1.14

ARRIVANO I NAPOLITANI

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Nel frastagliato mondo filo-borbonico s’incontra di tutto: dai legittimisti pronti a spianare i loro mantelli al suolo per far passare il Re ai meridionalisti che avvertono una confusa sensazione di una strada mai tentata per il riscatto del Sud; dagli studiosi che sono affascinati dalla miniera inesauribile di documenti sulla nostra storia misconosciuta ai nuovi briganti sempre più consapevoli di che cosa veramente teme il colonizzatore. Inoltre sussiste una vasta schiera di anti-borbonici, confusi nei presupposti ma lucidi nel loro amore per il Sud e nel proposito di riabilitarlo. Dagli uni e dagli altri spuntano quotidianamente sentenze e proclami, fomentati quasi sempre da buona volontà, che tuttavia trovano enormi difficoltà di condivisione  a causa della diversità di base. Vorremmo intervenire su un’importante questione riguardante la denominazione degli attuali italiani della bassa Italia.

Un punto storico, obiettivamente fermo, è che essi discendono dagli abitanti del Regno delle Due Sicilie. Come si appellavano costoro in quel tempo felice? Dai documenti dell’epoca si deduce che Siciliani erano i sudditi del regno fondato a Palermo da Ruggero d’Altavilla che si estendeva fino al Tronto e al Garigliano, quindi comprendendo anche i continentali. Con il trasferimento angioino della capitale a Napoli e le tante vicissitudini politiche si comincia a scrivere di due Sicilie e poi delle peculiarità della maggioranza della sua popolazione al di qua del faro identificata come Napolitani. Mai però questa definizione è stata esportata al di là del faro, pur non mancando i tentativi, per  la tenacia degli isolani a serbare la propria individualità e priorità. Ciò è perfettamente comprovato dal riconoscimento borbonico di due distinti regni sotto un unico sovrano, appunto Ferdinando I di Borbone, re delle Due Sicilie (infatti Ferdinando era IV a Napoli e III a Palermo). Siciliani quindi nella parte insulare del regno e Napolitani in quella continentale. O anche Siciliani nel territorio ultrafaro (di Messina) e Napolitani nel territorio citrafaro, ovviamente avendo come prevalente punto di riferimento la capitale Napoli. La proclamazione con Ferdinando I del nuovo stato delle Due Sicilie, con unione dei due regni precedenti, rappresenta il tentativo giuridico ma non etnico e culturale di superare quelle diversità. L’amministrazione separata rimarrà infatti inalterata nel rispetto dei popoli al di qua e al di là del faro compresi in un solo stato ma costituenti due distinte nazioni. Nazione siciliana e  nazione napolitana ma non duosiciliana, con un neologismo mai allora adoperato. Senza addentrarci nella differente storia plurimillenaria delle due nazioni, bisogna rilevare similitudini come nella religione o nella matrice greca, ma anche peculiarità come nella lingua o nelle tradizioni. Ciò non preclude l’armonia raggiunta sotto la dinastia borbonica quando le diversità si andavano progressivamente livellando a beneficio di un’unità sempre più intensamente sentita, come dimostra la partecipazione alla difesa del regno di tanti siciliani partiti spontaneamente per Gaeta e il brigantaggio speculare esercitato anche nell’isola quale sfortunata guerra di liberazione. Oltre sette secoli di unione monarchica avevano ridotto al minimo le differenze tra le due nazionalità, ma esse sussistevano ancora sensibilmente. Non è superfluo precisare che qui si parla continuamente di regni perché ci si riferisce a periodi storici ben delimitati nel tempo e nelle persone. Nessun pregiudizio pertanto nei confronti del mondo attuale, naturalmente diverso ed in cui bisogna riverberare le cose buone di allora nella sostanza sicuramente ma non necessariamente nelle forme. Chi, non avvertendo la diversità macroscopica tra le varie dinastie del passato, ancora può turbarsi all’aggettivo borbonico (dolosamente caricato di ogni male) non ha quindi alcunché di cui preoccuparsi.

Torniamo ai Napolitani. Gli abitanti di Napoli sono in lingua italiana Napolitani, come attestano altre lingue (francese: napolitaine; inglese: neapolitan; tedesco: neapolitanischen; spagnolo: napolitano; latino: neapolitanus) che utilizzano la “i” come di dovere. In lingua napolitana naturalmente si dice napolitano, in sicilano napulitanu.

Forse dalla forma napolitana della città, Napule, è sorta anche un altro aggettivo napuletano o napoletano. Questa forma si trova in alcuni scritti d’epoca preunitaria ma è nettamente soverchiata da napolitano. Oggi le persone di Napoli sono dette napoletane con la “e” al posto della “i” a livello ufficiale ed è del tutto scomparso il termine riguardante gli altri abitanti degli antichi territori citrafaro, associati prima a napolitano. Dopo oltre 150 anni di colonizzazione italiana, i Napoletani sono i risiedenti a Napoli mentre gli altri meridionali prendono nome dalle rispettive città e province. E’ stata così realizzata una vera e propria scissione tra gli ex sudditi delle Due Sicilie, strappandoli profondamente dalla loro matrice storica della Napolitania. Il divide et impera prosegue vittorioso ai danni degli attuali italiani del sud. Oggi è quasi un’offesa tacciare di napolitano un abruzzese o un salentino, perché essi intendono napoletano e quindi si vedono assimilati agli abitanti della città di Partenope, con tutti gli strascichi delle calunnie e delle divisioni sparse dal 1861 in poi. Permane per loro quell’attributo nell’alta Italia o all’estero, terre di emigrazione postunitaria (tra fine Ottocento e inizio Novecento)e pertanto luoghi di conservazione maggiore di memoria storica. Ne è esempio l’aggettivazione “tanos” usata in Argentina verso tutti gli emigrati dall’odierno Mezzogiorno, abbreviazione di Napolitanos. La modificazione culturale da noi invece ha prodotto i suoi malefici effetti: i Napolitani non esistono più.

Il tempo è ormai maturo per ricucire quest’ulteriore lacerazione culturale. Tralasciando l’uso sporadico di “napoletano”  anche nel regno borbonico (che allora non mirava a creare confusione) da adesso in poi noi abbiamo il dovere di chiamarci Napolitani dal Tronto a Capo Spartivento, compresa la città di Napoli. Sembra un neologismo e ciò gli conferisce tutta la potenza che può sprigionare: chiedere a un lucano o un calabrese di appellarsi  “napoletano”   non può che avere quasi sempre effetti negativi; invitarlo a ripristinare il termine desueto di “napolitano” lo sconcerterà sino all’accettazione in nome del futuro comune che vogliamo edificare su fondamenta antiche eppure innovative.

La Sicilia è già pronta per affermare la sua individualità plurisecolare e si sta sempre più convincendo che la dimensione socio-economica toccata alla metà dell’Ottocento assieme al popolo al di là del faro è una grande tematica da meditare e riproporre per intaccare l’oppressione nord-italica. La Napolitania è molto meno pronta perché ricerca  la sua identità per vie traverse mentre la sola strada con uscita vittoriosa è quella delle radici storiche che la farà risorgere se il suo popolo si sentirà napolitano.

La mega-regione Sicilia e la macro-regione Napolitania devono diventare gli obiettivi a breve termine dei popoli al di qua e al di là dello stretto. Sarà poi naturale l’avvicinamento tra Sicilia e Napolitania, in tempi e modi da discutere approfonditamente, che fa già intravedere all’orizzonte qualcosa che si ispira sempre più alle Due Sicilie.

Come risoluzione in data 27 giugno 2013 del legittimo Parlamento  , oltre un secolo e mezzo di colonizzazione in Italia ha fuso nel dolore talmente i due popoli, maltrattati sistematicamente in maniera uguale, da crearne ormai uno solo a cui potremmo assegnare una definizione insistente nella storia passata per le ragioni addotte ma di pregnante significato: duosiciliani.

Immagino già le reazioni di quel mondo frastagliato ma proprio perché è necessario allinearci per lottare che ci serve il popolo e la nazione dei duosiciliani.

La cultura deve necessariamente sfociare in politica in senso lato se si vogliono cambiare le cose. Pertanto se i neologismi come duosiciliano (o napolitano per l’oblio della memoria) non sono completamente ortodossi rispetto alla documentazione storica, devono diventare strumento di lotta politica per far partire la nostra rinascita. Le ragioni dell’azione qui devono prevalere su quelle del pensiero perché, dopo trent’anni di revisione storica, siamo determinati a fare sul serio per i nostri popoli martoriati che rischiano di scomparire per l’esaurimento di alimentazione dalle proprie radici.

Ogni cosa sarà graduale e irresistibile. Cominciamo a compattare i Napolitani e ad usare questo apparente neologismo. Facciamolo già scrivendo al PC che ci segna in rosso la parola per lui inesistente. Con il tasto destro del mouse clicchiamoci sopra, scegliendo “aggiungi”. Con accorgimenti, costanza, pazienza, zelo e determinazione forgeremo i Napolitani del XXI secolo, preludio meraviglioso delle Due Sicilie!

Vincenzo Gulì

Fonte:

www.parlamentoduesicilie.eu

 

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2.14

AUTODETERMINAZIONE

CONSIDERAZIONI ALLA NOTA DEL FNS

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Dalla Segreteria Nazionale FNS  proviene l’accluso comunicato (*) con il titolo emblematico ˝Diritto all’autodeterminazione!” che trova in questo legittimo Parlamento la massima e più attenta accoglienza nella sua sostanza. Napolitania e Sicilia, giustamente due nazioni senza stato , sono ormai accomunate da 153 anni di malgoverno italico da essere da esso confuse e sfruttate in egual modo. Noi, che conosciamo le identità e le diversità che le connotano, rileviamo semplicemente  che nel male siamo stati considerati un unico Meridione d’Italia senza diritti (o con parziali diritti mai riconosciuti come il famoso Statuto siciliano)e con il medesimo dovere di lavorare per il benessere dei padroni del nord. Se siamo dunque appartenenti alla stessa colonia,  dobbiamo assieme trovare il modo di riscattarci.

