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SCHEGGE DI STORIA 12/2014

 

            Da fonti diverse, tra cui Mezzogiorno medioevale e moderno di Galasso, riportiamo le brevi note che seguono: “…Possiamo, pertanto, immaginare senza fatica quale impressione di città popolosa, di centro di rilievo internazionale e di vera metropoli potesse destare Napoli nel forestiero intorno alla metà del secolo scorso (alla vigilia dell’annessione) e del resto ci fanno fede di ciò le pagine dei molti visitatori colpiti dalla folta presenza umana non meno che dalla bellezza dei luoghi…” ed ancora, dagli appunti di una viaggiatrice veneta che annota nel suo diario di viaggio: “Descrivere una bella primavera a Napoli è come dipingere un brillante… né intendo soltanto accennare alle bellezze naturali, intendo riferirmi alle persone, alla società, al fiore di quegli ingegni, allo splendore della vita che, malgrado il regime dispotico, erompeva come il fuoco dal suo terreno ed infiammava gli spiriti…”, oppure quanto avevano raccontato allo scrittore ginevrino Cesare Augusto Mayer, che se l’era annotato per riscontrare se fosse vero: “Quando lei entrerà nel golfo di Napoli, morirà di gioia…” e questi trovò che, effettivamente, Napoli era “un pezzo di cielo caduto in terra…”. Per non parlare del barone Thomas Babinghton Maculay, storico ed uomo politico inglese, membro del Consiglio Superiore delle Indie, che, nei suoi appunti di un viaggio in Italia, ebbe modo di annotare: “Debbo dire che le descrizioni da me udite in precedenza erano molto imprecise. Qui (a Napoli) ci sono meno mendicanti che a Roma e più indistrie … al momento attuale le mie impressioni sono favorevolissime… Napoli è l’unica città d’Italia dove mi è parso di trovare quella medesima specie di vitalità che si vede in tutte le città d’Inghilterra. Roma e Pisa sono morte, Firenze non è morta ma dorme. Napoli, invece, straripa di vita….

Luciano saleraGaribaldi, Fauchè e i Predatori del regno del Sud, Controcorrente Edizioni, pag. 453, 454.

 

 

            Lettera di Cavour per l’accoglienza della “missione straordinaria che dee partire da Napoli per Torino”.

            Torino lì 7 luglio 1860

            Il sottoscritto, Presidente del Consiglio dei Ministri, Ministro Segretario di Stato per gli Affari Esteri di S.M. il re di sardegna, si pregia di segnare ricevuta all’Ill.mo Signor Comandante Canofari, Inviato Straord.rio e Ministro Plenipotenziario di S.M. il re delle Due Sicilie, della nota che si è compiaciuto di scrivergli il 5 del corrente mese, e si reca a dovere di rinnovargli l’assicurazione che la missione straordinaria che dee partire da napoli per Torino sarà accolta con tutta quella premura che richiede Canofari. L’alto oggetto di cui trovasi incaricata.

            Il Signor Commendatore Canofari domanda nella stessa nota, a nome del suo governo, che durante le negoziazioni, Il Gabinetto di S.M. il Re di Sardegna si adoperi per impedire nuovi attacchi da parte del generale Garibaldi e partenze d’armi e d’armati dagli Stati del re per laSicilia o per territorio Napoletano, promettendo dal suo canto che, durante i detti negoziati, le Regie truppe non attaccheranno la Sicilia.

            Il Sottoscritto mentre si affretta di ripetere al Signor Commendatore Canofari che il governo del Re veglierà diligentemente affinché non escano dai Regii Stati spedizioni armate con destinazione sospetta, dee dichiarare che non potrebbe impegnarsi in alcun ufficio presso il generale Garibaldi se non quando il governp di Napoli rinunciasse a volersi delle armi per sottomettere la Sicilia, lasciando agli abitanti la facoltà di provvedere liberamente ai loro destini.

            Lo scrivente nella fiducia che il Gabinetto di Napoli riconoscerà la giustezza di questa clausola indispensabile, si onora di reiterare all’Ill.mo Signo Comandante Canofari i sensi della sua più distinta considerazione.

                                                                                                          C. Cavour

Giulio Di Lorenzo – Note storiche documentate di Brigantaggio postunitario, fatti e personaggi di Morrone, Giuseppe Vozza Editore, pag. 7.

 

 

            La coscrizione obbligatoria causò traumi indicibili nelle famiglie del Sud, sconvolgendo abitudini, assetti ed economie. Come al solito, i più colpiti furono i più poveri che non poterono comprarsi l’esenzione, cosa che al contrario fecero i rampolli delle famiglie ricche.

            Al proposito è significativo quanto scrive Silvio Garofalo, nella sua storia di Castellammare del Golfo (Trapani): Dal 1862 al 1870, sulle montagne castelammaresi, operò la banda di Pasquale Turriciano che, come tanti altri giovani, era renitente alla leva obbligatoria estesa dal governo piemontese anche alla Sicilia. Renitente il Turriciano, a quel che si dice, lo divenne per l’ingiustizia notata e subìta, in quanto i figli delle famiglie benestanti, pagando ai commissari di leva una determinata somma, venivano esonerati dal servizio militare, mentre i popolani e i poveri come lui, non potendo pagare alcunché, erano sottoposti all’arruolamento per diversi anni.

            Il 13 marzo 1870, tradito dall’amante e scovato in casa di questa, il Turriciano,dopo avere ucciso un carabiniere marsalese di 28 anni suo coetaneo, venne a sua volta freddato dai militari agli ordini  del delegato di pubblica sicurezza Agostino Barberis, nativo di Pieve  Casalmonferrato in provincia di Alessandria.

Ignazio CoppolaRisorgimento e risarcimento – La Sicilia tradita, CNA Edizioni, pag. 85.      

 

SCHEGGE DI STORIA 11/2014

            E’ tuttavia incontrovertibile che la  marcia davvero trionfale delle legioni garibaldine, dalla Conca di Palermo al Vesuvio, venne immensamente agevolata dalla conversione subitanea  di potenti dignitari napoletani dal Sanfedismo alla democrazia liberale. Non è assurdo pensare che questa vera illuminazione  pentecostale sia stata almeno in parte catalizzata dall’oro.

