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Grazie alla cortesia dell’Autore Gian Pio Mattogno e dell’Editore Claudio Mutti (Edizioni all’insegna del Veltro), iniziamo da oggi la pubblicazione a puntate di uno stralcio di un raro testo che molto bene delinea gli scenari sociali ed economici dai quali scaturirono le “rivolte” pre-unitarie.

Le varie parti saranno via via raccolte in un unico documento che, successivamente, sarà possibile consultare alla sezione “Testi consigliati”.

 

LA RIVOLUZIONE

BORGHESE IN ITALIA

(Dalla Restaurazione ai moti del 1831)

di Gian Pio Mattogno

Edizioni all’insegna del Veltro

(1993)

la-rivoluzione-borghese-in-italia-dalla-restaurazione-ai-moti-del-1831

INTRODUZIONE

 

Borghesia, massoneria, ebraismo e l’equivoco della restaurazione.

 

PRIMA PARTE

 

          La borghesia italiana, specie quella agrario – mercantile, era uscita dall’esperienza napoleonica notevolmente rafforzata, sia sul piano politico che su quello economico. Per la prima volta era divenuta classe di governo e forza sociale egemone, pur nell’ambito dell’asservimento ai disegni imperialistici della borghesia francese e di Napoleone.

          “Già durante la dominazione napoleonica erano sensibilmente migliorate le condizioni economiche degli stati italiani: l’espropriazione di manomorte ecclesiastiche, l’abolizione dei diritti di natura feudale e altri tributi ostacolanti il naturale sviluppo dell’attività produttiva avevano provocato, a danno della nobiltà e della Chiesa, una decisiva modificazione della vecchia “struttura” agraria. La conseguente redistribuzione delle terre e la successiva privatizzazione dei demani appartenenti alla comunità favorirono il rapido affermarsi nel campo economico della borghesia terriera. Il tradizionale equilibrio della vita sociale nelle campagne viene sconvolto all’improvviso. Si assiste ad un peggiorarsi del tenore del ceto contadino e ad uno sviluppo del bracciantato agricolo. Il mutarsi dei rapporti di produzione crea in fatti una minore stabilità nei legami con la terra da parte degli stesi contadini, dovuto in parte alla pressione esercitata dalla nuova borghesia terriera sui coltivatori, in parte allo stesso aumento della popolazione ed alla specializzazione delle colture. Mentre nei secoli precedenti l’applicazione della piccola coltura permetteva al contadino di provvedere al consumo della propria famiglia, ora, la maggiore soggezione al proprietario e la tendenza alla specializzazione lo legano più ancora che nel passato al mercato, che comincia lentamente a svilupparsi nelle campagne, in dipendenza alla introduzione di sistemi capitalistici nell’agricoltura” (1).

          La massoneria, protetta e incoraggiata da Napoleone, aveva conosciuto una larghissima diffusione. Aveva fornito i quadri del regime napoleonico e influenzato la vita politica del paese.

          L’ebraismo, finalmente “emancipato”, non aveva tardato a mettere a frutto la tanto sospirata “libertà” per accrescere le sue ricchezze e il suo peso politico in seno alla società cristiana (2).

          Con il crollo del regime napoleonico e la restaurazione dei governi assoluti, le aspirazioni delle forze ebraico – massoniche e borghesi subirono un brusco arresto. La massoneria fu messa fuori legge; gli ebrei vennero di nuovo sottoposti alla legislazione restrittiva pre – rivoluzionaria; la borghesia perse la sua egemonia politica e venne ricacciata in una posizione sociale subordinata.

          Le classi aristocratiche riconquistarono in parte i vecchi privilegi, mentre “si ripresero i vincoli, i dazi, i pedaggi che nel Settecento avevano impedito l’espansione delle forze produttive e che già allora erano stati combattuti vivacemente dalla borghesia”. Inoltre, “il ritorno al frazionamento della penisola in tanti Stati separati da barriere doganali rappresentava un colpo troppo grave alle aspirazioni de4i ceti più evoluti che avrebbero desiderato unire anziché dividere le varie parti della penisola, perché essi tendevano a un mercato più ampio” (3).

          Tuttavia la politica antiborghese dei governi restaurati non fu priva di incertezze, cedimenti e contraddizioni. Furono legittimati i trapassi di proprietà avvenuti nell’età rivoluzionaria grazie alle vendite dei beni nazionali; restarono in vigore diverse leggi napoleoniche; rimase in servizio una parte del personale amministrativo, diplomatico e militare del passato regime; la legislazione antiborghese fu temperata, soprattutto i moti del 1820 – 1821, da una serie di provvedimenti che incoraggiarono il progresso economico della borghesia.

          All’indomani del 1815 la situazione economica dei vari Stati italiani ricalcava sostanzialmente quella di fine Settecento e inizio Ottocento. L’agricoltura continuava ad essere l’attività produttiva principale. Furono perciò soprattutto i settori agrario – mercantili della borghesia i più diretti interessati al sovvertimento della struttura sociale tradizionale.

          I sovrani restaurati adottarono nei confronti della borghesia una politica fatta al tempo stesso di repressioni e concessioni, di freni e di incoraggiamenti. Si colpirono le forze borghesi sul piano politico, escludendole dai quadri dirigenti, ma si conservò praticamente intatta la loro forza economica, che anzi, seppur tra numerosi intralci, fu in parte addirittura favorita.

          “L’azione politica dei governi della Restaurazione procedeva così oscillante tra i due estremi di una intransigenza legittimista di principio e di un accomodantismo e di una transigenza di fatto, tra il tentativo velleitario di governare contro le nuove classi e gruppi sociali emersi dalla crisi e dalla rottura degli Anciens Règimes e il tentativo, altrettanto velleitario, di guadagnarsi la fiducia  l’appoggio di essi. Nell’un caso e nell’altro, reprimendo o blandendo, essi riuscirono soltanto a dar prova della propria debolezza e a incoraggiare la nutrita opposizione covata nelle conventicole e nei rèseaux dell’organizzazione settaria (4).