L’ autodeterminazione rappresenta certamente la via maestra ma essa dipende da diverse condizioni. Quelle indicate nella nota che si riferiscono ai competenti organismi internazionali ci trovano abbastanza scettici. La storia politica di oltre due secoli evidenzia l’ipocrisia di queste istituzioni, create  dagli stessi che stanno distruggendo siciliani e napolitani. Come possono ragionevolmente essere credibili? Quante volte hanno dimostrato di non rispettare le loro stesse regole quando si trattava di un tema delicato? Oggi esse sono la più raffinata invenzione per schiacciare la democrazia: quando uno stato va  nella direzione non gradita, intervengono per riportarlo nella rotta prestabilita (come per i vincoli della UE sulle spese pubbliche in relazione al debito statale); quando uno stato attua i loro programmi più impopolari, lasciano sistematicamente cadere ogni istanza  ancorché popolare (come per la triste vicenda dei rifiuti tossici nella Terra dei Fuochi). E non conta citare esempi nel vecchio continente (come l’ex Cecoslovacchia) di paesi con storia e destini differenti. Napolitania e Sicilia costituiscono il caso più preoccupante di non allineamento ai poteri mondiali, di mancata normalizzazione a oltre due secoli di modernità, da cui è sorta la globalizzazione che ci assilla. Prima un genocidio terrificante per il cosiddetto brigantaggio post-invasione e una diaspora a livello biblico, adesso l’avvelenamento delle nostre terre per farcele lasciare ai migranti scientificamente sbarcati sulle nostre coste per soppiantarci. Noi non siamo Cechi o Slovacchi, e nemmeno Catalani o Scozzesi, siamo quelli che sconfissero la Rivoluzione a cavallo del XIX secolo, quelli che mostrarono al mondo un’amministrazione pubblica scevra da sfruttamento umano e pur idonea a competere con il perfido capitalismo anglo-sassone, siamo quelli ancora in grado di fare questi discorsi nonostante una catastrofe culturale senza eguali che ci flagella da quel letale 17 marzo 1861. Hanno tentato di cambiarci e di eliminarci, lo continueranno a fare sino alla nostra massima disfatta.

Sono i nostri popoli allora che si devono muovere ma l’intensità della revisione storica (energia atta a spostarli dallo stato comatoso in cui stanno)  che li ha pervaso è obiettivamente insufficiente. In Sicilia si è più consapevoli dello sfruttamento italico (come provano i tentativi reiterati e recenti di separazione) fino a trasformare in una sorta di abitudine l’anelito di libertà sovente quasi a scinderlo dalle azioni concrete per ottenerla. In Napolitania c’è molto meno consapevolezza ma anche minori rischi di assuefazione al desiderio libertario montante. In altre parole, nel territorio ultrafaro  occorre un progetto nuovo, concreto e comune; in quello citrafaro la divulgazione capillare del medesimo progetto. Man mano che esso si eseguirà, aumenterà la schiera di quelli che lo conosceranno, lo condivideranno e collaboreranno al suo successo.

Gli auguri per il nuovo anno avranno successo se saranno seguiti dall’impegno personale per cominciare a realizzarli.  I tempi sono propizi per stilare questo progetto. Ai promotori l’arduo compito di capitolarlo e di renderlo pubblico. Si aprirà in tal modo una falla nella mastodontica diga di menzogne che tiene le nostre nazioni schiave da 153 anni. L’imponenza della pareti non la salverà dal crollo ignominioso, quando una massa irresistibile di acqua s’infilerà nel suo punto critico, che si chiama semplicemente Verità.

Vincenzo Gulì

Sovrintendente Generale

Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud®

NAPOLI Piazza Mercato, 45

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3.14

 

Comunicato stampa del 10 gennaio 2014

E’ sinceramente sconcertante quanto deliberato dal consiglio comunale di Bacoli nell’ultima seduta del 2013. In previsione del bicentenario dell’arma dei carabinieri, la totalità dei membri, tranne due del gruppo indipendente, ha stilato un documento con un ringraziamento “per la lotta alla camorra e per la lotta ai briganti”.

Ai nostri giorni nessuno può fingere di ignorare la revisione storica che sta polverizzando il Risorgimento perché, anche se ignora la verità, avrà sicuramente sentito parlare di un’altra faccia della cosiddetta unificazione italiana e dell’orgogliosa determinazione dei nuovi figli dell’attuale Sud.

Come non accorgersi che:

  • Se l’Italia ha giuridicamente 153 anni, come può il corpo dei Carabinieri festeggiare i 200 anni?
  • Se è ormai notorio che il brigantaggio fu la legittima resistenza dei popoli delle Due Sicilie invasi, massacrati e saccheggiati dallo straniero, come accostarlo alla malavita organizzata, nata con lo stato italiano per tutelare gli sporchi interessi dei capitalisti?

Forse si tratta dei carabinieri sabaudi del Regno di Sardegna fondati appunto nel 1814, che ebbero un ruolo preminente nel reprimere nel sangue i patrioti napolitani e siciliani che tentarono di non far diventare il Sud una colonia del Nord? In questo caso nessun bicentenario da celebrare, ci penseremo per quelli della Repubblica Italiana eventualmente nel 2061…..

In ogni modo i consiglieri di Bacoli hanno offeso la schiera sempre più cospicua di meridionali che conoscono la vera storia e ad essi deve rispondere con le debite scuse. Altrimenti, in nome della vera democrazia, si organizzerà una raccolta firme tra i Bacolesi per sentire il loro parere in merito e magari sfiduciare i loro incauti rappresentanti.

Ufficio Stampa

Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud ®

Piazza Mercato 45, NAPOLI

Sito web www.parlamentoduesicilie.eu

per contatti 3394436890

 

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4.14

 

Comunicazione ufficiale n. 1/14 del

Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud ®

Di Vincenzo Gulì, lunedì 3 febbraio 2014 alle ore 11.15

Alcune formazioni del neo-meridionalismo sono in piena campagna elettorale in vista delle prossime europee. E’ la prima volta che persone e idee nuove osano non tanto sfidare i partiti tradizionali anti-sud quanto chiamare a raccolta lo sconcertato e sfiduciato elettorato meridionale. Male che vada sarà importante lo screening effettuato per le future, inevitabili, battaglie che ci riguardano. Finalmente si cominceranno a censire quelli che direttamente o indirettamente vogliono scendere in campo per cambiare il nostro terribile stato di crisi permanente da 153 anni a questa parte.  Questo legittimo Parlamento si colloca in una posizione di assoluta neutralità per la sua stessa natura perché non è un movimento politico-elettorale ma un assise che comprende le diverse scelte dei singoli componenti. Ad essi è concessa la facoltà di discussione al suo interno o la piena libertà di aggregarsi a gruppi organizzati in competizioni elettorali per la salvaguardia dell’attuale Sud. Si ribadisce che nell’agorà parlamentare è possibile e ben accetta l’azione anche di movimenti politici, non spiccatamente tricolorati, su progetti e obiettivi determinati da eseguire assieme. Si chiarisce che, come è accaduto a Botricello (CZ) per UM, la collaborazione meramente culturale con tali raggruppamenti è disponibile e utile per rafforzare la conoscenza delle proprie radici, motore della nostra riscossa in ogni settore.

Pertanto si precisa, una volta per tutte, che nè il Parlamento in oggetto nè il suo rappresentante che scrive hanno aderito ad alcuna proposta collaborativa con le liste civiche o politiche che si presenteranno alle elezioni politiche prossime o venture. Questo Parlamento accoglie tutti, prima, durante o dopo le competizioni elettorali, per realizzare azioni complementari e propedeutiche per il riscatto delle terre duosiciliane il cui tempo di attesa è drammaticamente terminato.

Il Presidente

Prof. Vincenzo Gulì

Fonte:

https://www.facebook.com/notes/parlamento-delle-due-sicilie-parlamento-del-sud/comunicazione-ufficiale-del-parlamento-delle-due-sicilie-parlamento-del-sud-114/615845595150309

 

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5.14

Si sta provando in tutti i modi a distruggere la Sicilia, ma i siciliani non resteranno a guardare con le mani in mano. Il convincimento del sig. Attaguile, ex sindaco di Catania, per cui una simile scempiaggine sarebbe accettata “a furor di popolo”, è suo personale. I veri siciliani non la pensano così.

Giovanni Maduli

Né Province, né Regioni: Sicilia divisa in due e più “lunga”

da siciliainformazioni.com

La prima riforma è quella della Regione. Con inquietante tempestività a poche ore dall’esito felice della faticosa discussione in Commissione affari istituzionale dell’Ars, sull’abolizione delle province e la nascita del consorzi, i prof di mezza Italia, amministratori, parlamentari regionale e nazionali, hanno pensato che fosse necessario cestinare tutto e pensare ad altro. Riparte da Sturzo la ricostruzione della democrazia in Italia, scrive Francesco pttaguile, Presidente di Hib internazionale, che con la Fondazione Sturzo, guidata da Francesco Parisi, ha convocato Sturzo a Caltagirone il 31 gennaio e 1 febbraio gli stati generali delle autonomie locali. “Non basta una riforma elettorale, occorre redistribuire i poteri locali, regionali, statali e sovranazionali con la sussidiarietà”.

All’appuntamento di Caltagirone, una città carismatica per la storia della democrazia “dal basso”, i partecipanti arrivano con le carte a posto: si sono documentati, hanno studiato, esaminato e messo nero su bianco. Non proporranno, dunque, lo smantellamento della regione sulla scorta di un cahier de doleance di facile presa, ma proporranno la loro rivoluzione amministrativa dell’Italia: 36 aree vaste in luogo delle Regioni e delle Province, sul modello del Trentino Alto Adige dove convivono, felicemente, due grandi province autonome. La Sicilia sarebbe suddivisa in due parti, una – orientale – e l’altra, occidentale. La prima verrebbe aggregata ad una fetta consistente della Calabria. “In Sicilia – sostiene Attaguile, ex sindaco di Catania – questo significa fare due sub-regioni intorno alle aree metropolitane di Palermo e Catania e, come suggerisce al Governo anche la Società geografica italiana, un’Area dello Stretto intorno a Messina-Reggio collegate stabilmente. Una legge costituzionale di questo tipo passerebbe a furor di popolo”.

L’intero articolo su:

http://www.siciliainformazioni.com/sicilia-informazioni/68303/ne-province-ne-regioni-sicilia-divisa-in-due-e-piu-lunga

 

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6.14

SOVRINTENDENZA GENERALE

 

GOVERNO RENZI: NIENTE DI NUOVO PER IL SUD?

La sfrontatezza e l’impudenza del nuovo governo Renzi giustamente è giudicata dai nuovi meridionalisti senza limiti ed estremamente rovinosa per il Sud. Non c’è molto di nuovo ma qualcosa vorremmo rilevare. L’estrazione dei personaggi, dal primo ministro a quello dell’economia, e la loro origine geografica non sono mai stati tanto sfacciatamente cinici nei confronti dei problemi alloctoni del Mezzogiorno. Non è una mera dimenticanza bensì una consapevole tappa verso questa questione meridionale da risolvere estinguendo proprio i meridionali. Dagli scarichi tossici generalizzati, che avvelenano la nostra prole, alla nuova deportazione, che intende fare spazio alla devastazione territoriale e alla sostituzione degli indigeni con gli extracomunitari, è in atto una battaglia conclusiva contro il Sud.