            (…) Probabilmente le linee di strategia politica erano due.

            La prima, colpire il Papato nel suo centro temporale, cioè l’Italia, agevolando la formazione di uno Stato laico.

            (…) La spedizione dei Mille rimane un evento focale  nella evoluzione della moderna Europa. Cronologicamente parallela alla Guerra di Secessione americana, alla rivoluzione industriale, al Canale di Suez, contribuì ad iniziare quel processo di destabilizzazione e di ristrutturazione (il solve et coagulaOrdo ab Chao massonici, N.d.A.)  dell’aerea mediterranea che dura ancor’ oggi.

EpiphaniusMassoneria e sette segrete, Controcorrente Edizioni, pag. 189.

 

 

            Quindi do po l’Unità si venne a creare nell’Isola una situazione, in parte comune al resto d’Italia, in base alla quale esisteva, innanzitutto, uno sparuto artigianato che, per l’invasione dei manufatti del Nord, non soddisfaceva più nemmeno alle esigenze locali. E la stampa rilevava che, mentre in Sicilia era presente “un esteso numero di stamperie”, il governo faceva ritirare “per uso degli uffici” finanche i moduli stampati.

            …

            E perciò l’opinione pubblica, senza distinzioni sociali, rimane negativamente colpita dalla decisioni del governo che altro non bandiva che nuove tasse.

Domenico Lo IaconoEconomia in Sicilia – Dai Borbone al Fascismo, ISSPE Edizioni, pag. 63.

 

 

            Anche la Rivoluzione russa sarebbe stata organizzata in ambiti massonici, finanziata da grandi banchieri massoni. In questa rivoluzione ebbero un ruolo importante il B’Nai B’rith, l’O.T.O. e il Grande Oriente dei popoli di Russia. Quest’ultimo fu organizzato pochi anni prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, fra il 1909 e il 1913. Prima della Rivoluzione, c’erano in Russia circa 40 logge e 400 adepti. Dietro alle organizzazioni massoniche che ebbero un ruolo attivo all’interno della Rivoluzione, c’erano banchieri, come Jakob Schiff (membro del B’Nai B’rith),  che finanziarono la rivoluzione. Oltre a Schiff, c’era anche uno dei fondatori della Federal Reserve, Felix Warburg, e Otto Kahn, Mortimer Schiff e Max Breitung, tutti appartenenti al B’Nai B’rith. I banchieri che finanziarono la Rivoluzione ottennero in cambio diversi vantaggi: impedire una vera lotta del popolo e incassare parecchio oro e risorse russe. Secondo il giornalista e scrittore Jacques Bordiot, nel periodo 1918 – 1922, Lenin avrebbe dato alla banca Kuhn, Loeb & Co. 600 milioni di rubli – oro e la Standard Oil of New Jersey di Rockefeller si sarebbe impossessata del 50% dei campi petroliferi del Caucaso (ufficialmente di proprietà statale).

            Le logge si muovevano a favore del vertice di potere, che finanziava gli eventi storici che in apparenza sembravano frutto del libero movimento popolare.

Antonella Randazzo,   Dissimulazioni massoniche, Espavo Edizioni, pag. 43.

 

SCHEGGE DI STORIA 10/2014

            Un’altra caratteristica della massoneria moderna è quella di elaborare ideologie capaci di attivare i popoli. Tali ideologie venivano corredate da simboli, slogan, motti, emblemi, colori, ecc.

            Ad esempio, il motto della Rivoluzione francese  “ libertà, uguaglianza, fraternità”, fu creato da fratelli di loggia.

            Nel periodo della Rivoluzione francese, molti sovrani europei cercarono di difendersi in molti modi dal pericolo  di fare la stessa fine della casa regnante francese. Ad eesmpio, Federico II di Prussia fece controllare le logge dalla polizia, Caterina II di Russia soppresse la massoneria, mentre il Portogallo e la Spagna iniziarono una feroce inquisizione contro i massoni, costringendone diversi ad espatriare. In Francia, invece, Giuseppe Bonaparte diventò Gran Maestro del Grande Oriente, e da allora saranno molti i personaggi massoni al potere.

            Come osservò lo storico Bernard Fay, la Rivoluzione francese è stata come un “suicidio” del potere nobiliare:

“Se il duca di Orlèans, Mirabeau, La Fayette, la famiglia De Noailles, i La Rochefoucauld, i Bouillon, i Lameth e altri nobili liberali non avessero disertato le file dell’aristocrazia per servire la causa dello Stato e la Rivoluzione, ai rivoluzionari sarebbe mancato l’appoggio che permise loro di trionfare fin dagli inizi”.

Antonella RandazzoDissimulazioni massoniche, Espavo Edizioni, pag. 41 – 42.

 

      

            Ieri come oggi (e forse oggi più di ieri), le piaghe nazionali sanguinavano: erano (e sono) le piaghe della ingiustizia sociale, della discriminazione , dei privilegi, della corruzione “centralizzata” e del razzismo pre-leghista. “In questi anni” scrisse (Gaetano Salvemini) “abbiam visto la mafia, la camorra, la malavita, tutta la feccia sociale dei nostri paesi, palesemente protetta dal Governo centrale…abbiam visto massacrare senza pietà i nostri proletari ad ogni minomo accenno di disordine, mentre al Nord la forza pubblica aveva per gli operai mille riguardi e mille tolleranze, come ben si addice a persone che appartengono a una razza più gentile”.

            Era quella “razza più gentile” che ostentava, come narra Salvemini descrivendo un viaggio in treno con un piemontese, tutti i sentimenti di più viscerale disprezzo verso i “fratelli” del Sud: “ – Postacci -, brontolava osservando i villaggi del Sud, aggiungendo: -creda pure che qui non ci si vive…aria cattiva, acqua pessima, dialetto incomprensibile che par turco, popolazione superstiziosa e barbara –“. E dunque, “per molti settentrionali” chiosava affranto il Salvemini, “anche fra coloro che più spesso fanno sfoggio di retorica unitaria, le popolazioni meridionali sono cagnaccia da macello e da bordello”.

