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SCHEGGE DI STORIA 1/2017

          Volete vedere se il seme fruttificasse? Leggete i giornali di alcuni anni dopo. Eccovi la Gazzetta del Popolo dei 4 settembre 1857: ”Si commettono in Piemonte moltissimi furti di campagna (ed anche di città, come vedremo). Le nostre leggi di polizia sono forse le più severe fra tutte quelle d’Europa, e le nostre prigioni provinciali sono piene di ladri di campagna; eppure i furti campestri non cessano, anzi sono giunti al punto che so di alcuni proprietari che armarono i loro contadini e li consigliarono a difendere i frutti dei campi a colpi di fucile e pistola. E’ un rimedio disperato che prova la malvagità del male.”

          Eccovi il Diritto  del 28 agosto 1858: “Ci giungono da ogni parte vive lagnanze contro i furti di campagna. Ormai l’audacia dei ladri non ha più limite. Si ruba a man salva di pieno giorno, e le legna, e le biade, ecc.,e in generale le cose rubate si trasportano allegramente, a brigate e a furia di braccia e di carra… Al saccheggio i ladri aggiungono la devastazione.”

          Eccovi L’Opinione dei 30 di gennaio che, dopo di aver riferito le lagnanze “che nel contado si rubi a man salva”, dice a’ Piemontesi: “Potete voi illudervi tanto da sperare che una nuova legge di pubblica sicurezza valga a medicare la piaga dei furti di campagna? La riforma più importante deve essere morale.”

          E L’Opinone lamentavasi perché “la morale è posta da banda, non si predica più che il furto è peccato…

Non si avvertono più i fedeli che la religione condanna chi si piglia la roba altrui.”

– Borri Felice – Libraio Editore (torinese…), Come si rubava nel Regno d’Italia dal 1848 – 1872, Ediprint sas, pag. 20, 21.

 

 

          “E la gioventù italiana” continuava, rivelandosi drammaticamente profetico “mentre si faceva uccidere per questa Patria astratta, malediceva la brutalità e il materialismo delle masse, dei contadini in particolare, che mai si son mostrati disposti al sacrificio per la grandezza e per l’indipendenza di di questa Patria politica, dello Stato…; se la gioventù si fosse data la briga di riflettere avrebbe capito, e forse da lungo tempo, che l’indifferenza ben netta delle masse popolari pel destino dello Stato italiano non solo non è un disonore per esse, ma prova, al contrario, d’una intelligenza istintiva che fa comprendere come questo Stato unitario e centralizzato sia, per sua natura, a loro estraneo, ostile, e proficuo solo, per le classi privilegiate di cui garantisce, a lor danno, il dominio e la ricchezza”.

MiKhail Aleksandrovic Bakunin in A sinistra della questione meridionale, di Antonio Grano, NordeSud Edizioni, pag. 66.

 

Sulla Costituzione Siciliana del 1812 (3)

          Il 10 agosto 1812, duecento anni fa, il luogotenente del Regno di Sicilia, Francesco di Borbone, firmò la Costituzione che il Parlamento siciliano aveva approvato a conclusione di un lungo braccio di ferro fra la monarchia borbonica che intendeva affermare anche in Sicilia la propria sovranità e i baroni siciliani che non intendevano rinunciare ai propri privilegi. La nuova Costituzione, il cui impianto risentiva dell’esperienza inglese, sanciva la fine della feudalità, allargava la base del potere ma, a nostro avviso, non determinava un reale mutamento nei rapporti economico – sociali dell’isola. Il processo feudale si trasformò infatti in proprietà latifondista e i baroni, per di più, aggiunsero una nuova legittimazione di diritto a quella fondata sulla consuetudine e, soprattutto, vennero riconosciuti nell’antica pretesa di essere l’incarnazione stessa della nazione siciliana.

          Ma pur nutrendosi di quelle idee “nuove”, lo stesso testo costituzionale non si astenne dal manifestare la sua impronta politica di stampo conservatore, cioè di essere l’espressione del sistema di potere che in Sicilia … da almeno cinque secoli non aveva subito mutamenti.

          L’idea di nazione cui fanno riferimento i Siciliani, è infatti lontana da quella intesa come corpo unitario di cittadini – anima e principio spirituale di un popolo scriveva Ernest Renan – che trascende la volontà individuale e delega l’Assemblea dei rappresentanti, il Parlamento, ad esercitare il potere legislativo, così come la immaginava, ad esempio, J.J.Rousseau nel suo Contratto sociale, ed invece si poteva compendiare in quella che, criticando la Costituzione “come ogni altra semente fuor di sua regione e per ciò stesso fatalmente destinata a far mala prova”, aveva elaborato il filosofo Tommaso Natale, nel suo Memoriale intorno alla nuova costituzione del 1812. In poche parole per nazione siciliana veniva inteso lo stesso baronaggio. Dunque, quella Costituzione, pur con le sue innovazioni, in talune parti perfino provocatorie, voleva e doveva essere l’affermazione, il consolidamento e la legittimazione dell’unica classe interprete dello spirito comunitario siciliano, della nazione siciliana, cioè la classe baronale.

Pasquale Hamel, in Costituzione del Regno di Sicilia, Edizioni Lussografica, pag. 23, 24, 25, 26.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 2/2017

          Urbano Rattazzi, allora ministro dell’interno, che non s’era commosso menomamente per tanti furti sacrileghi, si spaventò per l’autorizzazione accordata ai parrochi di vendere i vasi d’oro e d’argento, e da Torino, 13 agosto 1857, scrisse ai sindaci una circolare che cominciava così:

          “Monsignor Vescovo d’Ivrea, prendendo occasione di alcuni furti sacrileghi avvenuti non è molto in quella diocesi, diramava il 30 dello scorso luglio una circolare al suo clero, nella quale, lamentando i seguiti attentati, autorizzava i parrochi ad alienare i vasi sacri d’oro e d’argento, ed a sostituirne altri di rame argentato o dorato. Il guardasigilli, avuta cognizione di tale circolare, si rivolge allo stesso Vescovo, perché, riconoscendo le vere condizioni delle cose, ritirasse le date disposizioni, come quelle che intaccavano i diritti dei rispettivi Comuni, spogliando le chiese di effetti che devono alla pietà dei fedeli, e creavano esagerati timori ed apprensioni. Si lusinga lo scrivente che tali rimostranze sortiranno il desiderato effetto; tuttavia, a prevenire qualunque indebito spoglio e perturbazione dell’ordine pubblico, si crede in dovere di richiamare sul particolare l’attenzione dei signori sindaci, sicché procurino di vegliare accuratamente all’oggetto, che sia impedita qualunque vendita o permuta di vasi sacri, che in dipendenza di detta circolare si tentasse dai parrochi o da altri”.

          Volete sapere perché Rattazzi tanto si spaventasse della vendita degli ori e degli argenti delle chiese? Vel dirà un’altra circolare ch’egli ministro scriveva sul finire del 1848. Allora, in modo del tutto confidenziale, avvertiva gli intendenti “di assumere informazioni onde accertare il numero e l’approssimativa dimensione di tutte le campane delle chiese locali, non che il numero e la quantità degli arredi sacri d’oro e d’argento e di qualunque altro metallo prezioso in dette chiese esistenti, facendo del tutto una nota la più dettagliata (sic) che sia possibile (1).”

          Ecco perché il Rattazzi si spaventò nel 1854! Gli ori e gli argenti delle chiese gli facevano gola fin dal 1848, e ne aveva divisato la conquista senza curarsi della pietà dei fedeli e dei diritti dei rispettivi Comuni!

  1. Vedi questa circolare del Rattazzi nell’ Armonia del 12 gennaio 1849.

– Borri Felice – Libraio Editore (torinese…), Come si rubava nel Regno d’Italia dal 1848 – 1872, Ediprint sas, pag. 26, 27.

 

 

            “I popoli delle due Sicilie sono un corpo sociale, sin dalla venuta de’ Barbari; Carlo Magno tentò, ma non potè aggregarli alla sua monarchia, siccome non l’aveva potuto il Longobardo. Dappoi ebbero un re, ma già con altri nomi erano un agglomerato di principati ch’aveva una vita distinta in Italia; e seguitò regno altri sette secoli, uno e vivo sempre”.

– Giacinto de’ Sivo, da “Il saccheggio del Sud”, di Vincenzo Gulì, Campania Bella Edizioni, pag. 254.

 

 

Sulla Costituzione Siciliana del 1812 (4)

            Significativo, a questo proposito, è un intelligente resoconto che il 26 agosto del 1812 il corrispondente del Morning Cronicle, l’intellettuale scozzese Francis Leckie pubblicò sul suo quotidiano. Liquidando gli avvenimenti siciliani come una farsa, egli evidenziò il ruolo perverso del baronaggio che, dietro la copertura fornitagli dall’adozione per sommi capi del modello inglese, si ripropose, senza mezzi termini come classe dirigente e classe di riferimento esclusiva ribadendo il modello di potere storicamente presente nell’isola. Quanto scriveva Leckie l’aveva già stigmatizzato lo stesso Luigi de’ Medici nel suo diario dove, alla data 22 dicembre 1811, fra l’altro, si può leggere: “… veramente tutt’i baroni che di libertà e costituzione parlano da sera a mattina, sapete voi cosa celano queste sante parole? Non contribuire ai pesi pubblici; conservarsi nel possesso dei diritti angarici usurpati… far cadere le imposizioni sulle spalle de’ poveri…”

            Riprendo, a questo proposito, un eloquente brano dal volume di Cettina Laudani dove la studiosa scrive: ”…il baronaggio, nonostante le apparenze uscì rafforzato nel suo potere economico e politico, a scapito della monarchia e di quell’embrione di classe media, la quale trovava nella permanenza della struttura politica feudale un’insormontabile barriera che soffocava di fatto le aspirazioni per un inserimento nell’apparato politico”. Coglie l’autrice, in questo scritto, anche un elemento spesso sottovalutato, quello relativo alla posizione della borghesia delle professioni e della borghesia finanziaria, si tratta di poco meno che usurai – il ricordo va alla stupenda pagina del gattopardo con la descrizione dell’ascesa fisica ma soprattutto politica di don Calogero Sedara, intelligente è il soffermarsi dell’autore  sul simbolismo  del frac di cattiva fattura, fra coloro che avevano fino ad allora detenuto il potere in esclusiva in Sicilia – la quale, piuttosto che affermare un’autonomia di classe, aspira ad essere accolta, il termine corretto sarebbe “cooptata”, fra coloro che incarnano la nazione siciliana assumendone, a rischio di degradarli e ridicolizzarli come appunto fa il Seadara del Lampedusa, le liturgie e gli stili di vita.

            In questo senso, proprio la Costituzione consentì, a nostro avviso, il realizzarsi di quella che indichiamo come forma deviata mobilità sociale, un falso cambiamento, che ha avuto in Sicilia un significativo precedente storico nelle rivolte palermitane che insanguinarono i primi anni del cinquecento, rivolte conclusesi con la sussunzione del ceto dei mercanti nella cerchia dei titoli del Regno.

            Se è vero, dunque, che la Costituzione accolse molte novità del costituzionalismo della fine del settecento, è però opportuno sottolineare che la sua peculiarità consistette nel mantenere intatto il vantaggio dell’aristocrazia isolana che si vedeva riconoscere, grazie al fatto che sedeva tra i Pari, la rappresentanza politica perpetua, alla quale la concomitante abolizione della feudalità – “che non vi saranno più feudi, recita al punto  XI la premessa della Costiruzione, e tutte le terre si possederanno in Sicilia come in allodi, conservando però nelle rispettive famiglie l’ordine di successione che attualmente si gode” – garantiva enormi opportunità con la trasformazione del possesso in piena e “libera” proprietà della terra. In fondo quelli che erano padroni feudali divennero padroni latifondisti senza i problemi, i limiti che il diritto feudale prevedeva al godimento del feudo – bene – ficio, che nello status precedente potevano avere.

– Pasquale Hamel, in Costituzione del Regno di Sicilia, Edizioni Lussografica, pag.  26, 27.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 3/2017

          Insomma: che ne sarebbe stato del Sud se non fosse stato “aggregato” al Nord? Sappiamo solo che, lungi dal rappresentare una sia pur vaga connotazione progressista, il Piemonte savoiardo rappresentava il covo più agguerrito della nascente ideologia reazionario – capitalistica d’Europa. Sappiamo solo che, nell’ottica espansionistica del Piemonte savoiardo e della madre di tutti gli imperialismi, la Gran Bretagna, il progetto di affrancamento iniziato da Ferdinando II era un progetto trasgressivo e confliggente con i loro interessi. E se quel progetto fosse andato in porto? Meglio stroncarlo sul nascere. I “grandi della terra” non potevano consentire che questo esperimento fosse portato a termine in una terra da essi ritenuta selvaggia e retriva come il Mezzogiorno d’Italia.

          Quell’esperimento non s’ha da fare !, deve essere stroncato. E fu stroncato. La chiamarono unità d’Italia.

          Narra Bordiga:

“Attraverso questo processo convenzionalmente definito come la conquista dell’indipendenza, dell’unità e dell’uguaglianza politica per tutti gli italiani, i gruppi più progrediti della classe capitalistica industriale del Nord assoggettarono a sé l’economia della penisola, conquistandosi utili sbocchi e mercati e venendo in molte zone a paralizzare lo sviluppo economico – industriale locale, che, sebbene ritardato, si sarebbe esplicato efficacemente sotto un diverso rapporto di forse politiche… (sottolineatura mia, A.G.). Dunque: la borghesia capitalistica del Nord paralizzò lo sviluppo economico – industriale del Sud.

Che ne sarebbe stato del Sud senza l’annessione al Nord? Nulla e nessuno può escludere che quel vero e proprio patrimonio dell’umanità che erano le ricchezze ambientali e naturali del Sud, per merito del “taccagno” e “conservatore” Ferdinando II, si sarebbero conservate (vogliamo dire congelate?) per trasdursi, oggi, in ricchezza straripante per il Meridione e per i meridionali.

          E’ solo una ipotesi? Si, ma…

          Sappiamo solo che i Borbone non avevano molta dimestichezza con la cultura capitalistico – industriale, con la cosiddetta crescita, col cosiddetto sviluppo, col consumismo che tanto fanno godere quel che resta della sinistra italiana.

