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24.17

– DIMISSIONI

Chi in questi ultimi mesi, ma anche in questi ultimi anni ha avuto la bontà di seguire i miei editoriali, i miei interventi sui “social” o anche addirittura di interessarsi al mio modesto contributo editoriale sulla necessità della rinascita della Nazione Duosiciliana, sa che i miei interventi, le mie azioni, i miei intendimenti sono stati volti, e tutt’ora lo sono, al superamento delle divergenze di vedute, al superamento delle diversità – vere o presunte – fra Sicilianisti e Duosiciliani. Superamento che ritengo indispensabile e prodromico ad un vero, pieno e consapevole riscatto del Nostro Popolo. Ancora, superamento indispensabile per combattere quella impari lotta che vede i popoli, tutti i popoli, schiacciati ed umiliati, indifferentemente, dalle vecchie e nuove oligarchie massoniche, lobbistiche e finanziarie che sono le vere registe di quanto sta avvenendo.

In quest’ottica sono giunto, da Duosiciliano, ad aderire ad un Partito indipendentista espressamente sicilianista; a propagandarne le sue azioni e le sue iniziative; ad invitare a votare per quel Partito; a collaborare, per come ho potuto, alla divulgazione delle sue istanze. Devo dire che, nonostante le diversità di vedute, ho trovato un ambiente accogliente che, in certe occasioni, ha voluto riservarmi ampia considerazione e perfino ruoli che, sinceramente, non mi aspettavo mi fossero offerti. Di questo ringrazio tutti coloro che lo hanno consentito.

Come è ovvio che sia, non sono mancate con i leader di quel Partito divergenze di idee sugli aspetti storici della nostra Patria; divergenze di opinione su fatti storici e documentali; divergenze che si sono estrinsecate in dibattiti privati e pubblici, via mail private o via “social”. E tuttavia quelle divergenze sono sempre rimaste confinate entro i limiti del rispetto reciproco e del “bon ton”; hanno contribuito a costituire, in un certo senso, quella “dialettica interna” che rappresenta, al di là di come la si pensi, il cuore pulsante di una qualsiasi congregazione che si prefigga scopi politici e sociali. Dialettica per altro condivisa da non pochi aderenti a quel Partito.

Tuttavia di recente ho dovuto constatare, con amarezza, che tutti gli sforzi compiuti al fine di pervenire al superamento di quei nefasti divisionismi e nazionalismi sono caduti di fatto nel vuoto. Si continua a propugnare, anche sui “social”, una politica divisionista e isolazionista; una politica autoreferenziale e quanto meno indelicata nei confronti delle idee e delle opinioni di chi, a torto, viene ritenuto un avversario, se non addirittura un nemico. Una politica che ipoteca, in negativo, le potenzialità che pure erano proprie di quel Partito. E tutto ciò nonostante i miei ripetuti ed accorati inviti, pubblici e privati, al dialogo ed al compromesso.

Io ho un’altra idea della politica. Una politica che, lungi dal ricercare differenze e divisionismi, si sforzi di ricercare quella solidarietà, quella alleanza e quella “complicità” assolutamente indispensabili per un vero, pieno e completo riscatto del Nostro Popolo. Una politica che, senza rinnegare le proprie singole convinzioni, sia aperta e rispettosa delle opinioni e delle idee altrui; una Politica attenta anche al “modo” di porre le proprie idee evitando di scivolare in cadute di tono e di stile che poco si adatterebbero al ruolo di chi quella Politica vuole portare avanti.

Dopo quasi due anni devo prendere atto, invece, non solo di una diversità profonda di vedute sulle vere prospettive finali che dovrebbero interessarci Tutti, a prescindere dalle diverse e pur legittime diverse opinioni storiche; ma anche di una diversità di fondo nel concetto stesso di “fare politica”; di una indisponibilità di fatto al dialogo. Cosa che, a questo punto inutilmente devo dire, ho cercato in tutti i modi di evitare. E tutto questo si traduce, in definitiva, in una grave carenza di capacità di dialettica e strategia politica nel senso più ampio.

Si comprenderà come, a questo punto, venendo meno quel “savoir fair”, quella diplomazia, quella capacità “politica” che dovrebbe sottendere un qualunque percorso politico comune, il motivo per una mia permanenza in quel Partito diviene di fatto inutile e sterile.

Motivo per il quale, nel ringraziare nuovamente per la considerazione che fino ad oggi mi si era voluta riservare e nell’esprimere a Tutti i componenti di quel Partito i miei migliori auspici per un ampio e pieno successo, rassegno le mie dimissioni.

Sento il dovere, infine, di ringraziare quei Duosiciliani che mi hanno seguito, sorretto e sostenuto in questo tentativo.

Giovanni Maduli, 17.11.2017.

 

 

 

 

23.17

Elezioni Regionali Sicilia 2017:

– QUALE PROFONDA AMAREZZA…

 

Inutile girarci intorno.

Siciliani Liberi, partito che da Duosiciliano ho appoggiato, sostenuto e che ho sollecitato a sostenere per ragioni e motivi che ho evidenziato in altre occasioni, non ce l’ha fatta. Non solo non è riuscito a superare lo sbarramento del 5%, cosa nella quale per la verità, pochi credevano; ma nemmeno a raggiungere un risultato degno di nota; un risultato che, a mio avviso, sarebbe stato tale se solo si fosse raggiunta la soglia del 3%, o anche del 2,5. Non starò qui a cercare eventuali e inesistenti colpe o responsabilità fra gli organizzatori, dei quali pure in qualche modo ho fatto parte, essendo stato membro del Comitato Elettorale. Non ho nulla da rimproverare ai capi del partito ed ai suoi candidati che, anzi, si sono spesi indefessamente, con passione e senza risparmiarsi, senza o con scarsi mezzi e con l’avversione palese dei media, per portare avanti la causa e le ragioni della loro partecipazione a questa competizione elettorale. A loro, come pure ai Duosiciliani che hanno accettato e condiviso il mio invito, va il mio doveroso e sentito ringraziamento.

Quel che adesso mi preme è il dover constatare con amarezza, profonda amarezza…, come i Siciliani, i miei conterranei, non abbiano compreso l’importanza delle istanze che quel partito ancorchè espressamente sicilianista comunque rappresentava; non abbiano compreso come dall’affermazione, seppure limitata, di quel partito avrebbe potuto prendere l’avvio un progetto di riscatto che, direttamente o indirettamente, avrebbe necessariamente coinvolto prima o poi “tutta” la Sicilia o, se preferite, tutte le Due Sicilie. Progetto che, si sappia, non era ipotetico, teorico, fumoso e vago ma, al contrario, preciso, concreto, audace e inedito. Ma ormai…

 Ancora, quel che mi amareggia è il dover constatare come i miei conterranei non abbiano ancora compreso come il farsi governare da fantocci “stranieri”, “nominati” e “benedetti” dai rispettivi partiti nazionali non faranno mai i loro interessi, né gli interessi dei loro figli, né quelli del popolo in generale. Hanno ancora una volta preferito affidarsi allo “straniero” di turno piuttosto che dare credito e fiducia a coloro che, da Siciliani, si offrivano di scendere in campo solo ed esclusivamente nell’interesse del Popolo Siciliano, dei suoi interessi, dei suoi diritti, delle sue aspettative e delle future generazioni. Non posso capacitarmi di come sia possibile preferire affidarsi ad amministratori alcuni dei quali sotto processo quando non addirittura condannati; quando appunto “impresentabili”, come qualcuno li ha definiti. Non posso comprendere come si possa votare per chi non fa altro che gridare – perché negli stadi lo fa ancora – “Forza Etna e forza Vesuvio”. Per “paura” dei 5Stelle alcuni (molti?) hanno votato Musumeci; per “paura” della “destra” alcuni (molti?) hanno votato per i pentastellati. Ironia della sorte, adesso perfino la Lega entrerà all’Assemblea Regionale Siciliana per governarci. Complimenti! Abbiamo dato uno splendido esempio di dignità, astuzia e lungimiranza!

E tuttavia quello che, se possibile, mi amareggia ancora di più è altro.

E’ il dover rilevare come ancora non si sia compreso come quei partiti nazionali che hanno deciso “chi” doveva o poteva governare in Sicilia, sono e saranno succubi dei diktat di quelle oligarchie mondialiste massoniche, finanziarie, bancarie, lobbistiche, industriali, alimentari, farmaceutiche etc. che ormai da molti anni tengono sotto scacco tutti i governi di tutte le nazioni europee attraverso quegli infami trattati internazionali che ci sono stati subdolamente imposti e, ancor più, attraverso ulteriori “cappi” quali il Ceta, il TTIP, etc.. Trattati e “cappi” che, come noto, sono le vere cause della perdita dei nostri diritti, delle nostre aspettative, del nostro futuro e di quello delle generazioni a venire. Dopo le imminenti e inutili elezioni nazionali ci aspettano quindi altri cinque anni di “sangue, sofferenze e lacrime”. Cinque anni nel corso dei quali continueremo a perdere diritti, capacità di spesa, capacità e possibilità di pensare e progettare un futuro meno oscuro e fosco; e poi altri 5 e poi ancora e ancora…

E pensare che già oggi un terzo delle famiglie italiche non è in grado di affrontare normali spese per le proprie cure sanitarie.

Ma tant’è.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedere: “Che fare allora?”

Non lo so; non me lo si chieda.

Quello che so è che finchè non si comprenderà che non si potrà essere veramente liberi se non ci si libererà dai diktat cui ho appena accennato e da quei partiti che di quei diktat sono, consapevolmente o inconsapevolmente poco importa, portatori; se non ci si libererà dall’imposizione di una Europa voluta dalle oligarchie finanziarie e non dai popoli; se non si comprenderà che l’unica via verso la vera Libertà non può prescindere da una sovranità economica prima ancora che politica; se non si abbandoneranno inutili, fuorvianti e dannose derive nazionaliste e se non si comincerà a pensare “più in grande”; se non si comprenderà che prima viene l’uomo e poi l’economia, non potremo sperare in nulla, non potremo progettare nulla, non potremo pianificare nulla, non potremo “fare” nulla. Nemmeno le modalità della nostra estinzione, fisica e culturale.

L’ho scritto già qualche anno fa e lo riaffermo adesso: “Dipenderà solo da noi il riaffermare la sovranità dei nostri diritti e delle nostre scelte e, soprattutto, il diritto alla nostra stessa vita messo criminalmente in discussione dalle dispotiche, scellerate e colpevoli scelte operate ad esempio in Campania, in Basilicata, in Sicilia, ma non solo. Dipenderà solo da noi fare in modo che questa terra non diventi una landa desolata, una discarica di rifiuti tossici e nucleari; una terra della quale la grandezza culturale resterà solo un vago ricordo; una terra dalla quale sarà possibile solo fuggire. E se non agiremo, se non prenderemo in mano i destini di questa nostra antica terra, esiliando quanti l’hanno distrutta e continuano a distruggerla, le future generazioni avranno tutto il diritto di pensare alla nostra generazione come ad una generazione e ad un popolo di codardi e vigliacchi; un popolo che era inevitabile si estinguesse”.

Ecco, quando comprenderemo e faremo veramente e profondamente nostre queste, in fin dei conti banali, considerazioni, allora potremo cominciare a pensare al nostro futuro in termini di vero riscatto, in termini di vero progresso, in termini di vera civiltà. Fino ad allora non ci resta altro che riaffermare, con tenacia e pazienza, le nostre verità, le nostre istanze, le nostre aspirazioni, le nostre visioni.

Anche se con tanta, profonda amarezza di fondo.

Quindi, per favore, non mi si parli di “macroregioni”, di “confederazioni”, di “multiregionalismi” e simili: la nostra vera patria, le Due Sicilie, non ne ha bisogno. Per quanto mi riguarda, così per come già molti anni fa il grande e mai abbastanza compianto Nicola Zitara ci aveva avvertito, non può esserci vera alternativa, vero riscatto, vero progresso, senza indipendenza.

Al resto, scusate, non sono interessato.

Giovanni Maduli

7.11.2017

 

 

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22.17

– VOGLIA DI FEDERALISMO…

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

24.10.’17

 

Quella sorta di referendum svoltosi domenica nell’alta Italia è teso a dimostrare la voglia di federalismo dei residenti. Già abbiamo più volte affrontato il delicato tema sul sito del P2S :

FEDERALISMO, ULTIMO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE DEL SUD

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=1419

SECESSIONE E FEDERALISMO

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=1413

ANCORA PRO E CONTRO IL FEDERALISMO

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=1397

PRO E CONTRO IL FEDERALISMO

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=1395

DALLE NUOVE REGIONI E DAL FEDERALISMO UN’OPPORTUNITA’ UNICA PER IL RISCATTO DEL SUD

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=1386 .

Adesso è il tempo di riassumere i concetti per evitare malintesi e ridimensionare tromboni e sciacalli dell’ultimo momento.

L’Italia nacque antifederalista semplicemente perché era a due velocità economiche. Soltanto accentrando tutti i poteri era possibile imporre con il famoso ‘duopesismo’ la smobilitazione dell’apparato produttivo di primissimo livello delle province meridionali, il drenaggio della ricchezza ingente delle sue popolazioni, la nomina stabile di pubblici funzionari alloctoni o asserviti per rifinire la catastrofe generale insita nell’impossibile unificazione italiana. Qualche illuso, come don Sturzo, di fronte allo scempio socio-economico delle terre del Sud propose proprio il federalismo perché negli anni in cui ne discuteva, cioè i primi del Novecento, ancora la ricchezza delle regioni meridionali era superiore a quelle settentrionali nonostante quasi mezzo secolo di palesi angherie di ogni genere. Con il federalismo sarebbero venuti meno i pilastri della politica italiana, sopra citati, con potenziale inversione  del trend socio-economico. In particolare il gettito fiscale cospicuo proveniente dal Sud, avrebbe di meno giovato alle aree del Nord. Si sa infatti che nell’amministrazione accentrata le risorse si accumulano dalle varie parti economicamente diversificate, per essere poi ripartite in quelle meno sviluppate. In altre parole dal meridione andavano i soldi a sollevare il settentrione. Il residuo fiscale (neologismo che indica in una località il totale tributi meno l’ammontare dei servizi dallo stato)  era allora evidentissimo tra nord e sud in maniera diametralmente opposta a quanto ostentato da tutti i media ai nostri giorni. Ma gli illusi erano solo ignoranti in buona fede e non ottennero mai risposte dal governo, inflessibile nel perseguire i suoi fini per spostare definitivamente la grossa questione economica da Nord a Sud.

E’ dovuto passare più di un secolo dal nefasto 1861 per avere un quadro dell’Italia finalmente fedele ai piani diabolici dei suoi fondatori. Il cosiddetto Mezzogiorno partecipava ben poco al P.I.L. nazionale. Grazie a tre armi fondamentali che ne tutelavano l’azione: fattore fiscale, fattore creditizio, fattore criminalità organizzata. Qualsiasi imprenditore meridionale potrà avallare quest’analisi. Se pure vi fossero eccezioni, sarebbero nicchie di mercato poco sensibili, momentanee  e a rischio costante, come il settore in cui operano.

La situazione era quindi propizia per rilanciare il tema federalistico. La maggioranza che ignora la storia, anche fortemente contemporanea, cadde nella trappola temporale senza fare raffronti con il passato di questo disgraziato paese. Con il trionfo della politica anti-meridionale di tutti indistintamente i governi tricolorati finalmente affluivano allo stato centrale risorse da ogni dove (ovviamente maggiori dalle aree più ricche) ed erano distribuite in servizi ovunque, anche se in maniera certamente sperequata (basti pensare alla famigerata Cassa per il Mezzogiorno che erogava mezzi straordinari inferiori a quelli che sarebbero spettati ordinariamente). Il residuo fiscale chiaramente era tutto positivo a favore delle regioni centro-settentrionali. Solo con il federalismo era possibile eludere il percorso della ricchezza dai luoghi di origine al centro e poi nei luoghi di assegnazione. La ricchezza rimaneva in tal modo dove era stata prodotta per essere trasformata in  adeguati servizi locali.  Di conseguenza si determinava un tracollo nelle regioni meno abbienti per la pochezza delle risorse disponibili. I correttivi statali, pur prospettati, non erano capaci di cambiare sostanzialmente la situazione.

