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SCHEGGE DI STORIA 12/2016

 

          Vincenzo Gioberti aveva attribuito al Piemonte il primato su tutta l’Italia, e l’uffizio egemonico per redimerla. Egli chiamava Torino “la novella Delfo, precorse ogni altra città italiana nel concepire l’idea di un anfizionato italico, nell’ordirlo con la scienza, e nel tentar di effettuarlo colla milizia”.

          Ma che volete? Nel 1858 Alessandro Borella trovava in Piemonte un altro primato, e scriveva in Torino: “Noi ci possiamo gloriare che il Piemonte abbia il primato nella parte tecnica e pratica dei FURTI”.

          E questo primato allora nessuno osava negarlo ai piemontesi. Si rubava certo in tutta Italia, in Roma ed in Napoli, in Firenze ed in Bologna, ma così liberamente, coraggiosamente, dottamente, italianissimamente come a’ pie’ delle Alpi non si rubava in nessun’altra contrada.

          L’11 luglio 1848 il conte Federico Scolpis, allora ministro di grazia e giustizia, presentava al parlamento un disegno di legge per la “repressione dell’oziosità, del vagabondaggio, della mendicità e dei furti commessi nelle campagne”. Il ministro dichiarava indispensabile che contro i ladri si si rivolgesse “con maggiore efficacia la vigilanza e l’azione dell’autorità di polizia giudiziaria a tutela delle private proprietà”. Si fece poco o nulla, e i ladri incominciarono a crescere sempre più.

          Anzi, bisogna confessare che i primi benefizi della libertà in Piemonte toccarono ai ladri ed ai malfattori. Di fatto nella tornata del 22 maggio 1848 il deputato Angiolo Brofferio leggeva nella camera un suo progetto di legge per la “liberazione dei reclusi in via economica”, progetto che fu tosto preso in considerazione nella successiva tornata dei 23 di maggio.

          Egli è da sapere che nell’antico Piemonte si prevenivano i latrocinii, mettendo in prigione coloro che si riconoscevano ben disposti a commetterli, e parte venivano reclusi nel Castello di Saluzzo, parte nel deposito dei lavoratori nell’isola di Sardegna, parte arruolati per forza nelle rispettive compagnie del corpo – franco. In nome dello Statuto, e, come diceva Brofferio, “nell’interesse dell’umanità”, tutti questi martiri vennero lasciati liberi, e di là incominciarono le nostre delizie.

– Borri Felice – Libraio Editore (torinese…), Come si rubava nel Regno d’Italia dal 1848 – 1872, Ediprint sas, pag. 14, 15.

 

 

          Insomma, l’arbitrio che funzionava era reso legale. Dopo. Per la condanna, non sempre necessaria per la pena, la prova che eliminava tutte quelle di innocenza, era la “voce pubblica”, la cui esistenza non andava provata, ma solo enunciata dall’accusatore. Dinanzi a quella, il giudice poteva solo ratificare (salvo coraggiose e contestate eccezioni). Ma chi riusciva a vedere un giudice o a sapere la ragione della sua pena, era già un privilegiato (Francesco pantano, per dire, molisano, soldato che aveva combattuto a Gaeta per Francesco II e non voleva farlo per Vittorio Emanuele II, lo trovarono nascosto in campagna, che dormiva. Invece di arrestarlo, i bersaglieri lo uccisero nel sonno con le baionette. Saputolo, “circa altri trenta individui che si trovavano nella stessa condizione del pantano, preser le armi e gettaronsi sul Matese ingrossando quelle bande” scrisse un giornale di Torino, “L’Armonia”); di norma, ti prendevano, ti incarceravano, persino ti fucilavano, senza dirti perché (la curiosità uccide, si dice; ma in quei casi, che diamine, morto per morto…). Qualunque fosse la ragione, la pena era sempre terribile: la perdita dei propri beni, della libertà, del diritto di vivere a casa propria, nel proprio paese, sino alla morte generosamente distribuita (del resto, il Piemonte era lo Stato dell’epoca con il maggior numero di sentenze capitali in rapporto alla popolazione, superava di gran lunga la ben più popolosa Francia).

Pino AprileCarnefici, Piemme Edizioni, pag. 80, 81.

 

 

Sulla costituzione siciliana del 1812 (2)

Sul fondo permaneva senza veli, l’aspirazione dell’Inghilterra ad annettersi l’isola.

          Tale spirito, in Sicilia, animò il 1848 ed il suo Parlamento ma è indicativo il fatto che molti dei protagonisti del 1812 e del 1848 divenissero i primi fautori dell’unità italiana con, in qualche caso, forti venature autonomistiche e federalistiche capaci di cambiare tracciato e identità, tranne qualche caso isolato come quello rappresentato da Vincenzo Mortillaro di Villarena che, dopo il 1860, pur pienamente sicilianista, sosterrà sempre più convintamente la causa della restaurazione borbonica anche in Sicilia, sia dal punto di vista teorico con numerosi volumi sia da un punto di vista dell’azione e fino all’incarcerazione per un anno (1866).

          Il Presidente della Camera dei Comuni verrà eletto a scrutinio segreto e potrà essere sfiduciato solo dai membri della Camera stessa (Cap. XIV,3).

          Inoltre viene stabilita l’intangibilità dei membri delle due Camere e il non dovere sottostare, per libertà di mandato, ad alcun Giudice o Magistrato, dovendosi procedere eventualmente contro uno o più membri del Parlamento solo da parte dei Deputati e Pari riunito a sanzionare le varie misure.

          Tuttavia, e anche questo va evidenziato, nel Capitolo XXII si stabilisce altro importantissimo aspetto riguardo alla libertà dal basso: “Ogni cittadino siciliano, che non fosse membro del Parlamento, potrà avanzare una sua domanda, querela o progetto di legge per lui o in nome del pubblico al parlamento per mezzo però di un membro del medesimo”. (Sottolineature di questa redazione).

Tommaso Romano, contributo in Costituzione del Regno di Sicilia, Edizioni Lussografica, pag. 15, 16, 19.

 

SCHEGGE DI STORIA 11/2016

 

 

Dice il ministro Roberto Castelli (ministro della giustizia dal 2001 – 2006): “Quando noi ministri partecipiamo ai vertici del Consiglio d’Europa legiferiamo, scriviamo norme che, se accettate, hanno valore di legge. Legiferiamo senza il Parlamento, in quanto siamo soltanto in quindici, e legiferiamo in maniera segreta, senza resoconto stenografico”. Logica la conseguenza del Ministro: ci stiamo muovendo a grandi passi verso la creazione di quel super-stato che fa paura a molti. Sicuramente a coloro che più sono lontani dalle stanze del potere illuminato. E molto finanziato.

Nel 1848, quando la realizzazione del mitico Risorgimento italiano muoveva i primi passi, succedeva esattamente la stessa cosa. Nel Parlamento subalpino fresco di nomina si legiferava nel più rigoroso silenzio. Non nel senso che le opinioni dei parlamentari non fossero stenografate. Nel senso – del tutto analogo – che nessun comune mortale avrebbe mai potuto neanche lontanamente sospettare il reale contenuto degli interventi dei suoi rappresentanti in Parlamento. E infatti: “Guai se il deputato dovesse rendere conto fuori della Camera delle sue parole e delle sue opinioni! Questo potrebbe stabilire un precedente pericolosissimo”. A parlare così è Lorenzo Pareto, ministro degli esteri del primo governo costituzionale e liberale che l’Italia ricordi.

Angela Pellicciari, La gnosi al potere, Fede&Cultura Edizioni, pag. 180.

 

 

          Nel 1858 i ladri e gli assassini comandavano a bacchetta negli Stati Sardi. Per esempio, scrivevano da Genova alla Gazzetta del Popolo sotto la data dei 23 febbraio di quell’anno: “Egli è da quindici o venti giorni che abbiamo nella nostra città una vera irruzione di grassatori, che aggrediscono i cittadini in ogni strada, spargendo l’apprensione nelle famiglie e l’allarme in tutta Genova. Cosa inaudita, non essendovi mai stato esempio di aggressioni notturne, neppure nelle località più remote. Ciò prova quanto sia male organizzata la nostra polizia, e quanto sia necessario riordinarla; ciò prova anche l’urgenza di una buona legge contro i ladri”.