          E dunque, come sarebbe oggi il Mezzogiorno se non fosse stato annesso al Nord? Non lo sappiamo. E’ possibile solo abbozzare qualche ragionevole ipotesi procedendo da un dato ormai fuori discussione: i “reazionari” e “conservatori” Borbone governavano il loro regno con oculatezza, sobrietà, lungimiranza e soprattutto con amichevole approccio verso i loro sudditi. Piaccia o non piaccia, infatti, ad onta di tutte le menzogne somministrate dai vincitori, i regnicoli amavano i loro sovrani.

          Erano servi sciocchi? Erano incivili? Forse. Ma amavano i loro sovrani. E questi amavano i loro sudditi. Ma quel che più conta è che né questi né quelli avevano invocato l’aiuto del “liberatori” piemontesi.

Amedeo Bordiga in A sinistra della questione meridionale, di Antonio Grano, Nordesud Edizioni, pag. 142, 143.

 

 

Nel 1814 con il Congresso di Vienna, il Regno di Sicilia, pur avendo contribuito con uomini e mezzi a sconfiggere Napoleone, perse l’isola di Malta, punto strategico al centro del Mediterraneo, che divenne ufficialmente possedimento inglese. Rinunciando a Malta in favore dell’Inghilterra, Re Ferdinando pagò a caro prezzo il suo reintegro sul trono di Napoli…

Si ricordano le parole del Re per giustificare la sofferta perdita pronunciate a Vienna “… il punto dei miei diritti di sovranità su Malta deve cedere all’interesse maggiore, di cui oggi si tratta, qual è quello di riavere il mio Regno di Napoli”.

Gerry Sarnelli, da napoliflash24.it

(V. articolo pubblicato in “Notizie dal Regno – Storia”, giugno 2015)

 

 

          Moltissimi siciliani, pur di non sottoporsi alla coscrizione militare obbligatoria e, in genere, alla legislazione repressiva e anticattolica dei piemontesi, preferirono allora darsi alla macchia, andando ad ingrossare i gruppi del cosiddetto “brigantaggio”. Sottoporsi alla leva obbligatoria, in particolare, significava, infatti, per i siciliani cose ritenute insopportabili:

  1. allontanarsi dalla famiglia e dagli affetti più cari;
  2. lasciare il lavoro dei campi ai più vecchi, determinando una minore produzione ed una maggiore povertà;
  3. non avere la certezza del ritorno a casa, perché mandati dal “re straniero” a combattere contro popoli e nemici lontani e sconosciuti;
  4. mettersi al servizio di un governo piemontese, nemico persino della religione, del papa e della Chiesa.

Per gli ex militari duosiciliani, inoltre, c’era un’aggravante in più: la coscrizione obbligatoria, infatti, li costringeva a giurare fedeltà ad un sovrano, Vittorio Emanuele II, contro il quale essi avevano già convintamente combattuto al servizio del loro re Francesco II. Si davano, perciò, alla macchia anche per questa ragione di onore e di lealtà e, quando venivano acciuffati, il trattamento loro riservato era ancora più duro.

Antonio Michele Crociata, Sicilia nella Storia, Dario Flaccovio Editore, pag. 127.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 4/2017

 

          A’ 2 aprile (1862) il console inglese residente a Napoli scrive al suo governo: “In Napoli continua lo scontento e la stessa gelosia degl’italiani settentrionali (piemontesi); hanno rincarite le pigioni e le derrate d’ogni specie; le province sono nel terrore; sinora il brigantaggio esiste certamente in ampie porzioni della Puglia, e non fu ancora efficacemente domato”.

          A cui fa eco Il Nomade, giornale liberalissimo di Napoli che in un lungo articolo attribuisce al governo piemontese i tanti mali, che inondano i poveri paesi della Italia meridionale. L’unità si è fatta (egli dice); ma intanto questa parte d’Italia nessun utile ne ha ricevuto; anzi danni gravissimi, l’amministrazione del governo subalpino non produsse altro, che una confusione generale, il brigantaggio per soprapiù; la miseria nelle province, lo scoramento in Napoli”.

          Contemporaneamente il deputato napoletano Ricciardi scrive una lettera al presidente de’ ministri signor Rattazzi (pubblicata nel diario la Nuova Europa) nella quale si legge: “Le dirò, essere le cose venute a tale in questa parte d’Italia (regno delle Due Sicilie), che i più non hanno fede nella durata del nuovo governo, il quale, non temerò di affermarlo, è oggetto quivi di generale abborrimento. Vi aggiungo, la giustizia e la legge essere nomi vani, la magistratura non facendo il proprio dovere che imperfettissimamente, e la vita de’ cittadini essendo, ne’ luoghi tutti infestati dal brigantaggio, in balìa dell’autorità, militare, e i cui soprusi sono da far rabbrividire. MIGLIAIA DI PERSONE DA UN ANNO A QUESTA PARTE FURONO PASSATE PER LE ARMI SENZA GIUDIZIO DI SORTA ALCUNA, E PER COMANDO DI UN SEMPLICE CAPITANO, LUOGOTENENTE; SICCHE’ NON POCHI INNOCENTI MISERAMENTE PERIRONO! Orribili esempii potrei citarle a tale proposito ricordando le date, i nomi, e luoghi!”

Francesco Durelli, Le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 58.

        

 

          Quella di Garibaldi fu davvero una vita spesa a scristianizzare i popoli, e quello italiano in special modo, in una lotta senza quartiere alla Chiesa, al pontefice Pio IX che non esitava a definire “un metro cubo di letame”, al Papato “acerrimo nemico dell’Italia e dell’Unità”, e al sacerdote, in cui egli scorgeva “la più nociva di tutte le creature, perché egli più di nessun altro è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli”. E in una lettera inviata nel1869 alla loggia “Il vero progresso sociale” di Genova il 33 Garibaldi proclamava:

“ Sì! La Massoneria che porta l’impronta dell’Alleanza democratica Universale e della Fratellanza umana ha per missione di combattere il dispotismo ed il prete, entrambi rappresentanti dell’oscurantismo, del servaggio e della misera”.

          La laicizzazione dell’Italia era il suo obiettivo, e per giungervi non badava ai mezzi; anche se di idee repubblicane non esitò a passare nelle fila dei Savoja:

          “Se sorgesse una società del demonio, che combattesse dispotismo e preti, mi arruolerei nelle sue file.”

          Dopo la proclamazione del Regno d’Italia il suo anticlericalismo sfociò in battaglie per assicurare pieni diritti a protestanti ed ebrei, per laicizzare l’istruzione elementare, per estendere ai preti il servizio militare, per abolire gli studi ecclesiastici e diffondere la pratica della cremazione onde sottrarre alla Chiesa “il pascolo dei morti”.

Epiphanius, Massoneria e sette segrete, Controcorrente edizioni, pag. 190, 191.

 

 

          (Girgenti)

          Il nuovo porto, intanto, incominciava ad assolvere i compiti per i quali era stato costruito. Le esportazioni di grano e cereali superarono ogni precedente. Il raccolto granario del 1765 fu così straordinario per quantità che oltre ad essere sufficiente per tutto il regno se ne poté esportare una grande quantità nei paesi stranieri. Era però necessario che il re aprisse le tratte che fino allora, per non affamare il regno, erano state chiuse. Non mancavano taluni, incaricati di provvedere di grani le potenze straniere, di dare ad intendere a Napoli questo affinché le tratte restassero chiuse e loro così avessero la possibilità di acquistare il grano a prezzo vile, perché i produttori, non potendolo esportare erano costretti a venderlo a qualsiasi prezzo. Questo danneggiava soprattutto i baroni che erano i maggiori proprietari ed allora essi decisero di mandare a Napoli il cav. Ferdinando Gravina, fratello del principe di Ramacca, per spiegare alla Corte la reale situazione. Ferdinando Gravina riuscì a persuadere il monarca ed i suoi ministri ed ottenne la libertà delle tratte. Ottenuta questa libertà, si calcola che siano stati esportati in paesi stranieri 557.000 salme di frumento da tutta la Sicilia per cui cominciò ad abbondare il denaro, rifiorì il commercio e migliorarono le condizioni generali di vita per tutti.

Giovanni Gibilaro, I Borboni e il molo di Girgenti, Edizioni Centro Culturale Pirandello, Agrigento, pag. 189.

 

SCHEGGE DI STORIA 4.1/2017

 

(1799)

Solo per fornire qualche esempio, si riportano qui di seguito alcuni allucinanti dati relativi alle truci rappresaglie commesse dalle truppe franco – giacobine contro le popolazioni inermi del Sud Italia (oltre i già ricordati 10.000 morti napoletani nella sola settimana della rivolta dei lazzari): 1.300 persone furono uccise ad Isola Liri e dintorni; Itri e Castelforte furono devastate;1.200 persone furono uccise a Minturno in gennaio, più altre 800 in aprile; gli abitanti della cittadina di Casellonorato furono tutti massacrati; 1.500 furono le persone passate a fil di spada nella sola Isernia; 700 nella zona di Rieti; 700 a Guardiagrele; 4.000 ad Andria; 2.000 a Trani; 3.000 a San Severo; 800 a Carbonara; tutta la popolazione a Ceglie.

Inoltre, il 23 marzo 1799, 200 prigionieri napoletani furono ammazzati dai francesi, nei dintorni di Chieti, per evitare il “fastidio” di doverli tradurre fino a Napoli.

Le reazioni degli invasori furono spietate: sterminarono vecchi ed invalidi che non riuscivano a fuggire. Le chiese furono saccheggiate, le ostie consacrate furono sparse per terra: il disprezzo per la fede religiosa delle popolazioni italiane era, infatti, sempre presente nella truppaglia francese.

Lo stesso 23 marzo 1799, a L’Aquila, gli invasori depredarono la chiesa di San Bernardino, spargendo per terra le spoglie del Santo ed ammazzando ben 27 frati più tanta gente che si trovava in chiesa, circa un centinaio di persone.

Vincenzo Gulì, Il ferro e il fuoco del nemico esercito francese, Paolo Laurita Edizioni, pag. 37.

 

 

– A rifare l’Italia bisogna disfare le sètte.

Ugo Foscolo

 

– Per quanto mi sia sforzato, non sono riuscito a trovar nulla che potesse esser detto in favore di una così comica e così camorristica come la massoneria.

Luigi Einaudi

 

Nel Sud Italia, le prime logge furono formate dopo le guerre di successione spagnola e polacca, che avevano visto salire al trono di Napoli don Carlo di Borbone, re di Spagna con il nome di Carlo III (re di Napoli e Sicilia dal 1735 al 1759). Da allora la massoneria si diffuse in Italia a ritmi elevati. Per fare più proseliti furono posti due modelli più rilevanti: quello aristocratico, che attraeva i più conservatori, e quello “democratico o antidispotico”, che accoglieva coloro che guardavano con simpatia alle nuove idee politiche liberali e alle rivoluzioni.

La prima loggia massonica toscana sarebbe stata fondata a Firenze nel 1738, dall’ambasciatore inglese sir Horace Mann.

A Torino la primo loggia si ebbe nel 1765. Altre logge furono create successivamente in Piemonte, e quella di Torino vedrà come punto di riferimento il duca di Savoia.

Il Grande Oriente d’Italia fu creato a Milano nel 1805, e operò anche all’interno delle società segrete di ideologia liberale e patriottica.

La massoneria ha avuto un ruolo importantissimo in tutti i fatti storici rilevanti del nostro Paese, dal periodo risorgimentale fino agli eventi più recenti.

Le lotte liberali, così come quelle risorgimentali, sono considerate da diversi autori come opera della massoneria. Spiega lo studioso Achille Pontevia: “Tutti i movimenti insurrezionali d’Italia, tutti gli uomini che con la parola, con l’esempio e spesso col sangue cooperarono a rendere l’Italia una e libera, furono tutti massoni… (la Carboneria è stata un’emanazione puramente massonica).

La Carboneria aveva le caratteristiche essenziali delle organizzazioni massoniche: mancata trasparenza del nome degli adepti, piano politico da realizzare, controllo dall’alto da parte di persone non identificabili, finanziamento inglese.

Antonella Randazzo, Dissimulazioni massoniche, Espavo Edizioni, pag. 102, 103.

 

 

Ultimatum regio del 28 febbraio 1849 alle forze siciliane; ultimatum da queste ultime, manipolate dalla massoneria, respinto.

  1. Istituzioni politiche e parlamento separato, e vicerè con attribuzioni e potestà da determinarsi dal monarca;
  2. Separata amministrazione interna né più promiscuità d’impeghi co’ Napolitani.
  3. Separate Finanze; le spese comuni alle due Sicilie, fissate a tre milioni di ducati, a proporzione delle anime; quelle straordinarie fatte per l’ultima rivoluzione fissate a un milione e mezzo, e molto sotto al vero. Cotal somma aggiunta all’altre già debite all’erario napolitano farebbe debito da iscriversi sul Gran libro di Sicilia.
  4. Amnistia piena, salvo che pochi notati s’allontanerebbero alquanto, sino al ripristinamento dell’ordine.
  5. I soldati regi terrebbero guarnigioni oltre a’luoghi già occupati, a Siracusa, Trapani e Catania, con isperanza non nuovi torbidi gli sforzassero a squadronar altrove. Palermo per ora fidata alla Guardia Nazionale; la quale ove non mantenesse l’ordine andrebbe disciolta.

Le cose dette ne’ primi tre articoli eran fuse ampiamente nello statuto che il re con la stessa data del 28 febbraio da Gaeta prometteva ai Siciliani. Dichiarava voler dimenticare e tener come non avvenute le colpe politiche della ultima ribellione; ritornassero a coltivare loro campi, alle industrie, alle faccende della pace e della proprietà, ripigliassero il commercio e la navigazione, chiudessero gli orecchi a chi volea tenerli in sedizione, per far pro dell’anarchia. Ch’egli ponderati i bisogni loro e i voti da potersi con ragione utilmente sodisfare, ritenendo nulle di diritto e di fatto le seguite opere rivoluzionarie, concedeva all’isola uno statuto avente a base quello del 1812, salvo le modifiche chieste dalle mutate condizioni e dalle vigenti leggi. Questo ei si serbava dettare per la fine di giugno; ma ne indicava allora le basi nettamente in 56 articoli: religione romana, libertà individuale, fondiale e di stampa, potere esecutivo al re solo, legislativo al re e al parlamento, vicerè, ministero siciliano responsabile, un ministro presso la persona del re, il re disporre delle forze di terra e di mare, magistrati inamovibili, due camere. Pari e Comuni, al re il placet e il  veto, i Pari creati dal re, i deputati da’ 24 distretti, dalle tre università di palermo, Messina, e Catania, e da’ comuni; elettore di distretto e d’ogni altra città chi avesse rendita di 18 once annue, elettori di Palermo chi n’avesse 50, nessun censo abbisognare ha professori delle tre università; eleggibili pe’ distretti chi avesse rendita annuale di trecento once, di cinquecento per Palermo, e di 150 per gli altri Comuni, nulla pe’ professori d’università eletti a rappresentarli. Finiva dichiarando tai concessioni come non avvenute, dove l’isola non tornasse incontanente sotto il legittimo scettro, e s’avesse a ricorrere alle arme.

Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Grimaldi & C. Editori, pag. 295, 296.

 

SCHEGGE DI STORIA 5/2017

 

          Queste verità son dure a’ novatori del paese; ma sorretti da quei di fuori non hanno scrupolo di porre in fuoco la patria, e darla a mangiare a’ forestieri. Oggidì le rivoluzioni suscitate in tutti i regni hanno una, anzi unica cagione, la setta. Ancor v’ha che crede i rivolgimenti seguiti da ottant’anni in Europa fosser per circostanze di ciascuno stato, non per trame generali premeditate da un concetto. Danvi cagione il mal governo, la oppressione, i balzelli, la poca libertà, e altro; credono il governar bene, le buone leggi, e la piena libertà abolirebbero le rivolture. Dicono chimere le società segrete; Massoni, Filosofi, Illuminati, Giacobini, Carbonari, Mazziniani, Unitarii, nomi da spauracchio; le sette anche che fossero, non aver forza da sollevar nazioni; e addebitano piuttosto al caso che alla settaria possa le ruine rivoluzionarie. Altri sono che negano un po’ di premeditazione, ma sputan sentenze: le intenzioni esser buone, le idee volere trionfo di virtù, e la società rigenerata; i mali essere insiti alle mutazioni, dopo la tempesta venire il cielo netto e bello. Però guerra civile, saccheggi, arsioni di città, uccisioni d’innocenti non li spaventano, chè tai disordini dicono menare ad ordine duraturo.

Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Grimaldi & C. Editori, pag. 11.

 

 

          “Le provincie napoletane furono ridotte in una condizione deplorabile da’ passati Governi, e che vi rimedierete voi versando il sangue del povero infelice ch’è stato ridotto dallo stato di bruto (1) ! …Bruto il paesano, il contadino delle vostre provincie! V’ingannate… il nostro contadino ha più anima, più mente che tutti insieme quanti siete calunniatori inverecondi di Casa mia.

“Ma se questa funesta eredità del passato domanda rimedii straordinari e severi (2).

Eredità del passato! Troppa modestia; è tutto vostro dono; e poi, eccetto che non si debbano attivare le pene dell’inferno di Dante, crediamo, di rimedii straordinari e severi, vene siano stati a dovizia e ve ne sono…

Ascoltate queste poche parole:

“In una provincia, de’ giovani generosissimi? de’ giovani, liberalissimi? avendo arrestato una donna, la quale portava un pezzo di pane ad un suo figlio, ch’era o SI CREDEVA tra briganti… presa questa infelice madre, la legarono, la fecero inginocchiare; ed essi medesimi ordinarono il fuoco e la fucilarono”. Teste il deputato Lazzaro, che l’affermava nella tornata del 31 luglio 1863.

Bravi giovanotti, bravi davvero, generosissimi e liberalissimi… avete ucciso una povera donna, una disgraziata madre, e se stesse o no il figlio tra’ briganti non n’eravate né pur sicuri… liberali voi, generosi voi! oh! schiuma di cannibali!

“Ho la nota de’ briganti uccisi spietatamente senza ombra di giudizio per colpe leggere: ho nota delle case abbattute, delle case saccheggiate, il giorno dell’esecuzione, i paesi e persino i nome de’ muratori, che distrussero queste case”. Teste Miceli, nella tornata stessa… E tutte queste atrocità, tutte queste violenze infami sono cose regolari o così lievi e semplici, si che pare non contentano, non appagano il Ch. Autore de’ Cenni sull’Italia Meridionale, di modo che ancor chiede rimedi straordinari e severi!

“Furono fucilati de’ miserabili degni di compassione, e disprezzo. Uno di costoro non aveva fatto che rubare una pecora. Taluno de’ fucilati era in tale miseria che mentre andavano al supplizio, uno si tolse le scarpe e disse ad un amico: porta queste scarpe al mio povero padre; un altro si spogliò della giacca perché si desse ad un suo figliuolo”.

Anonimo, Pro Domo Mea, Discorso a’ posteri sulle vicende del Regno di Napoli e Sicilia del 7 settembre 1860 fino al 7 settembre 1863, Ripostes Edizioni, pag. 24, 25.

(1) Dep. Bixio. Tornata del 18 aprile 1863.

(2) A. Saffi, Cenni sull’Italia Meridionale –  P. d’Italia n. 223, 14agosto 1863.

 

 

          A questo punto, è opportuno aprire una piccola parentesi, prima di proseguire nel racconto tra Fauchè e Garibaldi a Villa Spinola. La descrizione, fugace ma importante e precisa, che Fauchè  fa di Garibaldi seduto sul lembo del letto su cui è dispiegata una grande carta della Sicilia è estremamente significativa ed emblematica. La Sicilia era parte integrante del regno delle Due Sicilie ma, da sempre, registrava una fortissima presenza inglese vuoi per le miniere di zolfo, vuoi per le saline, vuoi per i vigneti di Marsala, vuoi per i pistacchi di Bronte; i sudditi di Sua Maestà Britannica erano di casa nell’isola e un po’, occorre dirlo, la facevano da padroni. Avevano i loro interessi legati alle loro molteplici attività commerciali eda Bronte c’era addirittura una “ducea” Orazio Nelson, che risaliva ai tempi della repubblica Partenopea del 1799. I buoni rapporti che Garibaldi aveva con i massimi esponenti inglesi della politica e della massoneria induceva costui a tenere la Sicilia il luogo ideale per provare ad invadere il Regno del Sud e, pertanto, se la stava studiando per bene la geografia dell’isola. S’era già fatto un’idea delle varie strategie da applicare in battaglia in funzione dei territori che avrebbe attraversato alla testa dei suoi lanzichenecchi.

Luciano Salera, Garibaldi, Fauchè e i Predatori del Regno del Sud, Controcorrente Edizioni, pag. 87.

 

SCHEGGE DI STORIA 5.1-'17

Il Mazzini intanto, per ricordare i doveri degli adepti suoi, in ottobre di quello stesso anno 1846, mandava scritto così: “Il cammino del genere umano è sempre tracciato da ruine; chi teme le ruine non comprende la vita. L’Italia oggi deve uscire dalla sua prigione, rompere i legami dei papi e degli imperatori; e purchè si compiano suoi destini corran pure fiumi di sangue, le città si rovescine l’une sulle altre, e battaglie ad incendii, incendii a battaglie succedano. Non importa! Se l’Italia non dev’essere nostra, val meglio preparare la distruzione, e tale che ogni disfatta sia catastrofe finale. Però esortiamo popoli e soldati a seguir questo disegno, che nessuna città si lasci ritta al vincitore, e ch’esso trovi morte ad ogni passo. In tal guerra non si ceda, si distrugga. Sarà terribile; tutta la vita d’un popolo non sarà che un’opera di rivoluzione. Combattiamo dunque, e sterminiamo…”. Così questo Maometto del socialismo si lascia addietro gli Attila e i Genserichi, gridando civiltà e progresso. E i nostri governanti credevan sapienza il sopprimer coteste infamie, che rese pubbliche avriano a molti dissuggellati gli occhi.

Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Grimaldi & C Editori, Vol. 1^. pag. 85.

 

 

Una vera unità politica si ha quando alcuni popoli, che hanno affinità etniche e culturali, rapporti amichevoli fra di loro ed interessi comuni, decidono di formare uno stato unico.

Quando invece uno Stato aggredisce un altro a cannonate, lo occupa, massacra civili ed incendia paesi, non si ha una unità, ma una conquista violenta.

Questo, purtroppo, è quello che fece il Piemonte nel Sud a partire dal 1860, quando nelle pacifiche regioni meridionali, eredi della civiltà della Magna Grecia, irruppero i “tagliatori di teste” provenienti dal Piemonte.

Bisogna chiarire che questa espressione, “tagliatori di teste”, non è una battuta spiritosa di cattivo gusto, ma è la presentazione di una tragica realtà documentata anche da fotografie, che mostrano le sanguinolente teste di partigiani del Sud tagliate e messe in gabbie di vetro a monito delle atterrite popolazioni meridionali.

E questo non fu tutto.

Oltre all’invasione violenta del regno delle Due Sicilie vi fu dal 1860 l’ostilità e la persecuzione della Chiesa Cattolica.

A questo proposito sono indicative le parole con le quali in un proclama autorizzato dal governo, il generale dell’esercito piemontese Ferdinando Pinelli parlava del papa Pio IX, che la Chiesa ha di recente proclamato beato.

Il papa è definito “il Sacerdotal Vampiro che con le sue sozze labbra succhia da secoli (quindi il termine “elogiativo” è esteso anche ai papi precedenti) il sangue della madre nostra”; ed il Pinelli assicura che “purificheremo col ferro e col fuoco (per questo bruciavano i paesi) le regioni infestate dell’immonda sua bava”.

Bisogna anche ricordare, dall’unità in poi, l’uso continuo, sistematico, della menzogna, l’irrisione volgare e plebea dei vinti, la loro sistematica denigrazione, il tentativo di cancellare la storia e l’identità di intere popolazioni.

Corrado Mirto, già Docente di Storia Medievale presso l’Università di Palermo, in “Riflessioni e pensieri indipendentisti…in libertà”, di Corrado Mirto e Giuseppe Scianò, Palermo, ottobre 2007.

 

 

Dal punto di vista della politica interna, la conseguenza più rilevante della coronazione celebrata in Sicilia (Carlo III, n.d.r.), fu la sanzione definitiva del particolare ordinamento autonomo dell’isola nell’ambito del nuovo Stato borbonico. Più che una libera scelta, fu questa una necessità imposta da circostanze di forza maggiore, la cui principale responsabilità risaliva alle alte sfere della Chiesa romana. Il baronaggio siciliano ne uscì oggettivamente rafforzato, e parve per un momento che il conflitto con la Curia pontificia potesse risolversi nella scelta di Palermo a sede del Re, della corte e del governo. La speranza, coltivata in certi ambienti siciliani, durò invero solo lo spazio d’un mattino, e più che altro fu segno di ingenuità, dato che la residenza a Napoli del Re e del governo era stata decisa a Madrid prima che egli intraprendesse il suo viaggio nell’isola, e addirittura prima ancora che iniziasse la conquista militare del Mezzogiorno. L’ipotesi, tuttavia, non era totalmente campata in aria, ed era fondata sulla prospettiva di un irrigidimento dei rapporti fra il Re delle Sicilie e il Pontefice. In sostanza, così come i Borbone avevano dovuto rinunciare alla cerimonia napoletana dell’incoronazione, potevano essere costretti a fissare la loro dimora nella capitale siciliana invece che in quella partenopea. Di qui il carattere fastoso e solenne, che venne dato alla cerimonia della incoronazione, rimasta celebre negli annali della cronaca palermitana, e che non rispondeva solo alla smania della pompa e del lusso, tipica della nobiltà di quel tempo. La partenza del Re da Palermo fu quindi una vera doccia fredda, cui fece seguito un clima di vera e propria delusione, nel quale maturò la prima manifestazione del dualismo fra Napoli e Sicilia, i cui sentimenti e stati d’animo si sarebbero meglio precisati negli anni seguenti.

– Francesco Renda, Storia della Sicilia, VI Volume, Società Editrice Storia di Napoli e della Sicilia, pag. 190.

 

SCHEGGE DI STORIA 6/2017

 

I contadini del Sannio e del Molise, ricordandosi di appartenere alla stirpe di antichi guerrieri che avevano sconfitto i Romani facendoli passare sotto le forche Caudine, scatenarono la loro rabbia repressa contro i liberali, rappresentanti illegali e servi dei piemontesi.

Il Molise e l’Abruzzo ai primi di Ottobre erano stati liberati; la bandiera borbonica sventolava su tutti i paesi ma il Piemonte mandò la sua armata agli ordini di Cialdini, visto che dappertutto i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi venivano bruciati e le bandiere savoiarde fatte a pezzi. La stessa cosa accadeva in Terra di Lavoro, in Capitanata, nel Gargano, in Basilicata, in Calabria.

Il Generale piemontese Ferdinando Pinelli fu mandato nell’Aquilano a dare una lezione esemplare a quei cafoni che avevano osato tanto.

Il Generale Pinelli, insignito di medaglia d’oro al valor militare dal governo piemontese per aver massacrato migliaia di cittadini, per lo più contadini, dopo le batoste subite a Mozzano e a Ponte D’Arli, propose a Cavour di istituire nelle province insorte dittature militari e di fucilare  i rivoltosi  senza le ordinarie forme giudiziarie, formula che quel criminale di guerra adottava regolarmente.

          A Mozzano, Torre Santa Lucia e ad Acquasanta falcidiò migliaia di Meridionali. In un solo giorno bruciò dieci paesi massacrandone i contadini.

          Una vera bestia immonda. Questo signore, questo ufficiale dell’esercito piemontese, sarà giudicato dalla Storia e la sua tomba sarà coperta di sterco.

          Nell’ascolano bruciò vivo un ragazzo senza ragione. La tortura era la sua arma segreta, anche se mai nessuno parlò o fece i nomi di compagni coinvolti nella lotta partigiana. Il valoroso generale fece fucilare anche sei sacerdoti perché secondo lui i preti erano tutti reazionari e aiutavano i Borbone.         

          Militarmente Pinelli non era buono a niente e spesso veniva battuto dai regi. Dopo un combattimento avendo perso, in uno scontro, alcuni soldati nei pressi di Venafro, chiese al capitano Canazza, suo aiutante di campo, se il paese fosse segnato sulle carte topografiche. Avendo avuta risposta affermativa, rivolgendosi alle truppe ordinò: Cancellate questo paese! e lo fece briciare, uccidendo centinaia di incolpevoli abitanti.

– Antonio Ciano, i Savoia e il massacro del Sud, Grandmelò Edizioni, pag. 87, 88.

