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SCHEGGE DI STORIA 12/2012

Nel Settecento, sotto l’impulso dei sovrani meridionali che ne incentivarono fattivamente lo sviluppo, si assistette alla rinascita culturale delle Due Sicilie; il rigoglioso fiorire di studi filosofici, giuridici e scientifici si fregiò di illustri personalità le cui opere furono tradotte in diverse lingue, solo per citarne alcuni ricordiamo: Giovanbattista Vico, considerato una delle più grandi menti di tutti i tempi, Gaetano Filangeri, la cui “Scienza della Legislazione” era tenuta sulla sua scrivania da Napoleone Bonaparte che non esitò a dichiarare “Questo giovane è stato il maestro di tutti noi”; Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani, Giacomo Della Porta, Pietro Giannone, Mario Pagano.

Napoli era il centro di pensiero più vivace d’Italia e in Europa era seconda solo a Parigi per la diffusione delle idee dell’Illuminismo; lo splendore della Corte e della società napoletana era proverbiale ed erano poli di attrazione per le più importanti menti dell’epoca che spesso vi rimanevano a lungo; geni assoluti come Goethe riconobbero nelle classi elevate meridionali una preparazione non comune.

Giuseppe Ressa, Il Sud e l’unità d’Italia, pag. 161, solo sul web.

 

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In Sicilia, i due terzi delle terre esistenti erano di proprietà delle corporazioni, delle congregazioni religiose, dei conventi e della Manomorta, che davano lavoro e occupazione a decine di migliaia di famiglie siciliane. La confisca di questi terreni e la loro nazionalizzazione permise allo Stato italiano di mettere all’asta in Sicilia ben 250.000 ettari. Una superficie enorme di terreni fu, così, trasferita dal clero ai latifondisti. Con l’intervento coercitivo della mafia, i contadini, che dovevano essere i legittimi destinatari di queste terre come promesso a più riprese da Garibaldi prima e dal nuovo Governo italiano dopo, furono esclusi dalla possibilità di partecipare alle aste, i banditori sottoposti a intimidazioni, così che pochi potenti compratori stabilirono degli accordi segreti, che eliminarono la concorrenza mantenendo i prezzi a livelli bassissimi. Il ricavo della vendita all’asta di tali terre, anche se a prezzi stracciati, permise al nuovo Stato italiano di incamerare nelle proprie casse ben 600 milioni di lire, una cifra enorme per quell’epoca che, aggiunta ai ducati d’oro rastrellati da Garibaldi alla zecca di Palermo e trasferiti in Piemonte, permise di coprire i costi delle guerre del Risorgimento e i debiti che i piemontesi avevano contratto nelle guerre contro l’Austria, così da portare in pareggio il primo bilancio dello Stato italiano.

La Sicilia, ancora una volta rapinata del suo, di tutto questo non ne ebbe nessun ritorno in termini di investimenti, di migliorie o di servizi. Con l’aggravante che i terreni acquistati dai grandi proprietari, che avevano appena i soldi per l’acquisto ma non per le migliorie fondiarie, finirono in gran parte abbandonati e incolti. Le decine di migliaia di famiglie che prima lavoravano tali terre, si ritrovarono improvvisamente senza lavoro, 15.000 unità nella sola Palermo, e furono costrette a emigrare. Fu così che iniziarono i grandi flussi migratori dalla Sicilia verso le Americhe e verso altri stati europei.

 Ignazio Coppola, Risorgimento e risarcimento – La Sicilia tradita, CNA Edizioni, pag. 97.

 

SCHEGGE DI STORIA 11/2012

            Si potrebbe dire, forzando solo un poco i termini della realtà storica, che lo Stato unitario, almeno per quanto riguarda il comportamento della gran parte della classe politica , nacque in Sicilia nell’ambito di una strategia politica di tipo mafioso. Se si fa eccezione per i pochi autentici liberali dell’isola e per i patrioti formati dal mazzinianesimo, la maggioranza dell’ estabilishment  dell’isola dalla svolta unitaria nazionale attendeva una libertà equivalente alla possibilità di gestire in proprio , con minori intromissioni dall’esterno, gli affari siciliani. Ma anche gli autentici liberali e l’intero movimento garibaldino, per avere successo, dovettero tenere conto del senso  e dei caratteri particolari  di quell’attesa. E soprattutto dovettero accettare le speciali forze “popolari” dalle quali essa era sostenuta ed alimentata.

