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SCHEGGE DI STORIA 12/2015

 

          Il disegno era chiaro, doveva essere attuata la profezia di Comenius espressa in Lux in Tenebris secondo la quale sarebbe dovuta sorgere dalle tenebre come fonte di luce una Super – chiesa che integrasse ogni religione attraverso i Concistori nazionali, le Chiese Nazionali onde giungere, in nome di un umanesimo unitivo e a carattere filantropico e tollerante, a proclamare l’uguaglianza e la pari dignità di tutte le religioni.

          Questo progetto si scontrava con un ostacolo formidabile: la chiesa cattolica con la sua gerarchia, la casa d’Asburgo d’Austria, cattolicissima, la Santa Russia degli zar e il regno delle Due Sicilie, primo stato al mondo, quest’ultimo, che aveva saputo integrare il dogma cattolico con il verbo del Vangelo tradotto in pratica da leggi che non disdegnavano le novità della Rivoluzione francese o quelle comuniste del Campanella e di Marx.

          La Santa Russia, l’Impero Asburgico e il Regno delle Due Sicilie dovevano lasciare il posto al nuovo ordine massonico, ma il popolino queste cose non le sapeva, né le conosce oggi, in quanto la storia ufficiale viene scritta dai vincitori ed è sempre artefatta.

          Questo nuovo ordine doveva portare sconvolgimenti politici e morali di inaudita violenza.

Antonio CianoI Savoia e il massacro del Sud, Magenes Edizioni, pag. 58, 59.

 

 

          “Diciotto briganti distrutti… altri presi e fucilati,,, Tutto il Gargano nello stato d’assedio… le masserie chiuse; fabbricate le porte, bruciate le pagliaia… la gente via per le campagne non più che con mezzo pane in tasca”. Questo leggeva, o Signori, in un giornale cui per caso stendeva la mano, nel dì 8 marzo del passato 1862 (Il Popolo d’Italia, N. 66, 8 marzo 1862); questo e peggiori cose, indi leggeva e leggo tuttora in quanti giornali mi son passati sotto gli occhi in sino a quest’ora… e quest’ora è quella del giorno stesso del mese di luglio  di questo corrente anno 1863… Sedici mesi di eccidii, dunque, precedevano quel giorno, sedici altri crudeli mesi lo seguivano… Nal mezzo del terzo anno non contiamo che una seguela incessante, luttuosa, di scene di sangue, di rapine e di devastazioni. Editti di morte, bandi ferocissimi, grida empie e selvaggie, senti e leggi che se ne resta turbata la ragione, attristato il pensiero… e son tempi questi di civiltà, son tempi questi di quella vantata fratellanza di popoli, son questi qué legami di amore  che ne debbono unire e stringere  in un fascio le diverse discordi parti l’Italia, per farne quella famosa unica e sola, sognato sospitro, come si bocia, in tanti secoli? No; non sono tempi civili, ma di sfrenata prepotenza, di diversi esempi, di crudeli inganni; non sono queste le vie per migliorar la strte dè popoli, ma si bene son tali che ci menano a novella barbarie, verso la quale si corre ormai con veloci passi.

Anonimo  – PRO DOMO MEA – Discorso a’ posteri sulle vicende del Regno di Napoli e Sicilia del 7 settembre 1860 fino al 7 settembre 1863, Ripostes Edizioni, pag. 7, 8.

 

 

          Il 10 agosto 1812, duecento anni fa, il luogotenente del regno di Sicilia, Francesco di Borbone, firmò la Costituzione che il Parlamento siciliano aveva approvato a conclusione di un lungo braccio di ferro fra la monarchia borbonica che intendeva affermare anche in Sicilia la propria sovranità e i baroni siciliani che non intendevano rinunciare ai propri privilegi. La nuova Costituzione, il cui impianto risentiva dell’esperienza inglese, sanciva la fine della feudalità, allrgava la base del potere ma, a nostro avviso, non determinava un reale mutamento dei rapporti economici dell’isola. Il possesso feudale si trasformò infatti in proprietà latifondista e i baroni, per di più, aggiunsero una nuova legittimazione di diritto a quella fondata sulla consuetudine e, soprattutto, vennero riconosciuti nell’antica pretesa di essere l’incarnazione stessa della nazione siciliana.

Contributo di Pasquale Hamel, in Costituzione del Regno di Sicilia proposta dal Genearle straordinario Parlamento del 1812 – La Costituzione del 1812 e la Nazione Siciliana, Edizioni Lussografica, pag. 23.

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SCHEGGE DI STORIA 11/2015

 

          Tutto ciò è raccontato nei minimi dettagli nel meticoloso diario. La corruzione sistematica che rende possibile la spedizione garibaldina è provata con cristallina evidenza. Nel diario si legge, per esempio, quanto Persano scrive al Cavour nell’agosto del 1860:

          Ho dovuto, Eccellenza, somministrare altro denaro. Ventimila ducati al Devincenzi, duemila al console Fasciotti, giusta invito del marchese di Villamarina, e quattromila al comitato. Mi toccò contrastare col Devincenzi, presente il marchese di Villamarina; egli chiedeva più di ventimila ducati; ed io non volevo neanche dargliene tanti.

          Cavour – racconta Persano – gli “aveva data facoltà di assicurare gradi e condizioni vantaggiose a coloro che promuovessero un pronunciamento della squadra borbonica in favore della causa italiana” e, in casi particolari, aveva autorizzato a “spendervi qualche somma”. Il conte fa di tutto per incoraggiare il tradimento dell’ufficialità borbonica: “Mandi a Genova – scrive a Persano – quegli tra gli ufficiali di marina napoletani che hanno dato le loro dimissioni regolarmente. Non potrò forse dar loro subito un impego, ma li rassicurerò sulle loro sorti”.