Il federalismo oggi è già in atto largamente da quando i trasferimenti agli enti locali sono stati drasticamente ridotti o annullati in base a quella sperequazione di cui si diceva innanzi. Oggi si vuole soltanto chiudere il cerchio lasciando, come disse il nostro buon re Francesco, ai Napolitani e ai Siciliani solo gli occhi per piangere.

In conclusione alla tabella che gira sui giornali sul residuo fiscale per supportare i diritti del Nord andrebbe affiancata quella relativa ai primi anni della malaunità quando al maggior reddito pro-capite dei meridionali rispondevano servizi risibili nei confronti di quelli profusi altrove. Le regioni settentrionali quindi tutte in negativo e quelle meridionali in positivo! Non è necessario effettuare una ricerca minuziosa e laboriosa perché ormai è notorio il nostro status economico quando ci sono scesi a liberare proprio di questo i barbari tosco-padani. Ciò per smentire falsità che i media ci presentano come verità, per dare voce a chi si sente in quest’Italia perduto, per ribadire l’unico concetto che vale e che ci differenzia dai tiepidi meridionalisti che ambiscono a fare i capipopolo per confonderlo e dividerlo sempre di più: NON CI RESTA CHE…L’INDIPENDENZA!

Lo stato italiano infatti è sordo dal giorno in cui è sorto 17 marzo 1861 e nessun grido di dolore (effettivo…) gli farà mai cambiare strategia. Chiacchiere quante ne leggete ma provvedimenti relativi e risolutivi nemmeno l’ombra. Neppure basta il Comprasud che escogitammo oltre un quarto di secolo fa perché la massa segue pedissequamente i mass media e nessuna campagna di mercato può in questa maniera incidere veramente. La diffusione della verità storica è cresciuta assai rispetto ad allora e qualche risultato lo si sta ottenendo. Però non dimentichiamo che la Terra dei Fuochi è una micidiale campagna lanciata contro l’agricoltura meridionale a cui ha causato molti più danni che non al terreno avvelenato. Essa è stata una reazione del potere proprio al Comprasud diffuso per i nostri prodotti agricoli, soprattutto a chilometro zero.

Ogni tappa del risveglio identitario degli odierni abitanti degli ex territori delle Due Sicilie ottiene una congrua risposta dal potere che non intende disfarsi della sua colonia vitale, temendo la sua rinascita che evoca il suo passato di inciviltà e sottosviluppo.

Se ci liberiamo dalle utopie del riformismo italiano (Comprasud, Giornata della Memoria, Inventiva dei giovani disoccupati, Meraviglie dell’Autonomismo) vedremo finalmente la strada nostra nel futuro. Si sta aprendo qualche dialogo istituzionale proprie su questi temi ma è un altro inganno per far sognare gli ingenui. Potete anche chiudere gli occhi e camminare sull’arcobaleno utopico del nostro riscatto,  passo dopo passo, un poco alla volta, convincendo i colonialisti a cedere potere. Poi vi ridesterete più gabbati che mai e i capipopolo si dilegueranno come nebbia al sole. Questa voglia di federalismo è brama di turlupinare ancora una volta il Sud suscitando speranze e leader da strapazzo.

E’ storicamente inutile da parte dello schiavo dialogare con il padrone per allentare le catene. Esse vanno solo spezzate come diceva il grande Angelo Manna.  NON CI RESTA CHE…L’INDIPENDENZA! Ma non sarà di modello catalano o scozzese perché non passerà per le mani degli avidi finanzieri che imperano in Italia e in Europa.

 

La seguente tabella è stata elaborata sulla base di quella odierna sul Residuo Fiscale delle regioni italiane estrapolando i dati del 1861 da varie ricerche combinate assieme.

Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=8583

 

 

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21.17

– VECCHIE CONSIDERAZIONI – INUTILI – SU MINIMO COMUNE MULTIPLO E MASSIMO COMUNE DIVISORE…

di Fabio Grassi, da Facebook.com

N.B.: Unico aggettivo che non condividiamo del seguente articolo è quel… “inutili”  (ancorchè probabilmente ironico) del titolo.

A nostro parere le considerazioni contenute nel testo che pubblichiamo non sono affatto “inutili”: servono a ribadire, costantemente, ciò che tanti non vogliono comprendere.

Per capire il veleno del nazionalismo, dobbiamo capire quanto a lui dobbiamo dell'essere Italiani, nel senso politco, intendo. Il più Italiano degli scrittori, il geniale Manzoni ci spiega il sogno e la menzogna del nazionalismo, dell'autonomia fino alla separazione con una poesia, Marzo 1821:
"Una gente che libera tutta

Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor."
Cosa c'entra il vecchio poeta unitario con noi? C'entra perchè inseguiamo miti e sogni che si specchiano esattamente nelle sue parole.
Per sintetizzare le posizioni…
Napoletanisti: tutto si chiama Napoli, il napolitano è lingua unica parlata dal liri allo stretto e a S. Maria di Leuca, noi qui in continente siamo tutti Napolitani, giammai siciliani sia storicamente, vedi Caltabellotta, sia etnicamente… e non è vero. Ci si inventa addirittura un regno di Napoli, che non smise mai di chiamarsi di Sicilia, avendo i suoi re la pretesa di farsi dire Maestà Siciliana e di monetare con tale titolo.
Sicilianisti isolani e isolazionisti: Dio ha creato coscientemente la Sicilia e si è distratto sul resto, esiste un unico siciliano sia pure dibattuto tra il dire “arancine” o “arancini”, una sola razza siciliana e via discorrendo, e anche questi si inventano il regno di Napoli, discepoli di mire straniere con cui solleticare fanatismi nazionali … l'invenzione storica del Regno di Napoli, è stato ancora un ingrediente di rovina per tutti.
Non me ne vogliano gli uni e gli altri: non è solo per canzonarli, perchè, sia pure da me estremizzate e banalizzate, e ironicamente descritte, le due tesi contengono elementi di assoluta verità.
Il punto è che sta nascendo, di fianco a quello vetero Siciliano, un nuovo nazionalismo Napolitano e come tutti i nazionalismi, quando cita la storia la distorce per una tesi, se no la si inventa …
Ma ora, ferma restando ogni vera differenza e non discutendo sulle meno vere, dobbiamo trovare un minimo comune denominatore per quello che sentiamo tutti come necessario.
E come?
Abbandonando un sentimento nazionalista, che non ci appartenne in sette secoli di esistenza. Non ci serve, è il motivo della nostra inferiorità perché ogni nazionalismo nega la differenza per esaltare l'uniformità e schiacciare ciò che non è uniforme e assimilabile: esso è la faccia apparentemente nobile del colonialismo.
Siamo fortunati: il massimo divisore comune è esattamente uguale al minimo comune multiplo.
Cari neoborbonici, veteroborbonici, legittimisti di trono e altare, proletaristi meridionali, repubblicani meridionalisti, nazionalisti napoletani, sicilianisti, duosiciliani, monosiciliani e costellazioni e galassie varie: tutti si vive tra le macerie e la desolazione. Abbiamo un dato: viviamo tra macerie.
Il futuro ci dividerà, come spesso ci divide la riflessione sul passato, sovente operata cercando conferme in qualche libro che quanto già pensiamo sia vero, o leggendo i titoli e saltando i contenuti. Cioè non studiando, ma confermando tesi aprioristiche.
Non importa.
Il tempo della divisione non è ora, magari verrà domani. Oggi?
Oggi dobbiamo trovare la forza di parlarci e di trovare la via comune e non è che possiamo filtrare moscerini ingoiando cammelli: abbiamo un solo presente e con noi i Sardi, abitanti di un isola ricchissima ridotta allo stremo prima di noi e peggio di noi.
Un solo presente comporta un'unica azione: un'unica autonomia per tutti noi citra e ultra faro, per Napoli e Palermo, un'unica via per sederci con una voce sola e rivendicare dignità e rispetto, perché insieme, e solo insieme, oggi, non importa quanto diversi e quanto separati domani, siamo forti, siamo grandi, siamo Stato. Stato e non fummo stati…. e ANCHE OGGI HO FARNETICATO.

Fonte:

https://www.facebook.com/groups/351714309468/permalink/10155660114859469/

 

 

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20.17

Siciliani di tutto il mondo: Unitevi !!!

 

Il 5 novembre i Siciliani saranno chiamati al voto per il rinnovo delle cariche elettive della Regione Siciliana.

E’ un evento importante: molto importante.

Non per niente le elezioni regionali siciliane sono sempre seguite con apprensione dai partiti italiani. E’ notorio infatti come le scelte politiche siciliane abbiano molto spesso anticipato quelle delle successive elezioni nazionali. E volendo gettare un veloce sguardo alla storia della Sicilia, anche in tempi lontani la Sicilia ha spesso determinato e a volte guidato stravolgimenti che hanno avuto conseguenze per tutto il territorio italico, a cominciare dai “Vespri Siciliani”, che fu fenomeno che non riguardò soltanto la Sicilia, come alcuni pensano, ma che ebbe ripercussioni anche sul resto del territorio, in particolare quello meridionale; si pensi ad esempio all’influenza che tale fenomeno ebbe  nella disputa fra Guelfi e Ghibellini o all’influenza che quella rivolta ebbe perfino nell’evoluzione delle vicende dell’Impero Bizantino. Si presenta quindi un’occasione non solo da non sottovalutare ma che, al contrario, va vista ed inquadrata nell’ambito di una situazione nazionale ed internazionale che ormai, come è ormai noto ai più, non lascia scampo ai Popoli, alle varie realtà territoriali, ed in particolare alle fasce più deboli. I cittadini non contano più nulla: il potere è ormai saldamente tenuto da parassitarie forze lobbistiche, finanziarie, affaristiche e massoniche che a tutto sono interessate fuorché all’interesse del singolo cittadino e della sua famiglia.  Forze parassitarie alle quali, è bene ribadirlo per l’ennesima volta, i partiti tradizionali e perfino le istituzioni sono supinamente assoggettati. E’ tempo quindi di quel risveglio che, ormai da 157 anni, riconosciamo come necessario ed ineludibile. Pena la nostra estinzione fisica, oltre che umana e culturale.

E’ evidente che tale risveglio non può prescindere dall’abbandono, chiaro e determinato, del sostegno ai partiti cosiddetti tradizionali; ad essi infatti, oltre che a precise cariche istituzionali, va addebitata la responsabilità di quanto è avvenuto e di quanto sta avvenendo in tutti i campi: da quello umano a quello sociale; da quello della perdita dei diritti all’affermazione coercitiva di nuovi sedicenti “diritti”; dalla distruzione dei servizi pubblici (sanità, scuola, servizi) alla distruzione di quel senso di solidarietà e di compartecipazione che da secoli distingue il nostro modo di essere e di concepire i rapporti umani e sociali. Non di rado mi ritrovo a scrivere, e lo riaffermo, che si sta distruggendo la nostra stessa filosofia di vita; filosofia che nulla ha a che vedere con quella arrivista, competitiva, egocentrica, spietata e disumanizzante che il mondo anglosassone cerca di imporci già da molti decenni.

Siamo in un momento in cui, mettendo da parte stupidi ed inutili divisionismi che tanto hanno giovato e giovano al famoso “Divide et impera”, è possibile pensare ad una comunione di intenti che veda riaffermata, finalmente, la supremazia dell’uomo sulla speculazione economica; la supremazia dell’essere su quella dell’apparire. E per far ciò è necessario smettere di pensare in termini isolazionistici, partitistici, ideologici e divisionisti; termini che quasi sempre discendono da determinazioni e progetti precisi che miravano e mirano proprio alla distruzione dei popoli e delle loro basi umane e sociali.

Come ho scritto nell’articolo con il quale pochi mesi fa invitavo tutti i Siciliani, Ultra e Citra Faro, ad accostarsi a Siciliani Liberi, sono e siamo consapevoli delle differenti considerazioni storiche che Sicilianisti e Duosiciliani abbiamo in relazione alle passate vicende storiche ma, come ho allora scritto e oggi ribadisco, non è il momento di parlare di Storia anzi, è il momento, per una volta, di metterla proprio da parte. La Storia è Storia e, chi vuole, potrà approfondirla e verificare quante falsità e quanti inganni sono stati messi in atto proprio nell’intento di manipolarci e dividerci.

Quello che deve interessarci è il presente e il futuro; presente e futuro, ma anche passato, che ci vedono tutti legati da eguali atroci e tragiche violenze, eguali angherie, eguali sopraffazioni, eguali disgrazie, eguali raggiri. Presente e futuro che, caratterizzati dalla pianificata distruzione dei nostri popoli e delle sue radici, non possono indicarci, nelle condizioni politiche attuali, alcuna strada verso i doverosi riscatti, sociale, umano, economico e politico che ci spettano in quanto, e sol perché, esseri umani.

Già in passato, in occasione delle recenti consultazioni elettorali per le amministrative del capoluogo siciliano, avevo invitato tutti i Siciliani, Citra e Ultra Faro, a sostenere le candidature di Siciliani Liberi. La risposta c’è stata e, mi consta personalmente, molti Duosiciliani palermitani hanno raccolto l’invito contribuendo al successo della proposta di quel partito; perché di successo si può parlare visto che in poco più di un anno Siciliani Liberi è riuscito a raccogliere intorno a sè circa l’1,8 % dell’elettorato votante, e cioè quasi 5.000 palermitani. Adesso sono a rinnovare quell’invito per un evento che questa volta potrebbe davvero dare l’avvio a quel risveglio che la Sicilia e tutto il Sud da troppi anni attendono. Ecco perché rinnovo con maggior forza e convinzione quell’invito. Invito che spero sia fatto proprio anche dai quei Siciliani Citra Faro che da un successo di Siciliani Liberi non potrebbero che ricavare giovamento, in quanto il risveglio della Sicilia Ultra Faro non potrà che essere propedeutico al risveglio di tutto il Sud. Camminiamo dunque insieme; se poi ci sarà da litigare (ma spero di no) litigheremo; ma al momento uniamoci tutti, i Siciliani, in difesa della nostra cultura, della nostra identità, del nostro modo di vivere e concepire l’uomo e le sue relazioni sociali. Certo i Siciliani Citra Faro non possono materialmente partecipare al voto, ma possono scrivere, telefonare, mandare sms, o messaggi via “social”.

Facciamolo. Ne va dell’interesse delle Sicilie.

Giovanni Maduli, 22.10.2017

 

19.17

 

– SE QUESTA E' DEMOCRAZIA: Cosa accade quando…

di La Verità ci rende Liberi, da Facebook.com

VIDEO

https://www.facebook.com/121083388058285/videos/848307172002566/

 

 

18.17

– Guerra perenne e Manipolazione di massa nel Sud. Ecco le 10 costanti che si perpetuano ciclicamente dal 1861 ad oggi.

di Giovanni Greco, da belsalento.altervista.org

Fecero il deserto e lo chiamarono pace” (Tacito)

Sin dal 1861 nel Sud c’è in atto una manipolazione di massa permanente, che è funzionale ad alimentare una sorta di guerra quotidiana. Nel 1861 ci fu l’invasione del Meridione, cui fecero seguito emigrazione, la distruzione delle ricchezze del Sud, le deportazioni a Fenestrelle … Da allora si è impiantata una evoluzione di quella conquista iniziale; una manipolazione di massa permanente ed una guerra invisibile quindi, che si perpetua ciclicamente e che prosegue da ben oltre 150 anni. Ma chi crea e alimenta ancora oggi questa guerra? E contro chi vien fatta? O contro cosa? Tutte domande comprensibilissime, ma siamo nell’ambito di una guerra non canonica, nella quale non c’è più un nemico tangibile; si tratta di una lotta all’invisibile, ai preconcetti, e tramite essa si sono combattute le idee più che le persone. In realtà anche se nessuno ha mai visto un nemico da combattere, comunque da quel 1861 e di decennio in decennio perdura un continuo stato d’allarme per qualcosa di impalpabile eppure persistente. Una sorta di ansia indotta, funzionale a motivare il desiderio di liberarsi da questo strano nemico, se pur invisibile … Mah. In altre parole è solo uno degli effetti raggiunti del falso mito di libertà già sbandierata e imposta sin dall’Unità d’Italia.