          E il dottore Alessandro Borella nella stessa Gazzetta del Popolo dei 13 agosto di detto anno soggiungeva: “Non sono un visionario ottimista da negare i tre fatti seguenti

1° Che il numero delle esecuzioni capitali fatte in Piemonte nel primo semestre dell’anno 1858 supera già di molto il numero delle medesime eseguite negli anni precedenti;

2° Che nella stessa settimana in cui furono puniti di morte Depero e compagnia si commisero delle grassazioni nella provincia d’Alba e un furto audacissimo in quella di Saluzzo (e qui non tengo conto degli omicidi per risse avvenuti nella provincia di Cuneo);

3° Che i furti di campagna sono abituali nei nostri comuni, e restano impuniti nella massima parte. “Questi fatti gravissimi danno ragione ad una doppia accusa: o che nel nostro paese non ci sono leggi buone a prevenire i delitti precitati; o che le buone leggi non sono eseguite. La prima accusa spetterebbe al Parlamento; la seconda al Governo, ossia ai ministri”.

– Borri Felice – Libraio Editore (torinese…), Come si rubava nel Regno d’Italia dal 1848 – 1872, Ediprint sas, pag. 59, 60.

 

 

          Sulla Costituzione Siciliana del 1812

          Ma se con l’approvazione di queste misure il Parlamento si mostra sensibile ai segni del cambiamento, non altrettanto può dirsi per le deliberazioni parlamentari, espressione di privilegi del baronaggio come l’abolizione del fedecommesso ereditario e degli usi civici sulle terre baronali con pesanti ripercussioni sulla classe contadina.

          Ma quello stesso Parlamento che discusse e mise a punto la Costituzione del ’12 era espressione, non della nascente classe borghese, ma di una classe in declino, quella dell’aristocrazia baronale che usò a proprio vantaggio anche il vessillo delle rivendicazioni nazionaliste pur di preservare i propri privilegi.

          Venivano meno anche i vincoli feudali però, come alcuni misero in evidenza, ciò non fu segno di ammodernamento, ma un modo per avvantaggiare i signori feudali non più sottoposti a vincoli, e per sfavorire i soggetti più deboli che ne uscirono ancor più impoveriti perché privati di alcuni diritti di cui avevano goduto fino a quel momento.

Antonella Sciortino, contributo in Costituzione del Regno di Sicilia, Edizioni Lussografica, pag. 9, 11, 12. (Professore ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli studi di Palermo).

 

 

 

SCHEGGE DI STORIA 10/2016

 

(Regno di Sardegna)

Nel 1854 Urbano Rattazzi era ministro di grazia e giustizia, ed alli 27 d’agosto scriveva le seguenti parole agli avvocati fiscali:

“ I rati contro la proprietà, e massime quelli commessi nelle campagne, sono un male talmente esteso e radicato nel paese, e pel quale insorgono ogni giorno così vivi richiami, che il Governo verrebbe meno ai suoi più solenni doveri se trasandasse di imprimere nei suoi funzionari d’ogni ordine quella forza ed efficacia d’azione che è veramente necessaria per recarvi pronto e salutare rimedio.”

I fatti e le citazioni che recheremo più innanzi dimostreranno che il pronto e salutare rimedio non venne mai, e che il male, già tanto esteso e radicato fin dall’anno 1854, continuò ancora ad estendersi e radicarsi, sicchè ne nacque la bella Italia che oggi contempliamo e godiamo.

E perché non si trovò  il rimedio? Perché, mentre cercavasi, si spogliavano i Gesuiti e se ne vendevano all’incanto i beni; perché si metteva la mano sulla mensa dell’Arcivescovo di Torino e dell’Arcivescovo di Sassari, dopo d’averne esiliato le persone; perché si sequestrava il patrimonio del Seminario torinese e si cacciavano dalla propria casa i Padri Serviti, i Padri Certosini e le monache di santa Croce.

Pensate! – Urbano Rattazzi, il quale ai 27 d’agosto del 1854 lamentava in Piemonte i reato contro alle proprietà, alli 28 novembre dello stesso anno presentava alla canera dei deputati un progetto di legge “Sulla soppressione degli Ordini monastici”. Che bel rimedio!

– Borri Felice – Libraio Editore (torinese…), Come si rubava nel Regno d’Italia dal 1848 – 1872, pag. 16, 17, Ediprint sas.

 

 

Nel luglio 1861, alla Legione fu affidata la riconquista di Montefalcione in Irpinia, dove i filoborbonico andavano moltiplicandosi. Anche a Montemiletto, a poca distanza, il paese era in manoa chi inneggiava a Francesco II. Il governatore Nicola De Luca chiese rinforzi: le guardie nazionali erano poche, non riuscivano a controllare la situazione. In zona non c’erano truppe. Il comando militare di Napoli, dove si era già insediato il generale Cialdini, pensò allora di mobilitare gli ungheresi alloggiati nelle caserme di Nocera e Pagani, vicino a Salerno. Li comandava il colonnello Jhàsz. Ricevuto l’ordine, furono mobilitate tre compagnie di fanti e 120 ussari al comando del maggiore Girczy. Arrivarono a Montefalcione il 19 luglio 1861. Quando si avvicinarono al paese, le campane cominciarono a suonare. La triste fama della Legione era arrivata anche in Irpinia. La gente cominciò a fuggire. Ma qualcuno decise di resistere. Il combattimento alle porte del paese durò un’ora. Gli insorti filoborbonici divennero quasi 500, ma furono stretti tra due fuochi: gli ungheresi in arrivo e i liberali del paese. Ci volle poco alla Legione per prevalere e sfogare la sua rabbia. Due masserie, dove si erano rifugiati i filoborbonici, vennero incendiate. Per non morire asfissiati, gli assediati uscirono di corsa. Furono afferrati e fatti a pezzi. Morirono tutti. Contadini e pastori cercarono rifugio, qualcuno tentò una disperata difesa. Furono sopraffatii e, scrisse il giorale “Il Nazionale”, di loro “fu fatto orribile macello per le vie e le campagne”. Subito dopo l’irruzione degli ungheresi, per le strade di Montefalcione erano visibili già una trentina di cadaveri. Chi veniva fermato veniva subito fucilato. E le cose peggiorarono con l’arrivo di altri reparti al comandoi del maggiore Renfeld. Il giornale liberale “La Bandiera italiana” fu impietoso: “La strage dei briganti ha espiato queste nostre dolorose perdite con immane ecatombe. Non si è dato quartiere a nessuno e bene sta. E’ ora di liberare i paesi da questi irochesi”.

Gigi Di Fiore, Controstoria dell’Unità d’Italia, Focus Storia Edizioni, pag. 237, 238.

 

 

Nelle clausole della tregua Garibaldi mise, fra l’altro, come condizione che venisse consegnato a Francesco Crispi il denaro del Banco delle Due Sicilie di Palermo, oltre 5 milioni di ducati in oro e argento, che fu distribuito in piccola parte ai garibaldini ed in gran parte servì per la “conversione” di altri ufficiali borbonici.

Poco dopo Lanza salì su una nave inglese ancorata al porto e si imbarcò con i suoi uomini per raggiungere un’altra zona del regno ove, a suo tempo, avrebbe recitatola stessa parte.

Nella motte fra il 31 Maggio e il 1° Giugno arrivò dal Piemonte a Marsala un carico di armi: 4 mila fucili, 500 carabine e 100 mila pacchetti di cartucce.

Il 9 Giugno, inoltre, giunsero dal Piemonte a Garibaldi 8 obici di montagna, 800 colpi per obici, 20 utensili per fabbricare cartucce, 500 razzi di segnalazione, 11 mila tra fucili e carabine, 3 piroscafi. Poco dopo furono recate a Garibaldi altre forniture per 850 mila franchi francesi. Altri aiuti vennero personalmente da Vittorio Emanuele II (3 milioni di lire) e dal capitalismo finanziario, fra cui il gruppo bancario Adami – Lemmi di Livorno. Proprio a questo signor Lemmi, in segno di riconoscenza, sarebbe stato concesso, appena possibile, l’appalto per la costruzione della rete ferroviaria del Meridione.

