.

Grazie alla cortesia dell’Autore Gian Pio Mattogno e dell’Editore Claudio Mutti (Edizioni all’insegna del Veltro), iniziamo da oggi la pubblicazione a puntate di uno stralcio di un raro testo che molto bene delinea gli scenari sociali ed economici dai quali scaturirono le “rivolte” pre-unitarie.

Le varie parti saranno via via raccolte in un unico documento che, successivamente, sarà possibile consultare alla sezione “Testi consigliati”.

 

LA RIVOLUZIONE

BORGHESE IN ITALIA

(Dalla Restaurazione ai moti del 1831)

di Gian Pio Mattogno

Edizioni all’insegna del Veltro

(1993)

la-rivoluzione-borghese-in-italia-dalla-restaurazione-ai-moti-del-1831

INTRODUZIONE

 

Borghesia, massoneria, ebraismo e l’equivoco della restaurazione.

 

PRIMA PARTE

 

          La borghesia italiana, specie quella agrario – mercantile, era uscita dall’esperienza napoleonica notevolmente rafforzata, sia sul piano politico che su quello economico. Per la prima volta era divenuta classe di governo e forza sociale egemone, pur nell’ambito dell’asservimento ai disegni imperialistici della borghesia francese e di Napoleone.

          “Già durante la dominazione napoleonica erano sensibilmente migliorate le condizioni economiche degli stati italiani: l’espropriazione di manomorte ecclesiastiche, l’abolizione dei diritti di natura feudale e altri tributi ostacolanti il naturale sviluppo dell’attività produttiva avevano provocato, a danno della nobiltà e della Chiesa, una decisiva modificazione della vecchia “struttura” agraria. La conseguente redistribuzione delle terre e la successiva privatizzazione dei demani appartenenti alla comunità favorirono il rapido affermarsi nel campo economico della borghesia terriera. Il tradizionale equilibrio della vita sociale nelle campagne viene sconvolto all’improvviso. Si assiste ad un peggiorarsi del tenore del ceto contadino e ad uno sviluppo del bracciantato agricolo. Il mutarsi dei rapporti di produzione crea in fatti una minore stabilità nei legami con la terra da parte degli stesi contadini, dovuto in parte alla pressione esercitata dalla nuova borghesia terriera sui coltivatori, in parte allo stesso aumento della popolazione ed alla specializzazione delle colture. Mentre nei secoli precedenti l’applicazione della piccola coltura permetteva al contadino di provvedere al consumo della propria famiglia, ora, la maggiore soggezione al proprietario e la tendenza alla specializzazione lo legano più ancora che nel passato al mercato, che comincia lentamente a svilupparsi nelle campagne, in dipendenza alla introduzione di sistemi capitalistici nell’agricoltura” (1).

          La massoneria, protetta e incoraggiata da Napoleone, aveva conosciuto una larghissima diffusione. Aveva fornito i quadri del regime napoleonico e influenzato la vita politica del paese.

          L’ebraismo, finalmente “emancipato”, non aveva tardato a mettere a frutto la tanto sospirata “libertà” per accrescere le sue ricchezze e il suo peso politico in seno alla società cristiana (2).

          Con il crollo del regime napoleonico e la restaurazione dei governi assoluti, le aspirazioni delle forze ebraico – massoniche e borghesi subirono un brusco arresto. La massoneria fu messa fuori legge; gli ebrei vennero di nuovo sottoposti alla legislazione restrittiva pre – rivoluzionaria; la borghesia perse la sua egemonia politica e venne ricacciata in una posizione sociale subordinata.

          Le classi aristocratiche riconquistarono in parte i vecchi privilegi, mentre “si ripresero i vincoli, i dazi, i pedaggi che nel Settecento avevano impedito l’espansione delle forze produttive e che già allora erano stati combattuti vivacemente dalla borghesia”. Inoltre, “il ritorno al frazionamento della penisola in tanti Stati separati da barriere doganali rappresentava un colpo troppo grave alle aspirazioni de4i ceti più evoluti che avrebbero desiderato unire anziché dividere le varie parti della penisola, perché essi tendevano a un mercato più ampio” (3).

          Tuttavia la politica antiborghese dei governi restaurati non fu priva di incertezze, cedimenti e contraddizioni. Furono legittimati i trapassi di proprietà avvenuti nell’età rivoluzionaria grazie alle vendite dei beni nazionali; restarono in vigore diverse leggi napoleoniche; rimase in servizio una parte del personale amministrativo, diplomatico e militare del passato regime; la legislazione antiborghese fu temperata, soprattutto i moti del 1820 – 1821, da una serie di provvedimenti che incoraggiarono il progresso economico della borghesia.

          All’indomani del 1815 la situazione economica dei vari Stati italiani ricalcava sostanzialmente quella di fine Settecento e inizio Ottocento. L’agricoltura continuava ad essere l’attività produttiva principale. Furono perciò soprattutto i settori agrario – mercantili della borghesia i più diretti interessati al sovvertimento della struttura sociale tradizionale.

          I sovrani restaurati adottarono nei confronti della borghesia una politica fatta al tempo stesso di repressioni e concessioni, di freni e di incoraggiamenti. Si colpirono le forze borghesi sul piano politico, escludendole dai quadri dirigenti, ma si conservò praticamente intatta la loro forza economica, che anzi, seppur tra numerosi intralci, fu in parte addirittura favorita.

          “L’azione politica dei governi della Restaurazione procedeva così oscillante tra i due estremi di una intransigenza legittimista di principio e di un accomodantismo e di una transigenza di fatto, tra il tentativo velleitario di governare contro le nuove classi e gruppi sociali emersi dalla crisi e dalla rottura degli Anciens Règimes e il tentativo, altrettanto velleitario, di guadagnarsi la fiducia  l’appoggio di essi. Nell’un caso e nell’altro, reprimendo o blandendo, essi riuscirono soltanto a dar prova della propria debolezza e a incoraggiare la nutrita opposizione covata nelle conventicole e nei rèseaux dell’organizzazione settaria (4).

          In altre parole, fu riproposta una nuova edizione del compromesso borghese  – legittimistico settecentesco, che consisteva nel sostegno dei ceti borghesi alla politica governativa in cambio di una legislazione che favorisse il loro sviluppo economico. Ma la borghesia della Restaurazione – della quale ora faceva parte a pieno titolo anche la nobiltà imborghesita – non era più quella timida e impacciata dell’età delle riforme. L’esperienza napoleonica non l’aveva solo fatta diventare forza sociale egemone, ma l’aveva soprattutto resa consapevole della propria forza rivoluzionaria politica ed economica. Dopo aver assaporato per circa un ventennio i vantaggi della “libertà”, cioè della libertà di profitto, i nuovi ostacoli posti ora alla piena espansione del capitale dovevano apparire quanto mai intollerabili e opprimenti.

          L’accresciuto peso sociale della borghesia non poteva quindi che far pendere decisamente dalla sua parte i vantaggi del nuovo compromesso con i governi assoluti. Ma ben altri erano ora il vigore e la volontà di lotta del capitale contro i vincoli della società tradizionale. E con ben altra energia il capitale seppe mobilitare i suoi intellettuali e la sua manovalanza rivoluzionaria contro i sovrani assoluti.

          Quattro erano gli ostacoli principali che intralciavano le aspirazioni capitalistiche dell’emergente borghesia italiana: il frazionamento politico della penisola; l’assolutismo monarchico; la presenza dell’Austria; il cattolicesimo tradizionale.

 

SECONDA PARTE

 

Dopo il congresso di Vienna l’Italia, che durante il periodo napoleonico era stata suddivisa in tre grandi unità politiche, tornò ad essere articolata in più Stati. Questo frazionamento politico ed economico rischiava di soffocare l’emergente capitalismo italiano, che si vide restringere gli spazi di mercato e comprimerli in aree locali e controllate.

          La struttura assolutistica degli Stati italiani impediva inoltre la piena egemonia della borghesia e dei suoi alleati. Un’analisi articolata dei singoli Stati ci permetterà di comprendere le vere ragioni degli strepiti del capitale contro l’assolutismo.

          (Prima ragione n.d.r.) Una delle prime aspirazioni “liberali” del capitale fu la costituzione. “Al crollo dell’ancien règime seguito all’espansione ideologica e politica della Rivoluzione francese – scrive Ghisalberti – la parte più evoluta della borghesia dei maggiori Dtati della penisola italiana non era giunta impreparata. Affinata culturalmente dalle idee razionalistiche ed illuministiche e cosciente della propria crescente forza economica si rendeva infatti ben conto di quello che avrebbe dovuto essere il suo ruolo in un diverso assetto istituzionale. Non a caso, in Piemonte come nel Mezzogiorno, a Milano come a Firenze, il ceto intellettuale, all’unisono con quanto era rivendicato dalle classi colte ed economicamente più operose delle altre nazioni d’Europa, aveva portato innanzi il dibattito sullo Stato e il potere. Esso era destinato a qualificare in senso non più riformista, ma per i tempi addirittura rivoluzionario, la cultura politica del paese. Allora, infatti, la formulazione di un disegno di assetto politico alternativo rispetto allo schema assolutistico delle diverse monarchie o alla visione oligarchica delle senescenti repubbliche aristocratiche, per la correlativa definizione del modo attraverso il quale la borghesia,  o almeno una parte di essa, avrebbe potuto partecipare al potere con le varie dinastie e i decadenti ceti nobiliari, oppure gestirlo direttamente da sola, finiva con l’avere un preciso significato rivoluzionario.

          “Lo strumento più idoneo per estrinsecare questa volontà politica di una classe che tendeva a ergersi a rappresentante di tutto un popolo, escluso completamenti e in ogni forma dalla gestione del potere, era la costituzione, il documento, cioè, che, redatto per iscritto, sembrava per alcuni rinnovare, per altri invece stabilire, i contenuti e i limiti di un patto sociale tra governanti e governati. Con la costituzione, in fatti, venivano determinati i limiti e le modalità di esercizio del potere ed erano definiti i diritti pubblici individuali,  paralleli agli obblighi e alle restrizioni imposte necessariamente  dalla convivenza civile, mentre l’organizzazione dello Stato, fondata su un complesso di istituzioni più o meno rappresentative, tendeva ad assumere un contenuto alternativo e una  facies liberale che la rendevano ben diversa dall’immagine autocratica e oligarchica delle varie strutture caratterizzanti l’ancien règime” (5).

          Perciò era illusorio “ritenere che quella borghesia chiamata dopo il 1815 alla collaborazione con le dinastie in una funzione subalterna della volontà sovrana potesse accettare di essere esclusa dalle scelte fondamentali compiute dal potere, dopo che nel periodo francese era stata partecipe diretta della sua gestione” (6).

          E ciò spiega, ad esempio, le scelte costituzionali della borghesia rivoluzionaria durante i moti del 1820 – 21. Tra la costituzione di Cadice del 1812, che garantiva il maggior potere della borghesia, la Charte octroyèe francese del 1814, che sanzionava il compromesso tra la monarchia, l’aristocrazia e la borghesia agraria, e la costituzione siciliana del 1812, che favoriva le oligarchie feudali isolane, era fatele che “in queste circostanze il modello rappresentato dalla costituzione di Cadice del 1812, mitizzata dalla pubblicistica come nessun altro testo per il contenuto nazionale e popolare a un tempo della rivoluzione spagnola che l’aveva ispirata, finisse con l’imporsi ai gruppi rivoluzionari dei regni di Sardegna e delle Due Sicilie. Essi ne esaltarono le norme liberali e sembrarono ravvisarvi lo strumento più idoneo per garantire alla borghesia il recupero di quella egemonia sociale che la Restaurazione, almeno in parte, le aveva tolto. (7).

          (Seconda ragione n.d.r.) La presenza dell’Austria garantiva lo status quo, sanzionava il frazionamento politico ed economico della penisola e quindi costituiva il principale ostacolo all’unità (o federazione) politico – economica dell’Italia e all’ampliamento del mercato.

          L’Austria infatti esercitava la sua egemonia direttamente sul Lombardo – Veneto e indirettamente sul Ducato di Parma e Piacenza (Maria Luigia d’Asburgo), sul Granducato di Toscana (Ferdinando III d’Asburgo Lorena) e sul Ducato di Modena ( Francesco IV d’Austria – Este). Teneva inoltre presidi a Ferrara, Piacenza e Comacchio ed era legata da stretti rapporti diplomatici con gli altri Stati Italiani, ad eccezione del Piemonte.

          La politica austriaca – incarnata dal Metternich – era ispirata ai concetti di autorità, stabilità ed equilibrio (8).

          Ma occorre aggiungere che tali concetti nascondevano un pericoloso germe sovvertitore. Se Metternich non fu il “tremendo tiranno” di cui ha favoleggiato la pubblicistica liberale non fu neppure “l’ultimo grande europeo” (E. Malynski). Egli colpì la rivoluzione nei suoi effetti più appariscenti, ma non nelle sue cause più profonde. Individuò acutamente nelle sette e nella borghesia le forze motrici della rivoluzione, ma represse le prime lasciando intatta la seconda, che ne era la linfa vitale.

          Eppure aveva compreso lucidamente che ”les classes agitèes sont celles des hommes d’argent, veritablès cosmopolites, assurant leurs profits aux dèpenses de totu ordre de choses quelconque” (9).

          Quando però si trattò di passare alle misure pratiche, tutte queste enunciazioni anti borghesi vennero meno. La forza del capitale non fu per nulla intaccata. Sosteneva il Metternich che lo scopo dei faziosi era il rovesciamento dell’ordine legalmente costituito, a cui bisognava contrapporre il principio della “conservation de toute chose lègalement existante” (10). Ma l’ordine “lègalement existante” era quello della Restaurazione, frutto del compromesso con la rivoluzione e la borghesia. In nome di questo ordine, fondato sul principio della stabilità e dell’equilibrio, egli cristallizzò le potenzialità rivoluzionarie della borghesia. Per contro, ostacolò gli “ultras”, che invocavano un’azione decisa e sistematica contro le forze rivoluzionarie. E’ emblematico il caso di Napoli, dove Metternich impose l’allontanamento del principe di Canosa e incoraggiò la politica dell’”amalgama”, vero cavallo di Troia della rivoluzione.