La realtà è che dal 1861 ad oggi è bastato motivare ciclicamente il popolo meridionale con una qualsivoglia paura per ottenere che ciclicamente sarà lo stesso popolo meridionale a chiedere che gli venga tolto un diritto o la stessa terra … un metodo consolidato per giustificare il continuo aiuto al Sud. Certo, per farlo “crescere” (?)

Ecco in cosa consiste la manipolazione di questa sorta di guerra quotidiana o meglio, perenne; che, guarda caso, è sempre interna al Meridione. Eppure di questa guerra però, nessuno se ne accorge. Come mai?

Pare che il motivo sia implicito nello stesso meccanismo per cui persiste questa strana guerra eterna. Più che altro sembra si tratti di un metodo consolidato; e giacchè ciò che fa sistema vuol dire che è, e che è stato redditizio, può essere che siamo sulla strada giusta.

La prima guerra del Meridione (e la prima manipolazione di massa del Meridione) fu nel 1861; partì senza nessuna dichiarazione, ma con un’adeguatissimo strumento di propaganda. Tant’è che sin da subito i poteri forti di quei tempi propinarono in Europa e nello stesso Sud, l’idea che i cattivi erano i Borbone, la dinastia più longeva e pacifica dell’intero continente europeo e regnante da ben 8 secoli.

Si riuscì a manipolare l’opinione pubblica dicendo che era “necessario” liberare il Meridione dal presunto despotismo e dalla presunta arretratezza della dinastia del regno delle Due Sicilie. E si convensero tutti che liberando il Sud dai Borbone (dipinti come oppressori) si poteva dare lavoro, libertà, progresso al Meridione. Però però però … i documenti desecretati e le ultimissime ricerche di valenti studiosi del “Risorgimento”, hanno smentito definitivamente quelle presunzioni e quelle falsità che nei decenni a venire sono passate come “storia” e quindi sono finite nelle scuole. La storia si sa, la scrivono i vincitori; e Il vincitore cerca sempre di denigrare il vinto, con tutti i mezzi leciti e illeciti possibili. Le nostre ricerche rivelano invece l’opposto di ciò che venne porpagandato per denigrare il periodo borbonico. Era un regno florido e all’avanguardia. Ma a quei tempi si voleva creare un’Italia Unita sotto la casa Savoia; che era anche poverissima sino alla data del 1861. Quindi con la falsa necessità di liberare il Meridione dai Borbone (che furono definiti oppressori), in molti applaudirono Garibaldi, Cavour, Mazzini e i Savoia. La storiografia ufficiale ha poi continuato per oltre 150 anni con questa distorzione e manipolazione della realtà. Una manipolazione ben riuscita in pratica! (Poverinoi).
La
propaganda anti-borbonica. Una spietata, costante, martellante campagna del fango su un regno, quello borbonico, che macinava primati, ricchezza, e innovazione, molto oltre ciò che i sabaudi avrebbero mai sperato di poter ottenere un giorno con le proprie forze. Un esempio di denigrazione internazionale valga per tutti: la storia delle carceri borboniche.
Cfr : https://www.vocedinapoli.it/2017/04/20/regno-napoli-la-germania-la-guerra-lunita-ditalia-colpi-bond/
Ma se inizialmente fu propagandato che i cattivi erano i Borbone
(guarda caso regnanti interni al Meridione), da quel 1861 in poi sono stati individuati nuovamente altri cattivi. Sempre internamente allo stesso Meridione; solo che di volta in volta e sino ad oggi, hanno assunto nomi diversi. E quali sono questi nuovi nemici contro i quali intervenire per salvare il Sud? Sono vari: si passa da “questione meridionale” e “mafia” a “inerzia” a “xylella”. Certo ad esempio la mafia è reale … ma allora com’è che se c’è una soluzione puntualmente accade che il problema si triplica? Ecco che dopo oltre 150 anni possiamo determinare che c’è un Sud in guerra perenne. Ma è sempre stata una guerra alle idee o ai preconcetti. Altri esempi : dal 1861 sino alla metà del 1900 si diceva che il tiranno oppressore era “la “questione meridionale” e “la mafia”. E la soluzione che si individuò fu cementificare per debellare questo tiranno locale e per dare lavoro, libertà, progresso. Poi sino alla fine del 1900 il tiranno era diventato “l’arretratezza, l’inerzia, il lassismo”. E per debellare questa … come definirla? autocommiserazione tirannica locale? Continuarono a cementificare per dare lavoro, libertà, progresso. Infine nell’era contemporanea degli anni 2000 il tiranno da distruggere è diventato un insetto : “la xylella”; oppure è la mancanza di energia. Che strano! Parlano di xylella, ma omettono di accennare del Codiro e dell’abnorme uso di tonnellate e tonnellate di pesticidi, moschicidi, lombricidi e erbicidi seccatutto che sono stati sversati per cinquanta anni nel Salento provocando l’inaridimento dei terreni. Nel caso della xylella la soluzione che viene proposta è l’eradicazione. E riproveranno a cementificare forse? Ma perchè no! Ovviamente per debellare queste cattive oppressioni tiranniche locali (sempre interne, dicono!) … e per dare il solito lavoro, libertà, progresso …

Interessante anche dare un quadro della real politik che attraversa indelebile questi oltre 150 anni di sfruttamento e di manipolazione del meridione. Chi sono questi manipolatori? Una casta? Una elite senza nome? I rettiliani? Beh intanto parlando di 1861 dobbiamo indirizzare lo sguardo alla Londra di quei tempi, alle società bancarie che finanziarono l’invasione e i liberali anti borbonici, il perdurare dei loro interessi economici nella “colonia” Sud, i giornali (sig), poi nel corso dei decenni arriviamo agli industriali legati al potere e servi dei poteri che si sono via via riaffermati, ossia le varie classi politiche da destra, al centro, alla sinistra che hanno speculato i loro malaffari nel Sud, quindi con le associazioni a loro collegate … il tutto per sfruttare le genti, l’agricoltura e il futuro salentino e pugliese. Oggi lo vediamo con coloro che sono favorevoli alle eradicazioni degli ulivi nel Salento; dopo che per quasi cinquanta anni il Salento, di tutta Italia, è stato il miglior venditore di fitofarmaci Roundup della ditta Monsanto, ditta guarda caso discendente di quei finanziatori dell’invasione dei Savoia nel Sud nel 1861. Tutto torna … E’ liberismo e neoliberismo dipanato in oltre 150 anni.

Personalmente ho individuato 10 costanti che si perpetuano ciclicamente nel tempo dal 1861 ad oggi

Il meccanismo con cui si sviluppa questa guerra quotidiana La prima costante è nel meccanismo con cui si sviluppa questa guerra quotidiana. Esso è sempre uguale a se stesso; ed è divenuto sistemico; un sistema di coercizione in base al quale (dal 1861 ad oggi) : deve sempre sembrare che il Meridione debba essere liberato da qualche tiranno o da qualche oppressione. Tiranno ed oppressione che, ovviamente, devono risultare essere sempre interni al Meridione.

2- Il problema deve essere sempre interno al meridione La seconda costante infatti, è che questi “problemi” (?) sono sempre puntualmente imputati al territorio meridionale, ossia sono sempre interni al Meridione, quasi si voglia supporre siano connaturati con il dna di questi luoghi.

3 – Una guerra psicologica La terza costante è che dopo oltre 150 anni di guerra quotidiana, i principali caduti in battaglia di questa guerra invisibile (e all’invisibile) sono state le nostre idee, la nostra memoria, la nostra cultura, la nostra coscienza. Si sono combattute le idee; in una maniera sottile e nascosta, manipolando le menti, elargendo falsità, plasmando la società. Si tratta di una guerra psicologica che vuole combattere l’idealizzazione di un sempre nuovo fantomatico cattivone interno al Sud.

4 – Una guerra ciclica La quarta costante è la sopra menzionata guerra ciclica e permanente nel Sud appunto, che corrisponde ad una paura indotta. Ossia in un arco di tempo che va dal 1861 ad oggi, ciclicamente sono stati propinati sempre nuovi oppressori del Meridione che, ripeto, sono individuati sempre internamente al Meridione. E questi oppressori vengono fatti percepire come mali che attentano al benessere del Sud. Si induce quindi la massa a individuare sempre un nuovo nemico (ripeto ancora, interno al Sud) al quale portare guerra. Si attua così una sorta di guerra psicologica (e ciclica) al male di turno: una guerra perenne, appunto per eliminare ogni fantomatico oppressore, che non ha mai un volto, ma che è idealizzato in un sempre nuovo malessere interno al Sud. E chi è che fa questa guerra? E contro chi? E’ una guerra di tutti contro nessuno; o meglio è contro le paure, contro il nulla, contro l’armonia. Intanto in questo modo (lentamente) si plasma la società, e lentamente si fa accettare alla gente ogni cambiamento. Cosa che non sarebbe possibile se questi cambiamenti fossero attuati dall’oggi al domani.

5 – Benefici economici La quinta costante è che ciclicamente questo sistema ha portato dei benefici economici ma solo in determinate tasche e con scarsissime ricadute positive sul territorio meridionale. Effettivamente ciò che fa sistema vuol dire che è, e che è stato redditizio. Ma mai per il Sud. Si pensi all’Ilva o a Cerano.

6 – Manipolazione di massa permanente La sesta costante è racchiusa in una coercizione (manipolazione di massa permanente) ben espressa da David Icke, che propone il concetto di : PROBLEMAREAZIONESOLUZIONE. Questa tecnica di manipolazione di massa serve ad evitare opposizione a quello che è l’obiettivo dei “manipolatori”, e addirittura riesce a condizionare la gente per far in modo che sia la gente stessa a richiedere sia raggiunto l’obiettivo che i “manipolatori” volevano ottenere sin dall’inizio. Questa costante perdura dal 1861 e ha attraversato indenne tutte le ere politiche sino ad oggi, anche se di volta in volta ha cambiato nome. Funziona così : si crea un problema e si utilizzano i mass media per manipolare l’opinione pubblica in relazione al problema che si è creato, aspettando la reazione del popolo; il quale chiederà che venga fatto qualcosa per risolvere il problema. A quel punto coloro che hanno avallato il problema, useranno di nuovo i mass media o i governi per offrire la loro soluzione. In questo modo (subdolo) si è manipolata la popolazione meridionale e si è fatto richiedere dallo stesso popolo ciò che si voleva. Viene cioè creata una reazione da parte del popolo, il quale richiederà una immediata protezione – Provo a ripetere il concetto – Diciamo che si voglia raggiungere un obiettivo che il popolo non accetterebbe dall’oggi al domani. Pertanto si procede per piccoli passi, in modo da far accettare gradualmente la soluzione che verrà proposta. Ipotizziamo che si voglia impiantare una qualche industria (o cancellare qualche vecchio monopolio industriale) : qualcuno inventerà un problema (distaccato dalla realtà) tipo “la questione meridionale”, “l’inerzia”, “la xylella”, avallando teorie lombrosiane per dar valore alla tesi del problema proposto. Viene quindi attivata una ferrea campagna mediatica per convincere l’opinione pubblica che il territorio è arretrato per colpa di “questione meridionale”, “inerzia” o “xylella”. Cioè si vuol far intendere che ad esempio si possa risolvere la mancanza di lavoro nel Sud, debellando il (falso) problema della questione meridionale, dell’inerzia, della xylella … e così via. Attorno a questi falsi problemi si riesce a scatenare panico e quindi una forte REAZIONE della gente, al punto da far pensare a tutti che per risolvere il problema che è stato avallato bisogna trovare una soluzione; la quale sarà esattamente quella che i “manipolatori” si erano prefissati di raggiungere sin dal principio. Infatti mentre la gente dirà : “cosa accadrà, bisogna fare qualcosa“, ecco che subentra la tanto attesa SOLUZIONE. Soluzione … che però non risolverà alcunchè, in quanto sarà una non-soluzione, e comunque ottenuta tramite una coercizione subdola, una manipolazione di massa, una truffa silenziosa e raffinatissima.

7 – Cementificare è la soluzione permanente  La settima costante è che ciclicamente si offre al Meridione la medesima soluzione : la cementificazione; che di volta in volta compenserà ogni sforzo (…) E lasciando sopravvivere le generazioni a venire in un mediocre livello di finto benessere, si otterrà anche di far dimenticare facilmente alle generazioni future il ciclo che le ha precedute. Basti pensare alle dimenticate lotte dell’Arneo e delle tabacchine.

Una costante questa da ricercare nel concetto della manipolazione di massa in atto dal 1861, per il quale riprendo la frase di Publio Cornelio Tacito «desertum fecerunt et pacem appellaverunt» : Fecero il deserto e lo chiamarono pace. Ossia come dicevo il sistema resta il medesimo dal 1861 ad oggi : deve sempre sembrare che il Meridione debba essere liberato da qualche tiranno o da qualche oppressione interna. Ma soprattutto in questo modo, riproponendo un sempre nuovo cattivone da distruggere (in una guerra psicologica che vuole combattere l’idealizzazione di un sempre nuovo fantomatico cattivone interno al Sud) si riesce a ottenere che la massa ignori le finalità ultime e si convinca della necessità di fare una guerra al problema posto (questione meridionale, inerzia, xylella), per conquistare una pace persa; e per far ciò la massa chiederà al suo carnefiche che venga fatto deserto. Eppure, se pur convincenti (guardando la storia delle cose dal 1861 ad oggi), queste “logiche” sembrano però alquanto strane e per lo più la soluzione (che è sempre uguale a se stessa : la cementificazione cioè) pare sia sempre calata dall’esterno! E invogliata da una stirpe di meridionali anti meridionalisti che da decenni attuano politiche sociali e ambientali che mirano a “salvare” il Sud … distruggendolo.

8 – Lo fanno per noi L’ottava costante è che sin dal principio l’importante è aiutare (?) il meridione contro questi oppressori cattivi; cementificando, ovvio. Il tutto per far crescere il Sud e sempre in nome dell’unitá nazionale.

9 – cancellare la memoria storica La nona costante è che dal 1861 ad oggi l’intero Sud, senza accorgersene è divenuto una colonia sottomessa ad una dittatura soft (della quale pochi coraggiosi ne ammettono l’esistenza!). E, dopo che gli è stata cancellata la sua memoria storica, l’intero meridione senza accorgersene è stato condizionato ad assuefarsi alla schiavizzazione dei suoi carnefici, quei manopolizzatori legati alle poltrone e ad interessi economici. Pare che siano le logiche (illogiche) del liberismo e del capitalismo a voler cancellare la memoria storica. Una linea che pertanto risale alle prime manovre avviate sin dall’Unità d’Italia.

10 – vietato alzare la voce La decima costante Utile anche ricordare che per oltre 150 anni allorquando qualcuno abbia alzato la voce contro questo sistema, ecco che la dittatura sommersa (di cui nessuno vuole ammetterne l’esistenza) è passata da soft a strong: ultimamente con sindaci, medici, politici prontissimi a far intervenire asl, polizia e magistratura con manganellate, multe o carcere per tappare la bocca a quei cittadini attivi e per reprimere con la forza chiunque tenti di destabilizzare il sistema di poltrone e di potere. E talvolta anche con abusi di potere! In quanto il Sud deve stare fermo, deve restare zitto e sottomesso,  e deve sopravvivere costretto in questa perenne guerra infinita … per proseguire la sua lotta ai fantasmi (inventati) … e affinchè possa “liberarsi” (…).

