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SCHEGGE DI STORIA 2/2019

 

          Ed è proprio questa “continuità d’azione” che l’autore vuol mettere in evidenza, per dimostrare non solo che il progetto occulto del Governo Mondiale è stato elaborato più di tre secoli fa, perseguito nel tempo con accanita pervicacia ed in via di compimento ai nostri giorni; ma che esso nasce dalla contraffazione dell’idea cristiana e, soprattutto, dall’odio inestinguibile nei confronti del cattolicesimo e del Papato.

          …

          In sintesi si è programmato e si sta realizzando lo svuotamento della dottrina cattolica e, di conseguenza, l’eliminazione del collante capace di tenere uniti quanto meno i popoli europei ed americani.

          E il primo colpo a questa unità fu inferto dalla Riforma luterana, altri ne sono seguiti nei tempi successivi con impressionante continuità ed astuta gradualità, come indican0 gli avvenimenti che si sono susseguiti a partire dal 1789, in cui la realizzazione del malefico progetto ha iniziato a correre più velocemente. Le guerre napoleoniche sono state le successive tappe della corsa, perché esse sono servite non solo a diffondere nel mondo civile i germi della nuova religione, ma anche a sollecitare l’insorgere dei nazionalismi, che soprattutto dovevano servire ad abbattere l’impero cristiano, che costituiva ancora quanto residuava del Sacro Romano Impero, ed il potere temporale del Papa, nela convinzione che, venuto meno quello, ne risentisse anche l’autorità spirituale. Dopo la caduta di Napoleone I, tradito certamente dalla propria vanità e dalla propria ambizione, che non potevano non collidere con i progetti coltivati dalle Alte Società Segrete (delle quali anche egli era stato un accolito), e dopo la breve Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna nel 1815 e vanamente difesa dalla Santa Alleanza (…), la corsa riprese più violenta di prima con le rivoluzioni del 1848 e del 1849 che interessarono soprattutto la penisola italiana e l’Ungheria (sempre più in odio al cattolicesimo ed all’Austria), e che portarono alle guerre di indipendenza dell’Italia (1848, 1849, 1860, 1866 e 1870). Né può essere tralasciata la tappa del 1917, una delle più importanti e decisive della corsa al Governo Mondiale, vale a dire quella rivoluzione russa, voluta, finanziata e sempre sostenuta dalle centrali finanziarie occidentali allo scopo di abbattere lo zarismo e colpire duramente il cristianesimo ortodosso.

Pierre Virion, Il Governo Mondiale e la Contro Chiesa, Controcorrente Edizioni, pag. 58 e 59.

 

         

          “Per cinque anni i piemontesi o sardo – garibaldini, come li definivano sprezzantemente gli insorti, agirono al Sud con mentalità precoloniale. Prese corpo una specie di guerra civile tra italiani, che si protrasse fino al 1866. I metodi repressivi adottati dall’esercito al Sud suscitarono nel Parlamento italiano e all’estero critiche e condanne fino a far emergere poi precise accuse di aver compiuto, ante litteram, i primi crimini di guerra o crimini contro l’umanità”. Non si facevano molti prigionieri. Il numero dei fucilati divenne eccessivo e, per evitare proteste politiche, i Comandi militari disposero che si dovessero fucilare solo i capi e chi sfuggiva all’arresto. Inutile dire che da allora i rapporti abbondarono di descrizioni di uccisioni di briganti in fuga. Ammise, nelle sue memorie, il generale torinese Enrico Morozzo della Rocca, aiutante del Re Vittorio Emanuele II ed in quel periodo comandante in capo dell’esercito a Napoli: “Feci fucilare alcuni capi e pubblicai che la medesima sorte sarebbe toccata a coloro che si fossero opposti, armata mano, agli arresti. Erano tanti i ribelli, che numerose furono anche le fucilazioni e da Torino mi scrissero di moderare queste esecuzioni, riducendole ai soli capi”. Manfredo Fanti, ministro della Guerra, ritenne “straordinario” il numero dei capibrigante uccisi e fu costretto a invitare il Comando di Napoli a “sospendere le fucilazioni per trattenere prigionieri tutti gli arrestati”. Le prigioni e le caserme “rigurgitarono”, si legge nelle memorie di Della Rocca.

Gigi Di Fiore, Briganti Utet Edizioni, pag. 22.

 

 

          Al netto dei fatti, i primi a perorare la rivalsa contro il governo reale furono l’aristocrazia terriera e i liberali palermitani, che avvertivano il peso delle strategie del casato reale volte a equilibrare in Sicilia le forze presenti. Da questo ragionamento è palese trovare le motivazioni di fondo nella costruzione di un partito popolare contrapposto alla volontà del re. Viceversa, valutando attentamente quelle motivazioni si trova un bandolo della matassa perfettamente mimetizzato dietro tanti omissis. Non tutta la Sicilia era contro il governo di Napoli, questa verità si può elaborare, individuando quel corpo estraneo nel partito controrivoluzionario. Le forze liberali fomentate dall’aristocrazia siciliana ostile al casato dei Borbone, per le ragioni più svariate, fin dal tempo in cui re Ferdinando ebbe a risanare il debito pubblico delle due Sicilie, intaccando i privilegi e azzerando i monopoli, trovarono la predisposizione mentale di alcuni possidenti di Palermo, ad aprirsi alle richieste dei liberali siciliani, assecondati dalla corona britannica per sovvertire il governo legittimo. Messina da tutto ciò ne subiva il danno maggiore perché la discesa in campo di queste forze, sarebbero saltate quelle leggi che le avevano permesso di aumentare notevolmente i suoi traffici e le sue finanze.