          L’ammiraglio è un perfetto esecutore delle consegne ricevute, tanto che così scrive al Cavour: “Possiamo ormai far conto sulla maggior parte della dell’officialità della regia marina napoletana”. Come sul fronte della corruzione, come su quello dell’invio di armi tutto fila liscio: “Noi continuiamo, con la massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane”.

Angela PellicciariLa gnosi al potere, Fede&Cultura Edizioni, pag. 85

 

 

          A pagare c’erano 20 milioni di sudditi, tra vecchi e nuovi, cosicché i patrioti risorgimentati, si misero all’opera per spogliarli. Lo fecero tutti in coro, i palamidoni della Destra e le eroiche Camicie Rosse, protagoniste della lunga marcia a piedi che aveva portato il Tricolore, visibilmente o invisibilmente guarnito della sacra croce sabauda, da marsala fin sulle sponde del Volturno. Travolto militarmente il Sud, l’affarismo (a debito del pubblico) divenne lo statuto morale dei governi nazionali. Con le annessioni delle regioni sericamente vitali e di quelle ilotiche di Romagna, Marche e Lazio, nonché con l’occupazione garibaldina di palermo e Napoli, il capitalismo tosco padano poté avviare il suo processo di accumulazione primativa, mercé nazionali e patriottici saccheggi, dissimulati da inutili e costose strade ferrate. L’azione grassatoria si svolse tra il 1851 e il 1952 – 53. Nei primi tre decenni, la regia fu nelle mani della Banca genovese e dei suoi alleati, come dire del gruppo Galliera  e dei sopravvenuti affaristi toscani. In appresso toccò a Milano e a Torino.

Nicola Zitara, L’invenzione del Mezzogiorno – Una storia finanziaria; Jaca Book Edizioni, pag. 130, 131.

 

 

          Altra inimmaginabile sevizia fu quella perpetrata a danno del palermitano Antonio Cappello, di mestiere sarto, chiuso a viva forza dai carabinieri in ospedale e torturato per parecchi giorni con ferri roventi – 154 bruciature! – perché i suoi aguzzini volevano  sapere i nomi di certi simpatizzanti borbonici e, solo quando il disgraziato fu in fin di vita, i suoi carnefici si accorsero che non poteva rispondere all’interrogatorio perché era sordomuto.

          Vito D’Ondes Reggio ne parla alla Camera nella stessa seduta del 7 dicembre 1863 ed annota un particolare: “La madre potrà finalmente vedere suo figlio, inzuppare un fazzoletto nel sangue di lui, dargli un pane perché lo avevano affamato…”

          E conclude: “Io non ho fiducia negli agenti del governo: sono tre anni che si commettono atrocità innumerevoli, e non fu mai punito un funzionario reo, nemmeno quello che fu convinto d’aver fucilato cinque innocenti!”.

          Furono anche registrati i nomi dei torturatori: Antonio Restelli di Milano, Alessandro Maffei di Lucca e Alessandro Rinieri di Bologna. La foto del corpo martoriato di questo giovane fece inorridire l’Europa.

Michele Antonio Crtociata, Sicilia nella storia – Tomo II, Dario Flaccovio Editore, pag. 112.

 

SCHEGGE DI STORIA 10/2015

 

          Isolata tra i boschi, Ferdinandea cessa di produrre alla vigilia dell’inaugurazione del nuovo altoforno gemello dei due di Mongiana. Questi ultimi, con la solita operazione di secondo battesimo, saranno chiamati Cavour e Garibaldi. Ma, se prima producevano una media di 2.400 tonnellate l’anno, nel 1861 ne producono meno della metà. E nel 1863 producono solo 450 tonnellate di ghisa , un quantitativo inferiore a quello sfornato ai tempi di Massimiliano Conty.

          Quali le cause? Sono le stesse che travolgono le attività industriali e l’economia del Meridione. L’involuzione è da addebitare alla caduta delle dogane e alla soppressione  dei dazi sulle importazioni decretata dal nuovo governo. La soppressione, decretata senza tanti ripensamenti, è tanto miope e repentina da lasciare le industrie locali senza protezione nei confronti dei prodotti stranieri. Dei prodotti dell’Inghilterra e della Francia  che, non a caso, apertamente o sottobanco, hanno sostenuto il processo unitario.

Brunello De Stefano Manno, Le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, CittàCalabria Edizioni, pag. 87.

 

 

 

Nella Chiesa principale di Torre del Greco, malgrado la resistenza del rettore canonico Noto, e il manifesto dispiacere della divota popolazione, la consorteria faziosa ivi predominante compie a scherno della religione un sacrilegio; perocchè sveste la sacra immagine della ss. Vergine Immacolata de’ consueti arredi, abbigliandola alla garibaldina, con fasce tricolori, ed altri emblemi settarii: così deturpata si pretende recarla in processione pel paese, ma i preludi del vulcanico disastro che ha desolato quel paese, impediscono ogni ulteriore profanazione.