Forte vero?

In conclusione : non vi sembra che “questione meridionale”, “arretratezza” e “xylella” siano tutte invenzioni ad hoc per alimentare una guerra perenne? E per quanto tempo ancora la soluzione resterà come al solito : CEMENTIFICARE? Con tutto ciò che consegue al silenzio indotto : Pesticidi, Ogm, Tap, Xylella, 275, Discariche … O, come dirla in altri termini? Sarà che questa guerra perenne nel Meridione è funzionale esclusivamente a banche, strade, rifiuti, voto di scambio …  e basta?

Poi dicono che il problema del Sud è la mafia. Certo, la mafia raffinatissima di certi colletti bianchi!

Fonte:

http://belsalento.altervista.org/guerra-perenne-e-manipolazione-di-massa-nel-sud-ecco-le-10-costanti-che-si-perpetuano-ciclicamente-dal-1861-ad-oggi/

 

 

17.17

Il nostro commento a:

– Donna, stai perdendo la femminilità! [Perché quest’accusa è più grave di quanto si creda]

di Maura Gancitano, da altaterradilavoro.com

L’accusa arriva sia da uomini sia da donne: una femmina troppo assertiva e determinata, che non desidera diventare madre oppure, se è madre, non si definisce solo in quel ruolo è in grave pericolo. Rischia di perdere la femminilità, di mascolinizzarsi, di essere meno donna.

Se non ami pulire la casa, comprare scarpe e trucchi, se ti interessano la matematica, la chimica e la politica internazionale rischi di perdere te stessa. L’accusa arriva ancora, nel 2017, nonostante la società sia cambiata e tantissime donne e ragazze non vedano matrimonio e maternità come obiettivi da raggiungere.

Qualcuno le definisce maschie, perché hanno scelto qualcosa di diverso da ciò che pare essere ancora oggi il loro destino. Un’espressione che fa il paio con quella di maschi-femmina creata da Massimo Gramellini per definire gli uomini che non si identificano con l’immagine dell’uomo rude, interessato a soldi, sesso e potere e anaffettivo con i figli, dunque “meno maschio”.

Continua su:

http://www.altaterradilavoro.com/donna-stai-perdendo-la-femminilita-perche-questaccusa-e-piu-grave-di-quanto-si-creda/#comment-438

 

Il nostro commento:

“Una tantum”, non condivido il contenuto di un articolo pubblicato in data odierna (19.8.’17) da “altaterradilavoro.com” a firma di Maura Gancitano e intitolato “Donna, stai perdendo la femminilità! [Perché quest’accusa è più grave di quanto si creda]”.

Non posso condividerlo perché l’assunto di partenza, e cioè che la donna ha il diritto di “emanciparsi” alla pari dell’uomo, ignora a mio avviso una realtà ben più ampia, variegata e subdola che sottende in realtà l’intera questione. E questa realtà è formata non solo dagli alti valori rappresentati dal ruolo della donna della famiglia di “un tempo”, valori oggi sottovalutati quando non volutamente ignorati, ma anche e forse soprattutto, dall’ignorare che quanto oggi si vuol spacciare per “emancipazione”, “maggiori diritti” delle donne e quant’altro, nasconde in realtà il subdolo volere delle élite di assoggettare fiscalmente anche le donne allo strapotere della finanza mondiale (chiunque lavori deve pagare le tasse…). Furono infatti i Rothschild a finanziare a suo tempo i primi movimenti “femministi”. A scanso di equivoci vorrei subito chiarire che sono a favore della totale libertà di scelta della donna; del suo diritto cioè di decidere del suo destino e della sua vita, e cioè se dedicarsi alla famiglia, oppure dedicarsi ad una professione, ad un mestiere, ad un’arte etc.. Sarebbe illogico ed antistorico sostenere il contrario. Ma non è questo il punto: il punto è che, subdolamente, si è voluto svilire, appunto attraverso il “femminismo”, lo storico e fondamentale ruolo della donna in seno alla famiglia; famiglia che, è bene ricordarlo era, e per certi versi è ancora, i fulcro della società. Si è infatti voluto non solo sminuire, ma addirittura umiliare quel ruolo paragonandolo spesso a quello di una serva, di una cameriera, di una badante il cui ruolo sarebbe stato solamente quello di “badare” al buon andamento della vita familiare. Ma, a ben guardare, così non è. Alla donna ed alla moglie certo competevano lavori pesanti, poco o nulla riconosciuti e, forse, ma non per tutte, poco gratificanti. Ma approfondendo neanche di tanto la questione, un’analisi più attenta ci rimanda ad una realtà ben diversa; una realtà che vedeva, e in molti casi vede ancora, la donna quale fulcro determinante di una sana e coerente vita familiare. Il suo ruolo infatti, non era solamente quello di “tenere la casa in ordine e pulita…”, ma anche e forse soprattutto, collaborare ad una parca ed oculata utilizzazione delle risorse finanziarie della famiglia, curare i rapporti sociali, discutere e condividere, anche se a volte non ufficialmente, le varie scelte della famiglia, accudire e crescere i figli nel migliore dei modi sia dal punto di vista fisico che affettivo, guidare e determinare un corretto inserimento dei figli nella società, essere soggetto di conforto e sostegno per i componenti della famiglia nei momenti di disagio e tanto, tanto altro. Come detto quindi la “donna di casa non era la “serva” della famiglia, ma semmai il suo fulcro, il sua asse portante, costituiva le sue fondamenta. Non per nulla si diceva che “Dietro un grande uomo, c’è sempre una grande donna”.  Certo, si potrebbe obiettare che il detto appena citato metteva comunque in secondo piano il ruolo la donna rispetto a quello dell’uomo, il chè era certamente vero, ma da questo a dire che il ruolo della donna era solamente quello di “cameriera” o “serva”, ce ne corre e molto.

Quale è, invece, la situazione sociale alla quale stiamo oggi assistendo? Lo sgretolarsi (voluto) della famiglia; il senso di solitudine e sbandamento con il quale i nostri figli devono fare i conti (vedi esplosione di “asili nido”, “scuole materne” etc.), la perdita del senso sociale e del senso di comunità (dovuto anche ad altri fattori), l’abbandono degli anziani, il deteriorarsi e l’indebolirsi dei rapporti uomo – donna e via dicendo. E la cosa è ben più grave ove si consideri che tutto ciò è voluto. Sulle motivazioni di tale volontà “politica” rimando a personali eventuali approfondimenti dei lettori.

Con quanto sopra, e come già detto, non si vuole minimamente mettere in discussione il diritto delle donne di decidere del loro futuro ma, per favore, non diciamo, in maniera più o meno palese, che il ruolo della donna prima della sua “emancipazione” era quello di “accudire la casa”. Affermarlo significa non riconoscere il ruolo fondamentale che la donna, pur senza che questo le venisse ufficialmente riconosciuto, aveva e ancora ha nel costituire il fulcro della nostra società. Le donne hanno tutto il diritto di decidere del loro futuro, ma le donne che decidono o decideranno consapevolmente di dedicare le loro energie e le loro capacità al sostegno della famiglia sono e saranno quelle che ci salveranno dal degrado incombente. E nessuno potrà sostituirle. Semmai, al pari delle donne che scelgono di confrontarsi in altri lavori o professioni, dovrebbe porsi in essere un riconoscimento morale, sociale e finanziario tale da garantire il proseguimento del loro insostituibile ruolo e il riconoscimento del loro fondamentale apporto alla società.

La vera “donna di casa” non è quella che pensa, come sostenuto nell’articolo, ai “trucchi, alle prove costume, all’home decor”, etc.. E’ ben altro, ma lo si è voluto svilire e ridicolizzare.

Ovviamente, mutatis mutandi, tutto quanto sopra sostenuto resterebbe di converso valido nel caso in cui oggi un uomo, all’interno di una coppia e di una famiglia, decidesse di dedicare tutto il suo tempo alla famiglia. Sempre che si comprenda l’importanza del ruolo di questa molecola fondamentale della società. Molecola che, non a caso, si vuole invece distruggere.

G.M. – 19.8.'17

 

16.17

 

– Gli incendi sul Vesuvio

di Vincenzo Gulì, 14.7.’17

(foto da ilmessaggero)

 

Dopo 156 di colonizzazione gli odierni meridionali si offrono totalmente frastornati alle normali sevizie del potere. Da questo osservatorio vogliamo lanciare un grido di dolore, di rabbia e di allarme affinché chi ancora culla letali illusioni non possa poi dire “io non sapevo”. In questi giorni l’area attorno al Vesuvio sta bruciando per roghi dolosi appiccati da avventurieri estranei o insensibili alla propria terra. Uno stato che non contempla la prevenzione si trova apparentemente in difficoltà per intervenire a difesa dell’ambiente e della salute sociale. Chi conosce qualcosa di finanza pubblica intuisce che è molto più lucrativo per gli speculatori, a monte e a valle della spesa delle istituzioni, erogare risorse in stato di emergenza. Come è più economico assottigliare le forze preposte a questi eventi calamitosi. Di che parliamo allora quando chiediamo aiuti più solleciti e poderosi? E quando vorremmo una vera sorveglianza dei nostri boschi?  Sono tutte chimere attese da una patria imposta e matrigna che da sempre non ci considera figli suoi, come i tosco-padani. Avendo perso la nostra patria duosiciliana noi siamo dal 1861 effettivamente figli di nessuno, come recita lo striscione che il P2S ha predisposto per solidarietà con quelli che lottano con lo scopo di far loro aprire una buona volta gli occhi e rendersi conto dell’amarissima verità.

L’unica strada immediata che ci resta è riappropriarci del nostro territorio. Nel senso di diventare ognuno sentinella della zona in cui vive non per tutelarla da solo ma per poter almeno dare l’allarme in caso di oggettivo rischio soprattutto da malintenzionati.  Ogni zona deve avere un capo area a cui rivolgersi, collegato ad altri suoi simili incaricati volontariamente in maniera da mettere in atto un piccolo drappello, quelli che gli anglofili chiamano task-force, capace di pretendere l’invio dei soccorsi   disponibili o addirittura di sostituirli se mancanti o esigui.

Gli abitanti di Ercolano, Torre del Greco, Boscotrecase, Boscoreale ecc. non devono atterrirsi né illudersi nell’aiuto necessario delle istituzioni. Devono mobilitarsi per il futuro per controllare il proprio territorio e renderlo difficilmente violabile. Bisogna riaccendere l’amore per la terra che da un secolo e mezzo ci hanno sradicato violentemente. Inconsciamente avvertiamo che questa terra appartiene allo stato illegittimo e restiamo indifferenti al suo regolare scempio fino a che non ci tocca direttamente quando è troppo tardi reagire. Invece la terra che racchiude le ossa dei nostri fieri e felici avi appartiene visceralmente e indiscutibilmente solo a noi loro posteri. Abbiamo quindi il dovere di essere i suoi paladini non per un vacuo senso civico, che non ci spetta essendo figli di nessuno, a carattere nazionale ma per la passione che sgorga dalle nostre radici che si riscoprono e che ci unisce nuovamente dal Tronto al Lilibeo.

Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=8215

 

 

15.17

– Un movimento politico identitario per costruire da protagonisti il futuro del Sud

di Mimmo Della Corte, da ilsudsiamonoi

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C’è una “questione meridionale” anche in termini elettorali. Destra, sinistra e centro, sono categorie superate. Ora è il momento dell’identità

 “Basta permettere alla gente di votare, come in Italia non accade da troppo tempo e il quadro cambia”. Lo sottolinea nell’editoriale post-ballottaggi  de “Il Giornale” il direttore Alessandro Sallusti. E, se l’analisi si limita soltanto alla lettura del quadro politico che ne è scaturito, è davvero così. Ma c’è una riflessione che analisti, commentatori, politologi, ecc.  sembrano – forse, sarebbe meglio dire preferiscono – non fare: l’esistenza di “una questione meridionale” anche in termini elettorali. Una questione che si esprime – oltre che, come succede al Nord, con l’astensione anche qui a livelli altissimi, anzi, alla luce dei dati numerici, anche di più – con la strana, ed obiettivamente inspiegabile, continuità nell’espressione del voto: soprattutto in Campania e Puglia.  Del resto, a differenza di quanto si verifica, al di sopra del Garigliano, al di sotto, le possibilità di scelta offerte ai cittadini non sono molte. E non mi riferisco alla quantità, visto che liste e candidati, crescono – appuntamento dopo appuntamento – in quantità industriale, bensì alla reale consistenza delle liste e dei protagonisti impegnati nel gran premio elettorale. Un trionfo di liste civiche, con il compito di fare da portatrici di voti e specchietto per le allodole, al fine di distrarre l’attenzione degli elettori da problemi e questioni reali delle città, con programmi, predisposti alla bisogna e solo perché la legge ne impone la presenza fra i documenti necessari per la presentazione delle liste. Il che fa il gioco di mestieranti della politica, nonché di partiti e partitanti mascherati, che, quindi e nonostante tutto, continuano a farla da padroni. Sicché, a mio modestissimo avviso, è arrivato il momento di rompere con il passato, con le “ciniche” vuoto a pedere, e di dar vita finalmente ad un contenitore politico identitario che compatti: movimenti ed associazioni meridionaliste, che abbia come primo ed unico obiettivo quello della difesa a tutti i livelli: comuni, province, regioni e parlamento, degli interessi e delle ragioni del Sud e dei suoi abitanti; che faccia da argine alle velleità espansionistiche della Lega Nord al di qua del Garigliano; che riscoprendo i primati del passato, punti a  costruire il futuro del Mezzogiorno facendo leva sulle sue potenzialità endogene (che sono tante) ed i suoi immensi tesori d’arte, cultura, storia e tradizioni e ponga le premesse con la raccolta delle firme e la richiesta di referendum costituzionale, per la istituzione della macroregione autonoma dell’Italia del Sud.

Fonte:

http://www.ilsudsiamonoi.it/futuro-del-sud/

 

Il nostro commento:

 

Concordo in buona parte con l'articolo dell'amico (virtuale) Mimmo Della Corte, che saluto. Molto meno con l'articolo di Sallusti (1) che, ancora, attribuisce i disastri della cosiddetta "questione meridionale" alla "sinistra", come se la "destra" o altri schieramenti (che pure hanno governato in altre legislature) invece, potrebbero offrire o abbiano offerto migliori possibilità ai popoli del Sud. Tuttavia credo che la soluzione proposta, e cioè l'istituzione di una macroregione meridionale autonoma, per quanto in teoria "migliorativa", non risolverebbe il problema. Provo a dare la mia interpretazione dei fatti. E i fatti dimostrano che tutti, e sottolineo tutti, i principali partiti dell'arco costituzionale sono asserviti al "sistema". Non è questione quindi di "destra", "sinistra", M5S o altro; il problema è che questa partitocrazia NON è a servizio dei cittadini e del popolo. Quindi anche la creazione di una macroregione meridionale che rimanesse all'interno di un sistema finanziario-bancario usuraio (non solo monetariamente, ma anche da un punto di vista dei diritti e delle sovranità dei popoli), potrà, forse, alleviare di un po' le sofferenze, ma non potrà certamente superarle: il caso della Sicilia, che sulla carta dovrebbe godere di una ampia autonomia, è lì a testimoniarlo. E non è colpa dei Siciliani ma dei politici ascari asserviti ai partiti nazionali. E' il sistema che è falso e marcio e va eradicato alla radice. Quali le alternative? Credo profondamente che ormai solamente una totale indipendenza dei cosiddetti popoli "Meridionali" potrà avere una qualche speranza di riaffermare quei diritti che quotidianamente ci vengono sottratti; indipendenza che, sola, potrà affrancarci dalla distruzione materiale, economica, culturale e filosofica che stiamo subendo da oltre 156 anni. Sarà difficile? Certamente! Non solo, ma sarà una strada lunga, piena di insidie, ostacoli, impedimenti, sbarramenti e quant'altro, ma non vedo alternative. Il movimento politico identitario va certamente creato, e forse sta già nascendo, ma con obiettivo l'indipendenza.