– Giuseppe Carlo Marino, Storia della mafia, Newton Compton, pag. 36.

 

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Altri centri che insorsero in quei giorni (1866 n.d.r.) furono Villabate (dove persero la vita in un’imboscata 4 militi) e nuovamente Bagheria che innalzò la bandiera borbonica e dove furono uccisi tre Carabinieri, fra cui uno che si era rifiutato di rinnegare il Regno d’Italia.

Ancora più cruenti furono le rivolte a Misilmeri, paese situato a 11 chilometri da Palermo, che insorse la sera del 15.

Squadre armate, più organizzate, agli ordini di Domenico Giordano e Gian Battista Plescia, formate da latitanti e renitenti alla leva, entrarono in città accolte dal popolo, con illuminazione serale e la formazione di un Comitato politico e insurrezionale. Le campane suonavano a festa e fu corale l’appoggio agli insorti del clero locale. Fu assaltato il deposito della disciolta Guardia Nazionale, sequestrati oltre 500 fucili, munizioni, duemila misilmeresi si spinsero verso la caserma dei Carabinieri dove pure si erano rifugiati le Guardie di Pubblica Sicurezza. I rivoltosi chiesero la resa ma il maresciallo Grimaldi e il Brigadiere di P.S. De Lupis resistettero fino all’ultima cartuccia, oltre il mezzogiorno del 18.

– Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, una storia da riscrivere, ed. ISSPE, pag. 133

 

SCHEGGE DI STORIA 10/2012

“La colpa fu di Ferdinando II, il quale, se avesse fatto impiccare me ed i miei amici, avrebbe risparmiato al Mezzogiorno ed alla Sicilia tante incommensurabili sventure. Egli fu clemente e noi facemmo peggio.”

– Luigi Settembrini, patriota risorgimentale, in “Rimembranze”

 

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“Il sedicente “democratico” Regno d’Italia iniziò una politica di spoliazione delle risorse nelle zone conquistate, opprimendo le culture locali e soffocando nel sangue le rivolte popolari che nel Meridione assunsero alle dimensioni di guerra civile. … secondo il ministro della guerra di Torino, 10.000 napoletani sono stati fucilati o sono caduti nelle file del brigantaggio; più di 80.000 gemono nelle segrete dei liberatori; 17.000 sono emigrati a Roma, 30.000 nel resto d’Europa, la quasi totalità dei soldati hanno rifiutato d’arruolarsi… ecco 250.000 voci che protestano dalla prigione, dall’esilio, dalla tomba… Cosa rispondono gli organi del Piemontesismo a queste cifre? Essi non rispondono affatto”.

– Oscar De Poli, giornalista, in un articolo pubblicato sul giornale “De Naples a Palerme” 1863 – 1864

 

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Naturalmente nel paese (Licata n.d.r.) fu tenuto lo stato d’assedio e le stesse misure furono applicate a Sciacca, Caltanissetta, Girgenti, Favara, Trapani, Calatafimi, Bagheria dove si registrarono molti arresti anche di donne e bambini, solo perché parenti di renitenti.

A Gangi, altro grosso paese della provincia palermitana, alla fine di ottobre, il maggiore Volpi dovendo arrestare il renitente Giuseppe Antonio Gilibrasi e non avendolo trovato, arrestò la moglie incinta la quale dovette lasciare a casa i figli ancora piccoli da soli chiusi a chiave.

La povera donna, successivamente abortì.

L’8 novembre al termine delle “indagini” sul fatto di Gangi, il Prefetto scrisse al Sottoprefetto di Cefalù che l’arresto “non può dirsi né arbitrario né illegale”.

