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2018

 

27.18

Dal Movimento Duosiciliano riceviamo e volentieri pubblichiamo

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BANCO DI NAPOLI

IL GOVERNO FACCIA RESTITUIRE IL MALTOLTO

Domani, 26 novembre, anche il nome “Banco Napoli” scompare. Di autorità i clienti si troveranno a divenire clienti di una banca di Torino. In realtà la cosa è vecchia di alcuni lustri ma diviene ancora più evidente domani. Molti meridionali mal digeriscono questa novità perché ha in se un che di autoritario, di sottrazione di ricchezza, di inganno,.. che si percepisce ma non si individua in modo chiaro e netto.

La questione viene da lontano, dagli anni ’90, cioè da quando certo Ventriglia -storico capo del Banco Napoli- andava rimosso per ragioni “politiche” mai chiarite e quando la Lega (allora era Nord) appena premiata dalle urne riuscì a uccidere la Cassa per il Mezzogiorno. Come andò nei dettagli non si è ben saputo certo è che si dichiarò il Banco illiquido e quindi gli azionisti persero tutto. Fu creata una banca dove vennero convogliati tutti i crediti deteriorati (cioè quelli che avevano provocato il dissesto) mentre la parte buona dei crediti ebbe una piccola odissea (che non mancò di produrre profitti faraonici a favore di qualcuno) finita tra le amorevoli braccia dei banchieri di Torino. Poi quei crediti deteriorati si scoprì che non lo erano affatto e quindi da un lato si è creato un tesoretto che il governo Renzi ha pensato bene di scippare e utilizzare per tappare buchi di banche del Nord mentre dall’altro sorge il dubbio che l’intero esproprio non andava fatto.

La questione è troppo grande in tutti i sensi per non meritare una Commissione Parlamentare di inchiesta (come peraltro richiesto nella passata legislatura da uno dei partiti oggi al governo) ma ad oggi sorgono irrefrenabili alcune domande: il governo vuole fare chiarezza sulla questione? Vuole che si rispettino i diritti anche dei meridionali? ha intenzione di restituire al Sud la sua maggiore e più gloriosa banca, o vuole limitarsi a prendersela con i neri? La domanda di onestà che è affiorata dalla base in modo così impetuoso si esaurisce al pur encomiabile taglio di pensioni d’oro et similia? Come si pensa che il mercato del risparmio torni ad avere fiducia delle banche se non si rispettano (magari anche in modo esemplare come questo) i diritti dei risparmiatori?

Domande che se rimarranno senza risposte, lascerebbero il sistema zoppo e poco credibile mentre potrebbero dare la stura ad un malcontento generale che già induce i migliori ad andare all’estero e gli altri ad attendere che qualcosa accada…

Senza contare che le reiterate spogliazioni delle risorse del Sud sono da sempre una costante e che questo sistema non sembra voler mai mollare le prede. Tutto sta diventando sempre più inaccettabile e la pazienza dei cosiddetti meridionali è in esaurimento con tutte le conseguenze che potranno verificarsi. 

Bari, 25 novembre 2018.

Per il Comitato Politico del Movimento Duosiciliano

Il segretario generale Michele Ladisa

 

 

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26.18

– Testo integrale della RELAZIONE del Movimento Duosiciliano alle

GIORNATE INTERNAZIONALI DELLA DETERMINAZIONE DEI POPOLI.

di Michele Ladisa, Segretario Generale del Movimento Duosiciliano

Verona, 26-27-28 ottobre 2018

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“Sono qui, orgogliosamente, per parlarvi della mia Terra, delle Due Sicilie che, solo apparentemente, ebbero fine il 17 marzo 1861 con una cruenta annessione certificata dall’ignobile, farsesco plebiscito del 21 ottobre 1860.

La mia Terra, dopo il 1861 è conosciuta come meridione, sud o mezzogiorno d’Italia.

Non sono qui per rappresentare il cosiddetto meridione piagnone, né il sud malato necessitante di assistenza e men che meno quel mezzogiorno d’Italia e d’Europa troppo spesso tavola apparecchiata per appetiti più famelici.

La storiografia ufficiale italiana, dopo 157 anni da quei fatti, continua meschinamente ad affermare false ragioni e falsi eroi, tenendo il popolo discendente dall’ex-Stato sovrano delle Due Sicilie, letteralmente ignaro del proprio passato, non certo gramo, che nelle realtà di quei tempi poteva vantare primati nel mondo. Ragion per cui molte furono le motivazioni internazionali – in primis – le condizioni bancarottiere del Regno di Piemonte e Sardegna e la costruzione del canale di Suez. L’importanza strategica della posizione geografica e le politiche delle Due Sicilie nel Mediterraneo, erano elementi di forte preoccupazione per l’egemonia dell’Inghilterra e della Francia, sia ai fini commerciali e che militari.

L’azione militare condotta per l’annessione, se in un primo momento assunse connotati da passeggiata turistica per innumerevoli ragioni che volutamente tralascio (preferendo dare spazio ad argomentazioni attuali), quasi contestualmente divenne guerriglia, una vera resistenza armata opposta, senza quartiere e per oltre 10 anni, dal popolo delle Due Sicilie. Anche qui nessun riconoscimento dello Stato italiano a quei legittimi combattenti, passati invece per delinquenti, lestofanti, criminali, in una sola parola BRIGANTI. Numerosi cattedratici, per lo più ignoranti e arroganti, arroccati alla storiografia ufficiale, parlano tuttora spudoratamente di “guerra civile” tra italiani, negando l’esistenza di inconfutabili sovranità sia nazionali che dei popoli.

La cancellazione della memoria fu un’operazione chirurgica di asportazione totale anche dell’anima dei popoli napoletani e siculi. Con il lungo periodo buio dell’annessione, fatto di massacri, stupri e deportazioni (mai riconosciuti), il terrore riuscì a insidiarsi anche nelle vene, annullando ogni sentimento e amor di patria del nostro popolo.

Il documento pubblicato in questa occasione da Stato Veneto che, unitamente alle affermazioni di Antonio Gramsci su come avvenne e cosa produsse l’unità italiana, elenca in modo riduttivo, abbastanza riduttivo, i numeri dei massacri, dei fucilati, delle chiese saccheggiate, dei prigionieri. Il documento non fa giustizia nel numero e non fa accenno agli stupri e soprattutto, soprattutto ai primi lager di recente memoria, come quello di Fenestrelle in Piemonte, del quale lo Stato Italiano è negazionista.

In quanto ospite e nel rispetto di questo contesto e di questa Città, volutamente non accennerò all’operato di Marco Ezechia Lombroso detto Cesare, ai danni delle popolazioni delle Due Sicilie, rinviando l’eventuale dibattito, qualora s’intendesse farlo, in momenti più appropriati.

L’obbligo era sentirsi italiani del Regno d’Italia e basta. Vietato fu parlare d’altro e questo fu trasferito ai posteri anche perché non ci fu più tempo per ricordare, pensare, se non alla sopravvivenza: le guerre, nefasto bagaglio culturale trasferito dal Piemonte all’Italia, ne hanno completato la rimozione.

Si sa, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Gli archivi lasciano tracce indelebili e anche le pietre parlano, raccontano, attestano. Attraverso le pagine impolverate e le stele, le targhe, gli edifici, le opere, oggi quel popolo si riappropria della verità, riassume orgoglio e dignità. Raddrizza la schiena, alza la testa.

Il nuovo popolo delle Due Sicilie è in cammino, di questo dovranno prendere atto tutti, Nazioni e popoli del mondo.

L’Italia. L’Italia, questa strano disomogeneo monoblocco, composto da un groviglio di popoli uniti troppo spesso dalla forza militare e dalle lobby internazionali e poco dalla forza delle volontà dello stare insieme, oggi sta implodendo per tutte le sue contraddizioni. Sempre più spazio e peso assumono le istanze, o meglio le rivendicazioni regionali o macro-regionali, mentre nel quadro europeo, del quale non sono disinteressate le potenze mondiali, altre istanze si fanno largo a gomitate, nelle pance del potere e dei comodi assetti internazionali.

In Italia, ad un anno di distanza, i referendum consultivi per la maggior autonomia amministrativa tenutisi in Veneto e Lombardia stanno producendo frutti inattesi, si pensavano acerbi e invece stanno dimostrando una rapida maturazione se è vero, com’è vero, che è stato sottoscritto un patto Stato Italiano-Regione Lombardia, esteso anche al Veneto e all’Emilia-Romagna. Il patto è rientrato in un’opinabile contratto di governo e che se venisse definitivamente approvato, costituirebbe una rivoluzione sostanziale degli italici assetti amministrativi, sociali e politici.

In Europa, gli straordinari passi in avanti della Catalogna, fanno questa sempre più padrona del proprio futuro e del proprio destino. La maglia elettrificata imbastita dalle sovranità nazionali europee contro i popoli, prima o poi andrà in cortocircuito e sarà impossibile fermare il processo d’indipendenza catalano, apripista di ogni altra legittima aspirazione dei popoli in quest’Europa delle nazioni destinata al dissolvimento.

Le Due Sicilie, invece, sono in enorme ritardo, stanno purtroppo ancora scontando anni di colonizzazione non solo territoriale ma anche dei cervelli del proprio popolo. Qui si è italiani dalla nascita come si è cattolici per acqua battesimale ricevuta, inconsapevolmente, nei primi giorni di vita. Ciò non significa che enormi passi in avanti non siano stati fatti in questi ultimi anni. Se da una parte il Veneto decide di donare ai nascituri la propria bandiera, il sacro vessillo delle Due Sicilie, non solo è poco conosciuto ma la sua sola esposizione pubblica è spesso avversata dallo Stato Italiano. Nonostante ciò, alcuni gruppi definiti molto genericamente “meridionalisti”, la esibiscono, ad ogni piè sospinto, con orgoglio e spiegandone storia e origini.

La storia di questa bandiera, illustri Signori, è la storia d’Europa. Qui trovate rappresentate: Castiglia, Aragona, Asburgo, Borgogna, Portogallo, Tirolo, Fiandra, Brabante e le Due Sicilie col suo casato dei Borbone.

Vi pare poco? Anzi è tutto dire del sacrosanto diritto del popolo Duo Siciliano d’essere popolo e di pretendere d’essere Stato.

E si sta lavorando alacremente in questa direzione. Cerchiamo con tenacia e grande convinzione di recuperare questi decenni di ritardo rispetto a tutti, dai Veneti ai Catalani. E non deve suonare a offesa, ad ostilità se la nostra azione politica possa a volte apparire divergente e ostativa rispetto a quanti legittimamente avanzano e rivendicano l’autodeterminazione, come, appunto, nel caso delle Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. E’ evidente che ognuno di noi fa la propria parte, reclama i propri diritti, pone i propri interessi davanti agli altri. Questo deve essere immediatamente compreso da tutti noi e tollerato, consapevoli che la lotta che conduciamo è comune: l’autodeterminazione dei popoli, di tutti i popoli europei e del mondo.

Del resto stare nella stessa famiglia non significa omologarsi, ogni componente ha infatti un proprio carattere, un proprio modo di pensare ed agire per i propri interessi. Ma si sta insieme, anche in posizione critica, a difesa e per il bene di sé stessi e della propria famiglia.

Rivisitare l’intero assetto costituzionale e istituzionale italiano è il primo irrinunciabile ostacolo da superare. Il secondo, che comunque viaggia in parallelo con il primo, è l’Europa che, come dimostrato dalla condizione Catalana, non è solo una questione interna alla Spagna ma una pastoia europea.

A 60 anni dall’entrata in vigore della Costituzione Italiana, possiamo ben affermare che se da una parte questa è frutto, conseguenza della catastrofe dittatoriale e bellica, dall’altra diventa incomprensibile nell’anomalo frazionamento microregionale inteso dai padri costituzionalisti, che surclassarono a piè pari secoli di tradizioni, storia, cultura, vita sociale dei popoli dei vari territori, che in questi si riconoscevano e non nell’Italia.

Le Due Sicilie, riunite in un unico Stato sovrano, nacquero nel 1816 con il Congresso di Vienna, ma erano comunque state un sol blocco, già da 800 anni prima.

Certamente non fu la condizione unitaria delle Due Sicilie ad originare un regime dittatoriale né una guerra mondiale, ragion per cui era necessario smembrare amministrativamente e anche politicamente il suo territorio. Si può giustificare solo nel proseguo della incessante e mai tramontata volontà risorgimentale di spogliazione delle altrui ricchezze, ripagata dall’idolatria, dalla venerazione, incondizionata e insana, del dio Italia. Di quel dio che aveva trovato il massimo trionfo della sua affermazione nel Ventennio della rinnovata Roma imperiale e che chiudeva definitivamente ogni ragione d’esistere o semplicemente di ricordare, le Due Sicilie.

Le Due Sicilie che nessuno o pochi ricordano, o se ricordate sono considerate una “negazione di dio”, ovviamente del dio Italia, sono oggi: Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria e Sicilia. Territori impoveriti, sfruttati e spogliati ma che nonostante tutto possono contare inesauribili risorse. Esse sono spesso in contrasto tra loro proprio per gli inopportuni confini regionali che creano divisioni, antagonismi, dualismi. Dicono che la colpa è dei meridionali, come dicono tutti, compreso, molti meridionali colpiti dalla sindrome di Stoccolma. Si può o non si può essere d’accordo su questa tesi, fatto sta che l’enorme e incessata emigrazione della popolazione dai tempi della cosiddetta unità ad oggi, ha diminuito come tutt’ora sempre più diminuisce, il potere politico contrattuale di queste aree, determinato dal minor numero di rappresentanti parlamentari e soprattutto, soprattutto dai partiti nazionali che hanno da sempre testa e potere nelle aree settentrionali d’Italia.

Come può la piccola Basilicata opporsi alle trivellazioni petrolifere a tutto campo quando esprime al massimo una dozzina di parlamentari?…Che tornaconto ha la Basilicata dalle trivellazioni, dallo sfruttamento e dall’inquinamento ambientale?

Praticamente nessuno, né per sé stessa né per le regioni confinanti che subiscono anch’esse passivamente gli effetti deleteri dell’inquinamento lucano, a partire da quello delle acque che dissetano Puglia e una zona a Nord della Calabria.

Lo Stato italiano tutto vuole per sé e per le lobby finanziarie internazionali. Anche l’Europa ha le sue pretese, di giorno in giorno sempre più incalzanti e soffocanti. E’ tempo di cambiare rotta, è tempo di autodeterminazione dei popoli. E il popolo delle Due Sicilie è popolo. Di questo valore supremo ne sta prendendo coscienza con ritardo ma saprà far valere rapidamente.

Un popolo rivendica il suo Territorio nel suo insieme, non può essere mortificato da barriere, limiti, impropri confini. Il primo passo delle Due Sicilie è la riaggregazione territoriale con l’abbattimento delle attuali regioni. Questo è anche un benefico vantaggio per le malnate risorse economiche e finanziarie dello Stato Italiano. Il passaggio obbligato di una vera spending review transita attraverso poderose riforme costituzionali come la suddivisione in macroaree regionali, ossequiose delle economie, della cultura e delle tradizioni in cui si riconoscono popolazioni e popoli.

La macroregione Duosiciliana, se da un canto è una inconfutabile esigenza del popolo del sud, dall’altra non trova convenienza dai gestori del potere colonizzatore, in quanto laddove si realizzano grosse economie nella spesa pubblica dall’altra si perde la gestione di finanze ben più ampie per fare i propri comodi, spessissimo scellerati comodi.

Ciò non esime dal combattere, anzi tutt’altro. Le nuove Due Sicilie stanno lavorando in questo senso e un referendum consultivo per la formazione della macroregione delle Due Sicilie è in corso di evoluzione.

Una macroregione delle Due Sicilie è però da considerarsi solo il primo, indispensabile passo verso l’autodeterminazione.

Il Movimento Duosiciliano che mi onoro di rappresentare, ha fissato nei propri principi statutari 4 obiettivi mirati alla ricostituzione integrale delle Due Sicilie:

Dal passaggio obbligato del superamento dell'attuale suddivisione amministrativa regionale e la ricostituzione del territorio in un'unica macroarea, alla piena autonomia gestionale amministrativa. Sarà poi inevitabile l’autodeterminazione e la conseguente forma di Stato che possa confederarsi con altri Stati del territorio italiano.

Si potrà eccepire che una confederazione interna all’Italia possa essere limitativa ma i conti, come sappiamo tutti, si fanno con l’oste. E se l’oste mette veleno nel vino, non si va da nessuna parte. L’europa di oggi è quell’oste, la Spagna il veleno. La Catalogna la vittima.

Ciò non significa mancare di coraggio, anzi di ardimento. Significa riflettere su un problema e superarlo da soli o se insieme, meglio!

In ogni caso il cammino delle Due Sicilie dovrà proseguire senza incertezze e con sicurezza. Se nonostante il raggiungimento di una confederazione di Stati o di Stati nazioni continuassero le prevaricazioni, le disuguaglianze e le penalizzazioni, l’indipendenza delle Due Sicilie sarebbe l’unica via d’uscita.

Moltissimi anni or sono ebbi l’onore personale di conoscere una grande federalista lombardo: il compianto Dacirio Ghizzi Ghidorzi di Mantova. Da Lui appresi l’alto valore umano e morale del federalismo. Ebbi un trascorso come responsabile per il Sud dell’allora Partito Federalista. Compresi la grande occasione mancata dell’800 di fare una vera Italia dei popoli federata o confederata e non una coi cannoni.

Ghizzi Ghidorzi credeva moltissimo nel federalismo europeo e per questo si è battuto sino alla fine dei suoi giorni.

Il problema delle Due Sicilie e di noi tutti, non è solo l’Italia. Dobbiamo fare i conti con quest’Europa dell’euro, dell’alta finanza, delle nazioni così come costituite dalle guerre e non dai popoli.

