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SCHEGGE DI STORIA 12/2013

…resta però il fatto che il sistema fiscale borbonico era mite anche nei confronti delle classi povere. Il Nitti ha calcolato che nell’anno 1860 le entrate del Regno delle Due Sicilie raggiunsero i 175 milioni di lire. Nell’anno 1859 le entrate del Regno di Sardegna, che aveva meno della metà della popolazione del Regno delle Due Sicilie, furono di 144 milioni di lire. “E’ assai facile immaginare quanto diversa fosse la pressione dei tributi nei due stati”. Ora, il primo atto di governo del nuovo Stato  fu l’unificazione del sistema fiscale, ed anche qui è facile immaginare il trauma subito dall’assetto meridionale a causa di un improvviso ed ingiustificato aumento della pressione fiscale.  In un’economia dove prevalga  la produzione per il consumo diretto, l’introduzione di una forte imposizione può tradursi in una violenta trasformazione dei rapporti di produzione. Il proprietario percosso dall’imposta impone in primo luogo  la totale conversione n rendita  monetaria dei canoni percepiti prevalentemente in natura; in secondo luogo punta a rifarsi dell’esborso, aumentando i canoni. A sua volta il contadino, per far fronte alle nuove pretese, è costretto a dirottare la sua produzione dai prodotti richiesti dai bisogni familiari ai prodotti richiesti dal mercato, dove soltanto possibile  convertirli nel denaro necessario a pagare i canoni. Ciò sconvolge non solo gli orientamenti produttivi, ma le stesse condizioni economiche di esistenza.

Nicola Zitara L’unità d’Italia – Nascita di una colonia – Jaka Book, pag. 49,50

 

In Francia, Francesco II aveva inviato in missione il marchese Augusto La Greca per ricevere appoggi e consigli in grado di scongiurare l’ulteriore avanzata di Garibaldi. Tentativi diplomatici perché, fino agli inizi di settembre, il re Borbone si considerava ancora in pace con tutti. Nono stante l’invasione dei volontari in camicia rossa che, in pochi giorni, erano aumentati di numero con gli uomini sbarcati in successione protetti dalle navi sarde e inglesi. Su due battelli a vapore erano arrivati i 3500 uomini di Giacomo Medici con 8000 fucili e 400.000 cartucce, guardati con favore da Cavour che chiese all’Ammiraglio Persano di favorirne lo sbarco in Sicilia. Erano poi sbarcati anche i quasi 1000 volontari inglesi. Fino al 26 giugno, giunsero indisturbate in Sicilia ben diciassette spedizioni con rinforzi e armi. Il 12  giugno, si era unito ai volontari anche il gruppo  di 2000 uomini al comando di Enrcio Cosenz. Molti vapori, per copertura formale, esibivano la bandiera americana.

Gigi Di FioreControstoria dell’Unità d’Italia – Focus Libri, pag. 136

 

Con legge 11 dicembre 1816, …, venne istituita la cosiddetta “Luogotenenza del re per la Sicilia”, retta da un principe del sangue, che aveva le seguenti competenze: affari esteri e grazia e giustizia, affari di culto, affari interni, finanza, esercito e marina. Fu confermata insieme ad altre cose minori, l’abolizione della feudalità.

Si trattò in effetti, di un semplice decentramento amministrativo ed il regno, nel suo insieme, continuò ad essere avviato verso un riformismo  sempre più consistente, tale da renderlo in poco tempo il più moderno, il meglio organizzato e il più ricco Stato dell’Italia, indubbiamente molto superiore e più evoluto rispetto a quello sardo – piemontese dei Savoia.

Michele Antonio CrociataSicilia nella storia – La Sicilia e i Siciliani dalla dominazione saracena alla fine della lotta separatista (827 – 1950) – Dario Flaccovio Editore, pag. 151,152.

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SCHEGGE DI STORIA 11/2013

 

Grave agitazione produce nel foro, e nell’ordine degli avvocati la nuova tassa sul registro e bollo, che era pur troppo mite e tenue sotto il cessato governo.