Antonio Grano – A sinistra della Questione Meridionale – NordeSud Edizioni, pag. 123 – 124.

 

            (Assedio di Gaeta) – Lo spettacolo degli ospedali non era certo bello: luce fioca, umidità, freddo; niente carbone niente stufe; poche torce a olio per fare luce  e poche coperte. Un incendio distrusse trecento lenzuola, peggiorando la situazione. Dappertutto, macchie di sangue, residui di vomito e feci. …I feriti erano in gran parte soldati ventenni, gente umile, originaria di terra di Lavoro, delle zone vesuviane, del Contado del Molise, della Basilicata, dei Principati Citra e Ultra. Con loro, anche qualche ufficiale svizzero  o bavarese delle brigate estere, ma la maggioranza erano contadini e pastori meridionali diventati soldati, che stringevano tra le dita immagini della madonna appese al collo insieme ai ritratti delle loro donne. Per tanti l’amputazione di un arto era una scommessa. Per tamponare le ferite a gli squarci di pallottole e proiettili si usavano ferri roventi, mentre si disinfettava con muffa o vino diventato aceto.

Gigi Di Fiore Gli ultimi giorni di Gaeta, Rizzoli Editore.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 9/2014

 

         Ma la pagina  più emblematica  dell’ <<epopea>> risorgimentale  fu la conquista del Sud, di un regno libero e indipendente fin dal 1734, guidato da un re italiano con un popolo pacifico, ingegnoso e relativamente prospero, una flotta seconda in Europa solo  a quella inglese, dotata di ben 472 navi, un debito pubblico minimo, notevoli riserve auree, grandi opere civili in corso e le tasse più leggere d’Europa. Un popolo che in pochi anni viene schiacciato sotto il tallone di ferro e ridotto ed obbligato  ad un esodo di proporzioni bibliche verso lidi lontanissimi e spesso inospitali.  Fra il 1876 e il 1914 il numero di italiani meridionali  che dovette abbandonare per la miseria la propria terra toccò i 14 milioni.

            La colonia meridionale non si piegò subito e, a qualche mese dall’invasione, metà dell’esercito piemontese  – 120mila baionette – fu sanguinosamente impegnato  per alimentare una guerra fratricida , di repressione del “brigantaggio”, secondo la definizione data dagli invasori.

            Si trattava invece di genuina,  legittima e sentita ribellione  di un  popolo che, alla stregua degli intrepidi vandeani  e dei duri tirolesi di Andreas Hofer, non voleva saperne di essere “liberato”.

EpiphaniusMassoneria e sette segrete, Controcorrente Edizioni, pag. 183.

 

 

            Vennero i Francesi nel ’99, il Regno si commosse tutto…tornarono nel 1806…lo stesso…Intanto nel 1815 si sbandò un forte esercito nelle vicine Marche, ma tutt’i soldati si recarono quietamente nelle loro case; erano contro lo straniero, que’ moti, e pure fu rispettata la forma del regno…Non è questo il presente sommovimento un terzo esempio? Ma di ciò non dico altro, e solo affermo che i Governi che hanno retto la nostra patria, e dico nostra a chi mi ascolta, ed a chi mi legge, sedevano onorevolmente in mezzo a tutti i Governi della gran famiglia Europea; partecipi, in tutto, di quel progresso civile che si manifestava nelle nazioni più colte; in comunicazione di civiltà con tutti gli Stati meglio ordinati del mondo ed aveva, tanto di bene e di male, quanto ognun altro.

            La condizione crudelissima nella quale ci troviamo è una conseguenza immediata di questa dedizione sconsigliata, di questa violenta parificazione, cui con una stoltezza insigne, con ingiustizia manifesta, hanno voluto sacrificare le nostre belle contrade. Ne mente , o s’inganna, ognuno che ripone la causa de’ nostri mali che si duramente si affliggono altrove che in queste inopportune innovazioni, in questa guerra aperta contro tutto ciò che è nostro, in questo spietato sacrificio di quanto ci è caro o per bontà o per secolare assuetudine, per dar vita ed essere ad una folle idea modellata sopra una verga rigida, inflessibile, mentre, con più sapienza civile, seguendo esempi antichi e moderni, si poteva battere una via più giusta e senza pericoli; la quale menando direttamente allo scopo dell’unità politica, avrebbe rispettato la personalità e la dignità di ciascuna parte d’Italia. Ma, me ne avvedo a tempo, in questo caso tante celebrità miterine non sarebbero venute in sì grande stato  come le vediamo starci in su le spalle; non si avrebbe potuto dar condegno guiderdone a’ traditori ed a’ ladroni, e gli onori e le ricchezze sarebbero sfuggite a’ fortunati promotori delle rivoluzioni!…

Pro domo mea – Discorso a’ posteri sulle vicende del Regno di Napoli e di Sicilia, Ripostes Edizioni, pag. 29.

 

 

            In seguito all’annessione, insomma, in Sicilia e nell’Italia Meridionale la pace civile e sociale e l’autosufficienza economica divennero un antico ricordo e il Piemonte, indebitato sino al collo  a causa delle numerose spedizioni militari contro gli Stati italiani, le studò tutte per spogliare completamente  i nuovi sudditi mediante  sempre nuove imposte statali, provinciali e comunali, tra cui l’imposta di successione, detta anche “tassa sul morto”, le tasse sugli affari, sulle società, sulle registrazioni, sulle porte e finestre…e persino sulle bestie da soma, una specie di odierna tassa di circolazione.

            E quando il popolo, messo con le spalle al muro, si ribellò dando vita a rivolte, il sangue dei vinti fu versato copiosamente  nelle piazze, nelle strade, nelle carceri…

            Alla forzata unificazione, insomma, erano seguiti la “questione meridionale”, l’aumento delle tasse, la leva obbligatoria della durata di sette anni (legge 30 giugno 1861), innumerevoli rivolte locali e, da parte del governo nazionale, la criminalizzazione dell0’intero popolo, nonché provvedimenti che ebbero ripercussioni  gravissime sull’economia e sulla condizioni generali della vita nel Sud dell’Italia e, in particolare, in Sicilia: sfruttamento fiscale, drenaggio dei capitali verso il Nord, strozzatura del credito, investimenti pubblici preferenziali per il Nord, strozzatura delle commesse, strumenti legislativi e protezionistici penalizzanti per il Sud, ecc.