Ma, assieme alle munizioni, arrivarono anche migliaia di soldati, sardi fatti congedare o disertare apposta. Essi sbarcarono in Sicilia insieme a numerosi altri combattenti inglesi e di altre nazionalità, pagati dalla massoneria internazionale e dai governi ad essa legati.

Michele Antonio Crociata, Sicilia nella Storia II tomo, Dario Flaccovio editore, pag. 29, 30.

 

SCHEGGE DI STORIA 9/2016

 

          Lo stesso avveniva sotto la rivoluzione francese. Dai più tristi uffiziali del regime del Terrore nacquero bande d’assassini che tribolarono la Francia, ed erano detti chauffeurs e garritteurs dai mezzi adoperati per rubare, ch’erano la garrotta ed il fuoco. Gli uni stringevano un ferro al collo del proprietario che volevano spogliare, gli altri del fuoco usavano così: entrati in una casa, impadroniovansi del capo della famiglia, e preso uno de’ suoi piedi lo mettevano sulle bragie facendolo soffrire finchè non rivelasse dove avea mascosto il tesoro (2).

          E questi ladroni erano logici, perché, dopo aver rubato in nome dello Stato sotto gli ordini di Robespierre, stimavano di poter rubare ancora in nome proprio. Giacché lo Stato essendo lo insieme dei cittadini, se il furto è lecito ad alcuni milioni di persone riunite fra loro in società, non può venire proibito ai membri che compongono questa società medesima.

          Finalmente la repubblica Romana regalò agli Stati pontificii un numero senza numero di latrocinii. Carlo Luigi Farini ne parla a lungo nel suo Stato Romano e ci racconta una parte de’ latrocinii commessi sotto quel tristissimo governo. “Fra gli inni di libertà e gli augurii di fratellanza (così il Farini) erano violati i domicilii, violate le proprietà; qual cittadino nella persona, qual era nella roba offeso, e le requisizioni dei metalli preziosi divenivano esca a ladroneggi e pretesto a rapinerie”.

          Ed erano logici anche questi furfanti, applicando ai Romani le dottrine della rivoluzione, e poiché era stato lecito ai così detti uomini del Governo togliere il regno al Papa, faceano ragione i malfattori che non potesse loro vietarsi di levare le sostanze e la vita ai privati, ché una sola è la morale, e tutti i diritti, tutte le proprietà poggiano sulla medesima base.

2) La rivoluzione francese del 1848 ci ha dato i voraces, che si rovesciarono sulla Savoia. Erano i voraces una Società segreta che nacque sotto il Governo di Luigi Filippo, ed imperversò principalmente a Lione. Quanti partiti politici potrebbero a ragione chiamarsi LES VORACES!

Borri Felice – Libraio Editore (torinese…), Come si rubava nel Regno d’Italia dal 1848 – 1872.

 

         

          L’attività repressiva dei bersaglieri vide il susseguirsi incessante di rastrellamenti, saccheggi, arresti, torture e fucilazioni arbitrarie che seminarono il terrore nelle campagne del circondario di Rossano, portando all’arresto e alla morte di centinaia di persone tra sospetti briganti e sospetti conniventi. I metodi del Milon erano, certo, efficaci e assai esemplari; ma, per la loro brutalità, suscitarono una serie di reazioni, anche in sede parlamentare, com’è testimoniato dalla interpellanza svolta alla Camera dei deputati il 10 giugno 1869, dall’on. G. Ricciardi: “Io non leggerò per intero ciò che mi è stato scritto dai vari punti delle Calabrie, non darò che un cenno dei fatti ond’è accusata l’autorità militare. (…). Bisogna assolutamente che la luce si faccia, bisogna che cessi uno stato di cose mostruosamente anormale. Dai fogli che ho fra le mani risulta che i conventi furono mutati in carceri, che i carcerati furono sottoposti ai più barbari trattamenti, che talune volte alcuni furono liberati e poi fatti fucilare alle spalle siccome fuggitivi. (…) Taccio di soprusi minori. Taccio degli arsi casolari e delle taglie imposte e dei piantoni mandati a coloro che non si presentano a mandare i loro guardiani o mandriani a cooperare alla repressione del brigantaggio, il quale sia detto in parentesi, non è stato ancora represso, ma solo diminuito. Potrei sino ad un certo punto chiudere gli occhi, se questa orribile piaga delle provincie meridionali fosse almeno estirpata, ma ciò non è”.

          In meno di un anno le bande furono liquidate: Romanello; Catalano catturato, torturato e fucilato; Turchio e Faccione, si consegnarono promettendo di collaborare cosa che non fecero. Restava libero l’inafferrabile Palma, in cui ormai s’identificava il brigantaggio calabrese.

Eugenio De SimoneAtterrite queste popolazioni, Magenes Edizioni, pag. 24, 26.

 

 

          Il principale bersaglio di Cadorna (Palermo 1866, n.d.r.) furono gli ecclesiastici. Ritenne i frati di Sant’Antonio complici della rivolta e accusò le suore di Santa Maria la Nova di essersi fatte scortare dai ribelli. Anche stavolta, francesi e inglesi rimasero in attesa degli eventi, ma il console di Parigi, con gran parte della stampa del suo paese, invitò il governo italiano a non infierire sui rivoltosi che si erano arresi. Ma gli appelli non trovarono ascolto. furono soppresse ben 1027 corporazioni religiose, fino ad allora scampate agli espropri disposti dopo l’unificazione. La mano della repressione si allungò sui religiosi: 47 in carcere a Palermo, 46 a Siracusa, 40 a Girgenti,26 a Caltanissetta, 18 a Messina. Tra loro anche il vescovo novantenne di Monreale, Benedetto D’Acquisto. Ma se il generale addossava molte colpe ai religiosi, a Firenze si preferiva accusare soprattutto delinquenti e facinorosi, che non avevano seguito alcuna strategia politica.

          Come in Abruzzo, il generale piemontese si comportò da conquistatore in una città ostile. Ordinò molte esecuzioni: solo il capitano Antonio Cattaneo del 10° granatieri fece fucilare ottanta prigionieri. Poco prima furono costretti a scavare una fossa comune, che doveva raccogliere i loro corpi. Un testimone di quei giorni, Gian Luigi Bozzoni, dichiarò al “Giornale di Sicilia” che “nella caserma di San Giacomo erano state trucidate 300 persone” e che “300 furono anche le fucilazioni nei cimiteri di Sant’Orsola, dei Rotoli e dei Cappuccini”.

          Fucilazioni e anche domicilio coatto. Decine di uomini in catene furono trasportati sulle isole di Ustica e Lipari. La repressione, senza andare tanto per il sottile, andò avanti per tre mesi. Poi si annunciò un’amnistia: concedeva l’impunità a chi era stato sorpreso senza armi. Era il 31 gennaio 1867. In quel momento, solo tre persone si trovavano nelle condizioni di poterne beneficiare.

          E i morti della rivolta? Il calcolo non risultò semplice. Secondo stime ufficiose, tra i militari le vittime erano state 3-400 con un migliaio di feriti. Tra i rivoltosi, invece, i morti furono non meno di un migliaio, ma molti corpi vennero sepolti in fosse comuni e così non furono mai ritrovati. A confondere i calcoli contribuì il colera, diffuso in Sicilia dai soldati sbarcati dalla Tancredi. Una fonte parlò di 65.000 vittime dell’epidemia, altri stimarono 61.380 decessi. Fu comunque una strage.