          …

          Dalle carte che ho studiato, salta fuori una costante. La rivolta checchè se ne pensi non fu movimento di popolo, ma la discesa in campo di un partito siciliano espressione di una minoranza, legatosi con una burocrazia italiana ai tempi sconosciuta, rimandando il tempo dell’invasione posto in essere dagli ideologi siciliani. (colorazione in rosso della redazione. N.d.r.). La verità non è legittimata con la discesa in campo dei militari napoletani vittoriosi della campagna militare del 1848 – 1849. Non furono i soldati ad annientare Messina, se nonché gli stessi siciliani che si dichiararono suoi liberatori. Non fu Ferdinando a comandare d’incendiare quella capitale ma Ruggero Settimo, e i suoi accoliti; non furono le truppe mercenarie del Filangeri a distruggere la ricca città, ma i suoi figli più pavidi a sentenziarne la fine. (colorazione in rosso della redazione. N.d.r.). Il furioso Giuseppe La Farina, orgoglioso delirando affermerà ai suoi astanti, che era necessario l’estremo sacrificio per una buona causa: bruciando la pubblica biblioteca, i ricchissimi depositi del suo Porto Franco, rovinando con le proprie mani tutti quegli edifici che potessero servire ai borbonici. Con pochi colpi di pennello, Giuseppe La Farina stava raffigurando ai rivoluzionari veneti la strategia messa in opera su Messina dalle forze fraterne. Altro che livore napoletano, altro che stragi invereconde commesse dai Borboni, i veri assassini di Messina furono le bande armate siciliane e una parte avvelenata dei suoi stessi figli (colorazione in rosso della redazione. N.d.r.). Così accadde che i liberali siciliani incendiarono le case, sventrando i palazzi, profanando le chiese se questo faceva comodo ai loro progetti; egli lo afferma con la sua bocca e lo pone a paragone, in rapporto alle azione commesse dai suoi amici, presso il campo di battaglia trovato presso le strade di Messina. Per una causa giusta, tutto era sacrificabile persino la vita di quelli con cui condivideva i natali. La tattica fu esplicitata da questi concetti tirati su in uno scritto fresco di esperienza. Bisognava costringere il nemico a farsi bombardare (sue parole) sacrificando gli impianti delle città, provocando la sua reazione militare. La Farina, dimostra una volta per tutte, dove si nascondeva la verità e dove si accalcavano le menzogne. La sua esperienza rivoluzionaria si arrestava al 4 luglio del 1848, perché subito dopo con la reazione dei napoletani, queste teorie ritornarono in soffitta, lasciando il campo a una propaganda programmata all’annientamento pubblico del nemico; costruendo a bocce ferme una visione fantastica dei fatti, accrescendo in maldicenze i misfatti commessi dagli accoltellatori liberali messinesi, ma addossandone la colpa alla polizia napoletana. Un esempio memorabile di avvenimenti sottaciuti da una certa stampa, qui messi a nudo, dalle rivelazioni di un principe della menzogna fatta strategia politica. (1).

(1) Vedasi, a tal proposito, il testo integrale della lettera politica riportata nelle note della stessa pag. 229;

– Alessandro Fumia, Messina, la Capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 228, 229.

 

SCHEGGE DI STORIA 1/2019

 

          Noi troviamo, nel documento reso ufficiale, alcune linee in bianco, il che vuol dire che sono state soppresse alcune cose. E perché darsi tanta pena? I relatori credevano forse che sarebbe stato troppo quel che è stato soppresso della relazione originale?

          “L’argomento vittorioso a pro del nuovo ordine di cose, quello che più persuade le popolazioni è il potere ad essa dimostrare con l’evidenza dei fatti che in tutti i rami della cosa pubblica regna la giustizia”.

          Veramente? Questa giustizia regna in tutti i rami? E tuttavia il deputato Brofferio disse, parlando di questo soggetto: “Vengo alla giustizia. In questo dicastero v’ha una tale confusione di babilonia, che la simile non ho veduta né udita mai… A Palermo, a Napoli, come anche nella altre province novellamente annesse, vi sono avvocati che non vogliono più disputar le cause, giudici che non sanno più come giudicarle, abbiamo una corte di cassazione ormai esautorata, abbiamo terze istanze, che si dicono in via e non giungono mai”.

          Il deputato Ranieri assicurava che: “Le province napoletane hanno visto nella legislazione incomposta delle leggi piemontesi non un progresso su quel che avevano già, ma un passo indietro”. La storia registrerà come un aspetto celebre della dominazione piemontese il sistema di incarcerazione e quello dei sospetti, di cui s’occupò la Camera dei Comuni del Parlamento inglese nella memorabile tornata dell’otto maggio 1873. E un generale piemontese, Mazzè De la Roche, diceva in un ordine del giorno: “Giacciono nelle prigioni in gran numero carcerati sul di cui conto non si sa quali misure prendere, perché non si consce alcun dato della loro carcerazione, tranne la vaga imputazione di connivenza col brigantaggio.  Non di rado si trovano molte persone così arrestate che invece dimostrano con prove evidenti essere state esse stesse vittime dei briganti prima, e poi di denuncia per vendetta privata. Di là lo smacco che ricade sulle autorità col dover rimettere in libertà, a meno d ostinarsi in un diniego evidente di giustizia”.

          Oh! L’argomento vittorioso!