          …

           Il canonico Tipaldi, vicario della curia arcivescovile di Napoli, dopo essersi protestato con dignitosa fermezza verso il prefetto Lamarmora per le violazioni della clausura de’ monasteri di donne (proteste, che per altro: furono da costui schernite, e reiette) è condannato in marzo a tre mesi di prigionia ed a mille lire di ammenda per asserta insinuazione alle alunne del nobile Educandato Reale de’ Miracoli che si sono ricusate al canto sacro del Te Deum in onore del nuovo re d’Italia. Accumulando la persecuzione officiale con altra sentenza gli si fulmina una seconda pena di tredici mesi di esilio e 1500 lire d’ammenda perché le medesime alunne non hanno voluto prestare giuramento allo stesso nuovo re d’Italia.

Francesco Durelli, Le condizioni del reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, Ripostes edizioni, pag. 14.

 

 

 

          Re Carlo, che amava definirsi “Signore delle Due Sicilie”, circondato da abili ministri, sotto il controllo del Tanucci, iniziando e svolgendo con geniale intuizione la sua opera e la sua funzione regale, rinsaldò la catena, riallacciandosi alle grandi tradizioni degli Angioini e degli Aragonesi, rinforzando e cementando l’ossatura dell’antico Regno.

Re Carlo, ispirato e consigliato dai suoi colti ministri: Acton, Tanuccie Medici, poté attuare nel Regno notevoli riforme amministrative e finanziarie, che ne sgretolarono la facciata medioevale e feudale.

          Egli, seguito dal figlio Ferdinando, con legge del 20 ottobre 1775 disponeva che i feudatari venissero sottoposti all’Amministrazione        della Giustizia e dello Stato “senza più arbitrarsi imporre grandezze, di commettere oppressioni o angarie ai loro vassalli ed altri sudditi del Re”.

Claudio Di Salvatore, Regnum Siciliae – Radici storiche e culturali…, Aletti editore, pag. 89, 90.

 

 

 

SCHEGGE DI STORIA 9/2015

          Erano boschi ove tutta la popolazione faceva legna, pascoli ove tutti potevano condurre il proprio gregge.  Lo Stato (…) manteneva come aree sottratte ad ogni diritto privato  i Regi Tratturi, o Trazzere, secondo la regione, larghissime piste fino a cento metri, che dalle montagne conducevano al piano, lungo le quali avvenivano i trasferimenti stagionali delle greggi, specie di ovini, e dei loro allevatori: le bestie trovavano un poco di pastura lungo il tragitto di intere settimane. Il processo di usurpazione di tutti questi pubblici beni non fu un atto feudale, ma un processo di natura borghese e capitalistica, secondo il fine degli economisti agrari classici, per cui ogni terra deve essere “libera”, potersi liberamente commerciare e possedere da privati.

Amadeo Bordiga, A sinistra della questione meridionale, di Antonio Grano, NordeSud Edizioni, pag. 155.

 

 

          Unificata la penisola a prezzo di incredibili violenze, tradimenti, corruzione e un uso sistematico e capillare della menzogna, la brutalità della classe dirigente liberale non si arresta nemmeno davanti alla vittoria. Ecco come “Il Giornale di Roma” del 9 ottobre 1860 descrive la sorte dei valorosi soldati pontifici, chiamati mercenari dalla truppe di invasione:

          Fra i disastri di una sacrilega invasione cominciata contro il diritto delle genti, era ben naturale che non fossero osservate  le più semplici leggi dell’onore  e della probità, cosicché una gran parte dei militari che caddero nelle mani dei nemici tornarono spogliati di tutti i loro averi e perfino del vestiario che indossavano.

Angela Pellicciari, La gnosi al potere, Fede & Cultura Edizioni, pag. 97.

 

 

“La Planters Association  della Louisiana (dopo la fine della guerra civile che abolì lo schiavismo, nota dello scrivente) provò dapprima la carta cinese, ma la scartò: i cinesi erano troppo deboli, per il lavoro agricolo. Avevano molti difetti: non capivano gli ordini, non imparavano la lingua, erano refrattari alla disciplina. E soprattutto: morivano troppo spesso. Erano stati esperimentati nelle piantagioni a Cuba, ma si era purtroppo constatato che molti di loro, nei picchi di lavoro, preferivano il suicidio. Fu così che la scelta cadde sui siciliani. La Planters Association fece approvare allo stato della Louisiana una legge che facilitava l’immigrazione di manodopera siciliana e firmò accordi diretti con gli ambasciatori italiani per favorire l’afflusso di contadini. Il lavoro degli emigrati siciliani sarebbe stato condotto sotto l’egida e la protezione del Re d’Italia. Nello stesso tempo la Planters aveva fatto approvare leggi che impedivano il “vagabondaggio”. Questo significava che se un negro (o un siciliano) veniva sorpreso fuori dalla piantagione, poteva essere arrestato. E significava anche che le piantagioni erano campi circondati da guardie armate.

L’esempio dei planters della Louisiana venne seguito dai proprietari terrieri del Mississipi, che avevano di far funzionare centomila ettari di terra a cotone, zucchero, grano e riso. Anche loro si rivolsero al neonato Regno d’Italia che sembrava molto voglioso di disfarsi del suo popolo. Una serie di accordi coinvolse Chiesa, proprietari e garanti italiani.”

Enrico De Aglio, “Storia vera e terribile tra Sicilia e America”, , Sellerio Editore Palermo 2015, pag. 68.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 8/2015

          Giuseppe Mazzini

          Figlio di un giacobino e iniziato alla Carboneria fra il 1827 e il 1829, “nel 1864, il Supremo Consiglio di Palermo gli accorda il 33° grado”. Il 3 giugno 1868 fu proclamato Venerabile perpetuo ad honorem della Loggia Lincoln di Lodi e lo si propose per la carica di Gran Maestro. Il 24 luglio fu nominato membro onorario lella loggia La Stella d’Italia di Genova e, il 1° ottobre 1870, della loggia “La Ragione” dello stesso Oriente.