Gigi Di FioreControstoria dell’Unità d’Italia, Focus Storia Edizioni, pag. 330, 331.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 8/2016

 

          E solo nel 1865, con il trasferimento della capitale a Firenze, anche il Banco di Napoli riuscì ad allargarsi più a nord, ostacolato però dalle due principali banche toscane. Di fatto, nei primi anni dell’unità, fu favorito il trasferimento di capitali dal Mezzogiorno al Nord, ostacolando il contrario. Era ancora in vigore la piena convertibilità della moneta con l’oro. E la Banca nazionale studiò una speculazione in grande: vendeva al Sud titoli di credito pubblici, ricevendo in cambio moneta del Banco di Napoli che poi convertiva in oro agli sportelli dell’istituto di credito meridionale. In questo modo cominciarono a diminuire le riserve auree del Banco: da 78 milioni del 1863 a 41 milioni nel 1866. Al contrario, come era logico, le riserve auree della Banca nazionale del Regno d’Italia aumentarono di 6 milioni. A coronamento di tutto ci fu la famosa legge del 1° maggio 1866 sul corso forzoso: la moneta del Banco di Napoli poteva essere convertita con l’oro dei depositi della banca meridionale, mentre si dichiarava “inconvertibile” la moneta emessa dalla Banca nazionale. L’oro piemontese veniva messo in salvo, mentre quello custodito al Sud fu sostituito da monete di carta straccia, deprezzate dalla continua inflazione. Il tanto vituperato Banco di Napoli finì per salvare dal fallimento l’istituto di credito piemontese, garantito dalla “non conversione” delle monete di sua emissione. Nel 1898 si mise fine alla pluralità delle banche che potevano emettere moneta. Nacque la Banca d’Italia: al Mezzogiorno ne furono concesse 20.000 azioni contro le 280.000 del Centro Nord.  La sola Liguria ne possedeva più di 120.000. Le ex Due Sicilie continuavano ad essere considerate terra di conquista. Non solo militare, ma anche e soprattutto economica.

Gigi Di FioreControstoria dell’Unità d’Italia, pag. 188

 

 

          Ma queste stesse nuove tasse furono di breve durata; i francesi stessi abolirono la prima; e la restaurazione nel 1815 soppresse le altre due (1).

          Se non fossero storie viete, ed in uggia ai riformatori del tempo, noi raccomanderemmo ai nostri legislatori ed a tutt’i cultori delle scienze economiche e sociali, di studiare il riordinamento finanziario del regno di Napoli, fatto nell’anno 1815.

          I primi atti di quel governo esprimono tutti un principio, che non potrebbe essere giammai abbastanza rammentato ai rettori dei popoli, cioè: che le risorse finanziarie dello Stato non bisogna cercarle né nel debito, né nei nuovi tributi, ma esclusivamente nell’ordine e nella economia. Perché veramente il miglior governo è quello che costa meno.

          Il cav. dei Medici, che in quel tempo reggeva lo Stato, benché costretto a contrarre meglio di venti milioni di ducati di debito, non esitò un istante ad abolire la tassa delle patenti, che rendeva oltre ducati 500.mila annui; quella del registro graduale, che fruttava altrettanto, ed a scemare benanche il contributo fondiario; riforme tutte che fruttarono ai contribuenti un alleviamento di tributi di ducati 2.487.923 annui.

  1. Tasse introdotte dai francesi: tassa personale, tassa delle patenti e tassa del registro graduale.

Giacomo Savarese, Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860, pag. 9.

 

 

          Ma pur di non essere costretti ad ammettere che l’isola si era resa conto di essere stata usata, per giustificare il ribellismo continuo dei siciliani, sino alla rivolta di massa, si costruì una versione di comodo che attribuiva le responsabilità ai borbonici, sostenuti e sobillati dal re in esilio a Roma, Francesco II, e ai preti, con una spruzzatina di repubblicani. Sì, qualcosa del genere c’era, ma giusto perché il risentimento era così profondo e diffuso, che a sparare insieme contro i liberatori si trovarono quelli che in altri momenti si erano sparati addosso.

          Riconoscere questo, però, avrebbe messo in crisi la narrazione che giustificava, politicamente e agli occhi dell’Europa, l’intera avventura risorgimentale. Palermo era stata fatta passare per città madre dell’impresa e dell’idea unitaria; e, come tale, era la porta d’ingresso, il biglietto da visita di quelle pagine di storia. Peccato che la storia non fosse quella (lo stesso Bixio ammise in Parlamento “che la Sicilia sarebbe rimasta pacifica sotto i Borbone, se la rivoluzione non fosse stata ivi portata dalle altre province d’Italia, o sia dal Piemonte”). L’operazione “soffocare e distorcere la verità” ha trasmesso l’idea di una Sicilia così ostile ai Borbone, da donarsi ai Savoia. E in questo c’è del vero. Quello che non è vero è stato detto o detto male, è che nessun’altra regione del Sud fu così ostile ai Savoia, dopo averne assaggiato il bastone. Per decenni, quasi mezzo secolo, i siciliani si solleveranno, trameranno, si opporranno in ogni modo, più di quanto non avessero fatto con i Borbone. L’isola, si può dire, non fu mai davvero domata, nonostante lo svuotamento dell’emigrazione, specie dopo il fallimento e la strage dei fasci, alle soglie del Novecento; tant’è vero che appena il potere centrale italiano si affievolì, per l’occupazione alleata e, dal 1943, per il governo provvisorio anglo – americano, i siciliani insorsero nuovamente in armi, sino alla concessione di de Gasperi dello Statuto speciale…

Pino Aprile, Carnefici, pag. 294, 295.

 

 

 

SCHEGGE DI STORIA 7/2016

 

Domenico Straface (detto “Palma”, “brigante” che operò in Calabria nei dintorni di Rossano n.d.r.), riuscì a sfuggire alla barbara e disumana repressione attuata dal “macellaio” Fumel, fatta di mutilazioni stupri e processi sommari. Le esecuzioni comandate da questi avvenivano sulla pubblica piazza e lungo le strade. Talvolta, i bersaglieri, si facevano scudo con i parenti dei briganti. Si pensi allo scontro a fuoco avvenuto il 19 ottobre 1863 a Longobucco, allorchè nonostante la soverchiante superiorità numerica (35 contro 1), i militari non esitarono a proteggersi con il fratello del brigante uccidendolo.

          Le vittime venivano decapitate, le loro teste impalate e lasciate alla mercé dei vermi, come avvertimento per chi aderiva o appoggiava le “bande brigantesche”. A Pietrafitta e Aprigliano Fumel fece demolire le case e tagliare vigneti e castagni appartenenti ai briganti e loro parenti e a chi non collaborava, “costretti ad andare raminghe senza neanche potere ricevere ospitalità”. A Bisignano, nel dicembre 1861, dopo uno scontro a fuoco con la banda capeggiata da Vincenzo Russo “Ferrigno”, dove alcuni briganti rimasero uccisi altri arrestati e sei dati alla fuga, il colonnello Fumel fece cercare i parenti dei fuggitivi, ottenendo la presentazione di essi colle loro armi, e “li faceva quindi fucilare sul luogo dove avevano commesso i misfatti ed attaccarli poscia all’antenne del telegrafo che fiancheggiano la strada con un cartello appeso al collo indicando i delitti che avevano commesso per esempio de’ tristi. Tale energica misura non meno che salutare esempio produsse panico misto a terrore nelle popolazioni dei piccoli paesi limitrofi…

          L’episodio più noto della sua attività di “antibrigantaggio” avvenne a Fagnano Castello, quando ordinò la fucilazione di cento contadini inermi.

          Nel corso degli anni 1860-65 egli trasse agli arresti e tenne in ostaggio numerose persone, tra cui donne, vecchi e bambini di 3 anni, solamente perché erano parenti dei briganti. “Nel 1863 vennero arrestati la moglie ed il figlio di 5 anni dal Palma perché ritenuti corrispondenti dei briganti, e Palma, in risposta, propose il taglione di duemila ducati a favore di chi avrebbe ucciso il Fumel.

Eugenio De Simone, Atterrite queste popolazioni, Magenes Edizioni, pag. 16, 18.