          Il deputato Ricciardi diceva in una lettera indirizzata al ministro Rattazzi (stampata nella Nuova Europa): “Vi dirò che le cose sono giunte a tal punto in questa parte d’Italia (il Regno delle Due Sicilie), che la maggioranza non ha più fede nella durata del nuovo governo, che, non temo d’affermarlo, è aborrito qui generalmente. Aggiungo che la giustizia e la legge sono parole prive di senso, non svolgendo la magistratura il suo dovere che molto imperfettamente e dipendo la vita dei cittadini, nei luoghi infestati dal brigantaggio, dal buon piacere delle autorità militari i cui abusi sono crudeli da far drizzare i capelli. Da un anno, migliaia di persone sono state passate per le armi, senza alcun giudizio e per ordine d’un semplice capitano o luogotenente; di modo che molti innocenti sono periti miseramente”.

          Oh! L’argomento vittorioso! Oh! Come la giustizia regna bene! Oh! I benefici dell’unità nazionale!

          “Le operazioni della leva porgono la prova palpabile di questa asserzione… Il risultamento ha sorpassato le migliori speranze… La leva ha avuto un esito che, senza tema d’esagerazione, può essere chiamato magnifico; basti dire che perfino nelle regioni garganiche il numero dei renitenti è stato scarsissimo…”.

          Dopo di che si dovrebbe credere che altrove non ci sono renitenti del tutto. Perché allora pubblicare una legge che fa punire i renitenti come disertori e giudicare i loro complici dai tribunali militar? Il deputato Polsinelli diceva: “I coscritti della leva d’appresso di noi dovevano essere tradotti con la forza… Quelli che sono stati costretti a partire dalle autorità ritornarono immediatamente… Ora sono in armi e bisogna combatterli”.

Gaetano Marabello, Verità e menzogne sul brigantaggio, Controcorrente Edizioni, pag. 103, 104.

 

 

          (Sulla “rivolta” siciliana del ‘1848 – Messina)

Da un contributo epistolare scritto dal comandante di Stato Maggiore dell’Esercito siciliano, il colonnello Antonio Pracanica pubblicato in stampa dal La Masa, si riesce a dimostrare la presenza di combattenti appartenuti al Comitato Controrivoluzionario, attivi durante lo sbarco delle forze napoletane a Mare Grosso. Se ciò non bastasse, sempre dallo stesso biglietto del colonnello Pracanica si aggiungeva altra carne al fuoco. Sicchè, dalle tracce messe in evidenza dal contributo di un alto ufficiale siciliano, si ebbe la conferma della presenza di una forza contrapposta alle truppe ribelli e in rivolta; questi fatti però non furono recuperati e registrati dalla cronistoria di quelle cinque giornate. La loro presenza si stima a Mistretta come sopra accennato, così pure a Patti, a Barcellona Pozzo di Gotto, a Milazzo come a Scaletta, e altri luoghi dove a quanto detto dal Pracanica, la contrapposizione non fu sterile. Le fucilate che di tanto in tanto sopraggiungevano sopra gli armati siciliani, furono più numerose del prevedibile. Se in agosto alcuni di loro, cioè, dei controrivoluzionari, subirono la persecuzione e la morte, altri come segnalati negli antefatti della presa del forte Sicilia, si trovarono coinvolti in prima linea ricevendo dentro le loro abitazioni parti di quei soldati sbandati nell’azione protrattasi su quel territorio alle Moselle. Essi, i cittadini fedeli alla corona dei Borbone, furono bruciati vivi nelle loro case e come i prigionieri in divisa, subirono la medesima sorte: decapitati, squartati, vilmente profanati i resti tagliuzzati a pezzi e in pubblico delirio, in un ultimo scempio portati fra le strade della città oltraggiati nella dignità di morti. La carneficina, perché di questo si tratta, di civili come dei soldati fatti prigionieri, è cosa risaputa. Il Pracanica rispetto agli altri cronisti, aggiunge ulteriormente altri particolari, veramente interessanti, quando segnala l’operato dei traditori: di quelli afforzati sul distretto meridionale in quelli dei sobborghi di Messina, come in quelli del distretto settentrionale, allargando il numero dei volontari della contro rivolta partecipante e contro operante sul campo. Una massa di gente niente affatto limitata, anzi piuttosto corposa che si congetturata arrivare a duemila uomini, permettendo di avere un’idea delle forze in campo. Nella costruzione della cronaca dell’assedio e poi dell’azione napoletana contro gli insorti, ogni tanto vengono fuori delle novità in rapporto a misteriosi agenti segreti attivi in quello scenario. Due personaggi già operativi fin dall’agosto 1848, avevano informato l’alto comando napoletano, fornendo una descrizione certosina della macchina bellica rivoluzionaria, in special modo: alle postazioni in cui si paravano le batterie di artiglieria, dei luoghi furono aperti i relativi fossati, della consistenza delle truppe, delle capacità delle armi, della consistenza delle munizioni e la capacità dei comandanti. Il Pracanica li individuerà troppo tardi. Dall’incredibile precisazione ne vengono altre aggiunte clamorose; non solo il distretto messinese era pronto in armi, a sbarrare il passo dei liberali siciliani sediziosi contro il legittimo sovrano, ma addirittura, mezza Sicilia era sul piede della controrivoluzione. Una massa enorme di fedelissimi al casato di Ferdinando II si stava organizzando. La lro presenza mistificata dalle fonti originali permette di leggere ben altre pagine, rispetto a quelle prospettateci dagli storici svenduti al potere.