Una singolare conferma degli orientamenti massonici mazziniani giunge dalla sua fede dichiarata nella reincarnazione; affermava egli infatti : “il perfezionamento dell’individuo si compie di esistenza ine sistenza, più o meno rapidamente a seconda delle opere nostre”.

Mazzini aveva per collaboratore diretto un israelita di nome Henry Mayer Uyndman, marxista della prima ora e a capo di un’associazione chiamata “The National Socialist Party”; nel 1881 Hyndman fonda la “Democratic Federation” con la figlia di Karl Marx, Eleonora, e di cui farà parte Annie Besant (1847 – 1933), 33° grado del Rito Scozzese e a capo della Società teosofica.

Epiphanius, Massoneria e sette segrete – La faccia occulta della storia; Controcorrente Edizioni, pag. 168 – 169.

          Da questo momento si produce un fenomeno curioso. Si è data la spinta al bolscevismo in un grande paese. Dietro al consorzio giudaico – germano – americano che l’ha finanziato, i diplomatici alleati si sono pronunciati per l’abolizione dello Zar. Si è dunque installato – è cosa fatta – il comunismo in Russia. Ed ecco ora che lo si considera un pericolo! E lo è in effetti, ma non bisogna rimuoverlo, annientarlo; bisogna solamente arginarlo, limitarlo. Basterebbe un niente per soffocarlo, non fosse che lasciandolo morire della rovina economica in cui esso aveva portato la Russia. Ma, al contrario, lo si rifornisce. La sua esistenza è necessaria, non certamente per una immediata rivoluzione universale, tanto che si elimina rapidamente il trozkysmo a beneficio di Lenin e si reprime senza pietà il comunismo in Ungheria, in Germania, in Italia. Ma si ha bisogno d’una formidabile potenza comunista, capace di accelerare per irraggiamento il progresso del socialismo in ogni luogo (teoria leninista) e per fornire un argomento all’inevitabile, imperiosa trasformazione sinarchica delle nazioni. La sua esistenza è ancora necessaria al giogo diplomatico che taglierà l’Europa in due, conformemente al piano della Cortina di ferro. La sua esistenza infine costituirà per l’Intellighenthia nuovayorkese un formidabile mezzo di pressione sull’Occidente e sull’Asia, per assicurare la leaderschip americana, conformemente al disegno iniziale del Palladismo.

Pierre VirionIl Governo Mondiale e la ControChiesa, Controcorrente Edizioni, pag. 108, 109.

          L’interesse per i problemi economici sorge in Sicilia nella seconda metà del ‘700, come risultato da una parte della politica illuminista del governo borbonico, che sollecitava studi e proposte di riforma, dall’altra dell’attitudine alla concretezza, che la diffusione dell’empirismo aveva determinato negli ambienti intellettuali dell’isola.

          Carattere generale degli economisti siciliani del Settecento è il loro spirito pratico, la loro aderenza alla realtà ed il rifiuto di ogni dottrinarismo e di ogni posizione preconcetta, la mancanza cioè di una adesione totale alle “scuole economiche”, che si erano affermate o si andavano affermando in Italia e in Europa. Accadeva anzi che si accettassero determinati postulati di scuola, per poi sostanzialmente rinnegarli, e ciò non certo per un fenomeno di eclettismo, che presupporrebbe comunque un’analisi teorica, ma proprio per una mancanza di fiducia nelle analisi storiche, per una forma di scetticismo nei confronti delle teorie e delle ideologie, che costituisce una caratteristica costante dell’anima siciliana, e quindi della sua cultura.

Alfredo Li VecchiEconomia e politica nella Sicilia Borbonica, Sigma Edizioni, pag. 14.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 7/2015

 

          Garibaldi prima e i luogotenenti dopo ridussero Napoli in condizioni pietose. In un anno, da terza capitale d’Europa, divenne una città disordinata, sporca, senza economia propria e senza futuro. L’ira del Piemonte s’era abbattuta su di essa.

          Furono incarcerati arcivescovi e cardinali, preti e sacrestani. I giudici mandati al confino e come si legge a pagina 376 del capolavoro del Conte Bianco “ … bisognava spregiare e calunniare le intelligenze virtuose ed allontanarle da qualunque ingerenza governativa; occorreva scegliere esuli rinnegati, inetti, servili e schiavi e concentrare nelle loro mani  gli interessi dei due padroni, l’uno vero e l’altro figurato; l’uno maestro compositore e l’altro cieco esecutore; l’uno prepotente e minaccioso, l’altro osservante e fedele.

          Il Governo piemontese doveva smantellare e colonizzare il regno più bello eprospero del mondo e sostituì giudici eloquenti e dotti con barbieri,  camerieri di locande, figli di ballerine e meretrici; ruffiano che diventavano prefetti o segretari di cancellerie e comuni; bastava dichiararsi liberali. Queste cose furono scritte dal Conte Alessandro Bianco di Joriz, cioè da un piemontese pagato dal governo sabaudo per sradicare dalle fondamenta il Regno di Francesco II.

Antonio CianoI Savoia e il massacro del Sud, Grandmelò Edizioni, pag. 80.