 

 

Il delicato problema degli anziani fu affrontato e risolto con una vera propria riforma del sistema pensionistico varata con il decreto del primo luglio 1816 che unificò i precedenti sistemi ed istituì il “Monte delle vedove e dei Ritirati” che erogava una pensione agli impiegati civili e militari dello stato.  Gli oneri previdenziali che gravavano sul dipendente comportavano una trattenuta del 2,5% sullo stipendio, determinando il diritto alla pensione dopo venti anni. La pensione che lo Stato erogava era pari al 25% dello stipendio dopo venti anni di lavoro; al 50% dopo i venticinque anni; al 75% dopo i trenta anni; all’80% dopo i trentacinque anni; al 100% dello stipendio dopo i quaranta anni. La pensione veniva calcolata sulla base dello stipendio percepito nell’ultimo biennio. Non vi era limite di età per il pensionamento, ma semplicemente il “ritiro”. Questo tipo di pensione veniva definita di “giustizia”. Se ne affiancava un’altra, detta di “grazia”, concessa personalmente dal re per particolari benemerenza. Ai grandi invalidi per cause militari (chi era divenuto cieco o storpio in due arti) riceveva il massimo della pensione prescindendo dagli anni di servizio, mentre chi perdeva l’uso di un arto e subiva altre invalidità riceveva il mino della pensione se non aveva compiuto i venti anni di servizio, altrimenti venivano aggiunti cinque anni di anzianità, mentre per le ferite con pericolo di vita venivano conteggiati sei mesi di anzianità. Alle vedove veniva erogata una pensione pari a due terzi dello stipendio, se il marito aveva maturato venti anni di servizio ma, nella quasi totalità dei casi veniva aggiunta una pensione di “grazia”. Nel caso in cui la vedova moriva o si risposava, la pensione veniva ripartita tra i figli maschi sino al diciottesimo anno di età e alle femmine finché restavano allo stato nubile.

Francesco Maurizio di Giovine, La dinastia Borbonica – La vita politica e amministrativa nel regno delle Due Sicilie (1734 – 1861), Ripostes Edizioni, pag. 91, 92.

 

 

Un altro elemento che fa ritenere lo stretto legame fra massoneria e Carboneria è la propaganda carbonica inglese. Risulta evidente che il progetto della massoneria a controllo inglese prevedeva la diffusione di ideologie che avrebbero spianato la via alle future operazioni di unificazione, mettendo in primo piano non gli interessi dei più deboli, ma il garantirsi che l’Italia fosse assoggettata, attraverso i Savoia, al potere imperiale inglese.

Spiega Rosario Esposito: “La propaganda carbonica fu favorita con larghezza di mezzi dall’Inghilterra, soprattutto mediante l’azione di Lord William Cavendisch Betnick, comandante delle truppe inglesi stanziate in Sicilia, che aveva il compito di ristabilire nel Mediterraneo la preminenza albionica, straordinariamente compromessa da Napoleone. I rapporti segreti degli informatori della polizia austriaca notano spesso questo fatto. In quello del 16 settembre 1817 (N. di catalogo 38) si legge: “L’Inghilterra vorrebbe estendersi col suo potere e per ottenere l’effetto dei suoi progetti, spedisce fra le italiche popolazioni degli emissari incaricati di insinuare lo spirito di indipendenza, che è quello dei carbonari e dei guelfi”. I carbonari affermavano cinicamente di tirare innanzi nella loro propaganda patriottica e liberale “coi libelli dei nostri fratelli di Francia e coll’oro dell’Inghilterra”.

Si deve anche ricordare che in Sicilia e nel Mezzogiorno d’Italia i contadini stavano lottando contro l’usurpazione delle loro terre da parte di lord inglesi e contro l’assetto feudale, che li costringeva a vivere nella miseria. La Corona inglese desiderava osteggiare queste lotte, che potevano costituire un pericolo per il sistema vigente, propagandosi a macchia d’olio anche in altri paesi europei. Di conseguenza sarà utilizzata la massoneria per controllare la situazione, curandosi che le nuove ideologie liberali creassero un altro modo di intendere i problemi delle terre italiche: non rivendicazioni popolari ed espropriazione degli usurpatori, ma lotte per l’indipendenza, con relative ideologie romantiche e patriottiche.

Antonella Randazzo, Dissimulazioni massoniche, Espavo Edizioni, pag. 104 e 105.

 

SCHEGGE DI STORIA 6.1/2017

 

Real Decreto 10 agosto 1824

Istituzione in Sicilia della Soprintendenza Generale delle Strade e dei Ponti

 

          A causa di questa condizione di svantaggio rispetto a Napoli, con il Regio decreto del 10 agosto 1824, regnante Ferdinando I^, nell’isola venne istituita la Soprintendenza Generale delle Strade e dei Ponti per la costruzione e la manutenzione delle strade regie.

          Nel decreto veniva annunciato “che la costruzione delle strade rotabili in Sicilia sarebbe stata di sommo utile al commercio interno ed esterno e di maggior comodo e sicurezza ai viandanti, (…) e rimossi gli ostacoli che ne avevano ritardato lo adempimento”, e si considerava necessario “creare ed organizzare nei domini oltre il Faro, un corpo separato da qualunque altro dell’Ordine Amministrativo”, diretto dal luogotenente generale, che si occupasse esclusivamente della gestione di questo ente, garantendo i, corretto “maneggio dei fondi” e il compimento dei lavori necessari, con delle leggi efficaci a “respingere tutto ciò che possa ritardare o indebolire l’energia delle operazioni”.

          Nel decreto si stabiliva, inoltre, che un soprintendente generale avrebbe presieduto alle opere assumendone la direzione, coadiuvato da un ispettore. Entrambe queste figure sarebbero state nominate dal Ministero per gli Affari Interni, su proposta del luogotenente generale. Gli altri impiegati dell’amministrazione erano eletti direttamente dal luogotenente su proposta dell’ispettore. Al fine di controllare e assicurare il buon andamento dei lavori, si dispose la creazione di deputazioni locali presso i vari comuni dell’isola.

Per la redazione dei progetti si prescriveva che gli incarichi fossero affidati a uno dei quattro architetti preposti (due di prima e due di seconda classe), sotto la guida di un ingegnere capo. Una volta approntati, i progetti sarebbero stati sottoposti al vaglio dell’ingegnere capo e poi nuovamente al sovrintendente, che ne avrebbe discusso con l’ispettore per eventuali correzioni o modifiche. Infine, dopo una nuova valutazione da parte dell’ingegnere in capo o del collegio degli architetti dell’amministrazione (o di altri di sua fiducia), sarebbero passati all’approvazione del luogotenente generale.

          Questo articolato e un po’ farraginoso sistema di controllo, che derivava dall’impostazione napoletana, era stato appositamente strutturato per rispondere – almeno in line teorica – all’opportunità che all’interno del Corpo vi fossero “continui scambi di conoscenze e aggiornamenti scientifici”. Con lo steso intento era stato stabilito “che ogni progetto corredato di una memoria giustificativa delle scelte teoriche e tecniche” fosse inviato a tutti gli ispettori per le opportune osservazioni, al fine di evitare, come era successo in passato, che il governo borbonico profondesse enormi capitali per la realizzazione di pessime opere, affidate a singoli ingegneri spesso fra loro concorrenti.

          Nel decreto si prescriveva infine che le opera da realizzarsi nel Val di Palermo fossero appaltate dal soprintendente, mentre quelle da farsi nelle altre circoscrizioni solane dipendessero dai capoluoghi dei valli o dei distretti, e gli appalti seguissero le regole più convenienti per la concorrenza delle imprese locali. Nel caso in cui non si fossero trovati in quei luoghi appaltatori “abili ed utili”, si sarebbe proceduto ad affidare le opere a imprese di area palermitana.

          Al fine di uniformare gli apparati istituzionali e offrire, in qualche modo, medesime opportunità formative ai professionisti isolani, con il decreto del 1839 si stabiliva che tutti i sudditi del Regno fossero indistintamente ammessi a studiare presso la Scuola di Applicazione di Napoli e che, verificandosi vacanze di cariche di ingegnere, potessero concorrere alla loro assegnazione.

          Alla scuola si accedeva infatti solo per concorso e la selezione era molto rigida, al fine di individuare, con criteri di merito, gli allievi migliori. In tal modo si voleva porre fine ai clientelismi del sistema precedente.

          I posti a disposizione erano undici, cinque dei quali riservati ad allievi provenienti dalla Sicilia. Per superare il concorso erano richieste specifiche di matematica, statica, lingue (almeno tre: italiano, latino e francese) e abilità nel disegno.

          Solo i primi sei migliori diplomati venivano direttamente assunti nel Corpo di Ponti e Strade, dapprima come “ingegneri allievi”, poi attraverso vari gradi (ingegnere di I^ e II^ classe), avviati verso una carriera sicura e prestigiosa.

          In questo modo spariva la figura dell’ingegnere militare, di estrazione per lo più aristocratica e per questo spesso incline a favorire interessi privati, a discapito della qualità e del pubblico beneficio delle opere. Al suo posto nasceva l’ingegnere di Stato, un tecnico – burocrate, generalmente altoborghese che, in quanto stipendiato, era meno vincolato ai sistemi di potere.

          Dopo il decreto del 1839 alcuni giovani siciliani iniziarono a studiare a Napoli e, come da regolamento, una volta licenziati, ritornarono nelle provincie di origine. Personaggi come Giuseppe Damiani Almeyda e Carlo Giachery, siciliani di adozione, appartennero al Corpo di Ponti e Strade.

          La nuova formazione prevedeva infatti una solida base teorica, acquisita attraverso i libri e una nuova attenzione alla pratica, da esercitare anche mediante viaggi in paesi europei dove si potevano studiare le realizzazioni d’avanguardia.

          La struttura didattica si basava sul modello della celebre Ecole des ponts et chaussees istituita a Parigi nel 1747 per preparare i tecnici del Corp des ponts et chausees formato nel 1716.

          Dal momento che a Napoli non esisteva un corso di studi politecnico, propedeutico a quello di applicazione (come invece accadeva a Parigi), ad accedere alla scuola erano essenzialmente gli architetti che avevano poca dimestichezza con le opere idrauliche i ponti e le strade. L’obiettivo che si prefiggeva era pertanto quello di formare una nuova classe di ingegneri civili, attraverso lo studio di materie come il calcolo analitico, la geometria, la stereotomia, la topografia, la chimica e la fisica e un apprendistato da effettuarsi affiancando un ingegnere più anziano nel lavoro sul campo.

          A Questi tecnici, considerati i nuovi depositari del sapere scientifico che, ancor più degli architetti, dovevano possedere specifiche conoscenze tecnologiche e costruttive, era richiesto un alto gradi di preparazione e aggiornamento sulle tecniche, i materiali, i macchinari di recente invenzione, divulgati attraverso trattati e annuali.

          Lo studi avveniva attraverso una serie di riferimenti consolidati e di nuove pubblicazioni. Acanto alle riedizioni de4i trattati classici cinque – seicenteschi, da Vitruvio a Serlio, da Viglola a Palladio, i testi a disposizione dei giovani allievi ingengeri erano soprattutto i manuali di archiettura redatti per gli alunni dell’ Ecole Polytechnique da Jean – Nicolas – Louis Durnd (Prècis des lecons d’architecture, Paris 1802 – 05) e Jean Baptiste Rondelet (Traitè teorique et pratique de l’art de batir, Paris 1802 – 1807), quest’ultimo tradotto in lingua italiana nel 1839. Testi fondamentali erano anche quelli di Gaspard Monge sulla geometria descrittiva e di Bernard Forest de Belidor sulla scienza delle costruzioni, discipline queste che avevano consentito la formulazione di un linguaggio universale comprensibile a tutti gli ingegneri.

          Dovendosi occupare insieme alla progettazione di alcune architetture civili, come le carceri, anche di fortificazioni, ponti e canali, ai futuri ingegneri venivano forniti anche testi di architettura idraulica.

          Cospicua era la produzione manualistica riguardo a i ponti, divenuti il manifesto del progresso tecnico, oggetto di sperimentazioni incalzanti, di soluzioni sempre più avanzate e di sfide, prime fra tutte la “grande luce” e la leggerezza. Un testo di riferimento fondamentale era il Traitè de la construction des ponts di Emiland Claude Marie Gauthey (Paris 1809), che da un lato classificava, con l’ausilio di tavole illustrative, le possibili varianti ad arcate in pietra e in legno, dall’altro promuoveva i po0nti in ferro rintracciandone le origini in opere italiane del XVI secolo.

          Così come il testo di Gauthey, numerosi altri trattati, scritti per presentare tecniche e materiali “moderni”, continuavano a mantenere ampie sezioni dedicate alle tecniche tradizionali. La dualità tra la codificazione dei saperi antichi da una parte e l’opzione per nuova tecnologie dall’altra, sarà una costante di tutto il XIX secolo.

          Il primo e unico manuale italiano di carattere generale erano invece le Istituzioni Architettura statica e idraulica (Bologna 1826) di Nicola Cavalieri di San Bertolo, ingegnere superiore del Corpo e professore nell’Archiginnasio Romano della Sapienza. Riccamente illustrato, il testo intendeva costituire un prontuario di facile consultazione per gli allievi ingegneri che si accingevano alla professione. Vi erano analizzati, fra l’altro, ponti in muratura, legno e ferro, questi ultimi considerati la “moda” del momento. Non mancavano di esercitare il loro fascino anche le pubblicazioni specializzate su precise tipologie di nuova sperimentazione, che necessitavano di descrizioni accurate e immagini esplicative. Grade successo ebbe la Memoria sui ponti sospesi a catene di ferro costruiti negli ultimi tempi in Inghilterra e in Russia del Cavaliere Wienbeking (Mantova 1834), tradotto in italiano dall’originale in lingua tedesca.

          Strumenti per il costante aggiornamento degli ingegneri, oltre ai trattati e ai manuali, erano le riviste di settore, fra cui spiccavano le francesi “Revue Generale de l’Architecture et des travaux pubblics” e “Annales des Ponts e Chaussees” nonché “The Civil Enginer and Architect’s Journal”, pubblicato in Inghilterra. A questi esempi si ispiravano il “Politecnico, repertorio mensile di studi applicati alla prosperità e coltura sociale” e il “Giornale dell’ingegnere, Architetto e Agronomo” fondati in Itali rispettivamente nel 1839 e nel 1853. Periodici ricchi di notizie e rano anche gli “Annali delle Opere Pubbliche e dell’Architettura”, pubblicati per circa un decennio a partire dagli anni Cinquanta dell’Ottocento, con una raccolta delle più importanti memorie ricavate dalle opere tecniche straniere e con articoli originali riguardanti l’arte delle costruzioni, curata da alcuni ingegneri del Corpo di Ponti e Strade.