Accadono disordini, ed il pubblico protesta con dimostrazioni minacciose  ne’ tribunali; a’ 2 giugno, allo aprirsi della udienza in Napoli si levano furibondi clamori, urli e fischi, che fanno tremare i magistrati: sono chiamate le cause, ma gli avvocati, benché presenti, si astengono dal rispondere, e le fanno decadere: accorre la guardia nazionale; ma il tumulto non cessa, e si ripete ne’ giorni seguenti, non solo in Napoli, ma anche nelle altre Provincie, e, se ne inviano telegrammi pressanti a Torino. Contemporaneamente più minaccioso è il contegno degli avvocati di Sicilia, dove indignatissimo è il popolo per le vie di Palermo, e minaccia nuovi torbidi per gli 11 giugno: il governo intimidito si mostra condiscendente verso i Siciliani prorogando la riscossione delle nuove imposte; non così verso i Napoletani, contro i quali aumenta soldati e cannoni ne’ castelli. La opposizione alle oppressive tasse e ‘l malumore popolare si sfoga con petizioni al parlamento di Torino, e quivi si accendono le discussioni.

……………………………………..gov. Borb.          gov. Piem.

1. Tasse fiscali su gli atti civili

e contratti lire…………………2.703.750            18.000.000

2. idem su gli atti giudiziari      799.900                2.800.000

3. idem su le successione            nulla                6.000.000

4. idem su registro, e bollo   2.863.000             10.800.000

5. idem su gli atti amministrativi  nulla                  884.600

Totale                                           6.365.760         38.434.000

Francesco DurelliColpo d’occhio su Le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862 – Ripostes Edizioni, pag. 25, 26.

 

 

Gaetano Salvemini – “L’Italia meridionale è oggi di fronte all’Italia Settentrionale quello che era prima del 1859 il Lombardo – veneto di fronte agli altri paesi dell’impero austriaco. L’Austria assorbiva imposte dall’Italia e le versava al di là delle Alpi; considerava il Lombardo – Veneto come il mercato naturale delle industrie boeme; con un sistema doganale ferramente protezionista impediva lo sviluppo dei dominii italiani. E i lombardi erano allora ritenuti fiacchi e privi di iniziativa, ed era ormai ammessa da tutti che il popolo lombardo era nullo”.

E da allora, diciamo dal 17 marzo del 1861, i meridionali furono ritenuti “ fiacchi e privi di iniziativa”…e fu “ammesso da tutti “ che il popolo meridionale era nullo.

Antonio GranoA sinistra della Questione Meridionale – Nordesud Edizioni, pag. 126, 127.

 

 

Esplose così la Sicilia intera con le rivolte che già scoppiarono  nel 1860, arrivando, fra massacri e arresti, alla celebre rivolta del Sette e Mezzo che infiammò tutta la provincia e la città di Palermo nel 1866, facendo convergere nel fronte antiunitario  del rifiuto, borbonici e repubblicani, garibaldini delusi e cattolici, autonomisti e indipendentisti, tantissimo popolo insorto insieme con esponenti alti dell’aristocrazia e del clero, vessato questo dalle liberticide leggi della spoliazione degli Ordini ecclesiastici……Ciò che l’unificazione ha imposto al sud e alla Sicilia è stato un prezzo molto più alto di ogni presunta “tirannide” borbonica. Ciò avvenne in termini di crollo socio economico, di cancellazione tentata del tessuto identitario, dalla mortificazione e della stessa dignità dei suoi figli costretti, a milioni, ad emigrare senza soste nel mondo e a lasciare che la criminalità e la mafia, il malgoverno, la facessero drammaticamente da padroni, con compromissioni col potere politico ed economico, con i delitti eccellenti e le stragi che sono peraltro continuate fino ai nostri anni di fuoco.

Nino Aquila – Tommaso RomanoLa Real Cittadella di Messina – Thule Edizioni, pag. 29, 30.

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SCHEGGE DI STORIA 10/2013

 

La finanza del nuovo regno d’Italia è sperperata, ed esausta. Non vi sono paesi, dove il governo subalpino abbia peggio manomesso l’erario, quanto nel reame di Napoli, né dove con maggior impudenza la ingordigia rivoluzionaria abbia più estorto a danno della pubblica ricchezza. Centinaia di milioni sono scomparsi; tuttochè i governanti tressero traessero profitto dalle sistemate economie degli stati annessi, da’ privati patrimoni  de’ Principi  spodestati, da’ beni delle Chiese, e delle pie Corporazioni; ed avessero altresì aumentate a dismisura le imposizioni e i dazii. In risultamento si ha il discredito , la urgenza di nuovi prestiti, la difficoltà di contrarne  per far fronte all’enorme deficit; e la tema di prossima bancarotta.