 

TERZA PARTE

 

          (Terza ragione n.d.r.) Non di meno, per le forze rivoluzionarie Metternich e l’Austria restavano i nemici mortali da combattere e annientare.

          Uno scritto di Giuseppe Pecchio, elaborato sotto forma di catechismo intorno al 1830, tradisce la vera natura dell’avversione all’Austria e delle aspirazioni “nazionali” della borghesia italiana. L’imperatore viene descritto come “uno straniero, capo di una dinastia straniera” e il dominio austriaco come “un giogo mostruoso” che pesa sul collo degli italiani e “un fantasma notturno che li soffoca”. Il Pecchio auspica quindi l’insurrezione da effettuare “con tutti i mezzi. Ogni mezzo è lecito, la frode, gli inganni, le cospirazioni, la guerra aperta, le alleanze con gli stranieri”. L’obiettivo è un nuovo regno indipendente e costituzionale con frontiere alle Alpi, agli Appennini di Toscana e al Tronto. La dinastia regnante sarà quella dei Savoia, purgata dall’assolutismo. Ma l’accento è posto soprattutto sui vantaggi materiali che ne deriverebbero. “Le sei linee doganali appartenenti ai diversi Stati che oggidì tormentano ed inceppano il commercio nell’Italia del Nord sparirebbero” e le principali città conoscerebbero un forte risveglio economico (11).

          (Quarta ragione, n.d.r.) Il Cattolicesimo tradizionale era era l’alleato naturale dei sovrani, esercitava una notevole influenza sulle masse popolari, si dichiarava apertamente ostile al liberalismo borghese e si ergeva a difesa dell’antica società. Esso pertanto era il nemico naturale delle forze rivoluzionarie ebraico – massoniche e borghesi. L’odio contro Roma papale costituì il filo conduttore di tutte le trame risorgimentali.  La Chiesa inoltre possedeva vaste proprietà, beni di manomorta sottratti al mercato e all’avidità della borghesia e dei suoi alleati. Tutto ciò spiega a sufficienza le vere motivazioni della lotta borghese contro la “Teocrazia papale” (12).

          Su queste quattro direttrici si articolò l’assalto delle forze rivoluzionarie. Le parole d’ordine, in relazione alle contingenze storiche e alle esigenze delle varie frazioni della borghesia, furono dunque: costituzionalismo, liberismo economico, lotta all’Austria, repubblica, liberalismo e democrazia, unità, federalismo, cattolicesimo liberale – obiettivi che rientravano tutti nel quadro delle spirazioni ei ceti borghesi.

          Le rivoluzioni che hanno costellato la storia d’Italia dalla Restaurazione all’Unità furono altrettante tappe all’assalto ebraico – massonico e borghese alla società tradizionale italiana. Di tali rivoluzioni la borghesia fu l’asse portante.

          la storiografia liberale si è compiaciuta di descrivere gli emergenti ceti borghesi come delle forze accomunate da una “fede nel lavoro e nell’avvenire”, da una “alacre operosità” e tutte intente a “bonificare terre, ed introdurre macchine, a promuovere ea coltivare studi, ad affrontare problemi economici, ed aprire asili, scuole, ricoveri” (13).

          Tali minoranze attive si sarebbero l’onore e l’onere di lottare in nome di tutto il popolo (Omodeo).

 

QUARTA PARTE

 

            Contro queste mistificazioni della “storia patri” ci piace ricordare i lucidi giudizi con i quali nel 1890 l’anarchico Merlino bollò le aspirazioni “risorgimentali” della borghesia italiana. Non le bastava – scrive – la spoliazione e la proletarizzazione delle masse; essa “aspirava a sbarazzarsi di ogni istituzione che si opponesse, anche debolmente, alla sua avanzata trionfale. Le dava soprattutto ombra il decentramento politico ed economico dell’Italia. Le dinastie regnanti sulle diverse regioni, gelose l’una dell’altra, che mantenevano in certo qual modo l’equilibrio fra la borghesia e il popolo, cos’ da alimentare gli odi reciproci, deplorando e osteggiando lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e il progresso delle idee, la scontentarono. Non avendo saputo organizzarla in una lega doganale e politica, di cui molto si parlava all’epoca, o in altro modo, affinchè potesse entrare nel concerto delle nazioni europee, la spinsero alla ribellione. Difatti, la borghesia, ritenendosi chiamata a far parte integrante del sistema capitalistico europeo, mordeva il freno, e si tuffò a più riprese nella rivoluzione, per raggiungere la terra promessa” (14).

            Un contributo non trascurabile all’assalto borghese fu dato dalla massoneria grazie all’attività delle logge, ma soprattutto dei singoli massoni che operarono tramite le società segrete affini. Questa tesi è stata decisamente negata in passato da Alessandro Luzio e più recentemente dal paolino Rosario Esposito (15).

Chiamati in causa, gli storici e pubblicisti massoni – fra i quali Giuseppe Leti (16) – vantarono per contro le benemerenze della fratellanza nell’edificazione dello Stato unitario.

Senza entrare in questa sede nel merito del dibattito storiografico – non sempre scientificamente rigoroso è il Leti, spesso unilaterale e poco persuasivo è il Luzio – e limitatamente al periodo della Restaurazione, noi condividiamo sostanzialmente quanto scriveva il massone Ugo Lenzi nel 1948 in polemica con Luzio: “La verità è che se anche la Massoneria fu ufficialmente sciolta alla fine del periodo napoleonico in Italia, non pertanto cessò l’opera dei Liberi Muratori o individualmente o sotto denominazioni diverse (…). Alla Restaurazione se cessarono le organizzazioni ufficiali, restarono i Liberi Muratori anche se non apparivano: gli esuli si affiliarono alle Famiglie estere o in esse furono iniziati: qualche Loggia non cessò mai di lavorare nel massimo segreto e senza lasciare traccia della propria azione”. Le varie società segrete “più o meno emanavano dalla Massoneria, in esse i Massoni vi ebbero grande parte e godevano di privilegi” (17). La documentazione che abbiamo raccolto conferma questa interpretazione.

Con l’Unità d’Italia anche la massoneria conquistò la sua “libertà”, che seppe mettere a frutto per piazzare i suoi adepti nei posti chiave del nuovo Stato borghese. Quest’opera di infiltrazione fu lenta e graduale, poiché la stragrande maggioranza degli italiani – del tutto estranea al “Risorgimento” – era ancora devota alla Chiesa.

In un discorso tenuto a Venezia il 28 giugno 1892 il Gran maestro Adriano Lemmi tenne a rammentare che il nemico più grande della massoneria era “l’idea clericale”. Due giorni prima, il 26, in un altro discorso pronunziato a Milano, aveva ribaditole linee programmatiche dell’azione massonica: “E perché l’azione nostra intenda efficacemente al suo fine, ci gioverà usare delle libertà politiche che conquistammo per avere voce e autorità in tutte le pubbliche amministrazioni (…). Per quanto è da noi curiamo che quella forza cada nelle mani dei nostri fratelli (…) Noi dobbiamo essere sicuri che gli uomini portati dalle Loggie ai pubblici uffici adoperino la nuova autorità ad applicare nelle leggi civili i principi e le aspirazioni della Massoneria”. Per ottenere questo intento – confermò Lemmi nel citato discorso del 28 giugno – “ci è necessaria la cooperazione di tutti gli ordini dello Stato: dobbiamo conquistarla ed averla”. La massoneria “vuole avere nel governo del paese l’influenza che spetta alle buone e forti istituzioni; quindi lavora a condurre nelle pubbliche amministrazioni, nei consessi legislativi e alle più alte cime del potere, gli uomini suoi” (18).

 

QUINTA PARTE

CAPITOLO V

IL REGNO DELLE DUE SICILIE

 

          1. Sviluppatasi nel corso del 1700 e nel Decennio napoleonico, la borghesia napoletana – composta soprattutto dai ceti agrario – mercantili e manufatturieri, ai quali si deve aggiungere la nobiltà imborghesita – continuò la sua ascesa anche dopo il 1815 (1 bis).

          Non mancavano differenze e contrasti tra i vari settori borghesi, ma la storia del Mezzogiorno ottocentesco dimostra che di fronte agli interessi e alle aspirazioni comuni le divergenze passarono in secondo piano e, tranne rare eccezioni, si ricomposero nell’unita delle ambizioni politiche ed economiche.

          Dalla disgregazione del feudalesimo nelle varie province del regno stava emergendo una nuova classe di proprietari terrieri: i galantuomini. Accanto a questa classe, che tanta parte ebbe nelle vicende rivoluzionarie del Mezzogiorno, anche la borghesia mercantile e industriale conobbe un sensibile progresso.

          “Come tutti gli Stati della penisola italiana, anche nel Regno di Napoli, una borghesia d’uomini d’affari nacque e s’irrobustì rapidamente, durante gli anni che vanno dal 1824 al 1860. Essa ebbe le sue origini nella politica inaugurata dal governo dei Borboni negli anni successivi al 1820. E si può anche seguire lo sviluppo e l’importanza che, giorno per giorno, essa acquista nella vita economica del paese. Ma nonostante le buone intenzioni, molteplici ostacoli si frappongono allo sviluppo della nuova categoria della classe agiata. Essi sono dovuti alla politica economica del governo perché le antiche forme mal si adattano alla nuova sostanza, e quando quegl’impedimenti minacciano la morte della nuova creatura, la reazione è naturale. Nel rinnovamento della società napoletana, nelle sue aspirazioni a nuove forme di vita economica,  nell’antagonismo tra le vecchie e le nuove classi sociali,  al quale prende parte anche la nuova classe d’origine industriale e commerciale, risiede uno degli aspetti più drammatici e, senza dubbio meno noti, del Risorgimento del Regno di Napoli” (2 bis).

          Come altrove, anche nel Mezzogiorno continuò il processo di imborghesimento di larghi strati della nobiltà, i quali, liberi ormai dai vincoli feudali, si andarono integrando con l’emergente borghesia, assimilandone i gusti, le abitudini e lo spirito di speculazione (3 bis).

          “In pratica dunque nobili e borghesi finirono per formare una sola classe di proprietari, i cosiddetti “galantuomini”, nella quale si potevano semmai distinguere soltanto diverse categorie, sulla base sia dell’antico o del recente acquisto della proprietà, sia dell’entità maggiore o minore dei patrimoni, sia della residenza abituale, poiché esistevano pur sempre parecchi proprietari assenteisti, viventi per lo più a Napoli (tra i quali i membri della vecchia aristocrazia), mentre molti altri vivevano nelle città di provincia o nei paesi vicini alle loro terre. Ma tra tutti questi gruppi si andava formando una fondamentale solidarietà di classe, che si rafforzò nel corso di questo periodo, di fronte alle masse contadine” 4 bis).

          A questo generale progresso economico della borghesia contribuirono varie circostanze: le pressioni delle grandi potenze e la politica dell’amalgama, che, inaugurata all’indomani della restaurazione borbonica, cronologicamente andò oltre il suo ispiratore Luigi de’ Medici; la politica economica governativa; lo sviluppo della produzione agricola e industriale; lo sfruttamento dei contadini e degli operai; le speculazioni commerciali e finanziarie.

          Nondimeno, altre circostanze intralciavano l’ulteriore sviluppo economico della borghesia e ostacolavano le sue ambizioni politiche: la struttura assolutistica del Regno borbonico, taluni aspetti restrittivi della politica doganale e il Concordato tra la Santa Sede e la monarchia napoletana.

          Il ritorno sul trono di Ferdinando IV di Borbone (che assumerà il nuovo titolo di Ferdinando I re delle Due Sicilie) fu salutato con grandi manifestazioni di giubilo popolare. Era l'occasione per colpire le forze borghesi che avevano sostenuto il regime di Murat. Invece il re fu costretto a cedere alle pressioni e agli intrighi internazionali, a riconoscere alcune delle conquiste rivoluzionarie della borghesia e ad avviare la politica dell’amalgama.

          Con la convenzione del 29 aprile 1815 Metternich impose una serie di garanzie a favore dei murattiani e degli usurpatori dei beni nazionali:

“I° Personne ne pourra ètre recherchè ni inquietè pour les opinions et la conduite politique qu’il aura antèrieurement au retablissement du roi Ferdinad IV sur le tròne de Naples, dans quelque  temps et dans circostance que ce soit.

“2° Le vente des biens de l’Etat est irrèvocablement maintenue.

“3° La dette publique sera garantie.

“4° Tout Napolitain est habile à possedere les offices et les emplois soit civiles, du royaume.

“5° Les noblesses ancienne et nouvelle seront conserves.

“6° Tout militaire au service de Naples nè dans le royaume des Deux – Siciles, qui prètera le serment de fidelitè à Sa Majestè le Roi Ferdinad IV, sera conserve dans ses grades, honneurs et pensions” 5 bis).

          Lo scopo di queste garanzie, ribadite dalla convenzione di Casa Lanza del 20 maggio e dal secondo articolo separato e segreto del trattato con l’Austria del 12 giugno 1815 che metteva in guardia il governo napoletano “desnouvelles reactions et du danger d’imprudentes innovations” (6 bis), fu         precisato da Metternich in un dispaccio al principe Jablonowski, ambasciatore straordinario e ministro plenipotenziario presso Ferdinando (4 novembre 1815): “En vous chargeant de veiller au maintien de nos transactions avec la Cour de Naples, nous nous sommes proposès pour but d’enchaìner et d’ètouffer l’esprit de parti ed de vengeance, de faire respecter le droit de proprietè fondè sur les lois, de prèvenir enfin toute rèaction dangereuse propre a compromettre la tranquillitè du pays (…) 7 bis).