L’Europa di oggi è un matrimonio d’interesse, non di affinità e condivisione tra i popoli. Esso ricorda i matrimoni fra casati reali di un tempo, giustificati non dall’amore ma dagli interesse politico nazionale e per ragioni internazionali. E i matrimoni d’interesse, sin dalla notte dei tempi, non fanno fortuna, non hanno futuro. In quest’Europa il vil danaro è il collante, i bilanci delle nazioni sono le catene.

Quest’Europa è nata con molte, troppe similitudini alla formazione di quest’Italia.

L’Italia s’è fatta militarmente, quest’Europa è conseguenza della 2° Guerra Mondiale.

L’Italia è una con-fusione di popoli, quest’Europa anche.

In Italia, conseguenza delle guerre, troviamo ibridi assetti sociali con territori e popoli strappati o aggiunti da una Nazione all’altra. In quest’Europa anche.

Ci sta bene quest’Italia? No. Ci sta bene quest’Europa? Nemmeno.

Dunque, mettiamo mani al futuro…prossimo.

Dov’è il sacrosanto processo federalista, unico adesivo in grado di rendere l’Europa un’entità politica, amministrativa e sociale? L’Europa di oggi è solo una mega struttura bancaria, dove un’oligarchia s’arricchisce a dismisura, ha agenzie che si chiamano nazioni con sportelli bancomat sparsi ovunque. Siamo europei in quanto utili correntisti sino a quando i nostri conti correnti sono attivi. Diventiamo clienti sgraditi, cioè sgraditi europei, quando i nostri conti sono deficitari. Grecia docet.

In questo quadro sia italiano che europeo, l’uomo non esiste. La centralità dell’essere umano, non esiste. L’uomo è un codice fiscale, un numero, una statistica. E’ un soldatino che deve battere i tacchi sempre e comunque e che deve comprendere, giustificare e subire le crisi bancarie, i fallimenti della mega industria, i crac delle amministrazioni comunali, le inconcepibili esigenze ed arroganze dei gruppi finanziari nazionali e internazionali, mentre corruzione e infiltrazioni malavitose devono essere accettate come rientranti nella normalità, nella quotidianità.

Qui la democrazia è andata a farsi friggere, questo è puro autoritarismo.

C’è l’inconfutabile bisogno di ridisegnare il modo di vivere, ridare consistenza alla stessa esistenza dell’essere umano, rimettere al centro l’uomo in quanto tale, non avanti a questo gli interessi dello Stato, degli Enti, dei gruppi finanziari e industriali.

Il nostro economista di riferimento, Canio Trione di Bari, afferma: il rapporto tra il cittadino, il fisco, le banche, la previdenza, le grandi imprese, la burocrazia va riletto in chiave esclusivamente riabilitatrice della persona riconoscendone l’umanità. Siamo perfettamente d’accordo.

Nella programmazione delle nuove Due Sicilie l’uomo troverà il legittimo spazio, uscirà dal soffocamento burocratico e tecnocratico. Vivrà, lavorerà, produrrà in piena libertà.

La libertà. La libertà questo straordinario concetto che viene tutt’ora spacciato come qualcosa di naturale, logico, assunto e che si vive tutti i giorni normalmente. Niente di più falso.

La libertà fu quella che intesero dare i piemontesi ai duo siciliani soggiogati, dissero bleffando, dal casato regnante dei Borbone.

La libertà è quella che invece le Due Sicilie persero con il Regno d’Italia prima e la Repubblica poi. E siccome la libertà persa non era del tutto esaurita, hanno rifilato l’Europa.

La libertà è un sacrosanto principio dell’essere umano. E se questi è parte di popolo, la libertà è del popolo, dei popoli.

Sono numerosissimi oggi, decine di migliaia e forse milioni, i cosiddetti meridionali che hanno appreso la vera origine. C’è il risveglio della dignità e la voglia di riscatto.

Da anni esiste infatti un fermento che se da una parte è da considerarsi estremamente positivo e coinvolgente, dall’altra subisce il negativo condizionamento ideologico del ‘900 dell’appartenenza a destra o a sinistra. Sullo sfondo l’ulteriore condizionamento dell’italica divinità e il campanilismo regionale. Questo non fa bene agli interessi delle Due Sicilie in quanto l’azione politica per la sua affermazione risulta spezzettata, divergente, conflittuale.

Il Movimento Duosiciliano abiura decisamente le ideologie, ha fatto una scelta di campo netta e decisa: siamo per l’autodeterminazione della nostra Terra delle Due Sicilie e ci battiamo senza sosta e senza risparmio, privilegiando esclusivamente l’azione politica, motivo per cui siamo qui oggi tra voi.

C’è voglia di dimostrare, qualora ce ne fosse bisogno, al mondo intero di cosa siamo capaci. E soprattutto c’è voglia di libertà, di slegarci da lacci e laccioli, spesso dei nodi scorsoi al collo degli interessi delle Due Sicilie.

Costruiamo insieme il futuro dei popoli, in pace e piena sintonia con voi e con tutti i popoli del mondo”.

Fonte:

https://www.facebook.com/notes/movimento-duosiciliano/testo-integrale-della-relazione-del-movimento-duosiciliano-alle-giornate-interna/2286173774939642/

 

25.18

Il Comitato Promotore della Confederazione Siculo – Napolitana, riunitosi a Palermo l’8 settembre 2018, è pervenuto alla necessità di intraprendere una comune battaglia volta alla difesa dei valori e dei diritti dei due Popoli, vergognosamente negati da politiche volte sistematicamente alla distruzione delle tradizioni storiche, culturali ed economiche della nostra Terra e allo sfruttamento coloniale delle nostre risorse.

La lotta che la Confederazione intende intraprendere sarà inizialmente indirizzata a porre fine al vergognoso fenomeno della disoccupazione, dell’emigrazione dei nostri figli e della conseguente emorragia di risorse intellettuali e produttive; alla tutela delle produzioni agricole locali, dei beni culturali, dell’artigianato nonché al ripristino dei nostri storici Banchi.

          Per la prima volta dopo il 1860 Napolitani e Siciliani, nel rispetto delle specifiche tradizioni, anche istituzionali, pervengono alla ferma determinazione di affrontare insieme i gravissimi problemi che rischiano di estinguere i nostri Popoli e con essi la nostra plurimillenaria Civiltà.

Il tutto nello spirito di una piena e fraterna collaborazione consolidata dalla Storia.

Prof. Vincenzo Gulì

Avv. Roberto La Rosa

Prof. Marina Lebro

Arch. Giovanni Maduli

Dott. Giovanni Montedoro

Dott. Pippo Scianò

Dott. Edoardo Vitale

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24.18

Dal Movimento Duosiciliano riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

– NON PAGHEREMO I FALLIMENTI DEL NORD

Non siamo adottabili da chicchessia

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Ogni tanto qualche valligiano prealpino viene preso da conati antimeridionalisti. L’oggetto? Certo non sottili disquisizioni filosofiche ma, manco a dirlo, soldi, che loro ritengono vengano dilapidati al sud. Si tratta di un fenomeno di sottocultura collettiva che unisce ai detti valligiani talune categorie di meridionali e segnatamente i notabili del sud che da sempre sono al soldo del grande capitale nordico e della burocrazia romana.

A dispetto di costoro però leggiamo che grandi nomi di imprese settentrionali passano nel portafogli di stranieri non perché produttrici di grandi profitti ma solo per il loro brand! La struttura produttiva non viene ritenuta produttiva di nulla se non di perdite e quindi viene mollata al più presto ad ulteriore dimostrazione che quelle imprese in una economia mondializzata e non assistita non possono sopravvivere e non interessano a nessuno.

Leggiamo anche che la tecnologia e la grande industria che la utilizza produce esclusi, (non semplici disoccupati, ma esclusi cioè dei disadatti alle nuove condizioni e quindi privi di speranza) che vanno a popolare i portici e le stazioni di tutto il nord. Un fallimento umano e economico del sistema grandi industriale totale e privo di appello.

Leggiamo ancora che molte banche del nord gestite da gente del nord hanno prodotto faraoniche distruzioni di ricchezza mentre proprio governanti settentrionali ne hanno decretato la fine. Così assistiamo a veementi e legittime proteste di piazza contro una governance (è un eufemismo) del settore del credito e delle singole banche; proteste tendenti a chiedere alla politica che ripiani le perdite di borsa subite dai finanzieri settentrionali addebitandole al mite e docile contribuente: pretendere che lo stato paghi per le perdite di borsa è agghiacciante.

Leggiamo che per dare un senso alto e forte ad un Expo lo si è cercato nel cibo e cioè nel prodotto più identitario che il sud abbia potuto creare e che viene rappresentato come caratteristica del nord o dell’Italia intera. Caratteristica identitaria –il nostro cibo – talmente vincente da non temere uguali ma solo le imitazioni.

Leggiamo che il progresso industriale ha portato al nord un inquinamento ormai generalizzato che impone un massiccio blocco di parte della mobilità privata in tutta la pianura padana. Inquinamento che non solo significa un semplice arresto fisico di molti automezzi in orari differenti da comune a comune, ma, quello che più conta, un fallimento totale e inappellabile del modello economico energivoro e cioè grandindustriale.

Così, per non parlare dei problemi sistemici semplicemente perché non sanno cosa dire e tanto meno sanno cosa fare, alcuni giornalisti del nord preferiscono parlare di temi irreali o luoghi comuni come quello dei terroni piagnoni e assistiti o camorristi. Immagini poi sostenute vivamente da alcuni meridionali che lucrano nel rappresentare al cinema o in tv i nostri – pochi – panni sporchi proprio per enfatizzarne l’aspetto spettacolistico.

Così:

– mentre il mezzogiorno dà fisicamente da mangiare a varie decine di milioni di persone raccogliendo – per esempio – le olive o l’uva per 20 centesimi al chilo (contributi inclusi);…

– mentre il mezzogiorno fornisce all’intera Italia quasi tutta l’energia verde che consuma;…

– mentre le nostre banche e i nostri risparmiatori del sud stanno difendendosi a denti stretti dai pescecani che vorrebbero mettere le mani sui risparmi dei meridionali;…

ancora esiste qualche ignorante che volutamente non vuole riconoscere che l’Italia si fonda sulla piccola impresa, unica creatrice di ricchezza, la quale non solo eroicamente resiste alle politiche mondialiste, ragionieristiche e rigoriste ma sostiene banche, previdenza e grandi imprese mal gestite e assistite dalla politica. Piccola impresa presente dappertutto ma segnatamente al sud.

Noi rispondiamo a tante barbarica protervia che non siamo adottabili da chicchessia, nemmeno dai cosiddetti fratelli d’italia, la cui parentela non è mai stata richiesta  e riconosciuta.

Il Comitato politico del Movimento Duosiciliano

Il Segretario generale Michele Ladisa

 

23.18

 

– PRECISAZIONI (FORSE) DOVUTE
"Perchè siamo contro l'autonomia Lombardo Veneta"

di Michele Ladisa, da Fb.com

Qualcuno solleva la scarsa chiarezza, se non proprio l’incomprensibilità, della posizione assunta dal sottoscritto e dal Comitato “No alla Secessione alle loro condizioni” in ordine all’Autonomia del Lombardo –Veneto alla quale si è aggiunta quella dell’Emilia Romagna .

Le parole, come si sa, se li porta il vento oppure, aggiungo io, il sibilo del vento a volte è così forte da impedirne la comprensione.

Provo dunque a riassumere per iscritto i motivi che hanno determinato la posizione del Comitato.

Il documento sottoscritto dallo Stato con la regione Lombardia dovrebbe essere approvato dal Consiglio dei Ministri il 22 ottobre 2018. Quindi tra pochi giorni.

L’accordo è stato fatto rientrare nel famoso contratto di Governo sottoscritto dalla Lega e dal M5S. Qualora una delle parti, e in questo caso il M5S, non dovesse approvarlo, è facilmente intuibile che il Governo cadrebbe per il mancato rispetto di uno dei punti del contratto. Si può dedurre che il Governo non dovrebbe cadere se è vero, come è vero, che i penta stellati sono persone di parola e che irrinunziabili sono i magnifici delle poltrone parlamentari.

Dando per scontato che i punti del contratto di governo andranno mantenuti, anche il patto Stato-Regione Lombardia sarà approvato con conseguenze non certo benefiche per le regioni del sud ma tutt’altro.

Il tentativo di osteggiare coi modesti mezzi che abbiamo l’attuazione dell’accordo è il minimo che possiamo fare non avendo, attualmente, una NOSTRA forza politica in grado di battere i pugni sul tavolo o anche “solo” di sedersi per avviare una trattativa, seria e determinata, tra i territori.

Non dimentichiamo che il referendum (solo) consultivo in Lombardia e in Veneto fu sostenuto da tutti i partiti, proprio tutti, M5S compreso.

Qualcuno asserisce che invece proprio noi dovremmo essere concordi con l’ipotesi dell’Autonomia (secessionista) amministrativa lombardo-veneto-emiliana perché, in fondo (dicono) “se vanno via loro ci fanno un piacere “.

Altri sostengono che l’Autonomia Lombardo Veneta nel momento in cui avvenisse porterebbe benefici al Sud perché tutto il resto del Paese raggiungerebbe (forse automaticamente?) la propria autonomia alle stesse condizioni di quelle Lombardo Venete.

E ancora, si sostiene che il provvedimento per l’autonomia delle predette regioni cos’ì com’è, è anticostituzionale e che la loro attuazione non avverrà mai in seguito a innumerevoli ricorsi e conseguenti bocciature, in ogni sede, fra le quali quella della Corte Costituzionale.
Quindi, in conclusione, quello che si dovrebbe o che dovremmo fare è “niente”.

Ovviamente non siamo di questo parere, anzi siamo arciconvinti della giustezza della nostra azione pur se la nostra forza è cosa piuttosto modesta ma che sommata ad altre piccole , medie e grandi forze, anche con posizioni e punti di vista differenti ma tutti con lo stesso obiettivo, possono costituire una movimentazione molto seria.

Il motivo base che determina la nostra azione è che non è possibile consentire ad alcune regioni di autodeterminarsi, pur se solo amministrativamente, negando la redistribuzione delle entrate fiscali. Questo non è piagnucolare è salvaguardare i propri interessi, i nostri interessi.

Se quelle regioni desiderano auto amministrarsi può andar bene purchè tutte le altre regioni possano contestualmente farlo.

Dice il nostro amico Canio Trione, se il nord può giustamente determinare il prezzo del parmigiano o comunque dei suoi prodotti, anche noi legittimamente dovremmo determinare il prezzo dei nostri a partire da quello dell’energia.

In soldoni, con il provvedimento che intendono adottare, i Lombardo Veneti Emiliani continueranno a determinare il prezzo dei loro merci, trattenendosi i benefici fiscali sino al midollo, mentre usufruiranno dell’energia dai noi prodotta (petrolio, eolico e fotovoltaico in primis) alle stesse condizioni attuali cioè in modo molto agevolato, conseguenza dell’italia unita e solidale…unilateralmente. La Puglia e tutte le regioni del sud continueranno, invece, a non trattenere i benefici fiscali anche perché le aziende di produzione e di distribuzione energetiche non hanno certo sede legale a sud.

Ulteriormente non è accettabile a causa del dannoso frazionamento amministrativo regionale del sud che, così com’è, parcellizza le nostre risorse con particolare riferimento a quelle energetiche. Quindi alle condizioni attuali, nessuna delle regioni del sud, tutte in grande svantaggio, troverebbe un concreto beneficio se non unite o meglio “riunificate”, solo così in grado di avere peso e potere contrattuale vero.

Ce n’è abbastanza dunque per non essere d’accordo e di lavorare con quanti intendono ostacolare gli intendimenti e i proponimenti della “padania in corso di formazione”, con l’italico benestare.

Si è obbligati a lavorare anche con talune autorevoli personalità di casa nostra che dai loro scritti e dalle interviste rilasciate, emerge non un vero interesse per la nostra terra del sud ma l’animo spezzato vedendo l’italia sciogliersi come un dio di cera.

Non siamo d’accordo e avversiamo coi nostri infinitesimali mezzi questa scellerata opzione autonomista, anteprima di una secessione se anche da noi auspicata, a queste condizioni, alle loro condizioni, è però inaccettabile.

Fonte:

https://www.facebook.com/groups/1371824342948405/permalink/1389121944551978/

 

 

22.18

– “Ma quali aiuti al Sud, tutto oggi va a vantaggio della Padania!”

di Pippo Scianò da comunicato Fb. e da inuovivespri.it

<< GLI INDIPENDENTISTI DEL CENTRO STUDI “ANDREA FINOCCHIARO APRILE” RESPINGONO SDEGNOSAMENTE AL MITTENTE LE MALEVOLI INSINUAZIONI, SECONDO LE QUALI…<<LE PENSIONI DI CITTADINANZA, VOLUTE DAL MOVIMENTO CINQUE STELLE, GIA’ DA GENNAIO, SAREBBERO UN ALTRO REGALO AL SUD >>. TUTTO CIO’ IN QUANTO…<<ALMENO LA META’ DEI POTENZIALI BENEFICIARI DEL SUSSIDIO, VIVE NEL MEZZOGIORNO, CONTRO IL 33% CHE RISIEDE AL NORD>>. <<E C’E’ PURE LA GRANA DEGLI ASSEGNI DI INVALIDITA’…ECCETERA, ECCETERA…>>.

Ogni occasione è buona, insomma, per alimentare il mito, falso e bugiardo, secondo il quale il MEZZOGIORNO sarebbe il grande “beneficiato” dalla politica economico-sociale del Governo Italiano. Niente di nuovo!

Che le misure assistenziali e la Cultura del parassitismo siano dominanti in Italia non vi sono dubbi.

Ignorare, però, la esistenza della “QUESTIONE SICILIANA”-(ed a maggior ragione l’esistenza di tutta la “Questione Meridionale”)- è a, dir poco, scandaloso. Si finge cioè di ignorare che la Questione Siciliana e la Questione Meridionale sono “questioni” che bruciano sulla pelle dei Popoli e dei Territori del soppresso Regno delle Due

Sicilie. Popoli, i nostri, che dal 1860 in poi sono stati “spogliati” – (con massacri ed inaudite violenze) – delle loro ricchezze, delle loro industrie, nonché dei loro “primati” in ogni settore della scienza, della cultura, della produttività, del rispettivo ruolo internazionale. Sono stati cioè privati dei loro Diritti fondamentali, della loro memoria storica, del Diritto all’avvenire e soprattutto della loro dignità.

