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SCHEGGE DI STORIA 1/2018

 

          L’esame de’ bilanci offre spaventevoli cifre. Nel 1860 si contrassero 416 milioni di debito; nel 1861 cinquecento quattro milioni; nel 1862 cinquecento milioni. In un triennio si sono spesi 1420 milioni oltre lo introito fissato ne’ preventivi!.

          Preso un termine medio da’ bilanci de’ tre anni 1860, 1861, 1862 risulta, che il nuovo regno d’Italia spende 900 milioni l’anno, e ne ha di rendita soli 400. Sul proposito la Opinione di Torino N. 159, osserva: “Il ministro Sella ha esposta  la condizione delle finanze in tutta la sua gravità: egli ha scoperta innanzi a noi una voragine, la quale minaccia di inghiottirci, la voragine del disavanzo che allargasi d’anno in anno, comunque nel biennio 1860 – 1861 si fosse ricorso al credito pubblico con imprestiti diretti, o con alienazione della rendita residuale delle nuove province; per lo che il debito pubblico è quindi aumentato in due anni di circa 925 milioni sommando così a sei miliardi”. E per esso si pagano annue lire 308 milioni, e mezzo di soli interessi; somma che salirà ancora se si effettua il prestito che è ne’ voti de’ nuovi amministratori; nel quale caso la totalità del debito dello Stato ascenderà alla enorme cifra si sette miliardi.

          E mentre il disavanzo del 1862 è di circa 500 milioni la gazzetta ufficiale de’ 10 novembre pubblica una autorizzazione in via provvisoria di circa 28 milioni di nuove spese! Intanto nel bilancio pel nuovo anno 1863 figurano le entrate per 614 milioni, e le spese per circa 936 milioni che, secondo la norma de’ precedenti esercizii, saranno in realtà mille milioni.

Francesco Durelli, Le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 21.

 

 

          Eppure l’industrializzazione è stata per il Sud molto più devastante dei 120.000 militari inviati dai Savoia per occupare e colonizzare il regno delle Due Sicilie. Scimmiottare il capitalismo industriale di ieri e quello bancario e finanziario di oggi è stato ed è il grande favore che da sempre il Mezzogiorno ha fatto alla borghesia capitalistica “italiana”. Il vero, imperdonabile errore della sinistra è stato quello di voler copiare il Nord. I meridionali non hanno mai elaborato modelli culturali endogeni (e quali miglior modello culturale endogeno può esservi se non lo sviluppo della vera e unica ricchezza del Sud, la natura?). Hanno sempre importato quelli del Nord, a cominciare dal modello di produzione (e di vita e di costumi) capitalistico. Che non è l’unico, e poiché è il peggiore, deve essere combattuto, respinto e ricacciato al Nord con la massima determinazione.

Antonio Grano, A sinistra della questione meridionale, NordeSud Edizioni, pag. 16.

 

 

          In un rapporto del 1860, il Governatore del Distretto di Nicosia dichiarò al Governatore di Catania che erano arrivati due magistrati con tre ufficiali piemontesi e le Guardie Nazionali di Catania, avevano prelevato dalle carceri di Leonforte i sette individui arrestati e se ne erano andati a Nissoria. Tre di loro furono uccisi per strada, mentre magistrati, ufficiali piemontesi e Guardie Nazionali andavano “dicendo che si mandavano a Catania” ed “estorsero a quel cassiere comunale (di Nissoria) con tutte le possibili violenze più di 200 ducati, si ignora che ne abbiano fatto”. Il Graziano, di fronte a quella continua delusione, continuò: “Non saprei dire quale impressione ha fatto negli animi degli abitanti di questo procedere, perché il pase è quasi spopolato, e tutti sono latitanti, spaventati e furibondi, quello che posso assicurarle si è che in Leonforte ov’io sono, altro non si sente dire per le strade, che simili atti non si videro mai sotto i Borbone…”.

          Tristissimo epilogo: “(…) Nel gennaio del 1861, si riavviavano ulteriori indagini, su supplica di numerosi nissorini, e si scoprivano i veri e diretti responsabili dell’eccidio, i “cappelli”, che avevano incitato e i “berretti” che si erano dati alla violenza di piazza. Furono arrestati i fratelli Buscemi, rei di aver fatto avvenire il terribile eccidio e di aver protetto gli assassini e che si erano impadroniti del Municipio, commettendo abusi contro tutto il paese e furono anche destituiti tre militari a cavallo, per non aver eseguito l’arresto di latitanti di Nissoria.

          Contemporaneamente, accusato di aver protetto alcuni autori della strage, si era dimesso il locale comandante della Guardia Nazionale, accusato dai nissorini di proteggere i veri autori dei tumulti”.

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, una storia da riscrivere, ISSPE Edizioni, pag. 25, 26.

 

SCHEGGE DI STORIA 2/2018

 

          Molto si provvide alla marina mercantile. Avevamo scuole nautiche a Meta, Carotto, Castellamare, Procida, Gaeta, Bari e Reggio; e in Sicilia il collegio nautico a Palermo, e scuole a Messina, a Trapani, Siracusa, Giarre, Riposto e Catania. Con decreto del 1852 i piloti delle scuole nautiche di Palermo, Messina e Trapani, erano ammessi a concorrere ai posti superiori della marina regia; e l’anno seguente si permise agli alunni delle scuole di Siracusa, Giarre e Riposto concorressero a terzi piloti su’ regii legni. Nel 1846 si abolì il diritto pe’ documenti degli atti di riconoscimento de’ padroni di navigli. Nel 1837 si crebbe al trenta per cento il premio ai legni siciliani di diminuzione di dazio sulle merci recate dall’Indie, e del venti a quelle del Baltico. Queste e altre molte facilitazioni, che tralascio per brevità, feron progredire la nostra marina mercantile. Nel 1825 aveva legni 5008, di tonnellate 107,938; e nel 1855era già di legni 8988, di tonnellate 213,003, cioè doppia; nel 25 non avevamo piroscafi, nel 55 n’avevamo sedici, di 3859 tonnellate. Il commercio in trent’anni prosperò tanto che nel 56 erano solo in Napoli già 25 compagnie con circolazione venti milioni e più di ducati. Questa prosperità marinaresca insolita al nostro paese, ne rendeva indipendenti dal commercio straniero: ecco il rangolo dell’Inghilterra.

Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, vol. I, pag. 53, Grimaldi & C. Editori.

 

 

          Da Calitri, il grosso della banda continuò per Pescopagano e poi a Sant’Andrea di Conza, dove l’arcivescovo Gregorio De Luca li benedì. “Dio è con voi, contro i blasfemi nemici della fede” disse. Ma in quei giorni gli equilibri cambiavano a ripetizione, confondendo umori e simpatie. Borbone e Savoia erano parole d’ordine, a giustificare decine di morti. Per fermare Crocco, vennero raggruppate diverse colonne di bersaglieri e guardie nazionali su disposizione del governatore Nicola De Luca. Al comando dei cacciatori irpini, si unì a loro anche Giuseppe De Marco. Erano forze ben organizzate e minacciose. Contro di loro, Crocco applicò ancora una volta la sua tattica del mordi e fuggi. Alla fine, le bande, senza più strade sicure, si rifugiarono nei boschi di Castiglione e Monticchio.

          De Marco era famoso per la sua spietatezza. Con la sua colonna di volontari, entrò a Calitri e subito istituì un tribunale di guerra. Fece eseguire subito sei fucilazioni, mentre altre cinque persone, compreso un frate cappuccino, furono segnalate al giudice mandamentale. A Sant’Andrea di Conza, venne arrestato anche l’arcivescovo Gregorio De Luca, poi processato con altri cinquantotto imputati. Come sempre quando non si trattava di gente umile, furono tutti assolti per insufficienza di prove. Nessuna prova confermò la loro partecipazione alla “cospirazione borbonica in connivenza con la banda Crocco”. Anche in Irpinia, come in Basilicata, le relazioni del giorno dopo erano sempre assolutorie nei confronti dei baroni e dei grandi proprietari, “vittime di improvvisa euforia nel mezzo del pauroso incubo”. Ma il vicegovernatore di Avellino, Ferrara, scrisse: “Nei fatti narrati è deplorevole vedere che agiati proprietari come Zampaglione e fin l’arcivescovo si sant’Andrea di Conza hanno dato favore ai ribelli ladri e incendiari, ma la massa non ha perduto senno civile e attaccamento al governo attuale”.   Previsione troppo ottimistica: due mesi dopo, trentun comuni irpini esponevano sul campanile la bandiera delle Due Sicilie.

Gigi Di Fiore, Briganti, pag. 77, Utet Edizioni.