          E’ vero che Metternich, come scrisse il Ruffo a Ferdinando il giorno stesso della Convenzione, “desidera, però, ed esige che non s’introduca, e non si faccia veruna costituzione, né cosa che somigli ad atto costituzionale” 8 bis), ma è altrettanto vero che, per amore della “tranqullitè du pays” e per evitare “l’esprit de parti et de vengeance”, si impedì a Ferdinando di colpire quella stessa borghesia che con spirito di partito e di vendetta aveva lottato al servizio degli invasori francesi contro la monarchia borbonica; e che conservando il potere economico alla borghesia, ma escludendola dalla gestione del potere politico, non si fece altro che sollecitare ancora dipiù i suoi appetiti affaristico – rivoluzionari. Così la borghesia, al riparo della politica dell’amalgama e delle garanzie internazionali, potè tranquillamente preparare la nuova ondata rivoluzionaria che di li a pochi anni avrebbe investito la monarchia borbonica.

Con buona pace della “tranquillità del paese” 9 bis).

 

SESTA PARTE

          La politica dell’amalgama, la cui anima fu il ministro delle Finanze Luigi de’ Medici, mirava a conciliare le forze murattiane e quelle rimaste fedeli al re (10 bis). Il sovrano promise “generale e perfetta amnistia e dimenticanza” (11), accontentandosi di un generico giuramento di fedeltà ed ubbidienza da parte degli impiegati politici, militari e civili, che si impegnavano a “non appartenere a nessuna Società segreta di qualsivoglia titolo, oggetto e denominazione” (12).

          In realtà la politica dell’amalgama si rivelò ben presto il cavallo di Troia dell’opposizione borghese e a nulla valsero le reazioni e gli ammonimenti dei legittimisti, guidati dal principe di Canosa (13).

          Sia dai contemporanei che dagli storici a noi più vicini “la classe dirigente formatasi nel Decennio, di cui sono nerbo i proprietari, è stata posta al centro della vita politica, interlocutrice privilegiata del governo restaurato, vera destinataria della “politica dell’amalgama” (…) 14 bis).

          Che la borghesia fosse l’interlocutrice privilegiata e la vera destinataria della politica dell’amalgama risulta chiaramente da un promemoria inviato al ministro Tommasi il 17 luglio 1815 da certa burocrazia del ministero dell’Interno. Gli autori si scagliavano contro il “Mostro feudale” paventando la sua ricostruzione: “I nove decimi della superficie del Regno, su cui la feudalità esercitava altra volta il suo impero, si sono trovati sbarazzati dai vincoli feudali; la proprietà di ciascun possidente ha acquistato con ciò il suo prezzo; l’industria vi ha spiegato liberamente la sua attività. Or con quai mezzi si otterrebbe che i possessori, sensibili sempre in tutte le parti della loro fortuna, sottomettano di nuovo le loro proprietà alla supremazia feudale?”. E concludevano che “l’interesse pubblico, la prudenza, la giustizia e la più sacra politica consigliano ad un tempo di rispettare le operazioni fatte, senza portarvi il menomo attentato” 15 bis).

          Ma è ancor più interessante “l’ammonimento” al Circello da parte del ministro austriaco Jablonowski (8 agosto 1815), secondo il quale in ogni governo “ la classe degli agricoltori (cioè la borghesia agraria), che provvedono alla sussistenza del rimanente e che portano tutto il peso delle imposizioni pubbliche, deve essere la prima mira delle cure dei Regnanti, e non solo protetta e incoraggiata, ma anche favorita” 16 bis).

          Grazie alla politica dell’amalgama i ceti borghesi seppero ritagliarsi degli spazi di libertà a livello locale. Per essi “la pubblica amministrazione divenne lo strumento fondamentale per gestire a proprio esclusivo vantaggio il flusso di risorse che man mano si rendono disponibili” 17 bis).

          Per via della mentalità illuministico – borghese il Medici si poneva come il migliore garante dell’ “interesse pubblico”, cioè dell’interesse della borghesia 18 bis). Tuttavia la politica dell’amalgama era minata da una contraddizione di fondo: da un lato intendeva proteggere e incoraggiare la borghesia sul piano economico; dall’altro le concedeva poco o nulla sul piano politico. Inoltre, tollerando in parte le sette massonico – carbonare in pratica offrì alla borghesia l’opportunità di esprimere in segreto il proprio malcontento contro il governo e di darsi un’organizzazione politica al di fuori dello Stato.

          Tutto ciò permise ai ceti borghesi di rafforzare la loro posizione economica, di rivendicare con crescente insistenza i diritti politici del capitale ad assumere funzioni di governo e di preparare in segreto i moti rivoluzionari. Furono gli stessi rivoluzionari a vedere nella tolleranza del Medici, come scrisse Guglielmo Pepe, “una quasi autorizzazione di cooperarsi in tutti i modi alla abolizione del potere assoluto” 19 bis).

 

SETTIMA PARTE

            2. Dopo il fallimento dei moti del 1820 – 21 la borghesia, “per stanchezza e debolezza”, come è stato scritto (20 bis), o, più probabilmente, per un opportunistico disegno strategico, mutò atteggiamento nei confronti del governo. Essa rinunziò per il momento alle rivendicazioni più apertamente politiche e alla lotta armata, e si accontentò di crescere all’ombra della rinnovata politica dell’amalgama, rafforzando così il suo potenziale rivoluzionario in attesa di circostanze più propizie (21 bis). “La salvaguardia del diritto di proprietà, la possibilità di poter svolgere qualsiasi attività economica (ma anche la protezione accordata a quelle più deboli), il riconoscimento del merito intellettuale apparivano conquiste sufficienti” (22 bis).

            Nonostante fosse chiaro che la rivoluzione era stata fatta dalle forze borghesi allevate e protette nel quinquennio della politica dell’amalgama, la linea direttiva del governo mirò a favorire lo sviluppo economico di quella stessa borghesia nella speranza di guadagnarne l’appoggio.

            In realtà Ferdinando era stato ammaestrato dall’esperienza rivoluzionaria e, come scrisse nel luglio 1821 al principe Ruffo, ambasciatore napoletano a Vienna, avrebbe auspicato volentieri “un severo governo militare almeno per un anno, procedendo con terrore, e con forza imponente” (23 bis). Egli però riuscì ad istituire un governo provvisorio di fede legittimista, diretto dal Circello e dal Canosa, che era stato nominato ministro di Polizia. Si trattava di un indirizzo governativo “fondato sulla più rigorosa riduzione dell’area di scelta della classe dirigente, la quale perciò finiva per essere reclutata nell’ambito di ceti sociali che avevano da tempo perduto la loro egemonia” (24 bis). Si trattava cioè di un governo antiborghese. Il Canosa capì perfettamente che la borghesia rivoluzionaria andava colpita anche nei suoi interessi economici e decretò la confisca dei beni dei carbonari.

            Ma ancora una volta Ferdinando fu costretto a cedere alla pressione degli intrighi internazionali. “L’opinion publique – scriveva l’ambasciatore austriaco Ficquelmont a Metternich il 18 settembre 1821 – les hommes de tous les parts, les ministres étrangers, tous se réunissent pour appeler M. de’ Medici aux affaires” (25 bis). Medici fu di nuovo imposto a Ferdinando e Canosa sacrificato alla ragion di Stato.

            Gli interessi della borghesia erano salvi, mentre i legittimisti rimproveravano al re “di aver lasciato mano libera al Medici di attuare il divorzio tra lo Stato e la sua antica base politico – sociale, la nobiltà, a favore della nuova e rapace borghesia del denaro, del commercio e dell’usura” (26 bis).

            Ma ora, dietro agli intrighi diplomatici, si affacciava un altro pericolo, la presenza dell’ebraismo internazionale nella persona del banchiere Carlo Rothschild. Fiutato l’affare, i Rothschild, che già controllavano quattro importanti piazze finanziarie europee (Londra, Parigi, Francoforte e Vienna), inviarono Carlo a Napoli per trattare un prestito che i Borboni si trovarono costretti a contrarre per pagare le spese dell’intervento austriaco dopo la rivoluzione e per risanare in parte le finanze piuttosto disastrate.      

E. Corti, nel suo studio estremamente favorevole ai banchieri ebrei, scrive: “Casa Rothschild si dichiara disposta a un prestito di dieci milioni di ducati, assumendo i titoli al corso del 54 per cento; inoltre la casa dovrà avere la preferenza su tutte le altre per futuri prestiti. Sono condizioni onerosissime. La rendita  è quotata in quell’epoca al sessanta per cento; il corso proposto è quindi molto basso e tanto più favorevole ai Rothschild in quanto questi si propongono di introdurre anche sui mercati di Londra e Parigi, per mezzo di quelle loro sedi, le rendite del regno, quotate finora soltanto alla Borsa di Napoli” (27 bis).

Il prestito fu concluso a condizioni più favorevoli. Altri prestiti furono contratti successivamente, così ché “Carlo allarga la cerchia dei propri affari e finisce per rendersi finanziariamente indispensabile anche alla Corte di Napoli, mettendo così radice nella bella città meridionale” (28 bis).

“Carlo, – come scrive J. Bouvier – ebbe l’abilità d’associarsi qualche banchiere – commerciante della piazza di Napoli, peraltro estraneo all’Italia, come la casa lionese Meuricoffre. I fondi napoletani ebbero un grandissimo successo a Londra e a Parigi: nel 1824 si fece dell’aggiotaggio a tutto spiano su di loro alla Borsa di Parigi” (29 bis).

Quale sia stato il peso effettivo del banchiere ebreo sulla politica finanziaria del governo napoletano è difficile da stabilire. “Nel corso di ventiquattro anni la casa napoletana registrò forti incrementi di capitale, ma non è possibile dire quanta di essi sia stata dovuta agli affari che Carlo conduceva a Napoli e quanta parte invece a trasferimenti operati dalle altre case. E’certo, comunque, che il prestito del 1821 pesò sul regno solo in senso negativo, perché servì a pagare l’occupazione; esso consentì inoltre ai Rothschild d’intervenire direttamente su alcuni aspetti della politica finanziaria del Medici” (30 bis). E’dunque fuori discussione che l’intervento dei Rothschild contribuì a consolidare la posizione del Medici a scapito di quella del Canosa e favorì quindi la politica dell’amalgama.

Un esempio significativo delle finalità della politica dell’amalgama è offerto dall’atto di accusa del pubblico ministero Brundisini al processo contro Morelli e Silvati. Da un lato Brundisini chiedeva pene severe contro i promotori della rivoluzione, dall’altro “offriva un ponte ideologico a tutti coloro che avessero voluto tornare alla politica dell’amalgama” (31 bis). Il pubblico ministero invitava in sostanza la borghesia a rinunziare alle proprie aspirazioni politiche in cambio del riconoscimento della sua funzione economica e della garanzia delle sue proprietà – affermò – un reciproco soccorso nei bisogni, è l’origine, la causa, lo scopo, dell’ordine sociale nel piano eterno della Provvidenza, da cui la società umana deriva (32 bis).

La politica governativa borbonica imboccò proprio questa strada.

 

OTTAVA PARTE

 

          Colpì gli elementi più pericolosi della carboneria, ma favorì lo sviluppo economico della borghesia, che della carboneria era stata la spina dorsale (33 bis).

          Con il nuovo re Francesco I, salito al trono nel 1825, si accentuò la sorveglianza e la repressione politica dell’opposizione liberale e settaria, che tuttavia non fu minacciata sul piano economico.

          Nel 1830 Ferdinando II, diede l’avvio, come scrive R. Moscati, ad “un nuovo esperimento di intesa fra i Borboni e la borghesia meridionale” (34 bis). “Quale risultato – si chiede Moscati –  poteva avere l’azione del re? La borghesia, il cui sviluppo egli favoriva considerandolo in stretta connessione con il programma economico generale del paese, venne acquistando sempre più chiara coscienza della sua forza e della necessità di garantire meglio la propria attività con l’esercizio di una più profonda influenza sulla vita politica del paese in rapporto alla propria accresciuta produttività.  Di fronte ad una tale borghesia, cosciente della propria funzione nel quadro generale della società, la politica delle “concessioni” del sovrano era destinata in breve volger di tempo ad apparire non solo assai invecchiata, ma anche contrastante con l’esistenza di un effettivo coordinamento e rispondenza che non erano evidentemente un problema tecnico amministrativo, come si ostinava a credere il sovrano, bensì un problema politico, di organizzazione su nuove basi dello Stato” (35 bis).

          Non si può dunque non concordare sostanzialmente con Moscati quando scrive: “L’errore principale di Ferdinando II fu di non comprendere che è impossibile un progresso, un miglioramento economico senza che da esso si generino problemi etico – politici.  Non comprese soprattutto che la borghesia che egli stesso, pur senza rendersene conto, contribuiva a creare e potenziare, si sviluppava fuori e quindi in definitiva contro i rigidi quadri del paternalismo borbonico, accentuando il solco esistente tra governo e paese (leggi: borghesia). E in effetti la borghesia nella capitale e nelle province rifioriva economicamente, proprio in virtù degli impulsi dati dal governo alla ripresa dell’attività economico – industriale del paese. Naturale che essa cominciasse a sentirsi soffocata entro le barriere che il gretto (sic) paternalismo borbonico, avverso ai contrasti e alle lotto che la vita moderna esige, avrebbe voluto imporle ed acquistasse la via della coscienza, nebulosa dapprima, ma ogni giorno meno oscura, della necessità, se non di libertà politiche quanto meno di influire in qualche modo sulla cosa pubblica e di partecipare meno passivamente alla vita dello Stato. In altre parole, quanto più esse si sviluppava in cultura e coscienza, più si rendeva conto di essere scarsamente utilizzata dal governo e rilevava il contrasto tra le sua ambizioni e la piatta realtà” (36 bis).

3. Dopo il 1815 il Regno conobbe “un lento, ma sicuro progresso, malgrado l’interferire di parecchie circostanze sfavorevoli” (37 bis). La produzione dei cereali, in particolare grano e granturco, si incrementò notevolmente. Progressi si registrarono anche nella coltivazione delle olive, della vite, delle patate, del cotone, come pure della pastorizia e nell’allevamento del bestiame” (38 bis).