Popoli e territori che sono stati – lo ripetiamo – ridotti a COLONIE di SFRUTTAMENTO “interne” del Regno d’Italia e persino della Repubblica.

A tutto vantaggio delle Regioni del Nord Italia (…della Padania, cioè). Non ignoriamo il fatto che, – ieri come oggi, – il tutto è stato agevolato dall’ASCARISMO e dalla complicità dei peggiori e più corrotti “politici” del SUD… Ai quali si aggiungono le collusioni con i fenomeni della Mafia, della Camorra, della Ndrangheta e tante “associazioni a delinquere” similari.

Ma i Popoli del SUD non si sono mai arresi.

E dalle provocazioni odierne trovano nuovi motivi per reagire, per rialzare la testa e riprendere la lotta democratica e non violenta per la rinascita e per il riscatto.

Evitando, ovviamente, gli errori e le ingenuità del passato.

Sia chiaro che non possiamo e non dobbiamo tornare più indietro. Marceremo verso il FUTURO. Riabbracceremo gli altri Popoli del Mondo e faremo tesoro delle esperienze fatte in Europa e nel Mondo dalle altre numerose NAZIONALITA’ ABROGATE, che, come abbiamo accennato, -(talvolta dopo secoli e millenni) sembravano rassegnate a scomparire per sempre e che invece si sono “risvegliate”. E spesso sono risorte più forti di prima. E ciò sia in Europa, sia in altri Continenti. Precisiamo, -( senza voler fare paragoni e “distinguo” specifici)- che le “ragioni” della NAZIONE DUOSICILIANA sono

IMBATTIBILI e “motivate” al massimo. E sono pure documentabili in ogni particolare.

Non aggiungiamo altro, convinti come siamo che al buon intenditore bastino poche parole.

<<<< SI ALLA SICILIA SI ALLA RINASCITA DEL SUD!

NO ALLA MAFIA!

NO ALL’ASCARISMO! >>>>

A N T U D U !

Palermu, 2 Ottobre 2018

Il Coordinatore del Centro studi A.F.A.

(Giuseppe Scianò)

L’Addetto alla Comunicazione

(Giacomo Gibellina)

Fonte:

https://www.facebook.com/scianogiuseppe/posts/10210333955944365

 

21.18

– Macroregione: “manna” che piove dal nord…

di Vincenzo Gulì, da Parlamentoduesicilie.eu

Sono quasi sei anni che su questo sito si dibattono problemi scottanti per l’attuale Sud che gravitano attorno ad una parola magica riscoperta e divulgata ad arte nel nuovo secolo: federalismo.

Già i titoli degli articoli pubblicati in calce danno un’idea della posizione del P2S. Ma l’indolenza dei lettori sprona a riassumere il tutto mentre si accende l’ennesimo dibattito in materia che il potere ha deciso si battezzare “autonomia delle macroregioni”. Ciò servirà a togliere immeritate primazie a sciacalli dell’ultima ora e maschere di meridionalismo demagogico a chi finge (?) di non avvertire le mire specifiche del potere.

Operiamo schematicamente dato che i dettagli si possono trovare nelle pagine indicate:

  • L’Italia nasce accentratrice e antifederalista per consentire il drenaggio della superiore ricchezza dei popoli conquistati nelle Due Sicilie

  • In altri termini: il Sud paga per risolvere la questione settentrionale e si infetta della sua questione (infinita) meridionale

  • Il calvario del Mezzogiorno è lungo perché assai consistente la sua capacità produttiva e finanziaria nonostante quanto costantemente fatto dai sabaudi per assottigliarla

  • E’ necessario aspettare il periodo successivo al centenario della conquista tosco-padana per accertare globalmente l’inversione reddituale tra Nord e Sud

  • Nasce la Lega per criticare l’unità dello stato con il dichiarato, però surrettizio, intento di dividerlo

  • Man mano si chiarisce che la crescita leghista è stata consentita per rendere accettabile la disunità economica italiana (con lo spauracchio di essere abbandonati dalla parte “migliore” del paese) e nascono governi sfacciatamente nord-centrici con le ovvie conseguenze letali per il Mezzogiorno

  • Dopo oltre un trentennio di tali misfatti verso le colonie meridionali è necessario il colpo di grazia approfittando della crisi mondiale scatenata dalle lobby bancarie egemoni

  • I mass media sono indotti a martellare sulla forma federalistica più evoluta: l’autonomia regionale per annientare praticamente gli ultimi trasferimenti di ricchezza tra aree ricche e aree povere

  • A 157 anni dal funesto 1861 si può parlare di Macroregione Meridionale (con quasi tutti i territori un tempo napolitani) e, addirittura, di Macroregione delle Due Sicilie.

Questa escalation è senza dubbi predisposta dal potere coloniale che ci opprime. Ogni step è stato effettuato dopo aver opportunamente vagliato costi e benefici, con profitto finale indefettibilmente a favore dei padroni. Ogni livello è congruo al tempo in cui si fa manifestare. Immaginate un’autonomia macroregionale concessa alla fine dell’Ottocento. Le popolazioni nate duosiciliane avrebbero ripreso la leadership anche in Italia… O immaginate oggi un governo di massimo accentramento della ricchezza che la distribuisca ai più bisognosi (come avveniva tra XIX e XX secolo) e quindi che riduca fortemente il gap Nord-Sud… Il primo esempio sarebbe stato un suicidio per i conquistatori sabaudi 150 anni fa, ma adesso per i loro eredi è la più grande convenienza. Il secondo esempio sarebbe il suicidio dell’attuale esecutivo coloniale, ma rappresentò lo strumento per invertire le sorti di quanti coattivamente divennero italiani nell’Ottocento.

Ogni cosa a suo tempo per distruggere l’attuale Mezzogiorno dal 1861 ad al momento attuale. E’ inutile spulciare per credere di trovare aspetti positivi nei vari livelli perché nella loro completezza essi sono perfettamente funzionanti per attuare quella distruzione. Pretesti, puerili e speciosi, si trovarono nei tempi passati e si possono trovare tutt’ora. Ma tutti dipendono dall’ignoranza della storia economica o dalla mala fede di chi ha interesse a divulgarli. Così si disse ai meridionali dell’Ottocento che la “tassa di guerra” che dovevano tributare allo stato centrale era la giusta riparazione per gli sforzi necessari per la loro “liberazione”. E i gonzi che potevano contare (parlamentari o intellettuali del sud) se la bevvero e la fecero bere a quelli che si fidavano di loro. Così si dice ai meridionali di oggi che con l’autonomia impareranno a camminare con le proprie gambe evitando sprechi e riscoprendo la “legalità”. I gonzi odierni se la bevono e costruiscono castelli di sabbia meravigliosi prospettando attività nuove e impensabili per quelli che si fidano di loro. Ma le gambe ce l’hanno spezzate da un pezzo! Come camminare da popolo? E dove andare se a monte e a valle ogni autonoma scelta deve fare i conti con il sistema bancario e distributivo totalmente nelle mani altrui?

Riprendiamo il titolo di un articolo del 2012: FEDERALISMO, ULTIMO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE DEL SUD e sostituiamo la prima parola con AUTONOMIA REGIONALE. Chi berrà quest’ultima pozione venefica dell’Italia potrebbe riaversi troppo tardi. Il colpo che stanno per infliggere a Sanità, Trasporti, Scuola, Ambiente, Turismo ecc. ecc. sarà indubbiamente letale per le nostre estreme risorse. I caporioni che l’hanno consentito non parlando in questi crudi ma veritieri termini saranno solo i notai che certificheranno la morte degli eredi dei duosiciliani. Poi apriranno ancor più le porte ad altra gente senza storia e senza identità che chinerà la testa e non sarà mai in grado di arrecare seri fastidi ai plutocrati che hanno la regia di tutto ciò.

A ben vedere, questi ascari travestiti da meridionalisti che spingono per questa estrema fregatura per il sud sono quelli che pensano che il padrone s’intenerisca con gli schiavi (il borbonismo tricolore), che i Borbone erano tiranni distanti dalle delizie repubblicane, che è bello sentirsi italiani dalle Alpi al Capo Lilibeo (anche nello sport…), che i briganti furono gli antesignani delle lotte popolari codificate nel veniente comunismo…

Non sanno che la sovranità da noi era del Re solo quando ce n’era uno degno di guidare la nazione…

Con questa gente non andremo da nessuna parte e bisogna isolarli.

In conclusione, non è per forza questo il “lieto” fine dei predatori del 1861. I duosiciliani ci sono ancora. Scrivono, leggono, s’inalberano e possono reagire. I tosco-padani potrebbero rivedere i loro peggiori incubi ancestrali che li vedono scendere al di sotto del Garigliano pieni di superbia tosto trasformata in terrore appena scende l’oscurità. Perché questa terra è abitata ancora da un numero, fortunatamente ancora sottostimato, di BRIGANTI!

Vincenzo Gulì

Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=9479

Leggi anche:

– Una macroregione per il Sud. Parliamone…

di Giovanni Maduli, da inuovivespri.it

http://www.inuovivespri.it/2018/04/16/una-macroregione-per-il-sud-parliamone/#_

 

20.18

Pippo Scianò, Presidente del Centro Studi Andrea Finocchiaro Aprile

Giovanni Maduli, V. Presidente del Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud (R)

 

Cittadini della Sicilia e del Napolitano, coraggiosi ed onesti !

         3

          I fatti politici, le statistiche e le analisi a carattere economico e sociale ci confermano che le parole ed i buoni propositi servono a ben poco. Dimostrano altresì che la “politica politicata” dei partiti italiani dominanti, a prescindere dalle ideologie per altro ormai morte, e dalle promesse elettoralistiche e dagli impegni, sempre inevasi ma dichiarati a gran voce (spesso anche in modo goffamente teatrale), serve solamente a perpetrare la condizione coloniale e la servile subordinazione ad interessi estranei, e spesso anche contrastanti, a quelli delle nostre popolazioni, dei nostri giovani, delle nostre famiglie, dei nostri interessi; ancora, servono per farci perdere la consapevolezza  di noi stessi, del nostro passato e delle nostre radici per fossilizzarci in quella alienazione culturale, denunziata nel secolo scorso da Frantz Fanon, messa in atto nei confronti dei popoli “sconfitti e conquistati con i metodi più spietati del colonialismo dei secoli XIX e XX”; alienazione ancora operante ai nostri giorni anche per le diverse complicità dell’ascarismo di coloro che avrebbero avuto il dovere di rappresentare nelle Istituzioni gli interessi e le esigenze dei nostri popoli: Vergogna!

          Ne sono ennesima dimostrazione le poche righe, (meno di otto!!!), con le quali la Lega e i 5Stelle “affrontavano” il problema del Sud nel loro “Programma per il cambiamento”! Nulla si diceva in quel Programma in relazione a quali misure, con quali mezzi e con quali strategie si pensava di avviare un serio programma di sviluppo del Sud e della Sicilia. Righe nelle le quali, per altro, si affermava, grottescamente, di voler risolvere la cosiddetta “questione meridionale” attraverso scelte “…orientate dalla convinzione verso uno sviluppo economico omogeneo per il Paese, pur tenendo conto delle differenti esigenze territoriali con l'obiettivo di colmare il gap tra Nord e Sud.”. E la domanda sorge spontanea: Come sarebbe stato possibile uno sviluppo omogeneo per il Paese (tutto) e contemporaneamente colmare il gap tra Nord e Sud? Delle due l’una: o si sarebbe dovuto procedere ad uno sviluppo omogeneo, quindi mantenendo costante il gap; oppure si sarebbero dovute destinare per lunghi anni maggiori risorse al Sud a scapito del Nord. Quindi in maniera certamente non omogenea! E’, questo, solo l’ultimo esempio.

          Ed è a dir poco scandaloso che non si sia ritenuto di pianificare e portare avanti una adeguata, consapevole, seria e concreta iniziativa di lotta alla mafia, alla camorra, alla ‘ndrangheta ed a tutte quelle altre grandi organizzazioni criminali, più o meno mascherate e/o occulte, ed a tutte le altre espressioni di criminalità organizzata che dal 1860 ammorbano ed appestano l’aria che respiriamo, e contro le quali hanno eroicamente lottato, immolandosi, tanti EROI SICILIANI che, come Falcone e Borsellino e tanti altri, meritano in ogni momento di essere ricordati affinchè il loro sacrificio non sia vanificato.

          Questi territori, i nostri territori, evidentemente considerati ancora “figli di un dio minore”, rimangono ancora relegati ad un marginale ruolo secondario e coloniale succubi di interessi altri, di pianificazioni altre. Territori per i quali, nonostante versino in condizioni economiche e sociali a dir poco drammatiche, non si è ritenuto nemmeno di richiamare una programmazione di interventi appena adeguata. Non si è ritenuto di avanzare una seppur minima metodologia di intervento in quello che era stato il territorio del grande e glorioso Regno delle Due Sicilie, soppresso illegittimamente nel 1860, come ben ricordiamo!

          Persino in relazione agli eventi che hanno caratterizzato le recenti vicende politiche relative alle ultime elezioni regionali e politiche, e ad ogni altro livello, si è assistito al colpevole silenzio sui drammatici problemi che assillano i nostri territori e le nostre popolazioni. E ciò nonostante il crescente ed altissimo tasso di disoccupazione e l’arretramento dei settori economici e produttivi, nonché il progressivo degrado ambientale. Tutto ciò nonostante la nostra centralità nel Mediterraneo ed il ruolo naturale di punto di incontro dei tre Continenti che qui gravitano. Condizioni, queste, che avrebbero dovuto essere valorizzate e sostenute dai partiti e dai rappresentanti politici qui eletti, tanto più che costoro, spesso, ostentano “panni” Sicilianisti e/o Meridionalisti.

La “Questione Siciliana” e la “Questione Meridionale”, che si finge di sconoscere e che sono state volutamente e proditoriamente accantonate, non possono più protrarsi a lungo! Pertanto riteniamo di rivendicare con forza il diritto ad una nostra specifica strategia per la rinascita ed il progresso della Sicilia e del territorio Napolitano, cioè della parte continentale dell’ex Stato delle Due Sicilie. Dobbiamo pertanto uscire, una volta per tutte e per sempre, dalla inaccettabile condizione coloniale nella quale siamo costretti dal 1860! In conseguenza, occorre allora ragionare su una strategia comune che cominci a “pensare” ed a pianificare uno specifico futuro politico, economico, sociale, culturale e quant’altro, libero e diverso da quei condizionamenti esterni e da quegli sfruttamenti che, ormai da ben 157 anni, impediscono un sano e corretto sviluppo della Sicilia e della parte continentale del soppresso Stato delle Due Sicilie. Condizionamenti che soprattutto “uccidono” de facto qualsiasi speranza di riscatto; qualsiasi speranza di rinascita.

E’ giunto quindi il momento di dar vita ad una mobilitazione culturale di ampio respiro, di grande partecipazione e di ampi orizzonti. Una mobilitazione ad ampia partecipazione popolare che non sia asservita ai partiti ed alle dinastie politiche oggi dominanti.

E’, questo, un gravoso impegno che assorbirà tutte le nostre energie; impegno per il quale , anche accogliendo l’appello che Edoardo Vitale, Presidente del Movimento Sud e Civiltà, ha indirizzato ai Siciliani in occasione dell’incontro avutosi a Palermo il 12 maggio 2018 – appello che facciamo nostro – chiediamo il coinvolgimento dell’opinione pubblica e, sin da ora, la collaborazione dei migliori intellettuali di sicura fede e con competenze specifiche quali, filosofi, sociologi, giuristi, economisti, pianificatori, tecnici, medici etc., degni delle ultra millenarie tradizioni di quella Magna Grecia della quale siamo orgogliosi di essere figli ed eredi.

 

19.18

 

– COMUNICATO del Centro Studi Andrea Finocchiaro Aprile

SCIANO’:<< LA “GRANDE STAMPA” HA DATO MOLTO SPAZIO, – PROPRIO IN QUESTI GIORNI, – AL RECENTE “RAPPORTO” DELLA BANCA D’ITALIA SULLO “STATO” DELL’ECONOMIA SICILIANA. DAL “DOCUMENTO” SI EVINCE CHE, NELL’AMBITO DELLA “REGIONE SICILIANA”, IN TRE FAMIGLIE SU DIECI NON LAVORA NEPPURE UN COMPONENTE. AVVIENE, CIOE’, CHE BEN 412 MILA FAMIGLIE (VALE A DIRE IL 29,8 PER CENTO DEL TOTALE DELLE FAMIGLIE RESIDENTI IN SICILIA) NON HANNO UN SOLO COMPONENTE CHE ABBIA UNA OCCUPAZIONE.

VERGOGNA!!!

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Il fenomeno è tanto più grave e discriminante in quanto la media Nazionale Italiana è invece del 15,3 per cento. In poche parole: il tasso di disoccupazione in Sicilia è di gran lunga maggiore di quello “ITALIANO”.

Il quotidiano “La Repubblica” (edizione di Palermo del 21 Giugno 2018) sottolinea in particolare che… il divario col Paese è ampio anche per le famiglie nelle quali lavorano due persone: il 22,1 per cento in Sicilia,contro il 36,5 in campo “Nazionale”. Un dato che certifica l’eterna emergenza lavoro dell’Isola che, dopo un lieve calo nel 2017, ha visto nel primo trimestre 2018 il record storico di Siciliani in cerca di lavoro: oltre 400 mila.

Ci permettiamo di aggiungere da parte nostra. “Tantoppiù che non ci risulta che questi dati allarmanti, dolorosi e mortificanti, abbiano caratterizzato – né tantomeno condizionato – i tanti dibattiti, i tanti confronti e le tante “sfide” elettorali che hanno coinvolto l’elettorato Siciliano in questo scorcio di… anno del Signore 2018. Ed è, questo, in sé, un fatto veramente scandaloso”.