          Questa breve sintesi ci mostra come attraverso un iter di studi complesso, basato sull’apprendimento dei testi teorici d’Oltralpe, i viaggi di ricognizione per conoscere quanto e come si costruisse all’estero, nonché le applicazioni sperimentali sul campo al seguito dei colleghi più anziani, anche la nuova classe professionale siciliana avesse potuto acquisire, dopo il Regio decreto del 1839, un bagaglio di conoscenze e competenze specifiche per affrontare la difficile impresa dell’infrastrutturazione della Sicilia.

          In linea con le conquiste tecniche degli altri stati europei, quindi, anche i piccoli stati italiani e il Regno delle Due Sicilie potevano vantare con orgoglio opere di ingegneria moderna, merito di una classe professionale, quella del Corpo di Ponti e Strade, che era quasi obbligata ad aggiornarsi e a sperimentare soluzioni d’avanguardia.

          Nella lunga relazione del luogotenente al ministro per gi Affari di Sicilia si faceva riferimento anche alle perplessità avanzate dall’ispettore Madden, il quale, ritenendo che nel paese non si trovassero opifici abili alla confezione delle parti metalliche di questo sistema di travate e poiché il Governo scoraggiava le commissioni all’estero, dichiarava di accontentarsi delle travate di legname col metodo di Howe, di facile esecuzione (ponte sul Simeto).

          In realtà, l’ingegnere Zappulla aveva ricordato che la Fonderia Oretea – la quale aveva già realizzato il cavafondo a vapore – avrebbe potuto costruire il ponte per un prezzo vicino a quello richiesto all’estero. Inoltre anche a Napoli esistevano stabilimenti in grado di fabbricare opere simili, fra cui Kupy e Fioren.

– Antonella Armetta, dottore di Ricerca in “Storia dell’Architettura e Conservazione dei Beni Architettonici”, Ponti in Sicilia (XVIII – XIX secolo) fra tradizione e innovazione, Edizioni Caracol, pag. 23 – 27, 64, 71.

 

SCHEGGE DI STORIA 7/2017

 

Intanto nelle provincie crescean di numero le reazioni. A Cervinara il 29 novembre (1860 n.d.r.) i contadini disarmavano i Nazionali, spezzavano il busto del galantuomo, squarciavano le bandiere italiche, alzavano l’immagini di Francesco e Sofia. E circuite le case de’ liberali, massime de’ Verna, tutta notte furono colpi da fuoco; ma giunti Garibaldini e Piemontesi con cannoni, si pugnò acremente, sinché fugati i reazionarii, s’uccisero innocenti a vendetta, s’arsero case di realisti, e fu saccheggiato il paese con lurida ingordigia. A Santeramo, comune di novemil’anime nel distretto d’Altamura, il 7 dicembre, i popolani alzarono i gigli, spensero il Giudice Dell’Uva, e gli accorsi Nazionali di Gioia respinsero; poi, dopo alquanti dì sopraggiunti Piemontesi e Nazionali, questi con due ore di zuffa sbaragliarono i paesani, e fecero le consuete vendette. Lo stesso dì 7 a Sava presso Taranto uccisero tre galantuomini liberali, disarmarono la Guardia, arsero gli stemmi savoini, e alzarono i borboniani; poi al solito dalle soldatesche erano atrocemente puniti. Nulladimeno l’ire si ringagliardivano, e qua e là scoppiavano. A Sora, donde il Chiavone avea dovuto ritirarsi, a mezzo dicembre nuova reazione; chè i contadini v’entrarono uccidendo cinque Nazionali; e arsa la croce sabauda, portarono trionfante il busto di Francesco. Il 3 dicembre s’era mosso penna. In Abruzzo la ferocia de’ Pinelli e Devirgilii più che comprimere pungeva la reazione; dove con atti; dove con parole, ogni paese rumoreggiava; ma non aveva armi, né capi. Bande soldatesche alla caccia, fucilavano contadini, e i cadaveri non facevano seppellire, a terrore; ma dove cadevano sardi, li sotterravano sul luogo, per celar loro danni.

Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Vol. II°, Grimaldi & C Editori, pag. 360

 

 

          Nel settembre 1845, in occasione del settimo Congresso degli Scienziati Italiani tenuto a Napoli, l’Opificio di Pietrarsa costituisce uno speciale vanto per la nazione. Nella guida della città, appositamente realizzata per l’occasione, diverse pagine sono dedicate al complesso industriale, del quale vengono non soltanto elencati i macchinari e i prodotti, ma anche sottolineati i presupposti: l’attenzione per le possibili applicazioni della trazione a vapore, “stemma del nostro secolo”, l’intento di emanciparsi dal bisogno di importare tecnologie e  lavoratori specializzati, la volontà di coniugare ricerca teorica e applicazione empirica, l’impegno nel campo della formazione e nell’aggiornamento. Sappiamo d’altronde che, nel dicembre dello stesso anno, lo stabilimento viene mostrato con orgoglio allo zar Nicola I° di Russia, il quale – stando a fonti ottocentesche – avrebbe fatto rilevare da suoi tecnici l’impianto e i macchinari in vista della prossima realizzazione del complesso industriale a Kronstadt in Russia.  E qualche anno più tardi, nel settembre 1849, anche la visita del pontefice Pio IX a Napoli, prevederà una tappa all’opificio. … Una serie di interventi ulteriori tra il 1845 e il 1853, ben distanti dall’iniziale, strategico understatement, assecondano questa duplice natura di insediamento industriale specializzato, per un verso, e di luogo rappresentativo dello Stato moderno, per l’altro. Bisogna considerare al proposito che l’opificio diviene negli anni un luogo notevole e interessante da visitare, e come tale è riportato in certa letteratura artistica degli anni pre – unitari: ad esempio, Camillo Napoleone Sasso nella sua Storia dei Monumenti di Napoli dedica a Pietrarsa le ultime pagine del testo e l’ultima tavola delle illustrazioni; Chiarini, nel suo aggiornamento alla guida seicentesca di Carlo celano, riserva ampio spazio alla descrizione del complesso industriale. Così se da un parte i nuovi reparti risultano legati all’aumento e alla diversificazione della produzione e alla conseguente crescita della forza lavoro (circa 500 operai nel 1847), dall’altra la palazzina della direzione, realizzata nel 1845 – 46 con apposite sale per i visitatori illustri, e gli accurati giardini rispondo soprattutto a esigenze di immagine. La funzione di fabbrica – modello d’altronde viene confermata con gli interventi del 1853, costituiti da residenze per gli operai civili (fino a quel momento soltanto i militari beneficiavano dei posti – letto della caserma) e dalla nuova Chiesa dell’Immacolata, nelle parole di Corsi “non ristretta e neppure grande (…) ma formalmente fatta e capevole di molte centinaia di persone”.

Claudio Garofalo e Fabio Mangone, Cavalli di ferro, Altrastampa Edizioni, pag. 33/40.

 

 

          La nascita del Regno meridionale fu il fatto nuovo del Settecento italiano. Per la Sicilia, chiamata a farne parte, significò l’inizio di un periodo storico nuovo, caratterizzato da una serie di riforme, parte condotte a termine, parte tentate e poi abbandonate, parte appena solo ideate o accennate, a conclusione delle quali si ebbe la dissoluzione della feudalità, formalmente sancita con un voto parlamentare del 1812. L’insieme di tali riforme naturalmente si iscrive nella storia dell’assolutismo monarchico illuminato e nella vicenda singolare di quel ristretto numero di uomini di cultura meridionali, facenti parte del più vasto campo dei “philosophes” operanti su scala italiana ed europea. Ma, per una esatta comprensione di quel che avviene, vanno pure considerate alcune tendenze generali di fondo dello sviluppo della società italiana nel suo complesso.  I fenomeni che investono la società meridionale costituiscono il modo di partecipazione proprio del Mezzogiorno e della Sicilia alla fase finale della transizione italiana dal feudalesimo al capitalismo.

          Tra i fenomeni della partecipazione, e segno di mutamenti strutturali profondi, è da collocare, in primo luogo, la costituzione stessa della monarchia borbonica, che riunì in un unico stato indipendente e sovrano il Mezzogiorno continentale e insulare. Fu un vero e proprio salto di qualità, un cambiamento di condizione, la premessa indispensabile di un processo di trasformazione che investì tutta quanta la società meridionale. La costruzione dello Stato fu un banco di prova che impegnò duramente i gruppi dirigenti meridionali, ne orientò gli scopi e ne condizionò le iniziative. Liberato dalla condizione di provincia straniera, il Mezzogiorno si trovò di fronte alla improrogabile necessità di conseguire l’autonoma idoneità di consolidare il nuovo status dell’indipendenza. Il Regno di Napoli e il regno di Sicilia riuniti alla corona di Spagna (o dell’Austria) erano una cosa, associati alla corona delle Due Sicilie erano cosa completamente diversa, dovevano affrontare compiti nuovi, problemi e difficoltà che prima non si erano posti. … In tal senso la vita del nuovo Stato meridionale, le questioni insorte lungo il suo cammino, i progressi compiuti e i ritardi che si verificarono possono offrire un indispensabile filo conduttore dell’indagine storiografica sul periodo considerato. Non è cosa da poco accertare i motivi che portarono al fallimento del regno meridionale. In ogni caso, non è possibile scrivere una storia della Sicilia disgiunta dalla storia di Napoli, essendo l’una e l’altra parte di un tutto organico, quale fu appunto la monarchia borbonica meridionale.

Francesco Renda, già Professore Emerito di Storia Moderna presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Palermo, in Storia della Sicilia, Casa Editrice Storia di Napoli e della Sicilia, Vol. VI°, pag. 185.

 

SCHEGGE DI STORIA 7.1/2017

 

          Del resto, che ci si poteva aspettare da chi, in dispregio dell’onore militare, non rispettava quasi mai i patti. Di questi ricorrenti comportamenti, ne è significativo esempio quanto avvenne, in occasione della lotta al brigantaggio, quando le truppe italo piemontesi ricorrendo, come era loro abitudine, al tradimento e all’inganno, a Trivigno (un paesino della Basilicata) avendo diramato un proclama in cui promettevano salva la vita ai briganti che si fossero presentati spontaneamente, al costituirsi di ventotto contadini, contravvenendo al proclama, li fucilarono immediatamente senza processo e senza pietà.

          Ma ancor più raccapricciante quando lo stato d’assedio posto da Cadorna al suo arrivo a Palermo il 22 settembre (1866, n.d.r.), era stato già revocato con il ritorno alla legalità, fu quanto accadde tra il 12 e il 15 gennaio del 1867. Due gruppi di detenuti, senza alcun processo e senza alcuna sentenza, furono fucilati dalle truppe durante la loro traduzione a Palermo e altri cinque in traduzione da Misilmeri, furono fucilati proditoriamente a un paio di chilometri dal capoluogo.

Ignazio Coppola, Risorgimento e risarcimento, C.N.A. Edizioni, pag. 131, 132 e 161.

 

 

          Col decreto de’ 6 aprile (1862 n.d.r.), epurativo della magistratura nelle provincie meridionali si destituiscono in fascio 150 magistrati. “Guai a quel governo (dice La Stampa) che per mantenersi reputa necessaria una simile ecatombe degli amministratori della giustizia… E pure l’attuale corruzione ne’ giudicanti è tale, che per cento ducati si può ottenere la liberazione dal carcere di un prigioniere, purché non sia di quelli troppo famosi; e per la medesima somma si può ottenere una favorevole sentenza civile; ed anche un eccellente impiego”.

          E nel novembre 1862 esce in luce un libro che in Napoli gode di ben meritata riputazione, nel quale si legge una esatta critica su ‘l nuovo ordinamento giudiziario che è definito “un temperamento falso, di gran lunga inferiore al preesistente,  e costoso più del quadruplo in paragone dell’antico, il cui personale mandato via per la massima parte è stato così infelicemente rimpiazzato, che avvocati, litiganti, e pubblico intero sono costretti a confessare che  quello che vi è di meglio tra gli odierni magistrati è quel poco che è rimasto degli antichi, se ne salvi rarissime eccezioni. Anzi abbiamo udito dire, che ne’ processi politici hanno sovente mostrato maggiore indipendenza gli antichi a tribunali, che i nuovi.

Francesco Durelli, Colpo d’occhio su Le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes Edizioni, pag. 59.

 

 

          Gli era che le regioni meridionali a partire dal 1734 avevano un Re tutto per loro, dopo cinque secoli di divisione e di dipendenza dallo straniero, ma la loro unione in “Regno libero” era ancora di là da venire. Fatte le Sicilia, erano da fare i Siciliani senza distinzione di stato di qua e al di là del Faro. Il problema era simile a quello che si sarebbe posto centoventicinque anni dopo per il Regno d’Italia, non più su scala meridionale, ma nazionale.

          Re Carlo e i suoi ministri Santostefano, Montealegre e Tanucci, dopo essere stati in Sicilia, credettero di avviare una prima soluzione del problema, partendo dalla realtà di fatto e istituendo una Giunta consultiva per la Sicilia, composta da due giureconsulti siciliani, due giureconsulti napoletani e presieduta da un barone parlamentare siciliano, avente il grado e la funzione di Consigliere di Stato. Dando dunque per acquisito che il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia avrebbero conservato vita autonoma, e che quello di Napoli, a preferenza del Regno siciliano, si sarebbe direttamente identificato con le strutture istituzionali della monarchia meridionale (significava in tal senso la abolizione del Consiglio collaterale, e la riforma degli organi fondamentali del Viceregno partenopeo), si intese garantire ai siciliani che i loro affari, pur se trattati a Napoli, capitale della monarchia, sarebbero sempre passati al vaglio preventivo di un organismo in cui i Siciliani avevano statutariamente la maggioranza. La Giunta provinciale di Sicilia, che gli isolani chiamavano “Giunta Suprema”, era concepita sul modello del Consiglio d’Italia, un istituto peculiare del governo spagnolo, cui fin dai tempi di Filippo II erano devoluti gli affari dei domini italiani. Naturalmente, non mancarono le differenze. Nel Consiglio d’Italia, la preminenza era spagnola. Composta di 7 membri, 3 erano italiani, rappresentanti ciascuno la Sicilia, Napoli e Milano; 3 erano spagnoli; ed in più c’era il presidente anch’esso spagnolo. Nella Giunta di Sicilia, composta originariamente di 7 membri, poi ridotti a 5, essendo venuti meno i rappresentanti dei Ducati di Parma e Piacenza, il presidente non solo era siciliano, ma la sua nomina, in accoglimento di una precisa richiesta della siciliana Deputazione del Regno, venne riservata ad una rosa di nomi proposta dalla stessa Deputazione. In tal modo, si volle appianare ogni possibile motivo di scontento, e perciò al baronaggio fu riconosciuta, oltre al diritto di gestire gli affari del Regno di Sicilia, che non erano pochi né di poco momento, anche la facoltà di intervenire, sia pure a titolo consultivo, negli atti propri dell’amministrazione centrale, comunque riguardanti la Sicilia, e negli affari generali dello Stato.