Giovanni Maduli.

 

(1) Qui l’articolo di Sallusti al quale si fa riferimento:

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/centrodestra-boom-rottamato-renzi-1413229.html

 

 

14.17

– L’Economia delle Due Sicilie tra capitalismo anglo-sassone e nascente socialismo

 

Conferenza tenutasi a Sorrento il 27 maggio 2017

Relatore: Prof. Vincenzo Gulì

VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=WSExtcZdZR4

 

 

13.17

– L’unità delle Sicilie, una ulteriore conferma: Girgenti, in provincia di…

di Giovanni Maduli, 31.5.2017

 

Da recente si è diffusa in rete la notizia dell’esistenza in territorio del Comune di Serrapetrona, in provincia di Macerata, nelle Marche, di una frazione denominata Caccamo; nome questo, identico ad altra località siciliana e segnatamente del Comune di Caccamo in provincia di Palermo. In particolare una lapide ancora oggi visibile, testualmente recita: “I Siculi, abitatori della sinistra del Chiento, sin da quattro millenni avanti l’era cristiana, Caccamo chiamarono questa contrada – Avv. G. Speranza, Storia del Piceno”. Da indagini esperite da studiosi del ramo, far i quali Claudio D’Angelo, si apprende che Caccamo nell’antica lingua Sekelesh significherebbe “terra desiderata”, “terra amata”.

caccamo

I Sekelesh, popolo proveniente dall’area approssimativamente identificabile con l’odierno Pakistan, sarebbero quindi giunti nell’Italia centrale intorno al quattromila a.C. dando origine alla stirpe dei Siculi; stirpe che occupò originariamente l’intero meridione dell’Italia peninsulare e successivamente la Sicilia.

"I Siculi fin dalle loro origini"

Video di Claudio D'Angelo, da youtube.com

https://www.youtube.com/watch?v=PVeP85x2oNw&t=636s

 

Quanto sopra riportato, unitamente a recenti studi di ordine genetico (1), nonché ad evidenze riscontrabili nelle lingue, nei comuni usi, costumi e consuetudini delle popolazioni della media e bassa Italia peninsulare, si pone quindi come indiscutibile conferma dell’unitarietà e dell’inscindibilità del nostro popolo.

Ma di recente un altro tassello viene a confermare questa tesi.

Nel comune di Pescorocchiano, in provincia di Rieti, nel Lazio, vi è una frazione denominata Girgenti. “Documenti consultabili all'Archivio di Stato di Rieti attestano la presenza di un castello di Girgenti già nel 1183 assegnato al barone Sinibaldi da re Ruggero” (2). Inoltre, nella stessa frazione, esiste ancora Palazzo Iacobelli, appartenuto alla famiglia dominante dei luoghi per ben sei secoli; famiglia di origini siciliane.

(foto da naturainviaggio.it)

Non sono note le origini temporali della frazione e le teorie ipotizzano o una datazione riconducibile al periodo arabo, ovvero ad un periodo normanno ma sembra accertato comunque che la fondazione della frazione sia da addebitare ad agrigentini trasferitisi in quelle zone. Pur non essendo un linguista, in relazione alla data di primo insediamento, propenderei per l’ipotesi che prevede la nascita del borgo in epoca normanna per il seguente motivo. Agrigento, l’antica città siciliana, fu fondata dai Greci con il nome di Akragas, che divenne Agrigentum con i Romani, Kerkent o Gergent sotto la dominazione araba ed infine Girgenti nel periodo normanno. Se Girgenti, frazione del Comune di Pescorocchiano, fosse nata in periodo arabo, la denominazione del luogo dovrebbe oggi “suonare” come Gergent italianizzabile in Gergenti. Ma la denominazione che è giunta sino a noi non è quest’ultima, bensì Girgenti, denominazione della siciliana Agrigento nel periodo normanno, come Girgenti è appunto la denominazione pervenutaci della frazione del Comune di Pescorocchiano.

In ogni caso ed a prescindere dalla datazione corretta della nascita di Girgenti frazione del Comune laziale, appare comunque inequivocabilmente e ulteriormente confermata la tesi che, oltre a vedere tutte le aree del cosiddetto Meridione d’Italia caratterizzate da una unitarietà etnica e culturale discendente da una unica etnia originaria – ancorchè successivamente mescolata con discendenze di altre etnie – si è progressivamente consolidata prima attraverso la Magna Grecia e successivamente attraverso il Regno di Sicilia; Regno che, seppure sotto diverse forme  e sotto diverso nome (Due Sicilie), ha mantenuto inalterata la sua unitarietà fino al 1860. Unitarietà che però continua pervicacemente ancora oggi attraverso il mantenimento di usi, costumi, consuetudini comuni e che, inevitabilmente ritroverà, prima o poi, anche la interrotta unità politica e giurisdizionale.

1)

http://genealogiagenetica.it/storia-genetica-degli-italiani/

2)

http://www.suddovest.it/cms/?q=node/439

 

 

12.17

– Palermo: Elezioni amministrative 2017

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Secondo quanto riportato dal sito repubblica.it, alle ore 22,41 del 12.6.2017, ad operazioni di scrutinio ancora aperte, i risultati sono i seguenti:

Leoluca Orlando

Centrosinistra 123.405 voti              = 46,23 %

Fabrizio Ferrandelli

Centrodestra 83.315 voti                 = 31,21 %

Salvatore "Ugo" Forello

Mov. 5 Stelle: 43.489 voti                = 16,29 %

Ismaele La Vardera

Destra 6.914 voti                             = 2,59 %

Nadia Spallitta

5.113 voti                                        = 1,92 %

Ciro Lomonte

Liste civiche 4.704 voti                   = 1,76 %

 

In questa sede non sono interessato a valutare i risultati dei principali antagonisti di questa consultazione né, tanto meno, addentrarmi inutilmente nei meandri cerebrali di coloro che credono di poter affidare il proprio futuro e quello dei loro figli (ma anche dei nostri) ai rappresentanti di coloro che, per decenni, hanno apostrofato l’intero mondo meridionale con frasi del tipo “Forza Etna” o “Forza Vesuvio”, “…lavali col fuoco…”.

Preso atto del risultato ormai quasi definitivo delle consultazioni, ciò che più mi interessa è cercare di dare una corretta valutazione del risultato ottenuto da “Siciliani Liberi”; partito che ho apertamente appoggiato, e appoggio, e che ho invitato ad appoggiare con un precedente editoriale.

Lo dico subito: non è stata una piena vittoria, ma nemmeno una sconfitta, anzi. Sono infatti da tenere in considerazione diversi fattori di non secondaria importanza che mi fanno ritenere il risultato ottenuto, se non entusiasmante, quanto meno incoraggiante. E’ infatti da considerare che:

  1. il partito è nato da appena un anno e mezzo, quindi il tempo a disposizione per propagandare le proprie idee peraltro parecchio innovative e per certi versi spiazzanti e destabilizzanti trattandosi di un partito dichiaratamente indipendentista, non è stato oggettivamente molto;
  2. “Siciliani Liberi” è stato sin da subito apertamente e vergognosamente boicottato dai mezzi di informazione (stampa e televisioni), quando non addirittura deturpato nella sua ideologia di fondo allorquando è stato etichettato, quando lo è stato, sotto la voce “altri” o “liste civiche”; come ancora con tale ultima definizione è definito nella classifica sopra pubblicata, quando invece si tratta di un partito dichiaratamente indipendentista;
  3. obiettivamente le idee fortemente innovatrici e fuori dai biechi stereotipi della canea politica imperante ha certamente destato in non pochi elettori – ovviamente all’oscuro delle manovre ordite chiaramente in luoghi altri, nazionali ed internazionali – aperta perplessità, smarrimento e conseguente “paura del nuovo”;
  4. le spese per tutto quanto realizzato per portare avanti una già difficile campagna elettorale sono state sostenute solo e solamente dai tanti militanti che vi hanno contribuito, sia in termini strettamente economici che in termini di duro e faticoso lavoro. Un ammirevole e disinteressato coinvolgimento che molto di rado si è visto nei partiti cosiddetti “tradizionali”.

Eppure le difficoltà, la scarsità di mezzi, l’avversione più o meno velata dei mezzi cosiddetti di informazione non hanno impedito che ben 4704 cittadini palermitani, che non sono pochi, (rilevamento delle 22,41) abbiano capito l’importanza di questa nuova proposta politica, di questo nuovo e diverso modo, in tutti i sensi, di intendere il nuovo e soprattutto il futuro. Un nuovo modo di fare politica e di ripensare un futuro che per chi davvero conosce le vere cause di questo nostro sfacelo civile, morale, culturale, economico e perfino filosofico, non può che approdare ai lidi dell’indipendentismo. Un indipendentismo che ormai non è più una scelta ma un obbligo. Obbligo che scaturisce dal dovere che abbiamo nei confronti delle future generazioni, di quelle passate che tanto lottarono perché noi si godesse degli elementari e giusti diritti di cui fino ad oggi godiamo (ma fino a quando?), ma anche nei nostri stessi confronti, perché non si possa non riconoscere alle nostre coscienze che non si è tentato tutto il possibile per sovvertire l’indirizzo verso il quale ci si vorrebbe obbligare.

Ecco perché, pur non essendo il risultato particolarmente esaltante, non posso ritenerlo una sconfitta: l’indipendentismo in Sicilia è risorto; non siamo lo 0,… e 4.704 cittadini palermitani ne sono gli orgogliosi alfieri e testimoni.

Altre battaglie ben più importanti adesso ci attendono, prima fra tutte la consultazione regionale del prossimo novembre. Dopo le tante fatiche affrontate prendiamoci il meritato riposo e la giusta pausa di riflessione, ma presto dovremo approntare programmi ed individuare finalità di taglio regionale per le quali saranno necessarie attente riflessioni, valide strategie ed indispensabili importanti nuove aperture.

E siamo solo all’inizio…

 

 

11.17

– Palermo: Risultati elettorali – Intervista al Prof. Massimo Costa

da TvmPalermo

VIDEO

http://www.tvmpalermo.it/watch/?video_id=130234

 

 

—————————–

10.17

 

Il Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud ®, sfida ad un confronto pubblico il prof. Francesco Barbagallo che, in alcuni recenti articoli apparsi su “Repubblica”, tenta di contestare le tesi, ormai inoppugnabili, relative all’aggressione ed annessione delle Due Sicilie. Articoli non solo senza alcun fondamento storico e documentale, quelli del Barbagallo, ma pure palesemente fuorvianti a cominciare dal titolo: ma di che "ideologia" va parlando? Si trattò di lotta per la sopravvivenza altro che ideologia! E poi, che dire dell'affermazione secondo la quale Cavour non avrebbe saputo nulla dell'intenzione di Garibaldi di annettere tutto il Regno. C'è da restare allibiti! Ma il tempo delle favole è finito e chi vuol conoscere la verità non ha che da fare le proprie personali ricerche e verifiche.

 

Raccoglierà la sfida il professore? Vedremo…

– Come la coda mozzata delle lucertole, ricrescono le gambe (corte) delle bugie risorgimentali

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Si sa che la revisione storica in atto, nel corso del terzo cinquantenario della malaunità italiana, ha inferto un colpo sensibilissimo alle menzogne risorgimentali. Prima l’intellighenzia ha reagito ridicolizzando, poi contestando, infine ignorando le voci fuori dal coro man mano che esse montavano in maniera irrefrenabile. I mass media, quasi tutti interamente al servizio del potere, si sentono sicuri della buona fede della gente disposta a credere all’autorevolezza di testate e studiosi di regime.  Ciò a seguito della mala educazione impartita tirannicamente dal 1789 in poi.  Ma la forza della verità, la fragilità dell’impossibile unione tra i popoli italici e i più recenti social network, sfuggiti di mano ai loro creatori, producono costantemente effetti assai inquietanti per chi deve salvaguardare le colonne portanti di questa nazione tricolorata che si basano su un pantano mendace e fetido.

E’ così che si può spiegare una serie di interventi su Repubblica in quest’ultima settimana di un cattedratico della Federico II docente di Storia Contemporanea, Francesco Barbagallo, che in vari articoli attacca furentemente il vento di verità che sta rialzando il Sud, addirittura difendendo il boia Cialdini.

Il cliché è perfetto: massima autorità in campo storico, massima risonanza mediatica, massima esaltazione delle fandonie insegnate da Croce in poi su Borbone e Mezzogiorno. Una vera recrudescenza che riporta agli anni Ottanta quando si cercava di salvare il salvabile…  Segno inequivocabile di debolezza di argomentazioni e di timore di quella “plebe” racchiusa in una frase sul giornale: ” Poco comprensibile invece appare il grande successo che stanno avendo da parecchi anni, tra le genti del Sud, avventate e infondate ricostruzioni pseudo–storiche che rilanciano il rimpianto borbonico, il sanfedismo clericale, le rivolte dei briganti“.

Noi di NBA e P2S riteniamo ancora possibile un tentativo di dialogo con le persone, purché in buona fede. Pertanto, invitiamo il chiarissimo professore salernitano a un dibattito civile fondato su nuove documentazioni in nome del benessere dei meridionali che pur traspare dai suoi dichiarati obiettivi.

Vincenzo Gulì

Link di riferimento:

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/05/23/news/barbagallo_neo-sudismo_scadente_ideologia-166207880/

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/05/25/news/l_ignoranza_su_cialdini_del_consiglio_comunale-166351581/

Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=8090

 

 

9.17

– Perché sostenere “Siciliani Liberi”

di Giovanni Maduli

19.3.17

 

Non sono pochi i Duosiciliani che in questo periodo si chiedono perché dovremmo sostenere un movimento che, come tanti altri movimenti sicilianisti, è ritenuto antagonista delle idee “unitariste” che, invece, caratterizzano il nostro modo di intendere la Storia e, soprattutto, il nostro futuro. Come possono conciliarsi le idee di unità e di condivisione dei primi con le idee divisioniste e localiste dei secondi? Come ci si può alleare con chi erroneamente ritiene i “napolitani” subdoli invasori della Sicilia Ultra Faro? Con chi considera i Borbone una dinastia violenta, prevaricatrice e sanguinaria, ignorando che tali etichettature sono rientrate a pieno titolo nella valanga di falsità e bugie rovesciate su noi tutti proprio per creare divisione, disorientamento e scompiglio?

Proverò a dare la mia interpretazione a cominciare proprio dagli aspetti storici. Aspetti storici che, si badi bene, possono assurgere ad affermazioni e testimonianze di qualcosa che assomigli alla Verità soltanto e solamente ove ci si riesca a liberare dai tanti condizionamenti e dalle tante “trappole” che costellano il cammino di chi vuole davvero intraprendere questo percorso. Verità, ancora, che molto difficilmente potrà essere “assoluta”; nel senso che la Verità molto di rado è un dato oggettivo ed inequivocabile; è piuttosto un faticoso cammino; un divenire costante e continuo che abbisogna di essere tenacemente verificato, controllato, paragonato, analizzato, contestualizzato e quant’altro. E anche quando si riterrà di aver individuato qualcosa che si avvicini di parecchio alla “Verità”, dovremo sempre essere pronti a rimetterla in discussione, a riverificarla alla luce di eventuali nuove notizie, documenti e informazioni in un processo di affinamento continuo per approssimazione che potrebbe non trovare mai fine. I “decimali” potrebbero essere infiniti…

Se a quanto sopra si aggiunge che la Storia del Sud e della Sicilia UltraFaro è estremamente lunga, complessa, complicata e per certi versi non del tutto indagata, si comprenderà come sia quanto meno imprudente affermare “certezze assolute”, affermare “Verità” indiscutibili. Chi davvero cerca se non la Verità, almeno qualcosa che le somigli molto, dovrà innanzi tutto prendere in considerazione, senza preclusione alcuna, i diversi aspetti sotto i quali essa può essere analizzata e dovrà costantemente avere l’umiltà di valutare tutte le possibili nuove varianti che dovessero presentarsi, tutte le possibili nuove interpretazioni, tutte le possibili nuove influenze e, se del caso, avere il coraggio di rimettere in discussione le proprie idee e convinzioni. Non credo vi siano altre vie.