 

 

 

          Filippo Curletti – Memoriale

          (Sui plebisciti di Modena)

          Ci eravamo fatti rimettere i registri delle parrocchie per formare le liste degli elettori. Preparammo tutte le schede per le elezioni dei parlamenti locali, come più tardi pel voto dell’annessione. Un piccol numero di elettori si presentarono a prendervi parte: ma, al momento della chiusura delle urne, vi gettavamo le schede, naturalmente in senso piemontese, di quelli che si erano astenuti. Non è malagevole spiegare la facilità con cui tali manovre hanno potuto riuscire in Paesi del tutto nuovi all’esercizio  del suffragio universale,  e dove l’indifferenza e l’astensione giovavano a meraviglia alla frode, facendone sparire ogni controllo.

Angela PellicciariLa gnosi al potere; Fede & Cultura Edizioni, pag. 100.

 

 

 

          Carlo III ebbe ancora altri meriti.

          Edificò dalle fondamenta ed in otto mesi il teatro san carlo a Napoli, Ordinò il lavoro delle cristallerie e delle porcellane e fece costruire la reggia di Capodimonte e il Palazzo Reale di Caserta.

          Istituì l’Accademia di marina di Napoli nel dicembre 1735 sotto il nome di Accademia dei Guardia Stendardi (de las Guardias Estendardes). Nell’accademia furono all’inizio ammessi soltanto giovani di “nobiltà generosa” ossia discendenti per padre e per madre da preavi che possedevano un feudo o erano fra le famiglie nobili di Città regia.

          Impostò un programma di rafforzamento della Marina da Guerra. Il 26 luglio 1735 mise il “primo chiodo” alla trave di mezzo della CAPITANA. Successivamente scesero in mare una nuova galera, LA PATRONA, ed il vascello S. FILIPPO con 64 cannoni. Nel 1738 fu varata la fregata S. CARLO con 60 cannoni. Altre tre galere furono comprate dal Papa Clemente XII che le aveva in allestimento a Civitavecchia e furono battezzate “SS. Concezione”, S. Gennaro” e “S. Antonio”.

          Queste due ultime furono poi inviate a pattugliare le coste meridionali della Sicilia per evitare incursioni barbaresche.

Giovanni Gibilaro – I Borboni e il molo di Girgenti, Edizioni Centro Culturale Pirandello, Agrigento, pag. 21.

 

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SCHEGGE DI STORIA 6/2015

 

          Giulio Di Vita:

          “Studi in archivi e su periodici di Edimburgo mi hanno permesso di rilevare e confermare il versamento a Garibaldi di una somma veramente ingente, durante la sua breve permanenza a Genova, prima che la Spedizione sciogliesse le ancore.

          La somma, riferita con precisione, è di tre milioni di franchi francesi. Questo capitale tuttavia non venne fornito a Garibaldi in moneta francese, bensì in piastre d’oro turche.

          Non è agevole valutare il valore finanziario di tale somma. Riferito alle valute dell’epoca dei principali Stati europei ,e rapportandolo al reddito nazionale,  con larga approssimazione si tratta di molti milioni di dollari di oggi.”

Epiphanius, Massoneria e sette segrete – La faccia occulta della storia; Controcorrente Edizioni, pag. 188.

 

 

          “L’incursione del Nord – è il parere di Denis Mack Smith – sembrava una nuova invasione barbarica e l’avversione al Piemonte  ricordava l’antipatia  con cui molti tedeschi del Sud guardavano ai prussiani del Nord”. E lo storico Pasquale Villari ebbe modo di riflettere: “La nuova classe politica non aveva nessuna esperienza amministrativa e nessuna conoscenza del Meridione per cui i meriti patriottici (più spesso presunti) furono considerati sostitutivi delle capacità professionali. Le varie oligarchie regionali furono sostituite da famiglie rivali che erano state più rapide  a cambiare casacca. E questo spiega perché, insieme ad alcuni avventurieri e disonesti, un numero spaventoso di imbecilli abbia invaso le nuove province del Regno.

Lorenzo del Boca, Fucilate i Meridionali!, in Malaunità, Spazio Creativo Edizioni, pag. 18.

 

 

(Carlo di Borbone) Regnò sul trono di Napoli e Sicilia dal 1735 al 1759 e fu capostitpite della dinastia Borbone di Napoli e Sicilia.

          Egli inaugurò un lungo periodo di rinascita politica ed economica in tutto il regno. Varò, fra l’altro, una lunga serie di provvedimenti, che contribuirono a sollevare alquanto le condizioni sociali e politiche  della popolazione dell’isola ed a migliorare il tenore di vita. Essi furono senz’altro espressione di un animo naturalmente buono e di uno spirito animato da verace desiderio di bene. Favorì, in particolare, l’agricoltura e il commercio, rese più sopportabile il fisco, assegnò ai siciliani le cariche pubbliche, riaprì il Palazzo reale di palermo ed introdusse in Sicilia alcune costumanze spagnole come, ad esempio, le corride, che si svolsero nell’isola per tutto il ‘700 e parte dell’ 800.

          Si adoperò altresì a favore dell’approvvigionamento del grano, soprattutto durante la carestia del 1747-’48 (vicerè Eustachio di Laviefuille), avendo all’uopo istituito una “Giunta frumentaria”.

Michele Crociata, Sicilia nella storia, primo tomo; Dario Flaccovio Editore, pag. 135 e 136.

 

 

 

 

SCHEGGE DI STORIA 5/2015

 

          I Savoia, per amore di Regno e quindi per furto, – come scrive D’Azeglio nei suoi ricordi -, diventano fautori dell’ideologia massonica e della religione protestante che apertamente combattono  la cultura e la religione nazionali. Grazie a questa scelta strategica che rende il Piemonte docile feudo della cultura inglese, americana, tedesca, di parte del Belgio e dell’imperatore Napoleone III, i Savoia godono dell’appoggio incondizionato dell’una o l’altra di queste potenze e realizzano l’unità d’Italia sfruttando fino in fondo e con grande spregiudicatezza l’unico elemento in proprio favore: la radicale disomogeneità culturale e religiosa con il resto della penisola.