Francesco Durelli – Le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862 – Ripostes Edizioni

 

 

Quanto ai deputati del Sud (borghesi e piccolo borghesi) “ignoranti peggio dei macigni… i più non hanno mai imparato o hanno disimparato a lo scrivere”

Vera e propria piaga per le popolazioni “rappresentate” nel parlamento nazionale, annota il Salvemini con una presaga nota di dolente attualità, quei deputati “…facevano consistere il loro ufficio nel fare raccomandazioni e procurar favori agli elettori, e per essi una croce di cavaliere aveva più importanza che un trattato di commercio o un progetto di legge per le pensioni…”

“Erano, quei deputati di ieri, ignoranti un po’ meno di quelli di oggi; come quelli di oggi emanazione di una “piccola borghesia frustrata”, ma pur sempre, ieri come oggi, al servizio dei sempiterno Poteri Forti che li usavano e li usano come semplici marionette al loro servizio. In quel tempo era la grande proprietà terriera che “se ne serviva per potere controllare le elezioni, mantenendo sempre intatti i suoi poteri ed i suoi privilegi e impedendo la nascita di una borghesia moderna”.

Antonio Grano – A sinistra della questione meridionale – Nordesud Edizioni

 

 

Gli italiani furono poi ripagati dal leone imperiale britannico con l’invito a prendersi l’ Eritrea in modo d’avere una funzione d’appoggio al controllo inglese all’imbocco meridionale del Mar Rosso. Da quest’invito nascerà la politica coloniale dell’Italia post – unitaria. Alla luce degli interessi strategici dell’impero britannico la vicenda storica dell’unità italiana e la vicenda umana, il ruolo di Giuseppe Garibaldi assumono un aspetto particolare e giustificano l’enorme popolarità che il nizzardo godette in Inghilterra presso l’opinione pubblica locale e le logge massoniche.

Iganzio Coppola – Risorgimento e risarcimento – La Sicilia tradita – CNA Edizioni

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SCHEGGE DI STORIA 9/2013

 

Da una lettera di Cavour del 14 luglio 1860:

“La via che segue il generale Garibaldi è piena di pericoli. Il suo modo di governare e le conseguenze che ha prodotte ci screditano al cospetto d’Europa. Se i disordini della Sicilia si ripetessero a Napoli, la  causa italiana correrebbe il rischio di essere perduta al tribunale dell’opinione pubblica, che renderebbe a nostro danno una sentenza, che le grandi potenze si affretterebbero di far eseguire. […] Ella avrà cura di tenersi in frequenti relazioni col comandante Anguissola e cogli altri comandanti dei legni napoletani. Quando questi difettassero di danaro per pagare gli equipaggi, gliene somministri a titolo d’imprestito.”

C.P. Persano – La presa di Ancona – Diario privato politico-militare 1860

 

“Contro la duplice oppressione cui li hanno sottoposti in questi cinquant’anni di unità  politica i “galantuomini” locali e l’industrialismo settentrionale, i “cafoni” meridionali hanno reagito sempre, come meglio o come peggio potevano. Subito dopo il 1860 si dettero al brigantaggio: sintomo impressionante del malessere profondo che affaticava il Mezzogiorno, e nello stesso tempo indizio caratteristico del vantaggio che si potrebbe ricavare – quando ne fossero bene utilizzate le forze – da questa popolazione campagnola del Sud, che senza organizzazione, senza capi, abbandonata a se stessa, mezzo secolo fa tenne in scacco per alcuni anni tanta parte dell’esercito italiano”.

Gaetano Salvemini

 

 

“Il sedicente “democratico” Regno d’Italia iniziò una politica di spoliazione delle risorse nelle zone conquistate, opprimendo le culture locali e soffocando nel sangue le rivolte popolari che nel Meridione assunsero alle dimensioni di guerra civile. … secondo il ministro della guerra di Torino, 10.000 napoletani sono stati fucilati o sono caduti nelle file del brigantaggio; più di 80.000 gemono nelle segrete dei liberatori; 17.000 sono emigrati a Roma, 30.000 nel resto d’Europa la quasi totalità dei soldati hanno rifiutato d’arruolarsi… ecco 250.000 voci che protestano dalla prigione, dall’esilio, dalla tomba… Cosa rispondono gli organi del Piemontesismo a queste cifre? Essi non rispondono affatto”.