Tutto ciò accrebbe la forza economica della borghesia agrario – mercantile, favorita in parte dalla politica doganale del governo napoletano.

Dopo la crisi agraria del 1815 – 17 essa potè giovarsi delle nuove tariffe daziarie del 15 dicembre 1823 e del 20 novembre 1824 che ridussero a 49 le categorie di merci sottoposte a dazio d’esportazione, invece delle 528 previste dalla precedente tariffa del 1818, e penalizzarono molti prodotti stranieri d’importazione (39 bis).

Tuttavia, come vedremo, si trattava pur sempre di una libertà vincolata, che teneva conto delle esigenze dei consumatori, soprattutto per i generi di prima necessità. Ad es. era sottoposto ad un severo controllo il commercio del grano, “la cui esportazione veniva vietata o permessa, tassata o sgravata, secondo l’andamento del raccolto, al fine di manovrare il prezzo di questo principalissimo genere di consumo” (40 bis).

Il generale risveglio commerciale del paese favorì lo sviluppo della borghesia mercantile. Occorre tuttavia distinguere tra la borghesia mercantile napoletana e quella provinciale. “Alla prima apparteneva un nucleo numericamente ristretto ma politicamente ed economicamente assai forte, che aveva nelle sue mani il commercio delle derrate del regno e soprattutto del grano. Nel censimento del 1844 fu registrata a Naplo la presenza di 248 banchieri e negozianti e di 1356 mercanti. Il gruppo più importante era quello dei negozianti, i cui interessi fondamentali erano rappresentati dalla Camera consultiva del Commercio” (41 bis). Il commercio d’esportazione era assorbito soprattutto da olio, seta, grano, liquerizia, robbia, canapa, lana, prodotti tessili, dell’abbigliamento e alimentari” (42 bis).

“Lo stesso governo aveva allentato le morse del vincolismo, non solo, ma dato mano a incoraggiamenti più efficaci degli antichi. Nell’ottobre del 1821 venivano aboliti i regolamenti sulle corporazioni, si proclamava il commercio libero tra la Sicilia e il continente; venivano concessi a poco prezzo locali per scopi industriali; si autorizzava la Cassa di Sconto ad anticipare capitali ai manufatturieri; si riprendeva più decisamente la politica delle comunicazioni che era stata inaugurata nel periodo anteriore alla Rivoluzione francese. Anzi in taluni casi il governo stesso fornisce a buon mercato la mano d’opera che esso nutre e mantiene in ospizi di beneficenza. Ora, allettati da tali incoraggiamenti i capitali e capitalisti nazionali erano stati invogliati ad investimenti industriali e commerciali. Erano accorsi nel regno anche capitali e capitalisti forestieri, specialmente tedeschi, con valoroso personale tecnico e dirigente” (43bis).

Il crescente spirito di speculazione indusse la borghesia a creare delle società commerciali, sia sotto la forma dell’anonima che dell’accomandita. I capitali investiti furono notevoli e andarono aumentando progressivamente (44 bis).

 

NONA PARTE

Il 17 settembre 1817 l’intendente del Principato Citra denunzia “i pochi e più ricchi particolari quasi sempre interessati a fissare i prezzi analoghi alle loro vedute”. Il 5 ottobre 1817 l’intendente del Principato Ultra deplora “l’interesse privato, l’intrigo, lo scandaloso monopolio”. Il 30 agosto 1817 l’intendente di Terra D’Otranto riferisce che “sono facili le frodi in avvilire ed alterare i prezzi” (47 bis). (45 bis). Numerose furono al riguardo le denuncie delle stesse autorità. Il 15 settembre 1817 l’intendente della Calabria Citra lamenta che “qualunque misura si possa adottare per evitare intieramente gli abusi, con difficoltà vi si arriva (perché) i decurionati, composti sempre da proprietari ed industrianti, cercano di fare il loro profitto e non mai gl’interessi degli agricoltori che per lo più sono nullatenenti (46 bis). Alcuni gruppi monopolisti speculatori si andavano arricchendo lucrando senza scrupoli sul commercio del grano e dell’olio

Nell’agosto 1819 l’intendente dell’Abruzzo Citra definisce l’annona “una misura necessaria per eliminare i monopolisti che sovente nel Regno agitano le pubbliche piazze, e specialmente in questa Provincia (…)” (48 bis). L’11 ottobre 1844 l’intendente del Molise riprova “le turpi e scandalose stipulazioni” che hanno ridotto i contadini in miseria (49 bis). Una delle tante suppliche al Ministero degli Interni  espone “le circostanze infelici cui trovasi ridotti i coloni  della Puglia per l’avidità dei negozianti di grano” (50 bis). Durante la crisi annonaria del 1853 – 54 in Terra di Lavoro i monopolisti e speculatori locali furono accusati della penuria dei cereali e del rialzo dei prezzi (51 bis).          

Accanto a queste forme illegali di commercio esistevano le speculazioni e le frodi istituzionalizzate. Una di esse era il contratto alla voce, già denunziato nel 1700, ma ancora praticato nel 1800. In sostanza il mercante prestava in inverno o all’inizio della primavera le sementi al contadino, il quale restituiva il debito in natura dopo il raccolto. Ma poiché in inverno il prezzo del grano era al culmine stagionale e dopo il raccolto al minimo, di fatto il mercante speculava due volte, sulle oscillazioni dei prezzi e sugli interessi da strozzino che variavano tra il 20% e il 40% (51 bis 2).          

Anche la borghesia industriale conobbe un notevole progresso, soprattutto in seguito ai decreti 15 dicembre 1823 e 2° novembre 1824, che sostituirono la tariffa liberistica del 1818. I vantaggi apparvero subito evidenti. Progredì l’industria della seta, che gareggiò per qualità con le sete piemontesi e lombarde, e crebbe l’esportazione. I dazi altissimi imposti alle stoffe straniere incoraggiarono l’industria della lana e del cotone. Già nel 1833 un contemporaneo scriveva che le industrie tessili si erano “moltiplicate infinitamente”. La politica protezionistica favorì inoltre le ferriere e le altre industrie minori (52 bis).         

Al riparo di questo protezionismo “gli industriali si erano ritagliati, e continuavano a ritagliarsi lauti guadagni (52 bis).         

). L’esperimento governativo di San Leucio che garantiva ad ogni lavoratore gli strumenti di lavoro, la casa, l’assistenza medica, la pensione ed altri diritti sociali era solo un pallido ricordo.53 bisMa non va taciuto che l’aumento dei profitti fu determinato anche dallo sfruttamento degli operai. L’abolizione delle corporazioni gettò l’operaio alla mercè dell’egoismo padronale. E’ il padrone che ora fissa il salario, l’orario e le condizioni di lavoro, le norme per l’assunzione ecc. (         

La borghesia industriale seppe adattarsi alla tutela del governo borbonico e lo appoggiò opportunisticamente solo nella misura in cui la solidità dello Stato garantiva la sua solidità economica. Quando la difesa protezionistica cominciò a rivelarsi un ostacolo all’ulteriore espansione del capitale, quando cioè la borghesia industriale cominciò a soffrire per la ristrettezza del mercato interno ed estero, i ceti manufatturieri più radicali presero a lamentarsi tramite la voce dei loro pubblicisti e ad assumere posizioni politiche sempre più antiborboniche.         

Furono soprattutto i ceti agrari più ricchi a trarre i maggiori benefici dallo sviluppo economico. Accanto agli incoraggiamenti della politica governativa altre circostanze favorirono il rafforzamento della borghesia agraria e dei suoi alleati.         

Galantuomini e baroni imborghesiti usurparono parte delle quote che i comuni avrebbero dovuto assegnare ai contadini in compenso della perdita degli usi civici sancita dall’eversione della feudalità.       

“Sopra le rovine dei baroni – si lamentava un contemporaneo – si è innalzata una nuova classe di grandi proprietari, i quali, oltre all’aver comprato i beni dei baroni, sono riusciti ad espellere i poveri contadini dalle quote loro assegnate. Sicchè quei contadini si sono trovati fatti privi ad un tempo delle quote suddette e degli usi civici di pascolo, di semina e di legnare, che prima esercitavano quasi gratuitamente, sopra i demani comunali e feudali” (54 bis).         

In effetti i contadini, spesso indebitati o troppo poveri, non erano in grado di coltivare i fondi assegnati né di pagare i canoni d’affitto ai comuni, e questi ultimi assegnavano le quote alla ricca borghesia agraria, che dominava le amministrazioni locali e sis serviva del suo potere per esercitare ogni sorta di frodi e di abusi. Scrive Demarco che “mentre la questione dei demani comunali si trascinava interminabilmente, e le operazioni andavano a rilento, ogni giorno si violava la legge da parte delle amministrazioni comunali che tendevano a far considerare patrimonio dei Comuni i beni demaniali; e le “terre comuni” venivano usurpate dalle persone più influenti, dai  galantuomini, che  facevano parte di quelle amministrazioni e potevano contare sulla complicità dei loro colleghi. Così i beni demaniali si assottigliarono a vantaggio dei ricchi proprietari, degli amministratori dei Comuni specialmente, che vengono a prendere di fronte alle Università, nelle lotte e nelle contestazioni per il possesso della terra, la posizione un tempo tenuta dai baroni (55 bis).         

 

DECIMA PARTE

                   “I ricchi – scrive R. Ciasca – con gli intrighi e con le corruzioni  s’industriavano ad accrescere l’estensione e il valore dei fondi all’ombra della legge protettrice dei loro interessi; i poveri tentavano inutilmente di ottenere capitali e terre non sterili da coltivare, mentre per le difficoltà e per la lentezza della liquidazione demaniale moltissime terre continuavano a rimanere abbandonate in attesa del futuro padrone; quelli crescevano in forze attraverso le vicende della nuova costituzione economica, e con le continue usurpazioni ed occupazioni illegali di territorio venivano ad aggravare  sempre più gl’inciampi che si frapponevano al lavoro della quotizzazione; questi scendevano sempre più in basso e si mostravano sempre più scontenti e sfiduciati del loro miserevole stato” (56 bis).

          In conclusione, le quotizzazioni “si risolsero esclusivamente a vantaggio del ceto borghese dei possidenti” (57 bis). Privati delle loro principali fonti di sostentamento, soggetti alle prepotenze e agli arbitri del nuovo padrone borghese che ora gestisce i vecchi beni di manomorta sottratti alla Chiesa, i contadini vedono peggiorare sensibilmente le loro condizioni di vita” (58 bis).

          Un altro strumento di sfruttamento dei contadini fu la gestione usuraia dei monti frumentari da parte della borghesia agraria.

          Come nel 1700 la borghesia riuscì a monopolizzare i monti frumentari, sorti come ricordava il ministro dell’Interno nel 1829, con l’obiettivo “di sottrarre i coloni poveri dalla dipendenza de’ capitalisti, che, con usura somministrerebbero il genere necessario per la semina” (59 bis). Ma spesso i monti, che intorno al 1830 erano circa settecento, si trasformarono in uno strumento di oppressione, di usura legalizzata a danno degli stessi contadini, e di accumulazione capitalistica a beneficio dei ceti borghesi.

          Ciò fu favorito dal fatto che la loro gestione era affidata ai menbri dei consigli decurionali, cioè alla stessa oligarchia agraria che controllava l’amministrazione dei comuni. Nonostante i monti fossero stati creati per scopi di pubblica utilità, “non vi era alcuna legge, per quanto attenta nei suoi dettagli, che con altrettanta solerte capacità i responsabili borghesi non sapessero aggirare, e l’avidità di questi stakanovisti della malversazione diventa a tutti gli effetti di ordinaria amministrazione” (60 bis).

          Numerosi sono gli esempi di irregolarità, frodi e malversazioni compiute dai galantuomini, che il popolo chiamava “uccelli grifoni”. A Corleto Perticara (Basilicata) un’indagine accerta che i membri della famiglia Senise “anelano cariche per farne commercio” (61 bis).  A Melfi, nel 1833, il sottointendente lamenta che il grano “non trovasi facilmente a distribuire fra i coloni poveri e che, per non farlo rimanere in magazzino, si accreditava a de’ galantuomini (…) i quali ne facevan delle speculazioni con grande usura ed eran i più restii alla restituzione” (62 bis). A Castiglione Messer Marino, in Abruzzo, è il vescovo in persona che denunzia le usure dell’oligarchia borghese comunale, la quale illegalmente si impadronisce a basso interesse dei 3.000 tomoli di grano del locale monte e li rivende a prezzi scandalosissimi. Ed è ancora un ecclesiastico, il vescovo di Nola, a bollare l’avidità speculatrice della borghesia di Scafati; “Non la miseria è sorretta, non l’agricoltura è ausiliata, non l’usura spenta; ma ripiene vengono le scarselle degli Amministratori locali, e di pochi monopolisti” (63 bis). Nel 1847 l’intendente Spaccaforno, nel discorso inaugurale del Consiglio Generale di Principato Citra, denunzia “la disonestà dei galantuomini che nell’amministrazione dei Monti Frumentari si appropriavano sfacciatamente del “patrimonio dei poveri” (64 bis). Frodi e malversazioni si registrarono anche in provincia di Bari (65 bis). Ancora nel 1854 il Bianchini esortava gli intendenti a vigilare affinchè il grano dei monti non fosse rivolto ad altri usi o diventasse proprietà di amministratori disonesti (66 bis).

          Bisogna infine ricordare che ai margini dell’attività agricola prosperava la categoria degli usurai veri e propri, i quali si arricchivano prestando denaro a chi era sprovvisto dei mezzi necessari per la propria attività (67 bis).

          Tuttavia, nonostante le circostanze che favorirono i progressi di questa borghesia avida e senza scrupoli, permanevano non pochi ostacoli che ne frenavano l’ulteriore sviluppo.

          L’ostacolo principale era costituito dalla struttura politica dello Stato napoletano, che praticamente escludeva la borghesia da ogni effettiva partecipazione alla direzione politica del Regno, anche se le concedeva qualche spazio a livello locale.