Alessandro Fumia, Messina, la capitale dimenticata, Magenes Edizioni, pag. 279,280 ,281.

 

 

          Un documento poco noto, scritto in terza persona dallo stesso Re Francesco II durante l’esilio romano, spiega le scelte fatte, facendoci capire che tutto doveva essere provvisorio. Il documento storico, conservato nell’Archivio Borbone, è costituito da un fascio di lettere che il Re, firmandosi con lo pseudonimo di Notus, scrisse a Nicola Nisco per confutare il saggio storico scritto dal barone liberale. In una lettera Notus (alias Francesco II) scrive a Nicola Nisco: “Voi asserite, egregio competitore, che in quella convulsa situazione di Napoli, Francesco II non ottenne neanche l’appoggio diplomatico richiesto ai ministri residenti in Russia, di Prussia e di Austria. Siete in una perfetta ignoranza! Ed io vi smentisco in nome di quelle stesse potenze, che voi mettete in ballo. Sapete voi il perché ultra vero della causale, che persuase il sovrano con dignità e decoro ad abbandonare la capitale del regno? Ve lo dico io senza paura di vedermi smentito. Quelle tre potenze, giunte all’apice dell’onta nella quale vedevano collocato il diritto pubblico europeo, non tanto per Garibaldi e per Cavour, quanto temendo fortemente  che Napoleone, dopo la guerra portata in Italia volesse con un programma occulto aprire il varco, di qua, di là, e verso la Polonia, e verso l’Ungheria, per giungere al completo laceramento della situazione europea creata al Congresso di Vienna, di già si apparecchiavano per una reciproca e comune intelligenza sul da farsi, per un rimedio reciso ed assoluto. E fu in quel prologo di lavorio diplomatico fra quelle tre potenze, che una delle tre scrisse lettera intima e familiare al nostro martire sovrano con queste precise espressioni: “Nel caso che non poteste reggervi oltre in Napoli, cercate di unire un corpo d’armata, campeggiando tra il Volturno ed il Garigliano, in attesa di risoluzioni”.

          E se le ragioni per cui Francesco II lasciò Napoli non sono esplicite, ma si intuiscono, Notus, in una lettera successiva, scrive: “Voi asseverate, nel vostro libro, che Francesco II da Capua voleva piombare su Napoli con un corpo di trentamila combattenti. La vostra assertiva fu creduta in tutto il settembre da non pochi, e fino il De’ Sivo l’annunzia come verità storica. No, mio caro Nisco, Francesco non poteva sbilanciare l’alta confidenza fattagli dai sovrani nordici, di riunirsi in Varsavia il giorno 10 ottobre, onde forzare la mano di Napoleone per l’adempimento dei Trattati di Zurigo, per cui si offendeva dal Piemonte, con o senza Garibaldi, la ferina istessa della Francia, dichiaratasi base primaria della pace dopo la tregua di Villafranca. Francesco II – ripeto – , abbandonò Napoli dopo il consiglio giuntogli dalle potenze nordiche, cioè che ogni qualvolta stimasse non potersi oltre nella metropoli, con un copro di armata se la passasse tra il Volturno e il Garigliano. Sarebbe stato più nobile il concetto di lasciarsi sorprender in Napoli da Garibaldi, se ciò avesse azzardato, che quello di abbandonarla per riprenderla dopo pochi giorni a mano armata. In quest’ultimo caso, Re Francesco senza una ragione al mondo si sarebbe offeso da se stesso, volendo riprendere, mercé l’orribile guerra delle strade, una città che non l’aveva offeso, e ch’egli, con libera spontaneità, aveva lasciata onde liberarla dalla possibile guerra civile”.

Francesco Maurizo di Giovine, in “L’Alfiere”, dicembre 2010.

 

 

SCHEGGE DI STORIA 12/2012

Nel Settecento, sotto l’impulso dei sovrani meridionali che ne incentivarono fattivamente lo sviluppo, si assistette alla rinascita culturale delle Due Sicilie; il rigoglioso fiorire di studi filosofici, giuridici e scientifici si fregiò di illustri personalità le cui opere furono tradotte in diverse lingue, solo per citarne alcuni ricordiamo: Giovanbattista Vico, considerato una delle più grandi menti di tutti i tempi, Gaetano Filangeri, la cui “Scienza della Legislazione” era tenuta sulla sua scrivania da Napoleone Bonaparte che non esitò a dichiarare “Questo giovane è stato il maestro di tutti noi”; Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani, Giacomo Della Porta, Pietro Giannone, Mario Pagano.

Napoli era il centro di pensiero più vivace d’Italia e in Europa era seconda solo a Parigi per la diffusione delle idee dell’Illuminismo; lo splendore della Corte e della società napoletana era proverbiale ed erano poli di attrazione per le più importanti menti dell’epoca che spesso vi rimanevano a lungo; geni assoluti come Goethe riconobbero nelle classi elevate meridionali una preparazione non comune.

Giuseppe Ressa, Il Sud e l’unità d’Italia, pag. 161, solo sul web.