Oscar De Poli in un articolo pubblicato sul giornale “De Naples a Palerme” 1863 – 1864

 

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SCHEGGE DI STORIA 8/2013

 Rifacendosi ad un tema caro a Lenin, quello del Partito delle èlites rivoluzionarie, (Dorso) spiega che “occorre …un’èlite anche poco numerosa, ma che abbia idee chiare e sia spietata nella sua funzione critica”…perché “è finito il tempo dell’apostolato individuale, ed i Fortunato, i De Viti, De Marco, possono tenersi paghi del primo lavoro di aratura, compiuto tra la indifferenza universale, in epoche così tristi che il cuore ci si riempie di sgomento.

Se il Mezzogiorno” continua, “in un supremo sforzo creativo, organizzerà questa minuscola èlite senza paura e senza pietà, la lotta potrà essere lunga ma l’esito non sarà dubbio poiché [(e qui conferma e ribadisce che le masse da sole, non possono operare il mutamento, n.d.a.)] tutta la storia italiana non è altro che il capolavoro di piccoli nuclei che hanno sempre pensato ed agito per le folle assenti “.

Folle assenti alle quali Dorso invia numerosi appelli, soprattutto affinchè prendano coscienza delle loro “necessità”, tema molto caro a  Marx, che lui così traduce:

“Solo dove gli uomini hanno molto sofferto e si sono continuamente domandati se vivevano in uno Stato o in una colonia, è possibile concepire concretamente una rivoluzione statale, ed arrivare a possedere quella decisione che la storia ci insegna essere anche frutto di grande esasperazione”.

…”bisogna…rivolgersi direttamente alle masse e far leva su di esse, poiché tutto il lavoro di sbloccamento della situazione consiste nel dare coscienza agli umili e trasformarli da oggetto inconsapevole del vecchio baratto trasformista in soggetto della nuova politica autonomista”.

Antonio Grano, A sinistra della Questione Meridionale, pagg. 161 – 162.

Campobasso, 10 agosto 1861

Il governatore di Campobasso era allarmato e stava in continuo contatto con la Luogotenenza di Napoli e col governatore di Benevento. Cialdini, da Napoli, aveva mandato ordini precisi al generale De Sonnaz: Stroncare col sangue qualsiasi accenno o fermento di ribellione.

Il colonnello del 36° Fanteria ordinò al tenente Cesare Augusto Bracci di portarsi verso Pontelandolfo “per fare argine ai briganti e di battersi solo se sicuro di vincere”.

Alle prime ore dell’alba del 10 agosto il tenente Bracci, a capo di trentasette bersaglieri e cinque carabinieri, partì da Campobasso. Appena fuori dalla città molisana la truppa piemontese cominicò a razziare i campi e le case dei contadini.

Alla stessa ora cinquanta partigiani comandati da Martummè, con i loro cavalli veloci, si diressero verso Guardia Saframmondi, ove disarmarono la guardia nazionale e assalirono la casa del cassiere del comune di Faicchio, prelevando fucili e denaro.

Antonio Ciano, I Savoia e il massacro del Sud, pagg. 146 – 147

 

Fin dai tempi del Cavour – deceduto, come è noto, nel Giugno 1871 – destra politica e sinistra politica erano state in realtà, più che due partiti, due correnti dello stesso partito liberale, ambedue espressioni diverse della stessa classe borghese.

All’opposizione, comunque, stava l’estrema sinistra (cioè mazziniani, garibaldini e repubblicani di vario genere) decisa a non cedere mai alle lusinghe dei Savoia, ma che, tuttavia, condivideva molte cose con il partito liberale: l’estrazione borghese, gli interessi economici e, soprattutto, la militanza massonica.

Michele Antonino Crociata, Sicilia nella Storia,  tomo II, pag. 131.

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SCHEGGE DI STORIA 7/2013

 Un gran sonno ravvolse l’Italia meridionale, in tutto offesa, anche nell’ingegno di cui fu sempre fiera, e nella memoria altresì, sicché i conquistatori poterono agevolmente dimenticare i soprusi e fantasticare d’ignavi e di codardi, quali essi li avevano fatti. L’uomo del volgo ignorò ogni cosa, l’intelligente distorse persino la storia e gettò negli innumeri sepolcreti anche la coscienza di sé e d’ogni suo valore. I Traditori si proclamarono e furon chiamati i puri e gli eletti. O forse no: forse quei tanti morti pesano ancora. Di qui nacque la vergogna della propria terra e l’astio per chi osa ricordare gli antichi mali, e il presente disprezzo”.