 

          L’indirizzo tanucciano, reso operativo in Sicilia col real dispaccio del 25 marzo 1768, incontrò la generale ostilità sia del baronaggio che dell’amministrazione vice regia, impersonata dal Fogliani. La Giunta gesuitica, addirittura, nonostante fosse composta da magistrati scelti nominativamente dal governo, fece formale opposizione, ma dovette modificare il suo atteggiamento, e limitarsi ad applicare la legge, pur non cessando di favorire la nobiltà in tutti i modi possibili. Finirono ai baroni, in conseguenza, alcuni grossi fondi che sarebbero dovuti andare ai contadini. La legislazione governativa, vigorosamente ancorata al principio di censurare le terre ex gesuitiche ai contadini, fu come una rete continuamente strappata dai pesci troppo grossi che non riusciva a trattenere, ma continuamente ricucita a maglie sempre più strette e robuste, al fine di conseguire lo scopo perseguito. In un primo tempo, si stabilì che le terre da concedere ai contadini fossero solo i fondi non migliorati, cioè in pratica i terreni nudi, privi di alberi, di case e di altre migliorie fondiarie. Poiché la disposizione fu applicata con una certa latitudine a favore del baronaggio, si prescrisse che anche i fondi migliorati ad alberi e vigne, orti e giardini ecc., fossero da quotizzare a contadini. Divenne quindi impossibile evadere lo spirito della legge, ma non ne conseguì una più sollecita e puntuale applicazione della medesima. Fu necessario, pertanto, nel 1773, cioè sei anni dopo l’espulsione, emanare una nuova e più radicale disciplina della censuazione dei beni ex gesuitici, e ne venne fuori un testo legislativo organico, cioè l’ordine regio 15 giugno, il quale può considerarsi il rimo provvedimento di riforma e di colonizzazione del latifondo meridionale. In forza di questa nuova legge, la quotazione del patrimonio fondiario dei gesuiti procedette finalmente con speditezza, e nel corso del 1774, del 1775 e del 1776 quasi tutte le grandi aziende ex gesuitiche furono ripartite fra i contadini. Quello siciliano fu il più consistente programma di riforma agraria attuato in Italia nel corso del Settecento. Ben 28.625 ettari di terra furono concessi a 3.229 famiglie contadine col sistema della quotizzazione. Altri 6.000 ettari furono concessi col sistema a corpo, beneficiandone i contadini quando si trattava di piccoli fondi. Le terre vendute furono oltre 10.000 ettari. Furono alienati, quindi, circa 45.000 ettari del patrimonio gesuitico, e non si procedette ancora oltre, perché sopravvenne la caduta del Tanucci e l’avvento del marchese della Sambuca, il quale interruppe il corso della politica riformatrice del predecessore.

Francesco Renda, già Professore Emerito di Storia Moderna presso l’Università di Palermo, Storia della Sicilia, Società Editrice Storia di Napoli e della Sicilia, Vol. VI, pag. 232, 233.

 

SCHEGGE DI STORIA 3/2018

 

          Ora, è assolutamente provato e documentato che la distruzione della flotta napoletana fu ordinata dal Nelson. L’ammiraglio inglese sdegnò il contributo di forza che le navi borboniche gli avrebbero recato e preferì darle alle fiamme. Era, comunque, una potenza navale del Mediterraneo che veniva distrutta: una potenza oggi alleata e che domani, dopo un’eventuale vittoria, avrebbe potuto riprendere il suo programma di consolidamento e di espansione.

          Dopo l’immenso rogo acceso nel golfo di Napoli, si disse che gli ordini di Nelson erano stati interpretati male, e che in ogni modo si voleva solamente impedire che le navi napoletane fossero cadute nelle mani dei francesi: come se la marina napoletana non avesse dato prova delle sue capacità innanzi agli stessi inglesi, nella presa di Tolone, e come se la Sicilia non fosse fornita di ottimi porti per accoglierla! Ma in quell’episodio si ritrova l’Inghilterra eterna, l’Inghilterra che non cerca in Europa ingrandimenti territoriali, o vittorie militari, quanto l’indebolimento e l’impoverimento di tutti i popoli del continente, siano essi alleati o nemici: la discordia europea e la precarietà della loro vita politica sono fattori essenziali della Pax Britannica.

Asvero Gravelli, L’Inghilterra e la Sicilia, da un libretto edito negli anni ’30 del secolo scorso dallo Stabilimento Tipografico “Europa” di Roma e riprodotto a cura dell’Istituto di Studi Storici Economici e Sociali, Napoli; pag. 14, 15.

 

 

          Il brigantaggio fu anche il primo e determinante banco di prova delle narrazioni, infarcite di pregiudizi, che gli italiani del Nord costruirono sugli italiani del Sud. Ne furono strumento le fotografie propagandistiche scattate dopo le azioni militari. Tutti i fotografi erano autorizzati dagli ufficiali. Fu molto attivo, per esempio, Emanuele Russi, che scattò centinaia e centinaia di immagini. I soggetti erano uomini e donne catturati, o uccisi. I cadaveri venivano sorretti dai soldati per dare l’illusione che fossero ancora in vita. Immagini lugubri, spente, più macabre delle teste mozzate o dei corpi senza vita abbandonati in bella vista come monito a ridosso dei paesi. Dietro ogni immagine, Russi annotava con scrupolo le generalità del brigante, la località e la data del conflitto, unendovi anche qualche suo commento illustrativo. Su una foto, scriveva: “I segni neri al volto sono baionette di sangue”. Con Russi, furono impegnati nella stessa attività altri fotografi autorizzati come Ferdinando Caparelli di Caserta, Giuseppe Chiariotti di Benevento, Raffaele Del Pozzo di Salerno. E poi molti altri rimasti anonimi. Quelle immagini, vendute come cartoline o  cartes de visite, venivano acquistate a prezzi elevati a Torino, la capitale. Guardando quei volti di “bruti e barbari”, la borghesia e l’aristocrazia piemontese rafforzavano sempre più le loro convinzioni  sul rozzo meridionale da civilizzare, che sapeva solo macchiarsi di violenze e omicidi. Divennero uno spettacolo, una forma di racconto da ammirare a piacimento, il corpo senza vita di Ninco Nanco dopo la sua misteriosa uccisione, lo scempio sul cadavere del capo brigante Vincenzo palmieri, i volti seviziati di Giuseppe Leone e Domenico Savastano. E poi le donne dei briganti, chiuse nei loro costumi e indecifrabili nei loro sguardi, nelle foto più richieste.

Gigi Di Fiore, Briganti, pag. 30, 31 – Utet Edizioni.

 

 

          Carlo III a Napoli potè essere considerato portatore effettivo dell’indipendenza. L’arrivo del Re “tanto aspettato” significò la fine del Viceregno, o meglio, secondo l’efficace espressione del croce, “la restituzione del regno”. Finalmente, scriveva il Genovesi, facendosi interprete del comune sentire, “in questi ultimi dì è a Dio piaciuto di restituirne il re, la pace, e la vera nostra libertà e grandezza”.

In Sicilia, un sentimento analogo non poteva formarsi in modo altrettanto immediato. Il Viceregno continuava a sussistere, e solo di diverso vi era che il Re adesso risiedeva nella vicina Napoli, ed era perciò più interessato e sensibile ai problemi dell’isola. Del che si ebbe chiara percezione anche a livello politico, e ne trasse alimento il formarsi di uno spirito pubblico nuovo, che non era reiterazione del tradizionale attaccamento alla Spagna, anche se la dinastia era di origine spagnola, ma impulso verace di attaccamento alla ricostituita monarchia meridionale. Diverso c’era anche che il nuovo re intendeva essere un principe italiano, e che le due Sicilie, e dunque la Sicilia per la sua parte, concorrevano al sorgere di una realtà statuale e politica italiana. Pure il richiamo al Regno normanno, ed al re Ruggero, fondatore della monarchia siciliana, comune a tutte e due le parti della monarchia, era un altro dato in senso unitario. Tendenzialmente, dunque, pur in mezzo a tanti ostacoli, in Sicilia, anche se in misura diversa che a Napoli, non mancavano le premesse di una partecipazione diretta alla costruzione dello Stato meridionale. In ogni caso, non c’era estraneità, e tanto meno ripugnanza e preconcetto rifiuto. Solo occorreva trovare i modi, e stabilire i livelli della presenza siciliana nella struttura complessiva della monarchia, e dal punto di vista istituzionale i primi provvedimenti adottati rivelavano attenzione e interesse di andare innanzi su tale strada. Il Santostefano, in particolare, che era la vera mente direttiva, mostrava di tenere conto della complessa esperienza multinazionale della monarchia spagnola. Solo che il modello statuale spagnolo, adatto a regolare le molteplici esigenze di un impero, nel concreto legame Napoli – Sicilia doveva affrontare il rapporto convenzionale Napoli Regno – Sicilia Vice – Regno, e pervenire allo stabilimento di una reale parità e uguaglianza giuridica e politica fra le due parti. L’unione dei due Regni, in sostanza, doveva trasformarsi da statica in dinamica, in una prospettiva di reciproca interdipendenza, e non di dominante e di dominato.

Francesco Renda, già Professore Emerito di Storia Moderna presso l’Università di Palermo, Storia della Sicilia, Società Editrice Storia di Napoli e della Sicilia, Vol. VI, pag. 194, 195.

 

SCHEGGE DI STORIA 4/2018

 

          Ci vollero cinque anni, uno stato d’assedio, ventiquattro mesi di leggi speciali, oltre 100.000 soldati per avere la meglio sui ribelli nel Sud. Ma quella guerra contadina continuò a far vittime. Qualche anno dopo, infatti, cominciò la grande emigrazione meridionale, su cui Francesco Saverio Nitti avrebbe voluto raccogliere una mappa ragionata. Scrisse proprio Notto: “Noi mandiamo ogni anno fuori dall’Europa, dal solo Mezzogiorno continentale, un vero esercito di quasi 50.000 persone e i contadini della Basilicata, delle Calabrie, del Cilento, che non chiedono nulla allo Stato, nemmeno bonifiche derisorie, nemmeno consorzi mentitori, nemmeno tariffe di protezione, danno il contingente più largo”. Da briganti a emigranti.

          Chi rimase continuò a vivere nella miseria e in condizioni difficili. Lo confermò, vent’anni dopo la rivolta del brigantaggio, il lavoro della Commissione agraria che pubblicò le sue conclusioni nel 1882. La situazione dei “lavoratori della terra” veniva tratteggiata così: “Pane bruno e duro, condito dal sudore della fronte e con la scarsa quantità. E’ questo il cibo ordinario degli agricoltori; una magra minestra allieta il loro desinare nei giorni festivi (…). La tassa sul macinato ebbe effetti funesti”. Ventun anni di Italia unita non avevano dunque cambiato la situazione, nessun intervento era stato deciso per migliorare le condizioni dei contadini.  Continuava l’emorragia verso Paesi lontani documentata dalla Commissione parlamentare, che aggiungeva: “L’emigrazione cresce di giorno in giorno da impensierire. La miseria presente e la lusinga di arricchire altrove con mezzi quali che fossero, ne sono la cagione principale. Tende a divenire definitiva, perché non pochi emigrati chiamano le rispettive famiglie in quelle remote regioni”.