            Conseguentemente, persino fra gli “unitaristi” fu crescente la perplessità  circa il modo in cui l’unificazione era stata effettuata e, soprattutto, come, raggiunto l’obiettivo, era stata gestita.

Michele Antonio CrociataSicilia nella storia – La Sicilia e i Siciliani dalla dominazione saracena alla fine della lotta separatista (827 – 1950) – Dario Flaccovio Editore, pag. 85, 86.

 

SCHEGGE DI STORIA 8/2014

        

        Le tasse dopo “l’unità”

         Il raffinamento per sovraimposte daziarie inspira al ministero la proposta di una tassa su diverse concessioni del governo, 5° mila lire pel titolo di principe; 40 mila pel duca; 30 mila pel marchese; 20 mila pel conte; 15 mila pel visconte; 10 mila pel barone; mille per un’aggiunta al cognome; mille per gli stemma de’ municipii, e 500 per quelli de’ privati; la metà della rendita nella collazione  de? Benefici ecclesiastici, e cappellanie; cento lire per potersi fregiare d’una decorazione cavalleresca estera; da 100 sino a 900 lire per la concessione delle fiere e mercati a? varii paesi, secondo il numero degli abitanti; il 3 per cento su le pensioni vitalizie civili e militari, e loro vedove; da 25 fino a mille lire per l’approvazione delle società commerciali, secondo il loro capitale; 100 lire per la conferma di lauree universitarie estere, o per autorizzare un estero all’esercizio d’una professione nello stato, per esservi naturalizzato; lire 50 per la dispensa matrimoniale tra congiunti.

E nella tornata de’ 17 gennaro  taluni deputati presentano il progetto di legge “di far pagare una tassa di cinque centesimi per qualunque persona ammessa ne’ teatri di prosa e di musica, circoli di equitazione, acrobatici, balli ed ogni altro spettacolo, dove si raduna il pubblico”.

Francesco DurelliLe condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862 – Ripostes Edizioni, pag. 25

 

 

         L’industria dopo “l’unità”

Il successo del Nord e l’insuccesso del Sud sono legati (nel primo cinquantennio post unitario, n.d.r.) alle risorse naturali attraverso la tecnologia, intensiva appunto in risorse naturali, della prima rivoluzione industriale, quella della siderurgia e dell’industria tessile. Ma nello scorcio dell’Ottocento si sviluppa pure la tecnologia della seconda rivoluzione industriale, quella della chimica organica e del materiale elettrico. Tale tecnologia non richiede intensi consumi energetici, si presta come tale anche ai paesi come l’Italia poveri di carbone; ma è intensiva in capitale umano, attecchisce in Germania grazie all’ottima, diffusa educazione tecnica. In Italia questo manca: il Politecnico di Milano rimane un’eccezione, le scuole e le borse di studio che possono aprirne le porte anche ai giovani brillanti delle famiglie modeste sono poche.

Se lo Stato avesse sviluppato a dovere l’educazione tecnica, lo sviluppo italiano sarebbe stato più moderno, più rapido…

Se l’Italia post – unitaria avesse cavalcato la seconda rivoluzione industriale, invece di ripercorrere la prima, lo sviluppo sarebbe stato non solo più vigoroso, ma meno legato alle risorse naturali, idriche delle prealpi. Sarebbe stato legato, piuttosto, alle risorse umane; e con una buona educazione tecnica diffusa a tutti i livelli e in tutto il territorio, lo stesso sviluppo sarebbe stato più equilibrato. Il fallimento dello sviluppo meridionale, il fallimento che ha generato il divario Nord – Sud, è il fallimento dello sviluppo nazionale.

Stefano FenoalteaI due fallimenti della storia economica: il periodo post – unitario, in Rivista di Politica Economica, vol. 97.2007, ¾, pag. 350.

 

 

         L’ Economia in Sicilia dopo “l’unità”

         Ma, dopo l’unità, l’affermazione delle teorie liberiste e l’allargamento del mercato non diedero  la possibilità alla Sicilia di far fronte alla concorrenza dei prodotti provenienti dal Nord con conseguente compressione  di tutte le iniziative economiche tendenti allo sviluppo.

Domenico Lo IaconoEconomia in Sicilia – Dai Borbone al Fascismo

ISSPE Edizioni, pag. 49.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 7/2014

 

         Scontri a fuoco dei militari con briganti descritti sempre come rozzi selvaggi, poi malattie veneree, attacchi di scabbia, e colera, clima insalubre e cibo scarso. Il Sud Italia, in quelle condizioni, agli ufficiali scesi dal Nord appariva un vero inferno. Le circolari tentavano di mettere ordine nei comportamenti da rispettare: divieto di scrivere in francese, o di usare in azione il dialetto piemontese. Nell’abbrutimento provocato dalle proibitive condizioni ambientali, si vedevano nemici in chiunque parlasse con l’accento meridionale: naturale che gli ufficiali sfogassero la loro insofferenza, le loro nostalgie di cas con una violenza senza regole. Una circolare del 22 aprile 1863, diffusa dal VI dipartimento militare, era assai idicativa: “Si fucilino entro 24 ore i briganti armati che resistono. Smettere di inviare richieste di chiarimenti, se sorgono dubbi è segno che non si sono verificate tutte le circostanze previste e, in ogni caso, è assai difficile che chi è lontano possa giudicare meglio”.

La legge Pica sarebbe arrivata solo quattro mesi dopo. Ogni zona diventava una piccola repubblica autonoma: a Foggia, il prefetto fece fucilare anche i manutengoli, come venivano deifniti i complici dei briganti. Mentrew il maggiore Pietro Fumel, scrisse al generale La Marmora al Ministeroo della Guerra, “fa tutto da solo”.Nei primi venti mesi di quella guerra, dal giugno 1861 al febbraio 1863, i fucilati furono 1038, i briganti uccisi in combattimento 2413. Agli arresti erano finiti in 2768, mentre 923 si erano costituiti. Tra i militari, i morti erano stati 412 e 269 i feriti.