Tommaso Romano, Sicilia, 1860 – 1870, Una storia da riscrivere, pag. 98, ISSPE edizioni

 

SCHEGGE DI STORIA 9/2012

E fu lì che (Garibaldi n.d.r.) iniziò la sua fulgida carriera di “eroe dei due mondi”: quando si pose, da buon mercenario, al servizio dei potenti di turno e in particolare di Bento Conçlaves, un latifondista e ricco allevatore che, per biechi interessi più che per fulgidi ideali, si era ribellato al Brasile proclamandosi presidente della repubblica del Rio Grande do Sul, combattendo una sua sporca guerra e mandando allo sbaraglio i farrapos (gli straccioni): contadini, pastori e schiavi negri.  Garibaldi non trovò di meglio che entrare a libro paga del presidente Conçlaves e ottenere da lui la patente di corsaro. Ossia, nel senso più letterale e meno nobile del termine, ebbe l’autorizzazione a saccheggiare, sequestrare depredare imbarcazioni per conto della repubblica Riograndese, in cambio di buona parte del bottino delle navi catturate. Non poteva esserci  per il nostro “eroe” esordio e battesimo più onorevole nel Nuovo Mondo.

Ignazio Coppola, “Risorgimento e risarcimento – La Sicilia tradita”, pag. 25.

 

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In quella torrida estate del 1860 non pochi furono i tumulti in vari paesi poveri della Sicilia a seguito delle mancate promesse: Regalbuto, Polizzi Generosa, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Montemaggiore, Castelnuovo, Capaci, Castiglione, Collesano, Centuripe, Mirto, Caronia, Alcara Li Fusi, Nissoria, Mistretta, Cefalù, Linguaglossa, Trecastagni, Pedara.   Tumulti che nascevano appunto dall’ illusione, dalla constatazione della mancata promessa di abolire la tassa sul macinato, e altre imposte e balzelli, nonché dal tradimento dell’atto del 2 giugno 1860, firmato da Francesco Crispi, dall ‘inganno relativamente alla divisione delle terre dei demani comunali, invece, assegnati ai garibaldini combattenti o ai loro eredi, se caduti.

Tommaso Romano, “Sicilia, 1860 – 1870 – Una storia da riscrivere”, ed. ISSPE, pag. 20.

 

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“Sorsero bande armate, che fan la guerra

per la causa della legittimità;

guerra di buon diritto perché si fa contro

un oppressore che viene gratuitamente

a metterci una catena di servaggio.

(…) I piemontesi incendiarono non una,

non cento case, ma interi paesi, lasciando

migliaia di famiglie nell’orrore e nella desolazione;

fucilarono impunemente chiunque venne nelle

loro mani, non risparmiando vecchi e fanciulli.”

Giacinto De Sivo

 

SCHEGGE DI STORIA 8/2012

 “La causa principale di questo malessere è il governo attuale. Dell’insipienza e della poca moralità dei giudici e dei delegati di pubblica sicurezza il governo è responsabile. Vi ho parlato di individui arrestati arbitrariamente, di individui che soffrono pene non decretate dal Codice, di individui uccisi a capriccio, e tutto questo significa nessun rispetto alle leggi. Pertanto le popolazioni non possono avere fiducia né negli uomini che amministrano la Sicilia, né negli uomini che governano l’Italia…”

Francesco Crispi, da un discorso in Parlamento del 10 dicembre 1861

T. Romano – Sicilia 1860 – 1870; una storia da riscrivere, ed. ISSPE, pag. 63

 

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“…i ladri, gli evasi dalle galere i saccheggiatori e gli assassini, gli amnistiati da Garibaldi poi pensionati da Crispi e da Mordini, si sono introdotti né Carabinieri, negli agenti di sicurezza, nelle guardie di finanza e perfino né ministeri”:

Da una lettera di Giuseppe La Farina, liberale, massone, inviata il 3 febbraio 1861 ad Ausonio Franchi.