          Con le legge del 12 dicembre 1816 venne riconfermata la suddivisione dell’amministrazione civile in provinciale, distrettuale e comunale, alle dirette dipendenze del ministro dell’Interno. “La presente costituzione politica del regno delle Due Sicilie (…) – scrisse il giurista Giovanni Manna – può definirsi una monarchia assoluta, ereditaria, indipendente (…). La rappresentanza della sovranità è tutta intera concentrata nella persona del principe, il quale rappresenta nel tempo stesso la sorgente unica del potere legislativo, e dei poteri esecutivo e giudiziario. Egli è in conseguenza il legislatore unico e l’unico supremo giudice e capo supremo del potere esecutivo nello stato (68 bis).

          Il re nominava ministri, magistrati e funzionari pubblici e li sottoponeva al suo controllo (69 bis). Un intendente di nomina regia costituiva, come recitava la legge, “il primo braccio del potere esecutivo” e controllava le amministrazioni locali, la pubblicazione delle leggi e il mantenimento dell’ordine pubblico (70 bis). Egli inviava al re i nomi dei candidati alle cariche pubbliche e il sovrano si riservava l’approvazione definitiva. Da ciò appare evidente che l’amministrazione locale era “un ristretto comitato di fedelissimi al sovrano e dei semplici esecutori delle disposizioni che venivano imposte dall’alto” (71 bis). Tuttavia, quando il numero dei candidati era limitato, in ossequio alla politica dell’amalgama talora venivano scelti consiglieri iscritti alla massoneria e alla carboneria. Costoro furono fra i rivoluzionari più attivi nel 1820 21 (72 bis).

          Sul piano economico la politica doganale borbonica si preoccupò di trovare il giusto equilibrio tra produzione e consumo. Per tale ragione furono imposti alti dazi d’esportazione alle derrate agricole più importanti, come l’olio, i legumi e i cereali (73 bis).

          Tutto ciò colpiva gli interessi della borghesia agrario – mercantile. Il governo, scrive Demarco, “non fece nulla per mettere i produttori in grado di mantenere gli antichi mercati e conquistarne di nuovi” (74 bis). Gli ostacoli frapposti al libero commercio del grano e degli altri cereali si dovevano “alla costante preoccupazione del governo di mantenere bassi i prezzi delle derrate alimentari, di così generale consumo, e di evitare le carestie e il malcontento nel paese” (75 bis).

          J. Davis ha sintetizzato efficacemente gli indirizzi della politica economica governativa: “Da una parte si concedeva la libera circolazione interna delle derrate, ritenendosi questo il miglior sistema per assicurare un’adeguata distribuzione degli approvvigionamenti; dall’altra veniva effettuato un rigoroso controllo sull’esportazione dei cereali, del granturco, dei fagioli e dei principali generi di consumo. Le esportazioni venivano proibite fino a quando non si potessero fare previsioni sui futuri raccolti; quando vi erano indicazioni sufficienti per ritenere che questi fossero in grado di soddisfare i consumi interni, allora i controlli sull’esportazione venivano allentati. Comunque, non appena si facevano sentire nei rapporti degli intendenti le prime previsioni di probabili penurie alimentari e di cattivi raccolti, immediatamente, pur tra le lagnanze dei produttori napoletani, si concedevano permessi di libera importazione dei cereali ed altri viveri” (76 – 77 bis).

          Questa politica, sui cui effetti incideva anche l’aumento della tassa fondiaria, “era in sommo grado dannosa per i produttori del settore commerciale, giacchè significava che i prezzi potevano aumentare soltanto nei periodi in cui la penuria si allargava a tutta l’Europa, quando cioè le derrate esterne non erano disponibili. Le restrizioni significavano che il produttore poteva esportare soltanto quando le condizioni interne erano tranquille e quando i raccolti locali erano abbondanti, indipendentemente dal mercato europeo. Al contrario, quando i prezzi interni cominciavano a salire – indicando che la domanda prevaleva sull’offerta – veniva immediatamente concessa libertà d’importazione, facendo nuovamente abbassare i prezzi. All’opposto del principio ispiratore delle Corn Laws (Leggi sul grano) inglesi, quelle del Regno di Napoli erano studiate in modo da assicurare ai produttori di cereali i profitti più bassi” (78).

          Era dunque naturale che la borghesia napoletana aspirasse alla conquista del potere per gestire liberamente la propria politica economica.

 

UNDICESIMA PARTE

 

 

          5. Un altro ostacolo allo sviluppo della borghesia era costituito dal Concordato stipulato tra il Regno delle Due Sicilie e la Santa Sede nel 1818, per le sue implicazioni sia politiche che ideologiche.

          Scrive W. Maturi che “La maggior parte della classe dirigente del paese d’un Concordato non voleva sapere” (79 bis). A temerlo erano gli intellettuali di formazione illuministica, i “paglietti” che sguazzavano nelle brighe giurisdizionali e la borghesia agraria che, “potente già alla fine del Settecento (…), dopo l’eversione della feudalità e la vendita dei beni ecclesiastici, da un lato desiderava un Concordato per vedere consacrata una delle fonti della sua ricchezza, ma dall’altro lo temeva, perché avrebbe potuto porle alle costole un pericoloso e tenace concorrente, la Chiesa, per il dominio della terra” (80 bis).

          Si trattava di timori fondati. Se infatti l’art. 13 legittimava le alienazioni dei beni ecclesiastici avvenute nell’età napoleonica (81 bis), l’art. 12 disponeva la restituzione alla Chiesa dei beni non alienati (82 bis), l’art. 14 ripristinava i conventi possidenti (83 bis), mentre l’art. 15 dava alla Chiesa la facoltà di accrescere il suo patrimonio fondiario (84 bis). Inoltre l’art. 2, che sentenziava la conformità dell’insegnamento pubblico e privato alla dottrina cattolica, e l’art. 24, che prevedeva la censura sulle pubblicazioni contrarie alla dottrina cattolica e ai buoni costumi (85 bis), ribadivano la profonda influenza morale della Chiesa sulla società napoletana.

          Tutto ciò spiega l’avversione della borghesia al Concordato. Scrive ancora Maturi: “Le classi dirigenti napoletane, che uscivano dalle classi sociali dei professionisti e della borghesia agraria si videro colpite nelle loro convinzioni tolleranti sulla libertà di coscienza e di pensiero, nei loro interessi economico – sociali, poiché il governo assicurava loro una delle fonti della propria ricchezza fondiaria: l’acquisto dei beni ecclesiastici, come aveva loro assicurato l’eversione della feudalità; ma negava loro ogni possibilità di sviluppo, teneva loro strette le briglie al collo nella questione demaniale, e, per giunta, ora poneva loro alle costole una delle più tenaci concorrenti economiche che mai potessero avere: la Chiesa” (86 bis).

          Quando il governo chiese agli intendenti di verificare l’impressione che il Concordato aveva fatto nelle varie province, l’Intendente di Terra D’Otranto, Domenico Acclavio, riferì che il Concordato aveva incontrato “La generale disapprovazione, e disgusto” (87 bis) perché aveva fatto “retrogradare la società almeno di quattro secoli” (88 bis).

          Che “la generale disapprovazione, e disgusto” fossero in realtà la disapprovazione e il disgusto della borghesia agraria lo si comprende dal tenore delle lamentele contro gli articoli del Concordato prima menzionati. Scriveva infatti l’Acclavio: “(…) che gli articoli toccanti la restituzione dei beni non alienati alla Chiesa, la ripristinazione dei Monaci e Monache possidenti, e l’accrescimento dei Frati Mendicanti con la dipendenza diretta dai loro Generali, senza dubbio residenti in Roma, siamo fatali all’agricoltura, alle art, alla popolazione, alle finanze nazionali, facendosi passare tanti prodotti nella classe di consumatori e di poltroni forzati” (89 bis).

          E non è un caso che l’intera questione verrà posta dalla borghesia all’ordine del giorno nel corso dei moti rivoluzionari del 1820 – 21.

 

DODICESIMA PARTE

 

6. In Sicilia la situazione si presentava più complessa. La restaurazione borbonica aveva privato l’isola della sua tradizionale autonomia e ciò aveva suscitato malumori e sentimenti anti napoletani soprattutto fra l’aristocrazia.

            Con l’annessione e l’abolizione della Costituzione del 1812 questa si era vista sottrarre numerosi privilegi politici, ma conservava la sua forza economica. Anzi, la trasformazione delle proprietà feudali baronali in beni di libera proprietà decretata dalla Costituzione, e che fu conservata nella legislazione della monarchia restaurata, si risolse in “un ottimo affare per i baroni, analogo a quello che la nobiltà francese aveva cercato di compiere con la solenne rinuncia del 4 agosto 1789” (90 bis).

            Infatti tale trasformazione “se da una parte sanciva la cessazione delle giurisdizioni baronali, rendeva gli antichi proprietari padroni assoluti delle terre prima soggette a servitù e pesi. Lo stesso scioglimento degli usi civici, goduto sin allora dai contadini sulle terre baronali, che i baroni ottennero in compenso della rinunzia ai diritti feudali, costituì una spoliazione dei ceti rurali inferiori (…)” (91 bis)

            Il baronaggio dovette sostenere la concorrenza dell’emergente borghesia che aspirava al dominio della terra. L’abolizione degli usi civici restituì piena libertà alle terre soggette ai diritti promiscui. Il governo tentò a più riprese la quotizzazione a favore dei contadini, per compensarli dei diritti perduti. “Ma in fondo, contrastando fra di loro, nobiltà e borghesia concordavano poi nell’intento fondamentale di escludere dal possesso delle terre i contadini, ai quali, come titolari degli antichi usi civici, ne sarebbe spettata la parte maggiore. Anche quando si giunse alle quotizzazioni – e assai spesso dovettero passare parecchi decenni – esse furono viziate da abusi d’ogni genere a danno dei contadini; e anche per quelli di costoro che riuscirono ad ottenere delle quorte, si trattò nella quasi totalità dei casi, di un possesso ed effimero (…). La grande operazione si risolveva dunque in una colossale spoliazione a danno dei contadini siciliani, i quali perdettero un patrimonio antichissimo, che li aveva aiutati a soddisfare i bisogni più elementari ed urgenti” (92 bis).

            In questo periodo si assiste al ridimensionamento del patrimonio fondiario della nobiltà a vantaggio della nuova borghesia dei galantuomini. Ma il dato di fatto più importante è il maturarsi di una sostanziale unità di interessi tra nobiltà e borghesia in funzione anticontadina e anti borbonica. Scrive ancora Romeo che nonostante i contrasti “la comune partecipazione alla proprietà terriera viene creando fra nobiltà e borghesia un tessuto di comuni interessi, vuoi nei confronti della massa contadina, da taglieggiar coi gravissimi contratti agrari, i tributi locali, le usurpazioni demaniali e al tempo stesso da tener a bada e raffrenare nella sua crescente insofferenza; vuoi nei confronti dello Stato, che con l’azione antifeudale comincia adesso a colpire anche gli interessi della borghesia usurpatrice di demani, ed erede in genere delle ragioni e delle pretese degli antichi feudatari” (93 bis).         

            Cominciava così a saldarsi quel fronte unitario indipendentista e anti borboniche tanta parte ebbe nelle vicende rivoluzionarie dell’isola. Dopo il 1830, con il nuovo re Ferdinando II il solco fra la monarchia borbonica e le classi baronali e borghesi si approfondì ulteriormente, allorchè fu imposta all’isola una più pesante subordinazione a Napoli (94 bis).

            La politica governativa incoraggiò nel complesso lo sviluppo delle attività economiche, ma in pari tempo ne ostacolò l’ulteriore crescita. Ad es. favorì le esportazioni dei prodotti isolani all’estero, ma limitò con numerose restrizioni le esportazioni nel continente, suscitando “una vasta e diffusa irritazione che avrà pure la sua parte nel determinare o nel fomentare l’anti napoletanismo degli isolani” (95 bis).

            “Questa ascesa dei ceti borghesi rafforzava l’esigenza e poneva al tempo stesso le condizioni di una loro partecipazione alla direzione politica del paese. Questo passo ulteriore non poteva però compiersi nel quadro della monarchia borbonica (…)” (96 bis).

 

TREDICESIMA PARTE

 

7. Parallelamente all'emergere dell nuove forze borghesi si affermano anche nel regno napoletano i temi cari alla pubblicistica liberale degli altri Stati italiani: libertà di commercio, riforme doganali, unità di pesi e misure, miglioramento delle vie di comunicazione (97).

Solo alcuni esempi fra i tanti. Nicola Palmieri (Saggio sulle cause e i rimedi, 1826) scrive che il libero commercio "agisce come mantice in una fornace, senza la cui opera non può mai ottenersi la fiamma". Sul Progresso delle scienze, delle lettere e delle arti (1843) – che si propose "lo scopo di riunire le forze intellettuali della borghesia meridionale intorno ad un programma comune" (97 bis) – L. Bianchini afferma che "ridotta l'Italia ad un unico sistema daziario con gli stessi pesi, le stesse misure e, in generale, con le stesse norme di amministrazione, si avrebbe lafusione completa degli Stati italiani; e la diversità dei governi rimarrebbe un nome soltanto, e non un fatto".

R. Busacca (Giornale agrario toscano, 1846, n. 75) sostiene la necessitàdella riforma doganale "perchè lo sviluppo delle forze produttive, in angusti perimetri ristrette, è a tutti impedito".

Un anonio pubblicista lamenta, nello stesso anno, che l'industria e il commercio siano inceppati da numerose dogane, e questo "toglie il beneficio incalcolabile di un vasto e libero mercato". De Augustinis (Progresso, 1837) auspica un sistema di pesi e misure "che sia uniforme, quando pure non perfettissimo" e Ceva Grimaldi (Id., 1838) definisce questo sistema "nobilissimo" e "di più grande vantaggio". Fra gli altri F. Lattari (Id., 1845) sostiene che le strade ferrate "moltiplicano le forze industriali ed accelerano lo svolgimento delle classi medie".

