Qualche considerazione sul convegno di Gioia del Colle del 5/1/2013

In relazione al convegno di Gioia del Colle del 5 gennaio 2013 tenutosi a margine della manifestazione in memoria del Sergente Romano, desideriamo fare alcune osservazioni.

Abbiamo apprezzato gli interventi di tutti i relatori ed in modo particolare quello del prof. Ulderico Nisticò che tanto sottilmente ha trattenuto gli astanti con dissertazioni e considerazioni particolarmente sottili ed approfondite, quanto veritiere. E tuttavia dobbiamo dissentire su due degli argomenti accennati dal professore nel suo comunque interessante intervento.

Il fatto che, come da egli affermato, in Sicilia non si siano verificati fenomeni di brigantaggio o che comunque quanto in quella terra si è verificato, non sia raffrontabile o paragonabile al cosiddetto fenomeno del “brigantaggio” (pessima parola alla quale noi preferiamo “resistenza”), è un luogo comune che la storiografia ufficiale, molto abilmente, ha cercato di propinare tentando anzi, e addirittura, di far passare l’idea che la Sicilia fosse in certo qual modo “quasi contenta” di ciò che andava avvenendo. Prova ne sia la propagandata (falsa) adesione di numerose schiere di “picciotti” che “entusiasticamente si univano a Garibaldi”. La storiografia ufficiale infatti tace sul fatto che quei “picciotti” altro non erano che gli sgherri dei campieri, manipolati dalla borghesia liberista e dalla classe nobiliare siciliana, corrotte e complici dei complotti internazionali che erano alle spalle di quegli avvenimenti. Il popolo siciliano, in un primo tempo, ebbe semmai la colpa di guardare con eccessivo scetticismo a quegli avvenimenti che avrebbero presto condizionato tanto pesantemente il suo futuro. Ma appena lo stesso, tradito dalle promesse di Garibaldi che aveva garantito la suddivisione delle terre ai contadini, capì l’inganno del quale era stato vittima, quello stesso popolo si sollevò e si ribellò ferocemente. Numerosissimi furono i ragazzi che non volendo prestare servizio militare si rifugiarono sulle montagne costituendo agguerriti e motivati gruppi armati. Quasi tutte le città e paesi siciliani si sollevarono e non si contano gli atti di guerra e/o guerriglia che ovunque scoppiarono e le numerose bandiere duosiciliane che ripresero a sventolare su numerosissimi campanili. Ultimamente Ignazio Coppola con il suo pregevole “Risorgimento e risarcimento – La Sicilia tradita”, e ancor più Tommaso Romano con il suo splendido “Sicilia 1860 – 1870, una storia da riscrivere”, hanno definitivamente e documentalmente confutato quella falsa idea secondo la quale in Sicilia non vi sia stato “brigantaggio”. A tal proposito ci permettiamo umilmente e senza alcuna vena polemica di invitare il prof. Nisticò a prendere visione dei citati testi. E questo solamente per amore della verità e della storia.

L’altro punto dell’intervento del professore con il quale non ci sentiamo in sintonia è quello secondo il quale, quando si fa una guerra, non ci sono soldati buoni e soldati cattivi, ma soldati che fanno appunto la guerra. Noi non la pensiamo così. Ci permettiamo ricordare che un soldato, prima di tutto è, se lo è, un uomo; altrimenti è solo un animale. Se si accettasse la tesi del prof. Nisticò si dovrebbe ammettere ad esempio che la fucilazione di Angelina Romano di otto anni e due mesi, la fucilazione

Antonio Orsolino di dodici anni, la fucilazione di Antonio Colucci di sedici anni, gli stupri, lo squartamento dei corpi dei nemici morti e tutto quello che di animalesco è avvenuto in quegli anni, siano “normali” atti guerra compiuti da “normali” soldati che hanno fatto il loro “normale” lavoro. Nei nostri modesti studi sull’argomento abbiamo appreso che, invece, in ogni in reparto dell’esercito borbonico erano presenti due sottufficiali che avevano il preciso compito di verificare che, in caso di battaglia, fosse dato il giusto ed umano primo soccorso al nemico ferito in battaglia.

C’è una gran bella differenza.

Ci spiace professore ma, con tutto il rispetto, non possiamo condividere questo suo punto di vista.

Con immutata stima, Giovanni Maduli.

 

 

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Noi Neo Borbonici Attivisti, fautori del legittimo Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud,  ricordiamo oggi 13 febbraio i nostri soldati che assistettero al tramonto del Regno delle Due Sicilie esattamente 152 anni fa. Ma, attenzione, la Gaeta legittima si farà in primavera come spiegato leggendo appresso:

Breve storia degli incontri e degli scontri di Gaeta

Anche quest’anno i filo-borbonici ricorderanno a Gaeta l’ultimo atto dello stato duosiciliano che fu costretto a capitolare 152 anni or sono di fronte ai barbari nord-italiani.

Il raduno fu organizzato 21 anni fa dal compianto avv. Silvio Vitale , spirito integerrimo e autorevole del mondo pre-neoborbonico. Esso si svolgeva attorno al 13 febbraio nei pressi della fortezza che fu l’ultimo baluardo del libero Regno di Napoli. La riscoperta della vera storia del periodo aggregò costantemente studiosi e intenditori da ogni parte, esponenti di Casa Borbone, istituzioni locali interessate soprattutto al lato turistico. Per anni storia e folclore dominarono gli incontri di Gaeta dando piena soddisfazione agli aderenti. Il compiacimento per i vari anniversari era strettamente connesso agli intendimenti dei partecipanti: i locali per il business che si creava, i Borbone per la notorietà che cresceva, gli storici per i progressi della conoscenza, gli aderenti per le emozioni suscitate.  Naturalmente l’evoluzione nel tempo non intaccava la voglia dei primi, saturava pian piano quella dei secondi, esauriva sostanzialmente quella dei terzi e salvaguardava quella degli ultimi solo grazie al continuo ricambio man mano che il fenomeno si divulgava. Da questi cambiamenti scaturirono negli ultimi anni due correnti di pensiero. Da un lato, quelli pervicacemente imbalsamati nel segno delle primissime edizioni: trita e ritrita storia borbonica, sfilate in costume, struggente nostalgia. Dall’altro, quelli proclivi a fornire risposte ai tantissimi che, dopo essersi emozionati la prima volta sugli spalti della batteria Transilvania nel lancio di fiori per i caduti borbonici , erano pervasi non tanto da un obsoleto sentimento di rivincita quanto da un forte desiderio di invertire la distruzione della società meridionale in atto ininterrottamente dal quel fatidico 13 febbraio 1861. Cogliendo i mutamenti interni e d esterni (dei frequentatori e del Sud schiavizzato),  nacque così un gruppo di persone  in disaccordo con la riproposizione della consueta solfa, nonostante il suo sostegno di persone importanti, intenzionate fermamente a non rischiare nulla di quanto conseguito.  Dopo gli incontri erano cominciati gli scontri di Gaeta….