E’ tempo di reagire subito e pesantemente in qualsiasi maniera civile ed efficace,  anche quella elettorale che alcuni arditi gruppi stanno facendo soprattutto per svegliare  i discendenti dei duosiciliani dal coma risorgimentale.

Napoli, 22 febbraio A.D. 2014 – A.O. CLIII

 

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7.14

REFERENDUM PER USCIRE DALL’EURO

USCIRE DALL’EURO SI PUO’ E SI DEVE

ADESSO POSSIAMO DECIDERE NOI

Con questi due quesiti si intende uscire definitivamente dall’euro, non dall’Europa, ritornando al sistema monetario antecedente(lira), abrogando tutte le disposizioni relative alla introduzione dell’Euro in Italia.

 

Quesito 1 Volete Voi che sia abrogata interamente la Legge 17 dicembre 1997 n. 433, pubblicata nella G.U. n. 295 del 19 dicembre 1997, dal titolo: “Delega al Governo per l’introduzione dell’Euro”»?

 

Quesito 2 Volete Voi che sia abrogato interamente il dlgs. n 213 del 24 giugno 1998 dal titolo: “Disposizioni per l’introduzione dell’Euro nell’Ordinamento Nazionale a norma dell’art 1 comma 1 della legge 17 dicembre 1997 n. 433″, pubblicato nella G.U. n. 157 del 8 luglio 1998 – Supplemento Ordinario n. 116»

Maggiori informazioni su:

http://www.movimentobaseitalia.it/index.htm

 

 

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8.14

Di seguito il nostro commento ad un articolo di Ernesto Galli Della Loggia intitolato “Sbaglia chi pensa che il ritardo del Sud sia dovuto all’Unità d’Italia” di cui si parla al seguente link:
http://www.linksicilia.it/2014/03/il-corriere-della-mezzanotte-attacca-il-meridionalismo/

 

Si potrebbe restare allibiti nel leggere le assurde argomentazioni di Galli Della Loggia che sanno tanto di “arrampicata sugli specchi”; (più avanti spiegherò il perché dell’uso del condizionale). Arrampicata che non disdegna addirittura di intravedere nella crescita al Sud delle posizioni della Sinistra negli ultimi trenta anni una strana coincidenza con la crescita del meridionalismo (…”le date coincidono”… afferma), ignorando che, a tutt’oggi, proprio la sinistra, a meno di qualche rara eccezione, è quella che, ignorando volutamente la verità storica documentata perfino dalla SVIMEZ e dagli studi storico – economici della Banca D’Italia, è la più accanita avversaria del meridionalismo.
Arrampicata che giunge financo a cercare nella “…solidificazione dell’istituto regionale…” (un attacco non tanto velato alle regioni ed a quelle a statuto autonomo in particolare?) la responsabilità dell’espansione del meridionalismo ed infine, dulcis in fundo, l’invito rivolto agli intellettuali a non lasciarsi coinvolgere nelle trame delle …”miserabili, inefficienti, e corrotte élite politiche e sociali che reggono il Sud”. Viene da sorridere: ma il Galli della Loggia in che mondo vive? Non è al corrente delle miserie, delle inefficienze e della corruzione che attanagliano il Nord e l’Italia tutta? E guarda caso, proprio dalla così detta unità in poi? Ma no, certo, al Nord certe porcherie, secondo lui, non si vedono, non esistono. Peccato per lui che giornali e telegiornali lo smentiscano quotidianamente.
Vorrei rassicurare il Galli Della Loggia su almeno due punti: 1) i tradizionali partiti politici non hanno nulla a che vedere con il risveglio dei popoli meridionali; anzi, per molti veri meridionalisti i partiti non rappresentano più nulla e nessuno. 2) Certo può essere preoccupante, per il Nord, che il mondo intellettuale meridionale si stia svegliando, ma stia tranquillo, gli intellettuali sapranno far piazza pulita sia dei politicanti di mestiere, che dei truffaldini sempre pronti a pescare nel torbido; ma anche di coloro che ci sfruttano da ormai centocinquantatre anni.
Tuttavia vorrei spezzare una lancia in favore di articoli come quelli del Galli Della Loggia: non sono articoli negativi o disfattisti nei confronti del meridionalismo e dell’affermazione della vera storia, sono articoli che, al contrario, denunciano che c’è chi comincia a temerci; e fanno bene (da qui l’uso del condizionale in apertura). Ben vengano quindi articoli di quel tenore: saranno la cartina di tornasole del nostro riscatto e della nostra riaffermazione.

Giovanni Maduli.

 

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9.14

– La “teoria del genere”: l’ennesima truffa ai danni degli italiani ( e non solo)

di Giovanni Maduli

Da qualche giorno giornali e telegiornali violentano il nostro lessico abituale con un nuovo idioma: la “teoria del genere”. E lo fanno equiparandolo ed accostandolo, subdolamente, alle quote di presenza delle donne in Parlamento; ma si tratta di una colossale truffa. Come molti ricorderanno infatti, fino a qualche mese addietro, in relazione alla presenza delle donne in Parlamento, si parlava di “equiparazione del numero di uomini e donne” all’interno dell’istituzione parlamentare o, tutt’al più, di “quote rosa”. Ma la “Teoria del genere” (o del gender) è invece tutt’altro e non ha assolutamente nulla a che vedere con le così dette “quote rosa”: è il tentativo del cosiddetto nuovo ordine mondiale di eliminare ogni differenza, anche fisiologica, fra i due sessi; è il tentativo di cancellare ogni differenza al fine di formare una sorta di nuovo umanoide ibrido e, in futuro, indistintamente maschio e femmina. Tentativo già in corso d’opera, ad esempio, anche attraverso la spropositata campagna a favore dell’omosessualità o attraverso la sostituzione nei certificati di nascita dei termini “padre” e “madre” con “genitore 1” e “genitore 2”; sostituzione già operativa, ad esempio nei Comuni di Milano, Venezia e Roma (solo a titolo di esempio riporto il link ad un articolo che tratta della cosa: http://www.barbadillo.it/20649-il-caso-dal-vademecum-alla-disobbedienza-civile-ecco-la-societa-che-difende-la-famiglia/ , ma in rete se ne trovano moltissimi altri). Ma perché i nostri politicanti, già affiliati al nuovo ordine di cui sopra, e le loro serve reti televisive e di stampa divulgano con tale disinvoltura (ma con tanta insistenza) questo nuovo idioma? Semplice, per abituare il “cittadino bue” alla “nuova terminologia” in maniera che, attraverso la confusione creata fra “quote” e “gender” si faccia passare un termine che, come abbiamo visto, nasconde invece ben altro.

Si invitano gli scettici a cercare sul web: Teoria del genere o, meglio, teoria del gender.

 

 

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10.14

– Il tempo delle ambiguità è finito

di Giovanni Maduli

(Immagine tratta da www.beppegrillo.it)

Come tanti altri, anch’io inizialmente diedi la mia fiducia al 5Stelle partecipando attivamente anche a riunioni, attività etc. ma, come molti altri hanno notato, da un paio d’anni Grillo non parlava più di banche o di signoraggio, cosa che invece faceva continuamente nel corso dei suoi precedenti spettacoli. I casi evidentemente non potevano essere che due: o i suoi precedenti proclami contro le banche erano fittizi, oppure era stato minacciato. Dopo parecchio tempo, pressato da tanti suoi fans, gli è sfuggito di ammettere, forse ignorando che al momento era ripreso da qualcuno che ha poi postato il video su youtube, che era stato minacciato. In un certo senso la cosa lo assolve, ma non del tutto. Chi oggi voglia far politica sul serio e nell’interesse esclusivo dei popoli e dei cittadini, deve essere consapevole che i suoi nemici veri non saranno certo i partiti politici (quelli semmai saranno un primo strumento per tentare di eliminarlo, come infatti stanno tentando di fare), saranno invece le banche, le multinazionali petrolifere, farmaceutiche, alimentari; saranno i poteri finanziari, le èlite e i loro governi  asserviti al sistema. In questa situazione i casi sono due: o si combatte seriamente anche a rischio della propria stessa vita quei poteri, oppure ci si ritira a vita privata, scelta quest’ultima peraltro legittima. Ma non si può continuare questa fondamentale battaglia cedendo alle minacce di quei poteri; non si può stare con un piede in due staffe. Qualcuno potrebbe obiettare che la battaglia di Grillo potrebbe un domani portare al risveglio vero dei cittadini e dei popoli e che quindi poi questi ultimi si potrebbero rendere artefici della lotta ai poteri di cui sopra. Tesi questa forse credibile ma non accettabile sul piano etico e morale. Ma veniamo ad oggi. Solo da qualche giorno, dopo anni di silenzio, il sito di B. Grillo pubblica un paio di articoli sul signoraggio e sul denaro creato dal nulla; adesso questo articolo sul disfacimento dell’Italia. Si tratta di una vera riflessione o di una provocazione? E sopratutto, come mai solo adesso? Forse si è accorto (vedi articolo di Galli della Loggia sugli intellettuali del Sud etc.) che il mondo intellettuale, in particolare quello meridionale, si sta svegliando e i deboli lumicini di una volta sono ormai divenuti un fascio di luce abbagliante? Ma oltre a ciò, ammettendo che la riflessione di Grillo sia veritiera e non provocatoria, come si concilia questo suo articolo e quelli di un paio di giorni fa contro le banche, con un Casaleggio che non solo va a Cernobbio per parlare di web con i rappresentanti dei poteri forti, ma appena qualche giorno fa ha dichiarato che “Il problema non è l’euro”? Non è l’Euro? Ma forse ha ragione: l’Euro non è un problema: l’EURO E’ IL PROBLEMA. Ci troviamo in realtà dinanzi ad una operazione messa su chiaramente per meri motivi elettoralistici, per pescare ovunque sia possibile, quindi anche fra gli indipendentisti. Per come ho già avuto modo di esternare in più occasioni, ritengo che solo l’indipendenza piena e totale del Sud possa essere la via – l’unica – che forse potrà restituirci un po’ di dignità. Il tempo delle ambiguità è finito.