 

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In Sicilia, i due terzi delle terre esistenti erano di proprietà delle corporazioni, delle congregazioni religiose, dei conventi e della Manomorta, che davano lavoro e occupazione a decine di migliaia di famiglie siciliane. La confisca di questi terreni e la loro nazionalizzazione permise allo Stato italiano di mettere all’asta in Sicilia ben 250.000 ettari. Una superficie enorme di terreni fu, così, trasferita dal clero ai latifondisti. Con l’intervento coercitivo della mafia, i contadini, che dovevano essere i legittimi destinatari di queste terre come promesso a più riprese da Garibaldi prima e dal nuovo Governo italiano dopo, furono esclusi dalla possibilità di partecipare alle aste, i banditori sottoposti a intimidazioni, così che pochi potenti compratori stabilirono degli accordi segreti, che eliminarono la concorrenza mantenendo i prezzi a livelli bassissimi. Il ricavo della vendita all’asta di tali terre, anche se a prezzi stracciati, permise al nuovo Stato italiano di incamerare nelle proprie casse ben 600 milioni di lire, una cifra enorme per quell’epoca che, aggiunta ai ducati d’oro rastrellati da Garibaldi alla zecca di Palermo e trasferiti in Piemonte, permise di coprire i costi delle guerre del Risorgimento e i debiti che i piemontesi avevano contratto nelle guerre contro l’Austria, così da portare in pareggio il primo bilancio dello Stato italiano.

La Sicilia, ancora una volta rapinata del suo, di tutto questo non ne ebbe nessun ritorno in termini di investimenti, di migliorie o di servizi. Con l’aggravante che i terreni acquistati dai grandi proprietari, che avevano appena i soldi per l’acquisto ma non per le migliorie fondiarie, finirono in gran parte abbandonati e incolti. Le decine di migliaia di famiglie che prima lavoravano tali terre, si ritrovarono improvvisamente senza lavoro, 15.000 unità nella sola Palermo, e furono costrette a emigrare. Fu così che iniziarono i grandi flussi migratori dalla Sicilia verso le Americhe e verso altri stati europei.

 Ignazio Coppola, Risorgimento e risarcimento – La Sicilia tradita, CNA Edizioni, pag. 97.

 

SCHEGGE DI STORIA 11/2012

            Si potrebbe dire, forzando solo un poco i termini della realtà storica, che lo Stato unitario, almeno per quanto riguarda il comportamento della gran parte della classe politica , nacque in Sicilia nell’ambito di una strategia politica di tipo mafioso. Se si fa eccezione per i pochi autentici liberali dell’isola e per i patrioti formati dal mazzinianesimo, la maggioranza dell’ estabilishment  dell’isola dalla svolta unitaria nazionale attendeva una libertà equivalente alla possibilità di gestire in proprio , con minori intromissioni dall’esterno, gli affari siciliani. Ma anche gli autentici liberali e l’intero movimento garibaldino, per avere successo, dovettero tenere conto del senso  e dei caratteri particolari  di quell’attesa. E soprattutto dovettero accettare le speciali forze “popolari” dalle quali essa era sostenuta ed alimentata.

– Giuseppe Carlo Marino, Storia della mafia, Newton Compton, pag. 36.

 

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Altri centri che insorsero in quei giorni (1866 n.d.r.) furono Villabate (dove persero la vita in un’imboscata 4 militi) e nuovamente Bagheria che innalzò la bandiera borbonica e dove furono uccisi tre Carabinieri, fra cui uno che si era rifiutato di rinnegare il Regno d’Italia.

Ancora più cruenti furono le rivolte a Misilmeri, paese situato a 11 chilometri da Palermo, che insorse la sera del 15.

Squadre armate, più organizzate, agli ordini di Domenico Giordano e Gian Battista Plescia, formate da latitanti e renitenti alla leva, entrarono in città accolte dal popolo, con illuminazione serale e la formazione di un Comitato politico e insurrezionale. Le campane suonavano a festa e fu corale l’appoggio agli insorti del clero locale. Fu assaltato il deposito della disciolta Guardia Nazionale, sequestrati oltre 500 fucili, munizioni, duemila misilmeresi si spinsero verso la caserma dei Carabinieri dove pure si erano rifugiati le Guardie di Pubblica Sicurezza. I rivoltosi chiesero la resa ma il maresciallo Grimaldi e il Brigadiere di P.S. De Lupis resistettero fino all’ultima cartuccia, oltre il mezzogiorno del 18.

– Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, una storia da riscrivere, ed. ISSPE, pag. 133

 

SCHEGGE DI STORIA 10/2012

“La colpa fu di Ferdinando II, il quale, se avesse fatto impiccare me ed i miei amici, avrebbe risparmiato al Mezzogiorno ed alla Sicilia tante incommensurabili sventure. Egli fu clemente e noi facemmo peggio.”

– Luigi Settembrini, patriota risorgimentale, in “Rimembranze”

 

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“Il sedicente “democratico” Regno d’Italia iniziò una politica di spoliazione delle risorse nelle zone conquistate, opprimendo le culture locali e soffocando nel sangue le rivolte popolari che nel Meridione assunsero alle dimensioni di guerra civile. … secondo il ministro della guerra di Torino, 10.000 napoletani sono stati fucilati o sono caduti nelle file del brigantaggio; più di 80.000 gemono nelle segrete dei liberatori; 17.000 sono emigrati a Roma, 30.000 nel resto d’Europa, la quasi totalità dei soldati hanno rifiutato d’arruolarsi… ecco 250.000 voci che protestano dalla prigione, dall’esilio, dalla tomba… Cosa rispondono gli organi del Piemontesismo a queste cifre? Essi non rispondono affatto”.

– Oscar De Poli, giornalista, in un articolo pubblicato sul giornale “De Naples a Palerme” 1863 – 1864

 

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Naturalmente nel paese (Licata n.d.r.) fu tenuto lo stato d’assedio e le stesse misure furono applicate a Sciacca, Caltanissetta, Girgenti, Favara, Trapani, Calatafimi, Bagheria dove si registrarono molti arresti anche di donne e bambini, solo perché parenti di renitenti.