 

In prima istanza dobbiamo considerare che chi è davvero libero da condizionamenti e preconcetti pregressi non potrà non ammettere che le conoscenze che ognuno di noi ha della storia derivino da numerosi diversi fattori, anche di ordine psicologico; poi da fattori soggettivi e, purtroppo solo in ultimo, da fattori oggettivi. Innanzi tutto è da considerare “da chi” ognuno di noi ha appreso per la prima volta i fatti e le circostanze relative all’invasione piemontese e, in particolare, la credibilità che noi riconoscevamo a quel personaggio. Credo sia infatti innegabile che, se abbiamo appreso per la prima volta quelle informazioni da qualcuno che godeva della nostra stima e della nostra fiducia, noi si sia stati certamente influenzati da quanto si ascoltava, in un senso o nell’altro, tanto più quanto maggiore era la nostra stima nei confronti dell’interlocutore.

Non è poi da sottovalutare “l’ambiente” storico – politico che ognuno di noi si è trovato a frequentare nei primi passi della nostra “conoscenza”. E’ più che evidente infatti che la frequentazione di ambienti “divisionisti” o “unitaristi” ha certamente influito, in un senso o nell’altro, nelle nostre scelte. Nessuno può credersi libero da questi condizionamenti.

Quando poi si passi alla eventuale fase successiva dell’approfondimento attraverso la lettura di testi, si aprirà davvero un mondo di infinite incertezze: quanto andremo leggendo è di indirizzo “unitarista” o “divisionista”? Probabilmente, sbagliando, saremo portati a leggere testi che confortino le idee che ci eravamo già fatte; cercheremo conferme quando, invece, dovremmo leggere qualcosa scritto da “parte avversa”. Ma anche quando, con già lodevole lungimiranza, si leggeranno testi di entrambe le “parti”, ci si imbatterà in una questione non di poco conto: si potranno infatti leggere testi scritti da personaggi autorevoli, credibili, attendibili e magari anche gradevoli e accattivanti. Ma chi ci dice che quell’autore stia scrivendo delle verità? Potrebbe scrivere anche cose errate, in buona o mala fede. E chi ci dice che, invece, un autore magari meno brillante, meno accattivante, con minori capacità di coinvolgere il lettore, non stia invece raccontando fatti molto più veritieri, attendibili e meglio documentati? Intanto sarà già difficile riuscire a barcamenarsi in tali circostanze e l’unica possibilità che ci resterà sarà quella di risalire, per quanto possibile (non siamo storici professionisti) alle fonti che però non sempre è facile reperire. Ma quand’anche si dovesse riuscire, chi può garantirci in maniera certa che quel documento, seppure originale, non sia in qualche modo “falsato” da un interesse nascosto del suo redattore? La storia è piena di documenti ufficiali che tendevano a nascondere ben altro…

Come si vede è un percorso insidioso ed estremamente difficile, ma solo attraverso di esso è possibile avvicinarsi, e solo per approssimazioni continue, a qualcosa che si avvicini il più possibile alla Verità. Ma chi non lo percorrerà potrà solamente abbeverarsi alla insoddisfacente fonte di quanto scritto da altri, di quanto ascoltato da altri, di quanto creduto da altri.

Certo, come è notoriamente riconosciuto da tutti la Storia è importante, molto importante. Essa ci dice chi siamo e da dove veniamo. La Storia ci fornisce le premesse e le basi per il futuro. Senza di essa non siamo niente. Ma essa è comunque di difficilissima interpretazione.

 

In ogni caso, come ho dimostrato per via della sua intrinseca “imprecisione”, non è basandoci solo sulla Storia che si può progettare un futuro migliore. Altri fattori dovranno interessarci e certamente molto, molto di più. Vi sono infatti argomenti che, in un certo periodo, possono avere valore anche maggiore di quello storico: questo è uno di quei periodi. Chi segue le vicende politiche nazionali ed internazionali; chi conosce la vera storia dei partiti tradizionali, a cominciare dalle loro origini; chi sa chi e quando ha deciso, arbitrariamente, la realizzazione di questa Europa della finanza e delle banche; chi conosce la differenza fra l’economia della rendita e l’economia del profitto; chi conosce la differenza fra una moneta sovrana e una moneta a debito; chi conosce la differenza fra “l’economia del libero mercato” e una economia a “compartecipazione statale”; chi conosce cosa significhi l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio; chi conosce e ha letto, almeno in parte, i vergognosi ed illegali trattati europei, capirà bene che sono questi argomenti e non la Storia a decidere del nostro futuro e di quello delle nuove generazioni. E’ su questi argomenti che bisognerà confrontarci; è su questi argomenti che dovremo esprimerci.

Per questo dico, per una volta, “Mettiamo da parte la Storia!”

Mettiamo da parte le diversità di vedute; cerchiamo ciò che ci unisce e non ciò che ci divide.

E ciò che ci unisce, purtroppo, è semplicemente drammatico!

Chi dovesse continuare a rivangare sulla visione che si è voluta dare dei Borbone o della Costituzione Siciliana, o sui Napolitani “nemici” dei Siciliani, dimostrerà semplicemente di non aver compreso la gravità del momento. Momento che ormai dura da decenni, che vede i nostri valori attaccati e annullati, i nostri diritti annichiliti, le nostre terre spopolarsi, i nostri giovani fuggire, le nostre imprese fallire, i nostri contadini piangere…

Non è il momento delle divisioni: è il momento di fare muro comune!

 

Purtroppo, ad oggi, non c’è un serio partito indipendentista Duosiciliano. E’ vero, c’è una miriade di partitini e movimenti che però, invece di cercare di individuare percorsi comuni e strategie unitarie, si dividono un po’ su tutto. Non possiamo che auspicare, nell’interesse di tutti i nostri popoli, che quanto prima si possa assistere a quel risveglio politico che al momento, come detto, non c’è: e questo è un dato di fatto.

 

In Sicilia è nato “Siciliani Liberi”.

E’ un partito indipendentista che propugna fra l’altro, l’uscita dall’Euro e dall’Europa; condizioni queste che non possono non ritenersi indispensabili per un serio progetto di riscatto.

E’ un partito sicilianista, quindi con le sue idee in ambito storico; idee fondamentalmente diverse dalle nostre. Ma, come detto, non è il momento di parlare di Storia, è il momento di parlare d’altro.

Avendo richiesto quel partito con un recente editoriale il nostro voto, ecco che si apre uno spiraglio di collaborazione; uno spiraglio per quella alleanza che da anni propugno.

Una alleanza che, sia chiaro, può avere solo e solamente carattere squisitamente politico ma null’altro. Alcuni Duosiciliani potrebbero pensare, e giustamente: “Certo, in presenza di consultazioni elettorali ogni voto è buono. Adesso non siamo più, i Duosiciliani, sporchi, brutti e cattivi…”. Ragionamento assolutamente corretto, se interpretato, per come va interpretato, esclusivamente sotto il profilo “politico”. E’ evidente che Siciliani Liberi può avere solo vantaggi, cioè voti, da quella apertura di cui sopra; ma forse non si è pensato che anche noi Duosiciliani avremo il nostro ritorno. Se Siciliani Liberi dovesse avere il successo che auspico, è indubbio che il fatto, di per sé, avrebbe già una ricaduta positiva e vivificatrice sull’intero indipendentismo Duosiciliano. Se poi la Sicilia Ultra Faro dovesse arrivare, come auspico, a raggiungere una piena indipendenza sarà inevitabile un’enorme inarrestabile tempesta indipendentista che investirà tutti i nostri territori e non potrà che rinsaldare le nostre fila nella Sicilia Citra e Ultra. Non credo infatti che, una volta che la Sicilia Ultra Faro raggiungesse l’indipendenza, gli altri popoli starebbero a guardare…

E quando questo dovesse avvenire, allora noi potremo rinnalzare le nostre bandiere della solidarietà, della fratellanza e della unitarietà Duosiciliana. Allora torneremo

a lottare per l’unità del nostro popolo e della nostra terra. Unità sancita da sei millenni di storia, tradizioni e culture comuni che nessun atto giuridico potrà mai cancellare.

Allora torneremo “amici – nemici”, anche se credo che prima o poi si dovrà pur giungere ad un definitivo chiarimento, nell’interesse di tutti.

E’ una questione prettamente politica e politica significa pragmatismo, concretezza, convenienza, anche calcolo se si vuole, ma è così che si fa politica. Si percorrono strade insieme fin quando ciò sarà possibile; poi, ognuno per la propria strada. Da questa impostazione rimane certamente escluso l’idealismo ed il senso romantico della politica ma non è questo il momento degli idealismi e del “sacro fuoco”; è il momento di mettere in campo tutte le strategie possibili al fine di raggiungere i nostri comuni obiettivi.

Per questo invito tutti i Duosiciliani ad appoggiare Siciliani Liberi; e non solo i Duosiciliani Ultra Faro, ma anche i Duosiciliani Citra che, in Sicilia, hanno certamente numerosi amici e parenti.

Uniamoci per ora contro il nemico comune. Poi, dopo, si vedrà…

 

 

8.17

– Sull’immigrazione

di Giovanni Maduli, 18.4.16

 

Premesso che la questione dell’immigrazione non è risolvibile neanche in via teorica con queste poche righe in quanto la sua disamina abbisognerebbe di ben più approfondite e variegate analisi, vorrei porre comunque alcuni aspetti che ritengo salienti del tema, tenendo in considerazione anche alcuni altri che non di rado si leggono in rete.

La nostra cultura, intendo quella del mondo occidentale, discende principalmente da tre matrici: la cultura e la filosofia greca, il Diritto romano e il Cristianesimo, indipendentemente dall’essere credenti o meno. Sono questi i fattori che essenzialmente, ancorché in lieve misura modificati da altri apporti culturali di minore rilevanza, hanno forgiato il nostro modo di essere, di pensare, di fare leggi, di relazionarci con gli altri, con il prossimo e con il sociale; fattori che, evidentemente, hanno i loro pregi e i loro difetti. Fattori ai quali, consciamente o inconsciamente, ci rifacciamo e ci riconosciamo ogni qual volta affrontiamo qualsivoglia tema; qualsivoglia argomento.

Gli immigrati appartengono ad altre culture, ad altre filosofie, ad altri modi di essere e di pensare. Sia chiaro: non sto dicendo che siano culture migliori o peggiori; sto dicendo che sono comunque “altre”, cioè diverse. Sono convinto che il confronto e/o l’armonizzazione di culture diverse non può che essere visto e considerato come elemento di crescita e di sviluppo della condizione umana in generale, in quanto ogni cultura, ogni filosofia, ogni modo di intendere la società e i suoi rapporti umani contiene certamente in sé elementi riconoscibili oggettivamente come validi e positivi o, quanto meno, meritevoli di grande attenzione. Ciò vale per tutte le culture, da quella indiana a quella cinese, da quella dei nativi delle Americhe a quella africana, da quella araba a quella giapponese. Ma ciò è vero a diverse condizioni fra le quali, essenzialmente, che il confronto sia spontaneo e voluto dai popoli e che lo stesso avvenga in tempi e modi adeguati e naturali. Non credo possa negarsi che quanto stia avvenendo sia invece frutto di una pianificazione predeterminata che, di per sé, esclude già le precondizioni necessarie ed indispensabili sopra accennate per la riuscita di un auspicabile riavvicinamento fra le culture dei popoli. L’obbligare ex abrupto due “parti”, meglio dire due culture, a convivere forzatamente, senza alcuna spontaneità e senza alcun desiderio reciproco di conoscersi e indagarsi reciprocamente, pone di fatto le basi per una avversione che non può che sfociare in incomprensioni, accuse reciproche, atti di vandalismo, come non anche in veri a propri atti intimidatori e violenti come purtroppo le cronache ci riportano quotidianamente. Non sono poi da sottovalutare due aspetti di primaria importanza e cioè che questa immigrazione forzata è voluta dalle élite dominanti finanziarie e capitalistiche, finalizzata a precisi scopi: il ripopolamento di una Europa ormai demograficamente in caduta libera; la “necessità” delle élite di mantenere un accettabile livello demografico; la opportunità per le élite per potere disporre di mano d’opera a basso costo e nulli diritti per i nuovi arrivati. E’ poi appena il caso di rilevare che la maggior parte degli immigrati non provengano da zone di guerra e che fra gli stessi sono totalmente assenti bambini, donne, vecchi denutriti ed in condizioni di salute davvero gravi e bisognose di immediato soccorso; basta osservare in rete le foto dei bambini africani veramente denutriti per rendersene conto.

Non può poi condividersi il pensiero secondo il quale gli immigrati sarebbero “solo di passaggio nel Sud Italia in quanto diretti principalmente in Europa” perché noi facciamo parte dell’Europa; anche noi siamo Europa e prima o poi il cambiare delle condizioni economiche, culturali e sociali che inevitabilmente si avrebbero nel nord Europa, avrebbero comunque non indifferenti ripercussioni anche nelle altre parti del continente.

Il disconoscere queste valutazioni denuncerebbe solamente la non conoscenza della realtà, o peggio la malafede, di chi queste valutazioni vorrebbe ignorare.

Intanto è da evidenziare che in una tale ottica, quello che si vorrebbe spacciare per “aiuto umanitario” altro non è che l’ennesimo atto egoistico e narcisista posto in essere dagli “europei” nei confronti di altri popoli che, loro malgrado, contribuiscono a questo ulteriore ennesimo, vergognoso sfruttamento. Essi dunque sono vittime, come noi, di un progetto che ha alla base un preciso progetto di sfruttamento e svilimento dell’essere umano, trasformato in mera merce “utile” alla nostra sopravvivenza fisica ed economica. Considerando infine che noi occidentali, e non altri, siamo stati e siamo la causa della povertà e della miseria assoluta dell’intero continente Africano (ma non solo), da quanto prima esposto ne discende che la via intrapresa di “accogliere” quei poveri disperati è una via errata che porterà, per i motivi sopra elencati, solo scompigli, incomprensioni, attriti, divergenze utili solamente al predeterminato “divide et impera” delle élite sopra richiamate.

Le vie da seguire sono ben altre. Innanzi tutto adoperarsi perché “gli occidentali”, lascino agli africani i diritti sullo sfruttamento delle loro risorse naturali; ma anche e forse soprattutto il lasciare che gli africani creino un loro circuito monetario indipendente dal FMI, come i “cattivi” Gheddafi e Sankara stavano per fare. Certo sono vie difficili da imporre ai nostri partners, ma credo siano le uniche vie per garantire a quei popoli sfruttati ormai da oltre quattrocento anni un avvenire quanto più possibile libero, sereno e costruttivo. Solo allora, e cioè quando tutti i popoli saranno in grado di autogestirsi ed autodeterminarsi in pace ed in armonia con i propri vicini, solo allora sarà possibile avviare una vera comunione culturale fra i vari popoli; non prima.