 

 

          Dopo 150 anni non si è riscontrato alcun progresso nelle interpretazioni storiche e sociologiche ufficiali. La sinistra italiana del terzo millennio, deposte le analisi togliattiane, depurato il marxismo dai conati arcaici, mitologici e utopici, ha disvelato il suo vero volto, mostrando le profonde affinità liberiste che possono essere lette come tradimento dei chierici, ma rivelano qualcosa di ben più profondo legato alla sua stessa essenza. Si tratta di un percorso coerente che fa emergere il filo rosso esistente fra marxismo e liberalismo, entrambi figli del pensiero illuminista. Perduta la sua essenza ideale, il comunismo muta in radicalismo liberal. La comune matrice, pertanto, conduce intellettuali e politici agli entusiasmi patriottici e risorgimentali, così come li ha condotti a farsi cantori dell’America eterna, del capitalismo multinazionale e del consumo di massa. Non hanno consumato un volgare tradimento, sono rimasti all’interno della loro logica.

Da parte sua, una certa destra non è stata da meno e, nella sua resa alla visione borghese al credo materialista, si è verbosamente esibita e ha rincorso chi le stava davanti per non essere l’ultima della classe.

          Un certo Antirisorgimento di radice padana, poi, condizionato da nordici approdi calvinisti non è riuscito a emanciparsi da dinamiche imprenditoriali e da dimensioni economiciste, funzionali a meri interessi egoistici e particolaristici, risultati, alla fine, le predominanti ragioni della rivendicazione antistatalista, strumentalmente ammannata da istanze identitarie. Comunque, perlomeno si è distinto dal coro.

          Infine, anche la Chiesa, pur non avendo domandato ulteriori perdoni, ha voluto ricordare cautamente e con toni prudenti la partecipazione e il contributo alla formazione dell’Unità. Il che è vero soltanto se si ci riferisce all’invito di Pio IX, nel 1848, per una lega italica a cui non aderì, tra tutti gli antichi stati italiani, il solo ministro piemontese. Non ci sarebbe stata opposizione se si fosse fatta, questa unità,in modo diverso in quanto all’esecuzione.

Fulvio Izzo, I fratelli Bndiera – Risorgimento senza eroi?, Ripostes Edizioni, pag. 14, 15.

 

 

          Il maggiore Frigerio qualche problema con il sadismo doveva avercelo, perché fu lui il primo a sperimentare “i ceppi di tortura”; e proprio a Licata (Sicilia, n.d.r.). Fu subito imitato da tanti suoi colleghi.

          Sui ceppi di tortura inaugurati da Frigerio, è stato Alessandro Fumia, dell’associazione messinese di ricerche storiche “Amici del Museo”, a trovare i dettagli che rendono la faccenda più disgustosa. “Furono inventati da un ex garibaldino,” dice, e davvero non c’è limite alla gratitudine per certi liberatori “e il maggiore Frigerio fu il primo a sperimentarli, a Licata, su una popolazione afflitta da 25 giorni di assedio. I ceppi erano costituiti da due particolari anelli di ferro, forniti di bulloni espansivi (quattro ogni anello).  Il torturato, con i polsi imprigionati, veniva “appeso” tramite cinghie di cuoio legate agli anelli. Gli anelli erano congiunti con una base con buco filettato, in cui scorreva una lunga vite senza fine e aguzza in punta che, avanzando fra i polsi serrati, li avrebbe attraversati dal basso verso l’alto (i palmi delle mani giunte e le falangi), facendosi spazio nella carne. Questi ceppi furono uno strumento di tortura richiestissimo dai militari in missione fraterna al Sud. Da una fonte francese si apprende che ne furono costruiti 400 in Piemonte e altre decine nei luoghi di tortura. Erano ritenuti molto efficienti, per due motivi: l’afflitto avendo gli arti superiori posti in tensione sulla testa, una volta ferito non rischiava di morire dissanguato. In più, essendo legato e posto soppeso, provava un intenso dolore persistente, misto a infiammazione, quando la vite spingeva sempre più nella carne fino alle ossa, provocando uno spasmo infinito. Dal punto di vista militare, l’esperimento era riuscito e tale obbrobrio fu esteso a tutta la Sicilia, moltiplicando i supplizi e le morti.  Secondo altre fonti, i torturati, rei o sospetti tali, di nascondere i renitenti alla leva, disertori di un esercito ancora da formare, venivano flagellati prima alle gambe e alle braccia: indistintamente se uomini o donne, se adulti o fanciulli, se disabili o donne gravide.

Pino Aprile, Cernefici, Piemme Edizioni, pag. 310, 311.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 6/2016

 

          Dal diario dell’ex garibaldino G. Ferrari: “In quel paese (Rossano) vi erano carceri grandissime nelle quali rinchiudevano i manutengoli ed i conniventi dei briganti. Due o tre volte al mese giungevano colonne di persone state arrestate dalle pattuglie volanti nei paesi o nei casolari; eranvi anche donne scapigliate coi pargoli al petto, preti, frati, ragazzi vecchi, i quali tutti prima di passare nelle carceri, venivano ricoverati provvisoriamente nei locali vuoti del Quartiere su poca paglia, piantonati da sentinelle, per essere poi interrogati al mattino successivo dal pretore, dal maresciallo e dal mio Capitano.

          Queste colonne di venti o trenta persone ciascuna, la maggior parte pezzenti e macilenti,  facevano compassione a chi aveva un po’ di cuore; li vedevo sofferenti per la fame, per la sete, per la stanchezza di un viaggio a piedi di 40 e 50 chilometri, venivano sferzati dai Carabinieri e dai soldati di scorta, se stentavano camminare per i dolori ai piedi, od anche se si fermavano per i bisogni che taluni si dimettevano il pensiero di fermarsi, e si insudiciavano per  evitare bastonate, tutti questi incriminati, alcuni dei quali innocenti, e le donne specialmente, venivano slegati per conceder loro riposo, ma per compenso si torturavano coi ferri, detti pollici, che i carabinieri ed i Sergenti in specie stringevano fino a far uscire il sangue dalle unghie. Poteva io assistere a tali supplizi senza sentire pietà! Tosto allontanati i carnefici, io allentava loro i ferri colle mie chiavi, e quei disgraziati riconoscenti, piangevano, baciando i lembi della mia tunica, persino gli stivali. Prima dell’alba, li rimetteva al supplizio come erano stati lasciati. Scene poi da vera inquisizione succedevano dopo, allorquando venivano interrogati i rei nelle loro celle, io fungeva da segretario e da teste, il Capitano ed il Maresciallo dei Carabinieri da giudici; questi volevano sapere il rifugio, il nascondiglio ed i nomi dei briganti che essi favorivano, ed alle loro risposte negative erano bastonate sulla testa che ricevevano da far grondar sangue.”

Eugenio De Simone, Atterrite queste popolazioni, Magenes Edizioni, pag. 23, 24.      

 

 

          …nel 1863, relazionando al re sui risultati del censimento, il minsitro Manna, dopo avere solennemente detto che “uno dei primi atti di una nazione è quello di affermare se stessa”, e aver ammesso che “angusto era il termine prefisso ai lavori paratori del censimento, difficili le circostanze nelle quali esso doveva compiersi”, riportava quanto segue: “Gli ultimi stati della popolazione  raccolti per cura delle amministrazioni cadute ad epoche diverse (…),ma ad ogni modo poco discoste da noi, davano alle regioni onde ora componesi il Regno d’Italia la cifra di 21.601.126 abitanti. Al 1° gennaio 1862 la popolazione di fatto delle 59 provincie del regno toccava la cifra di 21.776.953. Nell’intervallo adunque fra i rilievi ufficiali anteriori e quello ordinato da V.M. v’ha un accrescimento di 175.827 abitanti”. Attenti ora: “Ove la popolazione fosse cresciuta in ragione degli aumenti annui medi, determinati dal confronto dei vari censimenti, essa doveva essere al 31 dicembre 1861 di 22.234.859 abitanti. Ma anche i risultati conseguiti ponno ritenersi come soddisfacenti, ove si faccia ragione alle gravi circostanze occorse durante il grande atto del nostro rinnovamento, la guerra cioè e le subite mutazioni politiche ed amministrative”. Adesso, se volete, potreste rileggere con calma e rabbrividire, oppure vi risparmio la fatica: il ministro conta gli italiani “uniti” e mette per iscritto una roba da tribunale per crimini contro l’umanità! Traduco: nel 1860, gli italiani, nei confini di adesso, erano 21.600.000 e rotti e crescevano di un tot all’anno; se ognuno fosse rimasto a casa sua, adesso sarebbero circa 22.235.000.  Invece siamo arrivati ovunque noi e, dopo un anno, di italiani ne troviamo scarsi 21.278.000. Vuol dire che la popolazione è aumentata di appena 176.000 abitanti, mentre se non avessimo unito l’Italia alla piemontese, sarebbe cresciuta (fate i conti da soli se non ci credete) di 633.733! Qualcuna vuole ancora dirmi che la parola genocidio è esagerata? In poco più di un anno, lo dice il ministro, 457.906 italiani in meno (633.733 – 175.827). E non chiedetevi cosa ha prodotto il disastro, lo scrive lui al re: è dovuto “alle gravi circostanze occorse durante il grande atto del nostro rinnovamento, la guerra cioè”.