Gigi Di FioreControstoria dell’unità d’Italia – Focus Storia Edizioni, pag. 243,244.

 

La battaglia del Garigliano

         Lo stesso giorno, verso la mezzanotte, nonostante le avverse condizioni atmosferiche, l’Ammiraglio della flotta Piemontese Carlo Pellion Persano con le sue navi cominciò a bombardare sui soldati con cannoni rigati da 80 e da 40 a lunga gittata.

Le truppe borboniche furono costrette a retrocedere verso Mola di Gaeta. La ritirata durò tutta la notte. Quando il fiume sembrò sguarnito dal grosso delle truppe, il Generale piemontese Gerbaix De Sonnaz, comandante die Granatieri di sardegna, ordinò nuovamente l’assalto al ponte. Erano però rimaste in retroguardia due compagnie del 6° Cacciatori composte da da 300 soldati agli ordini del capitano Domenico Bozzelli di castel Di Sangro, nascosti sul ponte e tra i canneti, le quali impedirono il passaggio del fiume alle preponderanti forze avversarie, per un’intera giornata, decidendo di proteggere fino alla morte la ritirata del Re e del resto dell’esercito.

Maria Domenica SantucciDomenico Bozzelli. Un eroe dimenticato – Michele Biallo Editore, pag. 30.

 

La “rivolta del sette e mezzo”

Borbonici e mazziniani, nobili e clero, destra e sinistra si trovarono tutti concordi, al di là delle loro contrastanti visioni politiche, nel voler porre fine al governo sabaudo in Sicilia. E le autorità cosiddette “piemontesi”, prese di sorpresa, si rifugiarono inizialmente a Palazzo reale, in municipio e persino in arcivescovado.

La massa urlante, in genere artigiani e braccianti in cerca di un pezzo di pane, innalzava stendardi di D. Rosalia e del Sacro Cuore di Gesù, quasi a volere sfidare i governanti e gli amministratori massoni , agnostici ed anticlericali imposti da Crispi e dal governo di Bettino Ricasoli.

Venne attaccato il municipio di piazza Pretoria e il sindaco Antonio Starrabba di Rudinì dovette difendersi a fucilate per non uscire morto dal palazzo e potere rifugiarsi, subito dopo, nel più sicuro Palazzo Reale.

Fu occupato anche il tribunale e, al grido di “Viva Palermo!” e “Viva Santa Rosalia!”, gli insorti si impadronirono presto della città. Alla rivolta parteciparono anche alcuni ex-garibaldini, pentiti di avere appoggiato la spedizione piemontese per le gravi conseguenze che da essa erano derivate alla Sicilia.

Michele Antonio CrociataSicilia nella storia – La Sicilia e i Siciliani dalla dominazione saracena alla fine della lotta separatista (827 – 1950) – Dario Flaccovio Editore, pag. 119,120.

 

 

 

SCHEGGE DI STORIA 6/2014

Il giornalista Antonio Socci, in un interessante saggio sul tema, parla a ragione di “genocidio spirituale” di un popolo impregnato da secoli di cattolicesimo tridentino e

della sistematica sostituzione ai valori cristiani di quelli “civili” – leggi massonici – veicolati attraverso le due grandi istituzioni, la Scuola e l’Esercito, per foraggiare l’uomo nuovo, il nuovo cittadino dell’Italia unitaria. Cuore e Pinocchio  sono due opere emblematiche, intrise di sentimentalismo ottocentesco, capisaldi per antonomasia dell’operazione  di rieducazione del popolo-bambino che, a fatica dopo secoli di tenebrosa superstizione cattolica, schiude gli occhi alla nuova luce del progresso e della pace.

Pace invero sofferta: chè in realtà chi ne fece le spese nei territori “liberati” per poter camminare su queste vie, fu la povera gente, la cui sussistenza derivava in gran parte  dagli usi civici delle terre demaniali ed ecclesiastiche, istituzioni secolari e collaudate che costituivano l’ossatura dell’economia agricola dei villaggi.

EpiphaniusMassoneria e sette segrete, Controcorrente Edizioni, pag. 181, 182.

 

 

“Bisognava indire un plebiscito, non foss’altro per giustificare l’invasione piemontese senza una previa dichiarazione di guerra. Come fece notare Cavour alla Camera dei Deputati il 2 novembre, e tanto Vittorio Emanuele quanto il Parlamento non potevano permettere che le province da poco emancipate rimanessero  per molto tempo esposte  alle incertezze di un governo provvisorio” (10).

A tenere in ansia il re ed il suo primo ministro erano soprattutto i movimenti mazziniani, accentrati nel mezzogiorno con l’intento di proclamare la Repubblica del Sud.

Per fronteggiare l’astensionismo e condurre le agnostiche popolazioni delle campagne al voto, furono impartite dai governi provvisori, con metodo da regime totalitario,  drastiche direttive. “Ricasoli, con una circolare ai prefetti, decretò la mobilitazione in massa dei fattori, che stanassero i contadini, con le buone o con le cattive, dalle loro case, e li conducessero indrappellati alle urne”.

10) Archivio di Stato di Caserta, (in seguito AS Ce), Prefettura – Gabinetto busta 193, fasc. 1845.

Giulio Di LorenzoNote storiche documenta tedi Brigantaggio postunitario, fatti e personaggi del Morrone, Giuseppe Vozza Editore, pag. 16, 17.

 

 

Nel 1840 l’Istituto d’Incoraggiamento bandì un pubblico concorso su diversi temi di carattere economico, uno dei quali riguardava i problemi del credito e le condizioni necessarie per la nascita  delle casse di risparmio: Indicare quali mezzi più propri  e più spediti potrebbero adoperarsi per stabilire in Palermo ed in altre primarie città della Sicilia le casse di Risparmio, proporre una organizzazione tale che riunisca tutti gli effetti di solidità, di facilità nei depositi, di guadagno ai depositanti e principalmente che dia le più irrecusabili garenzie per l’immediata restituzione e per la fedele amministrazione.