Anche in Sicilia si affermò una pattuglia di pubblicisti animati dalla stessa fede liberista. Essi discutevano degli economisti inglesi e della realtà della rivoluzione industriale, ma "quando parlavano di dogane o commercio o navigazione o sviluppo industriale in altri paesi, segretamente riferivano ogni discorso alla loro terra, come ci dimostrano larvati accenni, prudenti allusioni" (98).

Anche nel Regno di Napoli le sette massonico – carbonare costituirono la truppa d’assalto della borghesia rivoluzionaria.

          Le varie frazioni carbonare, che nel periodo francese avevano oscillato tra filo – murattismo e filo – borbonismo, si ricomposero in un unico blocco rivoluzionario ostile alla monarchia.

          In verità sia il filo – murattismo che il filo – borbonismo erano stati solo degli espedienti opportunistici. I settari borghesi reclamavano delle garanzie costituzionali, garanzie che Murat non poteva o non voleva concedere e che speravano di ottenere da Ferdinando e dagli inglesi. Quando il monarca restaurato lasciò intendere chiaramente che non avrebbe concesso nessuna carta costituzionale ed anzi mise al bando le società segrete, i carbonari gettarono la maschera filo – borbonica e ripresero la loro attività cospirativa, accogliendo nelle proprie file i settori più radicali dell’opposizione borghese.

          “La Carboneria del Mezzogiorno, la più forte e consistente, fu in sostanza l’embrionale organizzazione politica della borghesia costituzionale meridionale, e soprattutto di quella delle province, fatta in buona parte di “galantuomini”, di quei proprietari, a volte usurpatori di terre demaniali, nei quali i contadini vedevano il loro avversario principale”. Fu infatti proprio la carboneria “ad assumere in quegli anni la direzione politica degli elementi più attivi della borghesia, dando ad essi un’ideologia in cui confluivano e trovavano espressione gli sparsi elementi di malcontento (…). La vasta diffusione che essa ebbe fu dovuta soprattutto al fatto che il suo programma rispecchiò alcune esigenze della borghesia napoletana”.

Nel 1817, dopo la partenza delle truppe austriache di presidio nel Regno, "coll'istituzione delle milizie provinciali, formate da quella classe di possidenti che dava ilmaggior contributo d'affiliati alla setta, parte della forza armata passava nelle sue mani. Fu in questo momento che maggiormente si intensificò il lavorio di organizzazione e di diffusione della Carboneria e che si cominciò a preparare il terreno per una rivoluzione" (103).

Tutto ciò è confermato da autorevoli testimonianze di contemporanei. secondo il Colletta verso la fine del 1818 si sarebbero affiliati alla carboneria molti "assennati e potenti", con la speranza di "far sicure le proprie facoltà, o acquistare potenza nello Stato nuovo" (103 bis). Nelle sue Memorie il Gen. Guglielmo Pepe, carbonaro e dalla carboneria definito "fondatore della nostra rigenerazione politica" (104), riferice di aver organizzato militarmente i possidenti, quasi tutti carbonari, "en commencant par les plus riches", minacciati dai "briganti" che Re Ferdinando aveva perdonato e arruolato al proprio servizio. Questi briganti, "i quali non erano altro che l'espressione delsolito risentimento dei contadini contro i proprietari terrieri, accusati una volta di essere giacobini e più tardi fautori del regime napoleonico" (105), avevano commesso delle violenze contro la borghesia agraria, il Pepe emanò un ordine del giorno col quale si rifiutava "de faire grace a une portion des brigants" e che fu accolto "avec acclamation par les propprietaries" (106).

 

QUATTORDICESIMA PARTE

 

D’accordo con il Pepe il coll. De Concilj “convocò in Alta Vendita ad Avellina i deputati delle Vendite della Puglia, della Campania e della Calabria. E in quella adunanza, deplorando per la carboneria perduto il bell’onore di essere convegno delle virtù e del patriottismo, fece deliberare che si attirassero alla setta tutti i possidenti onesti e che le Vendite fossero organizzate militarmente (107).

Anche il Gen. Carascosa scrisse nelle Memorie che accorrevano ad affiliarsi alla carboneria “come mezzo di opposizione, delle persone dabbene, e de’ proprietari d’ogni Comune, a’ progetti di saccheggio, di assassinii e d‘incendii, pressoche pubblicamente annunciati da’ Calderari” (108).

L’attività rivoluzionaria della carboneria fu largamente influenzata e sostenuta dalla massoneria.

Con la restaurazione borbonica la massoneria si sciolse come organizzazione giuridica, ma restò in piedi come rete settaria. Scomparve cioè la massoneria ufficiale, ma non scomparvero i massoni, molti dei quali continuarono ad operare nelle vendite carbonare, oltre che nelle poche logge sopravvissute.

Se si considerano le “assonanze dei rituali delle due organizzazioni settarie” e la “reciprocità dei rispettivi quadri direttivi “ (109), “l’interdipendenza fra le due sette” (110) e la sostanziale identità delle loro aspirazioni politiche, i pochi contrasti che ebbero a verificarsi non pregiudicano affatto l’evidenza del quadro d’insieme.

Intese segrete fra massoni e carbonari dovettero registrarsi già in epoca francese. In una nota del 5 aprile 1814 l’Intendente Dumas informò il Ministro della Polizia Generale di aver convocato i capi delle logge affinchè “potessero coi mezzi massonici istessi, e pel bene della loro Società, far scomparire interamente queste clandestine associazioni di Carbonari”. In una nota successiva riferì di aver tenuto loro “quel linguaggio che le circostanze richieggono, facendoli osservare quale scossa verrebbe a ricevere l’Ordine Muratorio, se fra i proseliti del medesimo vi si trovassero degl’individui sciagurati abbastanza per lasciarsi sedurre ed illudere dalle fantastiche e criminose [azioni?] di questi traviati (…) (111).

Una memoria anonima, probabilmente anteriore al 1820, sostiene che i carbonari erano individui immorali cacciati dalla massoneria ma, aggiunge, al di là dei dissidi “i Liberi Muratori ed i Carbonari sono certamente nemici del Re e de’ suoi seguaci: e questa inimicizia né per volger d’anni, né per carezze si estingue” (112).

Nel periodo napoleonico il Grande Oriente d’obbedienza francese aveva conosciuto una notevole diffusione. In contrapposizione ad esso però era operante la massoneria di rito scozzese, che considerava irregolare e dispotico il G.O.. Le polemiche reciproche si trascinarono ben oltre la caduta di Murat. Il 13 settembre i820 fu creato il G.O. di rito scozzese nel suo discorso inaugurale l’oratore, Orazio De Attellis, ricostruì la storia di quel contrasto. Egli ricordò le persecuzioni di cui le logge scozzesi furono vittime e i “criminosi mezzi” con cui all’inizio del 1814 la neonata G.:.L.:. fu attaccata dai massoni murattiani. Esaltò inoltre la massoneria scozzese, in quel periodo “già immensamente propagata nel regno”, come quella che “professava i principj, e più favoriva le mire filantropiche della Carboneria di lei figlia” (113). Da parte sua il G.O. di rito francese aveva sospeso i lavori il 20 maggio 1815 a seguito della sconfitta di Tolentino, ma la massoneria “continuò il suo lavoro alla macchia” (114).

Numerosi sono i fatti e i documenti che provano la sostanziale identità dei fini politici perseguiti dalle due sette e la consonanza della lor attività rivoluzionaria.

Uno dei più attivi propagatori della carboneria fu il massone Antonio Maghella, già Prefetto di Polizia e Consigliere di Stato sotto Murat. Il Weil afferma che quello fu “un periodo abbastanza misterioso nella vita del Maghella” (115) e non dà ragguagli sulla sua attività settaria. Nelle Memorie sulle società segrete è scritto invece che Maghella riorganizzò la carboneria e “per dare poi ad essa uno sviluppo maggiore, ne sforzò, per così dire, il suo crescere, innestandola sul vecchio tronco della Massoneria ed ammettendo nella società ogni fratello Massone col solo voto, senza sottoporlo alle prove preparatorie richieste pei candidati ordinari” (116).

Nel Cenno dei fatti accaduti nel Regno di Napoli nei primi giorni di luglio del 1820 del Ten. Col. Francesco Pignatelli Strongoli leggiamo che contro la politica repressiva del Canosa si mobilitò la “parte sana della Nazione. Tutti gli uomini dabbene divennero allora massoni e Carbonari, o amici di queste società (…)” (117).

Il carbonaro Giacomo Dragonetti, in un opuscolo intitolato La vera istituzione dei Liberi Carbonari esalta l’opera della massoneria e della carboneria, unite nel promuovere il bene della patria: “La Libera carboneria è un de’ parti, senza dubbio della Franca Massoneria”. E più in là ribadisce che la società dei Franchi Muratori è la “degna madre della Libera carboneria” (118).

Secondo il già citato massone Orazio De Attellis la carboneria sarebbe stata fondata dai liberi muratori di rito scozzese, i quali successivamente posero ogni centro carbonaro in corrispondenza con una Madre Loggia (119).

In un manoscritto carbonaro dal titolo Origine, sublimità, Santità e Dommi in ristretto della Venerabile Società Mas. E Carbonaria (1810) leggiamo: “La carboneria è meno sublime della Massoneria, ma è più terribile, e per l’austerità de’ suoi dommi, per i suoi giuramenti tremendi e per essere li braccia delli Massoni” (120).

Un Gran Maestro carbonaro calabrese, Giuseppe Galluccio, che partecipò attivamente alla rivoluzione, era stato elevato nel 1809 all’ultimo grado massonico nella loggia Gioseppina di Napoli e nel 1830 nominato “Venerabile Onorario ad vitam” della loggia La Torre inespugnabile di Gaeta (121).

 

QUINDICESIMA PARTE

 

Un altro documento contenente alcuni documenti della vendita carbonara dei Catoni Redivivi “Dal dì 8 luglio giorno dell’istallazione al 1° settembre di nostra rigenerazione” è interessante, scrive Gabrieli, “per le affinità che la carboneria presenta con la Massoneria in rapporto a rituali e Costituzioni e per i riferimeti costanti che vengono fatti appunto alla massoneria”. (122).

Nel n.1 degli Annali del Patriottismo (28 luglio 1820) si legge: “Da molto tempo i Liberi Muratori avevano sovvertita la ragione della maggior parte di Europa, congregando clandestinamente un infinito numero di voleri mediante ordine, liturgie e secreto. Era dunque necessario di rendere popolari gli emblemi di questi settari. Essi furono abbreviati, furono ridotti in forma più facile ed eccola Carboneria” (123).

La reciprocità dei quadri direttivi è infine attestata dai registri compilati dalla polizia. In essi “spesso accanto al nome, nella colonna destinata al grado, è scritto soltanto ‘massone‘ e solo qualche volta ‘massone e carbonaro’: ciò significherebbe che bastava essere massone per essere accettato senza alcun’altra formalità” (124).

Sostanzialmente identici erano gli obiettivi rivoluzionari delle sette massonico – carbonare e borghesi.

Scrive R. Soriga che l’indagine degli oscuri meandri del simbolismo massonico permette di individuare “il faticoso processo evolutivo subito dalla borghesia italiana per affermarsi quale classe dominante” (125). Questo vale naturalmente anche per la borghesia napoletana.

In una memoria settaria manoscritta sequestrata dalla polizia pontificia e intitolata Cenno storico degli Ordini segreti nel Regno di Napoli è scritto: “Scopo di tutti gli ordini segreti è la distruzione della monarchia con relative famiglie regnanti” (126).

Nel già citato manoscritto carbonaro Origine, Sublimità, Santità ecc. si spiega “il vero oggetto della società”, cioè che “il dispotismo, il potere assoluto ed ereditario è una usurpazione; e perciò ogni uomo ha il diritto di vendicare e rendersi liberatore de’ diritti usurpati, e vilipesi dalla tirannide” (127).

In un opuscolo carbonaro pubblicato nel 1820 dalla vendita I Liberi Pitagorici di Napoli, l’oratore rivela gli scopi della setta. Egli si scaglia contro “la fina tirannia politica”, contro i “pregiudizi”, la “superstizione” e le “tenebre”; definisce i re “mostri infernali” che usurpano il sangue altrui ed esorta i veri carbonari a “rovesciare quel trono innalzato dal fanatismo, e dall’ambizione, e scacciare il mostro che offende l’intera creazione” (128).

La prima pagina della carbonara Costituzione della repubblica Lucana Orientale stampata a Potenza nel 1820 è decorata da alcuni versi significativi: vi si dice che la radice della pianta carbonara non si pasce di fresche rugiade, “Ma di Sangue, di membra di Re” (129).

In un catechismo carbonaro del 1818 l’iniziato ripete questa formula di giuramento: “In faccia ai resti della tirannide estinta; sopra questa sacra pianta fatale ai Regi; giuro odio eterno ai Tiranni; giuro di distruggerli sino all’ultimo rampollo con tutte le forze della mia mente e del mio braccio. Giuro di stabilire il regno vero della Libertà e della Eguaglianza”. Alcune battute del rito di iniziazione consentono di individuare le affinità rivoluzionarie tra la massoneria e la carboneria:

“Chi siete voi? “Il figlio primogenito dei Cavalieri Massoni.

“Che avete ereditato da essi?

“Coraggio, costanza e perseveranza.

“Quale fu l’oggetto di quelli Illustri Cavalieri?

“Di distruggere i governi opera della mano degli uomini e ristabilire una saggia Teocrazia sotto i loro auspici esercitando essi il supremo sacerdozio”. Ma i massoni ora si sono alleati coi troni. Perciò “gli riguarderò come miei Maestri nel maneggio delle armi, ma non li associerò alla mia intrapresa se prima non divengano Carbonari” (130).

La carboneria si considerava dunque legittima erede delle logge massoniche, di cui condivideva perfettamente le finalità rivoluzionarie, e muoveva alla nuova massoneria, compromessa col potere napoleonico, l’accusa di aver tradito la sua autentica e originaria vocazione rivoluzionaria.