Sono prevalse le logiche spartitorie e clientelari, le lottizzazioni, le promesse elettorali “ACCHIAPPA CITRULLI”. E – diciamolo francamente – abbiamo assistito spesso anche alla disinformazione organizzata. Insomma : sostanzialmente non ci risulta che si sia fatto alcun, seppure piccolissimo, riferimento alla “QUESTIONE SICILIANA”, nonché alla “CONDIZIONE COLONIALE” nella quale versa dal 1860 la Sicilia. Ed alla quale – (non a caso) – aggiungeremmo il cosiddetto “SUD”, – per il quale sarebbe più corretto dire la “NAPOLITANIA”. Ossia la “parte continentale del Regno delle Due Sicilie”, il grande Stato Sovrano, altrettanto illegittimamente, soppresso nel 1860.

Il Centro Studi AFA ribadisce, soprattutto in questa circostanza, il principio che non si possa andare da nessuna parte senza una STRATEGIA SICILIANA PER L’ECONOMIA SICILIANA nella quale abbiano rilevanza le (sempre valide ed attuali) numerose proposte “Sicilianiste” che in questa sede non possiamo elencare compiutamente ma che sintetizziamo nella valorizzazione della “centralità geografica” nel Mediterraneo e nel ruolo della Sicilia stessa, come punto d’incontro “attivo” fra i Continenti che qui gravitano. Ovviamente per raggiungere questi obiettivi è necessario che il Popolo Siciliano si risvegli e che ritiri la delega ai gruppi di potere, ai partiti politici ed ai loro rappresentati, comunque ed ovunque, CAMUFFATI o DENOMINATI, che di fatto sono portatori di interessi estranei e spesso contrastanti, con quelli del Popolo Siciliano, della Nazione Siciliana. E che vogliono impedire al Popolo Siciliano di riabbracciare gli altri Popoli del Mondo e di partecipare in prima persona ai Consessi Internazionali, dai quali oggi la Sicilia stessa è sostanzialmente esclusa per il ruolo di COLONIA di fatto, interna allo Stato Italiano.

SICILIA, SVEGLIATI!!!

A N T U D U!

Palermu, 26 Giugnu 2018

Il Coordinatore del Centro studi A.F.A.

(Giuseppe Scianò)

L’Addetto alla Comunicazione

(Giacomo Gibellina)

“SÌ ALLA SICILIA!

NO ALLA MAFIA!”

CENTRO STUDI “ANDREA FINOCCHIARO APRILE”

VIA BRUNETTO LATINI,26 – 90141 PALERMO (CELL. 3454549219)

Fonte:

https://www.facebook.com/scianogiuseppe/posts/10209789220046308

 

 

18.18

– COMUNICATO del Centro Studi Camillo Finocchiaro Aprile

da pag. Fb. di Pippo Scianò del 17.7.18

SCIANO’:<< IN QUESTI GIORNI – E DA PIU’ PARTI – SI RISCONTRANO INIZIATIVE RIVOLTE A PORTARE AVANTI UNA POLITICA ANTISICILIANA E FILO-NORDISTA, NONCHE’ TUTTA UNA SERIE DI INIZIATIVE ANTI-AUTONOMISTE, MIRANTI A SVUOTARE DI CONTENUTI E DI “RUOLO” LO STESSO STATUTO SPECIALE DELLA REGIONE SICILIANA.

CONTRO TALI MANOVRE INTENDONO OPPORSI GLI INDIPENDENTISTI DEL CENTRO STUDI “ANDREA FINOCCHIARO APRILE”>>

La condizione Coloniale non è più tollerabile.

A tal proposito si sottolinea anche che proprio lo Statuto Speciale Siciliano è l’erede legittimo della COSTITUZIONE SICILIANA APPROVATA dallo Stato Siciliano (guidato da Ruggero Settimo).

“COSTITUZIONE”, (approvata dal Parlamento Siciliano in data 10 Luglio 1848 e della quale in questi giorni ricorre il 170° anniversario) che fu la più moderna, la più progressista e la più “avanzata” dell’Italia dell’epoca e dell’Europa del XIX secolo. Ed ovviamente delle tante Costituzioni intervenute successivamente…

Ricordiamo che il Parlamento Siciliano respinse sdegnosamente ed aprioristicamente ogni proposta “unitaria” o “annessionista”. Si ipotizzavano tuttavia eventuali “CONFEDERAZIONI” fra gli stati ITALIANI a loro volta Indipendenti. Si assicurava pari dignità con gli altri Stati, ma restavano ferme la Indipendenza e la sovranità dello STATO SICILIANO.

Il Centro Studi “AFA” sottolinea, – altresì a scanso di equivoci, – che il Regno delle Due Sicilie ed il Regno di Sicilia del 1848 rimanevano ed erano riconosciuti come gli “STATI” più moderni e più civili fra gli altri Stati e staterelli Italiani pre-unitari (Regno Sabaudo compreso).

Non meritavamo pertanto di diventare colonie “interne” e di “fatto” dello Stato Sabaudo. Cosa, questa, avvenuta come ben sappiamo dal 1860 al 1946. E, successivamente, continuata in quanto colonia di fatto della Repubblica Italiana sopravvenuta dal 2 Giugno 1946, appunto.

Questa ultima precisazione vuole essere un invito a tutti i Popoli del soppresso Regno delle Due Sicilie di lottare assieme per la rinascita del glorioso SUD spezzando le catene del COLONIALISMO.

A N T U D U!

Palermu, 17 Giugnettu (Luglio) 2018

Il Coordinatore del Centro studi A.F.A.

(Giuseppe Scianò)

Il vice Presidente F.F.

(Giacomo Gibellina)

“SÌ ALLA SICILIA!

NO ALLA MAFIA!”

CENTRO STUDI “ANDREA FINOCCHIARO APRILE”

VIA BRUNETTO LATINI,26 – 90141 PALERMO (CELL. 3454549219)

 

 

17.18

– Stringiamoci a corte

di Fiorentino Bevilacqua, da altaterradilavoro.com

 

No, non accusatemi di blasfemia per questo titolo: non voglio fare, né in questa sede né in altre, l’esegesi o l’apologia di questo verso dell’inno d’Italia.

Ma voglio richiamarlo perché mi sembra abbia una qualche attinenza con ciò che sta avvenendo in una certa parte nel Movimento, in senso lato, che, partendo dal revisionismo storico (e dal basso!), ha operato un recupero e una corretta narrazione di quelle parti della nostra storia fin qui negate, sottaciute o mal narrate.

Il Movimento è cresciuto, sia come numero di gruppi attivi (Associazioni, Movimenti etc.) che come numero di iscritti e simpatizzanti. Ma è cresciuto anche nel numero delle singole persone che, pur non facendo parte di nessun gruppo organizzato del Movimento, “sentono” e pensano in maniera rivisitata la storia d’Italia e quella del proprio territorio di appartenenza che, finalmente, viene così ad avere una sua storia di cui, tra l’altro, non ci si deve più vergognare, anzi: tutt’altro.

Da meridionali e Duosiciliani, dunque: il passo, da molti, è stato compiuto1.

 Là dove qualcosa stride, invece, è tra i Gruppi, sia di recente nascita che di costituzione più datata.

Che possa esserci chi accende la miccia, il fuoco e poi ci soffi sopra per alimentarlo è … normale. Si può decidere di combattere a viso aperto l’avversario; ma questo costa molto di più che combatterlo subdolamente, instillando nelle sue fila zizzania, odio e rancori che ne rendono più facile la sconfitta, che magari sopraggiunge per dissoluzione interna.

Che ci possa essere chi, in perfetta buona fede, crede che la sua visione delle molteplici questioni da affrontare, la priorità da dare ad esse e il modo stesso in cui affrontarle, sia l’unico degno di essere portato avanti…ci può stare anche questo.

Che possano essere stati commessi errori, ab initio o nel corso del cammino fin qui fatto, è possibile…

Ma che da questo nasca un armarsi gli uni contro gli altri, ce ne corre…

Continua su:

http://www.altaterradilavoro.com/stringiamoci-a-coorte/

 

 

16.18

– SCIANO’: IL POPOLO DUOSICILIANO RIVENDICA IL DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE, AL PROGRESSO, ALLA LIBERTA’ E ALL’INDIPENDENZA.

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<<Al Sud ci sono ancora forze sufficienti per decuplicare in breve tempo la nostra ricchezza, ma, come spesso ripeteva Gabriele (Mazzocco), bisogna liberarsi dei parassiti e dei succhia sangue padani>>. Così scriveva Antonio Pagano sul periodico “DUE SICILIE” n° 5/2009 ed aggiungeva. << Basti solo considerare che al Sud, come si rileva dai dati della Coldiretti, si concentrano circa i due terzi delle coltivazioni biologiche nazionali con quasi la metà delle imprese agricole italiane e che il 10 per cento del territorio è coperto da parchi ed aree protette. Un patrimonio che rappresenta una opportunità formidabile per generare nuovo sviluppo e opportunità occupazionali se vien dato valore al rapporto con il territorio, in un sistema integrato che coinvolga tutti i protagonisti, dall’agricoltura all’industria, dalla finanza al commercio fino al turismo, in stretta connessione con le risorse storiche, archeologiche, culturali ed ambientali di cui il Sud è ricchissimo>>. <<Tutte opportunità che il Governo “italiano”, teso sempre a sostenere l’area tosco-padana neanche considera e ne lascia lo sfruttamento solo agli <<ascari utili idioti>> dei politici meridionali che così lucrano i 30 denari per il collaborazionismo, consentendo così alle cosche tosco-padane di farla da padroni nelle nostre Terre>>.

***

I “FATTI POLITICI, SUCCESSIVI, FINO AL GIORNO D’OGGI, hanno confermato l’esattezza dell’amara analisi del Generale Antonio Pagano. Ma hanno fatto di più: hanno riportato con forza l’esigenza che i Popoli del soppresso Regno delle Due Sicilie prendano piena consapevolezza della loro condizione coloniale (imposta dal 1860 fino ai nostri giorni), nonché della pericolosità delle grandi “manovre” in corso.

“Manovre” che si concretizzano anche nella IMPOSIZIONE dell’ALIENAZIONE CULTURALE per cancellare completamente la consapevolezza di NOI STESSI e per costringerci ad identificarci… con l’oppressore (come, per casi analoghi,) aveva prognosticato FRANTZ FANON nella prima metà del secolo scorso…

***

“Manovre indegne” che spesso vengono da lontano e che tendono a fare PRESCRIVERE il DIRITTO all’AUTODERMINAZIONE, nonché i diritti all’Indipendenza, alla LIBERTA’, AL PROGRESSO ed al FUTURO. Mentre noi, con forza, reclamiamo ancora una volta la volontà ed il Diritto a riabbracciare gli altri Popoli del Mondo ed a partecipare alla Unione Europea ed agli altri Consessi Internazionali a pieno titolo ed in prima persona.

A tal proposito è doveroso ricordare che nel corso di un recente e importante avvenimento culturale svoltosi a Palermo il Magistrato EDOARDO VITALE, principale ed instancabile promotore del recupero della verità storica, della cultura, nonché della dignità dei Popoli delle Due Sicilie, ha rivolto un accorato appello all’AZIONE. Un appello che va raccolto, arricchito di nuovi contributi e di più ampia partecipazione. E va riproposto con forza. Tantoppiù che la illegittimità ed i delitti commessi nel 1860 e nei decenni immediatamente successivi contro lo Stato denominato Regno delle Due Sicilie non possono essere legittimati dal lungo lasso di tempo intercorso né dalle violenze e dalle stragi con le quali furono soffocati i Diritti fondamentali dei Popoli della Sicilia e della NAPOLITANIA.

A N T U D U!

Palermu, 10 Giugnettu (Luglio) 2018

Il Coordinatore del Centro studi A.F.A.

(Giuseppe Scianò)

L’Addetto alla Comunicazione

(Giacomo Gibellina)

“SÌ ALLA SICILIA!

NO ALLA MAFIA!”

CENTRO STUDI “ANDREA FINOCCHIARO APRILE”

VIA BRUNETTO LATINI,26 – 90141 PALERMO (CELL. 3454549219)

 

 

15.18

– Gli italiani hanno votato e hanno scelto! (così almeno credono…)

di Giovanni Maduli

1.6.2018

            Gli italiani hanno votato e hanno “scelto”. Ed hanno scelto anche sulla base dell’”Accordo per il cambiamento” siglato da Lega e M5S; accordo che inizialmente prevedeva, fra l’altro, l’esclusione dalla vita politica di quelle figure che appartenessero alla massoneria; clausola questa poi sparita dalla versione finale. Si leggeva infatti al punto 1, pag. 5: “Non possono entrare a far parte del governo soggetti che… appartengano alla massoneria…”. (1)

          A tal proposito invitiamo i lettori a prendere visione video di cui al link riportato in calce; video particolarmente interessante dal min. 2,00. Nel video si afferma fra l’altro che Paolo Savona è membro dell’Aspen Institute. Abbiamo voluto verificare ed abbiamo accertato che nel sito ufficiale dell’Aspen Institute Italia può leggersi che Paolo Savona ne è Vice Presidente (Vicario) (2). Certo, l’Aspen Insitute non è una loggia massonica, tuttavia delle somiglianze fra questo “istituto” e la massoneria, secondo alcuni, sembrano sussistere ed infatti, nell’articolo di seguito indicato alla postilla (3), può leggersi: “In effetti, non è la massoneria, ma le somiglia molto: mancano cappucci e compassi, ma il livello di segretezza, al di là della formale apparenza, è da veri professionisti del potere”. (3).

Giovanni Tria, che secondo quanto riportato dal sito ilpost.it (4) sarebbe stato indicato da Paolo Savona, sempre secondo quanto riportato nell’articolo citato, sembrerebbe favorevole ad un aumento dell’IVA.

VIDEO

GUERRA ALLA GERMANIA – ControRassegna Blu #12 – 31/05/2018

di byoblu, da youtube.com

https://www.youtube.com/watch?v=cA80_aTJP_o

1

http://www.iltempo.it/userUpload/contrattom5s_lega.pdf

2

http://www.aspeninstitute.it/istituto/comunita-aspen/organi-direttivi

3

http://palermo.meridionews.it/articolo/18236/si-scrive-aspen-si-legge-bilderberg/

http://dauriagiancarloevaldo.altervista.org/gruppi-di-elite.html

http://www.altrainformazione.it/wp/gli-organi-visibili-del-governo-ombra/le-nazioni-unite/i-membri-dellaspen-institute/

4

https://www.ilpost.it/2018/06/01/giovanni-tria-ministro-economia/

Gli italiani hanno votato e hanno “scelto”: Auguri!

 

14.18

– La politica dell'imbuto

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Questa nazione, nata dagli imbrogli e dai crimini risorgimentali, diventò repubblica nel 1946 con un governo centrale che gestiva a suo modo direttamente il paese. Ciò era la continuazione della precedente monarchia che, tra l’altro, aveva lasciato in eredità la ferrea legge della colonizzazione del cosiddetto Mezzogiorno. In quel secondo dopoguerra una ventata di democrazia scuoteva il potere dei vincitori dando l’illusione che un mondo migliore stesse per strutturarsi.  Poi circa 50 anni fa si cominciò a pensare al decentramento alle regioni quando già si parlava di accordi europei su risorse fondamentali, come il carbone e l’acciaio. Queste due direttive si irrobustirono sempre di più mentre la popolazione era ancora sferzata da quel vento e credeva di poter controllare la deriva della sua vita.

Sul fronte della deregulation centrale, per concedere alle istituzioni locali sempre più poteri, si fecero passi sempre più consistenti in maniera che l’elettorato non aveva più come punto di riferimento il governo nazionale ma la serie di enti territoriali in un coacervo di competenze e responsabilità politiche di ardua decifrazione. Ad esempio, se la fiscalità era eccessiva non si poteva contestare l’esecutivo centrale perché solo in accettabile percentuale ne era l’autore. Ancora, se si scovava una zona inquinata occorreva rivolgersi a uno staff di enti preposti, eterogenei e sovente in competizione, per ottenere risposte tardive e sibilline. Si era riusciti così a scaricare le responsabilità politiche sino a confondere gli storici antitetici schieramenti. Era un rimpallo di attribuzioni e colpe tra poteri centrali e periferici che rendeva assai complicato la vigilanza politico-elettorale. Ma quest’ultima ancora esisteva e poteva causare problemi a quelli che vogliono gestirei il mondo con la finanza e l’economia.

Per questi motivi parallelamente si era sviluppato anche l’altro orientamento, quello delle istituzioni continentali. Prima solo settorialmente economico e poi anche giuridico ed infine di fatto esecutivo verso i vari stati aderenti. In tal modo, poteri e responsabilità si dividevano e si accorpavano secondo le convenienze ponendo la vigilanza democratica letteralmente nel caos. Si verificava normalmente che un salasso finanziario che un governo nazionale non era stato capace di realizzare, prima era eseguito tramite comuni e regioni; in seguito per mezzo degli organismi comunitari. Secondo una rigida gerarchia, che i mass media definivano dogmaticamente tabù, nessuno aveva il diritto di opporsi a quelli sopra di lui. Ciò valeva per ogni campo, compreso quello della democrazia parlamentare. In queste ore ne stiamo vedendo un’applicazione fortissima per il tentativo di formare il nuovo governo bocciato dal presidente della repubblica su suggerimenti della UE.

Qui non si vuole prendere posizioni perché questi due trend (decentramento per fiaccare il potere centrale e europeizzazione per liberarsi di attribuzioni nazionali pericolose) sono in corso da oltre mezzo secolo e ben pochi hanno intuito dove le varie tappe andavano a parare. Adesso che si è stretti dalle difficoltà più che evidenti, si tenta di capire e di reagire. Ma questa politica del potere nazionale e transnazionale è quella dell’imbuto. All’inizio è larga e non desta soverchie attenzioni nei più, poi man mano si restringe ma rimane per lungo corso pressoché inavvertita finché non comincia seriamente a diminuire lo spazio con il muro dei problemi che si avvicina sempre più minaccioso.