Gigi Di Fiore, Briganti, pag. 33, 34 – Utet Edizioni.

 

 

          Prime a sorgere furono le industrie tessili, con capitale a maggioranza straniera in un primo momento, quindi le iniziative locali. Seguirono le industrie chimiche per la produzione di materiali necessari alla realizzazione di tessuti ed infine vennero le industrie meccaniche e metallurgiche, per fornire macchinari e ricambi all’industria tessile ed alle altre industrie sorgenti. Intorno agli anni ’40 il regno aveva raggiunto tutte le condizioni necessarie e sufficienti per far sorgere una forte industria metal meccanica, elemento che avrebbe annoverato il regno delle Due Sicilie fra le potenze europee in espansione.

          Per attuare la sua politica, Ferdinando II fece sorgere varie società con compiti commerciali ed industriali. Sino a quell’epoca il regno aveva avuto esclusivamente società di assicurazioni con un capitale complessivo che non superava i 552.000 ducati. Ora, le nuove società disponevano da sole di un capitale pari a quello complessivo di tutte le vecchie compagnie di assicurazioni, formato da azioni di piccolo taglio: 50, 40, 30, 20 ducati l’una. Ciò permetteva il coinvolgimento societario a livelli sempre più estesi di azionariato che raggiungeva i ceti medi, abituandoli alla mentalità del rischio d’impresa. Nel biennio 1833 – 1834 queste società disponevano di un capitale di 5.000.000 di ducati e seppero dar vita a rami dell’industria sino ad allora sconosciuti. Sorsero la Società enologica, la Società industriale partenopea, la Compagnia Sebezia promotrice delle industrie nazionali, la Società per la ferrovia Napoli – Salerno (1837), la Società per l’illuminazione a gas (1841), la Società per la navigazione a vapore (1846).

                    Accanto a queste società, sorte per fini di lucro, si svilupparono società governative, chiamate Società Economiche, allo scopo di promuovere con ogni mezzo la rinascita materiale del regno. In ogni comune vennero istituite delle Commissioni, formate dal sindaco e da due notabili, aventi, per il territorio del comune , scopo identico a quello delle società economiche e, nel 1851, venne istituita la “Commissione di Statistica generale pe’ reali domini continentali” la cui attività consisteva nel condurre, con analisi, consigli e direttive, la politica economica del paese, aiutata in questo compito dalle Giunte statistiche costituite in ogni provincia e circondario.

          Altra importante società governativa fi l’Istituto di Incoraggiamento che, in un primo momento ebbe solo l’incarico di investigare per approfondire la conoscenza del suolo, delle naturali ricchezze e dell’economia del reame, al fine di di giovare al progresso delle industrie, delle arti e delle scienze sperimentali. Successivamente l’Istituto venne diviso in due classi: quella per “l’economia rurale” e quella per “l’economia civile”. I premi concessi dall’istituto rappresentavano una valida raccomandazione del prodotto pubblico.

          In alcuni casi il governo mise a disposizione della nascente industria mano d’opera a buon mercato, attingendo ad elementi che manteneva in ospizi di beneficenza. Di fronte a simili incoraggiamenti, capitali e capitalisti, nazionali ed esteri, specie tedeschi, accorsero nel regno conducendo un personale tecnico e dirigente, di prim’ordine. Nel regno si vide un fiorire dell’industria che molti non credevano possibile.

Francesco Maurizio di Giovine, La dinastia Borbonica, Ripostes edizioni, pag. 123, 124.

 

 

“Questa mossa”, (cioè la nomina di Bentinck, da parte inglese, a ministro della corona britannica a Palermo, n.d.r.), “manifestava chiaramente l’intenzione di trasformare la Sicilia in un protettorato inglese. Infatti, senza por tempo in mezzo, Lord Bentinck impose al governo borbonico la liberazione dei baroni deportati. Ferdinando e Maria Carolina si opposero con energia alle pretese del Ministro inglese. Ma Bentinck, dopo essersi recato a Londra a conferire col suo governo, ritornò a Palermo con istruzioni anche più draconiane. Fu imposto a Ferdinando di ritirarsi dagli affari e di cedere il potere al figlio Francesco col titolo di Vicario; Maria Carolina fu confinata in campagna e Ferdinando stesso allontanato dalla capitale; Bentinck, messa una guarnigione inglese a Palermo, si fece attribuire il comando supremo di tutte le forze borboniche; costituitosi un ministero di siciliani, questo tenne i suoi consigli alla presenza di Bentinck; radunato il parlamento, fu promulgata una costituzione di tipo inglese.

          Le intenzioni dell’Inghilterra erano così man9feste, che gli ecclesiastici di palermo imposero una redazione caratteristica dell’articolo primo della costituzione: “La religione dovrà essere unicamente Cattolica, Apostolica, Romana ad esclusione di qualunque altra: il Re sarà obbligato a professare la medesima religione; e quante volte ne professerà un’altra sarà ipso facto decaduto dal trono”. Si voleva così stabilire una impossibilità costituzionale per il re d’Inghilterra di impadronirsi della corona di Sicilia.

          L’appetito britannico divenne rapidamente smisurato. … Il primo stato europeo al quale l’Inghilterra impose il compromesso costituzionale fu, dunque, la Sicilia. Bentinck preparava una pecie di fantoccio coronato nella persona del Duca di Calabria, Francesco, Vicario del regno. Nel medesimo tempo, approssimandosi la conclusione della tragedia napoleonica, il proconsole inglese carezzava un suo pholosophic dream (sogno filosofico), un suo castle in Spain (castello in Spagna). Nelle lettere a Castlereagh, ministro degli esteri di Sua maestà Britannica, Bentinck parlava non solo di una Sicilia costituzionale sotto protettorato inglese, ma addirittura di un movimento di unificazione italiana mosso dalla Sicilia, con estensione della carta costituzionale a tutta la Penisola!

          Il governo di Londra mirava, invece, ad obiettivi più realistici. Dopo la campagna di Russia la diplomazia austriaca era riuscita a distaccare Murat dal blocco napoleonico. Il governo di Vienna mirava a creare un diversivo nell’Italia Meridionale che avesse impedito ad Eugenio di Beauharnais, Vicerè d’Italia, di accorrere in aiuto del pericolante Napoleone. L’Austria si risolveva quindi, a consentire che Murat agitasse i suoi improvvisi ideali di unità italiana, ma a riconoscerlo come vero e legittimo Re di Napoli. Era un colpo quasi mortale che l’Imperatore d’Austria inferiva al suocero Ferdinando IV. Tuttavia, bene si calcolava a Vienna che gli sforzi diversivi di Bentinck sul Duca di Calabria non avrebbero mai potuto avere la estensione e la efficacia del passaggio al nemico di Murat.

          La pace tra l’Austria e il Murat ebbe l’immediato consenso di Londra. Castlereagh dtte ordine a Bentinck di concludere un trattato col re di Napoli e di persuadere Ferdinando IV a riconoscere il fatto in cambio di un compenso territoriale. In realtà, la cabala di Metternich andava incontro ai più vivi desideri dell’Inghilterra. Il Borbone, ridotto alla sola Sicilia, non sarebbe più uscito dalle mani inglesi. La pace fra l’Austria e Muratsi significava praticamente la cessione dell’isola agli inglesi. Tuttavia Bentinck non si mostrò entusiasta delle istruzioni di Castlereagh. In luogo di un trattato di pace, concluse con Murat un armistizio, e copertamente suggerì a Ferdinando di protestare e di proclamare altamente i suoi diritti. Il proconsole inglese non aveva perduto la speranza di costituzionalizzare anche il regno di Napoli e di attirare tutta la penisola italiana nella sfera dell’influenza britannica.

Asvero Gravelli, L’Inghilterra e la Sicilia, da un libretto edito negli anni ’30 del secolo scorso dallo Stabilimento Tipografico “Europa” di Roma e riprodotto a cura dell’Istituto di Studi Storici Economici e Sociali, Napoli; pag. 19, 20, 21.

 

SCHEGGE DI STORIA 5/2018

 

          Le grandi opere, indubbiamente scaturite dall’entusiasmo e dal vivace spirito di iniziativa del giovane sovrano, determinarono maggiori opportunità di lavoro, offrirono modelli di vita più efficienti, una crescita culturale e, soprattutto, un aumento della presenza straniera. A ciò contribuirono questi ed altri fattori, alcuni dei quali anche di ordine naturale. Non dobbiamo infatti dimenticare il ruolo che ebbe la mitezza del clima, le bellezze della natura, nonché l’ospitalità del popolo napoletano. Ma vi furono anche specifici fattori di ordine professionale quali l’aumento della domanda di competenze altamente qualificate in campo edilizio, scientifico e militare. Tutto ciò al tempo di Carlo di Borbone attirò nel regno ed a Napoli, in particolare, migliaia di stranieri che, in buona misura, finirono per napolitanizzare le proprie famiglie restandovi per tutta la vita. Le grandi opere volute da Carlo non debbono essere pensate come elementi ornamentali della nuova dinastia. L’elemento estetico che fu sempre presente nelle nuove opere non fu mai fine a se stesso perché l’oggetto principale dell’opera fu la sua funzionalità. Si pensi all’idea del Museo Romano nella Reggia di Portici. All’istituzione dell’Accademia Ercolanense a supporto culturale degli scavi di Ercolano e Pompei. Alle acque del Taburno canalizzate per i giochi d’acqua nella Reggia di Caserta, ma utilizzate anche e soprattutto per irrigare i campi del casertano e per dissetare buona parte di territorio. Oppure alla rete stradale inserita nel progetto delle grandi opere al fine di sviluppare la precedente rete che risaliva all’epoca romana.