          In altre parole, fu riproposta una nuova edizione del compromesso borghese  – legittimistico settecentesco, che consisteva nel sostegno dei ceti borghesi alla politica governativa in cambio di una legislazione che favorisse il loro sviluppo economico. Ma la borghesia della Restaurazione – della quale ora faceva parte a pieno titolo anche la nobiltà imborghesita – non era più quella timida e impacciata dell’età delle riforme. L’esperienza napoleonica non l’aveva solo fatta diventare forza sociale egemone, ma l’aveva soprattutto resa consapevole della propria forza rivoluzionaria politica ed economica. Dopo aver assaporato per circa un ventennio i vantaggi della “libertà”, cioè della libertà di profitto, i nuovi ostacoli posti ora alla piena espansione del capitale dovevano apparire quanto mai intollerabili e opprimenti.

          L’accresciuto peso sociale della borghesia non poteva quindi che far pendere decisamente dalla sua parte i vantaggi del nuovo compromesso con i governi assoluti. Ma ben altri erano ora il vigore e la volontà di lotta del capitale contro i vincoli della società tradizionale. E con ben altra energia il capitale seppe mobilitare i suoi intellettuali e la sua manovalanza rivoluzionaria contro i sovrani assoluti.

          Quattro erano gli ostacoli principali che intralciavano le aspirazioni capitalistiche dell’emergente borghesia italiana: il frazionamento politico della penisola; l’assolutismo monarchico; la presenza dell’Austria; il cattolicesimo tradizionale.

 

SECONDA PARTE

 

Dopo il congresso di Vienna l’Italia, che durante il periodo napoleonico era stata suddivisa in tre grandi unità politiche, tornò ad essere articolata in più Stati. Questo frazionamento politico ed economico rischiava di soffocare l’emergente capitalismo italiano, che si vide restringere gli spazi di mercato e comprimerli in aree locali e controllate.

          La struttura assolutistica degli Stati italiani impediva inoltre la piena egemonia della borghesia e dei suoi alleati. Un’analisi articolata dei singoli Stati ci permetterà di comprendere le vere ragioni degli strepiti del capitale contro l’assolutismo.

          (Prima ragione n.d.r.) Una delle prime aspirazioni “liberali” del capitale fu la costituzione. “Al crollo dell’ancien règime seguito all’espansione ideologica e politica della Rivoluzione francese – scrive Ghisalberti – la parte più evoluta della borghesia dei maggiori Dtati della penisola italiana non era giunta impreparata. Affinata culturalmente dalle idee razionalistiche ed illuministiche e cosciente della propria crescente forza economica si rendeva infatti ben conto di quello che avrebbe dovuto essere il suo ruolo in un diverso assetto istituzionale. Non a caso, in Piemonte come nel Mezzogiorno, a Milano come a Firenze, il ceto intellettuale, all’unisono con quanto era rivendicato dalle classi colte ed economicamente più operose delle altre nazioni d’Europa, aveva portato innanzi il dibattito sullo Stato e il potere. Esso era destinato a qualificare in senso non più riformista, ma per i tempi addirittura rivoluzionario, la cultura politica del paese. Allora, infatti, la formulazione di un disegno di assetto politico alternativo rispetto allo schema assolutistico delle diverse monarchie o alla visione oligarchica delle senescenti repubbliche aristocratiche, per la correlativa definizione del modo attraverso il quale la borghesia,  o almeno una parte di essa, avrebbe potuto partecipare al potere con le varie dinastie e i decadenti ceti nobiliari, oppure gestirlo direttamente da sola, finiva con l’avere un preciso significato rivoluzionario.

          “Lo strumento più idoneo per estrinsecare questa volontà politica di una classe che tendeva a ergersi a rappresentante di tutto un popolo, escluso completamenti e in ogni forma dalla gestione del potere, era la costituzione, il documento, cioè, che, redatto per iscritto, sembrava per alcuni rinnovare, per altri invece stabilire, i contenuti e i limiti di un patto sociale tra governanti e governati. Con la costituzione, in fatti, venivano determinati i limiti e le modalità di esercizio del potere ed erano definiti i diritti pubblici individuali,  paralleli agli obblighi e alle restrizioni imposte necessariamente  dalla convivenza civile, mentre l’organizzazione dello Stato, fondata su un complesso di istituzioni più o meno rappresentative, tendeva ad assumere un contenuto alternativo e una  facies liberale che la rendevano ben diversa dall’immagine autocratica e oligarchica delle varie strutture caratterizzanti l’ancien règime” (5).

          Perciò era illusorio “ritenere che quella borghesia chiamata dopo il 1818 alla collaborazione con le dinastie in una funzione subalterna della volontà sovrana potesse accettare di essere esclusa dalle scelte fondamentali compiute dal potere, dopo che nel periodo francese era stata partecipe diretta della sua gestione” (6).

          E ciò spiega, ad esempio, le scelte costituzionali della borghesia rivoluzionaria durante i moti del 1820 – 21. Tra la costituzione di Cadice del 1812, che garantiva il maggior potere della borghesia, la Charte octroyèe francese del 1814, che sanzionava il compromesso tra la monarchia, l’aristocrazia e la borghesia agraria, e la costituzione siciliana del 1812, che favoriva le oligarchie feudali isolane, era fatele che “in queste circostanze il modello rappresentato dalla costituzione di Cadice del 1812, mitizzata dalla pubblicistica come nessun altro testo per il contenuto nazionale e popolare a un tempo della rivoluzione spagnola che l’aveva ispirata, finisse con l’imporsi ai gruppi rivoluzionari dei regni di Sardegna e delle Due Sicilie. Essi ne esaltarono le norme liberali e sembrarono ravvisarvi lo strumento più idoneo per garantire alla borghesia il recupero di quella egemonia sociale che la Restaurazione, almeno in parte, le aveva tolto. (7).