Francesco Renda, già Professore Emerito di Storia Moderna presso l’Università di Palermo, Storia della Sicilia, Società Editrice Storia di Napoli e della Sicilia, Vol. VI, pag. 191, 192.

 

SCHEGGE DI STORIA 8/2017

 

G. Ferraro (…), un garibaldino che, passato nell’esercito sabaudo, tornò in Calabria come bersagliere e doveva essere una persona perbene, scrisse un diario quindici anni dopo i fatti che narra, e che risalgono al 1868 – 69. Il professor Eugenio de Simone, autore di Atterrite queste popolazioni, lo ha trovato a fine 2015, a Novara, e lo pubblica nella riedizione arricchita del suo libro, per Magenes. Eccone un brano: “In quel paese (Rossano; N.D.A) vi erano carceri grandissime nelle quali rinchiudevano i manutengoli ed i conniventi dei briganti. Duo o tre volte al mese giungevano colonne di persone state arrestate dalla pattuglie volanti. Nei Paesi o nei casolari; eranvi anche donne scapigliate coi pargoli al petto, preti, frati, ragazzi, vecchi i quali tutti prima di passare nelle carceri, venivano ricoverati provvisoriamente nei locali vuoti del Quartiere su poca paglia, piantonati da sentinelle, per essere poi interrogati al mattino successivo dal pretore, dal maresciallo e dal mio Capitano.

Queste colonne di venti o trenta persone ciascuna, la maggior parte pezzenti e macilenti, facevano compassione a chi aveva un po’ di cuore; li vedevo sofferenti per la fame, per la sete, per la stanchezza di un viaggio a piedi di 40 e 50 chilometri”. Vecchi e lattanti… 40 – 50 chilometri! Era uno dei sistemi di tortura usati, copiato dai francesi e poi adottato dai turchi contro gli armeni (e la citazione non è casuale);…

Ma torniamo al racconto del bersagliere:” Venivano sferzati dai Carabinieri e dai soldati di scorta, se stentavano camminare per i dolori ai piedi, od anche se si fermavano per i bisogni”, pertanto, continuando ad andare, erano costretti a farsela addosso “e si insudiciavano per evitare bastonate, tutti questi incriminati, alcuni dei quali innocenti. E le donne specialmente”. Una volta in carcere, venivano slegati per conceder loro riposo, ma per compenso si torturavano coi ferri, detti pollici, che i Carabinieri e i Sergenti in specie stringevano fino a far uscire il sangue dalle unghie.

Pino Aprile, Carnefici, Piemme Edizioni, pag. 17 e 18.

 

Anche dopo l’Unità, la massoneria fu presente nel contesto politico – economico dell’Italia, specialmente attraverso il gran maestro del Grande Oriente Adriano Lemmi, che fu amico di diversi personaggi importanti dell’epoca, compreso Francesco Crispi.

Lo stesso Lemmi, in una tavola del 1886, scriveva:” E’ necessario che gli uomini messi al governo degli Stati o siano nostri Fratelli o perdano il potere… Le logge massoniche… debbono anzitutto scendere in campo e apertamente lavorare per il più rapido conseguimento dei nostri ideali. Il pretesto per avviare una potente campagna di delegittimazione delle persone non appartenenti alla massoneria era quello di contrastare il potere del Vaticano, nascondendo che si trattava di estromettere il popolo e di creare un sistema controllato da pochi.

Per fare in modo che la massoneria avesse più potere, si parlò, in alcuni casi, di “rigenerazione della massoneria”. Ne parlò il maestro massone Giovanni Bovio a proposito delle Logge del Mezzogiorno d’Italia. Egli, nel 1888, illustrò in un documento le otto commissioni da creare per il “rilancio della massoneria”. Fate dunque che il popolo senta l’influsso di una mano fraterna, che opera non veduta, e tanto più la senta benefica, quanto meno visibile”.

Lemmi fu coinvolto nello scandalo finanziario della Banca Romana (1892 – 1893), causato dalla Loggia propaganda. La Loggia Propaganda era stata istituita nel 1877 dal gran maestro Giuseppe Mazzoli e successivamente rafforzata dal banchiere Adriano Lemmi, che aveva attirato non pochi banchieri ed esponenti importanti del mondo politico ed economico dell’epoca. Dopo lo scandalo finanziario, che svelava come i massoni saccheggiassero in vari modi per arricchirsi e per organizzare atti loschi, la loggia sarà marginalizzata e ritornerà forte a partire dal secondo dopoguerra, col nome di loggia Propaganda Due.

Antonella Randazzo, Dissimulazioni massoniche, Espavo edizioni, pag. 106, 107.

 

Le linee generali di quel piano (di riforme) furono elaborate attentamente durante lo stato di guerra. Non mancarono in tal senso sollecitazioni e proposte da parte dei singoli cittadini. Ma a prevalere fu l’iniziativa degli organi di governo propriamente detti. Nel 1736, un gruppo di giuristi e di alti funzionari ebbe l’incarico di compiere uno studio sull’amministrazione della giustizia, e di avanzare proposte sul da fare. L’indagine conoscitiva riguardava in particolare il Regno di Napoli, e ad esserne investita fu la giurisdizione baronale. …Il lavoro fu compiuto nel giro di qualche mese, e il governo lo inviò alla Camera di S. Chiara per il parere di rito. Quasi contemporaneamente fu presentato al Re un altro insieme di proposte, “tendenti al miglior governo di questo regno e a beneficio del regio erario.”. Anticipando gli elementi essenziali del futuro programma governativo, si prevedeva di moderare il lusso, proibendo l’introduzione di drappi stranieri; di accordare vantaggi e privilegi ai commercianti e ai naviganti per favorire il traffico commerciale; di ridurre il numero dei chierici e dei religiosi; proibire agli ecclesiastici nuove compere di beni immobili; indire una nuova numerazione degli abitanti, per ripartire egualmente il peso fiscale fra i sudditi. Inoltre, si prospettava la necessità di togliere ai baroni la giurisdizione, “la quale dagli antecessori regnanti se li trova conceduta senza matura previdenza e quasi per niente”. Era, questa, senza dubbio, la misura più importante ma anche la più difficile da attuare. Gli ambienti realisti ne erano consapevoli. Poiché la giurisdizione baronale aveva anche aspetti patrimoniali (essa era una proprietà che il singolo barone aveva comprato versando un certo prezzo all’erario, ed era anche una fonte di ricchezza), fu affacciata l’ipotesi che si procedesse alla sua ricompra ricorrendo all’aiuto delle stesse popolazioni vassalle interessate. “Chi dubiterà mai che per un tale disborso, per la ricompera, più che volentieri non soggiacerebbero tutte le università baronali?”.

La Camera di S. Chiara, chiamata anche su queste proposte a dare il suo parere, espresse le più serie riserve. Sul punto della giurisdizione, in particolare, disse che il provvedimento ad altro non sarebbe servito “che a partorire una gran confusione e a sconsolare il ceto dei baroni, ch’è il più ragguardevole, di cui Sua Maestà può avvalersi in ogni occorrenza, senza ricavarsene all’incontro alcun profitto o vantaggio, perché non si avrebbe ad acquistarsi niente di più di quel che pacificamente e con tutta quiete oggi si pratica”. Ma il governo non fu convinto da tali argomentazioni. Fra le massime della sovranità egli “arcana imperii”, raccomandati dalla corte spagnola a Carlo III, e poi da questo trasmessi al figlio Ferdinando, vi era di tener testa al baronaggio, per non esserne sopraffatti. Il governo, perciò, non condivise pienamente le riserve del supremo organo consultivo.  Accogliendo l’indirizzo giurisprudenziale che interpretava l’antica legislazione  in senso regalista e antibaronale, gli diede anzi mandato che, nell’esaminare i rimedi contro “las dilaciones y calumnias delas causa”, si occupasse pure della “basa iurisdizion dela bagliva (aspetto fondamentale della giurisdizione baronale, ndr), que con despotica auchtoridad er intolerabile rigor  se exercita por los barones, para reducirla en su prime  origen, para el qua fue insituida,  a fine que los vassallos no hagan  de experimentar tantos agravios  como sufren”.  Fu enunciato in tal modo uno dei principi fondamentali del riformismo borbonico, cui si sarebbe ispirata l’azione di governo in tutti gli anni a venire, cioè di riformare la feudalità riconducendola al suo stato originario, come previsto dalle leggi normanno – sveve del Regnum siciliae.

Francesco Renda, già Professore Emerito di Storia Moderna presso l’Università di Palermo, Storia della Sicilia, Società Editrice Storia di Napoli e della Sicilia, Vol. VI, pag. 200, 201.

 

SCHEGGE DI STORIA 9/2017

 

          Per una prudenza tutta esteriore almeno fin verso il 1840, le massonerie, apparentemente rispettose dell’ordine stabilito, si contentano di sostenere dappertutto il liberalismo specialmente nelle classi borghesi ed aristocratiche che forniscono loro una buona parte della migliore clientela.

          Ma, il liberalismo religioso, liberalismo economico, liberalismo politico conducono sicuramente e rapidamente allo scetticismo in religione, allo schiudersi della questione sociale attraverso lo sfruttamento del lavoro che diventa scandaloso a partire dal 1840, e, assecondato dalle ambizioni della borghesia, al risveglio della Democrazia.

          Non fa parte del nostro argomento entrare nei particolari delle sollevazioni che esse (le massonerie, n.d.r.), tramano nel corso dei trenta anni che dividono il Congresso di Vienna dalla rivoluzione del 1848.

          Ma la più importante, la più diffusa, la più impenetrabile di queste società segrete è, incontestabilmente, la Carboneria          divisa in “Vendite” sovrapposte le une alle altre alla maniera massonica, e dalla sommità delle quali l’ “Alta Vendita” internazionale, molto selezionata, dirige tutta la carboneria. Essa è palesemente in rapporto con i Supremi Consigli e il rito scozzese, di cui fa parte il F ... Mazzini, e con i Grandi orienti. Ma il suo reclutamento nello stesso tempo aristocratico, cosmopolita e popolare non tarda a provocare nel suo seno dei conflitti tra i fautori della rivoluzione invisibile e corruttrice e quelli del partito d’azione violenta e immediata, alla testa dei quali si trova Mazzini. Dietro di lui e del F... Kossuth, l’agitatore ungherese, manovra segretamente l’alto F... Palmerston, ministro di Sua Maestà britannica.

          Il partito dell’azione sommerge ben presto l’ “Alta Vendita”. Oltre alla sua missione più immediata, la caduta del potere temporale del Papa e l’unità italiana, Mazzini infiamma gli elementi più giovani per la rivoluzione totale. A Marsiglia egli fonda la “Giovane Italia”, un po’ più tardi lancia la “Giovane Germania”, poi la “Giovane Europa”.

          Dunque cova il fuoco di una rivoluzione dalle dimensioni europee, la quale farà leva qui sul nazionalismo per l’indipendenza, come in Ungheria con Luigi Kossuth, là sullo stabilimento d’una costituzione liberale, che nel pensiero dei capi, speranzosi del pieno successo dell’impresa, spazzerà via i troni ed instaurerà dovunque la Repubblica o almeno il regime della Democrazia universale.

          Questa è la ragione per cui si tiene a Strasburgo nel 1847 il famoso Convegno internazionale delle massonerie, che darà il segnale dell’operazione. Si consce il seguito. Nel 1848 le rivoluzioni scoppiano dappertutto simultaneamente, come una scia di polvere.

          Ma per prima cosa bisognava procedere all’unificazione dell’Italia, sotto la Casa di Savoia, ed abbattere il potere temporale del Papa. Quanto alla Francia, altra grande potenza cattolica, non ancora decristianizzata, una intesa cordiale con l’Inghilterra doveva dapprima neutralizzarla per assicurare, con la complicità di Napoleone III, la disfatta austriaca ed il successo della questione italiana, prima di lasciarla, isolata, in balìa dei colpi della Prussia.

Pierre Virion, Il Governo Mondiale e la Contro Chiesa, Controcorrente Edizioni, pag. 31, 32, 33, 37.

 

 

Il tracollo della Napoli capitale dal punto di vista demografico è semplicemente allucinante ed è indice di una serie di eventi negativi, non certamente dovuti al caso o alla fatalità; nessun terremoto, nessun cataclisma,, nessuna “onda anomala” abbattutasi, improvvisamente,  sulla città, ma solo e semplicemente “l’Unità d’Italia” !

Eventi che è impossibile citare in questa occasione, sarebbe lunghissimo farne l’elenco, ma che concorrono a dimostrare più che sufficientemente quale fosse stata la fine decretata per lei: condanna a morte da eseguirsi per dissanguamento!

          Napoli non è più la prima città d’Italia e il suo tracollo non è solo in funzione del decentramento dello sviluppo demografico, ma è anche funzione di questi nefasti provvedimenti studiati ed attuati lucidamente a tavolino dal governo centrale:

          – la soppressione di gran parte delle corporazioni religiose, per la legge del 1865 che determinò la riduzione dei regolari da 2500 (1861) a 431 (1871), con l’allontanamento dalla città di circa 2000 persone;

          – la drastica riduzione delle forze militari di guarnigione da circa 20.000 uomini a 5.000;

          – la smobilitazione di tutta l’attività diplomatica e civile ruotante attorno alla corte borbonica;

          – le dimissioni o il congedo della quasi totalità della vecchia burocrazia;

          – l’esodo dei più fedeli alla dinastia sconfitta e cacciata via;

          – il trasferimento di molte attività in altre parti del regno d’Italia (per “altre parti” intendi solo ed esclusivamente il Nord, e per esso Piemonte, Liguria e Lombardia principalmente);

          – una serie di altri fenomeni che sortirono un effetto rilevantemente negativo come, ad esempio, il colera che si manifestò negli anni 1865, 1866 e 1868 a dimostrazione di quanto fossero peggiorate, dopo l’unità, le condizioni igienico e sanitarie dell’ex capitale. Mai, durante il Regno borbonico “negazione di Dio”, il colera si era manifestato per tre volte consecutivamente in quattro anni!