 

7.17

– Napolitani e Siciliani: non siamo fratelli !!!

di Giovanni Maduli

9.3.’17

 

Non è senza amarezza che mi capita di leggere spesso su vari “social” o su siti diversi discussioni infinite fra Sicilianisti e Duosiciliani, o fra  questi ultimi e Napolitanisti o ancora fra Napolitanisti e Sicilianisti, che si affannano a dimostrare le rispettive “inoppugnabili” tesi volte alla riaffermazione di differenze, divisioni, contrapposizioni e quant’altro di deleterio possa pensarsi per tutti noi che, un tempo, eravamo uniti invece, e inscindibilmente, da una comune discendenza che, ancorché poi diluita dalle influenze di altri popoli,  era comunque, ma è ancora, chiara, solare, inequivocabile; almeno per chi vuol vederla. Segno evidente, da parte di alcuni, di scarsa conoscenza della storia o peggio, in certi casi, di squallida finzione volta al suo disconoscimento. Ben che vada ci si riconosce “fratelli”, sottolineando così, magari involontariamente e in buona fede, una divisione, seppure flebile, che di fatto non c’è e non è mai esistita. Se per certi versi è innegabile infatti che con il decorrere dei secoli si siano andati creando differenti, seppure simili, linguaggi; differenti, seppure simili, modi di fare o di dire, non dovrebbe dimenticarsi che in un qualunque territorio di non ridotte dimensioni è inevitabile che fra parti di esso, distanti magari come nel nostro caso, diverse centinaia di chilometri; o che erano collegabili via mare solamente dopo parecchie ore di navigazione, si siano create nel tempo lievi differenze e distinguo che, comunque, non possono e non potranno mai cancellare quel comune denominatore che millenni di storia ci hanno lasciato. Sarebbe come affermare che i francesi della Normandia, sol perché caratterizzati da un accento diverso, o da qualche particolare usanza diversa, siano tutt’altra “cosa” rispetto ai francesi della regione Champagne – Ardenne o della Loira; oppure che i tedeschi della Bavaria siano tutt’altra “cosa”, per costumi, usi e tradizioni, rispetto ai tedeschi della Lower Saxony.

No, non lo sono. Sono comunque francesi; sono comunque tedeschi.

Possono certo rilevarsi differenze in relazione all’accento linguistico, o ad una qualche specifica tradizione locale; o ancora ad un particolare riferimento culturale locale; ma nessuno si sognerebbe di affermare che per questo non siano tutti, e a pieno titolo, francesi o tedeschi.

Nel nostro quindi non può essere un caso, e non potrebbe mai esserlo, che lingue, costumi, tradizioni, senso di ospitalità e perfino abitudini alimentari, presentino così tante similitudini, così tante affinità, così tante costanti seppure lievemente differenti in funzione delle diverse aree della nostra antica nazione. E parlando di antica nazione non mi riferisco solo alle Due Sicilie; non mi riferisco solo al Regno di Sicilia o alla Magna Grecia, ma ad un periodo assai più remoto; ad un periodo riconducibile ad oltre quattromila anni fa che ha visto un unico popolo proveniente dall’area euro asiatica, i Shekelesh o Sikelos, espandersi dapprima in tutto il territorio della cosiddetta Italia meridionale e successivamente sempre più a sud fino a stanziarsi, parecchi secoli dopo, nell’attuale Sicilia.

Caccamo

Se oltre alle argomentazioni storiche e culturali alle quali si è appena accennato, si avesse anche l’umiltà di prendere in considerazione recentissimi studi di genetica (http://genealogiagenetica.it/storia-genetica-degli-italiani/) che dimostrano inequivocabilmente la comune discendenza di tutto il popolo oggi detto meridionale, ecco che la verità potrebbe essere letta e recepita per quella che è; senza storture, senza forzature, senza ridicole precisazioni e puntualizzazioni.

 

Genetica italiani (FILEminimizer)

Non posso quindi comprendere, né tanto meno condividere questo accanimento fazioso e provinciale che tende ad individuare distinguo e differenze, considerandole ed elevandole ad autorevoli quanto ridicole testimonianze di una visione divisionista che, storicamente e culturalmente non c’è, non è mai stata, né potrà mai esserci. E se dovesse esserci in futuro, sarà fare violenza alla storia; sarà fare violenza alla verità.

Non siamo “diversi”; non siamo “simili”; non siamo nemmeno “fratelli”: siamo un unico inscindibile popolo con le sue legittime, lievi differenze! Questo ci dice la storia; questo ci dice la genetica; questo ci dicono le nostre tradizioni; questo ci dicono le nostre comuni caratteristiche umane e sociali!

E Storia, Genetica, Tradizioni e Caratteristiche sono a disposizione di chi vuol “leggerle”.

 

6.17

 

Da Giorgio Martinico dell'associazione AN.TU.DO., che ringraziamo, riceviamo il testo del bell'intervento della stessa Associazione alla riunione per la nascita della Consulta per l'Indipendenza del Popolo Siciliano, tenutasi a Calatabiano (Ct) il 31 marzo 2017.

– Indipendenza è una parola nuova

di AN.TU.DO.

 

Giusto un anno fa, in occasione delle celebrazioni da noi organizzate per ricordare la rivoluzione del Vespro del 31 marzo, Antudo tenne una sorta di battesimo politico e sociale. Una manifestazione attraversò le vie di Palermo per contestare il governo regionale di Crocetta e del Partito democratico: Crocetta, vatinni! Ecco il primo momento organizzato da questa nostra sigla, Antudo. Ed ecco anche la nostra prima dichiarazione di principio: l’autonomismo siciliano è cosa morta. Da allora Antudo è cresciuta e ha ampliato lo spettro di attività. Dallo scorso autunno, Antudo è anche un portale di informazione sulla Sicilia. Politica, economia, cultura, storia e lotte territoriali: questi i campi di interesse su cui finora ci siamo voluti muovere. La volontà è tanto quella di riattraversare la nostra storia e le nostre tradizioni quanto quella di raccontare il nostro presente, le nostre lotte, la dignità quotidiana di milioni di siciliani e siciliane.

 

Antudo è per l’indipendenza del popolo siciliano, senza se e senza ma.

Abbiamo la consapevolezza che questo è solo un punto di partenza, e non un punto di arrivo. Richiamarsi alla storia del popolo siciliano verso la libertà può illuminarci di gloria, ma dobbiamo essere all’altezza di chi si è battuto, non basta arrampicarci sulle loro spalle di giganti: dobbiamo essere all’altezza del loro coraggio e della loro intelligenza. Del loro animus. Per essere degni eredi di una lunga storia, dobbiamo reinventarci tutto. È questo il compito a cui chiamiamo noi stessi e la Consulta: dobbiamo costruire nuove parole, dobbiamo riempire di nuovi significati parole antiche. Dobbiamo scrivere il nuovo vocabolario della lotta del popolo siciliano per la libertà. La storia, intorno a noi, è cambiata. Il mondo, intorno a noi, è cambiato. È cambiata la forma dell’economia, sono cambiati gli scenari geo-politici. È cambiata la Sicilia.

Molte parole si sono logorate, per l’uso e l’abuso che ne è stato fatto da striduli pappagalli. Indipendenza, è una di queste. E non basta lustrarla amorevolmente perché luccichi di nuovo.
Qui vogliamo soffermarci soprattutto su un primo modo di intenderla. Indipendenza non è solo un percorso e una prospettiva politica, è anche un qui e un adesso. Noi vogliamo impegnarci per costruire giorno dopo giorno una sottrazione del nostro modo di vita agli imperativi imposti dal capitale, a quelle sottili e invasive forme di condizionamento che governano le nostre vite: nei rapporti tra gli individui, nel rapporto uomo-donna, nella relazione con la città, il paesaggio, la natura, nell’alimentazione, nella formazione personale, nel rapporto con la comunità, nel lavoro. Dobbiamo difendere le nostre vite dall’incuria, dallo spreco, dall’abbandono, dalla pochezza cui ci vogliono costringere le aziende a massimo profitto e nullo valore – e possiamo farlo. Possiamo farlo se sappiamo intessere le nostre giornate di cura, di attenzione, di sensibilità, di cultura verso noi stessi e verso gli altri, i diversi, verso il territorio e l’ambiente, verso le relazioni personali e umane, verso le cose e le persone che ci stanno intorno. Non potrà esserci mai indipendenza e libertà politica, se la nostra stessa vita rimane dipendente e schiava delle forme orribili che ha assunto il capitale. Quando noi ci battiamo contro le discariche, contro le privatizzazioni dei servizi essenziali, contro lo sfruttamento insensato di risorse naturali, contro lo sfregio delle cementificazioni selvagge, è contro la dipendenza delle nostre vite dalle merci, dai consumi e dagli stili di vita imposti dal capitale che ci battiamo. E lo possiamo fare solo provando a modificare qui, adesso, il nostro modo di vivere. Non è che se mangiamo più arancine e beviamo meno coca-cola siamo più “indipendentisti”. Però, possiamo provare a esserlo sottraendoci e opponendoci alle dipendenze che le relazioni del capitale ci impongono. È una grande battaglia culturale questa – se intendiamo “cultura” non per polverose carte ma come “modo di vivere”. E pensiamo che la Consulta possa farsi promotrice di questa battaglia culturale senza la quale nessun percorso di lotta politica può avere anima. Non possiamo solo alimentarci di disprezzo verso i nuovi conquistadores e i sempiterni reggicoda: dobbiamo essere animati da passione. Perciò, per “cultura indipendentista siciliana” non intendiamo un menu di cose già scritte da cui poter scegliere questo o quell’antipasto, miti fondativi, storie millenarie, sovranità mai esistite. Noi vorremmo che la Sicilia diventasse un grande “laboratorio culturale indipendentista” – un cantiere a cielo aperto, curioso, attento, intrecciato ai percorsi e alle iniziative che altri territori vanno compiendo.

E qui veniamo all’altro modo, per noi, di intendere indipendenza come parola nuova, percorso attuale e moderno. Abbiamo dunque iniziato la nostra ricerca politica e sociale lì dove una ricerca politica non può che, poi, finire: il nostro territorio. La difesa dei territori si impone perché è sui territori che si manifestano le “micidiali” trasformazioni del modello capitalistico, le sue dinamiche interne, palesi o invisibili che siano. Quando diciamo che l’autonomismo è cosa morta, lo diciamo pensando a quel ciclo economico e storico che è stato il capitalismo di Stato, la forma propria assunta in Sicilia, dal dopoguerra e lungo i Gloriosi Trent’anni dall’industrializzazione di monopoli protetti, dalla trasformazione dell’agricoltura, dalla crescita e diffusione dei consumi – fenomeni complessi e contraddittori, in cui si trovano insieme emigrazione e scolarizzazione, sacche di povertà e aumento delle aspettative di vita, partecipazione sociale e corruzione invasiva. L’autonomia politica avrebbe potuto e dovuto “trattare”, con lo Stato e i monopoli, i flussi di risorse, gestire con oculatezza gli investimenti, governare gli introiti fiscali – nell’interesse dell’Isola. Così, non è mai praticamente stato. La Sicilia è rimasta ai margini dello sviluppo ma più che mai, nella sua storia, “vincolata” all’Italia.
Noi proviamo a capire le buone intenzioni di chi oggi pensa che la questione sia “riconquistare” autonomia, tornare al dettato originario dello Statuto, rinvigorirne il senso e le prospettive. Però, intanto, intorno a noi si è completamente modificata la “forma” del capitale e quella dello Stato. Oggi non ci sono più investimenti da gestire, flussi di risorse da governare, industrie da allocare, scuole e ospedali da costruire, edilizia popolare da favorire, quartieri da disegnare, città da ingrandire, infrastrutture da pianificare. Qui c’è solo il deserto. Qui, come altrove, la forma assunta dal capitale è quella della rapina, del rastrellamento – soprattutto di quella parte destinata alla riproduzione sociale – e della polarizzazione “medievale” tra ricchi e poveri, tra nuovi “baroni” e nuova “plebe”. All’omologazione – distorta, quanto si voglia, ma reale – alla “nazionalizzazione” economica di ogni regione d’Italia, e alla funzionalizzazione di questa nazionalizzazione, il capitale ha scelto oggi di concentrarsi in alcune aree e abbandonare completamente altre. Come la dismissione di una fabbrica, la Sicilia è stata dismessa. Il binomio “sviluppo e democrazia” che ha funzionato per i Gloriosi Trent’anni è proprio imploso. La Sicilia rimane “vincolata” all’Italia solo per “via politica” e non più per “via economica”. E la via politica non ha più il supporto della via economica, e perciò è un simulacro di democrazia e non può che tradursi in una forma di dominio, di controllo ferreo, militare. Siamo ai margini della vita economica e siamo ai margini della vita democratica. A cosa potrebbe mai servire “maggiore autonomia”? Per salvare, ricostruire, immaginare l’economia dell’Isola dobbiamo conquistare l’indipendenza politica. Qui non c’è più un “modello di sviluppo” – quello inseguito per decenni dalla sinistra – che industrializzando l’Isola avrebbe democratizzato la vita siciliana. Qui non c’è più un “modello” da rimodulare, adattare, plasmare sui bisogni e le risorse della Sicilia. Qui, c’è il resto di niente. Solo l’indipendenza politica dell’Isola potrà far rinascere economicamente la Sicilia.

È in questa chiave che Antudo è espressione dell’indipendenza siciliana. Quello che crediamo fondamentale è proporre una nuova idea di indipendenza che parta dai processi dal basso; un’idea genuina che parta dai territori siciliani e che sappia riconfigurare un nuovo rapporto con la forma-Stato così come l’abbiamo conosciuta nel XX secolo. Un’idea proiettata nel futuro più che mutuata dal passato. Le “nuove politiche” stanno distruggendo risorse economiche e paesaggistiche; stanno impoverendo territori e tessuti sociali e culturali; disperdendo tradizioni e forme di vita sociali e comunitarie.
Povertà, miseria, emigrazione sono solo alcuni degli effetti nocivi di questi modelli; a cui va aggiunta la completa devastazione del nostro territorio misurabile non soltanto dal punto di vista paesaggistico ma anche sui terribili effetti sulla salute e sul benessere delle popolazioni coinvolte. Non meno importanti sono le conseguenze dell’incessante attività che gruppi economici e politici portano avanti in materia di cancellazione della memoria e del nostro patrimonio culturale: l’interiorizzazione, ormai diffusissima, della “subalternità” ai civili dominatori del nord ne è la più terribile espressione.

Occorre un profondo mutamento di prospettive. Sociale e politico.

Antudo vuole essere un riferimento per tutte le realtà sociali che si muovono per l’autodeterminazione e l’autogoverno dei territori.

In un’epoca in cui il potere decisionale si sposta sempre più lontano dai luoghi su cui poi esercita il proprio controllo, l’uso e l’abuso; si concentra nelle mani di pochissime istituzioni internazionali; e si configura come potere “esecutivo” frutto di continue emergenze e stati d’eccezione; in questa fase diviene urgente rilanciare una politica che dal basso affermi una chiara e determinata volontà: decidere. Riprendersi, riconquistarsi il potere di deliberare modi, forme e fini della propria esistenza e di quella della comunità cui si appartiene. Poter determinare questa propria esistenza sui territori che abitiamo è ciò che chiamiamo indipendenza.

Chi abita un territorio, urbano o extraurbano che sia, deve potere partecipare direttamente alle decisioni che riguardano economia, modelli di sviluppo, vocazioni produttive; sono sempre gli abitanti che devono poter decidere sul riconoscimento e la valorizzazione del proprio patrimonio culturale, storico e ambientale.

Autodeterminarsi significa recuperare la possibilità di determinare modi e tempi del vivere in nostri luoghi senza alcuna omologazione imposta; è, quindi, il modo in cui le comunità escono dal giogo del comando, ritrovano il diritto ad auto-narrarsi e ad auto-valorizzarsi, ad autodifendersi. È, infine, il modo per ritrovare il legame speciale e unico con i luoghi che si abitano: un legame in cui questi non siano mercificati e schiavi di prezzi di vendita.

Forme politico-organizzative nuove da costruire: nuove perché nuovi sono i terreni in cui il principio dell’autodeterminazione così come l’istanza di autogoverno potranno trovare una concretizzazione.