Francesco Maurizio Di Giovine, La dinastia Borbonica, Ripostes Edizioni, pag. 19.

 

 

          Le epurazioni per sospetta nostalgia borbonica (vera o presunta, non c’era bisogno di fornire prove o spiegazioni) buttano in strada migliaia e migliaia di impiegati pubblici, giudici, professori e docenti universitari, militari, professionisti. Il Duca di Maddaloni ne fece un elenco impressionante in Parlamento, fra le proteste dei suoi colleghi (dovette dimettersi): persino il latte delle poppe terrone divenne inadatto, e si facevano arrivare dal Nord le balie per i neonati orfani di Napoli. Sulla moralità del pubblico impiego, in Piemonte, Luciano Salera riporta le parole di Angelo Brofferio, nella Storia del Piemonte: “Si vendevano i favori, si vendevano i titoli, si vendevano cariche e si vendevano le sentenze. Tutto si vendeva” (Al patriota romagnolo Curletti, che si offre come spia a Cavour, per far l’Italia, il generale Saint – Frond, al quale affidato, chiede se gli può rapire una certa ragazza, per la sera stessa. E non fu il solo servizietto del genere richiestogli). Ma tutto questo passerà alla storia e alle storielle, come “borbonico”.

          Senza lavoro si ritrovarono i dipendenti delle aziende ecclesiastiche meridionali, alcune molto estese e redditizie (ci campavano migliaia di persone), requisite e vendute da Torino, per fare cassa. Il che lascio senza aiuto anche decine di migliaia di assistiti dagli enti religiosi (cinquemila nella sola Palermo). Per costruire, finalmente, la ferrovia, gli operai li fecero venire dal Nord; c’erano pure dei napoletani: facevano lo stesso lavoro, ma erano pagati la metà ( dite all’imbecille leghista che applaude che sta rischiando qualcosa).

Pino Aprile, Terroni, Piemme Edizioni, pag. 77, 78

 

 

          Non mancherà, al centro della piazza di Talamone, una bella parata militare (o quasi), alla quale tutti i Garibaldini partecipano. Molti sono in camicia rossa. Non tutti. Nel corso della manifestazione ha luogo la lettura dell’ordine del giorno “Italia e Vittorio Emanuele” del quale abbiamo parlato. Il momento più solenne è quello del sermone di Garibaldi, ricco di retorica patriottarda, sulla cui sincerità gli abitanti di Talamone cominciano a nutrire qualche dubbio. Finita la cerimonia, i Garibaldini si scatenano fra le vie del paese.

          A questo punto non possiamo che constatare come se ne sia andato allegramente a quel paese il piano accuratamente preparato a monte, di far credere all’opinione pubblica internazionale che i comandanti della guarnigione di Talamone abbiano fornito le armi a Garibaldi soltanto perché ingannati dal Duce dei Mille travestito da ufficiale piemontese.

          Per il seguito più immediato della vicenda ci affidiamo ancora una volta ad un pezzo di Giancarlo Fusco.

          “Scende la sera. Traluce dalle finestre il giallore dei lumi a petrolio e dei candelotti a sego. Una tromba, da chissà dove, modula le note malinconiche della ritirata. Il Generale è già tornato a bordo. Ma il trombettiere, stasera, spreca il suo fiato. Le stradette di Talamone, i cortili, gli orti dietro le case, la piazza centrale e gli spalti affacciati al mare sono in piena battaglia. I futuri eroi di Calatafimi e di Ponte dell’Ammiraglio ribolliscono, su e giù, come fagioli in pentola. Si pestano fra monarchici e mazziniani, fra repubblicani unitari e confederalisti, fra monarchici intransigenti e monarchici provvisori. Già che ci sono, se le danno anche per motivi campanilistici; bergamaschi con bresciani, pavesi con milanesi, veronesi con padovani, i romagnoli un po’ con tutti. Ma tutti, a tratti, fanno fronte comune contro gli uomini di Talamone. Ai quali non va assolutamente giù che le ragazze e le sposine debbano difendersi con le unghie e con la fuga, già mezze discinte, dagli assalti e dagli aggiramenti delle assatanate “camicie  rosse”.

“Annate ar paese vostro, a fa’ le porcate, pelandroni!”.

“Ma in dove v’ha raccattato Garibaldi? In galera?”.

          “Altro che l’Italia volete fa’! Ve volete fa’ le donne nostre!”.

          “Con la manfrina della patria, annate in giro a rovina’ le zite!”.

          Un inferno. Inutili le trombe. Inutili il correre a destra e a sinistra degli ufficiali. Vane le minacce di arresti, di espulsione dal corpo e di ferri. Finché, avvertito, scende a terra Garibaldi. I suoi occhi chiari sembrano di ghiaccio. Brandisce la spada sguainata, rivolge agli ufficiali, pallidi e avviliti, rimproveri pesanti, quasi feroci:

          “Chi vi ha cucito i gradi sulle maniche, rammolliti! Avete le sciabole al fianco e non sapete tirarle fuori! Cominciamo bene! Credete che non sappia orinare una decimazione?”

          Poi, al centro della piazza principale, a gambe larghe, con la spada puntata al cielo già stellato, grida con tutto il suo fiato:

“A bordo!”.

          Avviene così – ci spiega il Fusco – che la gazzarre nel giro di pochi minuti si spenga. E che i valorosi Garibaldini si “ricompongano” nell’aspetto e nelle uniformi, e che, a poco a poco, risalgano sulle barche che li riporteranno a bordo dei due piroscafi. Un altro pezzo “della tragicommedia” è stato bene o male recitato (più male che bene per essere sinceri).

          Non è il caso di aggiungere altro. I fatti si commentano da sé.

– Giuseppe Scianò, …e nel mese di maggio del 1860 la Sicilia diventò “Colonia”!, Pitti Edizioni, Pag. 23, 24.

 

SCHEGGE DI STORIA 6/2018

Nell’estate del 1861, le provincie di Avellino, Benevento e Campobasso erano investite da rivolte seguite da violente repressioni. Come ad Auletta, dove la Legione ungherese fucilò e uccise quarantacinque persone, imprigionandone altre cento. O a Montefalcione dove, sempre 300 ungheresi, si abbandonarono a una spietata caccia all’uomo, ammazzando 150 persone. Niente prigionieri, si sparava per uccidere contro presunti o veri borbonici, e briganti inventati. Il giornale “il Nazionale” del 13 luglio 1861 parlò di “un orribile macello per le vie e le campagne”. Aggiungendo: “Come li pigliano, li fucilano perché qui non se ne vogliono vedere più prigioni, e, se ne verranno, saranno ammazzati inesorabilmente”. I giornali, di qualsiasi colore politico, diffusero tutti la stessa versione sulle violenze senza scrupoli della Legione ungherese a Montefalcione. A quella Legione, l’unica dell’esercito garibaldino a non essere stata sciolta da Cavour, vennero affidati gran parte dei lavori sporchi nella repressione del brigantaggio. Scrisse il giornale “La bandiera italiana” del 14 luglio 1861, approvando la cinica filosofia dell’occhio per occhio, dente per dente: “La strage de’ briganti ha espiato quelle nostre dolorose perdite con immane ecatombe. Non si è dato quartiere a nessuno, e bene sta. E’ ora di liberare il paese da questi Irochesi”. Già, così venivano definiti i ribelli, contadini, pastori, ex militari borbonici: “irochesi”, che dava loro un marchio di crudeltà selvaggia e di inciviltà. Fu una stagione che Cialdini non avrebbe dimenticato, i mesi più caldi della guerra contadina da affrontare. Tra aprile e novembre 1861, Crocco era nel suo massimo potere. Tra maggio e settembre successivi, in Campania si erano ribellati otto paesi nel Nolano, tre nel Nocerino, uno, Agerola, sulla costiera sorrentina; tre nell’Avellinese; tre nel Matese; sei sul confine pontificio; quattro nell’alto Volturno; due nel Cassinate; cinque nel Casertano. Erano in tutto trentacinque paesi. Senza contare gli otto tentativi di invasione di centri abitati, sventati con affanno dalla truppa. L’Alto Sannio e l’area del cerretese divennero zone segnate con cerchi neri, che significavano emergenza e preoccupazione nelle mappe degli uffici della Luogotenenza di Cialdini a Napoli. La situazione cominciò a precipitare dal 21 luglio, quando i briganti entrarono a Castelpagano.

Gigi Di Fiore, Briganti, Utet Edizioni, pag. 170, 171.  

 

 

          A Londra avea seggio un comitato centrale democratico europeo, dichiarantesi rappresentante di dugento milioni d’uomini; diviso in sezioni di corrispondenze, informazioni, soccorsi, giornalismo, società segrete, erario e percezioni. S’avean partiti gli stati: chi dirigea Francia, chi Germania, chi Svizzera, chi Italia. Tutti i faziosi o gonzi del mondo eran loro tributarii, e sudditi ed esecutori. Il Mazzini rappresentava Italia, il Ledru – Rollin Francia, il Ruge Germania, il Durosz Polonia, il Kossuth Ungheria, tenevan le file d’un governo mondiale ascoso; mandavan lettere circolari a’ comitati paesani, e spedivano legati e spioni nelle città e nelle corti. Non credo mai se ne vedesse altra simile d’una cospirazione universale costituita contro la costituita umana società. Londra sciente ospitatrice era antro inviolabile di quei fabbri di ruine. Nel 1849 un Carlo Heigen tedesco fuoriuscito vi stampoò in un giornale un opuscolo intitolato Ammaestramento della rivoluzione, ove diceva: “Questa costerà all’Europa due milioni di teste, ma esse sono olocausto lieve pel bene di dugento milioni. Essa con ispada sterminatrice deve guizzare in ogni canto della terra, e far sue vendette su monti di cadaveri; in ogni paese avrà un dittatore, il cui principato uffizio sarà l’esterminio de’ retrogradi, il legarsi con tutti i governi rivoluzionarii, e pattuire la consegna de’ reazionari fuggitivi, pe’ quali non debbe esservi asilo. A questi nulla deve restare in terra “fuorchè la tomba”. Favella poi del rapire i beni, perseguitar principi, e altre cosiffatte, ch’abbiam poi visto con gli occhi nostri perpetrare da’ dittatori Garibaldi, Farina e loro seguaci.