Qui il video su Grillo

https://www.youtube.com/watch?v=thkycK7v8PA

Qui l’articolo su Casaleggio

http://www.losai.eu/casaleggio-contro-luscita-dalleuro-non-e-quello-il-problema/

 

 

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11.14

 

17 MARZO 1861: LA LEGITTIMAZIONE DELL’ILLEGITTIMO

            Ancorché in ritardo, non è superfluo ricordare che il 17 marzo 1861 si compiva l’infausto destino dei popoli meridionali e siciliani; un destino che aveva in serbo per quei popoli ben dieci anni di violenze, stupri, saccheggi, fucilazioni e miseria e, per i decenni a venire, migrazioni di massa che sono continuate per tutti questi 153 anni e che hanno visto lasciare la loro terra milioni di contadini e braccianti prima e centinaia di migliaia di diplomati e laureati oggi. In quella data infatti veniva proclamato a Torino Vittorio Emanuele II re d’Italia. Una proclamazione illegittima perché fatta quando ancora le piazze di Messina e Civitella del Tronto ancora combattevano, più che onorevolmente, in difesa della loro terra. Illegittima perché falsamente avallata da plebisciti farsa ai quali parteciparono meno del 2 % della popolazione dell’ex Regno ed ai quali votarono illegalmente anche garibaldini e perfino soldati mercenari ungheresi che presero parte all’arrembaggio, all’annessione violenta ed agli eccidi che seguirono. Una proclamazione anche falsa come dimostrato dal numero progressivo del registro dei verbali del parlamento sabaudo che indicava l’8˚ seduta, quella da italiani, dopo la 7˚ da piemontesi,  e dal nome adottato dal nuovo re, Vittorio Emanuele II re d’Italia e non, come da prassi consolidata, Vittorio Emanuele I, sovrano di un nuovo stato. La Verità, per tali circostanze, cominciava già a far valere le sue ragioni dimostrando con quei “dettagli” che non si trattò della nascita di un nuovo stato, ma solamente e squallidamente dell’allargamento del regno di Sardegna. Non un solo aspetto  di tutto quanto riguardò quegli eventi, dall’aggressione dell’11 maggio 1860 alla dichiarazione del 17 marzo 1861, ma anche gli innumerevoli altri accadimenti successivi possono vantare il benché minimo criterio di legalità e legittimità. Questa Italia è un paese che affonda le sue radici nell’illegalità e nell’illegittimità; un paese che persegue, ancora oggi, quella infame tradizione; un paese con le radici marce; e un paese con le radici marce non può dare che frutti marci, ammesso che possa darne. E i risultati dopo 153 anni  di questa lunga ed estenuante agonia sono sotto i nostri occhi. Abbiamo assistito ed assistiamo ancora al continuo e costante degrado dei nostri valori e della nostra cultura e oggi anche a quello della nostra economia; degrado quest’ultimo che oltre ad alimentare l’incessante fenomeno migratorio soprattutto dei nostri giovani, cioè del nostro futuro, non di rado purtroppo, giunge perfino ad istigare al suicidio.

Ma gli inganni e le truffe non possono mai proseguire in eterno; prima o poi giunge quel momento in cui vengono riconosciute e sventate e quel momento è oggi. Non è infatti più procrastinabile la rivendicazione delle legittime aspirazioni umane, storiche, culturali, economiche e sociali che per tanti, troppi anni, sono state negate al nostro popolo, ai siciliani ed ai napolitani. Proprio il 17 marzo a Napoli si è celebrata la I Giornata della Memoria dei Popoli delle Due Sicilie con una solenne funzione religiosa nella chiesa di San Domenico Soriano ed un presidio informativo a via Toledo sotto l’egida parlamentare.”

Prof. Vincenzo Gulì, presidente del Parlamento delle Due Sicilie-Parlamento del Sud®

Arch. Giovanni Maduli, v. presidente del Parlamento delle Due Sicilie-Parlamento del Sud®

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12.14

NON GETTARE FANGO SUI TIFOSI DEL NAPOLI

 

Il legittimo Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud ® (progetto civico-culturale debitamente registrato dell’ass. cult. Neo Borbonici Attivisti), in relazione ai fatti relativi alla finale di Coppa Italia, esprime tutto il suo sdegno ai mass media nazionali che hanno largamente e infondatamente gettato fango sul Napoletani  senza tenere in debito conto che I tifosi azzurri:

 

1)           sono stati proditoriamente aggrediti da ultrà romanisti

2)           sono stati posti nelle peggiori condizioni dalla cattiva organizzazione delle forze dell’ordine e degli steward che non hanno consentito loro i parcheggi sicuri, l’afflusso vigilato, l’entrata regolare

3)           sono stati tenuti all’oscuro dell’esito dei fatti di sangue prepartita, alimentando così i peggiori       pensieri sino al tardivo incontro con il capitano del Napoli, con i relativi strascichi polemici, che poteva essere evitato con un  tempestivo annuncio dagli altoparlanti

4)           sono stati largamente infamati da radio e TV in modo da minimizzare l’importante successo sportivo colto sul campo.

In conclusione, una vittoria calcistica è stata l’occasione, ampiamente sfruttata all’interno e all’estero,  per parlare dei soliti luoghi comuni relativi alla camorra, alla violenza, all’inciviltà quando nulla di tutto ciò ha originato quanto accaduto. Si chiede ai giornalisti che conoscono la vera realtà di Napoli di tamponare questo ennesimo attacco facendo emergere la verità e salvaguardare quel che di buono qui si sta facendo anche in campo calcistico.

Ufficio Stampa

Sede Piazza Mercato 45, Napoli

sito web: www.parlamentouesicilie.eu

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13.14

Giorgio se ne vò jì e ‘o vescovo n’ ‘o vò caccià.

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Dice una nenia che gli Ultra’ del Napoli propongono costantemente al San Paolo “In un mondo che non ci vuole più, canterò di più, canterò di più“. Ciò evidentemente per tutelare il loro diritto ad essere tifosi particolari di una squadra particolare come quella azzurra in un periodo in cui si è trasformato il calcio solo in un business che sembra non aver più bisogno degli spettatori tradizionali sugli spalti. Premettiamo che non possiamo condividere gli errori, talvolta i reati, che questi gruppi organizzati hanno commesso ma ci vogliamo riferire alla loro intima essenza da cui trapela una napolitanità assai profonda. Ciò per quanto concerne il loro amore per Napoli (che a gran voce proclamano essere “la loro unica fede“) e le infinite dimostrazioni di attaccamento a molti di quei valori tradizionali che gli intellettuali locali hanno disperso allegramente e boriosamente da tempo. Del resto è un fatto storico dalle nostre parti l’abisso tra lazzari e giacobini, tra popolani e “setille“, tra plebe e borghesia colta e arricchita.

Quel canto monotono, iterato sino al tedio, rappresenta il loro modo di voler continuare ad essere tali che noi apprezziamo nei limiti prima spiegati.

Ora che è sotto gli occhi di tutti il massacro dei mass media di questi Ultrà per la finale di Coppa Italia, vogliamo spezzare una lancia a loro favore con alcune puntualizzazioni. Innanzi tutto la vera e propria trappola mediatica di esibire al mondo intero il capitano Hamsik che si reca nella curva napoletana per risolvere l’impasse, dopo quasi un’ora di inspiegabile ritardo nell’inizio della partita a causa dei noti fatti di sangue pomeridiani. Molto altro si poteva fare in quell’ora e nessun altro significato si poteva trarre da quella “visita” se non la sottomissione di calciatori e istituzioni alla tifoseria “camorristica“. Ecco la trappola che ha fatto rimbalzare in Italia e all’estero questa faccia della partita, oscurando quasi del tutto la splendida vittoria azzurra. Poi la ferina violenza del romanista che ha scaricato la sua pistola proditoriamente su pacifici tifosi partenopei, quasi ammazzandone uno. Solo l’odio cieco, quindi pregiudiziale e generico,  verso Napoli può fornire una spiegazione al riguardo. E che dire ancora dei ripetuti cori razzistici dei fiorentini contro i napoletani? E della parola “vergogna” ripetuta sino alla noia da tutti i commentatori delle maggiori Tv per quanto riguarda la marea di fischi che ha sommerso l’esecuzione cantata nell’inno di Mameli? Anche qui si è sorvolato sia sul fatto politico della partecipazioni di molti sostenitori viola, sia sulla constatazione che da vari incontri di Coppa Italia i Napoletani (come pure i Palermitani)  avevano sistematicamente fischiato quell’inno per ragioni ormai immanenti. E’ rimasta esclusivamente la vergogna per gli Ultrà di aver insultato quello che dovrebbe tenere unita la nazione tricolore. Ed infine, altre notizie su dileggi dopo la premiazione contro i supporter viola;  su scaramucce varie fuori dell’Olimpico; su danni procurati nelle aree di servizio autostradali. Come se tutto ciò non avvenisse inesorabilmente in ogni trasferta di ogni grossa tifoseria, segnatamente di ben note squadre del nord.

E’ un’Italia che non ci ha mai amato e che non ci vuole più. Non vuole più che andiamo a seguire la squadra del cuore,  non vuole più che difendiamo la nostra terra e il nostro decoro, non vuole più che dimostriamo che negli Ultrà e oltre di Ultrà c’è di molto meglio e di più .

Torniamo alla nenia iniziale. Perché non trasformarla in: “Nell’Italia che, non ci vuole più, non staremo più, non staremo più“?

Quest’Italia ha dato continue prove di detestarci e pur ci sfrutta da 153 anni; noi che siamo i colonizzati, ormai allo stremo della sopportazione, perché non meditiamo profondamente sul da farsi per togliere in qualche modo il disturbo?

E non lasciamoci intenerire o irretire dalle chimere dell’indignazione atta a piatire l’addolcimento mediatico, anche della stessa stampa locale. Ormai quello che è successo è solamente l’ultimo episodio di una lunghissima serie che  scaturisce addirittura dalle menzogne risorgimentali. Non c’è quindi alcuna speranza di cambiare le cose, se non prendere noi in mano  le nostre situazioni e far giocare la prossima Coppa Italia ai tosco-padani tra di loro con tanto di tifoserie corrette e fedina penale immacolata (se ce ne sono), fiori multicolori da scambiarsi prima dell’incontro (magari con i coltelli nascosti), canto a squarcia gola dell’inno mamelico (non solo circoscritto a bambini ignari della politica e della storia) e applausi finali a vincitori e vinti (come non avviene normalmente in nessuna parte del mondo). L’importante è che non vi siano più i terribili Ultrà partenopei, la camorra che li guida, la maggioranza che li appoggia . Già perché tutti costoro staranno magari a comportarsi da  veri fratelli, di sangue e di avventura, in qualche città, già nel Mezzogiorno d’Italia, per disputarsi una Coppa magari delle Due Sicilie finalmente senza condizionamenti mediatici e arbitrali…

V.G.