          (Seconda ragione n.d.r.) La presenza dell’Austria garantiva lo status quo, sanzionava il frazionamento politico ed economico della penisola e quindi costituiva il principale ostacolo all’unità (o federazione) politico – economica dell’Italia e all’ampliamento del mercato.

          L’Austria infatti esercitava la sua egemonia direttamente sul Lombardo – Veneto e indirettamente sul Ducato di Parma e Piacenza (Maria Luigia d’Asburgo), sul Granducato di Toscana (Ferdinando III d’Asburgo Lorena) e sul Ducato di Modena ( Francesco IV d’Austria – Este). Teneva inoltre presidi a Ferrara, Piacenza e Comacchio ed era legata da stretti rapporti diplomatici con gli altri Stati Italiani, ad eccezione del Piemonte.

          La politica austriaca – incarnata dal Metternich – era ispirata ai concetti di autorità, stabilità ed equilibrio (8).

          Ma occorre aggiungere che tali concetti nascondevano un pericoloso germe sovvertitore. Se Metternich non fu il “tremendo tiranno” di cui ha favoleggiato la pubblicistica liberale non fu neppure “l’ultimo grande europeo” (E. Malynski). Egli colpì la rivoluzione nei suoi effetti più appariscenti, ma non nelle sue cause più profonde. Individuò acutamente nelle sette e nella borghesia le forze motrici della rivoluzione, ma represse le prime lasciando intatta la seconda, che ne era la linfa vitale.

          Eppure aveva compreso lucidamente che ”les classes agitèes sont celles des hommes d’argent, veritablès cosmopolites, assurant leurs profits aux dèpenses de totu ordre de choses quelconque” (9).

          Quando però si trattò di passare alle misure pratiche, tutte queste enunciazioni anti borghesi vennero meno. La forza del capitale non fu per nulla intaccata. Sosteneva il Metternich che lo scopo dei faziosi era il rovesciamento dell’ordine legalmente costituito, a cui bisognava contrapporre il principio della “conservation de toute chose lègalement existante” (10). Ma l’ordine “lègalement existante” era quello della Restaurazione, frutto del compromesso con la rivoluzione e la borghesia. In nome di questo ordine, fondato sul principio della stabilità e dell’equilibrio, egli cristallizzò le potenzialità rivoluzionarie della borghesia. Per contro, ostacolò gli “ultras”, che invocavano un’azione decisa e sistematica contro le forze rivoluzionarie. E’ emblematico il caso di Napoli, dove Metternich impose l’allontanamento del principe di Canosa e incoraggiò la politica dell’”amalgama”, vero cavallo di Troia della rivoluzione.

 

TERZA PARTE

 

          (Terza ragione n.d.r.) Non di meno, per le forze rivoluzionarie Metternich e l’Austria restavano i nemici mortali da combattere e annientare.

          Uno scritto di Giuseppe Pecchio, elaborato sotto forma di catechismo intorno al 1830, tradisce la vera natura dell’avversione all’Austria e delle aspirazioni “nazionali” della borghesia italiana. L’imperatore viene descritto come “uno straniero, capo di una dinastia straniera” e il dominio austriaco come “un giogo mostruoso” che pesa sul collo degli italiani e “un fantasma notturno che li soffoca”. Il Pecchio auspica quindi l’insurrezione da effettuare “con tutti i mezzi. Ogni mezzo è lecito, la frode, gli inganni, le cospirazioni, la guerra aperta, le alleanze con gli stranieri”. L’obiettivo è un nuovo regno indipendente e costituzionale con frontiere alle Alpi, agli Appennini di Toscana e al Tronto. La dinastia regnante sarà quella dei Savoia, purgata dall’assolutismo. Ma l’accento è posto soprattutto sui vantaggi materiali che ne deriverebbero. “Le sei linee doganali appartenenti ai diversi Stati che oggidì tormentano ed inceppano il commercio nell’Italia del Nord sparirebbero” e le principali città conoscerebbero un forte risveglio economico (11).

          (Quarta ragione, n.d.r.) Il Cattolicesimo tradizionale era era l’alleato naturale dei sovrani, esercitava una notevole influenza sulle masse popolari, si dichiarava apertamente ostile al liberalismo borghese e si ergeva a difesa dell’antica società. Esso pertanto era il nemico naturale delle forze rivoluzionarie ebraico – massoniche e borghesi. L’odio contro Roma papale costituì il filo conduttore di tutte le trame risorgimentali.  La Chiesa inoltre possedeva vaste proprietà, beni di manomorta sottratti al mercato e all’avidità della borghesia e dei suoi alleati. Tutto ciò spiega a sufficienza le vere motivazioni della lotta borghese contro la “Teocrazia papale” (12).

          Su queste quattro direttrici si articolò l’assalto delle forze rivoluzionarie. Le parole d’ordine, in relazione alle contingenze storiche e alle esigenze delle varie frazioni della borghesia, furono dunque: costituzionalismo, liberismo economico, lotta all’Austria, repubblica, liberalismo e democrazia, unità, federalismo, cattolicesimo liberale – obiettivi che rientravano tutti nel quadro delle spirazioni ei ceti borghesi.

          Le rivoluzioni che hanno costellato la storia d’Italia dalla Restaurazione all’Unità furono altrettante tappe all’assalto ebraico – massonico e borghese alla società tradizionale italiana. Di tali rivoluzioni la borghesia fu l’asse portante.

          la storiografia liberale si è compiaciuta di descrivere gli emergenti ceti borghesi come delle forze accomunate da una “fede nel lavoro e nell’avvenire”, da una “alacre operosità” e tutte intente a “bonificare terre, ed introdurre macchine, a promuovere ea coltivare studi, ad affrontare problemi economici, ed aprire asili, scuole, ricoveri” (13).