Giacinto De’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Grimaldi&C Editori, pag. 360

 

 

          Nel 1776 nacque l’Ordine degli Illuminati di Baviera. Esattamente il 1° maggio 1776 un professore di giurisprudenza dell’Università dei Gesuiti di Ingolstdat in Baviera, Adam Weishaupt, si riunì per creare un nuovo ordine, chiamato Illuminati Germaniae o Ordo Illuminatorum. Con lui c’erano i banchieri Daniel Itzig, David Friedlander e Meyer Amschel Rothschild, oltre a Moses Mendelssohn e a Naphtali Hartwigh Wessley.

          Lo scopo della confraternita era tutt’altro che esoterico, e questo spiega il sostegno finanziario dei banchieri.

          Secondo Weishaupt, il gruppo degli “Illuminati” doveva esercitare potere su tutti i popoli, possibilmente riuscire a dominarli senza alcuna costrizione, attraverso metodi “pedagogici”.

          L’Ordine era appoggiato dalla casa dei Rothschild, una famiglia di banchieri e affaristi che intendeva accrescere il suo potere anche con mezzi politici e cospirativi. Altra fonte di finanziamento importante del gruppo fu il finanziere israelita Amschel Mayer Bauer.

          Weishaupt avrebbe ripreso il nome di “Illuminati” da una setta creata da Ignazio Loyola, che si chiamava AlumbradosI (Illuminati). Il termine sarebbe stato ripreso dallo gnosticismo dei primi secoli.

          Ufficialmente il movimento nasceva per auspicare un rinnovamento spirituale della Chiesa, ma esso fu condannato dall’inquisizione spagnola. Anche in Baviera, gli Illuminati saranno accusati di cospirazione contro lo Stato e perseguitati.

          La strategia di Weishaupt mirava all’indebolimento fino alla soppressione dei Governi Nazionali e alla creazione di organi Sopranazionali, che sarebbero stati gestiti dai “banchieri illuminati”. A questo scopo occorreva creare divisioni nelle masse e frazioni contrapposte in ogni settore: politico, sociale, religioso, ecc. Occorreva anche corrompere tutti i personaggi di rilievo e avere il controllo dell’istruzione di ogni ordine e grado, oltre che dei mass media e delle università.

          Le persone comuni dovevano abituarsi ad essere passive, illuse che semplicemente andando alle urne potevano avere potere politico. Le masse dovevano cadere nel degrado, e accontentarsi di vivere sulla base degli aspetti superficiali dell’esistenza, per rendere più semplice il dominio del gruppo di “Illuminati”.

Antonella Randazzo, Dissimulazioni massoniche, Espavo Edizioni, pag. 86.

 

SCHEGGE DI STORIA 7/2018

 

          Gli ufficiali italiani erano impegnati in periodiche cacce all’uomo. Spesso spietate. Si distinguevano per la ferocia i bersaglieri, ma anche la Legione ungherese, con lancieri e ussari. “Quanto più feroci erano i briganti, tanto più violentemente reagiva la truppa, che puniva senza pietà” ricordò Basilide Del Zio. Nei primi due anni, Crocco rimase ferito quattro volte. Alla fine del 1862, mentre era con gli uomini di Giuseppe caruso, il capo brigante fu attaccato da una compagnia del 36° fanteria rinforzata da cento uomini della guardia nazionale. L’astuzia sostituiva le nozioni militari, L’esperienza e la conoscenza del terreno diventavano vantaggi. Attirarono i soldati in un’area fangosa, dove con stivali e equipaggiamento pesante non si poteva proseguire. Così la truppa si trovò immersa in una specie di pantano, senza potere correre, né muoversi. Bloccati. I briganti piombarono loro addosso, urlando e bestemmiando. I soldati, terrorizzati, non riuscendo a capire da dove sbucassero quelle furie, si divisero e si sbandarono. Furono circondati e massacrati. Un tenente, rimasto vivo, fu legato a un albero e fucilato. Il capitano Giuseppe Rota, ex garibaldino, ferito a un braccio da un colpo di fucile, riuscì a trovare la forza di spararsi un colpo alla tempia con la rivoltella, uccidendosi. I cadaveri furono spogliati e depredati di tutto quello che avevano addosso.

Gigi Di Fiore, Briganti, Utet Edizioni, pag. 109, 110.  

 

          Il cattolico Piemonte assiste costernato al montare della persecuzione anticattolica. Cavour va dicendo che la legge contro i conventi gode del pieno sostegno dell’opinione pubblica, ma in Senato il cattolico maresciallo Vittorio Della Torre lo smentisce platealmente:

          “Quando passate davanti a una chiesa stracolma di gente, cercate di entrarvi e chiedete che cosa si sta facendo; tutti quelli che interrogherete vi risponderanno che si sta pregando per il progetto di legge. Questo succede a Torino, ed è ancora più vistoso nelle province e soprattutto a Genova e in Savoia, ovunque l’opinione pubblica è contraria alla legge che discutiamo”.

          Cavour può affermare che il provvedimento anticattolico del governo è pienamente condiviso dall’opinione pubblica perché ritiene che l’opinione dei cattolici non vada nemmeno presa in considerazione. Per sincerarsene basta leggere cosa rispondere a Della Torre: “L’onorevole maresciallo ha detto che gran parte della popolazione era avversa a questa legge. Io in verità non mi sarei aspettato di vedere invocata dall’onorevole maresciallo l’opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate”.

          Quando Cavour sostiene che l’opinione pubblica è tutta col governo, Cavour ha ragione: l’1% della popolazione, di fede liberale, appoggia con convinzione i provvedimenti anticattolici.  L’opinione del 99% della popolazione, di fede cattolica, non conta. Le masse devono limitarsi a obbedire alle decisioni dei “governi illuminati”. Quando parla di “opinione pubblica” Cavour si riferisce, per definizione, alla sola opinione die liberali.       

Angela Pellicciari, La gnosi al potre, Fede&Cultura Edizioni, pag. 45.

 

 

          Mentre a Marsala i Garibaldini erano stati accolti come “cani in chiesa” (parole testuali del Bandi), a Salemi i fratelli Sant’Anna possono offrire loro qualche festeggiamento e non pochi applausi. E a Salemi lo stesso Garibaldi ha potuto realizzare il desiderio (sempre su probabile indicazione di Londra) di autoproclamarsi Dittatore, dandosi un ruolo istituzionale.

          Ma perché proprio a Salemi e non in un’altra città? Cerchiamo di capirne di più.

          Ci aiuta in ciò lo scrittore e studioso Salvatore Riggio Scaduto, nativo di Salemi, quando scrive che la scelta della sua cittadina, come vera e propria base dell’impresa garibaldina, non è stata affatto casuale. Ci spiega, infatti, che a Salemi, più che altrove in Sicilia, era molto fiorente la massoneria. Anche troppo.

          Esisteva già, nel 1860, una “loggia” di ben 75 adepti. Tutte persone molto importanti. Al riguardo il Riggio Scaduto richiama quanto aveva avuto modo di dire, sull’apporto massonico, Titta Lo Jacono, noto studioso che ha pubblicato diversi testi specialistici, tutti interessanti e documentati, sulla presenza Ebraica in Sicilia. Altro aspetto, questo, poco conosciuto della storia siciliana, ma ininfluente per i fatti che narriamo.

          Titta Lo Jiacono così scrive, parlando della massoneria salemitana:

          “Non a caso, alla vigilia della spedizione dei Mille, a Salemi opera attivamente una loggia massonica forte di 75 fratelli, numero veramente notevole se rapportato al piccolo paese agricolo, di cui diventò il vero centro motore. Garibaldi, messia laico, incarnava appunto l’ideale cui aspiravano con trepida speranza sia gli antichi marrani, che i moderni massoni. Questa loggia riunita ritualmente trascorse in uno stato di esaltante eccitazione i tre giorni che precedettero l’ingresso di Garibaldi a Salemi”.

Il Riggio Scaduto ci aveva fatto notare altresì, che:

“…nessun marsalese seguì i Garibaldini, i quali da bravi invasori la prima cosa che fecero fu quella di mettere le mani sulle casse della tesoreria comunale, trovandovi, però, pochi spiccioli, così come ebbe a scrivere Ippolito Nievo, perché i previggenti marsalesi avevano proceduto a mettere in salvo il tesoro comunale”.

          Come inizio, insomma, non c’è male…

Giuseppe Scianò, …e nel mese di maggio 1860 la Sicilia diventò “Colonia”!, Pitti Edizioni, pag. 79, 80.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 8/2018

 

          Dai dati ufficiali piemontesi – e, quindi, presumibilmente conteggiati al ribasso – nel solo 1862 i paesi rasi la suolo furono 37, i fucilati 15.665, i morti in combattimento circa 20 mila, gli incarcerati per motivi politici 47.700 e le persone rimaste senza tetto 40 mila.

          Persino parecchi sostenitori della causa sabauda rimasero allibiti dinanzi alle atrocità della reazione governativa.

          Lo spettacolo fu terribile: cadaveri ovunque, sulle strade e nelle case, tutti o in parte bruciati; interi quartieri furono rasi al suolo insieme alle fabbriche ivi installate; uccisioni ed orrori inesprimibili; donne violentate, comprese tante monache all’interno di monasteri profanati.