 

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14.14

ASSOCIAZIONE CULTURALE

NEO BORBONICI ATTIVISTI

Domani 22 maggio si terrà a Napoli, angolo via Toledo -via Diaz, dalle 18 alle 20.30, un

PRESIDIO INFORMATIVO PER L’AUTONOMIA DELLE DUE SICILIE

contro tutti i partiti e i governi che da 153 impoveriscono il Sud.

I Neo Borbonici Attivisti, aderenti al

PARLAMENTO DELLE DUE SICILIE – PARLAMENTO DEL SUD ®

incontreranno i Napolitani per spiegare le ragioni impellenti dell’estrema difesa della Nostra Terra, assieme a varie altre sigle di movimenti e gruppi del nuovo meridionalismo.

UFFICIO STAMPA

per contatti 3394436890

 

NAPOLI, 22 MAGGIO 2014, VIA TOLEDO angolo VIA DIAZ, ORE 18,00

Gli attivisti per l’Indipendenza delle Due Sicilie incontreranno i Napolitani per spiegare le ragioni impellenti dell’estrema difesa della Nostra Terra in via Toledo angolo via Diaz.
Retro del volantino (con sorpresa) distribuito agli astanti:
LEGGI SE TI SEI MAI LAMENTATO DI COME VANNO LE COSE A SUD

La revisione storica ha ormai assodato che il Regno delle 2 Sicilie era più grande dell’Italia che, nel 1861, lo ha inglobato con gli imbrogli per saccheggiarlo (1500 mld di € rubati dal nord solo nei banchi di Napoli e Palermo dai conti dei nostri avi) Il falso plebiscito è smentito dalla reazione generale alla conquista con 1 milione morti, ammazzati ed infamati col marchio di BRIGANTI, e dalla successiva EMIGRAZIONE che il sud Italia non aveva mai conosciuto prima.
Da allora il Mezzogiorno d’Italia è stata una colonia dei tosco-padani in una nazione sempre divisa in due con le migliori risorse, i migliori investimenti, i migliori servizi sempre a loro e le briciole a noi con l’aggravante della MALAVITA, organizzata dopo l’unità e costantemente al servizio del potere.
Ci hanno convinti con le menzogne mediatiche, dalla scuola ai giornali, di essere stati da tempo immemorabile una razza incapace di reggere il progresso, quando da noi è nata la civiltà moderna in tutte le sue espressioni. Ciò è bastato per tenerci docilmente ai loro ordini sino ad oggi.
Ma l’EUROCOLONIZZAZIONE finanziaria, lo STERMINIO dei meridionali con i rifiuti tossici, la premeditata SOSTITUZIONE degli emigranti dal sud con gli extracomunitari CI IMPONE UNA SCELTA ESTREMA per non far estinguere il gene del Napolitano e del Siciliano, che possiamo definire duosiciliano.
DEPORTATI in tutto il mondo noi rischiamo di perdere la nostra LINGUA, madre di quella italiana, le nostre TRADIZIONI, ritenute volgari, tutta la nostra CULTURA che ci ha consentito di pervenire al III millennio ancora con il ricordo della nostra GRANDEZZA rappresentata dal vessillo delle DUE SICILIE che oggi sventoliamo con immenso orgoglio.
I padroni del mondo non ci offrono nemmeno più un futuro da schiavi simile al nostro presente; progressivamente, ognuno sarà costretto ad accorgersi di ciò ma sarà troppo tardi.

DOPO 153 ANNI DI COLONIZZAZIONE OSCURA E SELVAGGIA

RIFIUTIAMO I SIMBOLI DELLA NOSTRA SCHIAVITU’ E I PARTITI E LE PERSONE CHE LI DIFENDONO.
RIPRENDIAMO IL NOSTRO CAMMINO NEL MONDO DA DUOSICILIANI FINALMENTE ARTEFICI DEL NOSTRO FUTURO.
RIPROPONIAMO UN MESSAGGIO INQUIETANTE AI POTERI DEL DENARO CHE CI VOGLIONO DISTRUGGERE CON IL NOSTRO MODELLO DI VITA A MISURA D’UOMO.
SOPRATTUTTO: NON LAMENTIAMOCI SE NON ABBIAMO IL CORAGGIO DI TENTARE L’UNICA VIA DI SALVEZZA.

Vincenzo Gulì

Fonte:

https://www.facebook.com/events/318132905006477/?source=3&source_newsfeed_story_type=regular

 

15.14

RIVOGLIAMO IL NOBILISSIMO CAVALLO QUALE STEMMA DEL NAPOLI

 

L’emblema della squadra del Napoli nell’immaginario collettivo è il famoso “ciuccio”. Parecchi sanno bene che  alla nascita dell’Associazione Calcio Napoli nel 1926 il logo era il cavallo rampante, da sempre simbolo della grande Napoli Capitale. Anche se la nostra proposta è già stata divulgata, è venuto finalmente il tempo per lanciarla ufficialmente.

Il nuovo livello di primissimo piano del Calcio Napoli deve adeguarsi anche nella simbologia. Ci appelliamo a chi di dovere dicendo che rivogliamo il nobilissimo cavallo nello stemma del Calcio Napoli. Ciò porterebbe un salto di qualità nel ranking della passione azzurra e prospetterebbe un grosso business per i relativi gadget.

Purtroppo, secondo il peggiore decadentismo culturale napoletano, da più di ottanta anni tutti i seguaci del Napoli hanno accettato questa involuzione iconografica, perfino affezionandosi al somarello e obliando le importanti qualità del più nobile, intelligente e fidato degli animali. Giova ricordare che la deludente partenza agonistica della squadra nel suo primo anno di vita fece scrivere a un infausto cronista che quel cavallo era piuttosto un somaro per gli scarsi risultati, retrocessione in B con fortunoso ripescaggio. Da allora  è sparito il cavallo e si è fatto costantemente riferimento  all’ asino, comunemente considerato di stirpe inferiore  e evocatore di incapacità, come ben sanno gli studenti.

Senza inutili e deleteri sentimentalismi, chiediamo spazio e collaborazione per questa battaglia, tra le tante  che questa associazione costantemente conduce per elevare l’orgoglio napolitano con la riscoperta del suo glorioso passato.

La presentazione ufficiale del prototipo di bandiera avverrà domani 1 giugno a Torre del Greco, presso il Bar del Corso V.Emanuele 173, alle ore 16, da parte del presidente dell’associazione prof. Vincenzo Gulì.

UFFICIO STAMPA

per contatti 3394436890-3662601923

 

16.14

ELEZIONI EUROPEE: ANALISI DI UN’ASTENSIONE MAGGIORITARIA

NOTE IN MARGINE ALLE ELEZIONI EUROPEE

di Vincenzo Gulì, da parlametoduesicilie.eu

 

La recente tornata elettorale per le europee ha un unico dato rilevante per il Sud, l’astensione dal voto di ben più della metà dei suoi abitanti.  Il risultato è da tempo crescente ma ha toccato adesso un livello da approfondire. E’ evidente che la causa scatenante è la totale mancanza di fiducia nella classe politica italiana, senza distinzione di punti cardinali,  per la persistenza della  scomparsa dell’ideologia e, soprattutto, per la manifesta ostilità verso la parte meridionale della penisola. Come già avvenuto nel recente passato, moltissimi appaiono interessati a sfruttare questo serbatoio di voti meridionali nel tentativo di convogliarli verso partiti che evocano parole chiave come SUD, MERIDIONE e, recentemente, DUE SICILIE.  Ma non funziona. C’è da chiedersi  perché.

Il lavaggio del cervello operato accuratamente dai mass media ha relegato la residua affidabilità a coloro che sono resi autorevoli propri da questi mezzi d’informazione. In altre parole, non è chiamato alla ribalta nazionale chi è prestigioso  , bensì chi viene esibito mediaticamente   è considerato automaticamente importante.  Quindi, agli esponenti (non importa se in buona o cattiva fede) di queste formazioni parasudiste manca il necessario riconoscimento dei mezzi, come TV e giornali maggiori,  per centrare l’obiettivo. Gli apatici elettori del Mezzogiorno le considerano poco attendibili per il semplice fatto che gli strumenti da essi ritenuti degni di fede non le hanno benedette. E’ uno stallo totale. Tanti vi hanno sbattuto vanamente la testa e tanti progetteranno di farlo dopo l’esito del 25 maggio 2014. Qualcuno s’illude che è questione di tempo e riparte alla carica sperando nel calendario, invece è un problema di fondo che non può risolversi con la maturazione.

Costoro non hanno ancora compreso a sufficienza che nel III millennio la politica è un qualsiasi ramo dell’attività economica. Ciò non solo in relazione al fatto che è al suo servizio (con conseguente beneficio dei funzionari) ma segnatamente al metodo con il quale essa è realizzata. Una campagna elettorale assomiglia a quella pubblicitaria per lo smercio di un qualsiasi bene di consumo.  Tutto dipende dalla réclame, indipendentemente dalla qualità e dal prezzo. L’acquirente sceglierà inconsciamente quello che gli hanno ispirato di scegliere proprio quegli strumenti mediatici di cui sopra. Conseguentemente, se non si fa il medesimo percorso propagandistico, non è possibile alcun successo. L’unica altra possibilità rimane ancora la vecchia informazione cosiddetta porta a porta. Essa necessita ovviamente di una grandissima quantità di persone con adeguata formazione per stanare i più lontani e ritrosi.

In ogni caso sono indispensabili ingenti risorse.

Gli incalliti sognatori credono di bypassare questo vincolo e portano l’esempio della Lega Nord o dei grillini come alternativa a questa realtà per loro solo apparentemente immutabile.

Nel primo caso essi sostengono che con pochi mezzi si può cominciare nei piccoli centri per allargare man mano il consenso e attirando successivamente l’interesse dei finanziatori; infine puntare ai grandi consessi, appunto come hanno fatto i leghisti da trent’anni a questa parte.  Costoro ignorano gli aiuti anche iniziali degli imprenditori non solo locali e, soprattutto, l’acquiescenza del potere che voleva il pretesto leghista per ottenere quello spostamento dell’asse governativo apertamente a favore del nord con la scusa di salvare l’intangibilità della nazione. Il vero scopo di entrambi era il federalismo che oggi finalmente ha sancito la divisione in due dell’Italia a partire dalla pubblica amministrazione. Precedentemente i due pesi e due misure erano stati attuati nel privato e parzialmente nel pubblico. Adesso si va verso il binomio (regionale o macroregionale)  risorse/servizi da cui emergerà nella maniera più evidente e legale il divario tra le due Italie.