A Gangi, altro grosso paese della provincia palermitana, alla fine di ottobre, il maggiore Volpi dovendo arrestare il renitente Giuseppe Antonio Gilibrasi e non avendolo trovato, arrestò la moglie incinta la quale dovette lasciare a casa i figli ancora piccoli da soli chiusi a chiave.

La povera donna, successivamente abortì.

L’8 novembre al termine delle “indagini” sul fatto di Gangi, il Prefetto scrisse al Sottoprefetto di Cefalù che l’arresto “non può dirsi né arbitrario né illegale”.

Tommaso Romano, Sicilia, 1860 – 1870, Una storia da riscrivere, pag. 98, ISSPE edizioni

 

SCHEGGE DI STORIA 9/2012

E fu lì che (Garibaldi n.d.r.) iniziò la sua fulgida carriera di “eroe dei due mondi”: quando si pose, da buon mercenario, al servizio dei potenti di turno e in particolare di Bento Conçlaves, un latifondista e ricco allevatore che, per biechi interessi più che per fulgidi ideali, si era ribellato al Brasile proclamandosi presidente della repubblica del Rio Grande do Sul, combattendo una sua sporca guerra e mandando allo sbaraglio i farrapos (gli straccioni): contadini, pastori e schiavi negri.  Garibaldi non trovò di meglio che entrare a libro paga del presidente Conçlaves e ottenere da lui la patente di corsaro. Ossia, nel senso più letterale e meno nobile del termine, ebbe l’autorizzazione a saccheggiare, sequestrare depredare imbarcazioni per conto della repubblica Riograndese, in cambio di buona parte del bottino delle navi catturate. Non poteva esserci  per il nostro “eroe” esordio e battesimo più onorevole nel Nuovo Mondo.

Ignazio Coppola, “Risorgimento e risarcimento – La Sicilia tradita”, pag. 25.

 

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In quella torrida estate del 1860 non pochi furono i tumulti in vari paesi poveri della Sicilia a seguito delle mancate promesse: Regalbuto, Polizzi Generosa, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Montemaggiore, Castelnuovo, Capaci, Castiglione, Collesano, Centuripe, Mirto, Caronia, Alcara Li Fusi, Nissoria, Mistretta, Cefalù, Linguaglossa, Trecastagni, Pedara.   Tumulti che nascevano appunto dall’ illusione, dalla constatazione della mancata promessa di abolire la tassa sul macinato, e altre imposte e balzelli, nonché dal tradimento dell’atto del 2 giugno 1860, firmato da Francesco Crispi, dall ‘inganno relativamente alla divisione delle terre dei demani comunali, invece, assegnati ai garibaldini combattenti o ai loro eredi, se caduti.

Tommaso Romano, “Sicilia, 1860 – 1870 – Una storia da riscrivere”, ed. ISSPE, pag. 20.

 

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“Sorsero bande armate, che fan la guerra

per la causa della legittimità;

guerra di buon diritto perché si fa contro

un oppressore che viene gratuitamente

a metterci una catena di servaggio.

(…) I piemontesi incendiarono non una,

non cento case, ma interi paesi, lasciando

migliaia di famiglie nell’orrore e nella desolazione;

fucilarono impunemente chiunque venne nelle

loro mani, non risparmiando vecchi e fanciulli.”

Giacinto De Sivo

 

SCHEGGE DI STORIA 8/2012

 “La causa principale di questo malessere è il governo attuale. Dell’insipienza e della poca moralità dei giudici e dei delegati di pubblica sicurezza il governo è responsabile. Vi ho parlato di individui arrestati arbitrariamente, di individui che soffrono pene non decretate dal Codice, di individui uccisi a capriccio, e tutto questo significa nessun rispetto alle leggi. Pertanto le popolazioni non possono avere fiducia né negli uomini che amministrano la Sicilia, né negli uomini che governano l’Italia…”

Francesco Crispi, da un discorso in Parlamento del 10 dicembre 1861

T. Romano – Sicilia 1860 – 1870; una storia da riscrivere, ed. ISSPE, pag. 63

 

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“…i ladri, gli evasi dalle galere i saccheggiatori e gli assassini, gli amnistiati da Garibaldi poi pensionati da Crispi e da Mordini, si sono introdotti né Carabinieri, negli agenti di sicurezza, nelle guardie di finanza e perfino né ministeri”:

Da una lettera di Giuseppe La Farina, liberale, massone, inviata il 3 febbraio 1861 ad Ausonio Franchi.

T. Romano – Sicilia 1860 – 1870; una storia da riscrivere, ed. ISSPE, pag. 64

 

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Nello stesso anno (1861), già sciolto l’ Esercito Meridionale, si pagavano ancora quattro milioni di franchi ai volontari. I militari ex borbonici in carcere erano 32mila, ottomila i siciliani. Al Senato il Ministro della Guerra Della Rovere dichiarava che 80mila soldati borbonici non erano passati all’esercito italiano, su 97mila, gli ufficiali, invece, aderirono al nuovo Regno in 2311 su 3600.