Pino Aprile, Carnefici, Piemme Edizioni, pag. 371, 372.

 

 

          (Dopo la rivolta del Sette e Mezzo, a Palermo…)

          Si sparava a vista contro i passanti “in atteggiamento sospetto” e, se si trattava di gruppi di persone, prima della fucilazione si faceva loro scavare una fossa comune per se stessi. Un ufficiale del 10° granatieri, Antonio Cattaneo, fece uccidere due frati solo perché lo infastidivano suonando le campane della chiesa, alle quali era “allergico”.

          Uno storpio venne massacrato a bastonate perché la sua presenza innervosiva un ufficiale.

          Agli arresti seguiva immancabilmente il saccheggio della casa dei malcapitati e così venivano buttati sul lastrico anche i familiari e i parenti, generalmente donne, vecchi e bambini.

          Solo nella caserma di San Giacomo furono trucidate 300 persone ed altrettanto numerose furono le fucilazioni effettuate nei cimiteri di Sant’Orsola, dei Rotoli e dei Cappuccini, dove i malcapitati “venivano concentrati prima dell’esecuzione per evitare il disturbo del trasporto dei cadaveri”.

          Si fucilò per mesi e la popolazione dovette assistere al passaggio per le strade di colonne di detenuti in catene spinti a calci e bastonate verso le navi che li avrebbero portati al confino nell’isola di Ustica.

P. Michele Antonio Crociata, Sicilia nella Storia, Secondo tomo, Dario Flaccovio Editore, pag. 121.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 5/2016

 

L’obiettivo vero di Fenestrelle pertanto non era la reclusione ma l’eliminazione dei detenuti, o la loro deportazione fuori dal territorio nazionale.

Si spiega così il carteggio, emerso dall’Archivio storico della Farnesina (v. Documenti Diplomatici Italiani) tra i vari ministri del tempo, Menabrea (1868), Visconti Venosta (1872) e Cadorna (1873) con i ministri inglesi Bartle Frere prima ed il conte Granville poi, nonché con il Console generale a Tunisi Luigi Pinna, per la concessione di una colonia penitenziaria da costruire nelle desolate lande del Borneo, dello Yemen o del Sahara, atta a trasferirvi i “briganti”. Sul Borneo poi, il governo italiano insisterà a più riprese, tramite il coinvolgimento del Ministero della Regia Marina (v. Ufficio Storico Marina Militare), ma senza successo. A causa dei numerosi rifiuti per altri luoghi richiesti, tra i quali perfino quello del Governo argentino, contattato dal Ministro Della Croce, per un sito in Patagonia, o quello del Portogallo (il cui re aveva sposato Maria Pia figlia di Vittorio Emanuele II), per uno in Mozambico, non è difficile immaginare, come la missione del senatore Nino Bixio nel 1873, sempre alla ricerca di un luogo adatto nei mari delle Isole della Sonda (Sumatra e Borneo), abbia avuto questo obiettivo.

Giuseppe Bagnasco, Filibustieri – Arrembaggio conquista e distruzione del Regno delle Due Sicilie, Thule Edizioni, pag. 18, 20.

 

 

Quando a Castel di Sangro si seppe dell’entrata di Garibaldi a Napoli, (il 7 settembre 1860) e della ritirata di Francesco II a Gaeta, i liberali castellani festeggiarono per le vie della città. Non ci furono scontri ed i contadini provocati subirono in silenzio.

Il I° ottobre 1860, invece, si sparse la notizia che le truppe del Re Francesco II erano a Venafro ed i borbonici castellani, organizzarono una contro-dimostrazione verso i loro compaesani liberali. Catturarono il patriota Angelo Catullo e seminudo lo portarono nelle carceri, allora situate nell’attuale Piazza del Console.

Cercarono di catturare Eliseo Massari ma questi riuscì a fuggire per i tetti delle case. I reazionari devastarono la sua abitazione, buttando oggetti e mobili dalle finestre e bruciandoli sulla via.

Anche tra parenti si verificarono fatti incresciosi per motivi ideologici, come il caso di Rosalba Buzzelli, moglie di Giuseppe Mannarelli, che fu schiaffeggiata da suo fratello Federico, di fede borbonica. Quest’ultimo insieme agli altri tolsero lo stemma dal portone di casa della sorella, gli bruciarono la casa, gli rubarono le pecore e gli incendiarono la masseria. Il marito, fortemente percosso, dopo breve tempo ebbe una paralisi e morì. Lei restò vedova con cinque figli, l’ultimo aveva qualche mese. Questo terrore che imperversava nelle nostre vie era alcune volte fratricida, dilagava una vera e propria guerra civile.

Maria Domenica Santucci, Domenico Bozzelli, un eroe dimenticato, Michele Ballo Editore, pag. 37, 38.

 

 

Una vera unità politica si ha quando alcuni popoli, che hanno affinità etniche e culturali, rapporti amichevoli fra di loro ed interessi comuni, decidono di formare un unico Stato.

Quando invece uno Stato aggredisce un altro a cannonate, lo occupa, massacra civili ed incendia paesi, non sui ha una unità, ma una conquista violenta.

Questo, purtroppo, è quello che fece il Piemonte nel Sud a partire dal 1860, quando nelle pacifiche regioni meridionali, eredi della grande civiltà della Magna Grecia, irruppero i “tagliatori di teste” provenienti dal Piemonte.

Bisogna chiarire che questa espressione, “tagliatori di teste”, non è una battuta spiritosa di cattivo gusto, ma è la presentazione di una tragica realtà documentata anche da fotografie, che mostrano le sanguinolente teste di partigiani del Sud tagliate e messe in gabbie di vetro a monito delle atterrite popolazioni meridionali.

E questo non fu tutto.

Corrado Mirto – Giuseppe Scianò, Riflessioni e pensieri indipendentisti… in libertà, Tipografia Alba, Palermo, pag. 18.

 

SCHEGGE DI STORIA 4/2016

 

Le popolazioni rurali meridionali sterminate dai piemontesi, le decine di migliaia di morti ammazzati senza ragione da bersaglieri, carabinieri e guardie nazionali sono soltanto un dato statistico, peraltro estremamente approssimato per difetto, soltanto carne da macello di cui non vale la pena di occuparsi. La rapina del denaro, delle strutture, dei macchinari, di tutto ciò che, in una sola parola, poteva definirsi la ricchezza, il patrimonio del Regno non merita alcuna considerazione, alcun dibattito, alcuna discussione, quasi che tutto quanto sottrattoci sotto forma di vite umane e di risorse rappresentasse il prezzo del riscatto che il Sud doveva pagare per poter essere accolto, dopo aver chiesto scusa per il disturbo, nell’Italia che contava, nella nuova patria… settentrionale!

Luciano Salera, Garibaldi, Fauchè e i Predatori del Regno del Sud, Controcorrente Edizioni, pag. 182, 183.