Nel caso delle Cinquestelle nihil sub sole novi. C’è un capitale di partenza mediatico di tutto rispetto (per la notorietà di Grillo e i gruppi finanziari dietro di lui) e, anche qui, il consenso del potere che suole irretire le contestazioni affidandole a chi sa istradarle su un binario che, quando tutto è irreversibile, si scopre morto. L’apparenza dei seguaci in buonissima fede e del fai da te per la propaganda sono anche stavolta un deja vu perché il binario morto è al di là dell’orizzonte visibile.

Non si tratta quindi di schierare persone eminenti o inventare sigle accattivanti (come quelle identitarie) ma di incanalarsi sul tragitto acconcio.  I  binari che conducono alla meta hanno due rotaie imprescindibili: la sovvenzione imprenditoriale e l’atteggiamento, se non accondiscendente, per lo meno non persecutorio dello stato. Il resto è aria fritta e porterà solo a cocentissime delusioni(certamente al di sotto delle aspettative realistiche) , come per gli amici che si sono candidati il 25.

Come può applicarsi questo schema operativo alla rinascita del  Mezzogiorno d’Italia?

Per la nascita di un grande partito sudista l’imprenditoria settentrionale non troverebbe vantaggi perché è al suo apogeo di sfruttamento coloniale; quella superstite meridionale o è asfittica o una marionetta nelle mani del potere dominante, quindi non può intervenire.  Un autofinanziamento è da escludere per tanti motivi. Il principale è la limitatezza dei contributi mentre, come in ogni avventura economica, il capitale deve adeguarsi alle necessità per trionfare senza alcuna remora che potrebbe far abortire il tutto di fronte a imprevisti.

L’apparato statale dell’Italia (da sempre matrigna verso il Sud)  naturalmente sarebbe contrario a ogni forma di ridimensionamento del grado di colonizzazione, che per esso è vitale avendo vissuto da parassita sulle capacità intellettive e materiali del Mezzogiorno dal 17 marzo 1861 ad oggi.

Il legittimo Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud lancia un appello ai duosiciliani di buona volontà, cioè solo a una parte di quelli che dicono di amare il Sud per non perdere altro tempo. E’ necessario prendere atto di quanto discusso precedentemente (chi non lo ha assimilato ancora, lo farà dopo ulteriori frustrazioni)  ed escogitare assieme il modo di costruire quelle due rotaie con progetti sostanzialmente idonei a renderle funzionali alla nostra Patria delle Due Sicilie.  La soluzione è ardua ma non impossibile e va trovata sin prisa y sin pausa. Quando cominceremo a spargere ghiaia e fissare traversine per il binario, ad uno ad uno quelli che amano la propria Terra ci verranno a dare una mano perché non avranno mai visto nulla di simile. Ecco l’unità dei movimenti che troppi invocano superficialmente; essa può concretizzarsi nei fatti e non nelle parole come andiamo dicendo da tempo. Ecco la possibilità di far giungere il messaggio al 90% dei meridionali che sono vulnerabili a tali novità (attualmente stufi o incerti e quindi con la partitocrazia) con la forza dovuta a farli smuovere per il nostro riscatto che ha 153 anni di ritardo.

Si ripete finanziamenti interessati e almeno neutralità dello stato, questo il binario che porta all’indipendenza. Senza cambiare sigle o casacche, i duosiciliani del III Millennio, all’interno del P2S, si ingegnino in questa ricerca e vinceremo. Tertium non datur!

                        Vincenzo Gulì

 

 

17.14

La Sicilia in lutto

E’ MORTO IL PROF. CORRADO MIRTO

fra i massimi studiosi dei “Vespri Siciliani” e della storia medievale dell’isola.

Gravissima perdita. Ho avuto il privilegio di conoscere personalmente il Prof. Mirto,   certamente persona estremamente colta, umile, disponibile e tanto altro. Lascia un vuoto umano e culturale difficilmente colmabile. A nome mio e del Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud(R), esprimo alla famiglia le più sentite e sincere condoglianze.
Giovanni Maduli

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18.14

– Il teorema di Böckenförde

di Giorgio Masiero, da enzopennetta.it

A seguire il nostro commento

Lo stato liberale secolarizzato non può garantire i diritti sanciti nella sua costituzione. Lineamenti per la costruzione dello stato democratico post-secolare

L’affievolirsi di ogni orizzonte veritativo nella ragione laica, in particolare la sua afasia di fronte al conflitto tra culture e religioni diverse, ai problemi etici posti dalla tecnica e al potere incontrollabile della finanza nella gestione dell’economia e del welfare globali, hanno fatto perdere agli stati liberali nazionali (e alle loro organizzazioni sovranazionali) ogni capacità normativa. “Lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non è in grado di garantire. Questo è il grande rischio che esso si è assunto per amore della libertà”. Così recita una famosa tesi di Ernst-Wolfgang Böckenförde, ex giudice della Corte Costituzionale tedesca, docente in diritto costituzionale e in filosofia del diritto.

Secondo Böckenförde, la democrazia moderna in Occidente fin dalla sua base costituzionale non ha un fondamento né per la sua legittimazione, né per la sua efficacia. Da una parte lo stato liberale può esistere solo se la libertà, che esso garantisce sulla carta ai suoi  cittadini, si regola dall’interno, vale a dire dalla moralità dei singoli e dai valori condivisi della società. Dall’altra parte però, proprio per la sua laicità costituiva, lo stato non possiede i presupposti spirituali e valoriali sui quali raccogliere l’adesione dei cittadini. Non è così in grado di guidare quelle forze regolative interne attraverso i mezzi della coercizione giuridica e del comando autoritativo, se non rinunciando alla propria liberalità e ricadendo nello stesso totalitarismo da cui aveva tentato di togliersi dopo la caduta dei regimi autocratici. Come allora garantire efficacemente quei diritti?

Una comunità politica non è solo l’oggetto destinatario di norme legali, ma deve esserne innanzitutto il soggetto autore. Solo così essa diviene dêmos di una democrazia, abitante in un orizzonte di significato entro cui sia i cittadini che le istituzioni comprendono e giustificano la loro condotta. E questo orizzonte è tecnicamente di natura religiosa, nel senso che consegna ai suoi abitanti un’immagine stabile di quali siano gli interessi ultimi della comunità, alla luce della sua identità formatasi dal passato, nel presente, per il futuro.Senza un fondamento religioso, da cui originariamente sorse nella pólis greca e nella romana res publica, lo stato democratico non può garantire il proprio vincolo societario su base puramente secolare.

Cosicché, se le istituzioni politiche democratiche non si reggono su se stesse per mancanza di presupposti fondativi, ad esse non resta che tutelare ed agevolare il libero emergere di quei presupposti dalla società, valorizzandone tutte le componenti culturali, a partire da quelle religiose. Perché la neutralità dello stato non coincide con l’assenza di principi.

Continua a leggere su:

http://www.enzopennetta.it/2014/08/il-teorema-di-bockenforde/

IL NOSTRO COMMENTO

(di Giovanni Maduli)

Lo scritto in esame si pone l’annoso problema della legittimazione degli ordinamenti politici laici, secolarizzati e liberaldemocratici (occidentali e filo-occidentali) che, al giorno d’oggi, costituiscono ormai un modello assoluto di riferimento. Non a caso, Churchill disse “È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”.

Al fine di scongiurare uno stato hobbesiano di perpetuo conflitto, è (correttamente) parso ai costituenti ed ai giuristi che hanno fondato le basi della dottrina democratica occidentale, che non vi fosse miglior modo per stemperare la lotta politica violenta se non l’inclusione di tutte le parti sociali nel dibattito sulla gestione della cosa pubblica. È innegabile infatti che, qualora non si consenta ad una certa categoria di soggetti, per delle loro peculiarità intrinseche (es. razza, religione, sesso etc.), di influire direttamente sul proprio destino attraverso i canali della democrazia, li si pone in una situazione di perenne sudditanza al volere di tutti gli altri, rendendo automaticamente legittimo l’esercizio di un diritto di resistenza da parte loro.

Ecco dunque che la democrazia si ritrova, per questa sua necessaria natura pluralista, ad essere costantemente pressata dalle richieste o esigenze delle minoranze, che vanno o nella direzione della richiesta di diritti aggiuntivi (come può essere la carne halal nelle scuole) oppure al contrario verso la “neutralizzazione” dello stato (come ad esempio la crescente laicizzazione delle strutture pubbliche nel rispetto dei non credenti). Il risultato di questo incessante processo è uno stato che si riduce ad un grigio leviatano di regole e burocrazia, in cui si riconoscono tutti e nessuno. Infatti, paradossalmente, sebbene questo stato tenda in linea di massima a tutelare i diritti di tutti per le ragioni che sopra abbiamo visto, nessuno può sentirsi veramente e profondamente coinvolto nella vita pubblica, poiché diviene impossibile identificarsi come parte integrante della comunità. Lo stato liberaldemocratico non è uno stato cattolico né uno stato musulmano, né di destra né di sinistra, né bianco né nero, semplicemente la più diluita sfumatura di grigio. E quindi, come possono bianchi e neri identificarsi nel grigio, che pure li comprende entrambi, senza trovarsi costretti a rinunciare alla propria identità?

Ecco dunque che, in seguito alla distruzione della morale “assoluta” dello stato, ogni cittadino si ritrova solo, a dialogare esclusivamente con la propria relativa morale. Ora, posto che ci troviamo di fronte a tutto questo, sorge la questione da cui siamo partiti: come e perché dovrebbero il bianco ed il nero obbedire al grigio? In nome di chi, oggi, lo stato legifera, e con il consenso di chi?

La risposta, secondo l’autore, risiede nella democrazia stessa, a condizione di un mutamento culturale più profondo di quanto sembri: lo stato liberaldemocratico non deve essere grigio e neutrale, bensì fondarsi sull’armonica convivenza (e non appiattimento o commistione) tra bianco e nero, facendo sì che vengano entrambi valorizzati ed esaltati, al fine di ridurre l’atmosfera di alienazione politica favorendo l’inclusione di ogni cittadino nel proprio ambiente di appartenenza. In proposito, rilevanti sono questi passaggi:

“Se le istituzioni politiche democratiche non si reggono su se stesse per mancanza di presupposti fondativi, ad esse non resta che tutelare ed agevolare il libero emergere di quei presupposti dalla società, valorizzandone tutte le componenti culturali, a partire da quelle religiose. Perché la neutralità dello stato non coincide con l’assenza di principi.”