……

All’associazione, “iniziativa umana per eccellenza”, si attribuivano scopi pratici, quali la diffusione dell’istruzione popolare, la creazione di determinate industrie, il dissodamento di terre, la costruzione di  strade e canali d’irrigazione, ma soprattutto scopi di elevazione morale e civile dei cittadini: “Oltre ai vantaggi immediati, – diceva il Capponi – esse avrebbero quello essenziale per gli italiani di non farli riguardare più come individui isolati in mezzo alla società, ma li richiamerebbero a poco a poco ad occuparsi ciascuno degli interessi sociali”.

Alfredo Li VecchiEconomia e politica nella Sicilia Borbonica, Sigma Edizioni, pag. 87, 88.

 

SCHEGGE DI STORIA 5/2014

 

         Guardando più da vicino la vita di Garibaldi si può così scoprire ad esempio che in Uruguay, dopo un disinvolto cambio di campo, preferì battersi per assicurare il monopolio commerciale all’Impero Britannico sul Rio della Plata contrastando l’egemonia cattolico – ispanica. E fu proprio da quelle parti , a Montevideo nel 1844, che iniziò la sua carriera massonica culminata nel 33° grado del Rito Scozzese ricevuto a Torino il 17 marzo 1862 e nella suprema carica di Gran Hierofante del Rito Egiziano del Memphis – Misram nel 1881. Ma a tutto questo non sarebbe mai pervenuto se non si fosse posto sotto gli auspici di un nume tutelare: la massoneria britannica.

EpiphaniusMassoneria e sette segrete, Controcorrente Edizioni, pag.

 

         I contadini del Sannio e del Molise, ricordandosi di appartenere alla stirpe degli antichi guerrieri che avevano sconfitto i Romani facendoli passare sotto le forche Caudine, scatenarono la loro rabbia repressa contro i liberali, rappresentanti illegali e servi dei piemontesi.

Il Molise e l’Abruzzo ai primi di ottobre erano stati liberati; la bandiera borbonica sventolava su tutti i paesi ma il Piemonte madò la sua armata agli ordini di Cialdini, visto che dappertutto i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi venivano bruciati e le bandiere savoiardi fatte a pezzi. La stessa cosa accadeva in Terra di Lavoro, in Capitanata, nel Gargano, in Basilicata, in Calabria.

Antonio CianoI Savoia e il massacro del Sud, Magenes Edizioni, pag. 97

 

“Il vicerè principe di Caramanico ha un vivo interesse per i problemi dell’agricoltura: giorni fa invitò a cena me e parecchi altri agricoltori di questa città; parlammo tutto il tempo di metodi di coltura e Sua Eccellenza propose di brindare al successo dell’agricoltura. Simili cose sono del tutto nuove e straordinarie in questo paese”. Così scriveva pieno di entusiasmo Paolo Balsamo alla Young alla vigilia dell’inizio dei suoi corsi universitari: un dispaccio viceregio del 7 aprile 1786 aveva istituito a Palermo una “Cattedra di Agricoltura”, distinta da quella di economia civile tenuta dal Sergio, e alla nuova cattedra egli era stato chiamato nel giugno 1787.

Alfredo Li Vecchi – Economia e politica nella Sicilia Borbonica, Sigma Edizioni, pag. 37, 38.

SCHEGGE DI STORIA 4/2014

 Né al Nord si stava meglio: malattie, sangue (30 mila morti solo nelle battaglie del 1859 di Solferino e San Martino) e miseria erano di casa; l’incidenza delle spese militari piemontesi nel 1860 si attestava al 61,6% della spesa totale globale, mentre la percentuale riservata alle strutture di pubblica assistenza era del  2%! Il debito pubblico del Piemonte nello stesso periodo aveva sfondato il tetto di un miliardo di allora,  ripartito su soli quattro milioni di abitanti.

Lo stesso Francesco Nitti, massone, avrebbe più tardi riconosciuto che: “Prima del 1860 era (al Sud) più grande ricchezza che in quasi tutte le regioni del Nord”.

Ma la pagina più emblematica dell’ “epopea” risorgimentale fu la conquista del Sud, di un regno libero e indipendente fin dal 1734, guidato da un re italiano con un popolo pacifico, ingegnoso e relativamente prospero, una flotta seconda in Europa solo a quella inglese, dotata di ben 472 navi, un debito pubblico minimo, notevoli riserve auree, grandi opere civili in corso e le tasse più leggere d’Europa. Un popolo che in pochi anni viene schiacciato sotto il tallone di ferro e ridotto ed obbligato ad un esodo di proporzioni bibliche verso lidi lontanissimi e spesso inospitali. Fra il 1876 e il 1914 il numero di italiani meridionali che dovette abbandonare per la miseria la propria terra toccò i 14 milioni.

Epiphanius Massoneria e sette segrete, Controcorrente Edizioni, pag. 182, 183

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“Cattolico e monarchico, per convinzione e per affetto, scrivo per dar gloria a Dio e per rendere testimonianza alla verità in mezzo al presente trionfo della menzogna.[…] Italiano, arrossisco che l’unità d’Italia sia il frutto di tanti delitti. […] Nei sette anni di assiduo lavoro che v’impiegai spesse volte credetti sognare, tanto sembravanmi incredibili le cose ch’ero costretto a registrare! ”

Paolo Mencacci  – Memorie documentate per la Storia della rivoluzione italiana, 1879.

 

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Intanto in Sicilia, il giovanissimo Principe Leopoldo, aperto alle nuove correnti liberali, ed il maturo ed esperto consigliere Principe Lucchesi, davano vita ad una dignitosa forma di governo.

Come scrisse Nitti, è impossibile trovare nella storia meridionale un periodo di più utili riforme, di maggiore quiete e di maggiore libertà di quello tra il 1830 e il 1848.

Fu un tempo in cui tutto il mezzogiorno godette di un relativo benessere, che altre nazioni non sognavano di raggiungere. La Luogotenenza, che potremo chiamare Siracusa – Campofranco, riuscì a realizzare in poco tempo diverse riforme, che conquistarono ai Borboni,…,la simpatia del popolo e dell’aristocrazia isolana.