 

 

Mongiana – Il 1860 si chiude con i bagliori di una violenta sommossa che coglie la Direzione (della fonderia, n.d.r.) sguarnita. E’ il 30 dicembre, Massimino (colonnello nominato alla direzione della ferriera, n.d.r.) ha lasciato lo stabilimento e si trova a Pizzo in attesa di imbarcarsi per Napoli dove spera di mettere le cose in chiaro. A Pizzo lo raggiunge la notizia che gli operai sono scesi in piazza spinti dalla falsa notizia di uno sbarco di borbonici e della risalita al trono di Francesco II. Calpestato il tricolore, i rivoltosi hanno preso d’assalto la sede della Guardia Nazionale, si sono impossessati di una quarantina di fucili, hanno montato guardia tutta la notte e, il mattino seguente, giorno dell’ultimo dell’anno e giorno in cui la notizia giunge a Massimino, a suon di tromba hanno chiamato a raccolta il paese. Ai primi squilli, l’intera popolazione si è riversata per le strade e, inalberata la bandiera coi fiordalisi borbonici, si è messa a caccia dei sostenitori del nuovo regime. La folla, infranto lo stemma sabaudo, è scesa alla Fonderia, ha prelevato dai magazzini il busto di Ferdinando II, lo ha portato in processione e lo ha ricollocato in piazza nella sede originaria.

Brunello De Stefano Manno, Le Reali ferriere ed officine di Mongiana, Cittàcalabria Edizioni, pag. 84.

 

 

Agli Austriaci subentrarono i Borbone di Sicilia e di Napoli ed il primo re di questa Dinastia, Carlo III, la cui madre era una farnese, decise la costruzione di un vero porto alla Maina di Girgenti (Agrigento, n.d.r.).

          La nostra rada che per secoli aveva rappresentato uno dei punti di imbarco più importanti di tutta la Sicilia, pur senza alcuna struttura portuale se non un modestissimo pontile in legno, divenne un vero e proprio porto con strutture in muratura possenti e con un molo della lunghezza di 400 metri. Quest’opera che rappresentò una delle massime realizzazioni nel campo dei lavori pubblici del regno borbonico doveva determinare l’affrancazione del nostro centro marinaro dallo status di borgata di Agrigento.

          Nel 1853 infatti un altro re borbonico, Ferdinando II, decretava l’erezione a Comune autonomo della nostra borgata e gli dava il nome di Molo Girgenti.

Giovanni Gibilaro, I Borboni e il molo di Girgenti, Edizioni Centro Culturale Pirandello Agrigento, pag. 53, 54.

 

 

 

SCHEGGE DI STORIA 3/2016

 

La maledizione!

          L’Italia, in sintesi, non era unificabile per i seguenti motivi:

  1. “per via della sua costituzione geografica”;
  2. “a causa della divisione originaria delle sue nazionalità”;
  3. a causa del “complicato problema” della sua storia;

Si tratta, per Proudhon (*), di una incompatibilità imposta da una tripla legge: “legge della natura, legge della vita, legge dello spirito”. E poiché queste leggi sono state travolte dalla legge del profitto e dell’espansione capitalistica, chiarisce, le conseguenze di questo atto contro natura saranno devastanti, e saranno pagate dalle future generazioni.

          E così fu.

“Questa cospirazione piemontese” scrive, “non è stata ordita né contro gli imperatori, né contro i principi, né contro il Papato: è contro voi stessi, o italiani, povere vittime!”

          “Il movimento per l’unità d’Italia” conclude, “è una governativa camarilla; è la politica degli affari… è la corruzione… grossi emolumenti, sinecure, monopoli, privilegi, concessioni, regalie, affari importanti e lucrativi, liberati da ogni incognita grazie all’intervento degli uomini di potere”.

          E dunque, chi dice unità e centralizzazione, in effetti dice:

– mondo dei grandi affari;

– centralizzazione dei capitali;

– centralizzazione del credito al 7, 8, 9 e 10 per cento;

– centralizzazione delle ipoteche;

– infeudamento delle proprietà;

– accaparramento dei prestiti si Stato;

– aumento delle imposte;

– moltiplicazione degli impieghi;

– incremento del debito pubblico;

– svendita delle proprietà nazionali;

– alleanza della borghesia e dello Stato centralizzato con tutte le aristocrazie terriere, finanziarie e speculatrici del globo”.

Correva l’anno 1864.

Antonio Grano, A sinistra della questione meridionale, NordeSud Edizioni, pag. 99, 100.

(*) Pierre Joseph Proudhon, (Besancon 1809 – Parigi 1865), studioso socialista della “questione” italiana.

 

 

          Alcuni avvenimenti, tra i tanti, che sono da mettere in risalto accadono a Somma ove i bersaglieri (cioè i più celebri soldati dell’esercito sabaudo), su indicazione di un capitano della Guardia Nazionale, trucidano sei innocenti accusandoli di connivenza coi “briganti”. Alcuni giorni dopo i legittimisti sorprendono quel capitano nella sua abitazione a Portici e lo fanno a pezzi con la madre dopo che ha confessato superbamente la strage di Somma, realizzata per ingraziarsi i nuovi padroni! Ancora da citare: Gioia Sannitica, dove i reazionari impegnano lungamente i regolari; Chiaiano, presso il Vomero, dove vengono temerariamente rubate armi e munizioni dagli arsenali, come pure a Capodimonte; Monteforte ove la cassa del governo sparisce; Colle, nel Sannio, ove i militi catturati sono costretti ad inneggiare a Francesco II. Ad Auletta pure si grida per le strade la fedeltà ai Borbone ma schiaccianti forze di repressione circondano la cittadina addirittura richiamate da Napoli; pur sorpresi i “briganti” presenti riescono con decisione ad aprirsi un varco per eclissarsi sui monti; gli assedianti delusi se la prendono allora con l’indifesa popolazione e barbaramente entrano nell’abitato ammazzando tutti quelli che incontrano e saccheggiando indistintamente le case dei più agiati. Alla fine dell’ignominiosa operazione si contano ben 45 morti e oltre 1000 percossi e trascinati in catene a Salerno per essere incarcerati.

Vincenzo Gulì, Il saccheggio del Sud, Campania Bella Edizioni, pag. 214, 215.

 

 

          Un altro fatto da registrare fu la nuova scoperta di una cospirazione borbonica a Palermo (1867 n.d.r.), che aveva centro in casa di un ex frate, Girolamo Pasciuta che, con altri ex preti e frati (fra i molti che furono costretti a ridursi allo stato laicale a causa delle leggi eversive, pervenendo spesso a uno stato di indigenza) si riunivano con il proposito di restaurare la monarchia delle Due Sicilie. Il rituale di affiliazione prevedeva il giuramento sulla Bibbia e il giuramento contestuale di fedeltà a Francesco II.

          Una decina di affiliati a questo gruppo vennero arrestati.

          Il 3 novembre 1867 Garibaldi venne sconfitto a Mentana dai “pontifici” di Kanzler. Particolare curioso, con il generale era presente la spiritista fondatrice della Società teosofica, Madame Blavatsky.

          Il 30 novembre, un misterioso carico di migliaia di cartucce dirette in Sicilia fu sequestrato a bordo di un brigantino inglese. Non se ne scoprì il destinatario.

          Si intensificò la propaganda e una critica spietata, come dimostrano molti opuscoli, manifesti, volantini raccolti dall’Achivio di Stato di palermo (gab. Prefettura, bus. 16, fasc. 4) che vanno proprio da 1867 al 1870.

          …

          Nei resoconti della Commissione d’Inchiesta sui moti di Palermo del ’66, in data 22 luglio 1867 si può leggere: “La provincia di palermo non è certo l’unica parte del regno ove la sicurezza pubblica sia stata gravemente alterata,; ma là il male è più persistente, e par quasi ribelle ai rimedi”.