          Tali minoranze attive si sarebbero l’onore e l’onere di lottare in nome di tutto il popolo (Omodeo).

 

QUARTA PARTE

 

            Contro queste mistificazioni della “storia patri” ci piace ricordare i lucidi giudizi con i quali nel 1890 l’anarchico Merlino bollò le aspirazioni “risorgimentali” della borghesia italiana. Non le bastava – scrive – la spoliazione e la proletarizzazione delle masse; essa “aspirava a sbarazzarsi di ogni istituzione che si opponesse, anche debolmente, alla sua avanzata trionfale. Le dava soprattutto ombra il decentramento politico ed economico dell’Italia. Le dinastie regnanti sulle diverse regioni, gelose l’una dell’altra, che mantenevano in certo qual modo l’equilibrio fra la borghesia e il popolo, cos’ da alimentare gli odi reciproci, deplorando e osteggiando lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e il progresso delle idee, la scontentarono. Non avendo saputo organizzarla in una lega doganale e politica, di cui molto si parlava all’epoca, o in altro modo, affinchè potesse entrare nel concerto delle nazioni europee, la spinsero alla ribellione. Difatti, la borghesia, ritenendosi chiamata a far parte integrante del sistema capitalistico europeo, mordeva il freno, e si tuffò a più riprese nella rivoluzione, per raggiungere la terra promessa” (14).

            Un contributo non trascurabile all’assalto borghese fu dato dalla massoneria grazie all’attività delle logge, ma soprattutto dei singoli massoni che operarono tramite le società segrete affini. Questa tesi è stata decisamente negata in passato da Alessandro Luzio e più recentemente dal paolino Rosario Esposito (15).

Chiamati in causa, gli storici e pubblicisti massoni – fra i quali Giuseppe Leti (16) – vantarono per contro le benemerenze della fratellanza nell’edificazione dello Stato unitario.

Senza entrare in questa sede nel merito del dibattito storiografico – non sempre scientificamente rigoroso è il Leti, spesso unilaterale e poco persuasivo è il Luzio – e limitatamente al periodo della Restaurazione, noi condividiamo sostanzialmente quanto scriveva il massone Ugo Lenzi nel 1948 in polemica con Luzio: “La verità è che se anche la Massoneria fu ufficialmente sciolta alla fine del periodo napoleonico in Italia, non pertanto cessò l’opera dei Liberi Muratori o individualmente o sotto denominazioni diverse (…). Alla Restaurazione se cessarono le organizzazioni ufficiali, restarono i Liberi Muratori anche se non apparivano: gli esuli si affiliarono alle Famiglie estere o in esse furono iniziati: qualche Loggia non cessò mai di lavorare nel massimo segreto e senza lasciare traccia della propria azione”. Le varie società segrete “più o meno emanavano dalla Massoneria, in esse i Massoni vi ebbero grande parte e godevano di privilegi” (17). La documentazione che abbiamo raccolto conferma questa interpretazione.

Con l’Unità d’Italia anche la massoneria conquistò la sua “libertà”, che seppe mettere a frutto per piazzare i suoi adepti nei posti chiave del nuovo Stato borghese. Quest’opera di infiltrazione fu lenta e graduale, poiché la stragrande maggioranza degli italiani – del tutto estranea al “Risorgimento” – era ancora devota alla Chiesa.

In un discorso tenuto a Venezia il 28 giugno 1892 il Gran maestro Adriano Lemmi tenne a rammentare che il nemico più grande della massoneria era “l’idea clericale”. Due giorni prima, il 26, in un altro discorso pronunziato a Milano, aveva ribaditole linee programmatiche dell’azione massonica: “E perché l’azione nostra intenda efficacemente al suo fine, ci gioverà usare delle libertà politiche che conquistammo per avere voce e autorità in tutte le pubbliche amministrazioni (…). Per quanto è da noi curiamo che quella forza cada nelle mani dei nostri fratelli (…) Noi dobbiamo essere sicuri che gli uomini portati dalle Loggie ai pubblici uffici adoperino la nuova autorità ad applicare nelle leggi civili i principi e le aspirazioni della Massoneria”. Per ottenere questo intento – confermò Lemmi nel citato discorso del 28 giugno – “ci è necessaria la cooperazione di tutti gli ordini dello Stato: dobbiamo conquistarla ed averla”. La massoneria “vuole avere nel governo del paese l’influenza che spetta alle buone e forti istituzioni; quindi lavora a condurre nelle pubbliche amministrazioni, nei consessi legislativi e alle più alte cime del potere, gli uomini suoi” (18).

 

QUINTA PARTE

CAPITOLO V

IL REGNO DELLE DUE SICILIE

 

          1. Sviluppatasi nel corso del 1700 e nel Decennio napoleonico, la borghesia napoletana – composta soprattutto dai ceti agrario – mercantili e manufatturieri, ai quali si deve aggiungere la nobiltà imborghesita – continuò la sua ascesa anche dopo il 1815 (1 bis).

          Non mancavano differenze e contrasti tra i vari settori borghesi, ma la storia del Mezzogiorno ottocentesco dimostra che di fronte agli interessi e alle aspirazioni comuni le divergenze passarono in secondo piano e, tranne rare eccezioni, si ricomposero nell’unita delle ambizioni politiche ed economiche.

          Dalla disgregazione del feudalesimo nelle varie province del regno stava emergendo una nuova classe di proprietari terrieri: i galantuomini. Accanto a questa classe, che tanta parte ebbe nelle vicende rivoluzionarie del Mezzogiorno, anche la borghesia mercantile e industriale conobbe un sensibile progresso.