Ed eccoci agli ultimi tempi in cui si organizzano due raduni per Gaeta. Uno ingessato ai tempi remoti ma con l’appoggio di nomi famosi, l’altro rivolto al futuro del Sud (nell’autentico spirito neoborbonico) che prende solo slancio dalla gloria della resistenza di Gaeta e che può vantarsi dei veri eredi dell’avv.Vitale che lo inventò.

Chi non conosce la storia dei ritrovi di Gaeta rimane confuso e valuta superficialmente le due date che spesso si sono succedute in una settimana, scegliendo a volte per comodità e reputando entrambe simili e  lodevoli. Tra i frequentatori di Gaeta vi sono quelli che propendono a prescindere per l’imbalsamazione o la gessatura, il folclore e la nostalgia; vi sono addirittura quelli che sono presenti ad ambo le manifestazioni.   Naturalmente per i problemi incalzanti degli odierni meridionali,  i succitati non servono assolutamente perché non avvertire o sottovalutare le differenze  prima esaminate vuol dire essere un vetero-borbonico (nonostante si usino appellativi allettanti) , ossia un simpatizzante dei fasti del passato a mero titolo platonico e accademico. La Gaeta 2013, che discende direttamente e legittimamente dalla prima, è  formata invece da coloro che sono disposti e capaci di coniugare passato, presente e futuro per offrire al triste quadro attuale della società al di sotto del Tronto e del Garigliano un punto di riferimento e di azione per l’ultima possibilità di riscatto consentita dai colonizzatori. Costoro pretendono di concedere uno spazio per la revisione storica nei limiti dell’altra Gaeta che evidentemente non li tocca sostanzialmente (ed è quindi inutile per il Sud). Oggi devono fare i conti ancora con la legittima Gaeta ma hanno programmato la sua abrogazione mediante quelli che hanno il potere a tutti i livelli.

Qui, si ribadisce, non si è contro la riscoperta della storia bandita o la ripresentazione di antichi simboli, ma omnia cum tempore. Ora è tempo di affrontare la sfida dei nostri giorni, di agire per la salvezza del Sud che muore, di combattere chiunque sia da ostacolo a spezzare le catene dei meridionali.

Per il 2013 c’è un imprevisto accavallamento di date a febbraio tra l’anniversario di Gaeta e le elezioni politiche.  Non è quindi possibile scansionare a 7 giorni come negli ultimi anni le due Gaeta (del resto il generale inverno già lo sconsigliò ai più freddolosi e pavidi nel 2012…) e quella legittima e attivista per i destini del Sud si farà in primavera in data che sarà tempestivamente comunicata.

Nel programma della Gaeta di febbraio il futuro del Sud è pressoché totalmente, ufficialmente e clamorosamente assente. Giusto il contrario di quello che sarà la Gaeta di primavera.

Alla legittima Gaeta che è stata giocoforza rimandata, ci aspettiamo di incontrare gli autentici patrioti duosiciliani  e non certamente  quelli che temono di perdere privilegi grandi come i loro sogni o piccoli come la loro realtà.

Vincenzo Gulì

 

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Il sito Regnodelleduesicilie compie un anno

In quest’anno, per come era nostro intento, abbiamo contribuito, speriamo, alla divulgazione della verità storica relativa all’aggressione ed all’annessione forzata della nostra Patria, senza però tralasciare di seguire tutti quegli avvenimenti attuali – sociali, culturali, politici ed economici – che hanno caratterizzato questo anno e che, inevitabilmente, condizioneranno quanto avverrà nel prossimo futuro.

Abbiamo altresì instaurato concrete a fattive collaborazioni con numerosi altri Siti, nella consapevolezza che solo la collaborazione ed il reciproco scambio di idee ed informazioni, potranno aiutarci ad uscire, tutti insieme, da quell’empasse sociale, economica e soprattutto da quel decadimento morale ed umano che ci hanno investiti ormai da oltre centocinquanta anni; da quando cioè culture ed idee altre hanno invaso non solo i nostri territori ma anche e soprattutto le nostre menti, il nostro modo di vivere, il nostro modo di essere e di intendere il “sociale” ed il “collettivo”.

E i risultati ci confortano molto: oltre cento connessioni al giorno con punte di quasi quattrocentonovanta in un sol giorno, per quasi trentasettemila contatti complessivi e con tendenza ad una costante crescita. A tutti coloro che ci seguono va il nostro sentito ringraziamento. Sono numeri che, indipendentemente dalla valenza che si può loro attribuire, evidenziano un chiaro e sempre maggiore interesse dei popoli meridionali nella riscoperta della verità della loro storia e nell’attenzione che, necessariamente, si sente di dover avere nei confronti di quegli accadimenti che, come dicevamo all’inizio, condizioneranno il futuro nostro e delle prossime generazioni. Chi, tralasciando di seguire le fuorvianti balordaggini che quotidianamente vengono divulgate dai mass media segue attraverso altri mezzi cosa realmente stia avvenendo in Italia e nel mondo, sa che stiamo vivendo in un periodo di grande transizione che vede contrapposti da un lato lo strapotere politico, finanziario e militaristico delle oligarchie e delle lobbies mondialiste e dall’altro i popoli – tutti i popoli – che anelano invece e semplicemente ad una esistenza regolata da altri e più profondi modi di sentire, di essere e di collegarsi con la società; quei valori che appunto, cominciammo a perdere oltre centocinquanta anni fa. Valori che, comunque, noi conserviamo gelosamente e per i quali continueremo a lottare.    Noi dal canto nostro siamo e resteremo da “questa “parte; dalla parte cioè di coloro che si opporranno con tutti i mezzi all’annullamento dell’uomo e delle sue più alte qualità e aspirazioni. Se questo sarà possibile in questo ambito politico e istituzionale o in un altro completamente diverso, libero ed autonomo, lo sapremo molto presto. Intanto continueremo a sorvegliare ed a seguire tutti coloro che si avvicenderanno nelle prossime avventure politiche, con la consapevolezza però che se qualcosa non cambierà presto e radicalmente, saremo chiamati a riflessioni molto, molto profonde.

 

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– Marsala, 11 maggio 1860

di Giovanni Maduli

(10.5.2013)

(foto tratta da wikipedia.org)

L’undici maggio di 153 anni fa sbarcava a Marsala il massone Giuseppe Garibaldi al comando di una masnada di mercenari, sbandati, avventurieri e qualche sincero, ingenuo, liberale.