E qui, infine, vorremmo avanzare una proposta di agire politico: o riusciamo a costruire una “tessitura” regionale che dia sostanza progettuale ai fuochi di lotta e alle istanze dei territori oppure queste lotte sono destinate a rifluire e spegnersi. Il municipalismo è un principio costitutivo fondamentale nella costruzione dal basso della decisione, della consultazione, della partecipazione e mobilitazione, ma solo l’organizzazione regionale dei soggetti e delle lotte può dare continuità, efficacia e sostanza a un percorso di indipendenza. Solo la coscienza enorme di una “unicità territoriale” politica e economica (la Sicilia) può dare forza. La distinzione tra urbano e rurale, tra città e paese, tra industria e agricoltura, tra minuto e grande distribuzione, tra quartiere e contrada non ha senso a petto delle dinamiche del potere economico e politico “unitario”. Paghiamo le stesse bollette, la stessa fiscalità, le stesse cartelle esattoriali, abbiamo lo stesso debito pubblico. Quindi, forma dell’organizzazione e iniziativa della mobilitazione devono avere carattere regionale.

Il Primo maggio a Lentini sarà il primo passo di questo percorso.

 

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5.17

La nostra solidarietà al Popolo Russo

(foto da The Times Russia)

 

 

In relazione al grave attentato terroristico avvenuto a San Pietroburgo, il P2S esprime tutta la solidarietà dei popoli napolitano e siciliano a quella nazione che rappresenta il punto forte della lotta internazionale alla destabilizzazione violenta di coloro che intendono tutelare la vera libertà contro la più grande tirannia costituita dal NWO e da chi a suo beneficio opera sotto traccia. Ciò in nome degli antichi legami tra il regno di Napoli e di Sicilia e l’impero russo, e dei valori comuni che ancor oggi sono presenti.

Vincenzo Gulì

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=7962

 

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4.17

Il nostro breve commento all'articolo di Massimo Costa "Noi e il Meridionalismo"

di Giovanni Maduli

13.3.2017

Non possiamo non cogliere con favore, se non tutto, buona parte di quanto esposto nell’articolo del quale riportiamo di seguito il link, per altro da qualcuno già apprezzato anche in territorio napolitano e, soprattutto, lo sforzo tendente al superamento, finalmente, di ferree e inutili contrapposizioni che, in fin dei conti, nuocciono a tutti. E ancora, fondamentale ci appare l’implicito invito, che condividiamo, ad evitare confronti in campo storico che sono e restano evidentemente insanabili. Infatti non è sulle divergenze che può costruirsi un comune futuro, ma semmai nelle affinità culturali e umane, ancor più ove si considerino le richiamate sciagure che questa Europa e la relativa moneta impongono a noi tutti indistintamente. E’ proprio sulle comuni sventure, presenti e future che dobbiamo provare, invece, nel rispetto delle reciproche idee e convinzioni, a costruire un fronte comune e conseguenti comuni strategie in difesa dei nostri diritti e delle nostre libertà.

Sugli “amici che sbagliano” non possiamo ancora che concordare, ma bisogna farsene una ragione perchè ne abbiamo tutti.

Riteniamo l’articolo un segnale di apertura: non lasciamo che cada nel vuoto.

http://www.sicilianiliberi.org/it/258-noi-e-il-meridionalismo.html

 

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3.17

LE TRE GIORNATE DI NAPOLI

21-22-23 GENNAIO 1799

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Gennaio 2017

ANCHE VIDEO

Nel dicembre del 1798 l’esercito rivoluzionario francese, dopo aver deposto e imprigionato il papa,  partì alla conquista di uno dei regni più ambiti, quello di Napoli. L’Inghilterra voleva impegnare i Francesi in questa invasione per potersi riorganizzare nella guerra sulla terra ferma dopo la vittoria in mare ad Aboukir. Il capo del governo Acton convinse re Ferdinando IV a schierarsi dalla parte degli alleati antifrancesi e l’intero esercito napoletano salì al nord per combattere oltre i confini al comando del generale austriaco Mack. Naturalmente le forze occulte che manovravano il tutto tenevano ben presenti alcuni obiettivi, il principale dei quali riguardava i due regni legittimamente retti da Ferdinando di Borbone (IV a Napoli e III a Palermo). Essi dovevano essere sconquassati e indeboliti per mutarli in vassalli di Parigi o Londra, secondo chi avrebbe alla fine prevalso. Per tale motivo al duce straniero Karl Mack von Leiberich questi poteri occulti riuscirono a fare assegnare degli aiutanti di campo che fungevano anche da interpreti tra il tedesco e il napolitano. Il comprovato valore strategico del feldmaresciallo fu quindi travisato con equivoche disposizioni alle truppe che vennero agevolmente divise e sbaragliate dall’armata di Championnet. Acton subito colse l’occasione per invitare il re ad abbandonare la capitale peninsulare e rifugiarsi nell’altra insulare in Sicilia. Nonostante forti e vibranti manifestazioni popolari e militari che incitavano alla resistenza nella città sebezia, Ferdinando partì con la corte e l’esecutivo il 22 dicembre lasciando quale vicario generale il principe Pignatelli Strongoli. Gli agenti britannici di Acton approfittarono dell’opportunità per affondare la flotta napoletana che con tanti sforzi si era riusciti a varare con il pretesto di non farla cadere in mano nemica (ma non poteva salpare con il re?).

Se l’esercito napoletano si era sfaldato nello stato pontificio quando rientrò nel suolo patrio riprese ardore anche per l’appoggio immediato e spontaneo della popolazione. Dal Tirreno all’Adriatico civili e militari nel nome di Re Ferdinando ripresero le armi infliggendo seri danni agli invasori. Il primo fu Fra Diavolo ma seguirono altri famosi come il duca di Roccaromana, Mammone, Giambattista Rodio (ex giacobino pentito), Giuseppe Pronio (Abate). In quel periodo nacque la celeberrima lotta popolare (detta poi guerriglia per il suo successo in Spagna) perché fatta, in difesa della patria invasa,  da eserciti “non regolari” formati da civili, donne, religiosi, ex militari sbandati, legittimisti stranieri, tutti perfidamente definiti, per confusa semantica,  briganti.

Championnet decise abilmente di dover prima prendere Napoli e poi soggiogare  il regno. Così diresse l’armata sulla capitale eludendo i flebili e assurdi tentativi più che altro diplomatici di Mack e Strongoli di rallentare l’attacco.

Con i soldati regi disciolti, con il re costretto a trasferirsi, con le residue autorità accondiscendenti, con i nobili “francesizzati”, dopo ripetuti e vani tentativi di essere ascoltati per la difesa della capitale il popolo si organizzò. 

Già direttamente al Re la Lazzaria aveva offerto il suo appoggio per salvare il trono, quindi viepiù in sua assenza fu rispolverata la prammatica carolina che cedeva i poteri al popolo in assenza del sovrano. Come consuetudine i Sedili si riunirono nel convento di San Lorenzo deliberando la difesa ad oltranza della capitale dalle orde francesi in arrivo.

I popolani s’impadronirono delle porte, delle fortificazioni e delle armi perseguitarono i filo giacobini locali, traditori della Patria Napolitana. Anche le strade d’accesso lato nord furono presidiate da Capodichino a Poggioreale.

Domenica 20 gennaio al Duomo una folla immensa giurò a San Gennaro di offrire la propria vita per la difesa della capitale, adottando una bandiera nera inneggiante al santo patrono.

La mattina del 21 quasi trentamila francesi partirono da Pomigliano, rasa al suolo per incutere terrore all’hinterland partenopeo e prevenire soccorsi alla capitale. Diviso in quattro colonne l’esercito rivoluzionario transalpino investì Capodimonte, il Carmine, Porta Capuana, tenendo in riserva il resto dei soldati.

Il furore dei francesi fu terribile ma i Lazzari, guidati da capi improvvisati, spesso autoelettisi sul campo (come Michele Marino detto ‘o pazzo, De Simone, Pagliuchella, Paggio) e coordinati dal principe di Canosa Antonio Capece Minutolo, furono sostenuti ormai da tutti gli abitanti, compresi i soldati regi sbandati,  invitati al grido di “SERRA, SERRA”, e la lotta fu asperrima frenando l’impeto degli invasori.  Combattimenti spaventosi si accesero ai varchi della città come il castello del Carmine,  Ponte della Maddalena, Porta Capuana.

L’accesso settentrionale a Napoli è senza dubbio Porta Capuana dove il nerbo dell’armata straniera si diresse dopo aver superato la tenace resistenza a Poggioreale. La carica alla baionetta non atterrì i lazzari che ostacolarono l’avanzata in ogni modo. Addirittura i mucchi di cadaveri napolitani avanti alla porta monumentale servirono da trincea per rintuzzare i ripetuti assalti. I battaglioni del gen. Guillaume Philibert Duhesme furono bloccati avanti all’arco per ore e rischiarono grosso quando altri popolani sopraggiunsero di rinforzo. Lì prevalse l’arte guerresca del nemico che attirò in una trappola i napolitani riuscendo alla fine a entrare in città con immediato incendio e spargimento di sangue per tutti i disgraziati che si trovarono in zona, anche non combattenti e nelle proprie case, compresa la chiesa e il convento presso le mura. Era ormai notte in quel tristissimo lunedì ma i Lazzari respinti si barricarono soltanto attorno al varco conquistato dai francesi.

Altro punto delicato della difesa fu il Ponte della Maddalena che sopravanzava il fiume Sebeto,  protezione naturale della città.  Fu il miglior generale francese, il giovanissimo François Étienne Christophe Kellermann, a dover pugnare assai duramente con i Lazzari, spronati dalla statua di San Gennaro che sembrava sfidare il male della rivoluzione con la sua mano minacciosa. Con l’arrivo delle riserve i Francesi passarono nello stesso giorno il ponte ma furono subito impegnati in altri combattimenti al Mercato.

Martedì 22 si aprì quindi con la capitale invasa in più zone ma con un ulteriore vantaggio per i francesi. Infatti, i giacobini traditori della patria e del popolo napolitano erano riusciti ad impadronirsi di Castel Sant’Elmo e dei suoi cannoni e, seppure in pochi e probabilmente con l’aiuto anche di qualche loro donna che poi si vanterà dei loro misfatti, presero di mira la Lazzaria. Con i Francesi di fronte e i giacobini alle spalle i Napolitani non deflessero e disputarono vicolo per vicolo, casa per casa, palmo per palmo il terreno ai rivoluzionari. Fu una giornata apocalittica per gli abitanti di Napoli. Tra via Foria, Largo delle Pigne, via Chiaja, il Mercato si accesero furibonde mischie con i poveri lazzari che tenevano testa al più forte esercito del tempo con i suoi migliori generali a comandarlo.

I terribili echi della battaglia di Napoli erano però giunti agli abitanti dei dintorni che si stavano organizzando per marciare in aiuto della capitale. Fu quindi per l’invasore una fortuna che il 23 la città fosse totalmente espugnata con la fine delle ultime resistenze attorno ai castelli.

Nacque allora lo stato fantoccio della repubblica partenopea con i traditori che avevano aiutato lo straniero, la resistenza si spostò immediatamente fuori della capitale perché i regnicoli non si arresero mai e i Lazzari si ritirarono nell’ombra per prepararsi alla riconquista del cardinale Ruffo.

Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=7823

 

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2.17

– Divagazioni di una emigrante Duosiciliana

di Giulietta Brezza

21.1.’17

Un emigrante meridionale che va a vivere al centro-nord non è come un emigrante che va all'estero. Un emigrante meridionale all'estero è "italiano" è basta con i pregi e i difetti dell'essere italiano. Un emigrante meridionale interno invece è come uno che viene "ospitato" a casa del parente benestante e può studiare e lavorare quanto vuole ma dovrà sempre essere grato e ben conscio, in un modo o nell'altro, che è solo grazie all'ospite che ha una vita degna di essere definita tale, che è solo perché al nord si lavora tanto che ci si può permettere di dare lavoro anche a lui e a qualcun altro… che sia meridionale o extracomunitario poco conta… insomma è come fare beneficenza.

Un emigrante meridionale deve dimenticare la terra da cui proviene o meglio deve dimenticare della sua terra tutto ciò che può ostacolare la sua "rinascita" da uomo o donna del nord. L'emigrante meridionale deve imparare a non mettere in contrapposizione il "vivere" nordico col "vivere" del Sud, la morale del nord con la morale del Sud. A quelli molto bravi e diligenti questa trasformazione riesce nel giro di pochi anni… poi ci sono gli incalliti che ancora a 90 anni hanno un forte accento e… lasciamo stare! Questo emigrante quando va giù in vacanza o a trovare i suoi lo fa controvoglia… non va certo a Sharm o a New York! E quando risale ne conta di cotte e di crude su quei poveracci nullafacenti e incapaci del Sud… sempre troppo indietro!

Poi c'è qualche emigrante meridionale (molto pochi a dire il vero ) che essendosi magari imbattuto per caso in un libro o in un sito internet "strano" ha iniziato, diversi anni fa, a leggere, divorare, studiare storie di fatti accaduti tanti anni fa… non tanti… nella sua terra. Questo emigrante pensa che stare al nord o all'estero per lui fa lo stesso perché tanto oramai sa, conosce la verità sulla sua terra e non gliela si fa più! Sa che non è un "meridionale" (di che?) ma ha un'identità ben precisa che difenderà sempre… anche difronte a quei meridionali che si dicono orgogliosamente "lombardi"… lasciamo stare. Questo emigrante quando espone simboli identitari al nord lo fa per testimoniare ai suoi connazionali che sono al Sud il suo supporto.

Questo emigrante sa che sono in tanti giù che conoscono la verità e vogliono che la nostra terra torni a decidere per sé come un tempo… e pensa che da dove si trova non può fare altro che aspettare… aspettare che essa parli nei cuori e nelle menti degli altri "meridionali". Non può fare altro che essere pronto a dare il proprio sostegno quando sarà il momento. Non può fare altro che ricordare a quanti più meridionali possibile che sono molto fortunati a risiedere al Sud… molti non se ne rendono conto, e hanno una grossa responsabilità sulle loro spalle… da condividere, però, con tutto un mondo (nel vero senso della parola) di emigranti sparsi ovunque ma non più soli.

 

 

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1.17

 NAZIONE SICILIANA

 

Nel pugno avevo la Terra rossa Siciliana, la terra mia l’ho odorata, l’ho messa nel fazzoletto e l’ho conservata in tasca; quando sono andata via ho affidato a te il mio cuore e ho giurato eterno amore, Sicilia casa mia, terra mia, terra rossa, sangue mio! Rosso è il sangue dei miei padri della patria Siciliana che vennero massacrati dai soldati italiani, il sangue e il pianto dei soldati Siciliani esiliati incarcerati ed umiliati, condannati a morte dall'italia a Frenestelle.

Terra e sangue ho nel mio cuore terra rossa Siciliana dolce amore, le lacrime della mia gente, del mio popolo Siciliano per questa terra rossa che sente dolore e mai ha dimenticato il lontano popolo siciliano emigrato. Tu isola di Malta, tu fiume Tronto e tu eroica città di Gaeta non siete italia nè Lazio e neanche stranieri, siete terra rossa del nostro sangue, siete la terra mia, siete terra siciliana.

Questa terra vede bene, questa terra mi appartiene, questa è la terra nostra Siciliana, è la storia scritta nel mio sangue, è la memoria della terra perché terra e sangue saranno sempre uniti e non possono esser divisi.

Terra mia Siciliana santificata con il sangue sei terra sacra, è questa, è la mia volontà, l'unità della nazione che grida forte come una religione insaguinata, questa è la religione della patria Siciliana, tu terra pazzamente amata, tu terra nostra mai sarai dimenticata da ogni vero siciliano e da Malta a Gaeta, dal fiume Tronto all'isola di Lampedusa un’unica NAZIONE SICILIANA !

 

Pubblicato l'8 gennaio 2017 da I. D.S. sulla pagina Facebook “de'Diritti Della Sicilia Alla Sua Nazionale Indipendenza…”

 

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