          “Come tutti gli Stati della penisola italiana, anche nel Regno di Napoli, una borghesia d’uomini d’affari nacque e s’irrobustì rapidamente, durante gli anni che vanno dal 1824 al 1860. Essa ebbe le sue origini nella politica inaugurata dal governo dei Borboni negli anni successivi al 1820. E si può anche seguire lo sviluppo e l’importanza che, giorno per giorno, essa acquista nella vita economica del paese. Ma nonostante le buone intenzioni, molteplici ostacoli si frappongono allo sviluppo della nuova categoria della classe agiata. Essi sono dovuti alla politica economica del governo perché le antiche forme mal si adattano alla nuova sostanza, e quando quegl’impedimenti minacciano la morte della nuova creatura, la reazione è naturale. Nel rinnovamento della società napoletana, nelle sue aspirazioni a nuove forme di vita economica,  nell’antagonismo tra le vecchie e le nuove classi sociali,  al quale prende parte anche la nuova classe d’origine industriale e commerciale, risiede uno degli aspetti più drammatici e, senza dubbio meno noti, del Risorgimento del Regno di Napoli” (2 bis).

          Come altrove, anche nel Mezzogiorno continuò il processo di imborghesimento di larghi strati della nobiltà, i quali, liberi ormai dai vincoli feudali, si andarono integrando con l’emergente borghesia, assimilandone i gusti, le abitudini e lo spirito di speculazione (3 bis).

          “In pratica dunque nobili e borghesi finirono per formare una sola classe di proprietari, i cosiddetti “galantuomini”, nella quale si potevano semmai distinguere soltanto diverse categorie, sulla base sia dell’antico o del recente acquisto della proprietà, sia dell’entità maggiore o minore dei patrimoni, sia della residenza abituale, poiché esistevano pur sempre parecchi proprietari assenteisti, viventi per lo più a Napoli (tra i quali i membri della vecchia aristocrazia), mentre molti altri vivevano nelle città di provincia o nei paesi vicini alle loro terre. Ma tra tutti questi gruppi si andava formando una fondamentale solidarietà di classe, che si rafforzò nel corso di questo periodo, di fronte alle masse contadine” 4 bis).

          A questo generale progresso economico della borghesia contribuirono varie circostanze: le pressioni delle grandi potenze e la politica dell’amalgama, che, inaugurata all’indomani della restaurazione borbonica, cronologicamente andò oltre il suo ispiratore Luigi de’ Medici; la politica economica governativa; lo sviluppo della produzione agricola e industriale; lo sfruttamento dei contadini e degli operai; le speculazioni commerciali e finanziarie.

          Nondimeno, altre circostanze intralciavano l’ulteriore sviluppo economico della borghesia e ostacolavano le sue ambizioni politiche: la struttura assolutistica del Regno borbonico, taluni aspetti restrittivi della politica doganale e il Concordato tra la Santa Sede e la monarchia napoletana.

          Il ritorno sul trono di Ferdinando IV di Borbone (che assumerà il nuovo titolo di Ferdinando I re delle Due Sicilie) fu salutato con grandi manifestazioni di giubilo popolare. Era l'occasione per colpire le forze borghesi che avevano sostenuto il regime di Murat. Invece il re fu costretto a cedere alle pressioni e agli intrighi internazionali, a riconoscere alcune delle conquiste rivoluzionarie della borghesia e ad avviare la politica dell’amalgama.

          Con la convenzione del 29 aprile 1815 Metternich impose una serie di garanzie a favore dei murattiani e degli usurpatori dei beni nazionali:

“I° Personne ne pourra ètre recherchè ni inquietè pour les opinions et la conduite politique qu’il aura antèrieurement au retablissement du roi Ferdinad IV sur le tròne de Naples, dans quelque  temps et dans circostance que ce soit.

“2° Le vente des biens de l’Etat est irrèvocablement maintenue.

“3° La dette publique sera garantie.

“4° Tout Napolitain est habile à possedere les offices et les emplois soit civiles, du royaume.

“5° Les noblesses ancienne et nouvelle seront conserves.

“6° Tout militaire au service de Naples nè dans le royaume des Deux – Siciles, qui prètera le serment de fidelitè à Sa Majestè le Roi Ferdinad IV, sera conserve dans ses grades, honneurs et pensions” 5 bis).

          Lo scopo di queste garanzie, ribadite dalla convenzione di Casa Lanza del 20 maggio e dal secondo articolo separato e segreto del trattato con l’Austria del 12 giugno 1815 che metteva in guardia il governo napoletano “desnouvelles reactions et du danger d’imprudentes innovations” (6 bis), fu         precisato da Metternich in un dispaccio al principe Jablonowski, ambasciatore straordinario e ministro plenipotenziario presso Ferdinando (4 novembre 1815): “En vous chargeant de veiller au maintien de nos transactions avec la Cour de Naples, nous nous sommes proposès pour but d’enchaìner et d’ètouffer l’esprit de parti ed de vengeance, de faire respecter le droit de proprietè fondè sur les lois, de prèvenir enfin toute rèaction dangereuse propre a compromettre la tranquillitè du pays (…) 7 bis).

          E’ vero che Metternich, come scrisse il Ruffo a Ferdinando il giorno stesso della Convenzione, “desidera, però, ed esige che non s’introduca, e non si faccia veruna costituzione, né cosa che somigli ad atto costituzionale” 8 bis), ma è altrettanto vero che, per amore della “tranqullitè du pays” e per evitare “l’esprit de parti et de vengeance”, si impedì a Ferdinando di colpire quella stessa borghesia che con spirito di partito e di vendetta aveva lottato al servizio degli invasori francesi contro la monarchia borbonica; e che conservando il potere economico alla borghesia, ma escludendola dalla gestione del potere politico, non si fece altro che sollecitare ancora dipiù i suoi appetiti affaristico – rivoluzionari. Così la borghesia, al riparo della politica dell’amalgama e delle garanzie internazionali, potè tranquillamente preparare la nuova ondata rivoluzionaria che di li a pochi anni avrebbe investito la monarchia borbonica.

