolo riferimento di cronaca, il nostro Autore aggiunge: “Su molte case sventolano bandiere di altre nazioni. Le più sono Inglesi. Che vuol dire questo?”

          Si è detto che l’Abba pone un quesito al quale crediamo di avere risposto abbondantemente. Ma riteniamo che gli avessero già risposto esaurientemente quasi subito altri autori. E riteniamo altresì che l’Abba si sia risposto da sé, nel momento in cui è costretto ad ammettere che sventola una gran quantità di bandiere inglesi.

          Un fatto strano comunque.

          Per un cantore, per un apologeta dell’impresa garibaldina, per un operatore di disinformazione storica e politica del Risorgimento, è senza dubbio un sacrificio dare spazio a questo scorcio di verità. Ma non può farne a meno: il fenomeno è dilagante e si ripeterà a Palermo, a Catania, a Messina. Ovunque in Sicilia.

          Va da sè un’altra considerazione. L’Abba non afferma di aver visto bandiere italiane. Ci fa quindi dedurre che non ve ne siano. Neppure una. Non si tratta di un fatto secondario. Se infatti un agiografo come l’Abba avesse visto a Marsala un solo fazzoletto tricolore, lo avrebbe moltiplicato per cento… Saranno poi i pittori, i pennaioli ed i poeti (incaricati dal governo di Vittorio Emanuele o mossi dalla voglia di far carriera o dalla necessità di sopravvivere) che faranno miracoli, descrivendo folle osannanti, talvolta in ginocchio, che accolgono il Duce dei Mille fin dal molo del porto, in un tripudio di gigantesche bandiere tricolori.

Giuseppe (Pippo) Scianò, …e nel mese di maggio 1860 la Sicilia diventò colonia!, Pitti Edizioni, pag. 52.

 

SCHEGGE DI STORIA 4/2019

 

          I rapporti militari degli ufficiali piemontesi spiegavano che nel Sannio “il contadino è di buon indole, ma i proprietari lo disprezzano guardandolo come una bestia da soma”. In provincia di Benevento, appena cinque famiglie erano proprietarie della maggior parte dei territori coltivati soprattutto a vigne e raramente a grano. I braccianti erano quasi sempre ricompensati solo con frutta e ortaggi. Erano condizioni di miseria, che crearono anche un commercio, da terzo mondo, con i giovani venduti dalle famiglie ai proprietari terrieri che ottenevano così lavoro a poco prezzo. Braccia forti per i campi, pagate a forfeit ai genitori e ricompensate per le loro fatiche nei campi solo con il vitto e alloggio. I contadini cedevano i loro figli maschi dodicenni, spinti dal bisogno di sfamare una famiglia numerosa. Quei miserabili in salsa meridionale venivano chiamati cli “alani”. Erano davvero una sorta di schiavi, che diventavano un buon affare per i proprietari che si assicuravano manodopera facile ed economica.  Chi li cedeva, sacrificava un figlio maschio per dare futuro ai fratelli e alle sorelle. Schiavi, anche qui, come i “negri d’America”. I proprietari esaminavano i giovinetti per verificare se fossero in salute e abbastanza forti per resistere alle fatiche del lavoro nei campi. Come al mercato degli schiavi di New Orleans.

Gigi Di Fiore, Briganti, UTET Edizioni, pag. 157.

 

          Anche nel Regno di Napoli le sette massonico – carbonare costituirono la truppa d’assalto della borghesia rivoluzionaria.

          Le varie frazioni carbonare, che nel periodo francese avevano oscillato tra filo – murattismo e filo – borbonismo, si ricomposero in un unico blocco rivoluzionario ostile alla monarchia.

          In verità sia il filo – murattismo che il filo – borbonismo erano stati solo degli espedienti opportunistici. I settari borghesi reclamavano delle garanzie costituzionali, garanzie che Murat non poteva o non voleva concedere e che speravano di ottenere da Ferdinando e dagli inglesi. Quando il monarca restaurato lasciò intendere chiaramente che non avrebbe concesso nessuna carta costituzionale ed anzi mise al bando le società segrete, i carbonari gettarono la maschera filo – borbonica e ripresero la loro attività cospirativa, accogliendo nelle proprie file i settori più radicali dell’opposizione borghese.