“Come far sì che le istituzioni pubbliche e le loro leggi siano avvertite dalla gente come legittime, di per sé? […] La risposta sta nell’instaurazione, facilitata dallo stato post-secolare, di relazioni cooperative tra i credenti e non-credenti, nelle quali gli uni possano imparare dagli altri. La democrazia non può permettersi di confinare le convinzioni religiose nella sfera privata. La divisione liberale tra pubblico e privato con riguardo alla religione e al pensiero è obsoleta. Vivere in una società post-secolare implica per i credenti di tutte le fedi e per i non-credenti di tutte le idee di convivere in uno spirito di benevolenza e apertura reciproche, con la volontà di trascendere i propri ambiti quieti.”

 

“La neutralità ideologica dell’autorità statale non è conciliabile con l’istituzionalizzazione di una visione laicista del mondo, che sul piano metafisico si traduca in ateismo e sul piano politico in una svalutazione del ruolo dei credenti nella sfera pubblica. […] Che la secolarizzazione non si risolva interamente in una scristianizzazione del mondo dipende unicamente dalla “mutevole auto-interpretazione” della fede stessa, chiamata a scegliere se essere una religione tra le altre, la cui efficacia sta esclusivamente nel culto, oppure se trascendere le altre fedi, perché capace di condurre tutti alla consapevolezza della propria libertà.”

A queste affermazioni possono essere mosse diverse critiche.

In primo luogo, l’autore cancella en passant il maggiore caposaldo della dottrina giuridica occidentale, che è quello dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Quando la legge viene fondata su principi metafisici, intrinsecamente non condivisi da tutti, qualcuno si troverà ad essere giudicato in virtù di questi stessi principi che non condivide; pertanto, salvo la creazione di miriadi di ordini giuridici differenti all’interno di un solo stato, ciascuno per ogni etnia, religione etc., ciascuno separato dall’altro, si deve presumere che la questione sia lasciata irrisolta. A poco vale fondare questo edificio sulla sinderesi agostiniana, la cui validità e veridicità vengono brutalmente sconfessate ogni giorno. Basti pensare alle lapidazioni di ragazzini in medio oriente, alle esecuzioni di bambine stuprate in India, e via dicendo.

In secondo luogo, quando l’autore parla di “cristianesimo come dottrina delle libertà” che dovrebbe “trascendere le altre fedi, perché capace di condurre tutti alla consapevolezza della propria libertà”, sostiene innanzitutto la prevaricazione del cristianesimo verso tutte le altre religioni (il che si sostanzia in una contraddizione in termini: come dovrebbero le religioni coesistere come sopra descritto, quando alcune devono essere “ricondotte nell’alveo” di altre che si presumono più illuminate?); non spiega come e perché le altre religioni dovrebbero interamente e senza eccezioni riconoscere questo status di subordinazione; non realizza che tale scenario è ipoteticamente realizzabile solo negli ordinamenti occidentali, posto che quelli in cui vige la sharia in nessun caso, salvo forzature alla dottrina religiosa ad opera degli ordinamenti giuridici, consentono una convivenza nonviolenta tra più religioni.

In terzo luogo, tralascia parte dei non credenti, i quali dovrebbero in ogni caso sottostare ad un ordinamento fondato su elementi (la metafisica) di cui essi radicalmente rifiutano l’esistenza stessa, il che è assimilabile all’obbedienza ad una monarchia assoluta, che è dovuta in se e per se.

In quarto luogo, la coesistenza di minoranze numericamente molto rilevanti ed in perenne crescita, è prima o poi destinata a sfociare in uno scontro violento per il predominio. Sebbene attualmente la condizione sia tale che nove tollerano un intollerante, quando la situazione dovesse evolversi nel senso della parità di numeri, l’intollerante avrebbe conseguentemente il sopravvento, decretando la fine del nostro stato liberaldemocratico.

In conclusione, assunto che il problema è stato ben focalizzato, non sembra che la soluzione proposta possa portare ad un esito più fausto della realtà attuale. Storicamente, la convivenza di nuclei etnici troppo distinti in un unico luogo porta comunque conseguenze nefaste (la Bosnia ne sia un esempio lampante). E dunque l’unico modo di salvaguardare l’esistenza stessa della democrazia è far sì che gli elementi sostanzialmente incompatibili non siano forzosamente inclusi, bensì esclusi, radicandone la legittimazione solo ed esclusivamente in quel demos finalmente unito in quanto parte di una comunità, che è unita in quanto si riconosce tutta nei principi liberali già sanciti nelle costituzioni democratiche.

In alternativa, una possibile soluzione al problema sollevato potrebbe ricercarsi intanto nella rinuncia alle ideologie – che hanno ormai evidenziato il loro esaurimento – ed anche ai dogmi che, a ben guardare e almeno per i non credenti, possono anche riguardarsi come tentativi di rendere più autorevoli leggi (o indicazioni) comunque postulate da uomini, rivalutando invece quel pozzo quasi infinito di saggezza riscontrabile nella filosofia greca, nel pensiero e nel Diritto Romano, nello stesso Cristianesimo inteso come filosofia di vita, nonché nel cosiddetto Diritto realista. Ciò ovviamente è possibile solo ed unicamente ove non si dia per scontata quella fulminea mescolanza di etnie, culture, leggi, tradizioni che oggi si vogliono far passare per inevitabili, quando probabilmente sono pianificate e volute (vedi progetto Kalergi).

Il cammino dell’umanità per il raggiungimento di un comune denominatore culturale, sociale ed umano è ancora molto lungo e non è forzando maldestramente i processi storici che si potrà addivenire a sentite, condivise e comuni scelte politiche e sociali. Come la cronaca di questi giorni, purtroppo, dimostra.

19.14

Indipendenza. Perché non ci serve un leader.

di Giovanni Maduli, 10.9.’14

            Negli ultimi tempi si assiste ad un fiorire di nuovi partiti, movimenti, iniziative e quant’altro che, al di la della esecrabile frammentazione e divisione che comporta, può essere tuttavia riguardato come elemento di risveglio e partecipazione di un sempre maggior numero di cittadini. Ed insieme a questo fenomeno non è raro imbattersi in coloro che in funzione della auspicata nascita di un serio ed autorevole partito o movimento meridionalista e/o sicilianista, invoca la individuazione di un credibile leader.

I due argomenti sollevano problematiche complesse e non indifferenti.

 Intanto, per quanto riguarda la nascita dei nuovi partiti e movimenti è da rilevare che oltre a casi di squallido e inutile protagonismo, neanche tanto isolati, nella stragrande maggioranza dei casi tali partiti o movimenti nascono in assenza di un chiaro, ampio, condivisibile e variegato progetto politico; alcuni nascono propugnando genericamente l’indipendenza senza specificare quali proposte politiche ed istituzionali si intenderebbe mettere in atto una volta ottenutala: monarchia, monarchia parlamentare, repubblica? E in quest’ultimo caso, che tipo di repubblica? Presidenziale, parlamentare, o altro? Ancora, non si fa quasi mai cenno agli indirizzi dai quali l’auspicata indipendenza dovrebbe essere caratterizzata: quali gli indirizzi e le scelte economiche? E quali quelle in ambito scolastico, universitario, sociale, culturale, dei servizi pubblici? Quali quelle in ambito energetico? Quale il ruolo dello futuro Stato in ambito industriale ed agricolo? Quali le proposte per fermare l’ormai in avanzato stato progetto Kalergi, pur nel rispetto delle riconosciute norme internazionali sul soccorso in mare e sul diritto all’asilo politico? Quale il ruolo dei cittadini nel nuovo Stato? Alcuni movimenti addirittura nascono con precisi, specifici e isolati scopi: o quello dell’indipendenza monetaria, o quello dell’individuazione di nuove occasioni lavorative senza però specificare quali, o della semplice riaffermazione della verità storica, etc.. Certo, come dicevo all’inizio, il sommovimento civile che comincia finalmente a profilarsi non può che essere salutato positivamente, ma si tratta ancora di un sommovimento caratterizzato da evidente smarrimento ed incertezza, quando non di colpevole superficialità. Credo quindi necessario, innanzi tutto, cominciare a redigere seri e qualificati progetti politico – istituzionali volti al tracciamento di uno o più percorsi possibili; progetti che dovranno essere discussi e valutati dalla cittadinanza perché solamente la convergenza e la condivisione di un intero popolo o, quanto meno, della sua maggioranza, potrà porsi quale garanzia per la riuscita e l’affermazione delle istanze che si intendono avanzare. Per poter pervenire a questa auspicabile convergenza sarà necessario ed indispensabile proseguire nella già avviata campagna divulgativa e informativa sia sotto il profilo storico, che culturale, che sociale ed economico; campagna che, finalmente, sta già e incontestabilmente dando i suoi frutti.

Relativamente al cosiddetto leader politico, molti pensano che una tale figura, più che necessaria, sia indispensabile. Si ritiene infatti che solo un forte leader, serio, preparato ed affidabile, con spiccate attitudini organizzative e con evidenti capacità comunicative ed  aggregative possa essere in grado di raccogliere intorno a se tutte quelle forze che desiderino pervenire all’auspicata indipendenza ed autodeterminazione. Premesso che certamente non mancherebbero personaggi che sarebbero, per cultura, correttezza morale ed onestà intellettuale in grado di assolvere a tale comunque difficile compito, non ritengo condivisibile questa opinione per svariate ragioni. Innanzi tutto porre tutte le speranze delle istanze meridionaliste in un unico personaggio, ancorchè leale, serio, preparato ed affidabile, legherebbe indissolubilmente alla sua “fortuna” o “sfortuna” politica il successo della coalizione da lui rappresentata. Un leader forte e carismatico che divenisse icona del suo stesso partito, come ad esempio Berlusconi o Grillo lo sono per i rispettivi partito e movimento, diverrebbe automaticamente depositario e responsabile del successo o dell’insuccesso delle istanze e delle proposte dell’intero partito o movimento. Qualora egli, per qualunque motivo, fosse politicamente “messo fuori gioco” – vedremo fra poco cosa intendo con questa affermazione – l’intera azione politica dell’intero partito o movimento verrebbero a crollare mortificando le istanze e le speranze dell’intera base che, per di più,  si troverebbe nuovamente orfana ed allo sbando. Qualora invece il temporaneo rappresentante di quella formazione politica fosse solamente il suo portavoce, il suo rappresentante, il suo incaricato – comunque certamente serio, preparato, credibile e leale – una sua eventuale ma probabile e pianificata esclusione dal dibattito politico, avrebbe certamente ripercussioni molto ridotte nei confronti del progetto politico proposto da quella formazione che egli solamente rappresenta.

Ma non sarebbe questo il problema maggiore. Il vero problema è un altro e parecchio più grave e complesso.