T. Romano – Sicilia 1860 – 1870; una storia da riscrivere, ed. ISSPE, pag. 64

 

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Nello stesso anno (1861), già sciolto l’ Esercito Meridionale, si pagavano ancora quattro milioni di franchi ai volontari. I militari ex borbonici in carcere erano 32mila, ottomila i siciliani. Al Senato il Ministro della Guerra Della Rovere dichiarava che 80mila soldati borbonici non erano passati all’esercito italiano, su 97mila, gli ufficiali, invece, aderirono al nuovo Regno in 2311 su 3600.

T. Romano – Sicilia 1860 – 1870; una storia da riscrivere, ed. ISSPE, pag. 64

 

SCHEGGE DI STORIA 7/2012

“…Intere famiglie veggonsi accattar l'elemosina; diminuito, anzi annullato il

commercio, serrati i privati opificii per concorrenze subitanee,intempestive,

impossibili a sostenersi, e per lo annullamento delle tariffe e per le mal

proporzionate riforme; null'altro in fatto dipubblici lavori veggiamo fare se

non lentamente continuarsi qualche branca di ferrovia, o metter pietre

inaugurali di opere, che poi non veggonsi mai continuare. E frattanto tutto

si fa venir di Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per i Dicasteri,

e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un

onest'uomo possa buscarsi alcun ducato, che non si chiami unpiemontese

a disbrigarla. A mercanti di Piemonte dannosi le forniture della milizia, e delle amministrazioni, od almeno delle più lucrose, burocratici di Piemonte

occupano quasi tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli

antichi burocratici napolitani, e di una ignoranza, e di una ottusità di mente,

che non teneasi possibile dalla gente del mezzodì. Anche a fabbricare le

ferrovie si mandano operai piemontesi, ed i quali oltraggiosamente pagansi

il doppio che i napolitani; a facchini della dogana, a carcerieri vengono

uomini di Piemonte, e donne piemontesi si prendono a nutrici nell'ospizio

dei trovatelli.  Quasi neppure il sangue di questo popolo più fosse bello e

salutevole. Questa è invasione, non unione, non annessione!…”

Dalla mozione d’inchiesta presentata alla Camera dei deputati il 20 nov. 1861 dal Duca di Maddaloni

 

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“Prima di occuparci della mafia che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita in Sicilia. La mafia…nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia.”

Rocco Chinnici – Magistrato

 

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“Caro Presidente, ti salutano qui ottomila moliternesi: tremila sono emigrati in America; gli altri cinquemila si accingono a farlo”.

Lettera del Sindaco di Moliterno al Primo Ministro Giuseppe Zanardelli, 1901

 

SCHEGGE DI STORIA 6/2012

– La spedizione dei Mille non fu altro, da Quarto al Volturno, che una farsa allestita dalla Massoneria internazionale che a quel tempo faceva riferimento prevalentemente a Torino e a Londra. Massoneria, mafia, camorra, intrighi  corruzione e complicità dei generali  e dei dignitari borbonici furono infatti  i puntelli e gli ingredienti determinanti  per il “successo” dell’impresa dei  Mille, senza i quali la spedizione avrebbe  certamente avuto esito ben diverso.

– I Coppola, Risorgimento e risarcimento – La Sicilia tradita

CNA Edizioni, pag. 39

 

– Dal 1862 al 1870, sulle montagne castellammaresi (Tp n.d.r.), operò la banda di Pasquale Turriciano che, come tanti altri giovani, era renitente alla leva  obbligatoria estesa dal governo piemontese anche alla Sicilia. Renitente il Turriciano, a quel che si dice, lo divenne per l’ingiustizia notata e subìta, in quanto i figli delle famiglie benestanti, pagando ai commissari di leva una determinata somma, venivano esonerati dal servizio militare, mentre i popolani e i poveri come lui, non potendo pagare alcunché, erano sottoposti all’arruolamento per diversi anni.