T. Romano – Sicilia 1860 – 1870; una storia da riscrivere, ed. ISSPE, pag. 64

 

SCHEGGE DI STORIA 7/2012

“…Intere famiglie veggonsi accattar l'elemosina; diminuito, anzi annullato il

commercio, serrati i privati opificii per concorrenze subitanee,intempestive,

impossibili a sostenersi, e per lo annullamento delle tariffe e per le mal

proporzionate riforme; null'altro in fatto dipubblici lavori veggiamo fare se

non lentamente continuarsi qualche branca di ferrovia, o metter pietre

inaugurali di opere, che poi non veggonsi mai continuare. E frattanto tutto

si fa venir di Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per i Dicasteri,

e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un

onest'uomo possa buscarsi alcun ducato, che non si chiami unpiemontese

a disbrigarla. A mercanti di Piemonte dannosi le forniture della milizia, e delle amministrazioni, od almeno delle più lucrose, burocratici di Piemonte

occupano quasi tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli

antichi burocratici napolitani, e di una ignoranza, e di una ottusità di mente,

che non teneasi possibile dalla gente del mezzodì. Anche a fabbricare le

ferrovie si mandano operai piemontesi, ed i quali oltraggiosamente pagansi

il doppio che i napolitani; a facchini della dogana, a carcerieri vengono

uomini di Piemonte, e donne piemontesi si prendono a nutrici nell'ospizio

dei trovatelli.  Quasi neppure il sangue di questo popolo più fosse bello e

salutevole. Questa è invasione, non unione, non annessione!…”

Dalla mozione d’inchiesta presentata alla Camera dei deputati il 20 nov. 1861 dal Duca di Maddaloni

 

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“Prima di occuparci della mafia che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita in Sicilia. La mafia…nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia.”

Rocco Chinnici – Magistrato

 

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“Caro Presidente, ti salutano qui ottomila moliternesi: tremila sono emigrati in America; gli altri cinquemila si accingono a farlo”.

Lettera del Sindaco di Moliterno al Primo Ministro Giuseppe Zanardelli, 1901

 

SCHEGGE DI STORIA 6/2012

– La spedizione dei Mille non fu altro, da Quarto al Volturno, che una farsa allestita dalla Massoneria internazionale che a quel tempo faceva riferimento prevalentemente a Torino e a Londra. Massoneria, mafia, camorra, intrighi  corruzione e complicità dei generali  e dei dignitari borbonici furono infatti  i puntelli e gli ingredienti determinanti  per il “successo” dell’impresa dei  Mille, senza i quali la spedizione avrebbe  certamente avuto esito ben diverso.

– I Coppola, Risorgimento e risarcimento – La Sicilia tradita

CNA Edizioni, pag. 39

 

– Dal 1862 al 1870, sulle montagne castellammaresi (Tp n.d.r.), operò la banda di Pasquale Turriciano che, come tanti altri giovani, era renitente alla leva  obbligatoria estesa dal governo piemontese anche alla Sicilia. Renitente il Turriciano, a quel che si dice, lo divenne per l’ingiustizia notata e subìta, in quanto i figli delle famiglie benestanti, pagando ai commissari di leva una determinata somma, venivano esonerati dal servizio militare, mentre i popolani e i poveri come lui, non potendo pagare alcunché, erano sottoposti all’arruolamento per diversi anni.

S. Garofalo, Storia di Castellammare del Golfo

 

– Vennero chiusi in carcere madri, mogli, padri, sorelle e parenti dei renitenti di leva e sottoposti alle più feroci torture. Furono uccisi giovinetti a colpi di frusta e di baionetta, fatte morire donne gravide. A Trapani, Girgenti, Sciacca, Favara, Bagheria, Calatafimi,  Marsala (dove fu distrutta anche la produzione vinicola),  toccò la stessa sorte di Licata. E che dire della criminale Barbarie di Petralia, dove, in una misera capanna di contadini circondata dai regi, fu arsa viva una intera famiglia che si era rifiutata di aprire la porta?  E delle atroci torture inflitte, a Palermo, al povero sordomuto  Cappello, perché ritenuto dagli ufficiali medici  si fingesse tale per eludere  il servizio di leva?  Queste cose vi rappresento in nome dei diritti, della giustizia e dell’umanità così orrendamente violate.

Da un discorso del deputato D’Ondes Reggio alla Camera.

 

SCHEGGE DI STORIA 5/2012

“Se dall’unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E’ caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone.”

Gaetano Salvemini

 

“L’Unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali”.

Giustino Fortunato

 

“Potete chiamarli briganti ma combattono sotto la loro bandiera nazionale. Potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borbone sul trono di Napoli. E’ possibile, come il malgoverno vuol farci credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini ? Ho visto una città di cinquemila abitanti completamente rasa al suolo e non dai briganti”.

Giuseppe Ferrari

 

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SCHEGGE DI STORIA 4/2012

 

ANTONIO GRAMSCI –  Lo Stato Italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti.

Malaunità, di P.Aprile, L. Del Boca ed altri – Spaziocreativo edizioni, pag. 65.

 

LETTERA DI CAVOUR A VITTORIO EMANUELE DEL 14 DICEMBRE 1860

Lo scopo è chiaro; non è suscettibile di discussione. Imporre l’unità alla parte più corrotta e più debole dell’Italia. Sui mezzi non vi è pure gran dubbiezza: la forza morale e se questa non basta la fisica…Ora che la fusione delle varie parti della Penisola è compiuta mi lascerei ammazzare dieci volte prima di consentire a che si sciogliesse. Ma anziché lasciare ammazzare me, proverei ad ammazzare gli altri. Non si perda tempo a far prigionieri.

Malaunità, di P.Aprile, L. Del Boca ed altri – Spaziocreativo edizioni, pag. 64.