          Il prezzo pagato dagli insorgenti, infatti, fu altissimo: in due anno 60 mila morti e, tra le migliaia di reclusi, c’erano persone di ogni età, sesso, stato civile e condizione sociale. Il 20% di loro erano fanciulli, altrettanto erano vecchi, un quinto donne ed un altro quinto coniugi strappati ai loro figlioletti.

          Non vi erano interrogatori formali e fu soppresso persino “l’inciampo” dell’avvocato difensore; e così, solo dal gennaio all’ottobre 1861, nell’ex Regno delle Due Sicilie si contarono: 9.860 briganti fucilati, 10.604 feriti, 918 case arse, 6 paesi totalmente bruciati, 12 chiese predate, 40 donne e 60 ragazzi uccisi, 13.629 imprigionati, 1.428 Comuni insorti in armi.

          I generali Trivulzio Pallavicino e Ferdinando Pinelli, posti a capo delle operazioni, non badarono, infatti, ai mezzi utilizzati, inclusi l’incendio dei villaggi, le decimazioni, le fucilazioni sul posto dietro semplice sospetto, l’incarcerazione dei familiari senza rispetto neanche per le donne, le detenzioni senza processo, il perdurare delle incarcerazioni di imputati già assolti…

          Cose simili erano state fatte per la prima volta in Italia dai francesi giacobini agli ordini di Napoleone e, purtroppo, sarebbero state ripetute dai nazisti durante la terza insorgenza e, ancora una volta, dal governo italiano durante la repressione del moto separatista in Sicilia, quinta insorgenza popolare. Il giacobinismo francese, insomma, è stato preso sempre a modello in queste operazioni repressive.

Michele Antonio Crociata, Sicilia nella Storia, Dario Flaccovio Editore, Tomo secondo, pag. 100, 101.    

 

 

          Il 21 luglio, le bande del Matese disarmarono la guardia nazionale di Castelpagano distruggendo gli stemmi sabaudi e poi saccheggiando le case dei possidenti. Era la collaudata tattica del mordi e fuggi nei centri abitati dove in poche ore si avvicendavano briganti e soldati. Sulle sedi municipali, si passava con rapidità dagli stemmi sabaudi a quelli borbonici e viceversa. Nel Matese, la guardia nazionale veniva messa di continuo in difficoltà. Come nel bosco di Felci, dove rimasero uccisi quattro uomini. A Colle, il 2 agosto entrarono i briganti. Due giorni dopo, arrivarono i soldati del 62° fanteria e li dispersero, catturandone quattro che furono subito fucilati.

          Tra il 1860 e il 1880, sul Matese e i monti del Sannio, si formarono ottantotto bande armate in un territorio di sessanta chilometri tra Venafro nel Molise, e Cusano Mutri in provincia di Benevento. Boschi, valli, burroni, caverne facilitavano i nascondigli. Solo nel 1861, nell’area del Matese le bande dei briganti assalirono trentadue paesi e trentadue stazioni della guardia nazionale. Gli scontri a fuoco furono quarantanove, con sessantatre militari e trentasei civili uccisi. Nel Museo del Sannio si conservano documenti e statistiche che riportano anche l’elenco di 106 briganti fucilati, 169 uccisi negli scontri o a tradimento, 228 arrestati e 224 arresi. Erano tanti anche i complici delle bande di briganti che, nel solo circondario di Cerreto Sanita, ammontavano a 765. A Piedimonte erano invece 760.

          Numeri che spiegavano come le bande fossero aiutate a trovare rifugi e cibo, senza essere scoperte dalle truppe. Le spie della guardia nazionale venivano uccise, mentre gli informatori delle bande agivano indisturbati.

Gigi Di Fiore, Briganti, Utet Edizioni, pag. 163, 164.

 

 

          Altra conseguenza (dell’espulsione dei Gesuiti, n.d.r.), non meno importante si ebbe nel campo scolastico. In Sicilia, la chiusura di 35 case e collegi gesuitici implicò che masse considerevoli di studenti, valutabili nell’ordine di alcune decine di migliaia, si trovassero, appena all’inizio dell’anno scolastico, senza scuole e senza professori. Nella sola Palermo, la disoccupazione studentesca assunse dimensioni preoccupanti, e ne fu coinvolta la stessa nobiltà. Fu necessario per il governo riparare con la maggiore sollecitudine possibile, e nel fatto fu provveduto dando inizio, per la prima volta, alla scuola pubblica di Stato, con programmi fissati dallo Stato e con docenti aventi la qualifica di dipendenti statali. Alla riforma scolastica diede il suo valido contributo Antonio Genovesi. Ciò che cadde, pertanto, non fu solo il monopolio esercitato dai gesuiti nella educazione media e superiore della gioventù. Rovinò pure il privilegio detenuto dalla Chiesa, secondo il quale l’istruzione era una sorta di riservato dominio della religione, onde lo Stato non aveva poteri di intervento se non in campi limitati e sempre col beneplacito dell’autorità ecclesiastica. L’insegnamento stesso ne risultò secolarizzato. I docenti delle riaperte scuole ex gesuitiche furono tutti laici. Ai preti fu solo consentito di insegnare religione.

          …

          Collegata all’espulsione dei gesuiti fu anche l’origine di varie istituzioni culturali pubbliche di ispirazione laica, come le biblioteche sorte in vari centri dell’isola, o come la stessa Università degli Studi di Palermo. Nella capitale siciliana, in vero, la struttura della nuova organizzazione culturale fu messa in piedi interamente con materiali ex gesuitici. La sede del vecchi Collegio Massimo divenne biblioteca pubblica, la Biblioteca nazionale di oggi (oggi Biblioteca Regionale Siciliana, n.d.r.). La Casa professa fu anche essa adibita alla medesima destinazione (la Biblioteca Comunale). Il patrimonio bibliografico ex gesuitico fu utilizzato come dotazione delle nuove biblioteche, installate un po’ ovunque nelle sedei degli ex collegi ignaziani. Anche nel campo degli studi superiori, si ebbero effetti considerevoli, dando una dimensione realistica alla cosiddetta libertà della cultura. La cacciata dei gesuiti, in effetti, fu alla base del processo di sviluppo di una cultura siciliana di carattere illuministico, e quindi non del tutto subordinata alla egemonia baronale.

Francesco Renda, già Professore Emerito di Storia Moderna presso l’Università di Palermo, Storia della Sicilia, Società Editrice Storia di Napoli e della Sicilia, Vol. VI, pag. 230, 231.

 

SCHEGGE DI STORIA 9/2018

 

          L’Abruzzo superiore, dopo le fucilazioni immediate proclamate ed eseguite dal Pienelli, non quietava.  I montanari alla spicciolata facevano fiere rappresaglie; e loro davano la mano quei dell’Ascolano, per odio alla leva e a’ nemici del papa. Tenevano da più giorni come assediata una compagnia di Sardi ad Acquasanta; però il Pinelli ricordevole delle petrate di Pizzoli, v’accorse con un esercito il s8 gennaio a liberarla. Poi postoti su’ monti ascolani accaneggiava i reazionarii, saccheggiava, ardeva chiese e cappelle, né a men di quattordici ville diè foco con sacrilegi e rapine, vendendo all’incanto arredi sacri, vesti sacerdotali e ogni bottino, a vil prezzo. Ce potevano quei paesani sparpagliati, senz’arme, con appresso robe e famiglie fuggenti? Presi, erano fucilati tra le braccia delle mogli e de’ figli. Cotesto Pinelli, non so se più ubbriaco di vino o d’iniquità, era stato in Piemonte messo in disponibilità per mala condotta, ora l’avean mandato a comandante una colonna mobile per redimere  l?italia.

Giacindo de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Grimaldi & C Editori, pag. 386

 

 

          Pubblicata appena l’anzidetta ordinanza del Fantoni, e fattala affiggere nella città di Trani, il comandante piemontese colà, fa venire a se il capitano della guardia nazionale, e gli dice in aria minacciosa “mi bisognano tre briganti almeno, per farli fucilare, onde la proclamata ordinanza non sia presa per una vana minaccia”. Il capitano si ricusa; ma vi sono quivi altri, che per mettersi in grazia del comandante, gli presentano tre poveri contadini allora sorpresi col pane nella loro bisaccia pel proprio nutrimento, donde la presunzione di connivenza col brigantaggio; per cui sono fucilati all’istante. Bisognava un esempio di terrore su le popolazioni!

          In uno de’ giorni di marzo è fucilato il contadinello Antonio Colucci di Bajano, presso Nola (Terra di Lavoro), sol perché trovandosi sopra un castagno a reciderne i rami, preso dallo spavento al vedersi tra la truppa piemontese, che giunge, ed i briganti, che sono poco lungi da lui, fa segno a costoro di fuggire. Interrogato su questo fatto l’inesperto giovanetto risponde sempre: “Perché avevo paura di un conflitto in mezzo del quale mi sarei trovato in pericolo”. Ciò nonostante, è tradotto nella sua patria per esservi fucilato; ma temendosi che i militi nazionali i quali ben conoscevano la semplicità della vittima, si rifiutassero alla tragica esecuzione, si estraggono a sorte otto fucilatori, fra i quali esce un tale che è compare del fanciullo; ed obbligandosi i costui genitori ad esser presenti, si da’ il segno; partono gli otto colpi di fucile che riescono tutti alti dalla mira; la pietà fa tremare le braccia nella esplosione: allora per non prolungare la scena si ordina a 4 soldati della truppa di farsi innanzi, e fatto fuoco, Antonio Colucci rimane ucciso. A scherno ne vien preso il cappello, e calcato sul capo del costernato genitore, per soprassoma è condotto in carcere, dove i suoi dolori fanno tregua, perché divenuto folle, perduto l’intelletto, chiede con affettuosa ilarità alla moglie Rosa che viene a visitarlo, di aver cura della salute del diletto figliuolo, che nel delirio egli crede trovarsi a casa.

Francesco Durelli, Le condizioni del reame delle Due Sicilie, Ripostes Edizioni, pag. 88, 89.