Se è riservato a una élite italiana capire in tempo il piano diabolico della politica dell’imbuto, per noi colonizzati del Mezzogiorno è assolutamente insensato provare a cambiare le cose perché esse, sotto regimi tanto differenti, sono irrevocabilmente contro di noi da 157 anni. Un miglioramento nazionale, assai poco prevedibile in questo periodo, non arrecherebbe alcun beneficio a questo sud illegalmente incorporato dai tosco-padani.

Non è per noi tempo di stagioni politico-elettorali. E’ tempo di battere altre strade finché ce le lasceranno percorribili…

Vincenzo Gulì

 

 

13.18

– “Per un Tradizionalismo Attivo”

di Edoardo Vitale, Magistrato, Direttore de "L'Alfiere" di Napoli, da culturelite.com

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Scrisse nel 1959 il filosofo del diritto Giuseppe Capograssi: “Il più grande costruttore dello Stato italiano fu un altro Stato, lo Stato piemontese e questo è il nostro peccato originale. Lo costruì come poté col cannone e la conquista, e, sotto la mano ferrea del soldato e del funzionario ignaro, adusati al comando breve e ad esperienze diverse, andarono in frantumi formazioni vibranti e delicate di organismi, di tradizioni e di solidarietà secolari e si fece presso a poco il deserto. E demmo al mondo lo spettacolo, forse unico, di uno Stato organizzato con forme perfettamente opposte a quelle che erano le indicazioni precise di una ricca storia millenaria”.

Negli ultimi decenni, grandi passi in avanti sono stati fatti sul piano della consapevolezza di quanto è accaduto alla nostra terra e ai nostri popoli a seguito dell’invasione perpetrata nel 1861 dal regno sabaudo e della conseguente tirannica occupazione, anche se, forse, non ancora si precepiscono appieno la vastità e la gravità dei guasti da allora arrecati.

Tuttavia alla graduale, e sempre più diffusa, presa di coscienza su quanto accaduto a partire dal 1860 ha fatto riscontro un incessante peggioramento delle condizioni di vita, personali e ambientali, di ciò che usualmente definiamo Mezzogiorno e che invece sarebbe più appropriato designare come Due Sicilie.

È, perciò, avvertita da tutti la necessità di incidere concretamente sulla realtà invertendo la rotta funesta che conduce all’impoverimento, all’invecchiamento, alla desertificazione del Sud, in altre parole alla distruzione di quel luogo meraviglioso che abbiamo la fortuna di avere come Patria.

Occorre peraltro rilevare che tutti i tentativi sin qui compiuti per dare una dimensione politica alla dilagante aspirazione al riscatto della nostra terra hanno registrato sostanziali fallimenti.

Quello che più di ogni altra cosa tarpa le ali alle speranze di rinascita del Mezzogiorno è la confusione mentale dovuta alla mancanza di cultura e alla presunzione di poter subito arrivare alla meta (non ben precisata) senza cercare di comprendere le cause profonde dell’attuale sfacelo. Molti, appagati da un assorbimento acritico e superficiale del revisionismo storico nella versione “bignami” che circola soprattutto sul web, non si accorgono di ricadere negli stessi errori concettuali, di metodo e operativi, che furono sfruttati dai nemici delle Due Sicilie per annientare la nostra libertà.

Accade, così, che uomini e donne desiderosi di risollevare le sorti del nostro Sud si trovino di fronte a due forme di meridionalismo, che ben poco hanno in comune e le cui strade divergono nettamente.

Da un lato, il meridionalismo “perequativo”, che sul presupposto delle aggressioni e delle spoliazioni subite dal Sud, rivendica una “parità di trattamento”, una maggiore equità distributiva, ritenendo che questa sia la chiave per risolvere la “questione meridionale”.

Dall’altro, il meridionalismo tradizionalista, che indica appunto nella Tradizione, dinamicamente intesa, la chiave per comprendere la nostra peculiare identità di popolo, la spiegazione della nostra grandezza passata e la bussola per orientare il nostro cammino nella difficile, ma entusiasmante strada per riorganizzare la nostra società e riprendere in mano il nostro destino. È il “tradizionalismo attivo” teorizzato da Silvio Vitale, che vedeva come un dovere di chi più sa la coerente applicazione delle sue conoscenze alla salvezza della comunità.

Noi ci riconosciamo pienamente in questa seconda via, che è più impervia, ma che è l’unica idonea a dare alla nostra gente, ai nostri figli, un futuro di libertà e di dignità, da veri napoletani e siciliani.

Per intraprendere questa sfida, occorre studiare la storia non solo dei 126 anni di monarchia borbonica, ma di tutta la storia del Sud, a partire dai lontanissimi albori della nostra ricchissima civiltà. E avere uno sguardo attento e partecipe alla storia del mondo, il che inevitabilmente ci porterà a solidarizzare con quanti, nel passato e nel presente, hanno combattuto e combattono per la difesa della Tradizione contro le forze antiumane che negli ultimi secoli hanno assunto una potenza e una protervia quasi illimitate.

Essere meridionalisti e non opporsi alla tirannia del Pensiero Unico e delle ideologie materialiste (a cominciare dal liberismo oggi dominante anche a causa dello strapotere dei gruppi usurai che lo sostengono e lo impongono) significa aprire le porte alle forze che già hanno cominciato a smembrare e divorare il nostro territorio, a distruggere ogni bellezza e ogni diversità, ad avvelenare e schiavizzare le nostre popolazioni, a disgregare la nostra società, a minare le stesse famiglie per creare una massa informe di servi narcotizzati manipolabili e sacrificabili agli interessi delle consorterie che coltivano il diabolico disegno di dominare il mondo.

Non è possibile subire passivamente, quasi fosse una calamità naturale e non il putrido frutto di un disegno predatorio, la vergognosa tragedia della disoccupazione giovanile, che priva la nostra patria delle forze migliori, quelle che dovrebbero servire alla sua rinascita. In un sistema che indica ai giovani la disponibilità allo sradicamento come la più alta delle virtù, in un mondo dove la condizione incoraggiata è quella di migranti, senza patria e senza affetti, per servire ovunque e in qualsiasi momento i padroni del mondo, il nostro Sud si svena per far sopravvivere i propri figli, fingendo di ignorare che questo tipo di sopravvivenza passa per l’abbandono spesso definitivo della terra dove sono vissuti, dove hanno i loro affetti, dove hanno formato la loro personalità.

C’è il rischio concreto che la nostra patria, definita da Giacinto De’ Sivo “il sorriso del Signore”, possa trasformarsi nel giro di pochi anni in un desolato ospizio per vecchi, venendosi così a completare il genocidio cominciato con la repressione della grande e sacrosanta insorgenza antisabauda, e che le sue residue bellezze siano accaparrate, sfruttate e snaturate da gruppi di speculatori senza scrupoli. E sappiamo bene che le nostre responsabilità al riguardo cominciano a diventare enormi.

Urge pertanto formare uomini e donne seri e determinati, incorruttibili, capaci di fare tesoro delle lezioni della storia e di esaminare con equilibrio e passione ogni aspetto della vita sociale, culturale, economica, politica. Di allacciare sinergie e solidarietà con quanti, nel mondo, combattono la stessa battaglia di libertà e di vita contro un meccanismo infernale mosso da individui e organizzazioni senza scrupoli.

In questa nobile e giusta battaglia, i popoli siciliano e napolitano devono tornare ad essere protagonisti. L'Italia vive la realtà, pressoché unica in Europa, di un divario spaventoso fra due parti del paese, con quella più sofferente che è sostanzialmente sparita dai programmi di governo. E noi, che uniti o affiancati, abbiamo percorso per millenni una strada comune ricca di cimenti e vittorie indimenticabili, noi che, pur orgogliosi dei nostri peculiari caratteri, abbiamo in comune una visione del mondo forgiata dalle grandi civiltà che hanno resa splendida e inimitabile la nostra tradizione, non possiamo non far sentire la nostra voce.

In questo mondo dominato dall’idolatria del denaro, irrispettoso delle diversità e della dignità dei popoli e delle persone, in cui alza la voce una visione del mondo manichea e superficiale, che affronta i problemi del pianeta con la stessa brutalità addebitata da Capograssi agli invasori piemontesi, i popoli napolitano e siciliano hanno gli strumenti culturali e morali non solo per riprendere in mano il proprio destino, ma per additare al mondo soluzioni eque e giuste, nel rispetto delle diversità.

Il convegno del dodici maggio nella capitale siciliana vuole essere un’occasione di studio e di riflessione nel segno di una fratellanza che vuole tradursi in un impegno comune.

 Mai più vittimismo, mai più rassegnazione. Nella luce della Tradizione, il riscatto del Sud!

 

12.18

Oggi, 1 maggio 2018, festa dei lavoratori, ricordiamo l’eccidio di Pietrarsa avvenuto il 6 agosto 1863.

– 6 agosto 1863 – Pietrarsa – L’eccidio degli operai

Fonti ufficiali: 4 morti e circa 20 feriti

di Vincenzo Gulì

pietrarsa-fileminimizer

…Ma, alla riapertura della fabbrica, risultarono assenti ben 216 operai. Tutti assenteisti? oppure molti più morti e feriti di quanto le autorità dichiararono?

Una delle conseguenze negative immediate della forzata unificazione italiana del 1861, portate dai conquistatori settentrionali, era stata l’inizio del sistematico smantellamento dei centri produttivi meridionali. La più grande industria metal-meccanica esistente in Italia, il Real Opificio di Pietrarsa voluto da Ferdinando II nel 1840, divenne subito l’obiettivo principale della speculazione finanziaria e della politica economica di Torino al fine di fiaccarla progressivamente in concomitanza dello sviluppo assistito dell’Ansaldo di Genova, nemmeno un quinto, in quantità e qualità, della fabbrica napoletana.  I 1050 dipendenti del 1861, ben pagati in grana (centesimo del Ducato) e con sole 8 ore lavorative (traguardo raggiunto dall’ottima politica salariale borbonica all’avanguardia nel mondo) videro man mano scendere il loro numero e la loro retribuzione e salire il loro impegno lavorativo. Si cominciò con i capireparto mandati, con alcuni macchinari modernissimi, a nord a insegnare il mestiere agli arretrati operai liguri; si proseguì con le maestranze assottigliate continuamente per supposta esuberanza, con il pretesto di rendimenti insoddisfacenti o atti di indisciplina. A tal proposito i vigilanti (gli unici ben pagati) divennero lo strumento per gli affaristi che si succedettero nella direzione dell’azienda per sfoltire l’organico. Per la dichiarata maggior efficienza del servizio, oltre a imporre l’estaglio (cottimo), si elevarono pian piano le ore di lavoro. Parallelamente si applicarono delle vere gabbie salariali, relegando gli operai di Pietrarsa in quelle più misere per mera scelta geo-politica.

Nonostante il regime di rigoroso controllo e repressione interna, in quell’agosto del 1863 la pazienza dei lavoratori tracimò. Il nuovo padrone, il losco affarista milanese Jacopo Bozza, aveva a luglio abbassato le paghe a soli 30 grana (buoni per comprare appena due pezzi di pane…) e portato l’orario a ben 11 ore lavorative. Le maestranze per lo meno volevano fare un passetto indietro (35 gr. e 10 h come prima di luglio) per non sprofondare nella miseria; decisero allora di protestare tutti insieme.

 Forse addirittura istigato dai sorveglianti (per stroncare per sempre ogni possibile solidarietà e unità nella resistenza operaia), il capo Mazza  Giuseppe Aglione,  nella mattinata del 6 agosto 1863  suonò a martello la campana dello stabilimento, segnale convenuto per far scoppiare il primo sciopero della neonata Italia. I documenti aziendali parlano di 668 presenti nella “Situazione della forza prima dell’ammutinamento”. Tutti si ammassarono nel grande piazzale d’ingresso per discutere il da farsi a tutela della dignità del proprio lavoro.

Seguendo probabilmente un perfido piano, Bozza e il segretario Zimmermann attraversarono il cortile senza essere molestati dagli operai e si diressero nella vicina Portici per far intervenire le autorità di polizia. Ingigantendo ad arte il problema, Bozza riferì di violenze e sedizione all’interno della fabbrica. Il questore Nicola Amore e il magg. Martinelli del 33° btg di bersaglieri di stanza a Portici  concertarono  l’intervento immediato, armato e in forze a Pietrarsa.

Con la logica coniugata con i documenti possiamo così ricostruire quella tragica giornata. A Pietrarsa c’erano oltre seicento operai minacciosi (che teoricamente avrebbero potuto reperire agevolmente armi per lo meno improprie, di una certa importanza nelle officine) e quindi non si può credere alle cronache di parte che parlano di una mezza compagnia che parte per la repressione. Le medesime fonti affiancano poi carabinieri reali e guardie nazionali della delegazione di polizia. Sono sempre mezza compagnia?  E con quale coraggio forze dieci volte inferiori si sarebbero dirette baldanzosamente per l’operazione annunciata assai pericolosa?  Se poi si considera che il 33° era stato per parecchio tempo a Candela in Lucania si deduce che lì era stato a combattere contro i “briganti” che allora imperversavano in tutto l’ex stato duosiciliano. Erano quindi bersaglieri esperti e cauti e con provata dimestichezza nell’uso spietato delle armi, valutando debitamente le infinite risorse degli indomiti abitanti della Bassa Italia, come dicevano tra loro.

Il quadro è abbastanza chiaro: da un lato la massa operaia fiera ma pacifica che voleva trovare solo il modo di intavolare una trattativa con Bozza non presagendo minimamente il rischio che stava correndo, salda nell’imponenza del numero e nella tradizione civilissima del mondo in cui erano entrati; dall’altro quasi altrettanti uomini armati fino ai denti, in maggioranza veterani di stragi e carneficine anche verso innocenti. La predisposizione dei primi viene ribadita all’arrivo della truppa: è aperto senza alcuna esitazione o timore il grande cancello d’ingresso per consentirne l’accesso. La premeditazione dei secondi parimenti si conferma perché, senza essere stati attaccati, senza aver scorto atti di violenza, senza alcuna minaccia reale, i militi sabaudi formarono due file, la prima in ginocchio,  e presero la mira sparando senza alcuna remora sul mucchio inerme di lavoratori. Morti e feriti già si contavano nel fuggi fuggi generale. Sarebbe bastato questo per coprire d’ignominia gli italo-piemontesi. Ma ci fu ben di più e di peggio. Con le baionette innestate i bersaglieri, le spade sguainate gli ufficiali e le daghe tese carabinieri e sbirri, tutti andarono alla carica inseguendo i poveri operai in ripiegamento. Alcuni malcapitati si nascosero nei recessi della grande fabbrica, altri si gettarono a nuoto nel vicino mare sotto le fucilate degli assalitori. Furono sufficienti pochi, terribili minuti per coprire di sangue l’opificio di Pietrarsa.

Poi  i soccorsi ai feriti (nemmeno un milite lo fu!), trasportati con i tram a cavalli verso Napoli anche mediante l’ausilio dei familiari accorsi dal terribile allarme che era subito circolato tra Portici, San Giorgio a Cremano, Barra, San Giovanni a Teduccio. Andarono presso dispensari di chirurghi a Montecalvario o al Pendino e poi, i più gravi all’Ospedale dei Pellegrini. I più però tornarono alle loro case per un’assistenza più amorevole e discreta vista la completa sfiducia della popolazione nelle istituzioni comandate dai conquistatori settentrionali.

Gli inquirenti giunsero di sera sul posto e dichiararono di non aver trovato alcun oggetto (nemmeno una pietra) che potesse essere usato come arma contro i militari. Dietro la Chiesa solo delle scritte anonime, tracciate con il carbone, contro gli invasori Savoia e a favore del precedente governo borbonico. Tanto che tutti gli operai illesi, trattenuti con la forza dai bersaglieri, furono rilasciati a piede libero.

Le fonti ufficiali, che minimizzeranno ovviamente il fattaccio, parlarono di 4 morti e una ventina di feriti. Fatto è che il 13, quando riaprì lo stabilimento, mancavano all’appello (su comunicazione dell’azienda) ben 216 operai. Tutti spaventati e disposti e perdere il posto di lavoro in quella profonda crisi economica che li affliggeva?  O tanti più feriti e tanti più morti, accuratamente omessi negli elenchi per alleviare le responsabilità colpose e dolose di direzione e autorità?

La difficile ricerca negli archivi sta già allargando consistentemente il numero delle vittime di quel 6 agosto, ma non si potrà mai arrivare alla completa verità. Assodato invece, è la carriera, da ministro a sindaco, che fece il capo del massacro, Nicola Amore ; l’assoluzione per gli ufficiali che guidarono l’eccidio pur denunciati per evidenti eccessi. Quello che è inconfutabile è che a Pietrarsa, in quell’afoso giovedì d’estate del 1863, le autorità sabaude, i collaborazionisti locali e il corpo dei bersaglieri si macchiarono di un’altra infamia diventando criminali dinanzi al tribunale della storia che noi, posteri di quei martiri , stiamo erigendo per loro.

 

11.18

– Boicottiamo la perfida Albione. Colpiamoli dove fa più male.

di Giovanni Maduli

28.4.2018

 

(immagine da ru.depositphotos.com)

So bene che un intero popolo non può essere criminalizzato per le colpe della sua classe dirigente, ma penso che un popolo, se è tale, ha il dovere di combattere i crimini che quella classe dirigente, o almeno una parte di essa, porta avanti a danno dei cittadini, della società e, in certi casi, perfino della intera Umanità in senso lato. Già, crimini, e non errori, perché di crimini sto parlando.

          E’ notizia di queste ore che Alfie Evans è morto.