La diffusione delle sette massonico – carbonare fu largamente favorita dalla politica dell’amalgama. Numerose voci, a cominciare dal Canosa, si levarono inutilmente a denunziare i pericoli di questo atteggiamento suicida. In una memoria dell’epoca è scritto che “continuano i Massoni e Carbonari a dominare. Qualche Intendente e quasi tutti i Magistrati Provinciali si millantano di avere presso del Trono fermissimi appoggi e di non potere altrimenti sostenersi ne’ loro impieghi che venendoprotetti dalla Massoneria” (131).

Il Sottintendente della provincia di Calabria Ultra, Verderame, riferisce che la carboneria “oggi galleggia per tutto il Regno non eccetto veruna piccola terra” (132).

Dai registri della polizia risulta che a Bari (Terra di Bari), uno dei centri settari più operosi erano attive le vendite Il Trionfo della Virtù, L’Osservanza delle Leggi, La Fenice e La Forza del Giuramento, le quali contavano complessivamente 512 affiliati, in massima parte borghesi (133).

Lo stesso vale per i comuni della provincia. Le ricerche di G. De Ninno hanno accertato una consistente presenza massonica nelle vendite di Terra di Bari (134). Numerosi massoni erano affiliati alla carboneria e molti di essi con compiti direttivi. Si trattava per lo più di esponenti della borghesia rivoluzionaria. De’ Ninno elenca vendite carbonare, cita nomi e fatti circostanziati, di fronte ai quali il Luzio sa solo replicare che, ristretti alla provincia di bari, “anche gli elenchi del De’ Ninno non consentono conclusioni definitive” (135).

 

SEDICESIMA PARTE

 

          In realtà l’esempio di Bari non è affatto isolato. A Lecce (Terra d’Otranto), dove, all’indomani della restaurazione, la società dei Decisi aveva tentato una velleitaria insurrezione (136), operavano sei vendite carbonare. Nei quadri direttivi figuravano autorevoli massoni tra i quali G.M. Girolamo Congedo, fondatore della carboneria nella provincia, e Francesco Brunetti, della loggia Japigia Illuminata (137).

          “Oratore esperto” era Vincenzo Balsamo, “Massone, Filadelfu, Patriotta e Carbonaro (…) Anima della rivoluzione del ‘20” (138).

V’erano carbonari anche nel circondario: Donato Granafei, massone della loggia di Otranto e G.M. della vendita di Sternaia, aveva organizzato nuclei settari in molti comuni (139). A Brindisi la vendita dei Liberi Piacentini si riuniva nei locali messi a disposizione dal Massone Francesco Palma, gran promotore di sette. Altri massoni ricoprivano le cariche di maestro, e lo stesso vale per i paesi dei circondari di Taranto e Gallipoli. A Salice tra i carbonari più accesi della locale vendita I Figli di Sofia vi era il prete massone Vittorio Capocelli, che nel 1817 e nel 1820 fu “uno degli organizzatori di tutte le sette” (140).

          Nel foggiano (Capitanata) i settari “erano gli antichi patrioti della repubblica napoletana e i massoni del decennio,  cui si univano giovani ardenti, che avevano inteso, in quell’onda rivoluzionaria, il fascino dei nuovi tempi (…) Tutti desideravano un regno d’Italia libero e unito, o quanto meno aspiravano ad ottenere dal governo riforme costituzionali” (141).

          Un ruolo di primo piano nella diffusione della carboneria fu svolto da Gaetano Rodinò. “Giovane ardito, pieno di entusiasmo e di fede, dette tutto se stesso alla Massoneria, indi alla carboneria; fu settario rivoluzionario”. Questo massone, che il Pepe definì “giovane abilissimo nel tessere cospirazioni (…) iniziato nei primi gradi della carboneria”, era un tipico prodotto della politica dell’amalgama. Nominato per clemenza reale Sottintendente di Bovino, organizzò la diffusione dei cartelli sediziosi del dicembre 1817 (142). Successivamente – si legge in un rapporto dell’Archivio di Capitanata – “a premura di Pepe, ottenne di essere trasferito nel distretto di Sansevero, giacchè dopo di aver piantato le basi rivoluzionarie nel distretto di Bovino, occorreva al Pepe di ramificarle in quello di Sansevero: Gaetano Rodinò corrispose perfettamente allo scopo”. A Sansevero – continua il rapporto – Rodinò “in breve animò tutti i settari di quei luoghi, ne guidò le diverse sedute e giunse perfino a tenere le vendite nella sua stessa casa” (143).

          Dagli elenchi delle vendite e dei settari di Foggia e provincia compilati dalla polizia borbonica risulta che anche in Capitanata la spina dorsale della carboneria era costituita dalla borghesia agraria. Nel 1820 a Foggia erano attive 15 vendite e molte altre se ne contavano in provincia. Non mancavano i massoni, alcuni dei quali col grado di G.M. (144).

          Abbastanza diffuse erano le vendite in Calabria, soprattutto a Catanzaro, Crotone, Reggio e rispettivi distretti (145).

          A Chieti, in Abruzzo, una vendita aveva assunto il nome di Loge de la perfait (sic) Union (146).

          Uno dei centri carbonari più importanti era Salerno (Principato Citra). Dal massone Orazio De Attellis (L’Ottimestre costituzionale delle Due Sicilie 1821) apprendiamo che nel settembre 1815 si decise di celebrare ogni anno una Dieta generale di tutta la carboneria del Regno (147). Proprio nel salernitano fu organizzata, nel 1817, la prima cospirazione contro il governo borbonico, che però abortì sul nascere (148).

          Altro attivo centro settario era Nola (Terra di Lavoro),  e non a caso da qui prese le mosse la rivoluzione del 1820. Nel Cenno storico intorno alla rivoluzione napoletana del 1820 il Colletta scrive: “In nessun sito la polizia era stata così rigorosa contro le sette, come in Nola; e quindi in nessun sito più che in Nola erano i settari ardenti” (149). Il 3 gennaio 1818 l’Intendente si lamentò col sottintendente di Nola: “Io non taccio, però mi è dispiacevole il sentire che tali vietate riunioni si pratichino in cotesto distretto (…)”. Le indagini della polizia rivelarono l’esistenza di attività carbonare anche nei paesi vicini )150).

          A Napoli si ha notizia delle vendite l’Ardita e l’Indipendenza Nazionale (151).

          Le sette proliferarono anche in Principato Ultra. Alla vigilia della rivoluzione nei 136 comuni dell’Irpinia le vendite ammontavano a 192. Ad Avellino se ne contavano 11 (152).  Una lettera inviata all’Intendente di Avellino definiva il decurionato della città “un covo di carbonari e massoni” (153).

          Anche la Sicilia diede un importante contributo alle cospirazioni massonico – carbonare. Qui, come nel resto del regno, “la Massoneria non scomparve. Alcune logge continuarono a travagliare (…) accanto alle vendite carboniche; ed in esse si raccoglievano quegli individui, nobili, borghesi e sacerdoti, che credevano coi travagli massonici raggiungere più facilmente le aspirazioni liberali ed umanitarie, che erano pure il fine della Carboneria” (154).

          In seguito all’apparizione di alcuni cartelli sediziosi, nel novembre 1818, il principe Francesco lasciò al duca di Gualtieri, nominato luogotenente provvisorio, un’istruzione che lo esortava a badare “d’impedire che si formino delle così dette Baracche, o siano unioni Carboniche” (155). Il 24 dicembre fu inviato a Caltagirone, dove erano stati arrestati alcuni carbonari, il giudice della Gran Corte Civile di Palermo Antonino Franco, il quale presentò una relazione sulla base delle confessioni di oltre cinquanta sospettati. La relazione, pubblicata dal Labate, consente di ricostruire le prime trame massonico – carbonare.

          Queste trame furono organizzate fin dal 1815 dall’abate massone Luigi Oddo a Caltagirone e dintorni. Da un’informazione di polizia del 1819 apprendiamo che l’Oddo “ha sublimissimi gradi nell’Ordine massonico, è di principi liberalissimi, appartiene alla Loggia del Maestro generale” (156). Si istituirono delle vendite carbonare. Un altro capo carbonaro, Gaetano Abela, “aggregato in Calais alla setta dei massoni”, introdusse “istruzioni e carte per la loro organizzazione, ma (…) si trovarono in massoneria, e qui volevasi la Carboneria” (157).

          Un catechismo sequestrato all’Oddo e intitolato Regolatore d’una Vendita rivelò i disegni rivoluzionari dei settari. Essi giuravano di consacrare la vita per l’uguaglianza e l’indipendenza nazionale e di distruggere la tirannia (158). Lo stesso Oddo racconta nella sua autodifesa che una sera, in casa del barone Calderara di Camemi, un altro capo settario, il poeta massone e carbonaro Bartolomeo Sestini, lesse un suo scritto nel quale “declamò contro i vili, contro i schiavi, che non tentano di scuotere la tirannia, esaggerò i torti che riceve da questa libertà naturale, l’umanità, esortò in fine i figli della Patria (i Filantropi) ad alzare le loro scuri per trucidare ogni tiranno” (159).

          Nel 1818 fu istallata a Palermo la loggia massonica L’Architettura fiorita. Ne era venerabile Domenico Volpes, G.M. della vendita carbonara del Silenzio (160). Nel 1821 il carbonaro Salvatore Meccio fondò una vendita intitolata I Liberi Muratori (161).

          I travagli occulti delle sette continuarono anche dopo le prime repressioni. I carbonari incarcerati fondarono vendite nelle stesse prigioni. A Palermo ne esistevano due, gli Emuli di Bruto e i Figi di Epaminonda. Nell’aprile 1820 fu tentata una fuga generale. Indosso ad uno dei promotori fu sequestrato – recita un rapporto di polizia – un “pezzettino di carta,  in cui erano designati i motti convenuti per penetrare in una loggia di Franchi – Muratori, ed altre parole di riconoscenza” (162).

          Dopo la rivoluzione siciliana – alla quale i carbonari diedero un contributo determinante – riprese la lotta occulta contro il governo napoletano. Nei volumi del Labate vi è un’ampia documentazione al riguardo. La massoneria non vi fu estranea. Preziose informazioni fornì Pietro Giardina, che si infiltrò nella loggia L’Architettura Fiorita e fino al 1826 inviò alla polizia una serie di rapporti sull’attività dei massoni. Il Volpes gli disse che il fine dell’istituzione massonica era “la distruzione dei troni e dei tiranni e dei suoi satelliti” (163). Giardina riferì dell’esistenza a Palermo di altre due logge, di cui erano venerabili Valerio Villareale e Pietro Generali. Inoltre tutto il Reggimento Reale Palermo e parte del Real Farnese risultavano affiliati alla massoneria. I capi massoni furono esiliati, ma molti altri divennero buoni cugini carbonari (164).

 

———————–

1) R. Moscati, Dal 1831 alla restaurazione del 1849, in F. Catalano R. Moscati F. Valsecchi, L’iItalia nel Risorgimento. Milano 1964, pp. 395 – 396.

2) Sull’assalto ebraioc – masssonico e borghese alla società tradizionale italiana nel 1700 e nell’età napoleonica Cfr. Gian Pio Mattogno, La rivoluzione borghese in Italia (1700 – 1815), Parma, 1989.

3) F. Catalano, La pressione delle nuove forze: La restaurazione e i moti liberali (1815 – 1831), in L’Italia nel Risorgimento cit., pp 227, 234.

4) G. Procacci,  Storia degli italiani, Bari, 1983, pp. 328 – 329.

5) C. Ghisalberti, Storia costituzionale d’Italia (1848 – 1948), Bari, 1898, pp. 1 – 2.

6) ibid, p. 10.

7) ibid, pp. 11, 12.

8) A. Wandruska, La politica italiana dell’Austria nel periodo della restaurazione, in AA.VV., La Restaurazione in Italia strutture e ideologie, Roma, 1976: F. Valsecchi. H. Ritter Von Srbik e la concezione unitaria della storia tedesca, in “Rivista Storica Italiana”, 1937; Id i.,  Il dominio del Lombardo – Veneto e i problemi della politica austriaca in Italia, in AA.VV., Il Lombardo – Veneto (1815 – 1966), Mantova, 1977; R. Blaas, Le sette politiche. Metternich e il concetto di delitto politico, ivi.

9) Mèmoires, III, p.437, cit. da G. Bertier de Sauvgny. Metternich et son temps. Paris, 1959, p. 73.

10) ibid, p. 76.

11) R. Soriga. L’idea nazionale italiana dal secolo XVIII all’unificazione, Modena, 1941, pp. 256 – 270.

12) Per una storia del cattolicesimo intransigente in Italia dal 1815 al 148, E. Artom.

Il problema politico dei cattolici italiani nel secolo XIX, G. Verucci. Segue…

13) N. Rodolico, Stroia degli Italiani, Firenze, 1964, P. 665.

14) F.S. Merlino, Questa è l’Italia, Milano, 1953, p. 19.

15) A. Luzio, La massoneria e il Risorgimento italiano, Bologna, 1925; R. Esposito, La massoneria e l’Italia dal 1800 ai nostri giorni, Roma,1979.

16) G. Leti,   Carboneria e massoneria nel Risorgimento italiano, Genova, 1925; Id., La massoneria nel Risorgimento, in “Lux”, 1925.

17) U. Lenzi, in “L’acacia massonica”, novembre – dicembre 1948, pp. 280 – 281.

18) Discorsi del Gran Maestro pronunziati nei ricevimenti massonici di Livorno, Genova, Torino, Milano, Venezia e Bologna. Roma, 1892 (rist. an., Bologna, 1980), pp. 43, 35, 44.

1 bis) …si vedano le osservazioni di G. Giarrizzo, Borghesia e “provincia” nel Mezzogiorno durante la Restaurazione, in Aa. Vv.,  L’età della Restaurazione (1815 – 1830). Atti del 3° Convegno di studi sul Risorgimento in Puglia, Bracciodieta Editore, 1983. La citazione è a p. 27.