 

 

          (Sicilia, 2 – 7 settembre 1848)

          La novella che voleva tutti i popoli siciliani fratelli in rivolta contro l’usurpatore, dà visione della natura dell’affratellamento concepito dalle bande palermitane gravitanti sul territorio di Messina. Il La Masa di ritorno a Palermo segnalava l’impresa dei regi contro i siciliani, come una completa vittoria delle armi rivoluzionarie. Era la mistificazione della verità per mantenere all’interno di quel governo, i privilegi piovuti dal cielo alla maggior parte dei ladruncoli riconvertitisi a miglior vita, e La Masa si dimostrò un vero furfante. Le sue brigate speciali, dimostrarono quanto fossero competitive quando dovevano far man bassa sulla proprietà privata. Le truppe del municipio di Messina affiancate dalla forza regia, per debellarle dalla provincia, nell’ottobre 1848 dovettero sudare le proverbiali sette camicie.

          Il problema del disordine sociale non si riduce che dopo alcuni anni dalla disfatta delle armi siciliane, sotto i colpi dell’esercito nazionale; perché a forza di costruire castelli in aria, non si riusciva più a distinguere le menzogne dalla verità. Furono talmente numerose le frottole mandate in stampa, che alla fine furono credute vere. I fatti li smentirono in modo inappellabile. La propaganda risorgimentale non si tacque, se non prima raggiunto il suo profitto. Le bande armate si diedero alla razzia, all’incendio e alla profanazione dei luoghi di culto, allo stupro di genere, ma i falli commessi da questi lestofanti furono addebitati a coloro che cercandoli, li snidarono come topi. Il riferimento qui segnalato, dà una precisa tempistica della presenza a Messina entro il 2 settembre, delle bande armate al seguito dei siciliani ergo, dalle truppe organizzate dai gerarchi di Palermo e fra esse, quelle del colonnello La Masa, l’artefice materiale della presenza di galeotti regolarizzati e inquadrati nelle truppe di milizia leggera dello stesso esercito.  Bande che entrarono in azione, dandosi al mestiere che meglio conoscevano, ben prima che le forze del Filangieri giungessero a Messina. Come dimostrano le maggiori fonti, il saccheggio avvenne per libero arbitrio, concesso fai siciliani ai banditi al loro seguito. Dagli incroci che ne sono venuti, l’azione vandalica inizialmente fu condotta contro alcune proprietà e case di quei messinesi ancora fedeli al sovrano, che pagarono un prezzo altissimo in quell’azione. Una volta innescata la razzia, i latrocini si estesero in altri luoghi della città, moltiplicando le rapine, i sequestri di persona e gli assassinii.

Alessandro Fumia, Messina la capitale dimenticata, Magenes Editore, pag. 277, 278.

 

SCHEGGE DI STORIA 10/2018

 

          Non può trasandarsi il giudizio emesso dalla Stampa di Torino (29 dicembre) a carico del governo pel libero arbitrio rimasto all’autorità militare nel reggere le sorti delle Province Napolitane: “Il militare non intende altro codice che il suo, e non gli entra in capo, che fuori di questo vi sieno altri codici dei pari sacri, e di maggior rilievo per gli interessi sociali.

          Se gli si dice che Tizio è un birbante; perché starci tanto a pensar sopra ci vi risponde? Fucilatelo su, e l’avrete levato di mezzo. Noi sappiamo troppo bene tutti gli sconci, che dalla prevalenza soverchia del militare dovevano accadere nelle province napoletane. Noi li abbiamo enunciati, i nostri amici non vi hanno detto nel parlamento; parte per carità di patri; parte perché è vana cosa il dirlo. Di fatti, non ne va censurato nessuno, e molto ne vanno censurati i capi. Il Torto è solo del governo che lasciandosi cadere le redini di mano, mette il paese in condizioni, nelle quali è finanche risibile il lagnarsi che siffatti sconci accadano, mentre è naturale ed indispensabile che debbano accadere”.

          E nella corrispondenza epistolare di un militare piemontese distaccato nelle province napoletane (pubblicate ne’ giornali) è detto “che essi trovansi nel reame, delle Due Sicilie come gli austriaci nel Novarese in maggio 1859, tanto sono invisi agli abitanti, che li denunciano all’autorità per ogni piccola cosa! Così dal ministero è stato destituito un eccellente capitano. In un solo battaglione del ’47, reggimento fanteria nell’Abruzzo citra, quindici reclami furono sporti in odio degli ufficiali, che così arrischiano non solo la vita, ma anche la loro posizione sociale. In somma, questi barbari, non vogliono essere italiani, e non han vergogna di ripetere a tutti, e noi stessi, CHE VORREBBERO ESSERE ANCORA NAPOLETANI COME PRIMA”.

          Non dee quindi sorprendere se il giornalismo napoletano quello soprattutto che si mostra più emancipato dalle influenze governative, siasi così pronunziato: “ Il militare piemontese nel napoletano per la durezza sistematica, per la burbanza, e per l’aria di conquista, ha attirato contro di sé le generali antipatie: se ne schiva l’incontro, e lo si lascia nello isolamento; e per evitarne le relazioni il ceto civile non ama riceverlo nelle conversazioni; e si son vedute donzelle, benchè in misero stato di fortuna, ricusare uffiziali per marito, aborrendo di congiungere la loro sorte co’ distruttori della grandezza della loro patria. Ed a codesta avversione deve attribuirsi, se le diserzioni (…) da tutte le Province annesse diano argomento a credere, che il dominio sardo è ritenuto come lo straniero, e gli si preferisce l’austriaco: in fatti, ne’ pochi mesi tra la fine del 1861, ed il cominci9are del 1862 sono passati a militare nel Veneto 4633 uomini, laddove in egual tempo dal Veneto nelle province annesse ne passarono 121.

Francesco Durelli, Le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 28, 29.

 

 

Mentre prosegue spietata, ma senza decisivi successi, la repressione sabauda contro gli insorti di tutto il Mezzogiorno, un’altra repressione più crudele, perchè quasi nascosta e all’apparenza scarsamente valutata, continua nelle strutture sociali dell’ex regno.  La madornale bugia escogitata dal Re “galantuomo” sull’ignoranza dei Napoletani, rei di averlo accolto e trattato secondo i giusti meriti, arriva ai logici provvedimenti desiderati dal nuovo governo. Così inizia una vera rivoluzione formale  dell’istruzione pubblica che senza  di fatto allargare la base scolastica,  o rinnovare le materie insegnate,  cambia la gran parte dei docenti, soprattutto all’università, per collocare persone gradite  al regime in grado con le parole di operare nei meridionali quella trasformazione necessaria alla loro integrale schiavizzazione, come meglio si vedrà in seguito, con l’ausilio fondamentale dei sostituiti libri di testo totalmente scritti secondo tali nefande direttive piemontesi.

          Ben si pensa di costruire qualche opera pubblica, dopo aver vituperato per anni i Borbone per la loro supposta carenza in tal senso, ma è casualmente significativo che il primo appalto riguardi 220 servizi igienici stradali in cui si rispecchia concretamente lo stato sabaudo, sia per l’opera realizzata che per il suo costo, esorbitante, che arricchisce oltre ogni decenza la ditta appaltatrice e parecchi funzionari corrotti.

          “Tutto fu Piemonte; Piemontesi a ogni sedia; anche a operai della darsena, a’ tabacchi, agli ospedali, alle ferrovie, a’ telegrafi; sino le nudrici de’ trovatelli venivano da Genova, forse perché reazionario il latte napoletano”. Magnificamente de’ Sivo dipinge i mutamenti in atto nell’amministrazione pubblica e privata del meridione.

Vincenzo Gulì, Il saccheggio del Sud, Edizioni Campania Bella, pag. 231.

 

 

(Sulla costituzione Siciliana del 1812)

"Ne derivò che i feudi posseduti "jure feudali" divennero proprietà privata a pieno titolo, libera da vincoli e servitù di natura feudale, come erano gli usi civici. Poichè in una visione privatistica della transizione non si poteva negare il carattere patrimoniale degli usi civici, considerati a tutti gli effetti beni collettivi delle popolazioni ex vassalle, si stabilì che sarebbero stati aboliti senza indennizzo qualora fossero stati di pertinenza signorile, con indennizzo qualora la loro origine fosse dovuta ad un contratto fra il signore e la popolazione interessata. I feudi, quindi, divennero subito, in base alla norma costituzionale, proprietà privata degli ex feudatari. Gli usi civici furono, invece, solo in parte riconosciuti in linea di principio, ma confiscati in via di fatto, a meno che non fosse intervenuta una sentenza del magistrato… Nel complesso, quindi, la transizione dal feudalesimo veniva attuata ad esclusivo vantaggio degli ex feudatari, ed a danno delle popolazioni contadine, spogliate dei loro diritti sugli ex feudi… Nel momento in cui si passava dal vecchio al nuovo, la nobiltà riaffermava e faceva valere il fatto di essere stata la principale forza che aveva egemonizzato lo sviluppo economico e sociale dell'isola. Prevaleva quindi il suo proposito di continuare ad essere la sola e vera classe dominante dell'isola con l'effettivo esercizio del monopolio economico oltre che del dominio politico".

Francesco Renda, già Professore Emerito di Storia Contemporanea dell'Università di Palermo, Storia della Sicilia, Edizioni del Sole S. p. A., Vol. VI°, pag. 278, 279.

 

SCHEGGE DI STORIA 11/2018

 

          Per gli ex militari duosiciliani, inoltre, c’era un’aggravante in più: la coscrizione obbligatoria, infatti, li costringeva a giurare fedeltà ad un sovrano, Vittorio Emanuele II, contro il quale essi avevano già convintamente combattuto al servizio del loro re Francesco II. Si davano, perciò, alla macchia anche per questa ragione di onore e di lealtà e, quando venivano acciuffati, il trattamento loro riservato era ancora più duro.