          “La Carboneria del Mezzogiorno, la più forte e consistente, fu in sostanza l’embrionale organizzazione politica della borghesia costituzionale meridionale, e soprattutto di quella delle province, fatta in buona parte di “galantuomini”, di quei proprietari, a volte usurpatori di terre demaniali, nei quali i contadini vedevano il loro avversario principale”. Fu infatti proprio la carboneria “ad assumere in quegli anni la direzione politica degli elementi più attivi della borghesia, dando ad essi un’ideologia in cui confluivano e trovavano espressione gli sparsi elementi di malcontento (…). La vasta diffusione che essa ebbe fu dovuta soprattutto al fatto che il suo programma rispecchiò alcune esigenze della borghesia napoletana”.

Gian Pio Mattogno, La rivoluzione borghese in Italia, Edizioni all’insegna del Velcro, pag.202, 203.

 

          Scrutiamo ora la condizione vera di quella Sicilia, cui da mezzo secolo si fan fare rivoluzioni, cagioni e pretesti di tutti i guai comuni. Dopo il 48 dissi come separata dal continente fu l’amministrazione dell’isola. A Palermo s’era nel 49 fondato il Gran Libro del debito pubblico siciliani; così quei popoli accontentando del non avere i loro capitali  soggetti a perturbazioni straniere. Allora i debiti di Sicilia montavano a 19 milioni e 535, 580 ducati; cioè pretesi dal tesoro di Napoli 13,774,716, e dai pubblici stabilimenti 5,760,864. Però come narrai (lib.11, par 22) il debito si fe’ di venti milioni per riparare a’ disavanzi preveduti a dover seguire nei primi anni. Ma ebbero più, perché conteggiato con Napoli, il debito si modernò a 9,983,773 e grana 49; cioè 3,790,943 men del preteso: che servì a pagare i tanti danni della rivoluzione.

          Si riproposero le tasse ch’eran prima del 48; cioè fondiaria, dazii indiretti, compreso dogane e macinato, grave più pel modo di riscuoterlo che per sé. Esso durava dal 1594, rendita principale de’ comuni; e il decreto del 1842, a semplificarne la percezione, avocato aveva al governo in una amministrazione il dazio comunale e il regio, fermatolo a carlini cinque per cantaio sulla macinatura de’ frumenti; e dava a’ comuni un tanto corrispondente al consumo presunto della popolazione. La rivoluzione per fingere la generosa abolì il dazio; ma anche tolse gli assegni a’ comuni; i quali però posero tasse nuove, e maggiori e più moleste. Restaurata la potestà regia, i municipii supplicarono si riponesse il macinato, e l’ottennero a’ 3 settembre 49 come nel 42, con modifiche, da renderlo men grave: così restituiti gli assegni, s’abolirono le nuove tasse. Se non che, sendo l’erario in iscapito, il luogotenente propose crescere d’altre grana venticinque a cantaio il macino; s’udì la consulta, e due apposite commessioni; le quali dichiararono quello essere il men gravoso dei dazii; onde fu approvato a’ 13 novembre 54, fuorchè per Palermo e mMessina. Da ultimo re Francesco II ridusse a metà questa soprattassa di grana 25.

Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Grimaldi & C. Editori, pagg. 22, 23.

 

SCHEGGE DI STORIA 5/2019

 

I popolani di S. Tammaro presso S. Maria, avendo il 12 (settembre 1860, n.d.r.) disarmato i camorristi, e riposto le insegne regie, ebbero le liberalesche punizioni; ma quattro de’ più cerchi a morte si salvarono nella vicina Capua. Anche fu punita la reazione di Marcianisi, e ‘l duce garibaldino per ordine del dittatore, due tosto fucilò, molti carcerò. Le persecuzioni a Canosa e a Bitonto furono quanto più sicure più atroci. Ho detto quelle di Montemiletto, ed Ariano. A Isernia sin dal 27 agosto s’eran commossi gli animi. Altri moti scoppiarono a resina, a Scafati e nel Nolano. Ma non m’è possibile dire tutte le reazioni del reame; in ogni parte compresse nel sangue, pel braccio di stranieri guidati da’ camorristi. E i diarii raccontavano le costoro geste con ischerni e gioia.