Con buona pace della “tranquillità del paese” 9 bis).

 

SESTA PARTE

          La politica dell’amalgama, la cui anima fu il ministro delle Finanze Luigi de’ Medici, mirava a conciliare le forze murattiane e quelle rimaste fedeli al re (10 bis). Il sovrano promise “generale e perfetta amnistia e dimenticanza” (11), accontentandosi di un generico giuramento di fedeltà ed ubbidienza da parte degli impiegati politici, militari e civili, che si impegnavano a “non appartenere a nessuna Società segreta di qualsivoglia titolo, oggetto e denominazione” (12).

          In realtà la politica dell’amalgama si rivelò ben presto il cavallo di Troia dell’opposizione borghese e a nulla valsero le reazioni e gli ammonimenti dei legittimisti, guidati dal principe di Canosa (13).

          Sia dai contemporanei che dagli storici a noi più vicini “la classe dirigente formatasi nel Decennio, di cui sono nerbo i proprietari, è stata posta al centro della vita politica, interlocutrice privilegiata del governo restaurato, vera destinataria della “politica dell’amalgama” (…) 14 bis).

          Che la borghesia fosse l’interlocutrice privilegiata e la vera destinataria della politica dell’amalgama risulta chiaramente da un promemoria inviato al ministro Tommasi il 17 luglio 1815 da certa burocrazia del ministero dell’Interno. Gli autori si scagliavano contro il “Mostro feudale” paventando la sua ricostruzione: “I nove decimi della superficie del Regno, su cui la feudalità esercitava altra volta il suo impero, si sono trovati sbarazzati dai vincoli feudali; la proprietà di ciascun possidente ha acquistato con ciò il suo prezzo; l’industria vi ha spiegato liberamente la sua attività. Or con quai mezzi si otterrebbe che i possessori, sensibili sempre in tutte le parti della loro fortuna, sottomettano di nuovo le loro proprietà alla supremazia feudale?”. E concludevano che “l’interesse pubblico, la prudenza, la giustizia e la più sacra politica consigliano ad un tempo di rispettare le operazioni fatte, senza portarvi il menomo attentato” 15 bis).

          Ma è ancor più interessante “l’ammonimento” al Circello da parte del ministro austriaco Jablonowski (8 agosto 1815), secondo il quale in ogni governo “ la classe degli agricoltori (cioè la borghesia agraria), che provvedono alla sussistenza del rimanente e che portano tutto il peso delle imposizioni pubbliche, deve essere la prima mira delle cure dei Regnanti, e non solo protetta e incoraggiata, ma anche favorita” 16 bis).

          Grazie alla politica dell’amalgama i ceti borghesi seppero ritagliarsi degli spazi di libertà a livello locale. Per essi “la pubblica amministrazione divenne lo strumento fondamentale per gestire a proprio esclusivo vantaggio il flusso di risorse che man mano si rendono disponibili” 17 bis).

          Per via della mentalità illuministico – borghese il Medici si poneva come il migliore garante dell’ “interesse pubblico”, cioè dell’interesse della borghesia 18 bis). Tuttavia la politica dell’amalgama era minata da una contraddizione di fondo: da un lato intendeva proteggere e incoraggiare la borghesia sul piano economico; dall’altro le concedeva poco o nulla sul piano politico. Inoltre, tollerando in parte le sette massonico – carbonare in pratica offrì alla borghesia l’opportunità di esprimere in segreto il proprio malcontento contro il governo e di darsi un’organizzazione politica al di fuori dello Stato.

          Tutto ciò permise ai ceti borghesi di rafforzare la loro posizione economica, di rivendicare con crescente insistenza i diritti politici del capitale ad assumere funzioni di governo e di preparare in segreto i moti rivoluzionari. Furono gli stessi rivoluzionari a vedere nella tolleranza del Medici, come scrisse Guglielmo Pepe, “una quasi autorizzazione di cooperarsi in tutti i modi alla abolizione del potere assoluto” 19 bis).

 

SETTIMA PARTE

            2. Dopo il fallimento dei moti del 1820 – 21 la borghesia, “per stanchezza e debolezza”, come è stato scritto (20 bis), o, più probabilmente, per un opportunistico disegno strategico, mutò atteggiamento nei confronti del governo. Essa rinunziò per il momento alle rivendicazioni più apertamente politiche e alla lotta armata, e si accontentò di crescere all’ombra della rinnovata politica dell’amalgama, rafforzando così il suo potenziale rivoluzionario in attesa di circostanze più propizie (21 bis). “La salvaguardia del diritto di proprietà, la possibilità di poter svolgere qualsiasi attività economica (ma anche la protezione accordata a quelle più deboli), il riconoscimento del merito intellettuale apparivano conquiste sufficienti” (22 bis).

            Nonostante fosse chiaro che la rivoluzione era stata fatta dalle forze borghesi allevate e protette nel quinquennio della politica dell’amalgama, la linea direttiva del governo mirò a favorire lo sviluppo economico di quella stessa borghesia nella speranza di guadagnarne l’appoggio.

            In realtà Ferdinando era stato ammaestrato dall’esperienza rivoluzionaria e, come scrisse nel luglio 1821 al principe Ruffo, ambasciatore napoletano a Vienna, avrebbe auspicato volentieri “un severo governo militare almeno per un anno, procedendo con terrore, e con forza imponente” (23 bis). Egli però riuscì ad istituire un governo provvisorio di fede legittimista, diretto dal Circello e dal Canosa, che era stato nominato ministro di Polizia. Si trattava di un indirizzo governativo “fondato sulla più rigorosa riduzione dell’area di scelta della classe dirigente, la quale perciò finiva per essere reclutata nell’ambito di ceti sociali che avevano da tempo perduto la loro egemonia” (24 bis). Si trattava cioè di un governo antiborghese. Il Canosa capì perfettamente che la borghesia rivoluzionaria andava colpita anche nei suoi interessi economici e decretò la confisca dei beni dei carbonari.