L’impresa era stata architettata da tempo, forse già da prima della morte del padre del sovrano del tempo, Ferdinando II. Si aspettava solo l’occasione giusta; occasione che si presentò con la salita al trono del giovane, solo, timido ed inesperto Francesco II. Le massonerie internazionali e nazionali, Inghilterra e Francia si erano date molto da fare per finanziare l’impresa con cospicue ingenti raccolte di denaro perfino nelle lontane americhe. Le oligarchie finanziarie internazionali, già allora abbondantemente operanti, insieme a frange del mondo protestante ed ai governi di quegli stati che erano stati investiti dal falso turbine dei così detti ideali della rivoluzione francese, poi rivelatisi solo un paravento per mettere in atto un semplice “cambio” al dominio dei popoli, diedero così il via a quello che nei fatti si sarebbe rivelato solo un vile e spietato attacco alla sovranità di un intero popolo: l’aggressione e l’annessione della Sicilia e dell’intero Regno delle Due Sicilie. Il Piemonte era alla bancarotta per le continue guerre iniziate dai Savoia e le ricche disponibilità in oro presenti al Banco di Sicilia ed al Banco di Napoli facevano gola; la Francia era desiderosa di creare un grande paese che facesse da “cuscinetto” fra lei e l’impero Austro-Ungarico; l’Inghilterra non vedeva l’ora di disfarsi della concorrenza, spesso vincente, della marineria commerciale e degli impianti industriali del Regno delle Due Sicilie, nonché di mettere le mani, in un modo o nell’altro, sulle fiorenti e ricche miniere di zolfo siciliane. L’apertura del Canale di Suez, ormai prossimo, avrebbe poi velocizzato ed incrementato i traffici con il mondo indiano ed asiatico ed era quindi meglio disfarsi di un concorrente che aveva molto bene dimostrato di saper reggere la concorrenza inglese ed internazionale. Frange del mondo protestante avevano da secoli giurato vendetta al Cattolicesimo, al papato ed allo Stato Pontificio. Le oligarchie finanziarie ed imprenditoriali internazionali poi, mal sopportavano la creazione nel Regno delle Due Sicilie di uno stato sociale che dimostrava nei fatti che un altro modo di progredire era possibile; un modo che non si basasse necessariamente sullo sfruttamento dei lavoratori e delle classi meno abbienti come avveniva in Inghilterra, in Francia ed in tanti altri paesi europei; un modo che invece teneva in grande considerazione la qualità della vita dei suoi sudditi e del suo benessere, pur con le inevitabili incongruenze che i tempi non potevano tutte impedire. Nel Regno delle Due Sicilie infatti, in grande considerazione erano tenute la salute del popolo, le sue condizioni economiche, quelle culturali e, non da ultime, le condizioni di orfani, trovatelli ed indigenti. Orfani, trovatelli ed indigenti ai quali, oltre ad offrire un vitto ed un decoroso ricovero, veniva insegnato a leggere e scrivere ed un mestiere, così che avessero la possibilità dopo un certo periodo di potersi reinserire proficuamente nella società.

Tutto ciò non poteva essere sopportato e non doveva durare. E non è durato.

Garibaldi, una volta sbarcato a Marsala con l’appoggio degli inglesi e della mafia – che comunque allora non era certo quel che sarebbe poi diventata, proprio grazie a lui ed alla successiva unità d’Italia – approfittò del desiderio dei contadini siciliani di potere finalmente possedere una terra tutta loro da lavorare e coltivare. Promise loro terre, minori tasse, maggiore libertà. I siciliani si accorsero però molto presto che quelli di Garibaldi erano solo vili e falsi proclami; volgari inganni. Le terre infatti non vennero donate ai contadini ma messe all’asta e “i cappeddi” fecero affari d’oro. I contadini e gli umili invece impararono presto a conoscere stupri, violenze, fucilazioni, l’aumento delle tasse da 5 a 25, la tassa sul macinato, la tassa di guerra e conobbero la leva militare obbligatoria fino ad allora sconosciuta nell’isola. Numerosissimi furono i paesi che già nel 1860 si sollevarono contro quello che , finalmente, veniva visto per quello che effettivamente era: un volgare invasore, ladro e ingannatore. Tumulti si ebbero ben presto a Castellammare del Golfo, Marineo, S. Margherita Belice, Mezzojuso, Calatafimi, Alcamo, Balestrate, Nissoria, Bronte, Alcara Li Fusi, Trapani, Marsala, Paceco, Cerami, Alessandria della Rocca, Palermo, Lercara Friddi, Bivona, Castiglione di Sicilia,, Cefalù, Naro, Poggioreale, Noto, Burgio, San Mauro Castelverde, Corleone, Termini Imerese, Racalmuto, Favara, Aragona, Comitini, Monreale, Balestrate, Agrigento, Misilmeri, Caltanissetta, Licata, Sciacca, Bagheria, Caccamo, Salemi, Petralia, Roccapalumba, Calatabiano, Canicattì, Polizzi Generosa e tanti, tanti altri.

Su molti di essi, a volte per giorni, a volte solo per poche ore, tornò a sventolare la bandiera del Regno.

Ma nonostante i tanti atti di eroismo nulla si poté contro la corruzione con la quale erano stati comprati  ben 2191 ufficiali borbonici. Nulla poterono gli ufficiali borbonici  e le decine di migliaia di valorosi soldati rimasti fedeli che si immolarono in difesa della loro Patria.

L’aggressione e l’annessione procedettero comunque, perché così vollero alcune potenze europee, le oligarchie finanziarie ed industriali internazionali e la massoneria. Quelle stesse oligarchie e quegli stessi poteri che oggi, con la scusa dell’unità d’Europa, stanno portando al disastro interi popoli ed intere nazioni.

Ma i popoli si stanno ovunque destando e stanno riacquisendo orgoglio ed identità.

Prima o poi ne vedremo i risultati.

 

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Neoborbonici a Salerno? Sì, ma Neo Borbonici Attivisti

di Vincenzo Gulì

La grande manifestazione di Salerno contro il raduno dei bersaglieri è stata macchiata da un errore del Corriere del Mezzogiorno che l’ha attribuita al Movimento Neoborbonico, dopo aver (giustamente) definito molti dei partecipanti NEOBORBONICI. La richiesta rettifica e la ripubblicazione corretta sono avvenute puntualmente facendo sapere che in piazza non potevano che esserci i NEO BORBONICI ATTIVISTI assieme agli altri fratelli che lottano per il riscatto del SUD. Ma questa rete di indirizzari manda ancora in giro la falsa notizia, che diventa un vanto di un merito altrui per i tanti sprovveduti e lontani. I comportamenti veramente filo-borbonici non consentono tali furbizie che infatti provengono da un’unica direzione e dimostrano la vera essenza di chi li produce.

Fonte:

https://www.facebook.com/groups/147939245285315/

 

 

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Bitonto, 25 maggio 1734, nasce quello che diverrà il

Regno delle Due Sicilie

di Giovanni Maduli, 18.5.2013

Alla morte di Federico Augusto II Re della Polonia, avvenuta nel 1733, scoppiava la guerra civile per la successione al trono; guerra che tuttavia, a seguito delle implicazioni politiche internazionali che la successione determinava, vide anche l’intervento di potenze straniere. In favore del figlio del defunto sovrano si schierarono Austria e Russia, mentre Spagna e Francia presero le parti di un parente del re di Francia, il principe Stanislao Leszizynski. In particolare l’accordo franco-spagnolo prevedeva di affidare i Regni di Napoli e Sicilia, allora vicereami austriaci, a Carlo, duca di Parma e figlio del re di Spagna Filippo V di Borbone e di Elisabetta Farnese.