 

MASSIMO D’AZEGLIO, ottobre 1861 – Al sud del Tronto abbiamo sessanta battaglioni e sembra non bastino…Deve esserci stato qualche errore; e bisogna cangiare atti e principii e sapere dai Napoletani , una volta per tutte, se ci vogliono o no…Agli italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, credo non abbiamo il diritto di dare delle archibugiate.

Malaunità, di P.Aprile, L. Del Boca ed altri – Spaziocreativo edizioni, pag. 64.

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SCHEGGE DI STORIA 3/2012

SUL “BRIGANTAGGIO”

“ Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borbone sul trono di Napoli. E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente distrutta e non dai briganti” (Pontelandolfo).

Da un discorso del deputato liberale Giuseppe Ferrari al Parlamento di Torino nel novembre del 1863.

Mala Unità – P.Aprile, L. Del Boca, L. Patruno e altri – Spazio creativo Edizioni – Pag. 66.

 

SUL “BRIGANTAGGIO” IN SICILIA

“Tutta la rivoluzione era concentrata nelle bande campagnole chiamate qui squadre e composte per la maggior parte di briganti emeriti che fanno la guerra al governo per poterla fare ai proprietari. Tanto è vero che adesso noi dobbiamo farla da carabinieri contro i nostri alleati di ieri.

Ippolito Nievo – Lettera alla madre Adele Marin Nievo, 1 luglio 1860

Mala Unità – P.Aprile, L. Del Boca, L. Patruno e altri – Spazio creativo Edizioni – Pag. 27

 

SULL’ UNITA’

“ l’UNITA’ D’Italia è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari alle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali.

Lettera di Giustino Fortunato a Pasquale Villari datata 2-IX-1899.

Mala Unità – P.Aprile, L. Del Boca, L. Patruno e altri – Spazio creativo Edizioni – Pag. 65.

 LA STORIA CHE ABBIAMO STUDIATO SUI LIBRI DI SCUOLA E’ FALSA !

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SCHEGGE DI STORIA – 2/2012

SULL'OCCUPAZIONE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

“Ignoravo che l'occupazione del Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988). Né sapevo che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell'aggressione, uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dopo Inghilterra e Francia, prima di essere invaso).”

– Pino Aprile; Terroni; Ed. Piemme, pag.8,9.

 
SU GARIBALDI E LA SPEDIZIONE DEI MILLE

..la sua spedizione fu assai gradita e costantemente protetta dall'Inghilterra. Paese che in generale (Garibaldi) non avrebbe mai dimenticato di ringraziare, qualche tempo dopo, con un viaggio appositamente organizzato nel 1864. Durante la cerimonia di accoglienza, degna di un principe, (…) avrebbe ammesso: “ Senza l'ajuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora Borbonica, senza l'Ammiraglio Mundy, non avrei potuto giammai passare lo Stretto di Messina”, perché fu l'ammiraglio George Rodney Mundy che “protesse lo sbarco a Marsala e il passaggio dello Stretto di Messina”.

– G. Fasanella, A. Grippo; 1861 La Storia sul Risorgimento che non c'é sui libri di storia; Ed. Sperling & Kupfer, pag. 58.

 

SULLA SPEDIZIONE DEI MILLE

“La spedizione dei Mille non fu altro, da Quarto al Volturno, che una farsa allestita dalla Massoneria internazionale che a quel tempo faceva riferimento prevalentemente a Torino e a Londra. Massoneria, mafia, camorra , intrighi, corruzione e complicità dei generali e dei dignitari borbonici furono infatti i puntelli e gli ingredienti determinanti per il successo dell'impresa dei Mille, senza i quali la spedizione avrebbe certamente avuto esito ben diverso.”.

– Ignazio Coppola; Risorgimento e risarcimento-La Sicilia Tradita, Ed. CNA, pag. 39.

 

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 www.regnodelleduesicilie.eu        www.parlamentoduesicilie.eu

 

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SCHEGGE DI STORIA – 1/2012

DALLE MEMORIE DI CARLO MARGOLFO (bersagliere piemontese).
“Entrammo nel paese (Pontelandolfo) e subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi si saccheggiava ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da circa 4.500 abitanti. Quale desolazione; non si poteva stare d’intorno per il gran calore; e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case.”
– Carlo Margolfo, Mi toccò in sorte il numero 15: Ed. Comune e Pro Loco di Delebio (Sondrio), pag.53.

SUI RAPPORTI FRA I BORBONE E LA NOBILTA’ SICILIANA
“I latifondisti e i gabelloti, perciò, agirono in modo da neutralizzare il tentativo di riforme di Ferdinando. Radunando intorno a sé i loro dipendenti e i loro bravi,……, essi cercarono di convincere il popolo che non erano loro, ma gli odiati Borbone a impedire ogni progresso e a mantenere povera la Sicilia.”
– Danis Mack Smith; Storia della Sicilia Medievale e Moderna; Ed. Laterza, pag. 548.

SUI VERI INTENTI DI CAVOUR – 1859. (Corrispondenza con l’ambasciatore Ruggero Gabaleone).
“Come ha potuto solo per un momento uno spirito fine come il tuo, credere che noi vogliamo che il Re di Napoli conceda la Costituzione? Quello che noi vogliamo e che faremo è impadronirci dei suoi Stati”.
– P. Aprile, L. Del Boca, V. Gulì, P. De Chiara ed altri, Mala Unità, Ed. Spazio Creativo, pag. 142.

LA STORIA CHE ABBIAMO STUDIATO SUI LIBRI DI SCUOLA E’ FALSA !

Regno delle Due Sicilie – Parlamento delle Due Sicilie

 

 

 

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