Di fatto, scrive Paolo Alatri, questo quadriennio fu caratterizzato  da un certo numero di riforme e provvedimenti non privi di rilievo. I relativi decreti riportarono tra le varie istituzioni quelle dell’abolizione della privativa dei tabacchi e del dazio di consumo, della creazione di un istituto di Incoraggiamento per l’agricoltura, dell’istituzione di di una Direzione Centrale di Statistica, della riforma del catasto fondiario e della concessione di una serie di amnistie.

Giuseppe TestaIl “Vicerè” dei Borboni, pag. 56.

 

SCHEGGE DI STORIA 3/2014

 L’esame de’ bilanci offre spaventevoli cifre. Nel 1860 si contrassero 416 milioni di debito; nel 1861 cinquecento quattro milioni; nel 1862 cinquecento milioni. In un triennio si sono spesi 1420 milioni oltre lo introito fissato ne’ preventivi!

Preso un termine medio da’ bilanci de’ tre anni 1860, 1861, 1862 risulta, che il nuovo regno d’Italia spende 900 milioni l’anno, e ne ha una rendita di soli 400. Sul proposito la Opinione di Torino N. 159, osserva: “Il ministro Sella ha esposta la condizione delle finanze in tutta la sua gravità; egli ha scoperta innanzi a noi una voragine , la quale minaccia di inghiottirci, la voragine del disavanzo  che allargasi d’anno in anno, comunque nel biennio 1860 – 1861 si fosse ricorso al credito pubblico con imprestati diretti, o con alienazione di rendita residuale delle nuove province; per lo che il debito pubblico è quindi aumentato in due anni di circa 925 milioni sommando così a sei miliardi.” E per esso si pagano annue lire 308 milioni e mezzo di soli interessi; somma che salirà ancora se si effettua il prestito che è ne’ voti de’ nuovi amministratori; nel quale caso la totalità del debito dello Stato ascenderà alla enorme cifra di sette miliardi!

Francesco DurelliLe condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862, pag. 21

 

 

Depauperamento, miseria e deportazioni, non furono, però, il peggio: ciò che ancora oggi brucia di più fu la spietata ed artata deformazione  della memoria storica di tutto un popolo. Gli invasori, spacciando  se stessi per eroi e padri di una patria che non è mai esistita, seppero fare in modo che i figli, i nipoti e i discendenti tutti di coloro che da essi avevano ricevuto mortificazioni, fame e derisione, quando non venivano ammazzati, fossero paradossalmente loro grati e considerassero, invece, briganti i propri antenati che a  quella ingiustizia storica avevano cercato di opporsi con ogni mezzo disponibile. In ogni testo di scuola, in ogni saggio, in ogni documento ed in ogni epitaffio è stato fatto in modo che, raccontando sempre più enfaticamente una favoletta chiamata Risorgimento, fossero sapientemente invertiti i ruoli e che ogni nuova generazione, discendente da coloro che furono sopraffatti ed umiliati, vedesse, in quelli che erano stati i loro Re, che parlavano la loro stessa lingua, che avevano le medesime abitudini e le stesse tradizioni, vedesse, dicevo, i cattivi, mentre  buoni fossero considerarti quelli che, in realtà, li avevano derubati della propria storia, della propria dignità,del proprio orgoglio di meridionali, oltre che di ogni bene materiale. Con la loro menzognera retorica  hanno fatto addirittura in modo che i meridionali detestassero i propri avi.

Erminio De BiaseL’Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie, pag. 145.

 

Per quanto riguarda il movimento intellettuale e culturale, vario e vivace,  che aveva il suo riflesso mondano nei salotti palermitani aristocratici e borghesi,  dove si davano convegno i più bei nomi  della cultura siciliana, ricordiamo le principali iniziative che sorsero nell’isola.

Per prima furono create  nuove biblioteche pubbliche, e nel 1831 in Lentini si riordinò l’antica Accademia poetica del Lisso; nel 1832 Ferdinando Malvica, il Barone Vincenzo Mortillaro, il Principe di Cannatelli, Antonio Di Giovanni Mira, Agostino gallo pubblicarono Le Effemeridi di natura enciclopedica; Vincenzo Mortillaro dirigeva il Giornale delle Scienze Lettere ed Arti, ristrutturato dal Duca di Cumia, Marcello Fardella.

Fu introdotta l’arte litografica e dell’incisione, fu promossa l’istruzione popolare; comparvero nuovi giornali a Palermo, Catania, Messina, mentre si agitarono questioni intorno alla letteratura patria, classicismo, romanticismo, scienze economiche.

Nel medesimo tempo non pochi siciliani raggiungevano fama ed onori, e tra questi ricordiamo Bellini nella musica, Pugliesi, Landolina e Mangiameli nelle scienze; Tranchina nella medicina; Malvastra nel diritto romano;  Bivona nella botanica; Ferdinando Lucchesi Palli nell’economia; Tarallo, Bertini, Morso, nelle opere storiche, scienze e musica e così via.

Giuseppe TestaIl “Vicerè” dei Borboni, pag. 57.

SCHEGGE DI STORIA 2/2014

 Sulla inefficacia, ma anche sulle rovinose conseguenze dell’annessione, ecco altre sue (di Giustino Fortunato n.d.r.) accorate, profetiche e attualissime riflessioni:

– “ Il governo d’Italia è stato vigliacco col Mezzogiorno”;

– “Gli industriali del Nord sono dei porci più porci dei maggiori porci nostri”;

– “Il Settentrione capitalista e militarista fa i suoi affari, restando al timone dello Stato, grazie alla degradazione politica del Mezzogiorno”;

– “Il governo d’Italia, mediante i deputati e i ministri meridionali, ha sostenuto e sostiene quaggiù tutte le camorre comunali e provinciali…ha promesso mari e monti con quella insigne menzogna, che è la legge sulle bonifiche”.

Giustino Fortunato, da Antonio GranoA sinistra della questione meridionale – Nordesud Edizioni , pag. 113.