C. Alianello, La conquista del sud, pag. 135/6

 

 

“La democrazia d’oggi è condannata ad usare le stesse parole d’effetto che il radicalismo italiano di cent’anni fa lanciava all’alba della costituzione dello Stato nazionale. Si parla d’indipendenza nazionale, in regime di accentramento economico e politico e di sudditanza all’economia ed alla politica mondiali, allo stesso modo in cui si parlava allora di lotta per l’indipendenza in regime di intervento diretto, militare e diplomatico delle potenze maggiori, e di subordinazione della vita economica e politica italiana alle esigenze internazionali del capitalismo”.

Bruno Maffi, Prometeo, anno I, numero 1 del luglio 1946

in Antonio Grano, A sinistra della Questione Meridionale, pag. 154

 

 

“Il proclama e la condotta del militare di Licata furono imitati a Trapani, Girgenti, Sciacca, Favara, Bagheria, Calatafimi, Marsala, ove fu distrutto anche il raccolto del vino, e in altri comuni”.

E l’acqua mancò per un’intera settimana!

Sempre D’Ondes Reggio, nella tornata del 7 dicembre 1863, “dà lettura dell’ordinanza d’un altro comandante piemontese che dispone l’arresto di tutti coloro da’ cui volti si sospetti d’essere coscritti di leva, e anche l’arresto dei genitori e dei maestri d’arte dei contumaci”.

“Questo avveniva a Palermo: i cittadini ricorsero al Prefetto che rispose nulla sapere e nulla potere! In una città di 230 mila anime, il capo del governo nulla sa, nulla può!”

“Questa lunga Iliade finiva con due catastrofi: la prima fu quella di Petralia: una capanna fu circondata dalla truppa, non per trovare un coscritto, ma per chiedere informazioni; gli abitanti erano tre, padre, figlio e figlia, e questi tre furono bruciati vivi per non aver voluto aprire!”.

Michele Antonino Crociata, Sicilia nella storia, Tomo II, pag. 112.

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SCHEGGE DI STORIA 6/2013

Il generale Cialdini, considerato un eroe dai piemontesi e dai Savoia, era simile a una bestia assetata di sangue meridionale. Nella sola Napoli, in quel periodo incarcerò migliaia di persone. In un mese i fucilati in tutto il circondario ammontarono  a circa seicento. Alla fine di luglio fece arrestare perfino l’arcivescovo della città Sisto Riario Sforza, oltre al Duca di Montemiletto, il Caracciolo e centinaia di preti e laici. Le fucilazioni avvenivano di giorno e di notte; il sangue meridionale scorreva a fiumi, immolato alla pratica unitaria piemontese, ossia all’abbattimento dell’ordine ecclesiastico in tutte le sue forme da parte della massoneria internazionale; si proponeva di abolire qualsiasi religione e qualsiasi governo appoggiasse i dogmi della Chiesa, di stabilire disordine e confusione nelle menti della gente e di saccheggiare beni comuni in favore di pochi. Il tutto tradotto con le parole d’ordine Libertà, Uguaglianza, Fratellanza.

Cialdini stava mettendo in pratica la religione massonica in quel di Napoli.

Antonio Ciano, I Savoia e il massacro del Sud, Magnes Edizioni, pag. 136.

 

 

Nel caos di quelle giornate, (1860 n.d.r.), tra cui l’assalto agli sportelli bancari dei risparmiatori che temevano di veder dissolversi i propri risparmi, il provvedimento del Dittatore appare più che mai opportuno ma, attenzione, il trucco c’è e si vede. Riconoscendo le obbligazioni del Banco delle Due Sicilie verso la propria clientela, il Decreto Dittatoriale di Giuseppe Garibaldi consentiva, di fatto, al nuovo Stato di poter mettere le mani sui depositi nel senso che obbligava l’Istituto di Credito, quale banca pubblica, a finanziare con il denaro, depositato nel Sud Italia, tutte le opere pubbliche e tutti gli interventi statali in genere, quali industria ed agricoltura, garantendoli tramite l’emissione di titoli, del nuovo Stato, sul debito pubblico. In tal modo si finaziò il Piemonte e tutta l’industrializzazione del nord.

Erminio De Biase, L’Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie, Controcorrente Edizioni, pag. 131.