            Ma ancora una volta Ferdinando fu costretto a cedere alla pressione degli intrighi internazionali. “L’opinion publique – scriveva l’ambasciatore austriaco Ficquelmont a Metternich il 18 settembre 1821 – les hommes de tous les parts, les ministres étrangers, tous se réunissent pour appeler M. de’ Medici aux affaires” (25 bis). Medici fu di nuovo imposto a Ferdinando e Canosa sacrificato alla ragion di Stato.

            Gli interessi della borghesia erano salvi, mentre i legittimisti rimproveravano al re “di aver lasciato mano libera al Medici di attuare il divorzio tra lo Stato e la sua antica base politico – sociale, la nobiltà, a favore della nuova e rapace borghesia del denaro, del commercio e dell’usura” (26 bis).

            Ma ora, dietro agli intrighi diplomatici, si affacciava un altro pericolo, la presenza dell’ebraismo internazionale nella persona del banchiere Carlo Rothschild. Fiutato l’affare, i Rothschild, che già controllavano quattro importanti piazze finanziarie europee (Londra, Parigi, Francoforte e Vienna), inviarono Carlo a Napoli per trattare un prestito che i Borboni si trovarono costretti a contrarre per pagare le spese dell’intervento austriaco dopo la rivoluzione e per risanare in parte le finanze piuttosto disastrate.      

E. Corti, nel suo studio estremamente favorevole ai banchieri ebrei, scrive: “Casa Rothschild si dichiara disposta a un prestito di dieci milioni di ducati, assumendo i titoli al corso del 54 per cento; inoltre la casa dovrà avere la preferenza su tutte le altre per futuri prestiti. Sono condizioni onerosissime. La rendita  è quotata in quell’epoca al sessanta per cento; il corso proposto è quindi molto basso e tanto più favorevole ai Rothschild in quanto questi si propongono di introdurre anche sui mercati di Londra e Parigi, per mezzo di quelle loro sedi, le rendite del regno, quotate finora soltanto alla Borsa di Napoli” (27 bis).

Il prestito fu concluso a condizioni più favorevoli. Altri prestiti furono contratti successivamente, così ché “Carlo allarga la cerchia dei propri affari e finisce per rendersi finanziariamente indispensabile anche alla Corte di Napoli, mettendo così radice nella bella città meridionale” (28 bis).

“Carlo, – come scrive J. Bouvier – ebbe l’abilità d’associarsi qualche banchiere – commerciante della piazza di Napoli, peraltro estraneo all’Italia, come la casa lionese Meuricoffre. I fondi napoletani ebbero un grandissimo successo a Londra e a Parigi: nel 1824 si fece dell’aggiotaggio a tutto spiano su di loro alla Borsa di Parigi” (29 bis).

Quale sia stato il peso effettivo del banchiere ebreo sulla politica finanziaria del governo napoletano è difficile da stabilire. “Nel corso di ventiquattro anni la casa napoletana registrò forti incrementi di capitale, ma non è possibile dire quanta di essi sia stata dovuta agli affari che Carlo conduceva a Napoli e quanta parte invece a trasferimenti operati dalle altre case. E’certo, comunque, che il prestito del 1821 pesò sul regno solo in senso negativo, perché servì a pagare l’occupazione; esso consentì inoltre ai Rothschild d’intervenire direttamente su alcuni aspetti della politica finanziaria del Medici” (30 bis). E’dunque fuori discussione che l’intervento dei Rothschild contribuì a consolidare la posizione del Medici a scapito di quella del Canosa e favorì quindi la politica dell’amalgama.

Un esempio significativo delle finalità della politica dell’amalgama è offerto dall’atto di accusa del pubblico ministero Brundisini al processo contro Morelli e Silvati. Da un lato Brundisini chiedeva pene severe contro i promotori della rivoluzione, dall’altro “offriva un ponte ideologico a tutti coloro che avessero voluto tornare alla politica dell’amalgama” (31 bis). Il pubblico ministero invitava in sostanza la borghesia a rinunziare alle proprie aspirazioni politiche in cambio del riconoscimento della sua funzione economica e della garanzia delle sue proprietà – affermò – un reciproco soccorso nei bisogni, è l’origine, la causa, lo scopo, dell’ordine sociale nel piano eterno della Provvidenza, da cui la società umana deriva (32 bis).

La politica governativa borbonica imboccò proprio questa strada.

 

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1) R. Moscati, Dal 1831 alla restaurazione del 1849, in F. Catalano R. Moscati F. Valsecchi, L’iItalia nel Risorgimento. Milano 1964, pp. 395 – 396.

2) Sull’assalto ebraioc – masssonico e borghese alla società tradizionale italiana nel 1700 e nell’età napoleonica Cfr. Gian Pio Mattogno, La rivoluzione borghese in Italia (1700 – 1815), Parma, 1989.

3) F. Catalano, La pressione delle nuove forze: La restaurazione e i moti liberali (1815 – 1831), in L’Italia nel Risorgimento cit., pp 227, 234.

4) G. Procacci,  Storia degli italiani, Bari, 1983, pp. 328 – 329.

5) C. Ghisalberti, Storia costituzionale d’Italia (1848 – 1948), Bari, 1898, pp. 1 – 2.

6) ibid, p. 10.

7) ibid, pp. 11, 12.

8) A. Wandruska, La politica italiana dell’Austria nel periodo della restaurazione, in AA.VV., La Restaurazione in Italia strutture e ideologie, Roma, 1976: F. Valsecchi. H. Ritter Von Srbik e la concezione unitaria della storia tedesca, in “Rivista Storica Italiana”, 1937; Id i.,  Il dominio del Lombardo – Veneto e i problemi della politica austriaca in Italia, in AA.VV., Il Lombardo – Veneto (1815 – 1966), Mantova, 1977; R. Blaas, Le sette politiche. Metternich e il concetto di delitto politico, ivi.