Angela Pellicciari, La gnosi al potere, Fede&Cultura Edizioni, pag. 38.

 

 

          Il 7 settembre 1861, primo anniversario dell’entrata dell’avventuriero garibaldi in Napoli, Cialdini, con pieni poteri per la repressione del trionfante “brigantaggio”, compie alcuni atti plateali per abbagliare amici e nemici. Innanzitutto fa arrestare dei probi generali borbonici, non passati da traditori nell’esercito invasore, deportandoli a Genova dopo averli fatto con scherno sfilare per le vie dell’ex capitale. Poi crea degli speciali corpi in camicia rossa con carta bianca nella tenuta dell’ordine pubblico riuscendo in tal modo a tranquillizzarsi  sulla quiete nella città partenopea, per meglio potersi scagliare con ogni milite sabaudo disponibile sui “briganti”. Nel tentativo di liberarsi dei duci onesti, teoricamente idonei ad infastidirlo, v’è il processo della medaglia con la nomina a commendatori del regno d’Italia dei comandanti traditori od invasori come Nunziante, Pinelli, Bixio, Medici, Turr.

          In quei giorni sono riportati dalla stampa i dati a tutto agosto della guerra civile in atto: in nove mesi nel Mezzogiorno si contano 8968 fucilati, 10604 feriti, 6112 prigionieri, 64 sacerdoti passati per le armi insieme a 22 frati, 918 case brucite per rappresaglia, 6 interi paesi arsi totalmente (come Auletta), 2903 famiglie indiziate e perquisite militarmente, 12 chiese saccheggiate, 48 donne uccise assieme a 60 ragazzi per ripicca a causa dell’inafferrabilità dei “briganti”, 3529 persone arrestate per sospetti, 1428 comuni dichiarati insorti! Ben conoscendo la parsimonia  dei giornali di regime  nello svelare fatti poco edificanti per lui, v’è da essere sicuri di un’approssimazione per difetto!

Vincenzo Gulì, Il saccheggio del Sud, Capmania Bella Edizioni, pag. 227.

     

 

          Ma il motivo  per cui Carlo III non doveva essere e non dovrà mai essere dimenticato dai girgentani e soprattutto dai “marinisi” è quello di avere deciso ed attuato, su sollecitazione del vescovo Lorenzo Gioeni, la costruzione del nostro porto.

Giovanni Gibilaro, I Borboni e il molo di Girgenti, Edizioni Centro Culturale Pirandello, pagg. 23, 24.

 

SCHEGGE DI STORIA 4/2015

 

Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: L'IDEA DELL'UNIONE DI TUTTO IL MONDO, da principio quella romana antica, poi la papale.

I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. LA SCIENZA, L'ARTE, TUTTO SI RIVESTIVA E PENETRAVA DI QUESTO SIGNIFICATO MONDIALE.
Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, […] UN REGNO SODDISFATTO DELLA SUA UNITA', CHE NON SIGNIFICA LETTERALMENTE NULLA, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) E PER DI PIU' PIENO DI DEBITI NON PAGATI e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine.

Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!”

Fëdor Michajlovic’ Dostoevskij, Diario di uno scrittore, 1877

 

 

          Il 2,4% della popolazione sarda è chiamato alle urne sul finire del 1857. Si tratta delle prime elezioni dopo i provvedimenti eversivi del governo Cavour e l’ansia del Conte per il risultato elettorale è comprensibile.

          I risultati delle elezioni vanno molto al di là delle più fosche previsioni di Cavour. Il partito cattolico raddoppia i suoi consensi passando dal 20,4% al 40,2% e Cavour, pronto a fronteggiare un’opposizione di non più di trenta deputati, se ne trova davanti sessanta. Questo il quadro della situazione tratteggiato da Cavour in una lettera al principe Napoleone: “Il partito clericale agendo nell’ombra, ma con una forza d’insieme poderosa, sotto l’impulso e la direzione di Roma del Comitato centrale di Parigi, grazie all’impiego di mezzi odiosi e indegni, si è procurato una serie di trionfi parziali che gli hanno regalato una temibile minoranza nella futura Camera. Ci preparano una lotta disperata”.

          Per realizzare l’unità d’Italia di tutto ha bisogno Cavour fuorché di un’opposizione degna di questo nome. Molti dei deputati eletti nelle file cattoliche sono preti stimati e conosciuti da tutti; uomini brillanti, sanno benissimo cosa sta succedendo. Conoscono i piani della massoneria, conoscono il pericolo che la religione cattolica corre e sono pronti a dare battaglia seria in Parlamento, ben diversa da quella stanca e fiacca della Camera precedente.

          Perché la cospirazione italiana vada a buon fine, il presidente del Consiglio ha assoluto bisogno di avere le mani completamente libere, senza nessuno che sia in grado di ostacolarne e controllarne le mosse. Cavour non può permettersi il lusso di un contraddittorio parlamentare; per sbarazzarsi della temibile opposizione non resta che un’arma: invalidare le elezioni. E’ la strada che Cavour, come al solito privo di qualsiasi scrupolo, si accinge a percorrere. Il 30 dicembre 1857 spiega in Parlamento perché l’elezione di 22 persone non sia valida e vada annullata. Abuso di armi spirituali, questa la motivazione: “Si denunzia l’uso dei mezzi spirituali nella lotta elettorale; io desidero che di queste accuse il clero intero sia purgato”.