 

 

“A Biancavilla altre stragi, la plebe aizzata e capitanata da un certo Biondi, in pochi giorni commette ventisette omicidi…a Trecastagni, a San Filippo D’Agira, a Castiglione, a Noto, si continua a far lo stesso…l’anarchia con i furti e gli assassinii si burla del governo liberale…l’8 marzo del 1861 fu giorno di sterminio, una banda di ottanta assassini mette la città di Santa Margherita a sangue e fuoco; trentaquattro persone vi sono massacrate”. Sempre nel nome santo di Garibaldi..

Trentasei assassinati a Girgenti. “A Girgenti assaltano le prigioni del castello, strappano trentasei persone sospettate di borbonismo, le trascinano nel vescovado e le massacrarono. Questa orgia viene imitata dai cannibali dei paesi vicini e per otto giorni vi è stata una spaventevole successione di rapine e stragi. Presso Resuttano, tra Caltanissetta e Cefalù, due bande, disputandosi il bottino, lottano tre ore, lasciando undici cadaveri sul luogo del conflitto e ancora uccisioni, stragi, rapine, mafia, disordine, prepotenze, balzelli…non vi è luogo della Sicilia che non sia brutto ed infetto dal sangue e dalla decomposizione dei cadaveri…”

Giancarlo Padula, L’unità d’Italia, una storia da riscrivere, Edizioni GPI, pag. 39.

 

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SCHEGGE DI STORIA 5/2013

Gli orrori, in una guerra senza regole dove in ballo c’era spesso la lotta per la sopravvivenza, erano ricorrenti. Cadaveri evirati dai briganti, ufficiali piemontesi suicidi, donne stuprate dall’una e dall’altra parte, prostitute aggredite dai bersaglieri che ne abusavano senza pagare, squadriglie di volontari pronti a ogni tipo di azione arbitraria sui contadini…Il quadro di quella guerra si completava con centinaia di masserie assaltate, intere greggi sterminate, familiari di briganti imprigionati. Il taglio della testa dei capi delle bande era regola diffusa.

Gigi Di Fiore, Controstoria dell’unità d’Italia

 

 

“Morti fucilati istantaneamente: 1.841; morti fucilati dopo poche ore: 7.127; feriti: 10.604; prigionieri: 6.112; sacerdoti fucilati: 54; frati fucilati: 22; case incendiate: 918; paesi incendiati: 5; famiglie perquisite: 2.903; chiese saccheggiate: 12; ragazzi uccisi: 60; donne uccise: 48; individui arrestati: 13.629; comuni insorti: 1.428“.

“Il Contemporaneo”, giornale di Firenze, agosto 1861

 

(Sulla rivolta del Sette e Mezzo a Palermo)

“Vi posso assicurare che qualche vendetta la facemmo anche noi, fucilando quanti capitavano, anzi il giorno 23 condotti fuori Porta circa 80 arrestati colle armi alla mano il giorno prima, si posero in un fosso e ci si fece tanto fuoco addosso finchè bastò per ucciderli tutti. In una chiesa entrato un ufficiale e alcuni soldati, visti due frati che suonavano a stormo li fucilò con le corde in mano. Davanti alla Vicaria uno speziale si rifiutò di far qualche cosa ad un ferito, fu fucilato alla sua porta,…

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, Una storia da riscrivere, ISSPE Edizioni, pag. 161.

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SCHEGGE DI STORIA 4/2013

I Borbone caddero, dunque, soprattutto per volere della Gran Bretagna, ma caddero in piedi, nulla potendo contro un vero e proprio intrigo internazionale. L’ultimo Re di Napoli potè portare nel suo silenzioso esilio, a cui la storia lo costringeva, solamente la sua decorosa tristezza, la sua, forse eccessiva, nobiltà d’animo e la dignità di tutta una dinastia, dignità che gli usurpatori di Casa Savoia non conosceranno mai.

Erminio De Biase, “L’Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie”, Controcorrente Edizioni, pag. 119.

L’impoverimento della classe contadina e la conseguente fuga dalle campagne non sfociarono in un reimpiego della manodopera agricola disoccupata nelle produzioni industriali, e quindi nell’urbanizzazione delle popolazioni meridionali, ma nell’emigrazione in massa. Stava sviluppandosi infatti quella rigida  divisione nazionale del lavoro tra Sud e Nord, che può ritenersi la conclusione politica  del moto risorgimentale  e contemporaneamente la matrice  della colonizzazione del Mezzogiorno.