Certo è senz’altro esatto che il Nord era (ed è) una piovra nei confronti del Sud, anzi è questo che mi sono sforzato di dimostrare. Ma la frattura tra proletariato settentrionale e meridionale non dipende un non capire o da  un non aver capito. Non solo il proletariato settentrionale, ma anche i partiti ufficiali ed extraufficiali della sinistra italiana (…) hanno capito benissimo. Solo ce essi non possono, e giustamente, servire due altari. Cioè, in parole povere, gli interessi del proletariato settentrionale, nella prassi attuale, come in quella di ieri, e l’abbiamo visto, sono inconciliabili con quelli del proletariato meridionale. Tale inconciliabilità non si coglie d’altra parte attraverso la lettura delle enunciazioni verbali, ma dagli atteggiamenti storici concreti.

Nicola ZitaraL’unità d’Italia, nascita di una colonia – Giacabook Edizioni, pag. 152.

 

Fra i tanti idola che il secolo ci ha tramandato, scriveva Trasselli nella presentazione dell’opera di Giuseppe Perez, vi è quello secondo il quale il governo borbonico fu un pessimo governo; e fra i fatti relativamente  ai quali minore è la discordia degli scrittori, vi è questo: che nel 1860 la Sicilia non aveva se non pessime strade.

            Si badi un istante a queste poche considerazioni.

            Si diceva che il governo borbonico non volesse costruire strade perché aveva paura delle novità che attraverso quelle avrebbero circolato più facilmente. Il governo invece le costruì; e si disse allora che erano in così misere condizioni, e mal costruite, e prive di ponti, che a nulla servivano.

            Ma poiché almeno una, quella di Siracusa e Messina, era un’ottima strada e un capolavoro d’ingegneria, si disse che era stata costruita per schiacciare Catania in caso di rivolta, scagliandole addosso rapidamente i presidi militari di Messina e Siracusa…

            E’ evidente che ci troviamo di fronte a giudizi che non meritano la già bassa qualifica di “ideologici”; sono giudizi di maniera, di moda contro un regime caduto che nessuno osava difendere. Ad albero caduto…

            Nessuno osava dire che quelle pessime strade borboniche erano quelle stesse che avevano consentito la marcia dei reparti garibaldini”.

Giuseppe TestaIl “Vicerè” dei Borboni – Pallade Edizioni, pag. 23

SCHEGGE DI STORIA 1/2014

 Lo stesso giornalismo rivoluzionario nel rammentare il famoso decreto de’ 17 febbraio 1861, col quale la Luogotenenza di Napoli spgliava e sopprimeva varie case religiose, lo definisce come marchiato dal suggello d’incostituzionalità.

Tra le persecuzioni d’ogni specie, è utile rammentare le seguenti:

1. Muoino di stenti, e di di angosce nelle prigioni della basilicata (stivate di migliaia di detenuti) gli ottuagenari sacerdoti curati, d. Giuseppe Gulfo, di Colubraro, fondatore d’un ritiro per gli orfani, benefattore de’ poveri, venerato generalmente; e l’arciprete Claps, di Avigliano, trascinato pel tragitto di nove miglia da Avigliano a Potenza, allorchè fu arrestato, e più volte minacciato di morte lungo il cammino. S’impedisce finanche a’ cleri de’ paesi, nelle cui prigioni son morti, di celebrarne le esequie, temendo di movimento popolare.

Francesco DurelliLe condizioni del reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862. Ripostes Edizioni, pag. 14.

 

 

In quel periodo a Torino cresce a dismisura il debito pubblico ma candidamente in Parlamento si dice che i continui prestiti servono per arrivare al Campidoglio, ovviamente attraverso Napoli! A livello ufficiale comunque Cavour si dimostra indignato protestando contro le piraterie di Garibaldi che si permette impudentemente di usurpare il nome di Vittorio Emanuele attribuendogli la corona  delle terre conquistate ai Borbone. L’evidente doppio gioco del Piemonte è documentato da una lettera scritta prprio in quell’estate dal Primo Ministro al suo inviato in Sicilia la farina: “Tutto quanto accade è bene. Il Persano le darà tutto l’aiuto maggiore che potrà, senza però compromettere la nostra bandiera. Sarebbe gran bee se garibaldi passasse in Calabria. Sto concertando un servizio di vapori da Genova a Livorno per Palermo, con bandiera francese, forse bisognerà dar grosso soldo alla compagnia, figurerà Sicilia, ma pafgeremo noi. La diplomazia non è soverchiamente molesta: Russia strepita, Prussia meno; il nostro parlamento ha molto senno”. Sia detto una volta per tutte che questi inconfutabili documenti che provano con certezza quanto è risaputo sulle responsabilità internazionali del’invasione, sono stati resi pubblici dopo la conquista  dell’Italia dallo stesso governo savoiardo per prendersi tutta la gloria e i meriti delle conquiste, sminuendo quelli dei rivoluzionari, più propensi alla repubblica, che andavano sgonfiati per i fastidi che arrecavano.

Vincenzo Gulì, Il saccheggio del Sud, Campania Bella edizioni, pag. 99, 100.

 

 

Stralcio della lettera d’istruzione che il Principe Otto von Bismark, cancelliere di Guglielmo II e “uomo della setta”, inviò all’ambasciatore tedesco a Parigi , Conte Harry von Arnim, nel corso della terza repubblica.

… infine dobbiamo auspicare il mantenimento della repubblica in Francia per un’ultima ragione, che è la maggiore: la Francia Monarchica è e sarà sempre cattolica, avendo la sua politica grande influenza in Europa, in Oriente e fino all’Estremo Oriente, Un mezzo per contrastare la sua influenza a favore della nostra, è di deprimere il cattolicesimo e il Papato che ne è la testa. Se potremo conseguire tale scopo la Francia sarà già annichilita. La monarchia verrà intralciata in questo tentativo mentre si aiuterà la repubblica        Mi accingo a muovere alla Chiesa cattolica una guerra che sarà lunga e, può essere terribile…Mi si accuserà di persecuzione potrò esserci obbligato; ma ciò si impone per finire di piegare la Francia e stabilire la nostra supremazia religiosa e diplomatica, come la nostra supremazia militare…  

EpiphaniusMassoneria e sette segrete – Controcorrente edizioni, pag. 177,178.

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