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, Una storia da riscrivere, ISSPE Edizioni, pag. 165.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 2/2016

 

La “miseria” del Mezzogiorno era “inspiegabile” storicamente per le masse popolari del Nord; esse non capivano che l’unità non era avvenuta su una base di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno nel rapporto territoriale città – campagna, cioè che il Nord concretamente era una “piovra” che si arricchiva alle spese del Sud e che il suo incremento economico – industriale era un rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale. Il popolano dell’Alta Italia pensava invece che, se il Mezzogiorno non progrediva dopo essere stato liberato dalle pastoie che allo sviluppo moderno opponeva il regime borbonico, ciò significava che le cause della miseria non erano esterne, da ricercarsi nelle condizioni economico – politiche obiettive, ma interne, innate nella popolazione meridionale, tanto più che era radicata la persuasione della grande ricchezza naturale del terreno: non rimaneva che una spiegazione, l’incapacità organica degli uomini, la loro barbarie, la loro inferiorità biologica.

Antonio Gramsci Quaderni dal carcere, da L’unità d’Italia, nascita di una colonia, di Nicola Zitara, Jaca Book Edizioni, pag. 149 – 150.

 

 

Carlo centralizza il potere, cancella superstiti vestigia di feudalesimo e ristruttura l’intero sistema fiscale. Con la riorganizzazione del sistema tributario incentiva le attività commerciali e industriali e, con personale concorso in solido, dà slancio ad iniziative industriali prestigiose. Tra queste: Capodimonte per la ceramica e Torre Annunziata per le armi. Sotto l’illuminata politica, il giovane regno trova il modo di fa rifiorire attività economiche e culturali. Le casse statali sono state rimpinguate da alcuni milioni di ducati d’oro elargiti a Carlo dai parenti per favorirgli l’insediamento al trono. Il giovane Re amministra fondi e Stato in maniera brillante, si circonda di esperti economici di tutto rilievo e, oltre al citato Tanucci, chiama intorno a sé uomini del calibro di Ferdinando Galiani e di quell’Antonio Genovesi che già ipotizza uno sviluppo industriale basato sull’effetto trainante dell’agricoltura.

In tutto il Regno si contano una ventina di piccole e inefficienti ferriere, in prevalenza nel casertano, salernitano, avellinese e nel distretto calabrese. La produzione nazionale di ferro si attesta intorno alle 10.000 cantaia, quello dell’acciaio a 1.300. In Calabria se ne producono 2.400, di cui la metà a Stilo. La nuova sferzata manageriale si esterna anche nel settore estrattivo e siderurgico. Reso diffidente dalla infelice prova delle imprese metallurgiche calabresi, che avevano rifornito le armate di pessimi cannoni, Carlo si accorge dell’arretratezza dei sistemi in uso e individua nel gap tecnologico la causa del fallimento. Comprende la necessità di riammodernare il settore e, come sua abitudine, cerca il meglio a disposizione. Ed ecco infatti, invitati dal Re, giungere nel 1749 a Napoli due drappelli di Sassoni e Ungheri (…) Uffiziali instrutti nella geometria sotterranea, minatori, fabbri per costruire macchine, uomini esperti nel preparar metalli avanti la fusione, e quanti altri mai potessero abbisognare alla impresa di investigare e scavare miniere.  In pratica, il meglio della intellighenzia minerario – siderurgica del momento.

Brunello Di Stefano Manno, Le reali ferriere ed officine di Mongiana, Cittàcalabria Edizioni, pag. 21, 22.

 

 

(Castellamare del Golfo – Tp)

La facilità con cui lo schieramento lealista borbonico abbia potuto reclutare sbandati e facinorosi in quel settore della popolazione e il sostegno ideologico e logistico  che tutta la popolazione forniva  al problema della renitenza alla leva, hanno fatto sì che quella forza di 400 o 500 rivoltosi che diedero vita alla sommossa fossero l’elemento nuovo e scatenante, il braccio armato, di fatto spersonalizzato e difficilmente identificabile, nella disputa per il potere locale che si protraeva da diversi anni.

In questo contesto di rivoltosi, la cui componente di renitenti alla leva era determinante, assume subito un ruolo di rilievo e simbolico Pasquale Turriciano, (20.9.1841 – 1.3.1870) resosi, con altri renitenti della classe 1841, latitante sin dalle prime ore successive alla rivolta del gennaio 1862.

Di certo per lunghi otto anni lui e la sua banda, con accanto i suoi uomini più fidati quali Camillo Cajozzo (…) e Antonino Mistretta, costituiscono uno degli ultimi miti del brigantaggio sociale del XIX° secolo, verso il quale la solidarietà spontanea dei ceti contadini e popolari impersona come sempre l’eterno conflitto sociale del meridione d’Italia, qualunque ne fosse il potere dominante e precostituito.

Otto anni di resistenza e lotta alle truppe governative ed alle forze di polizia locale che avranno come teatro l’ex feudo di Fraginesi e le contrade vicine, segneranno indelebilmente quel periodo aumentando da una parte il mito dello stesso Turriciano e  dall’altra anche le strumentalizzazioni provenienti dalle varie parti del potere locale e dei gruppi di influenza ad esso connessi.

Francesco Bianco, Castellammare del Golfo, 1° gennaio 1862, pag. 109, 110.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 1/2016

 

I dati pubblicati da G.M. de Villefranche in “Pio IX”, riportano che solo in dieci mesi, dal gennaio all’ottobre del 1861, si contavano nel Regno delle Due Sicilie: 9.860 uomini fucilati,40 donne e 60 ragazzi uccisi, 10.604 feriti, 918 case arse, 6 paesi bruciati, 12 chiese devastate, 1.428 comuni insorti in armi, 13.629 imprigionati.

          La cittadina di Morrone non fu risparmiata, visse in un clima oligarchico una condizione di profonda inquietudine e di pesanti incertezze, nonché di inaudite provocazioni, in particolare gli abitanti da Casale Torone perché considerati “tutti reazionari ed attaccati al passato regime”.

          Il sistema di violenze, massacri e spargimento di sangue col quale il governo piemontese represse  la reazione, fu denunciato non solo dai borbonici, dai liberali del parlamento di Torino, ma anche dagli stessi eroi del Risorgimento (membri della commissione Peruzzi).

          Nel dibattito parlamentare del 29 aprile 1862 Giuseppe Ferrari, (deputato federalista di Milano), affermava:

          “Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere”.

          Il 18 aprile 1863 Luigi Miceli, deputato dell’estrema sinistra di Longobardo (Cs), che aveva visto i massacri perpetrati dalle truppe in Calabria, dichiarava che:

          “Gli uomini venivano fucilati senza neppure uno straccio di processo”.

Giulio Di LorenzoNote storiche documentate di brigantaggio post unitario . Fatti e personaggi di Morrone, Giuseppe Vozza Editore, pag. 29.   

 

 

          Ecco come la rivista dei gesuiti racconta la sorte dei soldati borbonici in una corrispondenza da Genova  del 14 settembre 1861:

In Italia, o meglio negli Stati sardi, esiste proprio la tratta dei napoletani. Si arrestano da Caildini soldati napoletani in gran quantità, si stipano ne’ bastimenti pecchio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano a Genova. Trovandomi testé in quella città ho dovuto assistere ad uno di que’ spettacoli che lacerano l’anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come sosa da mercato. Spettacolo doloroso che si rinnova ogni giorno in via Assarotti, dove è un deposito di questi sventurati.

Angela PellicciariLa gnosi al potere, Fede&Cultura Edizioni, pag. 98.

 

 

          A Tusa (Messina), in seguito ad una rivolta di popolo, fu eseguita una repressione terribile, furono inasprite le tasse comunali e la leva obbligatoria passò da 7 a 8 anni.

          Il giornale fiorentino Il Contemporaneo così scriveva nell’agosto 1861: “In nove mesi in Sicilia sono state fucilate istantaneamente 1.841 persone, mentre altr e7.127 furono fucilate entro poche ore dal loro arresto”. E continua: “In questi ultimi mesi sono stati 10.604 i feriti, 20.000 sono stati gli arrestati o prigionieri, mentre le famiglie perquisite sono state 2.803, case incendiate 918, paesi incendiati 5, chiese saccheggiate 12, sacerdoti fucilati 54, frati fucilati 22”.

Michele Antonio Crociata, Sicilia nella storia, Dario Flaccovio Editore, pag. 109.

 

 

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