S. Garofalo, Storia di Castellammare del Golfo

 

– Vennero chiusi in carcere madri, mogli, padri, sorelle e parenti dei renitenti di leva e sottoposti alle più feroci torture. Furono uccisi giovinetti a colpi di frusta e di baionetta, fatte morire donne gravide. A Trapani, Girgenti, Sciacca, Favara, Bagheria, Calatafimi,  Marsala (dove fu distrutta anche la produzione vinicola),  toccò la stessa sorte di Licata. E che dire della criminale Barbarie di Petralia, dove, in una misera capanna di contadini circondata dai regi, fu arsa viva una intera famiglia che si era rifiutata di aprire la porta?  E delle atroci torture inflitte, a Palermo, al povero sordomuto  Cappello, perché ritenuto dagli ufficiali medici  si fingesse tale per eludere  il servizio di leva?  Queste cose vi rappresento in nome dei diritti, della giustizia e dell’umanità così orrendamente violate.

Da un discorso del deputato D’Ondes Reggio alla Camera.

 

SCHEGGE DI STORIA 5/2012

“Se dall’unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E’ caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone.”

Gaetano Salvemini

 

“L’Unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali”.

Giustino Fortunato

 

“Potete chiamarli briganti ma combattono sotto la loro bandiera nazionale. Potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borbone sul trono di Napoli. E’ possibile, come il malgoverno vuol farci credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini ? Ho visto una città di cinquemila abitanti completamente rasa al suolo e non dai briganti”.

Giuseppe Ferrari

 

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SCHEGGE DI STORIA 4/2012

 

ANTONIO GRAMSCI –  Lo Stato Italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti.

Malaunità, di P.Aprile, L. Del Boca ed altri – Spaziocreativo edizioni, pag. 65.

 

LETTERA DI CAVOUR A VITTORIO EMANUELE DEL 14 DICEMBRE 1860

Lo scopo è chiaro; non è suscettibile di discussione. Imporre l’unità alla parte più corrotta e più debole dell’Italia. Sui mezzi non vi è pure gran dubbiezza: la forza morale e se questa non basta la fisica…Ora che la fusione delle varie parti della Penisola è compiuta mi lascerei ammazzare dieci volte prima di consentire a che si sciogliesse. Ma anziché lasciare ammazzare me, proverei ad ammazzare gli altri. Non si perda tempo a far prigionieri.

Malaunità, di P.Aprile, L. Del Boca ed altri – Spaziocreativo edizioni, pag. 64.

 

MASSIMO D’AZEGLIO, ottobre 1861 – Al sud del Tronto abbiamo sessanta battaglioni e sembra non bastino…Deve esserci stato qualche errore; e bisogna cangiare atti e principii e sapere dai Napoletani , una volta per tutte, se ci vogliono o no…Agli italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, credo non abbiamo il diritto di dare delle archibugiate.

Malaunità, di P.Aprile, L. Del Boca ed altri – Spaziocreativo edizioni, pag. 64.

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SCHEGGE DI STORIA 3/2012

SUL “BRIGANTAGGIO”

“ Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borbone sul trono di Napoli. E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente distrutta e non dai briganti” (Pontelandolfo).

Da un discorso del deputato liberale Giuseppe Ferrari al Parlamento di Torino nel novembre del 1863.

Mala Unità – P.Aprile, L. Del Boca, L. Patruno e altri – Spazio creativo Edizioni – Pag. 66.

 

SUL “BRIGANTAGGIO” IN SICILIA

“Tutta la rivoluzione era concentrata nelle bande campagnole chiamate qui squadre e composte per la maggior parte di briganti emeriti che fanno la guerra al governo per poterla fare ai proprietari. Tanto è vero che adesso noi dobbiamo farla da carabinieri contro i nostri alleati di ieri.

Ippolito Nievo – Lettera alla madre Adele Marin Nievo, 1 luglio 1860

Mala Unità – P.Aprile, L. Del Boca, L. Patruno e altri – Spazio creativo Edizioni – Pag. 27

 

SULL’ UNITA’

“ l’UNITA’ D’Italia è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari alle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali.

Lettera di Giustino Fortunato a Pasquale Villari datata 2-IX-1899.