          Lo storico meridionale Fabio Carcani (1824 – 1889) scrive in proposito: “Spaventati dai gravi pericoli percorsi, strappati alla soavità degli affetti familiari, distaccati dalle loro imprese, questi poveri infelici non ebbero più pace. Un baratro terribile si schiudeva innanzi ai loro piedi – essi non seppero superarlo, credettero utile rifugiarsi nelle campagne per sottrarsi alla pubblica forza… Vi sono nelle nostre province de’ villaggi, in cui posso asserire, senza esagerare la verità, che il decreto emanato da Torino ha fatto l’istessa sensazione che fa in Polonia quello che si emana da Pietroburgo”.

          E lo storico garibaldino Giacomo Oddo, nella sua opera sul brigantaggio, annota: “Era una rappresaglia continua contro coloro che avevano rivestito carchi sotto il Borbone, o si credevano a questo affezionati. Ogni angheria, ogni sopruso, ogni dispetto che fosse fattibile, senza scrupoli, senza pudore, anzi con non celata compiacenza si faceva. S’imprigionava, si taglieggiava, si batteva, come se fosse stata la cosa più naturale del mondo”.

Michele Antonio Crociata, Sicilia nella storia, Tomo II, Dario Flaccovio Editore, pag. 127.

 

 

          Nel luglio 1863, tra Venosa e Melfi, Crocco e altri capi affrontarono con i loro uomini un’altra colonna di cavalleggeri di Saluzzo, stavolta al comando del tenente Enrico Borromeo. Ci fu ancora una soffiata sul plotone in perlustrazione. Crocco, Tortora, Caruso, Teodoro decisero l’assalto. I briganti, nascosti, attesero e , quando i soldati furono a tiro, partì l’inferno delle fucilate. Ancora una volta, i feriti vennero finiti a coltellate e revolverate. Morirono in ventuno. I corpi furono mutilati e spogliati di ogni cosa. Un prete di Trevico, che faceva parte della banda Crocco, li benedisse tutti, il tenete Borromeo si salvò, dopo una affannosa corsa a cavallo verso Venosa. Qualche anno dopo, Giuseppe Caruso raccontò durante il suo processo: “Avrei potuto benissimo uccidere il tenente Borromeo, inseguendolo, perché i miei colpi non falliscono. Non lo feci, perché ne ebbi pietà”. Tre anni di controllo assoluto del territorio, tra Basilicata, Puglia, Campania.

Gigi Di Fiore, Briganti, Utet Edizioni, pag. 111.

 

 

          Nel Commentario del De Cosmi un rilievo particolare assumeva quindi la Digressione su la publica Educazione nella quale si metteva in risalto la connessione tra la mancanza di istruzione e la disperata povertà delle classi lavoratrici e si proponeva un programma di istruzione pubblica gratuita, che emancipasse il popolo dalla superstizione e dall’abiezione spirituale e morale, rendendolo più idoneo ad attività più produttive. De Cosmi osserva però che l’educazione a cui egli si riferiva si sviluppava con un processo lento, trattandosi di una “formazione interiore dello spirito e del costume che si acquista poco a poco”, ma che può conseguirsi solamente quando un minimo grado di benessere economico consenta agli uomini di coltivare la mente e lo spirito: “La condizione estremamente povera è d’un ostacolo invincibile alla formazione sociale della mente e de’ sentimenti; toglie il coraggio dalle radici impicciolisce lo spirito, e lo rende pressocchè insensibile al dolce senso de’ doveri di uomo, Padre, e di Cittadino, e più tosto lo porta ad esser violento, rapace, invidioso, senza verun provvedimento dell’avvenire, solo intento a liberarsi o per la strada del delitto o per quella della mendicità da’ bisogni della giornata; e del momento”. Nessuna possibilità di sviluppo economico poteva sperarsi se non ci si rendeva conto che un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini e la diffusione della cultura rappresentavano le condizioni di partenza per renderli più operosi, più consapevoli del proprio ruolo e più capaci di concorrere al benessere proprio e della società.

Alfredo Li Vecchi, Economia politica nella Sicilia borbonica, Sigma Edizioni, pag. 20.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 12/2018

    Nel 1859, appena fu salito al trono, Francesco II volse la sua attenzione verso la costruzione d’una vasta rete ferroviaria, e la commissione della casa Lahante che ne richiese la concessione, dopo avere presentato il suo progetto al re stesso, scrisse a Lahante il seguente rapporto: “E’ completamente falso che il re Francesco II sia contrario alla costruzione della ferrovia, visto che egli ci ha prevenuto dicendo che le ferrovie debbano essere considerate come delle molle e come la ragione prima d’eccitare e di promuovere un gran numero d’opere ausiliarie e di fondazioni e costruzioni nuove che sono conseguenze necessarie delle ferrovie,  a vantaggio della società civile, ed aggiunse, molto giustamente, che l’utilità sostanziale e il principale vantaggio delle ferrovie consistono in quel che la vita industriale e commerciale d’un popolo che ha costruito una linea ferroviaria marcia progressivamente, in ragione diretta verso questa linea ed in proporzione con essa. Ne consegue dunque che la maggior o minor lunghezza della linea, la formazione d’una rete più o meno stesa, seguendo le convenienze esteriori d’uno Stato, aumenterebbe il valore delle proprietà limitrofe e donerebbe una nuova vita a tutti i movimenti industriali e commerciali nella direzione di detta linea e di detta rete ferroviaria: e non solamente le condizioni locali, ma anche la vita civile degli uomini migliorerebbero progressivamente, perché potrebbero, a volontà, soddisfare facilmente tutti i bisogni e tutte le convenienze ed esigenze sociali. Tutte queste considerazioni del principe ci hanno persuaso che egli s’è fatto uno studio speciale sovra la ferrovia e che ne patrocina la costruzione. E’ dunque permesso sperare da lui ogni appoggio. Le difficoltà si frappongono da parte dei burocrati, ma il re ha l’intenzione di appianarle tutte con il presidente della commissione, principe di Comitini.

          Ecco i progetti che il re Francesco II si preparava a realizzare se la conquista piemontese non li avesse rovesciati. E questi progetti e queste idee liberali sulle ferrovie il re Francesco II li sviluppò a viva voce e per iscritto quando, ancora duca di Calabria, era stato chiamato da suo padre, il re Ferdinando, a far parte di una commissione creata a tal fine.

Gaetano Marabello, Verità e menzogne sul Brigantaggio, Controcorrente Edizioni, pag. 97, 98.

 

          Il governo subalpino, che sa di aver nemico il mazzinismo, ma lo tollera per paura, ha inventato perciò nel suo linguaggio officiale, ed ha fatto adottare il vocabolo di BRIGANTI, per indicare il sentimento a lui ostile delle popolazioni che si sollevano per riacquistare la loro indipendenza; siccome dal 1849 al 1860 aveva inventato, ed avea fatto adottare, anche nel Congresso del 1856, a suo esclusivo profitto, che i principi italiani erano invisi perché tiranni, e che i loro governi erano condannabili sotto ogni aspetto; mentre macchinava per detronizzarli, ed usurpare i dominii. Inventa ora così, e vorrebbe far credere, che sia divenuto infelice il reame delle due Sicilie da lui rigenerato con l’annessione; per dar luogo ad interpretazioni diverse su le resistenze popolari che sperimenta.

          Ma in un paese ridotto a tali condizioni, non vi è bisogno di molto esame per conoscere la vera causa delle reazioni. Quando tutti i sentimenti di giustizia sono offesi da chi dovrebbe difenderli; tutti i più gravi interessi abbandonati al latrocinio de’ potenti; quando le promesse guarentigie di legge rimangono una lettera morta; la libertà individuale non più rispettata; l’arbitrio, il volere d’un uffiziale, ed anche di un caporale divenire il regolatore del borgo, del villaggio, della città; ed intorno alla sciabola dell’uffiziale, ed alla baionetta del caporale stringersi spesso i più malvagi del paese per soddisfare le loro private passioni, allora il popolo ridotto agli estremi si ricorda che fu incitato dal 1848 al 1860, pel segreto lavorio delle sette, a ribellarsi contro i governi paterni che lo reggevano con moderazione, e non saprebbe rassegnarsi a padroni illegittimi, che lo trattano da schiavo: si ricorda, che non sono abbrutiti e corrotti, (come vorrebbero dargli a credere taluni) i discendenti de’ Siculi e degl’Itali, forti razze primitive, d’onde ebbe nome tutta la nazione; i discendenti di que’ Sanniti, di que’ Marsi di quegli Appuli, che seppero resistere, e talvolta vincere le invitte aquile romane; i discendenti de’ più perdurati fra i longobardi, de’ più arditi fra i normanni; il popolo si ricorda che anche le sue moderne generazioni han saputo risplendere accanto a’ lombardi d a’ piemontesi negli eserciti napoleonici; e che non ha perduta la vigoria con la quale seppe protestare col sangue contro la decennale occupazione di straniero dominatore, il popolo infine col suo contegno smentisce le calunnie di coloro che vorrebbero attribuire alla corruzione del governo antico, o a subdole influenze lontane, lo stato presente del reame; e dimostra col fatto che un governo corruttore non avrebbe potuto lasciare tanto affetto e desiderio di sé; che un popolo corrotto non versa il suo sangue per un principio; che se il fuoco non fosse stato per se stesso acceso, sarebbe riuscito inutile il soffiarvi dentro; è che da ultimo la cessazione della reazione non è possibile, se prima non cessa la invasione straniera da cui si ripete l’attuale desolazione. Il movimento popolare adunque, che la fazione al potere chiama per dispregio brigantaggio, è nella pubblica opinione il movimento rigeneratore d’Italia.

Francesco Durelli, Colpo d’occhio sul Le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 93, 94.

 

 

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