9) Mèmoires, III, p.437, cit. da G. Bertier de Sauvgny. Metternich et son temps. Paris, 1959, p. 73.

10) ibid, p. 76.

11) R. Soriga. L’idea nazionale italiana dal secolo XVIII all’unificazione, Modena, 1941, pp. 256 – 270.

12) Per una storia del cattolicesimo intransigente in Italia dal 1815 al 148, E. Artom.

Il problema politico dei cattolici italiani nel secolo XIX, G. Verucci. Segue…

13) N. Rodolico, Stroia degli Italiani, Firenze, 1964, P. 665.

14) F.S. Merlino, Questa è l’Italia, Milano, 1953, p. 19.

15) A. Luzio, La massoneria e il Risorgimento italiano, Bologna, 1925; R. Esposito, La massoneria e l’Italia dal 1800 ai nostri giorni, Roma,1979.

16) G. Leti,   Carboneria e massoneria nel Risorgimento italiano, Genova, 1925; Id., La massoneria nel Risorgimento, in “Lux”, 1925.

17) U. Lenzi, in “L’acacia massonica”, novembre – dicembre 1948, pp. 280 – 281.

18) Discorsi del Gran Maestro pronunziati nei ricevimenti massonici di Livorno, Genova, Torino, Milano, Venezia e Bologna. Roma, 1892 (rist. an., Bologna, 1980), pp. 43, 35, 44.

1 bis) …si vedano le osservazioni di G. Giarrizzo, Borghesia e “provincia” nel Mezzogiorno durante la Restaurazione, in Aa. Vv.,  L’età della Restaurazione (1815 – 1830). Atti del 3° Convegno di studi sul Risorgimento in Puglia, Bracciodieta Editore, 1983. La citazione è a p. 27.

2 bis) D. De Marco, Le classi sociali nell’età del Risorgimento. La nuova borghesia industriale e commerciale nel Regno di Napoli, in Aa. Vv.. Orientamenti per la storia d’Italia nel Risorgimento, 1952, p. 139.

3 bis) …omissis. F. Assante, Rapporti di produzione e trasformazioni colturali in Basilicata e Calabria nel secolo XIX, in Aa. Vv., Il Mezzogiorno preunitario. Economia, società e istituzioni, Bari, 1988, pp. 57 – 58.

4 bis) G. Candeloro, op. cit., p. 316.

5 bis) W. Maturi, Il Congresso di Vienna e la restaurazione dei Borboni di Napoli, in “Rivista storica italiana” IV, 1938, pp. 53 – 54.

6 bis) W. Maturi, Il Concordato del 1818 tra la Santa Sede e le Due Sicilie, Firenze, 1929, p. 4.

7 bis) R. Romeo, Mezzogiorno e Sicilia nel Risorgimento, Napoli, 1963, p. 53. (…omissis).

8 bis) W. Maturi, Il Congresso di Vienna, cit., p. 54.

9 bis) W. Maturi, Il Congresso di Vienna, cit. p. 54.

10 bis) omissis… N. Cortese, IL Mezzogiorno e il Risorgimento italiano, Napoli, 1965, pp. 329 – 330.

11 bis) Appello del 1° maggio 1818, ivi, p. 67.

12 bis) Ibid, p. 69.

13 bis) …R. Romeo, Mezzogiorno e Sicilia cit., pp. 59 e sgg. e A Scirocco,  Governo assoluto ed opinione pubblica a Napoli nei primi anni della Restaurazione, in “Clio”, 1986. … W. Maturi, Il Principe di Canosa, Firenze, 1944, pp. 117 sgg. … W. Maturi, La politica napoletana dal 1815 al 1820, in “Rivista Storica Italiana”, 1939, p. 231, nota 22.

14 bis) A. Scirocco, Governo assoluto, cit., p. 222.

15 bis) Colipo d’occhio sulle leggi relative all’abolizione della feudalità ed alle divisioni de’ demani, e sull’applicazione che n’è stata fatta nel Regno dal 1806 in poi, in R. Romeo, op. cit. pp. 57 – 58.

16 bis) W. Maturi, Il Concordato, op. cit., p. 159.

17 bis) G. Moricola, op. cit., p. 159.

18 bis) …omissis W. Maturi,La politica estera, op. cit. p. 262; W. Maturi, Il Principe di Canosa, cit., p. 127.

19 bis) G. Pepe, Relazione delle circostanze relative agli avvenimenti politici e militari del Regno di Napoli nel 1820 e nel 1821, cit. da R. Romeo, op. cit., p. 109.

(20 bis) A. Lepre, Storia del Mezzogiorno nel Risorgimento, Roma, 1977, pag.156.

(21 bis) (omissis…) A. Galante Garrone, op. cit., pag. 190.

(22 bis) A. Lepre, Storia del Mezzogiorno d’Italia II. Dall’ Antico Regime alla società borghese (1657 – 1860), Napoli, 1986, p. 255.

(23 bis) G. Cingari, Mezzogiorno e Risorgimento. La Restaurazione a Napoli dal 1821 al 1830, Bari, 1976, p. 22.

(24 bis) Ibid, p. 36.

(25 bis) Ibid, p. 36.

(26 bis) Ibid, p. 195.

(27 bis) M. Corti, I Rothschild, Milano, 1963, p. 105.

(28 bis) Ibid, p. 113.

(29  bis) J.Bouvier, I Rothschild, Bari, 1968, p. 69.

(30 bis) A. Lepre, Storia del Mezzogiorno d’Italia, cit., p. 240.

(31 bis) Id. Storia del Mezzogiorno nel Risorgimento, cit., p. 148.

(32 bis) Ibid.

 

 

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