          Non sono un medico quindi non posso sapere se Alfie sarebbe egualmente deceduto anche se curato nei migliori modi possibili. Quello che so però è che i medici e la Medicina hanno (o dovrebbero avere) il dovere di tentare tutto il possibile per salvare la vita e questo non è stato fatto; non tanto perché in Inghilterra non ne siano stati capaci, quanto perché, con la maggior arroganza possibile, si è impedito che altri medici, altre strutture, potessero tentare altre vie, altre terapie. Ma soprattutto perché si è impedito ai genitori il sacrosanto diritto di provare altre possibili vie per salvare la vita del loro bambino. Ripeto, non posso sapere se quei tentativi avrebbero dato dei frutti, ma certamente non potevano e non dovevano essere impediti. E invece, con arroganza, con indifferenza nei confronti dei sentimenti altrui, con l’atteggiamento di chi crede di comandare su tutto e tutti, si è scelto di non dare alcuna speranza; si è scelto di espropriare i genitori del loro più importante diritto/dovere: quello di prendersi cura del proprio figlio. Lo Stato è diventato, o vorrebbe diventare, padrone della vita dei suoi sudditi. Sì “sudditi” e non cittadini, perché ormai la Democrazia è morta da un pezzo, specie in quegli stati che molti additano come esempio di democrazia e civiltà. Bella democrazia! Bella civiltà! Non c’è che dire. E meno male che il Regno delle Due Sicilie era …”la negazione di Dio!…”

          Purtroppo c’è di più e peggio.

          Secondo quanto riportato da alcuni organi di stampa, quell’ospedale presso il quale il povero Evans era malauguratamente finito, è stato oggetto in anni scorsi di gravissimi scandali a seguito dei quali si è scoperto che esso deteneva (e forse ancora detiene?) una consistente “scorta” di organi di bambini deceduti ai quali sono stati asportati gli organi all’insaputa dei genitori (1). Lo Stato, in senso lato, si sarebbe quindi appropriato di “pezzi” di bambini senza che ai genitori fosse chiesta l’autorizzazione.

          Si tratta di crimini? Penso di sì, ma non essendo un giurista non posso certificarlo.

          Quello che però posso registrare è l’evidente progresso del piano diabolico che l’èlite mondialista sta portando avanti; un piano che comprende l’affermazione del concetto secondo il quale avrebbe diritto di vivere solamente chi è “efficiente”, chi è “produttivo” e chi, con la sua esistenza, non procuri “troppi costi” alla società. E così vai con l’eutanasia, vai con l’allungamento dell’età pensionabile, vai con la soppressione (o la insufficiente cura) delle vite giudicate “improduttive” o troppo “costose”. Sarò esagerato, ma vedo un chiaro riaffiorare della “filosofia” nazista; di una “filosofia” che mira alla “razza perfetta”, senza zavorre, senza ostacoli. Una “filosofia” indirizzata verso una “società perfetta” dove per l’umile, per il povero, per lo sfortunato, per il gravemente ammalato non può esserci spazio.

          Se a quanto sopra si aggiungono considerazioni altre che, apparentemente, potrebbero sembrare estranee a quanto qui si sta trattando, come ad esempio la politica espansionista inglese (o meglio della sua èlite o di parte di essa) nei confronti di altre comunità statuali, o come l’interferenza anglosassone in eventi esterni anche a livello mondiale (vedi la cosiddetta rivoluzione francese o la fine del Regno delle Due Sicilie), o il tentativo indiretto di imporre in Italia l’uso della lingua inglese nelle nostre università, o il tentativo, per altro perfettamente riuscito, di distruggere l’economia italiana (vedi i fatti del “Britannia ‘92”), si può avere un quadro più chiaro e completo delle invasive mire politiche e “culturali” che la perfida Albione mette in atto da secoli. Oggi anche a livello umano e sociale.

          Credo sia giunto il momento di fare qualcosa di forte e concreto per rovesciare questa china, sia nel nostro interesse, sia per la riaffermazione di quei sacrosanti principi umani e morali che già da diversi anni sono sotto attacco. Dobbiamo mettere in campo tutti quegli strumenti, culturali, morali, ma anche pratici e …”pragmatici”, utili alla riaffermazione della nostra cultura e del nostro modo di concepire la vita, la sua sacralità e i rapporti umani; cultura, la nostra, che nulla ha o può avere a che vedere con la perfida “cultura” distruttiva e nichilista della “perfida Albione”.

          Già da molti anni, e cioè da quando sono venuto a conoscenza delle vere cause della fine della nostra Patria, non acquisto più prodotti inglesi di alcun tipo. Il caso del piccolo Alfie Evans costituisce il confine che non può essere superato; il confine che dobbiamo difendere a tutti i costi; il confine dal quale deve ripartire la nostra riscossa sociale, umana e morale. Boicottiamo tutti i prodotti inglesi; non acquistiamo più nulla che venga da quel luogo; né auto, né moto, né cosmetici, né “musica”, né servizi: nulla. Lo so, le ripercussioni ricadranno principalmente sui comuni cittadini inglesi, ma anche loro devono comprendere che non siamo disposti ad accettare silenziosamente i dictat umani, culturali e sociali che la loro èlite vorrebbe imporre al mondo. Quali misure dovranno poi loro eventualmente mettere in campo nei confronti delle loro èlite sono argomenti che non ci riguardano. A noi compete il dovere di difendere la nostra cultura, il nostro modo di concepire la società e ora, anche il diritto a difendere le nostre vite.

          Boicottiamo i loro prodotti, colpiamoli dove fa più male.

 

(1) https://www.informarexresistere.fr/ospedale-di-alfie-cosa-nascondono/

 

10.18

– Una macroregione per il Sud. Parliamone.

di Giovanni Maduli

15.4.2018

rene-magritte-la-condizione-umana-1933

(Renè Magritte – La condizione umana – 1933)

Con il referendum del dicembre 2016 sulle proposte riforme costituzionali e ancor di più con le consultazioni elettorali del marzo 2018 può ritenersi che, finalmente, una coscienza del popolo delle ex Due Sicilie stia risvegliandosi. Una coscienza che sopita per oltre cento cinquanta anni, ha potuto rinnovarsi e nutrirsi anche grazie al contributo di tanti storici, studiosi e semplici amatori della nostra storia che hanno contribuito a divulgare quella storia e il peso determinante che essa ha avuto sulle conseguenti, pessime condizioni, nelle quali i nostri territori versano; pessime condizioni non solamente in relazione agli aspetti occupazionali ed economici, ma anche in relazione a quelli sociali, culturali ed umani in genere. Per la verità già con Carlo Alianello nell’ormai lontano 1972 e con “L’unità d’Italia, nascita di una colonia” del 1971 di Nicola Zitara e con altre sue autorevoli pubblicazioni, il nostro popolo ha avuto la possibilità di riscoprire, seppure lentamente, quelle amare verità che furono e sono causa prima delle nostre condizioni. Ancora, non va dimenticato l’ancor più antico contributo di Antonio Gramsci sulla questione con i suoi “Quaderni dal carcere” pubblicati fra il 1948/1951. Successivamente numerosissimi altri studi e pubblicazioni hanno preso vita, fra i quali il celebre “Terroni” di Pino Aprile, ponendo le premesse per i risultati del referendum e delle consultazioni che ho richiamato all’inizio che, quindi, possono riguardarsi anche come lo specchio di un naturale epilogo di una evoluzione, una presa di coscienza ed una consapevolezza che hanno ormai raggiunto buona parte del Popolo del Sud.

          E’ evidente che a seguito dell’acquisizione di quelle conoscenze e di quella consapevolezza, al di là dei risultati di quelle consultazioni sopra richiamate e ancor prima, sia andato crescendo anche un naturale, specifico e legittimo desiderio di civile rivalsa; un desiderio che molti attendono di vedere realizzato attraverso la nascita di una compagine politica o di una risoluzione organizzativa e programmatica in grado di far valere le nostre ragioni, oltre che storiche, soprattutto occupazionali, economiche, culturali e di riscatto nel senso più ampio del termine. Ed infatti abbiamo assistito in questi anni alla nascita di numerosi gruppi e partiti che, in vario modo, hanno tentato di raccogliere e convogliare simpatie e consensi e questo, si badi bene, sia nei nostri territori insulari che peninsulari. Purtroppo i risultati, fino ad oggi, non appaiono lusinghieri e tutti i vari tentativi messi in campo non hanno ottenuto i risultati nei quali si sperava.

          Al contempo, da alcuni decenni, ed in particolare con i successi della Lega Nord, si è cominciato a sentir parlare di macroregioni o macro aree e di soluzioni che in qualche modo miravano a “suddividere” il territorio italico appunto in “settori” ben precisi ed identificabili, e segnatamente in una macro area settentrionale ed una meridionale. Il tutto sotto l’appellativo di federalismo. Non è il caso in questa sede di esaminare nei dettagli cosa quel federalismo propugnava ed ha poi, seppure in parte, messo in atto; mi limiterò a ricordare come e soprattutto in funzione di quali parametri, siano stati suddivisi ad esempio i finanziamenti degli asili nido fra il Nord, il Centro ed il Sud. Chi vuole approfondire potrà farlo autonomamente; ma gli esempi sarebbero moltissimi.

          Sulla scia di quei primi “vagiti” di federalismo, anche a seguito della sempre maggior consapevolezza acquisita dal popolo del Sud Italia ed infine sulla scorta delle evidenti risultanze di cui al referendum e votazioni di cui in apertura, si giunge in questi giorni a dover registrare la proposta della creazione di una macroregione per il Sud; proposta avanzata, secondo quanto riportato dagli organi di stampa, dal Coordinamento Movimento Meridionalisti con l’appoggio di Stefano Caldoro (Forza Italia). Potrebbe apparire, e per molti sembra esserlo, una buona soluzione per iniziare ad affrontare o quanto meno migliorare le spaventevoli condizioni economiche e sociali nelle quali versano i nostri territori da ormai ben 158 anni. E potrebbe anche esserlo se, però, si fissassero bene ed in anticipo alcuni punti sui quali credo valga la pena riflettere.

1) Il federalismo dal quale la proposta macroregione trae la sua ragion d’essere, fa riferimento ad un approccio leghista che, sin dal suo nascere, come l’esempio che ho sopra richiamato dimostra, mette in atto modalità esecutive che sinceramente mi sembrano estremamente lontane dai principi di equità, correttezza e giustizia che dovrebbero sottintendere un simile progetto. Credo non si possa negare che una macroregione che fondi le sue radici su quei principi (e su quelle esperienze) difficilmente potrà portare al Sud i risultati sperati. Ne discende che la creazione di una macroregione che effettivamente possa costituire almeno elemento propedeutico ad un effettivo riscatto del Sud, dovrebbe essere portata avanti non secondo le regole imposte da altri (vedi Lega) ed a loro esclusivo vantaggio, ma secondo regole da noi valutate e determinate; da noi indicate e suggerite. Affidarsi ad un sistema pseudo federalista ideato da altri e sulla scorta di interessi esclusivi di altri che già ha dimostrato in numerose circostanze la sua faziosità ed il suo falso equilibrio, non credo sia il miglior modo di affrontare il problema.

2) Il referendum proposto dovrebbe interessare solamente la parte continentale del Sud Italia con esclusione quindi della Sicilia. Non capisco da cosa possa essere determinata una simile scelta. La Sicilia non abbisogna forse di riscatto e di miglioramenti economici e sociali? Forse si pensa che poiché la Sicilia è dotata di “Statuto”, ancorchè solo sulla carta, Essa non necessiti di alcun provvedimento migliorativo? Ritornerò più avanti sull’argomento.

3) La creazione di una macroregione, qualunque siano le sue regole, resterebbe comunque soggiogata alla moneta truffa che è l’euro nonché agli scellerati trattati europei che limitano qualunque iniziativa finanziaria, monetaria e quindi politica di qualunque entità, sia esso Stato, Regione, macro area o macroregione che dir si voglia. Sarebbe opportuno tenere presente che se ben sei premi Nobel per l’economia, non schierati, Christopher Pissadires, James Mirrlees, Paul Krugman, Milton Fiuredman, Joseph E. Stiglitz e Amartya Sen, hanno consigliato all’Italia l’immediata uscita dall’euro, un motivo dovrà pur esserci. Se i pareri del Prof. Giacinto Auriti, di Alberto Bagnai, di Nando Ioppolo, di Nino Galloni hanno un qualche valore, e credo che ne abbiano tanto, non credo che la soluzione dei nostri problemi, e nemmeno un loro miglioramento, possa individuarsi semplicemente nella creazione di una macro regione. I problemi sono ben altri e di ben più vasta portata.

4) Un aspetto dell’intera questione, a mio avviso assolutamente ignorato, è quello relativo al recente referendum con il quale le Regioni di Lombardia e Veneto, vincendolo, hanno chiesto maggiore autonomia al Governo Italiano. Non è strano che, a fronte di uno Statuto di autonomia mai messo in atto in Sicilia, il Governo Gentiloni, teoricamente “di sinistra”, si sia affrettato a dichiarare la disponibilità del Governo a mettere in atto le risultanze derivanti da quel referendum? E non è ancor più strano che appena cinque mesi dopo quel referendum del “Lombardo-Veneto” “il Sud”, con l’appoggio di Caldoro, presenti una richiesta se non uguale, comunque molto simile con la proposizione di un referendum sull’istituzione di una macroregione? E qualcuno forse pensa che Caldoro possa avventurarsi in una proposta del genere senza aver prima aver avuto l’avallo dei vertici del suo partito?  E nessuno si chiede come mai una notizia del genere che fino a poco tempo fa sarebbe rimasta sottaciuta e nascosta, assurga improvvisamente all’onore delle cronache del TG1 (1)?    Sarà una coincidenza, ma la quasi contemporaneità dei due “eventi” c’è, ed è evidente a chi vuol vederla. E’ lecito allora chiedersi: E’ possibile che sia già in atto la suddivisione dell’Italia senza dare troppo nell’occhio? E se sì, quali regole sottintendono una tale scelta?

5) Indipendentemente da quanto evidenziato al punto precedente non credo poi che sarebbe da sottovalutare quanto si legge nell’intervista rilasciata il 14 ottobre 2017 a Roberto Galullo dal Gran Maestro del GOI (Grande Oriente d'Italia) (2). In tale intervista fra l’altro l’intervistatore domanda: “Veniamo all’indagine, che corre parallela a quella di Reggio Calabria, di Palermo, nella quale, nel processo sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra i PM sono tornati a rievocare il ruolo della massoneria deviata, della stessa P2, in quel vero o presunto disegno che voleva portare a un nuovo ordine politico, compresa l’eventuale secessione o frammentazione dell’Italia in macroregioni: cosa sa di quanto avvenne in quel periodo ad opera della massoneria deviata in quel progetto folle e allo stesso tempo ambizioso?”.

Non so se e come si siano conclusi quei processi ma sappiamo per certo, quanto meno, che la Magistratura sospetta o ha sospettato l’interesse della massoneria, o di una parte di essa, nella suddivisione dell’Italia in macroregioni. Né conosco i motivi che avrebbero spinto la massoneria o parte di essa ad interessarsi alle macroregioni. Sarà o sarà stata la Magistratura a dipanare quegli eventuali sospetti.

Ancora, nel volume “L’Italia delle mafie e delle massonerie” di Antonio Giangrande, fra le pagine 77 e 78, che comunque può leggersi interamente in Pdf al link sotto riportato (3), fra l’altro si legge: “Dichiarazioni, rese nell’arco di un ventennio che mostrano ancora una volta la joint venture tra ‘ndrangheta e Cosa nostra, ma anche i collegamenti istituzionali e para istituzionali, soprattutto con il mondo della massoneria e dei servizi segreti. E, ancora, la piena adesione della ‘ndrangheta al progetto separatista dell’inizio anni ’90, che sappiamo, condivideva, con Cosa nostra siciliana e, con i Graviano direttamente incaricati di tirare le fila di tali movimenti in ambito palermitano; la finalità ultima del progetto leghista che consisteva nel creare delle macro – regioni, dove, in quella meridionale, le organizzazioni di tipo mafioso potevano controllare il quadro politico di governo e godere, quindi, di una sorta di immunità e salvacondotto permanenti. Il quadro dei rapporti fra ‘ndrangheta e massoneria, veniva, infine, da ultimo compitamente descritto…”. Non conosco nemmeno le motivazioni che avrebbero potuto portare o meno le organizzazioni criminali ad interessarsi della creazione di macroregioni ma, alla luce di quanto sopra, sappiamo quanto meno che la Magistratura ha indagato queste possibilità. Taccio sulle opinioni che la Lega avrebbe, secondo quanto riportato nel testo citato, sulle caratteristiche della macroregione meridionale.

Oltre ai sospetti di cui sopra vi è però la certezza che la creazione delle macroregioni è un progetto della UE; nell’articolo del quale si riporta in calce il link(4), intitolato: “Le Macroregioni decise dalle UE, ritorna una sorta di litorale austriaco se l'Europa guarda all'Impero caduto” infatti si legge: ”L'Italia verrà smembrata. Il Friuli Venezia Giulia seguirà il suo naturale destino, quello di essere regione multiculturale, un tempo mitteleuropea, ma dovrà decidere dove voler stare. Vi sono due immense zone delle Macroregioni che includono il FVG. Le Macroregioni di cui praticamente tutti ignorano l'esistenza, sono destinate a ribaltare la geografia politica e non solo politica dell'Europa e dell'Italia. Si tratta di progetti nati, così come nacque la CEE, poi Ce, ed ora UE, in primo luogo per coordinare l'intervento economico su determinate aree. Ma lo scopo finale sarà quello di fare in modo che, rafforzandosi in maniera importante e determinante il ruolo delle Regioni, queste possano negoziare, trattare, direttamente con Bruxelles senza coinvolgere i Paesi nazionali di cui fanno parte. Insomma le Regioni scavalcheranno lo Stato, si coordineranno con le Regioni della Macroregione di cui faranno parte per costituire inevitabilmente un nuovo corpus politico ed autonomo che minerà, ovviamente, il senso degli Stati così come oggi e ieri li abbiamo conosciuti”.