L’esercito franco – spagnolo entrò nel Regno di Napoli non trovando quasi nessuna resistenza in quanto il grosso dell’esercito austriaco era impegnato nelle battaglie in Polonia. Il 10 maggio 1734 Carlo di Borbone entrava quindi a Napoli sostenuto anche dall’esercito napoletano.

Al sopraggiungere delle truppe franco – spagnole il Vicerè austriaco Guido Visconti da Napoli ripiegò verso le Puglie dove si riunì ad altre truppe austriache provenienti dalla Sicilia e, al comando di circa 10.000 uomini, organizzò quindi la difesa a Terlizzi nei pressi di Bitonto.

All’alba del 25 maggio 1734 il comandante delle truppe franco – spagnole, il duca di Montemar, forte di circa 14.000 uomini, attaccò le postazioni nemiche le quali, dopo aspri combattimenti, furono costrette a ripiegare rifugiandosi entro le mura di Bitonto. L’indomani, 26 maggio, le truppe austriache minacciate dai cannoni nemici si arresero.

Carlo, in ricordo della vittoria, fece erigere a Bitonto il celebre obelisco sul quale, nel lato rivolto a mezzogiorno, è riportata la seguente epigrafe:

CAROLO

HISPANIURUM INFANTI

NEAPOLITANORUM ET SICULORUM REGI

PARMENSIUM PLACENTINORUM CASTRENSIUM DUCI

MAGNO AETRUSCORUM PRINCIPI

QUOD HISPANICI EXERCITUS IMPERATOR

GERMANOS DELEVERIT

ITALICAM LIBERTATEM FUNDAVERIT

APPULI CALABRIQUE SIGNUM

EXTULERUNT

A Carlo

Infante di Spagna

dei Napolitani e dei Siciliani Re

dei Parmensi dei Piacentini dei Castrensi Duce

degli Etruschi Gran Principe

perchè dell’esercito spagnuolo Capo Supremo

i Tedeschi annientò

e l’italica libertà fondò

i Pugliesi e i Calabresi la bandiera

alzarono

 

(foto tratta da rete.comuni-italiani.it)

Carlo diviene quindi, di fatto, sovrano del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia, ed infatti il suo titolo sarà quello di re delle Due Sicilie, meglio definito come re della  “Sicilia al di qua e della Sicilia al di la del Faro”. E questo nonostante l’avversione di Papa Clemente XII. Anzi, grazie al ricorso all’Apostolica Legatia, atto siciliano risalente al re Ruggero e per il quale il re aveva giurisdizione anche sulle faccende ecclesiastiche, il 3 luglio 1735 viene incoronato a Palermo re di entrambe (utriusque) le Sicilie.

Nasceva quello che sarebbe poi divenuto il Regno delle Due Sicilie.

 

 

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6.13

– VERGOGNA!!!

di Giovanni Maduli, 30 maggio 2013

Apprendiamo in questo momento (17,00), con enorme sconcerto, che l’aula dell’Assemblea Regionale nella quale avrebbe dovuto avere luogo l’importantissima discussione sulle norme di attuazione dell’Art. 37 dello Statuto, era quasi deserta e che la stessa è stata rinviata al 12 giugno. Un articolo quest’ultimo fondamentale, la cui corretta applicazione, messa in discussione dagli “accordi” in corso di stipula fra la Regione Siciliana e lo Stato Italiano, renderebbe possibile un miglioramento non indifferente dell’economia dell’isola, dei suoi imprenditori e delle sue famiglie.Tale articolo infatti prevede che le imprese, siciliane e non, che operano in Sicilia devono versare le relative tasse alla Regione Siciliana e non ad altri. Ma la sua piena applicazione (mai avvenuta) presuppone la stesura di appositi regolamenti attuativi; regolamenti che sono in corso di stesura proprio in questi giorni e che contengono invece, però, l’ennesima truffa ai danni della Sicilia e del Popolo Siciliano.

Quanto accaduto è di una gravità estrema e rende a tutti evidente, qualora ce ne fosse bisogno, dell’interesse che i nostri politici riservano ai veri e più importanti problemi della vita politica e sociale siciliana. Ovviamente alcuni (molti) parlamentari siciliani  sono invece molto più interessati alle poltrone, alle prebende, ai favori, agli incarichi, ai “posti” ed ai finanziamenti da riservare agli amici e agli amici degli amici, ai lauti stipendi che percepiscono ogni mese alle nostre spalle, incuranti delle condizioni di disperazione in cui versano ormai migliaia e migliaia di famiglie siciliane e di imprese.

Ma il gioco è finito. Con il totale disinteresse mostrato oggi hanno colmato il vaso. Costoro devono andare a casa; vanno da noi licenziati. Al più presto. Inizieremo a farlo a Palermo, a Piazza Politeama, sabato 1 giugno.

 

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7.13

– Palermo, sabato 1 giugno: Comitati siciliani in piazza a Palermo contro l’On. Ardizzone e in difesa dell’art. 37 dello Statuto

di Giovanni Maduli

(foto tratta da twitter.com)

A seguito all’assurda presa di posizione del Presidente dell’ARS On. Giovanni Ardizzone, che ha definito “non urgente” la richiesta discussione in aula sull’art. 37 dello Statuto presentata dal M5S e da altri Deputati; richiesta scaturita da un documento consegnato pochi giorni addietro dai comitati “La Sicilia e i Siciliani per lo Statuto” e “I cittadini Siciliani per lo Statuto” questi ultimi, per ribadire le richieste dimissioni del citato onorevole,  hanno indetto una manifestazione di protesta per sabato 1 giugno. La manifestazione, durante la quale saranno distribuiti volantini in difesa dell’importante strumento legislativo Siciliano, avrà luogo a Palermo, Piazza Politeama, a partire dalle ore 16,30. Tutti coloro che possono sono vivamente invitati ad intervenire.

Qui di seguito il testo del volantino che sarà distribuito nel corso della manifestazione di sabato 2 giugno e che invitiamo a divulgare il più possibile:

Lo sai che se lo Statuto della Regione siciliana fa parte della Costituzione italiana e non è mai stato attuato dal 1946?

Lo sai che cosa comporterebbe la sua attuazione?