Nicola Zitara, “L’unità d’Italia, nascita di una colonia”, Jaca Book, pag. 50.

 

Il trasformismo è una malattia dell’intera classe dirigente meridionale, è un vizio del sistema politico italiano, e per combatterlo occorre sradicare le cause del male. …Un’azione che mirasse a chiamare i meridionali a risolvere direttamente il problema che li riguarda, dovrebbe essere diretta ad organizzare  tutte le forze antitrasformisiche del Mezzogiorno, cioè tutte le forze che in presente sono oggetto del baratto trasformistico.  Soltanto queste forze possono rompere il circolo vizioso entro cui si annida la vita pubblica meridionale. Ma per organizzarle e poterle poi scagliare nella battaglia, occorre un’opera lunga e paziente che l’opposizione costituzionale non può compiere, appunto perché deve conquistare subito il potere…; le difficoltà saranno sovrumane, la lotta contro il trasformismo non dovrà aver quartiere, e coloro che vi si dedicheranno , dovranno avere gli occhi aperti per scrutare sul nascere le inevitabili deviazioni  dei partiti storici verso la creazione di nuove fonti di equilibrio a danno del Mezzogiorno.

Guido Dorso, “La rivoluzione meridionale”, Torino, Piero Gobetti Editore, 1925, pagg. 35, 38, 166.

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SCHEGGE DI STORIA 3/2013

La morte del Sud è stata segnata dal capitalismo franco – piemontese quando lo ha contagiato con il suo modello di sviluppo, quello “industriale”, stroncando sul nascere il meno produttivo, ma più umano progetto borbonico mirato a salvare innanzi tutto la vera casa del popolo: la terra. Il delitto più odioso della “sinistra” italiana è stato quello di disfarsi della fastidiosa Questione Meridionale per abbracciare quella nazional – patriottarda, e fare di tutto lo stivale un immenso cantiere per la produzione di ricchezza che finiva e finisce sempre nelle mani dei capitalisti del Nord, nelle sembianze di padroni ieri e “manager” oggi. E’ stata questa la grande vittoria  cavouriano – savoiarda: esportare il modello di produzione capitalistico che al nord era allignato e al Sud no. C’è chi si vergogna di riconoscere  che nell’allora Regno delle Due Sicilie ancora il capitalismo non c’era e al Nord si. Dovrebbero esserne orgogliosi: i popoli del Sud avevano ancora sembianze dal volto umano.

Antonio Grano, ”A  sinistra della questione meridionale”, Nordesud Edizioni, pag. 18.

 

 

“Cattolico e monarchico, per convinzione e per affetto, scrivo per dar gloria a Dio e per rendere testimonianza alla verità in mezzo al presente trionfo della menzogna.[…] Italiano, arrossisco che l’unità d’Italia sia il frutto di tanti delitti. […] Nei sette anni di assiduo lavoro che v’impiegai spesse volte credetti sognare, tanto sembravanmi incredibili le cose ch’ero costretto a registrare! ”

Paolo Mencacci,  “Memorie documentate per la Storia della rivoluzione italiana” 1879.

 

 

Perfino Lord Lennox, al parlamento inglese dichiarò: “Non c’è storia più iniqua di quella dei Piemontesi  nell’occupazione dell’Italia meridionale… si era promesso prosperità e pace con l’unità, invece abbero le prigioni ripiene, la nazionalità schiacciata… carcerazioni; 130 mila baionette piemontesi  formano la suprema legge di salute pubblica; le arbitrarie deportazioni; ossia i domicili coatti”.

Tommaso Romano, “Sicilia 1860 – 1870 Una storia da riscrivere”, ISSPE Edizioni, pag. 189.

 

 

 

 

 

 

 

 

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SCHEGGE DI STORIA 2/2013

Gli scrittori italianissimi inventarono dunque i briganti., come avevano inventato i tiranni.; ed oltraggiarono, con le loro menzogne, un popolo intero sollevato per la sua indipendenza, come avevano oltraggiato principi, re ed anche regine con le loro rozze e odiose calunnie.  Inventarono la felicità di un popolo disceso all’ultimo gradino della miseria, come avevano inventato al sua servitù al tempo de’ suoi legittimi sovrani.

 Hercule De Sacuclieres, 1863

 

Il 3 luglio 1735 Carlo III di Borbone fu incoronato nella Cattedrale di Palermo. Fu l’ultima incoronazione a Palermo di un re di Sicilia.