Una qualunque seria proposta indipendentista non può non avere fra i suoi scopi principali due punti che ritengo irrinunciabili: l’indipendenza politica e l’indipendenza monetaria. Questo significa che la formazione politica che avrà nella sua programmazione principalmente questi punti si troverà a lottare contro poteri la cui potenza possiamo solo vagamente immaginare. Avrà infatti contro i potentati economici e finanziari non solo nazionali ma soprattutto internazionali; e di conseguenza avrà contro moltissimi politici asserviti al potere finanziario globale e quindi la stragrande maggioranza di giornali, telegiornali e mezzi d’informazione. Ecco che allora la macchina del vero potere si metterà in moto per screditare e mettere fuori gioco in ogni modo e con ogni mezzo quel “leader”, ovvero anche quel rappresentante o quel portavoce.  Quale forza potrà mai avere un leader tradizionale che venisse attaccato su tutti i fronti da quei poteri? Quale reazione potrà mai opporre? Inevitabilmente, prima o poi, sarà costretto a soccombere. Ecco che allora lasciare invece ad un “semplice rappresentante” il compito di portare avanti le istanze di un intero movimento o partito, senza attribuirgli potenzialità ed aspettative particolari che non per sua colpa non sarebbe in grado di garantire, potrebbe forse mettere al riparo il movimento o il partito dagli spietati attacchi denigratori che certamente gli saranno rivolti. Ma c’è di più. Bisognerà che “dietro” quel personaggio che per primo assumesse “la rappresentanza” del nuovo partito, vi siano decine di altri personaggi altrettanto seri, colti, preparati e leali, pronti a prendere il posto di colui che per primo, inevitabilmente, sarà “messo fuori gioco”. Sarebbe infatti inutile che un “eroe”, consapevole del titanico scontro verso il quale è diretto, intraprendesse un simile percorso senza la certezza che, una volta “escluso” lui, non ci siano subito pronti decine di altri personaggi, altrettanto autorevoli, pronti a sacrificarsi politicamente, e forse non solo politicamente, per portare avanti il progetto proposto. Solamente quando il vero potere comprenderà che “eliminato” un primo rappresentante se ne troverà subito innanzi un secondo, poi un terzo e così via, solo allora, forse, esso comprenderà l’inarrestabilità del processo che si è posto in essere. Certo, a quel punto inizieranno probabilmente “manovre” volte all’individuazione di eventuali compromessi o, peggio, “offerte di omologazione” all’attuale potere partitocratico. E’ per evitare questa possibilità che, inoltre, quei rappresentanti o portavoce dovranno essere periodicamente sottoposti , da parte della base, a verifiche di credibilità ed eventuale conferma o revoca del suo mandato. Dovranno pertanto individuarsi legali forme di accordi privati che “leghino” il vincolo di mandato del rappresentante o portavoce al giudizio ed al parere insindacabile della base.

Solamente quando la maggioranza del popolo meridionale e quando parecchi autorevoli personaggi saranno chiaramente consapevoli delle difficoltà verso le quali si andrà incontro, solo allora, forse, avremo una possibilità di riuscire.

Mi rendo conto che quanto proposto può a prima vista apparire farraginoso o addirittura irrealizzabile ma, sinceramente, non vedo altre possibilità. Se qualcuno ha altre idee, che ben vengano. Ma, per favore, che siano idee basate su veri progetti politici e su credibili modalità attuative.

 

 

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20.14

– Scozia, vincono i NO e perde la vera democrazia

di Vincenzo Gulì

La  Scozia, in maniera “democratica”,  ha detto No all’Indipendenza. La storia riformata, cioè quella che segue la rivoluzione ideologica del 1789, utilizza l’aggettivo democratico a iosa per dominare i popoli. Esso vuol dire volontà popolare, quindi della maggioranza, quindi il benessere relativo di una comunità. Il suffragio universale è stato perfezionato proprio a tal fine per conferirgli maggior forza di persuasione. La minoranza, anche se dalla parte dell’evidente ragione, non può che rassegnarsi nel cosiddetto mondo civile. Fu il “volontà della nazione” aggiunta alle prerogative dei Re a sancire questo cambiamento che sottoponeva il monarca al vaglio “democratico” del parlamento, eletto (più o meno) “democraticamente” dai sudditi. In tal modo si sostituì all’etica la politica, ma sempre   “democraticamente” . L’etica divenne relativistica perché l’unica valutazione sua era appunto “democratica”.  La nuova democrazia poteva decidere di invadere e affogare nel sangue il Regno delle Due Sicilie come avvenne  “democraticamente” nel parlamento di Torino, o come avviene, sempre “democraticamente” , al Congresso statunitense quando si fa bombardare la Siria.

Con l’informazione saldamente in pugno, i rivoluzionari di allora e di oggi, che per semplicità possiamo ben definire neogiacobini, hanno finalmente conseguito una posizione pressoché inattaccabile per esercitare il loro strapotere planetario.

La pubblica opinione prima si plasma nel culto dogmatico delle istituzioni (nel senso di renderle al di sopra di ogni sospetto, e quindi autorevoli,  se non per eccezionali rappresentanti indegni da eliminare) , poi si istruisce con i cliché del nozionismo enciclopedico (zeppo di dolosi errori ed omissioni e quindi al di fuori della cultura), infine si conduce per mano al voto “democratico”. Il tutto indirizzato dalla volontà del potere che ha preparato anche la valvola di sicurezza  in caso di (rarissima) anomalia di questo perfido sistema. Anomalia che si verificò, ad esempio, nell’Italia meridionale nel 1946 per il referendum monarchia/repubblica. Il grande e lercio lavorio dei vincitori della guerra fu smentito dalle schede dei meridionali che scelsero talmente la monarchia (pur se a causa di una grossa confusione mentale) da mettere a rischio il risultato in tutta Italia. Fu attivata allora la valvola di sicurezza: all’interno delle istituzioni, dogmaticamente irreprensibili,  la sommatoria delle migliaia di sezioni elettorali partorì il tanto sospirato e preconfezionato successo alla repubblica. Addirittura dei disordini a Napoli provarono la reazione popolare a questa provocazione che a tutti apparve illecita ma divenne poi oggetto di progressivo oblio. La “democrazia” aveva vinto ancora.

Certo è difficile per un cittadino del XXI secolo comprendere la storia riformata e la sua forma adulterata di democrazia, perché la potenza della demodossologia può portare alla  manipolazione della mentalità di ognuno . Ma i fatti sono fatti e bisogna sempre avere il coraggio e la capacità di giudicare senza farsi influenzare decisivamente da queste forze occulte. La loro malvagia azione non è naturalmente perfetta e la voce libera risiede proprio in minoranze (più o meno consistenti); in quelle minoranze che la “democrazia” intende sconfiggere a priori e in tutti i casi .

In Scozia ha dunque vinto il No alla separazione dalla perfida Albione? La loro”democrazia” lo comprova, ma le ragioni della voglia di libertà degli Highlanders, dopo tre secoli di schiavitù, è limpida e intatta e non appartiene sicuramente alla minoranza. La valvola di sicurezza avrà anche qui funzionato a dovere. Anche perché si parlava di effetti a catena della consultazione scozzese, per la Catalogna, per la Sicilia, addirittura per il territorio napolitano che è simile al Vesuvio, di potenza enorme ma dormiente. Non tralasciamo che Edimburgo è la centrale storica della massoneria…

Niente di meglio che agitare lo spauracchio della “democrazia” per ridimensionare scozzesi, intimidire catalani e siciliani e far abortire ogni anelito al di sotto del Garigliano.

Ma la storia riformata non è ineluttabile, i meccanismi diabolici per schiavizzare i popoli non sono delitti perfetti, i valori che a fine Settecento contrastarono e talvolta ( come proprio nelle zone napolitane) vinsero i futuri padroni del mondo, sono ancora vivi e costituiscono una minaccia terribile per la voracità del potere. C’è una sola condizione che frena la sacrosanta reazione popolare: liberarsi dal falso aggettivo “democratico”. Esso è l’ancora che tiene a galla e stabile la finanza massonica che guida il mondo. Nessuno che non ha l’ardire di smascherare questa sedicente democrazia, potrà mai cambiare le cose. E’ nota la frase di Mark Twain “Se votare servisse a qualcosa, non ce lo lascerebbero fare”. Con buona pace dei difensori di questa “democrazia”da barzelletta.

Molti non recepiscono questi discorsi, specialmente nel Sud Italia,  semplicemente perché non ne vogliono affrontare altri. Che resta senza una consultazione popolare come ce l’hanno soavemente dipinta nei tempi attuali?  La lotta armata e la crescita della coscienza sociale nel segno della verità storica. La più importante è la seconda perché propedeutica alla prima. Ma i mass media in mano al nemico non la faranno mai realizzare.

Tempo fa invitammo ad aprire un dibattito sulla ricerca di una via d’uscita perché, ripetiamo, non esiste a nessun livello un delitto perfetto, tanto più in quello collettivo.  La persistenza degli aggregati nelle menti manipolate dell’uomo d’oggi non ha consentito nemmeno di cominciare a discutere. E’ assai più facile non confrontarsi con il problema, far finta che il mondo attuale sia buono ma talvolta sporcato da cattivi individui; quindi presentarsi come soluzione per migliorarlo. La verità è invece che è l’odierno sistema istituzionale, in primis la “democrazia”, ad essere maligno e gli individui che vi operano sono espulsi o normalizzati ad esso. Come si può migliorarlo senza estirparlo?

Nessuna risposta è mai arrivata, neanche una proposta balzana.

Le utopie piacciono assai più della realtà, perché protraggono le nostre speranze facendoci intravedere orizzonti rosei. Essi sono però presenti soltanto nella nostra fantasia che comunque riesce a tranquillizzarci, spostando sempre la soluzione del problema, che si aggrava sempre di più.

Osservare gli schiavi sereni perché si sono convinti che il padrone non è poi tanto perverso raddoppia e stringe soltanto le loro catene. Uno schiavo deve essere ogni istante della sua vita disperato per la sua condizione ingiusta e prontissimo a ribellarsi, senza accettare alcun compromesso e senza credere in alcuna promessa.

Se attorno a noi ci sono unicamente schiavi sereni, al massimo disposti a “parlare con il padrone”, le catene dureranno in eterno.

Nella Bibbia i buoni sono quelli dell’hodie invece del cras, nel senso che scelgono di fare il giusto subito (cras=oggi) invece di posporlo (cras=poi, domani). I cattivi sono allora quelli del cras cronico, magari indorato dai ponti gracchianti della “democrazia” , veri labirinti, che non ci condurranno, però, mai dall’altra parte!

Vincenzo Gulì

Fonte:

http://parlamentoduesicilie.eu/wordpress/index.php/comunicati-stampa/scozia-vincono-i-no-e-perde-la-democrazia/

 

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