Moltissime cose. Solo per ricordare alcune tra le più importanti:

1. potremmo trattenere in Sicilia tutte le imposte che paghiamo, non pagare balzelli allo Stato come il canone Rai o l’IMU, con l’effetto di avere tasse più basse, Iva più bassa, e quindi un costo della vita più basso;

2. potremmo avere energia e derivati dal petrolio a un quarto di quanto li paghiamo oggi, essendo produttori e esportatori netti di energia;

3. la Sicilia potrebbe partecipare all’emissione di moneta come gli stati sovrani  e con i proventi di questa emissione attribuire un reddito di cittadinanza minima a tutti coloro che non sono in condizione di lavorare o che danno un contributo non economico alla società (disoccupati, studenti, casalinghe,…)

4. con una scuola, sanità, università, giustizia, polizia nostra, non dovremmo sottostare a tutti i tagli che oggi ci impongono l’Europa e l’Italia e vivere in condizioni degne di un paese civile;

5. con i fondi che ci toccano potremmo avere aeroporti, autostrade, ferrovie e porti da fare invidia al mondo intero.

E tanto altro ancora.

Conosci e fai conoscere lo Statuto della Regione siciliana. Conosci e fa conoscere i tuoi diritti e la Sicilia diventerà terra di Lavoro, Ricchezza e e Servizi degni di un paese civile, una piccola Svizzera al centro del Mediterraneo. La nostra schiavitù è fondata sulla nostra ignoranza. Uniamoci e riappropriamoci dei nostri diritti.

W la Sicilia!

Palermo, giugno 2013

I Comitati:

La Sicilia e i Siciliani per lo Statuto

I Cittadini Siciliani per lo Statuto

Foto tratta da:

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10200142472467678&set=oa.144284552427358&type=1&theater

Altre informazioni su:

http://www.linksicilia.it/2013/05/articolo-37-dello-statuto-manifestazione-di-protesta-contro-ardizzone/

 

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8.13

– Miracolo! La discussione sull’articolo 37 dello Statuto Siciliano domani approda all’Assemblea Regionale Siciliana

di Giovanni Maduli

30.5.2013

Parafrasando il titolo di un bell’articolo di un noto e attivo giornale web siciliano, siamo lieti di dare la notizia che oggi, 30 maggio 2013, l’Assemblea porrà all’ ordine del giorno la discussione sull’articolo 37 dello Statuto. Quest’ultimo è stato oggetto in questi giorni di vive polemiche fra molti cittadini siciliani e le Istituzioni Regionali che, se non fosse stato per l’impegno tenace dei comitati “La Sicilia e i Siciliani per lo Statuto” e “I Cittadini Siciliani per lo Statuto”, non si sarebbero neanche accorte dello scacco che stavano subendo nelle trattative con il Governo Nazionale sulla questione. Il provvidenziale intervento dei Comitati di cui sopra, la manifestazione di protesta organizzata per sabato 1 giugno a Palermo e, soprattutto, la sensibilità dei Parlamentari del M5S e di Francesco Cascio (Pdl) ex presidente dell’Ars, Fabrizio Ferrandelli (Pd), Giovanni Lo Sciuto (Mpa), Alice Anselmo, Margherita La Rocca e Calogero  Firetto (Udc), hanno reso possibile questa repentina inversione di tendenza. Certo, è presto per cantare vittoria e bisognerà attendere i risultati della discussione in aula; confidiamo tuttavia che, anche se in extremis, il Parlamento Siciliano trovi la forza per rivendicare e far valere i diritti del Popolo Siciliano.

Ai Parlamentari del M5S ed agli altri sopra elencati va il nostro ringraziamento e quello, riteniamo, della maggioranza dei Siciliani.

Qui di seguito il link ad un articolo sull’argomento di linkicilia:

http://www.linksicilia.it/2013/05/miracolo-larticolo-37-domani-approda-allars/

 

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9.13

Lettera inviata a Il Mattino il 14-6-13

Il Mattino di oggi 14 giugno dedica un ampio spazio a pag.19 a un articolo di Mario Avagliano intitolato “Quei massacri ordinati dai Borbone”. Lo spunto è dato dalla recente pubblicazione di Antonella Orefice volta a continuare a denigrare i Borbone, preoccupata dal “revisionismo storico sul risorgimento” mediante “documenti, quelli veri, quelli scomodi”. Già è un passo avanti prendere a base del libro un manoscritto dell’epoca giacché la sua maestra  Maria Antonietta Macciocchi aveva basato alcuni suoi “scoop letterari” su visioni oniriche, esilaranti per chi rispetta il rigore storiografico. In ogni modo non è tollerabile che nel terzo millennio si ripetano opinioni trite e ritrite su quel periodo, ormai spazzate via dalla revisione storica dell’ultimo quarto del Novecento. Chi scrive appartiene al Centro Studi Duosiciliani dell’ass.cult. Neo Borbonici Attivisti, autore di diversi libri sull’ultima dinastia di Napoli Capitale. In particolare, la sua ultima pubblicazione verte proprio sul 1799 e scaturisce dal ritrovamento in archivio di manoscritti dell’epoca pur essi veri ma scomodissimi per chi è subornato dall’interpretazione ideologica decretata da Benedetto Croce.

Per par condicio un giornale serio consentirebbe un’altra pagina basata su altri fatti nella fondamentale tematica;  per lasciare poi libero il lettore di optare per la verità che più gli aggrada. Si potrebbe narrare veramente di massacri come i diecimila caduti avanti a Championnet alla conquista di Napoli o come i 60 mila trucidati durante la repubblica partenopea, per ammissione del generale francese Thiébault; ma quale massacro, invece, per pochi traditori della patria fucilati dalle truppe di liberazione sanfediste a cui erano alleati i turchi che mandarono gli albanesi con il comandante Pronio in Molise!

Forse hanno dato inquietudine le tante bandiere borboniche che ritornano un po’ ovunque a sventolare (pare che addirittura la squadra del Napoli voglia adottarne il simbolo) o i tantissimi che hanno ricordato proprio ieri la grande vittoria sanfedista nel giorno di S. Antonio 214 anni or sono. Non verrà sicuramente dagli inconsistenti luoghi comuni l’arginamento della vera e orgogliosa storia degli odierni meridionali, ormai prepotentemente tracimante.

Alleghiamo un’immagine che potrebbe fare da contraltare a quella speciosa pubblicata, rappresentante dei ghigliottinati dai giacobini francesi. E’ un disegno del grande Francisco Goya che ritrasse le atrocità estreme commesse dai francesi (portatori di libertà!) in Spagna dopo essere passati proprio da Napoli. E’ facile impressionare gli ingenui ma, per fortuna, il loro numero è in evidente e inarrestabile calo…

Prof. Vincenzo Gulì

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10.13 – Comunicato incontro U.M. 22 – 23 giugno 2013

di Vincenzo Gulì

Il legittimo Parlamento delle Due Sicilie e i Neo Borbonici Attivisti parteciperanno al I Congresso di U.M. nel cuore della terra dei briganti, Casalduni, vittima con la vicina Pontelandolfo, della più famosa ed efferata rappresaglia dei nord-italiani nel 1860. Nelle giornate del 22 e del 23 giugno si parlerà di concrete iniziative, anche politiche per ilo riscatto dell’attuale Sud.