Voglio essere chiaro su di un punto: ho l’assoluta certezza e sincera convinzione che chi oggi domanda la creazione di una macroregione meridionale sia in assoluta buona fede, mosso da sinceri ideali e ovviamente lontanissimo e totalmente al di fuori da collusioni di qualsiasi natura che qui non si vogliono in alcun modo, neanche lontanamente sottintendere. Ma il problema è: E' possibile che chi oggi in buona fede vede nella creazione delle macroregioni una possibilità di riscatto del popolo meridionale sia o possa essere vittima inconsapevole di una strategia messa in moto da poteri ben più alti e complessi? E’ possibile che costoro, inconsapevolmente, stiano facendo il gioco di poteri ben più in alto? Il sospetto è quanto meno lecito ove si consideri che tutte le maggiori rivoluzioni della storia, da quella francese a quella bolscevica, alla nascita del nazismo, come la vera storia insegna, sono sempre state progettate e messe in atto da forze rimaste sempre nell’ombra ma ben più potenti e subdole di quanto noi, comuni cittadini, si possa lontanamente immaginare. E, si badi bene, non con imposizioni, violenze o atti intimidatori (semmai sono stati poi i popoli, dopo, a mettere in atto quelle violenze e quegli atti intimidatori), bensì attraverso il “consenso” e il “volere” dei popoli. E quale migliore dimostrazione di democrazia e “volere dei popoli” può essere più “democratico” e “legittimo” di una decisione che scaturisse da un referendum richiesto dal popolo?

Potrei sbagliarmi, ma ho l’impressione che ci potremmo trovare in presenza dell’ennesimo classico esempio di come il vero potere opera: a) Scelta dell’obiettivo da perseguire (obiettivo del vero potere); b) creazione del problema (gravi disagi della popolazione); c) Offerta della soluzione (ovviamente conforme ai desiderata del vero potere). Così, forse al fine di disgregare gli stati, creare un gran numero di macroregioni che inevitabilmente prima o poi avrebbero la necessità di un coordinamento politico ed economico superiore, ed infine pervenire ad una unica realtà statuale europea, si spinge la popolazione a chiedere, a gran voce e con metodi più che “democratici”, quella soluzione che il vero potere ha già pronta e in serbo da tempo. Soluzione che, fra l’altro, vedrebbe un inevitabile indebolimento del Sud laddove si preveda, come l’attuale progetto prevede, la separazione della Sicilia dal suo naturale consesso storico, geografico e culturale che è il Sud.

Ecco perché sono contrario alla creazione di macroregioni al di fuori dei Nostri desideri, delle Nostre aspirazioni, delle Nostre regole. Se e quando saremo capaci di unirci in un unico spontaneo sincero e leale progetto, al di fuori di una moneta a debito impostaci a soli fini speculativi; al di fuori di questa Europa voluta esclusivamente dai poteri finanziari e dalle lobbies industriali, economiche, alimentari, farmaceutiche etc., allora potremo affrontare tutti insieme e senza timori le difficoltà che comunque ci si porranno di fronte per creare quello Stato sovrano che tutti meritiamo e che ci è stato scippato 158 anni fa.

 (1)

https://www.facebook.com/sergio.angrisano.1/videos/10214374752356209/

(segnalazione Fb. di S.A.)

(2)

http://www.iacchite.com/ndrangheta-cosa-nostra…/

(3) https://books.google.it/books?id=B1mEj0GtktIC&pg=PA78&lpg=PA78&dq=massoneria+macroregioni&source=bl&ots=Grtw0EWNkz&sig=L71TQrhGsnXNYbJctT4JpnGzqHM&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiKgKSnt7zaAhXjdpoKHaScC54Q6AEINzAC#v=onepage&q=massoneria%20macroregioni&f=false

(4)

http://xcolpevolex.blogspot.it/2016/01/le-macroregioni-decise-dalle-ueritorna.html

 

9.18

– Bruxelles e Francoforte hanno vinto. Noi resteremo colonia. Ed è solo colpa nostra.

di Giovanni Maduli, 5.3.2018.

            Bruxelles ha vinto. Ha vinto perché i maggiori partiti italiani, nonostante qualcuno abbia messo in campo “specchietti per le allodole” con candidature apertamente contrarie all’euro ed a questa Europa voluta dalle banche e dalle oligarchie finanziarie e massoniche – sono partiti pro euro e pro Europa. Ed a prescindere dalle varie possibilità che adesso si prospettano, grazie alle farraginose e complicate “regole” per la formazione del “nuovo” governo, qualunque governo verrà fuori sarà un governo comunque succube dei voleri dei nostri carnefici. Francoforte e la Germania (ma anche la Francia, seppure in misura minore) hanno vinto perché così stando le cose, continueranno ad ingrassarsi a spese dei PIGS, quindi anche nostre. E se qualcuno pensa che la cosa non lo riguardi in quanto indipendentista Duosiciliano, Napolitanista o Sicilianista si sbaglia e si sbaglia di grosso perché, comunque, facciamo parte di questo paese, seppure in maniera truffaldina e illegale. Quindi anche noi subiremo, volenti o nolenti, le conseguenze di questo stato di cose; anche noi continueremo a perdere posti di lavoro; anche noi continueremo a perdere diritti; anche noi continueremo a perdere le nostre aziende e le nostre case; i nostri contadini, i nostri pescatori, i nostri imprenditori vedranno diminuire ancor di più i loro già magrissimi margini e tutti vedremo i nostri figli partire per l’estero in cerca di una occupazione quasi sempre al di sotto dei livelli per i quali i nostri giovani si erano preparati spesso con grandi spese e sacrifici. Tutti, anche noi, continueremo ad assistere alla distruzione dei nostri ideali e dei nostri valori, culturali e sociali. Adesso ci attendono altri cinque anni di lacrime e sangue.

Bravi! Siamo stati bravi! Non c’è che dire! Invece di fare fronte comune contro questa immanenza mefitica che ci affligge tutti; invece di cercare punti di incontro e di unione sulla base di pochi e chiari denominatori comuni quali l’indipendenza, l’uscita dall’euro e l’uscita da questa Europa, almeno fra chi in questi punti si riconosce, abbiamo continuato, chi più chi meno, a coltivare i nostri orticelli, ad innalzare le nostre bandierine, a proporci rispettivamente quali unici e soli “alfieri” di verità e affidabilità. E sì che sono convinto che i numeri non mancherebbero. Già…, i numeri. Quanti siamo a pensarla in un certo modo? Non lo so, ma certamente non pochi anzi, credo moltissimi; e sempre più sono coloro che “comprendono”. E sono altrettanto certo che se con un atto di umiltà e uno scatto di sano orgoglio si fosse tutti riusciti a mettere da parte vanità, smanie di protagonismo, manie da “prima donna”, saremmo stati di certo in grado di costruire qualcosa di serio e credibile. Qualcosa per cui sarebbe davvero valsa la pena lottare. Ma no! Non lo abbiamo fatto! E, “gattopardescamente”, continuiamo a crogiolarci nella nostra stupida vanagloria; “forti” del nostro passato (che però è passato…) e delle nostre radici. Ma il passato e le radici vanno coltivate, vanno curate e rinverdite, pena la cancellazione di fatto di quel passato e di quelle radici. Ma no! A noi basta guardarci allo specchio e “sapere” di cosa siamo stati capaci in un tempo ormai lontano e poco importa se resteremo ancora colonia. Poco importa se sarà stata solo colpa nostra!

 

 

8.18

– ELEZIONI 2018: Maturità dei tempi per le Due Sicilie

di Vincenzo Gulì, 5.3.18

 

Il 4 marzo c’è stata l’ennesima conferma di due territori nettamente distinti nella penisola italica.  Spiace per i presunti “identitari” che ancora si arrabattano tra partiti di centro, di destra e di sinistra quando dovrebbero sapere che sono tutti anti-duosiciliani grazie al sistema politico-statale Italia che, dalla sua nascita, non consente a nessuno di cambiare veramente le cose. Spiace maggiormente che la chiara situazione che emerge dalla mappa dei voti non sia bastante per chi potrebbe innescare quello che nell’attuale meridione tutti vogliono dal profondo del cuore, consapevolmente o meno vista l’immagine odierna.

Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=8942

 

 

7.18

– ELEZIONI POLITICHE 2018: GIU’ LE MANI DALLA NOSTRA STORIA!

Sovrintendenza Generale del P2S

Comunicato ufficiale

Napoli, 2 marzo 2018 CLVII A.O.

La posizione ufficiale del P2S su queste elezioni italiane ha preso recisamente le distanze dai partiti nazionali perché tutti nord-centrici, come insegna la storia d’Italia dal 1861 ad oggi.  Quanti partiti si sono succeduti, magari solo cambiando sigla, da Cavour in poi? Ciò vuol dire che è il sistema ad essere contro gli ex territori delle Due Sicilie. Se ne deduce che nemmeno nuove forze politico-elettorali possono ipotizzare di cambiare veramente le cose per l’attuale Sud Italia. Il sistema le fagociterebbe in un boccone. Al massimo si potrebbe realizzare qualche irrilevante modifica.  Ma il riformismo a noi non interessa semplicemente perché dal nostro ultimo Re Francesco II al più piccolo brigante postunitario nessuno ha mai riconosciuto la conquista militare assolutamente illecita del Piemonte, detta ipocritamente “unità d’Italia”.  Noi siamo i loro discendenti e mai siamo stati chiamati a ratificare la colonizzazione tosco-padana, quindi ne facciamo parte illegalmente e temporaneamente.

Che senso abbia allora scalmanarsi per eleggere questo o quello domenica prossima?

Tanti odierni meridionali sono però affezionati all’urna e non ci va di condannare la loro ignoranza storica.

Dobbiamo invece biasimare al massimo quelli che biascicano simboli e personaggi della nostra storia per tentare di pescare nel gran mare identitario a favore di partiti tricolorati.

Quei simboli e quei personaggi non hanno nulla da spartire con l’Italia.

Sono le sue infamie mai confessate.

Sono inconciliabili con la politica coloniale che proseguirà ineluttabile.

Sono l’inquietudine dei carnefici di ieri e di oggi.

 GIU’ LE MANI DALLA NOSTRA STORIA!

Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=8932

 

 

6.18

IL (NON) VOTO INDIPENDENTISTA DELLE DUE SICILIE

di Giovanni Maduli

11.2.2018

 

Con l’approssimarsi delle prossime consultazioni politiche nazionali riemerge la diatriba fra chi invita (comunque) alla partecipazione, chi invita ad astenersi e chi invita a partecipare annullando il voto. Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

L’elettorato, in linea di larga massima, può essere suddiviso in tre principali categorie:

– coloro che ritengono la partecipazione al voto un diritto/dovere che va comunque esercitato in virtù della riaffermazione della sovranità popolare e che l’astensione significherebbe una “resa” nei confronti del potere;

– coloro che ritengono il voto inutile perché “tanto, sono tutti uguali”;

– coloro che ritengono preferibile astenersi dal voto in quanto la consultazione, comunque si risolva, non cambierà di una virgola lo “status quo”.

Ai primi sarebbe utile rammentare che la sovranità popolare che loro vorrebbero giustamente riaffermare è stata svenduta già da diversi anni attraverso i vari trattati europei che, di fatto, hanno esautorato la Costituzione e la legislazione italiana, relegando i cittadini al ruolo di semplici sudditi obbedienti, volenti o nolenti; trattati che hanno esautorato anche i politici, ridotti a meri – ma colpevoli – esecutori dei “dictat” che ormai provengono da luoghi e “istituzioni” lontane sia fisicamente che idealmente dai luoghi e dalle problematiche delle quali, invece, intendono dittatorialmente occuparsi. Politici colpevoli perché, si badi bene, erano e sono ben consapevoli di quanto si andava e si va avallando, rendendosi quindi complici della perdita di quella sovranità che gli elettori di questa categoria giustamente, ma ingenuamente, vorrebbero riaffermare. E’ invero un dato di fatto che quasi tutte le coalizioni politiche siano consapevolmente – per soli e squallidi interessi personali – asservite a quei poteri autodefinitisi “sovranazionali” ed ai quali non è consentito disobbedire, pena la esclusione dal mondo e dall’agone politico. Preso atto di queste verità inconfutabili, ne discende che per chiunque si voterà, si voterà in realtà per quei poteri “sovranazionali” che hanno decretato, con l’avallo e la complicità dei nostri politici, la fine della sovranità del popolo. E’ pur vero che sembrano profilarsi all’orizzonte nuovi schieramenti sinceramente indirizzati alla riaffermazione di quella sovranità che ci è stata sottratta, ma si tratta di schieramenti troppo esigui per potere anche minimamente influire sui futuri sviluppi politici ed economici (pessimi) che ci attendono. Ma anche quando qualcuna di queste formazioni riuscisse, col tempo, a farsi valere, quali garanzie avremmo che non saranno costrette a rientrare nei canoni comportamentali dettati dalle oligarchie finanziarie ed europee? I casi di Enrico Mattei, Aldo Moro, Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino o Gianluca Buonanno, solo per fare qualche esempio, ci dicono ben altro: ci dicono chiaramente che o ci si assoggetta ai desiderata dei nostri carnefici o si è “fuori”; a volte anche “in tutti i sensi”.

Ha senso un voto in queste circostanze? Ai lettori la risposta.

Alla seconda categoria di elettori, quelli cioè secondo i quali è inutile votare perché “tanto sono tutti uguali”, nel riconoscere loro di non avere tutti i torti, specie in considerazione di quanto prima affermato, andrebbe tuttavia evidenziato che un tale atteggiamento di rifiuto, sempre e comunque, della partecipazione (o sarebbe meglio dire “alla complicità”?) al voto, li assimila ad una condizione di vassallaggio all’interno della quale, a nostro avviso, non è poi lecito lamentarsi di nulla. Il voto resterebbe comunque l’unico strumento valido, in certe condizioni, per manifestare la volontà e la sovranità popolare, ancorchè umiliata ed annullata da quanto prima evidenziato.

Infine, in relazione a coloro che ritengono inutile la partecipazione al voto in quanto, indipendentemente dal risultato, nulla cambierebbe delle reali condizioni economiche, politiche e sociali, non potremmo che essere costretti, nel dar loro ragione, a riaffermare quanto sostenuto in relazione al secondo gruppo, e cioè che anch’essi si ritroverebbero all’interno di quella condizione di vassallaggio di cui sopra.

Alle superiori considerazioni c’è infine chi obietta che un eventuale “voto di protesta”, in qualsiasi modo indirizzato, sarebbe comunque un utile segnale da lanciare al potere. A questi ultimi si potrebbe rispondere che il “vero potere”, quello cioè delle lobbies finanziarie ed autocratiche molto difficilmente avrebbe un pur minimo sussulto in questa eventualità. Anzi, sarebbe un comodo modo per sottolineare spocchiosamente e falsamente l’esistenza di una “opposizione democratica” che, di fatto, non esiste.

Nelle superiori considerazioni ho volutamente usato il condizionale in quanto, in realtà, una tale diatriba non può interessare gli indipendentisti Duosiciliani.

Premesso che le riflessioni di cui sopra derivano e discendono da una realtà storica che ben conosciamo, inviterei ad ulteriori e diverse riflessioni che giustificano e motivano il perché della conclusione per la quale queste consultazioni non possono interessarci.

Come è ormai noto, le Due Sicilie furono aggredite ed annesse proditoriamente e violentemente contro il volere della stragrande maggioranza della sua popolazione; prova inconfutabile ne è la lunga guerra di resistenza portata avanti dalle sue popolazioni per oltre dieci anni e subdolamente etichettata come “brigantaggio”. I famosi plebisciti con il quali si tentò di sancire e legalizzare l’invasione e l’annessione delle Due Sicilie all’Italia, furono più che una farsa. Vi partecipò meno del due per cento della popolazione; furono vistosamente contraffatti; si tennero sotto la minaccia delle armi e delle intimidazioni. Una buffonata e una truffa insomma, voluta da massoneria, potenze straniere e potentati economici. Ne discende che a tutt’oggi le Due Sicilie “vivono” all’interno di uno stato che le ha annesse illegalmente. Viviamo quindi una realtà illegale, confermata fra l’altro, da innumerevoli illegalità pregresse, non ultima l’incostituzionalità della legge elettorale con la quale sono stati eletti gli ultimi governi (v. sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale). Di conseguenza, sono illegali i politici eletti, illegali le leggi da loro promulgate; illegali gli accordi nazionali ed internazionali da essi sottoscritti. Insomma, viviamo immersi nell’illegalità e di essa impregnati. E, come disse qualcuno molto giustamente, “Una cosa illegale non diventa legale con il passare del tempo…”. Quindi nessuna sorpresa per quanto e come oggi siamo costretti a vivere. E nessuna illusione su quello che, in queste condizioni, sarà il nostro futuro. Siamo stati annessi per essere una colonia interna e tali siamo. Anzi, tripla colonia: dell’Italia e, da alcuni anni, anche dell’Europa, oltre che degli USA.

          A questo punto, chi davvero conosce la Storia; chi davvero ha compreso quali siano i veri poteri che determinano le nostre condizioni di vita, passate, presenti e future; chi non si riconosce in quella società che ci è stata imposta dall’unità ad oggi; chi davvero ha maturato una salda, profonda e consapevole scelta indipendentista, non può che rifiutare per intero quella società che ci è stata imposta e, di conseguenza, non può che rifiutare di partecipare, o meglio, di rendersi complice di quella pantomima – perché tale è – che sono le cosiddette “consultazioni” elettorali. 

          Si potrebbe obiettare: “Ma anche in questo modo ci si ritroverebbe in quella condizione di vassallaggio prima criticata.”. Vero, ma la non partecipazione degli indipendentisti al voto di chi ci ha attaccato, annesso e tradito illegalmente, e continua a farlo, rappresenta il nostro chiaro e netto rifiuto dell’accettazione di quella annessione e di quei tradimenti. Rappresenta il disconoscimento di tutto quanto quella aggressione e quei tradimenti hanno comportato, da allora ad oggi e per il futuro. Rappresenta l’attesa di un riscatto che non tarderà ad arrivare. I tempi stanno maturando.