          …

          Ad Arzano, preso un ex capo urbano, e menatolo a Casoria, gli tagliarono con forbici le labbra, in pena d’aver gridato Viva il re!

Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Volume secondo, Grimaldi & C. Editori, pag. 219.

 

 

          Con l’arrivo del 1868, che Nello Rosselli definirà “anni di miseria e di malcontento per le classi lavoratrici italiane”, esplose una pesante crisi economica e si introdusse la nuova tassa sul macinato imposta dal governo Menabrea.

          In gennaio a Troina si svolsero tumulti e arresti che la “Cronaca della Pubblica Sicurezza” così illustrò: “Gli abitanti di questo Comune tumultuarono per il Dazio – consumo, prendendo a sassate i caselli stabiliti per la riscossione del medesimo. Vi accorse il Sindaco accompagnato dal Brigadiere e Vice Brigadiere dei R.li Carabinieri, ed eseguirono due arresti. A tal vista i paesani s’inviperirono volendo rimessi in libertà gli arrestati. Sorse allora una mischia nella quale sgraziatamente rimase ucciso il Brigadiere e mortalmente ferito il Vice Brigadiere. Il distaccamento del 9° Fanteria ivi stanziato, che trovavasi, in quell’ora di perlustrazione, appena ritornato, riuscì a ristabilire la pubblica tranquillità. Furono operati ventidue arresti.

          Il 17 gennaio a San Filippo d’Agira “una pattuglia di Carabinieri e militi a cavallo ebbe uno scontro colla banda Venticinque – Muratori. Fu arrestato un solo brigante e tre militi a cavallo per sospetto di connivenza coi detti malfattori”. Il Venticinque morirà a Leonforte in uno scontro con le truppe nella notte fra il 4 e il 5 febbraio. Sempre dalla “Cronaca” leggiamo che il 22 gennaio a Militello “vennero aggrediti in una masseria un certo Previtera da sette individui armati, e prima di lasciarlo fecero intendere la seguente minaccia: ti raccomandiamo di non far parola alla giustizia che noi siamo venuti qui, altrimenti vi scanneremo tutti, che il 24 di febbraio prossimo, succederà la rivoluzione in Sicilia”.

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, Una storia da riscrivere, ISSPE Edizioni, pag. 165, 166.

 

 

(1862 n.d.r.)

Ne’ frequenti conflitti con le bande reazionarie, i paesani schivano porgere rinsegnamenti alla truppe piemontesi, ovvero forniscono loro erronee indicazioni, che le fa rimanere vittime di imboscate: tra i varii incidenti (che saranno più estesamente riportati nella sezione V. sotto l’articolo della guerra civile) basterà notare il recentissimo macello della compagnia di soldati con l’infelice capitano Rota, tratto dalla fallacia di un contadino ne’ ridenti boschi di S. Croce di Magliano (tra la pianura di Capitanata e il Molisano), senza aver avuto aiuto di sorta da’ naturali.

          In agosto viaggiano in vettura perché infermicci un ufficiale, un foriere, e due caporali, piemontesi tutti, partiti da Palermo: giunti presso termini, si fa contro essi una scarica improvvisa di moschetti, e ne rimane vittima il foriere, e gravemente feriti gli altri tre col pericolo di vita, autori ignoti: cagione l’odio. (Gazzetta del Popolo de’…agosto); più tragica fine incontrano due uffiziali piemontesi, che viaggiano con un monaco teatino da Bari per Napoli: al Vallo di Bovino sono presi da un drappello di reazionarii, e tradotti in fondo del bosco, dove i due militari sono massacrati (Gazzetta di Napoli de’ 28 marzo); ed è ben noto il macello del distaccamento di truppa piemontese con l’infelice capitano Richard presso Lucera di Puglia, (Pungolo de’ 26 marzo); nel breve tragitto tra Castellammare, ed Agerola a’ 14 dicembre sono uccisi due carabinieri.

Francesco Durelli, Le condizioni del reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Rpostes Eizioni, pag. 27.

 

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