Iscritti e simpatizzanti sono invitati.

Dettagli al link: http://www.unionemediterranea.it/

Fonte:

www.parlamentoduesicilie.eu

 

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Qui di seguito il testo della mozione n.1 che verrà discussa in seno al congresso di Unione Mediterranea previsto a Casalduni il 22 e 23 giugno 2013, redatta da Marco Esposito, autore de “Separiamoci”.

Chi lo desideri potrà partecipare sia in forma singola che associata, portando il prorpio contributo, le proprie idee e proposte.

Bozza mozione congresso Unione Mediterranea

1. Da dove partiamo

“Il movimento politico Unione Mediterranea ha un obiettivo chiaro: il riscatto del Mezzogiorno. Il movimento ripudia mafia, violenza, razzismo e qualsiasi forma di discriminazione”. Partiamo da qui. Dall’obiettivo indicato nella nostra Carta dei Principi. La quale, sin dal primo punto, è chiara: sappiamo cosa vogliamo e sappiamo chi non sarà mai compagno di strada, ma anzi è un nemico da combattere. Siamo orgogliosi della nostra Carta dei Principi, non solo perché è bella, fresca, ma perché – lo ricordiamo tutti – è stata approvata il 24 novembre 2012 a Napoli dopo un confronto aperto e con votazioni schiette e libere.

Essere nel profondo democratici è una nostra cifra distintiva. Quale organizzazione politica ha scelto il proprio nome con una votazione aperta? Ha scritto la propria Carta dei principi votando liberamente decine di emendamenti? Ha scelto il proprio simbolo tra oltre cento proposte? Il nome e il simbolo, in molti movimenti politici attivi, sono proprietà di una associazione privata spesso composta da poche persone. Nel nostro statuto è stabilito che non una singola persona, non un’associazione privata e neppure il segretario protempore, ma solo il Congresso è proprietario del nome e del simbolo di Unione Mediterranea. E il Congresso è fatto da tutte le persone che possono partecipare al progetto in carne e ossa o che hanno un loro delegato di fiducia. Senza però possibilità di fare incetta di deleghe. In Unione Mediterranea davvero uno conta uno, o al massimo conta due se chi partecipa è portatore di una delega.

La scelta del metodo della democrazia partecipata non è un vezzo. E’ una necessità per riavvicinare le persone alla vera politica. La parola è stata talmente sporcata da politicanti desiderosi di arricchimenti personali che è diventato difficile anche solo pensare alla politica nel suo senso vero e nobile. L’arte di governare la polis, la comunità, nell’interesse della comunità stessa. Ecco perché la ricerca quasi ossessiva di partecipazione, di confronto vero, che ha caratterizzato Unione Mediterranea sin dalle prime battute è dovuta non solo al fatto che le decisioni maturate in modo democratico nel lungo periodo si rivelano più sagge di quelle prese nel chiuso delle stanze o nell’ambito dei cosiddetti “cerchi magici”, ma è dovuta anche alla necessità di riportare passione nella partecipazione alla vita pubblica dimostrando che chi lo desidera decide e chi decide non è più un soggetto passivo ma diventa un protagonista, la cui forza deriva dalla passione dei singoli tanto quanto dall’azione collettiva. Chi è stato a Napoli il 24 novembre 2012 alla Stazione Marittima lo ricorda bene. Quei cartellini Verdi e Rossi con i quali accettavamo o respingevamo i singoli emendamenti erano la rappresentazione visibile che ciascuna persona registrata in sala contava quanto ciascun altro. La Carta dei Principi è nata così, con molte madri e molti padri. E’ una Carta scritta dal nostro popolo. Una Carta che avrà una lunga vita perché dura ciò che il popolo riconosce come proprio.

Ora però dai Principi bisogna passare alle Azioni. Con il primo congresso va definita la linea politica di Unione Mediterranea, va individuato il “come” perseguire il riscatto del Mezzogiorno. Il Congresso ci dà un orizzonte temporale di due anni ed è su questi due anni d’azione che ci concentreremo. E lo faremo con la testa alta, guardando cioè lontano. Non ci stiamo a fare la politica del giorno per giorno, anche se ogni giorno ci sarà una battaglia, una sfida da affrontare. Il nostro fine è alto: cambiare il corso della storia.

 2. Cosa si legge nel cruscotto dell’economia

L’Italia è nel bel mezzo di una crisi economica senza precedenti. Dopo la recessione del 2008-2009 è seguita quella del 2012-2013. Se si fa un confronto con l’Unione europea, l’Italia va sistematicamente peggio della media Ue da oltre un decennio. Non funziona l’Italia. E all’interno di questa Italia non funziona il Mezzogiorno, che va sistematicamente peggio del resto del paese. L’Ocse ha di recente avvertito: la disoccupazione in Italia nel 2013 rischia di crescere al 12,5%. Benvenuti al Sud: nell’area la disoccupazione era al 12,5% già nel 2009 e all’inizio del 2013 ha superato il 20%, con una punta oltre il 50% tra i giovani di entrambi i sessi. Eppure l’allarme per il Mezzogiorno non scatta mai: la crisi dell’Italia fa dire a Confindustria che “il Nord è sull’orlo del baratro” dimenticando che qualcuno, nel baratro, c’è finito da tempo, spinto chissà da chi.

Dietro i numeri ci sono storie, persone. Nel baratro c’è chi ha perso il lavoro, chi dispera di trovarlo mai, chi è costretto a lavori irregolari, fatti in spregio alle regole sulla sicurezza del lavoro. Nel baratro sono le centinaia di migliaia famiglie del Sud che hanno un ammalato in casa colpito dai veleni di industrie del Nord: a Taranto come nella Terra dei Fuochi tra Napoli e Caserta, come a Gela. La vecchia politica ha fallito in Italia e ha fallito ancora più nel Sud. Le ricette messe in campo con i provvedimenti “Salva Italia”, il continuo ricorso a presunti “saggi”, l’annuncio di fantomatiche riforme si susseguono negli anni senza ormai più neppure l’effetto-annuncio. Tocca a noi indicare una strada, ritrovare un percorso di speranza. Il nostro fine è alto: cambiare il corso della storia.