Dopo il periodo austriaco iniziò così, per la Sicilia e per Napoli, un tempo di vera indipendenza con re “italiani”, nonché un periodo di grandi riforme e di progresso in ogni campo, sia al di qua che al di là del Faro.

I Borbone che si succedettero furono in tutto cinque: Carlo III, Ferdinando IV – I, Francesco I, Ferdinando II e Francesco II. Essi ebbero due capitali, Napoli e Palermo e, per quanto possibile, si sforzarono di risiedere un po’ nell’una e u po’ nell’altra. A livello internazionale, tuttavia, i due Regni vennero inizialmente chiamati “Regno di Napoli”; dopo il Congresso di Viena invece, ci sarebbe stata l’unione anche giuridica dei due Regni, determinando cioè la nascita del “Regno delle Die Scilie”.

I Borbone furono sovrani molto dediti alle riforme e protesi verso l’ammodernamento complessivo del Regno in ogni suo aspetto. Il loro riformismo fu molto agevolato da collaboratori davvero illuminati, tra i quali il marchese Domenico Caracciolo (1781 – 86) e il principe Francesco D’Aquino (1786 – 95), anche se disturbato dalle idee “liberali” di quanti, rifacendosi all’ illuminismo e, soprattutto, alla rivoluzione francese, operavano in modo da ostacolare il regime per indurlo ad assecondare i loro voleri.

I re, ovviamente reagirono, ove necessario, contro tali pretese, ma non per questo rallentarono la loro politica riformista, tale da rendere il Regno tra gli Stati più progrediti, più ricchi e meglio amministrati dell’Italia e dell’Europa.

Michele Antonio Crociata, Sicilia nella Storia, Dario Flaccovio Editore, Palermo 2011, pag. 128

 

La rivoltura del ‘sessanta si dirà de’ Camorristi, perché da questi goduta. (…) Uscita la Costituzione…(…) il Comitato D’Ordine comandò s’abbattessero i Commissariati di Polizia; e die’ anzi prescritte le ore da durare il disordine. Camorristi e baldracche con coltelli, stochi, pistole e fucili correan le vie gridando Italia, Vittorio e Garibaldi (…). Seguitavanli monelli e paltonieri, per buscar qualcosa; gridando Mora la Polizia! assalgono i commissariati.

Giacinto De Sivo 1868.

 

 

 

 

 

 

 

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SCHEGGE DI STORIA 1/2013

Del resto, aggiunge Riccio, “di una confederazione italiana si parlava già molto prima del 1861, nel 1848 – 49, al tempo di Ferdinando II re delle Due Sicilie, il progetto di un federalismo neoguelfo di Gioberti, una Confederazione italiana con a capo il papa. Ferdinando II lo guardava con simpatia e non a caso fu il Piemonte a farlo fallire. Poi se ne riparlò nel 1859 e infine dopo la morte di Ferdinando II, quando il giovane Francesco II, essendo molto cattolico, rifiutò sdegnosamente la proposta di spartirsi il territorio del papa, al quale non avrebbe mai dato un dispiacere”. E allora, “di tante strade, fu scelta sicuramente la peggiore, quella della “conquista” piemontese con l’avallo e l’appoggio  decisivo della Francia e soprattutto dell’Inghilterra: un progetto di cui i Savoia e Garibaldi furono solo dei servitori, perché la vera regia fu della massoneria internazionale”.

Lino Patruno – Fuoco del Sud, Rubettino edizioni, pag. 25

 

“… Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in grande quantità , si stipano ne’ bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi testè in quella città  ho dovuto assistere ad uno di que’ spettacoli che lacerano l’anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle: un ottomila di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel campo di S. Maurizio”.

Da un articolo di Civiltà Cattolica

 

Come riferisce Renato Salvaggio nella sua ricerca sui Valdesi a Palermo, altri episodi si registrarono a Termini Imerese, nel 1861 con un tumulto popolare antiprotestante e con l’aggressione di un colpoltore; ancora incidenti a Palermo, Alcamo, Ganci, Mistretta, Castellammare del Golfo, Siracusa, Barrafranca e Piazza Armerina, con varie aggressioni a colpoltori e dispute degenerate in baruffe nel periodo 1864 – 1869.

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, una storia da riscrivere. ISSPE edizioni, pag. 69.

 

 

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