Angela Pellicciari, La gnosi al potere, Fede & Cultura Edizioni, pag. 67.

 

 

          Il regno di Carlo III fu un raro periodo di pace che assicurò a tutti i siciliani una vita tranquilla e prospera.

          Innumerevoli provvedimenti furono presi in tutti i settori.

          Nel 1748 fu indetto il censimento della popolazione. Grande incremento ebbero

i cantieri navali per la costruzione specialmente di legni commerciali. In agricoltura fu proprio la Sicilia che additò all’Italia ed all’Europa la maniera di coltivare i gelsi, di governare i bachi, di estrarne la seta e di tessere i drappi. La pastorizia, allora estremamente diffusa, venne difesa. La diligenza del governo riuscì a mantenere lontana la malattia della vescica detta “cancro volante” da cui erano stati colpiti i buoi e le vacche nel Piemonte e nel Veneto nel 1757. Nel campo sanitario Carlo III promulgò il 9 agosto 1749 una prammatica che permetteva il taglio cesareo e prescriveva il modo come dovesse eseguirsi.  Per quanto riguarda le scuole furono potenziate le scuole pubbliche tenute dai Gesuiti e dai padri Scolopii e in quelle dei Seminari Vescovili fu consentito l’accesso a tutti, anche a coloro che non intendevano intraprendere la carriera ecclesiastica. Nel 1760 la Biblioteca di Casa Professa a Palermo ebbe accordata la rendita di onze settanta per salario dei custodi e per mantenerla ed arricchirla. Vennero pubblicati un vocabolario etimologico italiano e latino ed un dizionario siciliano-italiano-latino.

          Fiorirono le Arti. Nella scultura a Palermo vennero fuse le statue dell’imperatore austriaco Carlo VI e della sua consorte e col loro bronzo ne furono fatte altre due raffiguranti Carlo III e l’augusta sua sposa. Carlo III era sposato con la principessa Amalia Walburga di Sassonia, figlia del re di Polonia Federico Augusto III.

          Tra gli architetti siciliani emerse il sommo Filippo Juvara, che tra le tante sue opere costruì anche la Chiesa di Superga a Torino ed il palazzo reale a Madrid.

Giovanni Gibilaro, I Borboni e il Molo di Girgenti, Edizioni Centro Culturale Pirandello – Agrigento, pag. 19, 20.

 

 

 

SCHEGGE DI STORIA 3/2015

 

Anche Salvemini, come Fortunato, per prima cosa denunciò quella “santa alleanza” fra i “galantuomini” meridionali e la borghesia capitalistica del Nord che stritolava il Mezzogiorno e le plebi meridionali: “Contro la duplice oppressione cui li hanno sottoposti in questi cinquant’anni di unità politica i “galantuomini” locali e l’industrialismo settentrionale scrisse, “i cafoni meridionali hanno reagito sempre, come meglio o come peggio potevano. Subito dopo il 1860 si dettero al brigantaggio: sintomo impressionante del malessere profondo che affaticava il Mezzogiorno, e nello stesso tempo indizio caratteristico del vantaggio che si potrebbe ricavare – quando ne fossero bene utilizzate le forze – da questa popolazione campagnola del Sud, che senza organizzazione, senza capi, abbandonata a se stessa, mezzo secolo fa tenne in scacco per alcuni anni tanta parte dell’esercito italiano”.

Antonio Grano, A sinistra della Questione Meridionale, NordeSudEdizioni, pag. 119.

 

 

Il giorno 9 settembre arrivarono a Napoli i Garibaldini. Mai si vide uno spettacolo più disgustoso. Quell’accozzaglia era formata da gente bieca, sudicia, famelica, disordinata, di razze diverse, ignorante e senza religione. Occuparono all’inizio Pizzofalcone, poi nei giorni seguenti si sparsero per la città, tutto depredando, saccheggiando ogni casa. Furono violentate le donne e assassinato chi si opponeva. Furono lordati i monumenti, violati i monasteri, profanate le chiese. Il giorno 11 Garibaldi con un decreto abolì l’ordine dei gesuiti e ne fece confiscare tutti i beni. Furono incarcerati tutti quei nobili, sacerdoti, civili e militari che non volevano aderire al Piemonte, mentre furono liberati tutti i delinquenti comuni.

Il palazzo reale fu spogliato di tutto quanto conteneva. Gli arredi e gli oggetti più preziosi furono inviati a Torino nella Reggia dei Savoia. Il filibustiere con un decreto confiscò il capitale personale e tutti i beni privati del Re del banco delle Due Sicilie, che fu rapinato di tutti i suoi depositi. Napoli in tutta la sua storia non ebbe mai a subire un così grande oltraggio, eppure nessun libro di storia “patria” ne ha mai minimamente accennato.

Giancarlo Padula, L’Unità d’Italia – Una storia da riscrivere, Global Press Italia, pag. 63.

 

 

Il 4 e 5 marzo (1861) si svolse una violenta sommossa spontanea a Santa Margherita Belice (Sicilia) durante la quale furono uccisi tre uomini. La rivolta, avvenuta il 3 marzo, fu originata dall’assassinio, ad opera del ceto ricco e nobile del Dott. Giuseppe Montalbano che, liberale, era stato assai deluso sentendosi tradito dall’avvento dei garibaldini con le loro promesse, tanto da scrivere il 23 febbraio al colonnello garibaldino Giacomo Oddo: “Sembra con chiarezza che il Governo del Re cerca di traversare le nostre aspirazioni e di non gettare solide fondamenta alla nostra libera e vera Costituzione (siciliana). Bisogna convenire di essere traditi… dire la verità ed elogiare i fatti di Garibaldi è spargere princìpi di brigantaggio”.