Una storia partita male nel 1861: non siamo qui, tra Casalduni e Pontelandolfo, per un caso. Tra poco più di un mese, il 6 agosto, saranno 150 anni dall’eccidio di Pietrarsa. E la storia dell’unità d’Italia, partita male, è finita in un vicolo cieco nell’ultimo quarto di secolo. In questo paese il declino economico è coinciso con la nascita e la crescita di un partito politico a vocazione territoriale. Una situazione che ha creato un’asimmetria in un’Italia già duale, con un territorio rappresentato due volte (dai politici del partito territoriale e da quelli dei partiti nazionali) e un altro rappresentato poco e nulla. In Italia da 24 anni non c’è un meridionale che abbia avuto la ventura di diventare capo del governo. Il premier attuale, Enrico Letta, nelle elezioni di febbraio era capolista in Campania 2 alla Camera, il collegio che comprende anche Casalduni e Pontelandolfo. Così come Guglielmo Epifani era capolista in Campania 1. Vengono dalla Campania gli uomini con più responsabilità in Italia? No, piovono in Campania, come in tutto il Sud, candidati paracadutati da partiti nazionali, estrema offesa a un territorio al quale si dice: nessun vostro figlio è abbastanza degno da rappresentarvi. Un paese che in anni recenti ha avuto la spudoratezza di affidare a politici che hanno giurato fedeltà al “conseguimento dell’indipendenza della Padania” (articolo 1 dello statuto della Lega Nord) ministeri come le Riforme istituzionali, gli Interni, il Bilancio e la programmazione economica, l’Industria, la Giustizia, il Lavoro e le politiche sociali e persino l’Agricoltura, che un tempo era premio di consolazione per qualche notabile meridionale e si è trasformato in uno strumento per colpire la Mozzarella di Bufala. In questo paese ci si riempie la bocca di sostegno ai giovani, alle famiglie, alle donne, alla scuola, alla ricerca, al lavoro eppure si bloccano le politiche in favore di quella parte di territorio dove ci sono più giovani, più famiglie, meno donne occupate, più necessità di scuola, ricerca, lavoro. I politici del Sud hanno avuto mille volte l’occasione di reagire eppure non hanno reagito con efficacia. A volte per pavidità, talvolta per sospetta complicità, nei casi migliore per l’oggettiva disparità delle forze in campo. In ogni caso il risultato è sotto gli occhi di tutti: Calabria, Campania, Sicilia, Puglia sono fanalino di coda in Europa per tasso di occupati. Ecco perché a noi tocca provare a cambiare il corso della storia.

 3. Le nostre battaglie

Unione Mediterranea deve contribuire a una battaglia politica e prima ancora culturale perché si possa intanto rendere visibile la presenza di un’alternativa al declino italiano. E per dare forza a tale alternativa occorre promuovere azioni concrete su tre filoni principali: memoria, lavoro, ambiente. Ovvero il recupero della verità storica; il Comprasud; la lotta ai veleni.

Principi già presenti nella nostra Carta, nella quale al punto 5 si legge che Unione Mediterranea “assegna un grande valore alla verità storica e in particolare al disvelamento delle falsità scritte sul Regno delle Due Sicilie dopo la sua occupazione militare nel 1860, falsità che hanno accompagnato il sistematico sacco di risorse e cervelli del Mezzogiorno, fino a portare a una condizione economica dualistica, rafforzata dall’applicazione di un federalismo fiscale privo degli elementi di equità che pure son presenti nella Costituzione. Si ritiene fondamentale inserire nei libri di testo scolastico di ogni ordine e grado, su tutto il territorio nazionale, la verità storica sul Regno delle Due Sicilie”. Una sete di verità che non si limita a correggere le falsità del passato. “Unione Mediterranea sa che c’è un forte bisogno di informazione libera e autonoma e promuove l’editoria del Sud che ne tuteli la sua immagine. Unione Mediterranea nel prendere atto dei continui attacchi, offese e diffamazioni perpetuati nei confronti della gente del Sud – frutto di pregiudizi, ignoranza e atteggiamenti razzistici – si pone quale obiettivo quello di opporsi e mettere in atto tutte le contromisure, entro i limiti dei propri mezzi, attraverso richieste di smentite e azioni giudiziarie volte a tutelare e difendere la dignità della gente del Sud e dei suoi territori”. Abbiamo bisogno come il pane di informazioni coordinate e tempestive: il Mezzogiorno si deve dotare di una capacità di un’analisi propria, autonoma, attenta ai fatti, rapida. Avere le informazioni di base è la premessa perché si apra una battaglia politica e culturale pronta a contrastare gli eventi colpo su colpo, perché è chiaro che non è sufficiente una strategia di mediazione se una parte dell’Italia – per sua responsabilità, cioè per chiusura mentale – è convinta che il problema dell’Italia sia il Sud. In tanti, al Nord, si sono convinti di aver capito una cosa: se togliamo il Sud l’Italia è in Europa; se resta il Sud l’Italia non c’è la fa. Non è difficile dimostrare che tale ragionamento sia sbagliato: l’Europa cresce di più grazie all’arrivo di paesi a minore ricchezza e maggiore potenziale di sviluppo. L’Asia si sta sviluppando grazie alla Cina e all’India, non al ricchissimo e affaticato Giappone. Ma quando gli argomenti tecnici non sono sufficienti, come si fa a convincere chi ha intrapreso una strada sbagliata? Certo, migliorando noi stessi, correggendo i nostri difetti. Ma non basterebbe. Abbiamo bisogno di un’azione politica alta, che non vada sempre a mediare con l’unica strategia di contenere i tagli: non è limitando i danni che si cambia direzione di marcia.

Al punto 6 della Carta è riassunto il concetto del Comprasud: “Unione Mediterranea ha tra i suoi obiettivi la promozione dei prodotti del Mezzogiorno e l’educazione ad acquisti rispettosi dell’ambiente e che favoriscano le economie locali, con una forte spinta agli scambi inter-mediterranei di genti, pensiero e prodotti. Unione Mediterranea punta a uno sviluppo di tipo conservativo fortemente legato al territorio, in alternativa all’attuale consumismo”.

Infine il tema dei veleni e un corretto rapporto con l’ambiente. Al punto 10 della Carta si legge: “Unione Mediterranea pone il rispetto dell’ambiente e del territorio a fondamento di ogni politica economica sia essa industriale, agricola, commerciale, turistica, culturale. Massima attenzione è posta al fenomeno dello smaltimento illegale di rifiuti di ogni genere”.