Luciano Salera, Garibaldi, Fauchè e i predatori del Regno del Sud, Controcorrente edizioni, pag. 455, 456.

 

 

          Nello stesso anno 1821, dopo molte consultazioni, si stabilì con legge che Napoli e Sicilia, ancora che regno uno, s’amministrassero separati: tasse, tesoro, magistrati, spese, tutto diviso; ciascuna parte avesse impiegati conterranei, ciascuna una consulta. Ciò, fatto per ridar autonomia e indipendenza all'isol’, antico desiderio siculo, fu tosto colà censurato e lamentato; disserla legge alimentatrice di divisione e discordie fra popoli italiani, fonte di debolezza e servitù comune. Quando poi Ferdinando II per compiacerli ordinò la promiscuità, censuraron peggio, e piagnucolaron tanto che prepararono il 1848.

          Rimasto stremato l’erario, e avendosi a pagare i tedeschi, si chiesero denari ai Rothschild bandiere ebreo; il quale, spinto di segreto dal Metternich ministro d’Austria, offerseli, a patto che ministro di finanze fosse il medici. Questi da Firenze ov’era fuggito patteggiò, e volle casso il Canosa suo nemico. Il re si negava, ma insistendo il Tedesco Koller che volea la moneta, bisognò acconciarsi.  Così l’ebreo rimetteva in seggio il Medici; e il Canosa di nuovo volontario esulava.

Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Volume I, Grimaldi & C. Editori, pag. 48, 49.

 

SCHEGGE DI STORIA 10/2017

 

          Fingendo il passato, la letteratura (Romantica n.d.r.) colorava l’avvenire con lusinghe di speranza, con pompa d’eloquenza, e vezzi di poesia; onde i lettori abbagliati da tanta promissione di bene, ne ripetevano i concetti, e senza saperlo eran braccio di sette.

          I governi italiani di ciò non s’avvedevano, e facevan ponte al nemico. Fu misera cecità che la censura preventrice de’ libri e de’ teatri combattesse grettamente parole e motti, quando lasciava correre quella letteratura falsa, che come è dannosa all’arte del bello, così minacciava la quiete sociale. Storie, romanzi, versi, drammi bruttavano torchi e scene, che senza il favor settario s’avrebbero avuto fiamme e fischi; e invece permessi e plauditi, navigavano a vele gonfie al naufragio della cosa pubblica. Né d’Italia solo; venivan di Francia e di Germania, pria celebrati, torrenti di commedie, novelle, scene e quadri e leggende e romanzi corrompitori del gusto, e seminatori di principii di comunella, cui dicevan sociali, con bella parola; ma che al nerbo della società fean guerra. Né tampoco adesso cotesta straniera letteratura ha finito d’invader l’Italia; né ancora l’Italia doma da arme straniere ha smesso il basso vezzo d’essere di straniere lettere imitatrice, dove fu reina e maestra. Quest’altro danno avemmo dalle sette, che proclamanti libertà tendono ad asservire questa patria, anche nella manifestazione di quell’ingegno che Dio ne largiva.

Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Grimaldi & C. Editori, pag. 31.

 

 

          Neanche quando Garibaldi passò lo stretto di Messina (18 agosto) la flotta borbonica fece nulla. Il generale Giuliano Briganti, altro grande traditore che si ritirava sempre rifiutando per denaro ogni forma di resistenza, scoperto dai suoi stessi uomini, venne ucciso da loro, inferociti per la sua condotta. Ciò provocò l’anarchia fra le truppe e i generali Giuseppe Ghio e Allessandro Nunziante consegnarono le loro fortezze senza combattere. Ghio, in particolare, disponeva di 10 mila uomini nel campo trincerato di Soveria Mannelli (Catanzaro).

          Al favore degli alti gradi militari, all’inerzia dei dirigenti e al disfacimento dell’apparato statale si aggiunse la diffusa, anche se infondata, aspettativa di un rivolgimento sociale.

          Nei decenni precedenti, infatti, la piccola borghesia agraria, grazie anche alla legislazione rivoluzionaria napoleonica, si era impadronita delle terre indivise, frammentandole e sottraendo ingenti quantità di terre agli “usi civici”, che da tempo immemorabile soddisfacevano i bisogni delle popolazioni rurali.

          Nel 1860, pertanto, i medesimi proprietari terrieri, in buona parte usurpatori, diventarono precipitosamente annessionisti e spianarono in tal modo la strada agli invasori sabaudi nella prospettiva di conservare e possibilmente ampliare le loro posizioni. Circondati da un ambiente ostile, affascinati ed insieme intimoriti dalla fama di Garibaldi, sconcertati dalla sua tattica militare poco ortodossa, gli ufficiali borbonici finirono per capitolare senza opporre resistenza. Quasi ovunque, però, i soldati si rifiutarono di aderire alla causa unitaria e, sbandati o a gruppi, cercarono di unirsi al grosso dell’esercito regio.

          Di fronte al successo del nizzardo, il conte di Cavour, dopo avere cercato invano di fomentare una rivolta nella capitale borbonica, che ne giustificasse l’annessione al regno sardo – piemontese, ruppe gli indugi e prese direttamente l’iniziativa nell’intento di conquistare la direzione del movimento annessionistico, subordinando così l’azione di Garibaldi e dei suoi possibili “colpi di testa” repubblicani alle direttive torinesi ed anche per salvaguardare il nucleo centrale del territorio pontificio e non creare imbarazzo a Napoleone III che ne era il tutore.

          Il 15 luglio, però, a San Martino valle Caudina (Avellino) la popolazione si ribellò ai “galantuomini”, che sostenevano la causa garibaldina, e assalì le loro abitazioni al grido “Viva ù re nuosto, morte a’ liberali, a’ garibaldini!”. Il 21 avvenne la stessa cosa a San Giorgio La Montagna e a Salza Irpina e il 23 a Venafro.

          Tra la fine di agosto e i primi di settembre, in quasi tutti i paesi della Basilicata e della Calabria migliaia di contadini, richiamati dal suoni dei corni e delle campane, insorsero incendiando i circoli filosabaudi con il tricolore ed innalzando la bandiera borbonica. Il 4 settembre, in Irpinia, centinaia di rurali piombarono sulla cittadina di Ariano e le forze filosabaude, prese alla sprovvista, lasciarono sul campo 31 morti. Garibaldi, allora, mandò sul posto il generale ungherese Stefano Turr (1825 – 7908), che compì una cruenta rappresaglia nelle campagne con centinaia di fucilazioni e di arresti.

Michele Antonio Crociata, Sicilia nella Storia – Tomo II, Dario Flaccovio Editore, pag. 31, 32.

 

 

(Sulla "Rivolta del Sette e mezzo" in Sicilia)

          Lo stesso Vittorio Emanuele II, quando fu informato dei fatti, addirittura scrisse di proprio pugno al capo del governo italiano un messaggio nel qual raccomandò di “non avere pietà per quella plebaglia”. Il messaggio era stato scritto in lingua francese, che era ancora la lingua più familiare al “re galantuomo” e ai suoi collaboratori. Le rappresaglie, anche contro la popolazione civile, furono tremende e senza regole. Le torture, le violenze, le fucilazioni arbitrarie, senza processi e senza verbali, si susseguirono ancora per molto tempo. I processi veri e propri furono pochi, in quanto al governo italiano premeva mantenere il silenzio su quella grande rivoluzione indipendentista che lo aveva sostanzialmente delegittimato e che dimostrava, ancora una volta, al mondo che i siciliani non avevano mai voluto né volevano che la Sicilia fosse ridotta al rango di “colonia di sfruttamento”. Ma la verità, seppure tra mille difficoltà, venne in un modo o nell’altro a galla: grazie alla stampa cattolica, grazie ad alcuni giornali, grazie alle astute pubblicazioni messe in circuito dall’abate Agostino Rotolo, grazie alle impreviste dichiarazioni e testimonianze che emergono, comunque, dagli atti parlamentari della specifica Commissione d’inchiesta che ha operato nel 1867, con grande precauzione ma anche con qualche momento di tolleranza e di rispetto delle regole; atti che sono stati pubblicati soltanto nel 1966, cioè dopo un secolo.

Rino Messina, La Repressione postuma – Palermo 1866: una rivolta breve e il suo epilogo giudiziario, Istituto Poligrafico Europeo, pag. VI e VII della prefazione.

 

SCHEGGE DI STORIA 11/2017

 

La capillare persecuzione anti cattolica frutta un bottino ingente: circa un milione di ettari di terra per non parlare delle migliaia di edifici (conventi, romitori, cappellanie, chiese) capillarmente diffusi su tutto il territorio nazionale. Tutto questo patrimonio accumulato in più di 1.500 anni dalla popolazione cattolica passa di mano e va ad arricchire L’élite illuminata. Oltre ad acquisire i beni dei cattolici, i liberali s’impossessano per due lire dei beni demaniali: più di un milione e 500.000 ettari, secondo la valutazione dello storico marxista Emilio Sereni. Il totale degli ettari alienati e venduti ammonta a 2.563.253: “Oltre due milioni e mezzo di ettari di terra, situati per la maggior parte  nell’Italia meridionale, nel Lazio e nelle isole”.

          Sul piano della convivenza civile le regole della morale liberale danno frutti avvelenati: nel 1872, alla vigilia della conclusione dell’esperienza di governo della destra storica, all’Italia spetta un primato non invidiabile: la maggior popolazione carceraria del continente. Ben 72.450 detenuti. Nello stesso anno la popolazione carceraria della Francia è di 50.044 persone, quella della Gran Bretagna – Irlanda di 33.959, quella del Belgio di 3.206. Ciò significa che il rapporto carcerati abitanti è di 138 ogni 100.000 persone in Francia, di 107 in Inghilterra, di 63 in Belgio, di ben 270 in Italia.

          Il Regno d’Italia appena nato è un Regno di Sardegna allargato: il primo re, Vittorio Emanuele, parte secondo così come la prima legislatura è già l’ottava. Le rovinose abitudini fiscali del Regno sardo continuano a caratterizzare il Regno italiano e lo storico Cesare Cantù calcola che “prima del 1859, quando ogni Stato aveva una Corte, una diplomazia, un esercito, una amministrazione compiuta, le spese di tutti gli Stati d’Italia non passavano i 500 milioni, col debito di circa 2.000 milioni. Fatta l’Italia “nel giro di 5 anni, dal 1860 al 1865, le entrate salirono di un terzo (da 409 milioni e mezzo a circa 600), mentre il disavanzo fu più che quintuplicato (da 102.000.000 a 580.000.000).

Angela Pellicciari, La gnosi al potere, Fede & Cultura Edizioni, pag. 109.

 

 

          L’organizzazione della monarchia meridionale fu congegnata in modo da poggiare istituzionalmente sulla rispettiva autonomia dei Regni di Napoli e Sicilia, e su una sorta di potere incrociato fra Napoli e Palermo. Qui, il governo del Re aveva il suo braccio esecutivo nel Vicerè, assistito dal consultore e dal segretario. Questi alti funzionari erano i soli tre “forestieri”, cioè non siciliani, che il Sovrano teneva in Sicilia “per sua confidenza”, come portatori diretti della sua volontà politica. Per ragioni di equilibrio, e per evitare ogni sospetto di parzialità, Carlo III introdusse la prassi che il Vicerè fosse un personaggio politico non napoletano. I suoi collaboratori, invece, furono giureconsulti napoletani, scelti fra i maggiori ingegni di quel Regno (fra i primi vi fu Nicola Fragianni). Il Vicerè aveva il rango di ministro, anche se di fatto dipendeva dalle reali segreterie di Stato, ed era una delle più alte cariche della monarchia, la cui influenza politica non si esercitava solo nell’isola. In effetti, la funzione del Vicerè era duplice, essendo egli al contempo portatore e mediatore così delle esigenze e delle direttive del centro, come di bisogni e delle richieste della “provincia”, che nella fattispecie comprendeva un terzo della popolazione della monarchia, ed aveva un suo autonomo nucleo di potere nella seconda città del reame, in concorrenza con quello della capitale. Da questo punto di vista, il Vicerè borbonico era qualitativamente diverso da tutti i Vicerè spagnoli, piemontesi ed austriaci. Egla faceva parte organica del gruppo dirigente dello Stato meridionale, e concorreva alla determinazione della linea politica generale e della formazione e dissoluzione dei relativi gruppi di potere.

          A temperare un potere così esteso, a parte le competenze proprie del parlamento e delle altre magistrature isolane, fu posta la Giunta di Sicilia, e in particolare il suo presidente, designato a conoscere e valutare gli atti di governo concernenti la Sicilia,  cioè la concreta azione politica e amministrativa  del Vicerè e dei ministri segretari di Stato. Sotto il profilo dell’equilibrio delle forze, il presidente della Giunta di Sicilia aveva un ruolo, per così dire, opposto a quello del Vicerè, ed anche egli era a Napoli un punto di riferimento obbligato di tutta la vita politica e amministrativa della monarchia, concorrendo, in modo non meno efficace del Vicerè, a influenzare gli sviluppi degli indirizzi politici del governo centrale, ed a provocare l’affermazione o l’insuccesso dei vari ministri.

Francesco Renda, già Professore Emerito di Storia Moderna presso l’Università di Palermo, Storia della Sicilia, Società Editrice Storia di Napoli e della Sicilia, Vol. VI, pag. 192, 193.

 

 

          Alla fine del 1862, la prima Commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio, presieduta dal deputato moderato Antonio Mosca, fornì le sue interpretazioni sulla relazione firmata dal prefetto di Napoli, generale Alfonso La Marmora. Fu ingenuo, Mosca, sbagliando il tiro della sua analisi politico – sociale, non in sintonia con le attese della maggioranza governativa: invece di limitarsi a parlare del pericolo di restaurazione borbonica, puntò l’attenzione sul contrasto sociale esistente in quella parte del Paese, definendolo “atroce antagonismo tra i proletari e i proprietari delle campagne napoletane”. E a gli occhi della maggioranza politica fece anche di peggio, gettando una pesante macchia sull’immagine del nuovo Stato, quando sostenne che “i proletari non erano ancora persuasi per prove materiali dell’utile che veniva dalle loro nuove istituzioni e della benevolenza del governo italiano per i loro interessi, ritenendolo un governo della classe proprietaria, dei galantuomini”.