2 bis) D. De Marco, Le classi sociali nell’età del Risorgimento. La nuova borghesia industriale e commerciale nel Regno di Napoli, in Aa. Vv.. Orientamenti per la storia d’Italia nel Risorgimento, 1952, p. 139.

3 bis) …omissis. F. Assante, Rapporti di produzione e trasformazioni colturali in Basilicata e Calabria nel secolo XIX, in Aa. Vv., Il Mezzogiorno preunitario. Economia, società e istituzioni, Bari, 1988, pp. 57 – 58.

4 bis) G. Candeloro, op. cit., p. 316.

5 bis) W. Maturi, Il Congresso di Vienna e la restaurazione dei Borboni di Napoli, in “Rivista storica italiana” IV, 1938, pp. 53 – 54.

6 bis) W. Maturi, Il Concordato del 1818 tra la Santa Sede e le Due Sicilie, Firenze, 1929, p. 4.

7 bis) R. Romeo, Mezzogiorno e Sicilia nel Risorgimento, Napoli, 1963, p. 53. (…omissis).

8 bis) W. Maturi, Il Congresso di Vienna, cit., p. 54.

9 bis) W. Maturi, Il Congresso di Vienna, cit. p. 54.

10 bis) omissis… N. Cortese, IL Mezzogiorno e il Risorgimento italiano, Napoli, 1965, pp. 329 – 330.

11 bis) Appello del 1° maggio 1818, ivi, p. 67.

12 bis) Ibid, p. 69.

13 bis) …R. Romeo, Mezzogiorno e Sicilia cit., pp. 59 e sgg. e A Scirocco,  Governo assoluto ed opinione pubblica a Napoli nei primi anni della Restaurazione, in “Clio”, 1986. … W. Maturi, Il Principe di Canosa, Firenze, 1944, pp. 117 sgg. … W. Maturi, La politica napoletana dal 1815 al 1820, in “Rivista Storica Italiana”, 1939, p. 231, nota 22.

14 bis) A. Scirocco, Governo assoluto, cit., p. 222.

15 bis) Colipo d’occhio sulle leggi relative all’abolizione della feudalità ed alle divisioni de’ demani, e sull’applicazione che n’è stata fatta nel Regno dal 1806 in poi, in R. Romeo, op. cit. pp. 57 – 58.

16 bis) W. Maturi, Il Concordato, op. cit., p. 159.

17 bis) G. Moricola, op. cit., p. 159.

18 bis) …omissis W. Maturi,La politica estera, op. cit. p. 262; W. Maturi, Il Principe di Canosa, cit., p. 127.

19 bis) G. Pepe, Relazione delle circostanze relative agli avvenimenti politici e militari del Regno di Napoli nel 1820 e nel 1821, cit. da R. Romeo, op. cit., p. 109.

(20 bis) A. Lepre, Storia del Mezzogiorno nel Risorgimento, Roma, 1977, pag.156.

(21 bis) (omissis…) A. Galante Garrone, op. cit., pag. 190.

(22 bis) A. Lepre, Storia del Mezzogiorno d’Italia II. Dall’ Antico Regime alla società borghese (1657 – 1860), Napoli, 1986, p. 255.

(23 bis) G. Cingari, Mezzogiorno e Risorgimento. La Restaurazione a Napoli dal 1821 al 1830, Bari, 1976, p. 22.

(24 bis) Ibid, p. 36.

(25 bis) Ibid, p. 36.

(26 bis) Ibid, p. 195.

(27 bis) M. Corti, I Rothschild, Milano, 1963, p. 105.

(28 bis) Ibid, p. 113.

(29  bis) J.Bouvier, I Rothschild, Bari, 1968, p. 69.

(30 bis) A. Lepre, Storia del Mezzogiorno d’Italia, cit., p. 240.

(31 bis) Id. Storia del Mezzogiorno nel Risorgimento, cit., p. 148.

(32 bis) Ibid.

(33 bis) … A. Lepre, op. cit., pag. 157.

(34 bis) R. Moscati, Dal 1831 alla restaurazione del 1849, in F. Catalano – R. Moscati – F. Valsecchi, op. cit. p. 406.

(35 bis) Ibid. p. 408.

(36 bis) Ibid, p. 409.

(37 bis) D. Demarco, La borghesia fondiaria del Regno di Napoli nel secolo XIX: le origini, i problemi, in R.S.R., 1951, p. 359.

(38 bis)  Ibid, pp. 360 sgg.: Ib:  Il crollo del Regno delle Due Sicilie. I La struttura sociale, Napoli 1950, pp. 11 sgg.

(39 bis) D. Demarco, Le classi sociali, cit.: A. Graziani, Il commercio estero del regno delle Due Sicilie dal 1832 al 1558 (leggi 1858 n.d.r.), Roma, 1960, pp. 107 sgg.

(40 bis) A. Graziani, op. cit., p. 8.

(41 bis) A. Lepre, Storia del Mezzogiorno d’Italia, cit. p. 155. … Fonti in : Davis, Società e imprenditori nel Regno borbonico (1815 – 1860) pp. 17 sgg.

(42 bis) D. demarco, Il croolo, cit. p. 72 sgg.

(43 bis) Ibid., pp. 81 – 82.

(44 bis) Ibid., pp. 96 – 97.

(45 bis) D. De Marco, Le classi sociali cit., pp. 129 – 130.

(46 bis) A. Di Biasio, Il finanziamento dell’azienda agraria nel regno di Napoli, i Monti frumentari agli inizi dell’Ottocento, in “Rivista di storia dell’agricoltura”, 1981, p. 168.

(47 bis) Ibid, p. 169.

(48 bis) C. Rocco, La crisi dei prezzi nel regno di Napoli nel 1820 – 21, in Aa.Vv., Il Mezzogiorno preunitario cit., p. 177 nota 28.

(49 bis) A. Di Biasio, op. cit., p. 175.

(50 bis) Ibid, p. 171.

(51 bis) … F. Corvese. La crisi del 1853 in Terra di lavoro, in Aa.V.v., Il Mezzogiorno preunitario cit., p. 196.

(51 bis 2) J. Davis, op. cit. pp. 68 – 70.

(52 bis) D. Demarco, Le calssi sociali cit. pp. 89 sgg; id. Il crollo cit. pp. 53 sgg; T. Pedio,  Classi e popolo nel Mezzogirono d’Italia alla vigilia del 15 maggio 1848. Bari, 1979, pp. 213 e sgg.

(53 bis)  Ibid, p. 116; T. Pedio, op, cit., pp. 295 sgg.

(54 bis) D. Demarco, Il crollo cit., pp. 132 – 133.

(54 bis) D. Demarco, La borghesia fondiaria cit. p. 359.

(55 bis) D. Demarco, La borghesia fondiaria, cit., p. 359.

(56 bis) R. Ciasca, Per la storia delle classi sociali nelle provincie meridionali durante la prima metà del sec. XIX, in Aspetti economici e sociali dell’Italia preunitaria, Roma, 1973, pp. 333 – 334.

(57 bis) A. Cestaro, Aspetti della questione demaniale nel Mezzogiorno, Brescia, 1963, p. 45.

(58 bis) T. Pedio, Classi e popolo cit., pp. 223 sgg.

(59 bis) L. Parente, Un gruppo di pressione dell’Ottocento borbonico; i Monti frumentari e i Monti pecuniari, in “Crescita Storica”, 1982, p. 172.

(60 bis) Ibid

(61 bis) p. 167.Ibid,

(62 bis) p. 175.Ibid,

(63 bis) pp. 188, 195.Ibid,

(64 bis) A. Saladino, I Monti Frumentari e l’istituzione dei Monti pecuniary nel Principato Citeriore, in “Rassegna Storica Salernitana” , 1951, p. 226.

(65 bis) G. Masi, I monti frumentari e pecuniari in Provincia di Bari, in Aa. Vv., Studi in onore di A. Fanfani, V. Milano, 1962, pp. 404 sgg.

(66 bis) p. 70.op. cit. J. Davis,

(67 bis) D. Demarco, Il crollo, cit. p. 92.

(68 bis) G. Liberati, L’organizzazione amministrativa, in L’età della restaurazione cit. p. 96.

(69 bis) p. 115.Ibid

(70 bis) N. Cortese, Per la storia, cit. p. 351.

(71 bis) A. Cestaro,  Un comune del Principato Citeriore alla vigilia del crollo del regno  borbonico.

(72 bis) Ad es. per le Puglie, cfr. M. S. Corciulo, Ideputati di Terra d’Otranto al parlamento del 1820 – 21, in L’età della Restaurazione  cit.

(73 bis) D. Demarco,  Il crollo cit. pp. 86 e sgg.

(74 bis) p. 46.Ibid,

(75 bis)Ibid

(76-77 bis) J. Davis, op. cit., p. 62.

(78 bis) Ibid, p. 62 – 63

(79 bis) V. Maturi, Il Concordato cit., p. 18

(80 bis) Ibid, p. 19

(81 bis) Ibid,  p. 205

(82 bis) Ibid, p. 201

(83 bis) Ibid, p. 207

(84 bis) Ibid, p. 111

(85 bis) Ibid, p. 187, 234

(86 bis) Ibid, p. 132

(87 bis) Ibid, p. 251

(88 bis) Ibid, p. 252

(89 bis) Ibid, p. 253

(90 bis)  R. Romeo, Il Risorgimento in Sicilia, Bari, 1989, p. 140.

(91 bis) D. de Marco, Il crollo cit., pp. 7 – 8

(92 bis) R. Romeo, Op. cit., pp. 186 -187

(93 bis) Ibid, p. 194

(94 bis) A. Scirocco, Ferdinando II e la Sicilia: gli anni della speranza e della delusione (1830 – 1837).

(95 bis) R. Romeo, Op. cit., p.221.

(95 bis) R. Romeo, Op. cit., p. 256.

(97) Oltre alle ampie indicazioni bibliografiche in R. Ciasca L'origine cit., si vedano V. de Marco, Il Crollo  cit., p. 105  e seg. e A. Lepre Storia del Mezzogiorno nel Risorgimento, cit., pp. 163 sgg.

(97 bis) A. Lepre, Op. cit. , p. 170.

(98) Ibid., p. 197.

(99) A. Lepre, op. cit., pp. 141 – 142

(100) …

(101) F. Della Peruta,  La massoneria in Italia dal Risorgimento alla Grande Guerra (1859 – 1915). Dalla restaurazione all'Unità, in AA.VV.  La massoneria nella storia d'Italia, Roma 1981,p. 63.

(102) A. Lepre, Op. cit., p. 141.

(103) M. Manfredi, Luigi Minichini e lacarboneria a Nola, Firenze, 1932, pp. 4 – 5.

(103 bis)  P.Colletta, Storia del Reame di Napoli i, a cura di N. Cortese, III, Napoli, s.d., p. 114.

(104) Circolare del Senato della R… Lucana orientale, 29 ottobre 1820, in G. Gabrieli, Massoneria e carboneria nel regno di Napoli, Roma, 1981, pp. 48 – 49.

(105) F. Catalano, La pressione, cit., p. 245.

(106) Ibid., p. 246.

(107) M. Schipa. Cause e importanza della rivoluzione napoletana del 1820, Atti del Parlamento delle Due Sicilie, 1820 – 1821, I. Bologna, 1926, pag. 112, nota 32.

(108) O. Dito, Massoneria e carboneria, cit., p. 230.

(109) A. A. Mola, Massoneria e Carboneria. Frattura o continuità. Prefazione a G. Gabrieli, op. cit., p. 14.

(110) Ibid., p. 44.

(111) L. Sylos, Massoneria e Carboneria nel Barese nei primi anni del secolo XIX, in Archivio Pugliese del Risorgimento Italiano, ottobre – dicembre 1914, pp. 260 – 261.

(112) G. Gabrieli, Dall’Archivio Canosa: Massoneria e Carboneria, in “Rivista massonica”, dicembre 1978, pp. 582 – 586.

(113) G. Gabrieli, Per la inaugurazione del G.:.O.:. al Rito Scozz.:. in Napoli, in “Rivista Massonica”, giugno 1976, pp. 366 – 373.

(114) Ibid, p. 366.

(115) M.H.Weil, Antonio Maghella. Documents biographiques inedits, Torino, 1912, p. 23.

(116) Memorie, cit., p. 28.

(117) ATTI , cit., V. parte 1^, p. 7.

(118) L. Chiarelli, Un opuscolo carbonaro del 1820, in R.S.R., 1929 pp. 587, 600.

(119) R. Soriga, op. cit., pp.80 – 81.

(120) G. Gabrieli, Massoneria e Carboneria, cit., p. 77.

(121) G. Gabrieli, Legami massonico – carbonarici, in “Rivista Massonica”, marzo 1977, pp. 147 – 152.

(122) G. Gabrieli, Ancora sulla Carboneria, in “Rivista Massonica”, dicembre 1977, p. 602.

(123) G. Berti, I democratici e l’iniziativa meridionale nel Risorgimento, Milano 1962, pp. 168 – 169.

(124) G. Gabrieli, Massoneria e Carboneria, cit., p. 40.

(125) R. Soriga, Op. Cit., p. 73.

(126) G. Gabrieli,  Op.Cit., p. 17.

(127) Ibid., p. 77, 79.

(128) Memorie Cit., pp. 96 – 97.

(129) Ibid., p. 100.

(130) R. Soriga, Op. Cit., pp. 97 sgg.

(131) G. gabrieli, Informazione sopra la scoperta delle massime, e Lavori della Franca – Massoneria del nuovo istituto, attivata nella Francia e nell’Italia, in “Rivista Massonica”, gennaio – febbraio 1979, p. 46.

(132) R. Romeo, Mezzogiorno e Sicilia, Cit., p. 62 nota.

(133) G.Maselli – Campoagna, La carboneria pugliese del 1820, in “Archivio Pugliese del Risorgimento italiano”, gennaio – marzo 1914.

(134) G. De’ Ninno, Ruolo dei Framassoni di terra di Bari affiggliati alla Carboneria nel 1820, Bari, 1913.

(135) A. Luzio, Op. Cit., p. 169.

 

 

 

Pages: 1 2 3