Boicottiamo quindi queste false e ridicole votazioni o, meglio, partecipiamo annullando la scheda lasciando un segno della nostra presenza. Faremo così chiaramente comprendere che le Due Sicilie non sono disposte ad avallare e giustificare quelle violenze e quella annessione di allora; né le illegalità, le ingiustizie, le collusioni, le sopraffazioni di allora e di oggi, né quelle di domani. Dimostriamo che le Due Sicilie sono vive e fiere e non accettano silenti le prevaricazioni ed i soprusi che subiscono ormai da 158 anni.

Traditi ugualmente, ugualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; che mai à durato lungamente l’opera della iniquità, nè sono eterne le usurpazioni.” (Francesco II).

 

 

5.18

Da Pippo Scianò riceviamo e volentieri pubblichiamo:

“Gli indipendentisti del Centro Studi Andrea Finocchiaro Aprile ribadiscono il loro no alla realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina”

 

Questa puntualizzazione appare doverosa, opportuna e necessaria in quanto, proprio in questi giorni, l’argomento “ponte” è entrato quasi “trionfalmente” nel mezzo e nel “mazzo” delle promesse elettorali di quasi tutti i partiti e di molti candidati in lizza per le imminenti elezioni politiche del 4 marzo 2018. Al “ponte”, insomma, viene spesso attribuita la qualifica di “OPERA PRIORITARIA”.

Si dichiara inoltre e ad ogni piè sospinto, che questa OPERA… “FARAONICA” sarebbe voluta e richiesta a gran voce dal popolo Siciliano.

Ci permettiamo al riguardo di ricordare che, invece, esiste – e non solo in Sicilia – il convincimento fondato (a prescindere dai problemi finanziari e tecnici nonché delle “riserve”, avanzate dal mondo scientifico, sulla fattibilità del Ponte stesso) che la Sicilia rischierebbe di PERDERE IRRIMEDIABILMENTE DUE VALORI PREZIOSI DELLA PROPRIA IDENTITA’ E DELLA PROPRIA CIVILTA’: IL VALORE CIOE’ DELLA INSULARITA’ ED IL VALORE DELLA TITOLARITA’ DELLA “CENTRALITA’ MEDITERRANEA”.

A chi mitizza i vantaggi che deriverebbero alla Sicilia dalla super lodata “CONTINUITA’ TERRITORIALE con lo “STIVALE PENINSULARE” E QUINDI CON LA “PROMOZIONE” e TRASFORMAZIONE della Sicilia stessa in parte finale dello “STIVALE” e quindi a sua volta in “PENISOLA”, riaffermiamo che i predetti millantati vantaggi non si verificherebbero affatto, e non vi sarebbe pertanto niente di buono. Lo sa bene la Calabria che la CONTINUITA’ TERRITORIALE “FINALE” con lo Stivale l’ha sempre avuta.

A quest’ultimo proposito, ci sia consentito di AFFERMARE e di DENUNZIARE che il MINACCIATO MUTAMENTO “GEO POLITICO” della Sicilia (unitamente agli altri mutamenti) non è – non può esserlo – SOSTANZIALMENTE “LEGITTIMO”, senza il preventivo svolgimento di un apposito REFERENDUM (da bandire con specifica legge), sulla opportunità di costruire il PONTE  stesso.

Per il momento ci limitiamo a respingere ai rispettivi mittenti (elettorali e non) la proposta di costruire il PONTE e respingiamo sdegnosamente i tentativi di ridurre la splendida città di MESSINA (da sempre REGINA DEI DUE MARI) a sotto suola dello stivale!!! Ma sull’argomento è doveroso tornare anche per fare sì che L’ANTISICILIA non canti troppo presto vittoria. E per far sì che la NAZIONE SICILIANA RISORGA! E che risorgano tutti i Popoli del glorioso ma sfortunato “SUD”.

ANTUDU!

Palermu, 28 Frivaru ( Febbraio) 2018

Il Coordinatore del Centro Studi A.F.A.

Giuseppe Scianò

L’Addetto alla Comunicazione

Giacomo Gibellina

 

4.18

– Il meridionalismo: l’inferiorità del meridione.

di Giuseppe Corona, da altaterradilavoro.com e da blog.napolitania

 

La situazione ultima dei rifiuti e delle discariche nel mezzogiorno sanciscono la situazione meridionale come irreversibile e non deve scandalizzare che tale pensiero scaturisce per lo più da arguti opinionisti di origine meridionale e magari vivendo nello stesso mezzogiorno. Se così fosse e nulla si ergesse a confutazione di questo giudizio di condanna, sarebbe giocata e persa per sempre la causa del Mezzogiorno.

Ma è da sollevare un’obiezione a questo giudizio, dando per accettata una sconfitta, ma non quella del “Mezzogiorno” bensì dichiarando fallito il meridionalismo. Infatti ci si deve porre l’obiettivo di spazzare via il meridionalismo dalla testa e dal cuore dei meridionali, facendo capire che esso non è mai stata la soluzione del problema, ma il problema, che in fondo costituisce una malattia quasi mortale del Mezzogiorno, del quale ha fiaccato le forze, mettendolo in condizione indubitabile di inferiorità e configurando, come ogni malattia, in maniera conforme al malato, l’uomo meridionale che l’antropologia definisce inferiore.

Se il meridionalismo si potesse definire come un farmaco inoculato dall’esterno, per curare una malattia presunta, e fosse stato esso a creare la malattia, non vi sarebbe alcun dubbio che tolto il farmaco, rivelatosi veleno, il corpo avrebbe più possibilità, se si è ancora in tempo di farcela, fino a rinvigorirsi del tutto, in maniera corrispondente a tutte le sue possibilità vitali.

Il meridionalismo è vera e propria teoria dell’inferiorità del meridione, opera di uomini che dall’interno chiedono aiuto a altri uomini che dall’esterno la offrono. Tutto fa pensar che l’uomo esterno ha instillato e favorito in un certo tipo di meridionali, non in tutti, non nei “briganti” ad esempio, il complesso d’inferiorità.

Probabilmente uomini come Salvemini e Gramsci, ad esempio, non sono mai stati dei meridionalisti, ma l’esatto contrario. E’ il meridionalismo che li ha, impropriamente, reclutati tra le sue fila. Il meridionalismo nasce probabilmente con Saraceno e Morandi, due lombardi che inventarono la teoria dell’aiuto esterno al Mezzogiorno in forma straordinaria, ossia autoritaria, per la semplice ragione che i meridionali non avessero la forza di farcela da soli, che in fondo fossero inferiori. Questa teoria fu accettata volentieri dalle classi dominanti meridionali che evidentemente trovarono in essa una loro convenienza di parte.

Da allora, a dosi sempre più massicce, fu inoculato nel Mezzogiorno un veleno che portò alla dipendenza farmacologica e all’inferiorità. L’effetto lo si vede nello stato pietoso in cui versa l’homo politicus meridionale, il quale, rendendolo capace del misfatto dei rifiuti, è il simbolo della situazione di inferiorità al quale il Mezzogiorno è stato ridotto.

In definitiva è il meridionalismo che ci ha reso inferiori, cosa che prima non era. Si poteva essere meno forti e potenti, ma non inferiori. Il meridionalismo, dunque, è stata l’arma del settentrionale per tenere a bada il potente meridionale, riducendolo all’arte del lamento e dell’impietosire.

Contro e oltre il meridionalismo, arte del buon soccorso, c’è solo l’autodeterminazione, l’indipendenza e l’autosufficienza di un popolo che si basi sul principio dello “aiutati che Dio ti aiuta”, questa è l’unica strada praticabile, ammesso che ci sia, e questo dipende da quanto hanno influito su di noi i 150 anni di subalternità coatta.

Da: “La rotazione di Norfolk e la questione meridionale”, di Giuseppe Corona

Fonte:

http://www.altaterradilavoro.com/il-meridionalismo-linferiorita-del-meridione/

 

 

 

3.18

–  Noi Siciliani abbiamo subito, oltre al dolore, il disonore

di Luigi Maganuco, da quotidianodigela.it

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Parliamo un po’ di filosofia Ciceroniana, il grande oratore romano nelle sue opere “Le Tuscolane“  si cimenta con i grandi filosofi Greci e come nel Simposio di Platone, assume come suo interlocutore un amico carissimo. Il tema che l’autore affronta in una parte del suo testo, riguarda il dolore e il disonore. Fino ad un certo punto della sua dissertazione, il dolore costituisce la parte più drammatica dell’essere umano, perché la sofferenza fisica è insopportabile per l’uomo a qualsiasi titolo viene imposta e assume per tutti il male supremo sia per i poeti che per i filosofi. Lo stesso Ercole, nelle Trachinie di Sofocle, dice: Oh, quante pene indicibili, atroci non soffersi nel corpo, non sostenni con l’anima! Oh,figlio! Mostra a tuo padre che meriti questo nome, non lasciare che prevalga l’amore per tua madre, ora ch’ìo muoio.

Lo stesso Eschilo, secondo la tradizione, oltre che poeta, fu anche seguace di Pitagora, nella sua tragedia Prometeo incatenato, il Titano reagisce al dolore con cui è punito del furto di Lemmo: Così mi ha inchiodato Giove, il figlio di Saturno. Se poni la stessa domanda a Epicuro, lui ti dirà che un dolore da poco è male più grande del peggiore disonore. Per tutti gli altri filosofi poeti, particolarmente gli stoici, ”niente è male se non la vergogna il disonore e il vizio”.

Non esiste male all’infuori dell’immorale. Noi duo Siciliani abbiamo subito oltre al dolore la cosa più grave il disonore e non sazi di tutto, per 160 anni, hanno continuato a calpestare la nostra dignità chiamandoci briganti, terroni, poveri e miserabili, aiutati in questo dai nostri grandi poeti meridionali e italiani. Non possiamo non citare i nostri grandi uomini di cultura, dedicati esclusivamente a fare conoscere e rafforzare le scelleratezze dei piemontesi ignoranti e bovari, che fino al 1860 erano stati ridotti dal Re Sabaudo, Vittorio Emanuele II, ad un popolo di emigranti (più di 1.000.000 di piemontesi si erano spostati nel Sud dell’America in cerca di lavoro). I nostri uomini di cultura si sono sforzati di tramandarci la nostra ignoranza, la nostra incultura e tutto ciò che i nordisti chiedevano per dimostrare la loro grande preparazione industriale e culturale.

Questo grazie a Luigi Capuana, Giovanni Verga, Benedetto Croce, Francesco Crispi, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Luigi Pirandello e oggi il grande Camilleri (Cittadino onorario gelese) che con il suo Commissario Montalbano, cavallo di battaglia della RAI TV, viene a spiegarci in una Sicilia degradata, le grande prodezze di questo Commissario.

Oggi che molte carte sono state scoperchiate dobbiamo solo sostenere che fino al 1860 il Regno delle Due Sicilie con i Re Borbone, era il terzo Regno più importante del mondo, dopo le potenze Britanniche e Francesi e in molti campi venivamo superati solo dai Britannici, vedi la flotta navale civile e militare. Avevamo la minore mortalità infantile d’Europa, le scuole e le università più rinomate dell’Italia, un sistema economico molto solido con il Banco di Sicilia e il Banco di Napoli, con una zecca molto avanzata e una borsa valori di fama Europea. Avremo modo di approfondire che con San Leucio, Mongiana, Pietrarsa e tanti alti posti nel meridione, l’industria era la più affermata dell’Italia e che le eccellenze, nascevano nel meridione per il talento dei meridionali e la cultura dominante nel regno delle Due Sicilie. Non possiamo dimenticarci che eravamo sì un popolo a conduzione feudale come del resto tutta l’Italia del nord, ma con una propensione all’industrializzazione, molto avanzata per il numero di operai, occupati nelle numerose fabbriche più moderne del periodo, prima che i nordisti venissero a colonizzare il meridione, con una guerra non dichiarata. Problemi che ci proponiamo di affrontare nei prossimi articoli, per portare a conoscenza degli scettici o dei convinti mentitori, che il meridione è stato da sempre la culla della civiltà, dai Cartaginesi, dai Fenici, dai Romani e dagli Svevi. Se non avessimo avuto l’intervento militare dei ladri nordisti con una guerra non dichiarata, oggi il popolo meridionale sarebbe il carro trainante dell’economia nazionale. Tutti questi discorsi, non servono per piangerci addosso ma per fare prendere coscienza della realtà storica e sociale del sud.

Questo per evitare che un nordista di qualsiasi regione del nord Italia possa solo dire che siamo stati mantenuti dal popolo del nord e che loro nella qualità di carro trainante fanno sfocio di tutte le eccellenze costruite con i nostri risparmi. I Veneti che con un plebiscito bulgaro fecero parte dell’unificazione del Regno d’Italia, nel 1866, oggi chiedono maggiore autonomia per evitare che i loro risparmi potessero essere spesi al sud. Ma questi sapientoni non si chiedono perché gli aeroporti, gli ospedali, le autostrade, le ferrovie tutte le eccellenze vengono fatte al nord? Sono convinte che se il Dio particolare che adorano, visto che quello dei popoli civili allora denigrato con il saccheggio delle chiese e on l’uccisione dei preti, avesse pensato di chiudere gli occhi e si fosse impegnato solo per loro, facendoli crescere per miracolo? Ma se veramente avessimo rubato i loro guadagni, come si spiega che noi continuiamo ad essere più poveri e loro sempre più ricchi? Ma noi fiduciosi nella divina provvidenza Manzoniana e nel credo religioso, aspettiamo la resurrezione della carne e la resurrezione del nostro popolo. E visto che tutti i mali non vengono per nuocere, ci aspettiamo che quelli subiti, possono nel breve termine essere ricompensati. Il messaggio cristiano che volutamente abbiamo fatto prevalere in questa nostra dissertazione storica, ci auguriamo che possa intenerire i nostri politici, venduti alla massoneria dominante e ai nostri uomini di cultura con un minimo di dignità, di approfondire questo argomento straziante per il popolo Duo Siciliano.

Fonte:

https://www.quotidianodigela.it/noi-siciliani-abbiamo-subito-oltre-al-dolore-il-disonore/

 

2.18

 

Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud ®

Comunicato 2/1/’18:

– Provocazione razzista al San Paolo

 

Gli sparuti sostenitori della squadra di Bergamo presenti alla partita di Coppa Italia a Napoli hanno esposto uno striscione con l’immagine dello pseudo-scienziato sabaudo Cesare Lombroso. Pochi sanno di costui che in piena guerra di resistenza all’invasione tosco-padana  del 1861, ad arte detta brigantaggio,  teorizzò con sofismi vari la propensione al crimine e l’inferiorità delle popolazioni della Bassa Italia. L’odierna Italia ancora espone i crani dei nostri antenati trucidati nel loro sogno d’indipendenza in un normale museo a Torino. Ma la provocazione al San Paolo è stata enorme perché dettata dal più puro razzismo di cui sono notoriamente saturi i settentrionali, dimostrandolo a più riprese nel calcio. Se tutti gli spettatori dello stadio di Fuorigrotta avessero conosciuto la storia non sappiamo come sarebbe finita per i supporter nerazzurri. Intervengano le istituzioni non solo sportive se ancora sono attive anche per i Napolitani, con la stessa solerzia con cui impediscono di entrare alle bandiere identitarie delle Due Sicilie.

Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=8836

 

 

1.18

Su segnalazione di Pompeo De Chiara, che ringraziamo, dai QUADERNI DEL SUD QUADERNI CALABRESI – agosto/dicembre 2009 – 109, divulgato dalla pagina Fb. di “Briganti”, pubblichiamo una lucida analisi di Francesco Tassone.

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{…} Il problema di ricomporre se stessi, assumendo la cittadinanza e la forma che a ciascuno sono date dalla sua identità, è indipendente, è prima degli effetti, li precede. Nel caso nostro gli effetti, le gravi mutilazioni e le deformanti anchilosi che pesano nel corpo e nell'anima dei meridionali, sono effetto, in modo immediatamente visibile, del groviglio Meridione-Italia, messo in piedi con “la conquista regia” e la messa a punto da parte dei suoi strateghi di un mix di eguaglianza formale e squilibrio sostanziale, di unità proclamata e divisione effettiva, assai acconcio al fine di confinare in mugugno disarticolato l'opposizione delle popolazioni alla compressione delle loro potenzialità ed alla utilizzazione del loro paese come spazio coloniale. A tal fine un ruolo particolare viene dato dall'occupante alle classi dirigenti meridionali, ma questa non è che una tappa della “conquista”, così come il loro “trasformismo” non è che la manifestazione politico-culturale del loro organico ruolo di cerniera interna della dipendenza, il prezzo che l'occupante paga al suo agente e che l'agente esige dall'occupante di turno: una clausola di quel “patto nazionale” che consolida l'occupazione militare con l'occupazione politica.
Quel “groviglio”, quell'“imbroglio nazionale” come lo chiama Aldo Servidio, passa attraverso due momenti, di cui quello che ci riguarda in modo diretto e prioritario è la cancellazione della nostra cittadinanza, che in definitiva è veramente il cuore della nostra sconfitta e della nostra sofferenza. A tale cancellazione si lega la nostra contemporanea investitura della cittadinanza italiana. Tu, da questo momento, non sei più il rozzo terrone che eri prima, abbrutito sotto il tallone borbonico, tu sei il figlio redento e benedetto della nuova Italia, per te da secoli attesa e vaticinata. Veniva in tal modo operato dall'occupante, tra le due dimensioni, una connessione – strumentale all'occupazione e opposta a quella della costruzione di un rapporto vitale di scambio nella libertà – in cui l'una cancellava l'altra ed il conquistatore neutralizzava ed inquadrava nei suoi disegni le popolazioni conquistate, rese corpo inerte e perfettamente utilizzabile.
Una nefandezza della quale non si sono ancora manifestate tutte le conseguenze, come appunto è delle nefandezze innestate su un corpo vivo finché non ne vengono rimosse anche le radici. {…}

 

 

 

 

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