          Non erano queste le conclusioni che lo schieramento della destra liberale si aspettava dalla commissione parlamentare. Quella lettura politica rischiava di diventare un pericolo per gli equilibri sociali esistenti, giustificando possibili rivendicazioni quando l’obiettivo dichiarato dal governo era la “normalizzazione” dell’intera penisola, rendendo inoffensivi democratici, repubblicani e masse contadine. Bisognava rimediare al passo falso iniziale della Commissione parlamentare, che rischiava di trasformarsi in un boomerang politico – diplomatico. Per questo, fu deciso di cambiare registro sostituendo la prima Commissione, che si era dimostrata inaffidabile, con una seconda che si insediò il 22 dicembre 1862 e concluse i suoi lavori il 15 agosto 1863, tra viaggi nel Sud e audizioni. Per non fallire, i nuovi commissari dovevano rispettare una indicazione politica precisa dimostrando, acquisendo documenti e testimonianze, che il brigantaggio era solo un problema criminale, aggravato dalla complicità dei Comitati borbonici.

Gigi Di Fiore, Briganti, Utet Edizioni, pag. 16, 17

 

SCHEGGE DI STORIA 12/2017

 

          Qui sta la chiave di lettura, il segreto del Regno delle Due Sicilie e dei Borbone che mai le popolazioni meridionali dimenticheranno. Ancora oggi tra i contadini del Sud si sente parlare di terreni a cui tutti possono accedere a far pali o stramm o crauni, craunelle, muniglie, ceniglie e detti terreni vengono chiamati della comune. Ad ammazzar tradizioni ed usi non servono leggi né fucili e non bisogna meravigliarsi se i contadini ad ogni crepitare o vacillare della monarchia borbonica prendessero forche e roncole per difenderla e con essa la loro sopravvivenza. I nemici naturali dei Borbone e dei contadini erano i nobilotti o signorotti che volevano sempre più potere, sempre più possedimenti e soprattutto volevano mettere le mani sui terreni fertili del demanio. Anzi, Ferdinando II, il 20 settembre 1836, aveva confermato le leggi sul demanio ed il loro uso con qualcosa in più: la terra a chi la lavora.

Mai sulla faccia della terra un re o un presidente di una qualsiasi repubblica aveva osato tanto, nemmeno nella Russia sovietica ove il demanio apparteneva allo Stato e cioè ad un singolo proprietario.

          Così dettava Ferdinando II: “…doversi presumere usurpato in danno del demanio comunale tutto quel territorio che non si trovasse compreso nel titolo di infeudazione; di doversi considerare come libera ogni terra posseduta dai privati o dai comuni, finchè non si fosse dal feudatario giustificata una servitù costituita con pubblici istrumenti; di doversi consolidare la proprietà delle erbe  e quelle della semina, compensando l’ex feudatario mediante un canone redimibile ove apparisse aver egli riserbato il pascolo in suo favore; di doversi considerare come inamovibili quei coloni che per un decennio avessero coltivate le terre feudali, ecclesiastiche o comunali, e come assoluti proprietari delle terre coloniche sulle quali è loro accordata la pienezza del dominio e della proprietà, senza poter essere mai tenuti a una doppia prestazione…”.

Antonio Ciano, I Savoia e il massacro del Sud, Grandmelò edizioni, pag. 83, 84.

 

         

                    Quando, per l’avanzata sull’Aspromonte dei garibaldini fermati dall’esercito italiano, nel1862 fu dichiarato lo stato d’assedio nell’Italia meridionale, la repressione arbitraria divenne regola e la vita dei contadini armati cominciò a valere ancor più poco. Una situazione accettata e incoraggiata dalle classi dirigenti che ricoprivano cariche pubbliche al Sud. Come il prefetto di Salerno, Vittorio Zoppi piemontese della provincia di Alessandria, che subito dopo lo scontro all’Aspromonte scriveva: “Coi mezzi legali non si otterrà mai nulla, vi è troppa corruzione nelle masse, troppa fiacchezza nei tribunali e troppa gente di mal’affare. Le garanzie costituzionali disgraziatamente non giovano qui che alla gente di mal’affare. La convinzione che qui abbisognano mezzi eccezionali è così profonda in me e nella onesta gente del paese”. Delle stesse convinzioni erano molti altri prefetti del Sud, come Nicola De Luca ad Avellino.

          Quei metodi repressivi, in violazione dei limiti costituzionali, lasciavano i poveri diavoli del Sud in balia dell’umore dei militari, che non dovevano dar conto alla magistratura civile. Nel suo diario sugli anni 1860 – 1861, il suddiacono Nicola Nola di Venafro nel Molise ricorda molte fucilazioni a freddo che sembravano veri e propri rastrellamenti di tempi recenti. Come il 23 luglio 1861 quando, dopo una spiata, furono arrestati “tre briganti di Letino da molti soldati piemontesi”. Consegnarono le armi senza alcuna resistenza, poi, “senza giudizio, senza avvisarli, senza dargli gli ultimi conforti della propria religione che non si negano neppure ai Maumettani, furono accompagnati da una ventina e più di soldati, senza dirgli niente, presero la strada che porta a Napoli”.

          Superata la zona di Pontenuovo, ai tre indifesi e impauriti fu ordinato di dirigersi in una stradina isolata sulla destra. I tre capirono e tentarono una resistenza senza speranza. Furono picchiati con violenza e costretti a prendere il sentiero indicato. Andavano alla morte, nel silenzio, senza difesa, senza poterlo urlare. “Quando giunsero poco distante dalla strada, e propriamente sul terreno dello Speziale Atella, i piemontesi fecero un fuoco di fila, colpi che lugubremente rimbombarono per la città e pei monti.” Uno cercò di ripararsi il volto, ma le fucilate gli trafissero la mano. Morirono tutti e i soldati “a sangue freddo, come se niente fosse stato, se ne tornarono al Quartiere, lasciando i cadaveri nel luogo dove caddero, al pasto di cani e uccelli”. Una vera e propria esecuzione a freddo. Scene in presa diretta, testimonianza di chi visse quei giorni e appuntò ogni cosa sul suo diario non destinato alla pubblicazione, scovato dai pronipoti nell’archivio di famiglia. Il Sud come un grande Far West, una prateria dell’arbitrio di uno Stato conquistatore e prevaricatore.

Gigi Di Fiore, Briganti, Utet Edizioni, pag. 22, 23.

 

 

          Anche il Rebuttone e il Villafranca (siciliani, n.d.r.), come ufficiali superiori dell’esercito reale, divennero componenti del personale politico e amministrativo delle Due Sicilie. Nel corso di lunghi anni, le forze di terra e di mare del Regno meridionale furono al diretto comando di ufficiali siciliani, e gli impieghi nell’esercito divennero ambita prospettiva dei giovani figli dell’aristocrazia isolana.  Quando, nel 1754, il Re chiese la concessione di un donativo di 80 mila scudi annui per 9 anni consecutivi, cioè una somma che parve enorme di 720 mila scudi, per dare maggiore efficienza alla organizzazione della difesa militare dello Stato, il Parlamento, pur con qualche difficoltà, si pronunciò in senso favorevole, e allo scadere del novennio prorogò nuovamente l’autorizzazione di spesa. In seguito, addirittura, furono gli stessi baroni a proporre un donativo di 120 mila scudi annui per sostituire i restanti reggimenti svizzeri con reggimenti siciliani, ma, come diremo più ampiamente nelle pagine che seguono, la monarchia non accolse l’offerta, volendo una forza armata propria e non essere alla mercè del baronaggio.

Francesco Renda, già Professore Emerito di Storia Moderna presso l’Università di Palermo, Storia della Sicilia, Società Editrice Storia di Napoli e della Sicilia, Vol. VI, pag. 203.

 

SCHEGGE DI STORIA 12.1/2017

 

          Oltre queste, furono concesse altre 118 decorazioni al valore a ufficiali e soldati della Legione Ungherese. A loro vennero affidate molte “missioni sporche”, come il regolamento dei conti nel paese di Auletta in provincia di Salerno conquistato da simpatizzanti borbonici. Gli ungheresi arrivarono in paese il 30 luglio 1861 e vi entrarono senza trovare opposizione. Tutti i paesani incontrati venivano presi e uccisi, mentre le case dei possidenti, considerati “complici dei briganti”, furono incendiate con disprezzo. Alla conta finale, i morti furono quarantacinque, un altro centinaio fu imprigionato a Salerno. Nel suo diario, il generale Enrico Cialdini, luogotenente del re per le Province napoletane nell’estate del 1861, annotò su Auletta “più di cento uomini tra i briganti uccisi”. In questa vicenda, i numeri dello storico borbonico Giacinto De’ Sivo sembrano approssimati per difetto come, probabilmente, anche la stima dei sei paesi incendiati in nove mesi e 918 case distrutte nella repressione. Per essere solo una questione criminale, quell’impegno repressivo occupò nel 1863, periodo di “massimo sforzo”, qualcosa come 90.000 militari nel Sud, con una media annuale permanente di 50.000 uomini dal 1860 al 1870. Molfese fa calcoli ulteriori, sulla base delle prime statistiche rese pubbliche dal ministero della Guerra nel 1865: le truppe del VI Gran Comando di Napoli oscillarono, nel periodo tra il primo ottobre 1863 e il 30 settembre 1864, da un massimo di 116.799 uomini nel febbraio 1864 al minimo di 92.984 nel settembre dello stesso anno. Un po’ troppo per un’azione di polizia.

Gigi Di Fiore, Briganti, Utet Edizioni, pag. 26, 27.

 

 

          In questo tempo è la gran lotta finale fra la setta e la società; e chi sa se col secolo sarà compiuta? Essa confida nel trionfo: procede sempre, né mai si dà vinta, né mai perde terreno; percossa, si rannicchia, si fa piccina, si finge oppressa, piange, invoca pietà, e con sotterraneo lavorio prepara la riscossa, e più prolifica si spande. Ripercossa, aspetta un’altra generazione; è misera, lusinghiera, cortegiana, servile, accattona, pinzochera, spigolistra, aborre il sangue e la pena di morte, invoca la civiltà e la religione, la giustizia, la legge, e l’umanità; mostra pentimento, fa elegie e canti epitalamii in lode e di re e principi, inneggia a’ Santi e a Dio, si confessa, giura, protesta fede; e arriva a farsi credere la parte migliore della società.

          Frattanto tiene conciliaboli nelle vie, ne’ caffè, nelle feste da ballo, nelle regge e nelle chiese; fa testimonianze false, e raccomanda e difende, salva e sostenta i suoi, calunnia gli avversarii, li abbassa, li rende poveri e odiati, li divide, li combatte ad uno ad uno, e li stiletta; frattanto si fa maestra alla gioventù, la corrompe, promette l’età dell’oro e guadagna seguaci. A modo di talpa e mina il terreno sociale, e quando crede maturo il tempo, abbrucia i puntelli, e con gran fracasso fa crollare i fondamenti della società. Trionfa allora, gitta le maschere, passeggia con le spade sanguinose fra monti di cadaveri, bandisce il regno della ragione, proclama il dritto nuovo, canta sue glorie, vuota di malfattori le carceri, e le popola d’onesti; implacabile vendicatrice colpisce spietata, saccheggia, arde, stupra, fucila senza giudizii; e tali nefandezze appella sentenze di pubblica opinione.

Giacinto De’ Sivo, Storia delle Due Sicilie, Grimaldi & C. Editori, pag. 34, 35

 

 

          Nel trapasso dei poteri da Carlo III al figlio Ferdinando fu attentamente considerata la difficoltà non live cui andava incontro l’avviato processo di unificazione della monarchia, e si volle che durante la minorità del monarca l’unione dei due Regni di Napoli e Sicilia fosse salvaguardata e garantita affidando la direzione degli affari pubblici ad una compartecipazione di responsabilità così della classe dominante napoletana come della classe dominante siciliana. Il Consiglio di Stato e dei Reggenti fu perciò costituito in modo che la rappresentanza partenopea e sicula fosse assicurata in un preciso rapporto di equilibrio.

Parve tuttavia, che la composizione del Consiglio di Stato non fosse del tutto equilibrata, e quindi qualche mese dopo fu chiamato a farne parte il principe di Aci, ambasciatore a Madrid, cui pure fu affidato il comando delle armi di terra del Regno. Pertanto, la reggenza risultò composta da tre napoletani, da tre siciliani e dal Tanucci, toscano. In effetti, i siciliani ebbero una manifesta preminenza sui napoletani, sia per i compiti che vennero loro attribuiti (in pratica la difesa nazionale fu interamente affidata alla loro responsabilità) sia per l’accordo che ben presto si instaurò fra il Tanucci, il Regio e l’Aci.

La preminenza siciliana nella direzione dello Stato venne anche ulteriormente rafforzata con una serie di incarichi diplomatici fra i più delicati e importanti. In pratica, la rappresentanza partenopea a Madrid fu quasi sempre affidata ad un siciliano. Lo stesso accadde per quella viennese. Incarichi di rilievo furono pure affidati presso il redi Francia e la Repubblica di Venezia. Ai Siciliani, invece, fu generalmente preclusa la rappresentanza a Torino, a Londra, a Pietroburgo (quando furo allacciati i rapporti con la Russia), a Lisbone acc.

          Evidentemente, si volle in tal modo corresponsabilizzare la Sicilia nell’opera di rafforzamento e di consolidamento del nuovo Stato, e soprattutto si intyese evitare che sorgessero motivi di malcontento o anche di disimpegno. Secondo la visione di Carlo III, vi dovevano essere condizioni di parità fra i Regni di Napoli e di Sicilia, e la direzione della cosa pubblica, soprattutto in quel che atteneva ai più delicati e importani affari di Stato, doveva essere congiuntamente esercitata da siciliani e napoletani, senza preferenza intenzionale per questa o quella “nazione”.

Francesco Renda, già Professore Emerito di Storia Moderna presso l’Università di Palermo, Storia della Sicilia, Società Editrice Storia di Napoli e della Sicilia, Vol. VI, pag. 216, 217, 218.

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