Mala Unità – P.Aprile, L. Del Boca, L. Patruno e altri – Spazio creativo Edizioni – Pag. 65.

 LA STORIA CHE ABBIAMO STUDIATO SUI LIBRI DI SCUOLA E’ FALSA !

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SCHEGGE DI STORIA – 2/2012

SULL'OCCUPAZIONE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

“Ignoravo che l'occupazione del Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988). Né sapevo che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell'aggressione, uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dopo Inghilterra e Francia, prima di essere invaso).”

– Pino Aprile; Terroni; Ed. Piemme, pag.8,9.

 
SU GARIBALDI E LA SPEDIZIONE DEI MILLE

..la sua spedizione fu assai gradita e costantemente protetta dall'Inghilterra. Paese che in generale (Garibaldi) non avrebbe mai dimenticato di ringraziare, qualche tempo dopo, con un viaggio appositamente organizzato nel 1864. Durante la cerimonia di accoglienza, degna di un principe, (…) avrebbe ammesso: “ Senza l'ajuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora Borbonica, senza l'Ammiraglio Mundy, non avrei potuto giammai passare lo Stretto di Messina”, perché fu l'ammiraglio George Rodney Mundy che “protesse lo sbarco a Marsala e il passaggio dello Stretto di Messina”.

– G. Fasanella, A. Grippo; 1861 La Storia sul Risorgimento che non c'é sui libri di storia; Ed. Sperling & Kupfer, pag. 58.

 

SULLA SPEDIZIONE DEI MILLE

“La spedizione dei Mille non fu altro, da Quarto al Volturno, che una farsa allestita dalla Massoneria internazionale che a quel tempo faceva riferimento prevalentemente a Torino e a Londra. Massoneria, mafia, camorra , intrighi, corruzione e complicità dei generali e dei dignitari borbonici furono infatti i puntelli e gli ingredienti determinanti per il successo dell'impresa dei Mille, senza i quali la spedizione avrebbe certamente avuto esito ben diverso.”.

– Ignazio Coppola; Risorgimento e risarcimento-La Sicilia Tradita, Ed. CNA, pag. 39.

 

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 www.regnodelleduesicilie.eu        www.parlamentoduesicilie.eu

 

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SCHEGGE DI STORIA – 1/2012

DALLE MEMORIE DI CARLO MARGOLFO (bersagliere piemontese).
“Entrammo nel paese (Pontelandolfo) e subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi si saccheggiava ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da circa 4.500 abitanti. Quale desolazione; non si poteva stare d’intorno per il gran calore; e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case.”
– Carlo Margolfo, Mi toccò in sorte il numero 15: Ed. Comune e Pro Loco di Delebio (Sondrio), pag.53.

SUI RAPPORTI FRA I BORBONE E LA NOBILTA’ SICILIANA
“I latifondisti e i gabelloti, perciò, agirono in modo da neutralizzare il tentativo di riforme di Ferdinando. Radunando intorno a sé i loro dipendenti e i loro bravi,……, essi cercarono di convincere il popolo che non erano loro, ma gli odiati Borbone a impedire ogni progresso e a mantenere povera la Sicilia.”
– Danis Mack Smith; Storia della Sicilia Medievale e Moderna; Ed. Laterza, pag. 548.

SUI VERI INTENTI DI CAVOUR – 1859. (Corrispondenza con l’ambasciatore Ruggero Gabaleone).
“Come ha potuto solo per un momento uno spirito fine come il tuo, credere che noi vogliamo che il Re di Napoli conceda la Costituzione? Quello che noi vogliamo e che faremo è impadronirci dei suoi Stati”.
– P. Aprile, L. Del Boca, V. Gulì, P. De Chiara ed altri, Mala Unità, Ed. Spazio Creativo, pag. 142.

LA STORIA CHE ABBIAMO STUDIATO SUI LIBRI DI SCUOLA E’ FALSA !

Regno delle Due Sicilie – Parlamento delle Due Sicilie

 

 

 

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