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, Una storia da riscrivere, ISSPE Edizioni, pag. 57.

 

 

 

SCHEGGE DI STORIA 2/2015

Un altro argomento su cui i libri di storia amano sorvolare riguarda i rinforzi che nei tre mesi seguenti il viaggio dei volontari garibaldini affluirono in Sicilia per consolidare la conquista: ben 22 mila uomini , in buona parte soldati dell’esercito sardo congedati all’uopo o fatti disertare che riassumevano il loro ruolo a conquista ultimata.

Epiphanius, Massoneria e sette segrete – La faccia occulta della storia, Controcorrente Edizioni, pag. 190

 

(Giacinto De Sivo) “Il nizzardo, sendo tutte le scene preparate, fè la sua miracolosa parte: egli innanzi, altri pochi di lato, a drappelli, chi a piè, chi cavalcione a un mulo, chi sui carri, chi in barca con armi varie, sbevazzando per osterie, dormendo disseminati qua e là, tutti inadatti a qualsiasi pugna. Arrivano Calabresi prezzolati, men valenti di loro, buoni a correre, a farsi veder da lontano su creste di monti, a simular fuochi di campi, a tagliar telegrafi, a trarre moschettate all’aria. Egli poi appare su un monticello, i soldati gli fan fuoco, ei retrocede, e manda il parlamentario, il duce regio chiama consiglio, si dice circondato, licenzia la truppa e sparisce. I soldati gridano tradimento, si sbandano, e si raggranellano dietro altri battaglioni, ch’han stessa sorte. Con tal reiterata commedia l’eroe s’appressò a Salerno, dove sarebbe finita, se la reggia non l’aiutava.”

Vincenzo Gulì, Il saccheggio del Sud, Campania Bella Edizioni, pag. 123.

 

Secondo lo studioso Augustin Cochin, le reti massoniche durante la Rivoluzione francese diventarono uno strumento potente per asservire e manipolare le masse: “Una volta che il centro regni e l’unità sia fatta, la macchina può dirsi perfezionata. Tali sono il Grande oriente nel 1785, con le sue 800 logge, o la società dei giacobini nel 1794, con le sue 800 filiali. Questa macchina è certo lo strumento di pressione più temibile e più esteso che esista, non avendo l’ambito limitato delle società reali, coma la nazione o i corpi, i quali durano ciò che dura la realtà morale che le crea e le sostiene, sia esso idea o istinto di razza”.

Antonella Randazzo, Dissimulazioni massoniche, Espavo Edizioni, pag. 42.

 

SCHEGGE DI STORIA 1/2015

 

            A Fenestrelle la vita media non superava i tre mesi. Alla fine, come riferì il ministro Della Rovere, circa 80.000 meridionali rifiutarono di servire sotto la bandiera italiana. Fuori dai campi di prigionia, i militari si rifugiavano nello Stato pontificio, magari offrendo i propri servigi al proprio re in esilio a Roma. Oppure finivano nelle bande di briganti a combattere i soldati italiani, che continuavano a chiamare piemontesi. In tanti non tornarono vivi da quella prigionia. Altre vittime della guerra di conquista del Mezzogiorno. Vittime di un Risorgimento violento cui si opponevano da sconfitti della storia.

Gigi Di FioreControstoria dell’Unità d’Italia – Fatti e misfatti del Risorgimento. Focus Storia, pag. 178.

 

 

            In realtà Napoleone III non fu che uno degli esecutori del piano di Comenius, ripreso dagli Illuminati e dalla Carboneria: distruzione del papato e del Sacro Romano Impero impersonato dalla Casa d’Austria. E ciò spiega ad abundantiam “l’ abbandono” di Massimiliano d’Austria in Messico; la politica sistematicamente anti austriaca, la neutralità della Francia durante il conflitto austro-prussiano del 1866 e infine la politica avversa allo Stato Pontificio in favore dell’unificazione italiana di Napoleone III.

EpiphaniusMassoneria e sette segrete – La faccia occulta della storia. Controcorrente Edizioni, pag. 174, 175.

 

 

(Sicilia, settembre 1866)

            Poi fu violenza senza freni, in un misto di odio, rancori, insoddisfazione a lungo repressa. A Ogliastro, vennero denudati vennero denudati e mutilati i corpi di tre militari. Trascinati per le strade, furono poi abbandonati tra i rifiuti. Quattro carabinieri, rimasti isolati, si suicidarono per non cadere nelle mani dei rivoltosi. A Misilmeri, l’episodio più drammatico, quasi spunto per studi antropologici: in un assalto, guidato dai fratelli Francesco e Cosimo Lo Bue, furono uccisi trentuno carabinieri. Qualcuno raccontò che i loro corpi erano stati sezionati e fatti a pezzi per essere poi rivenduti in macelleria. In altri rapporti, si riferì che un uomo aveva bevuto il sangue del militare Florio Rappieri,  decapitato,  e che invece Domenica Bonanni avevano tagliato e mangiato  il naso del carabiniere Angelo Sartori.

            Ma era Palermo il cuore della rivolta.

Gigi Di FioreControstoria dell’Unità d’Italia – Fatti e misfatti del Risorgimento. Focus Storia, pag. 326.

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