4. Il nostro fine è l’indipendenza

Un paese che non sa distribuire le risorse, prima o poi la paga cara. Se non offri le migliori università ai giovani che si mostrano più brillanti, e magari ti inventi come hanno fatto in rapida successione i ministri Gelmini e Profuno regole che legano la residenza alle borse di studio, rischi di vedere i più promettenti tra quei giovani prendere la strada dell’estero. Se non selezioni gli insegnanti in base alla capacità, bensì in ragione della provincia di provenienza, rischi di far occupare le cattedre dai più pigri lasciando disoccupato chi è capace. Se nel 2013 fai pagare le tasse sui redditi (Irpef), sulle imprese (Irap) e sulla casa (Imu) non in rapporto alla ricchezza, ma in proporzione ai deficit degli enti locali maturati nel decennio precedente, rischi di colpire i consumi e soffocare ogni spirito economico proprio dove si dovrebbe utilizzare la leva fiscale per attrarre investimenti, tagliando le gambe a chi prova a correggere gli sfasci degli amministratori del passato. Un paese che invece di colpire i disonesti fa pagare i costi delle frodi sulla Rc auto a chi non ha mai denunciato un sinistro ha perso ogni senso dell’equità. Un paese che concentra gli investimenti ferroviari al Centronord non crede in se stesso. Un paese che proroga gli incentivi della Tremanti al Nord in base a un decreto che certificava “piogge insistenti” non ha senso della misura. Un paese che propone un bando per le smart cities riservato alle città del Nord non sa come si crei innovazione. Un paese che alza una barriera per escludere le imprese che operano oltre 350 chilometri da Milano per i lavori dell’Expo 2015 ha perso anche la memoria di cosa voglia dire presentarsi al mondo per l’Esposizione Universale. Tra il 2007 e il 2011 sono stati falcidiati i fondi Fas, ovvero le risorse per il futuro del Mezzogiorno. Nel 2012 e nel 2013 si è passati a colpire i fondi per la solidarietà, ovvero quelli che devono garantire i diritti minimi di cittadinanza. Tagliando a più riprese il “Fondo sperimentale di riequilibrio” hanno iniziato a mettere le mani in tasca ai pendolari, ai bambini dell’asilo, a chi vive il disagio sociale al Sud. Prima hanno sottratto il futuro, ora  attaccano il presente. Comportamenti che restano costanti a dispetto dell’alternarsi dei governi. Nella prima riunione del Cipe guidata da Enrico Letta, il Comitato interministeriale per la programmazione economica ha finanziato due opere al Nord, una al Brennero e l’altra in Val di Susa, e nessuna al Sud. Anzi, per finanziare opere compensative relative alla Tav Torino-Lione si sono tolte risorse già destinate al rifacimento della statale 172 dei Trulli, nota in Puglia come la statale della morte. Il 31 maggio il governo ha tolto i soldi alla statale 172 e il 3 giugno si è contato un altro morto su quella strada, il quarantenne di Casamassima Francesco Dambruoso. La sicurezza stradale al Sud può attendere perché c’è da convincere con opere compensative i riottosi comuni piemontesi contrari alla Tav tra Torino e la Francia.

 

Dal 2011, lo certicano i dati del ministero dell’Economia, la quota di investimenti pubblici ordinari al Sud è scesa sotto il 20% del totale. A fronte del 45% previsto dalla legge, a fronte del 33% di popolazione e persino a fronte del 23% di tasse pagate da persone e imprese meridionali. Ormai il Mezzogiorno non riceve più neppure gli investimenti che potrebbe pagarsi da solo, con il proprio pur modesto gettito fiscale. Ma un governo che investe sempre e solo in un’area del paese non è un governo savio perché nessuna nazione si sviluppa armoniosamente se abbandona una delle sue parti. E l’errore investe particolare gravità se la parte abbandonata è quella dove vivono più giovani. La palla al piede dell’Italia non è il Mezzogiorno: è l’incapacità di vedere lontano, nel tempo e nello spazio. La palla al piede dell’Italia è l’inadeguatezza politica e culturale della classe dirigente del Nord.

Ecco perché, di fronte al progressivo e devastante declino dell’Italia e all’incapacità della sua classe dirigente nel correggere gli errori, bisogna chiedersi se non convenga a tutti, ma intanto non convenga a noi meridionali, separarsi e ritrovare la propria indipendenza. Certo, non per resuscitare uno o più staterelli ottocenteschi, ma per partecipare al progetto di aggregazione politica europea con cultura e voce proprie, quella cultura mediterranea finora poco rappresentata nella stessa Unione europea.

Dobbiamo porre con chiarezza, come cittadini dell’Italia Mediterranea, l’opzione politica dell’indipendenza. Una opzione che non esclude nessun percorso pacifico di avvicinamento all’obiettivo, a partire dalla macroregione, ente che potrebbe unire le sei regioni a statuto ordinario del Sud continentale, previsto nella Costituzione vigente. La macroregione potrebbe poi conquistarsi maggiori gradi di autonomia, sul modello di quanto già previsto per la Sicilia. Fino ad arrivare alla vera e propria indipendenza, in modo da poter partecipare da protagonisti al processo di costruzione di una Unione europea non più delle banche ma dei cittadini.

Separiamoci, e l’Italia Mediterranea potrà guardarsi con i propri occhi e non con quelli distorti di chi deve alimentare e confermare comodi luoghi comuni. Separiamoci, e il Mezzogiorno potrà liberarsi degli alibi che vedono sempre negli altri la responsabilità della propria inadeguatezza. Separiamoci, e il territorio che si riconosceva nella bandiera delle Due Sicilie potrà riannodare il filo spezzato della sua storia, mettendosi alla prova per vedere se saprà recuperare e meritare i primati di cui è stato capace nella scienza, nell’arte, nell’industria, nel rispetto dei beni comuni, nelle conquiste civili. L’Unione europea garantirebbe, come in Slovacchia, al Sud indipendente una moneta accettata in tutto il mondo, garantirebbe la libertà di circolazione ai tanti meridionali non più residenti nel proprio territorio d’origine e garantirebbe finalmente alle Terre mediterranee, le Terre del Sole, di diventare arbitri del proprio destino nell’ambito di un progetto comunitario di crescita, sicurezza, sviluppo umano e materiale.

Certo, far nascere un nuovo stato significa davvero cambiare il corso della storia e ciò richiede una straordinaria forza di volontà. Richiede una particolare intelligenza e capacità d’equilibrio, perché andranno definite questioni non semplici come i confini, la gestione del debito storico, la suddivisione delle proprietà pubbliche. E andranno fatte scelte sulla forma costituzionale, il nome, la bandiera, l’inno. Far nascere una nazione richiede convinzione nei propri mezzi e anche una certa dose di spregiudicatezza, di capacità di sognare. Ma forse è proprio questo di cui abbiamo più bisogno: credere in se stessi, tornare a sognare.

5. I rapporti con gli altri movimenti

Rileggiamo insieme la Carta dei Principi. All’articolo 2 si dice che “In Unione Mediterranea trovano spazio sia singole persone sia gruppi organizzati”. Un tema, quello dell’aggregazione, al quale siamo affezionati perché se la missione è quella quanto mai ambiziosa di cambiare il corso della storia nessuno può pensare di essere di per sé adeguato al compito. Non solo. Diciamolo con chiarezza: l’unità d’azione del meridionalismo è una forma minima di saggezza tuttavia anche l’eventuale unione ferrea di tutti i gruppi meridionalisti esistenti non avrebbe oggi la massa critica sufficiente a ribaltare lo stato delle cose. Occorre coinvolgere nuove energie: studenti, professori universitari, imprenditori, medici, disoccupati, madri e padri che non vogliono arrendersi. E per farlo bisogna dire basta alle nostre divisioni di carattere personalistico. Ben vengano le diverse visioni politiche, quelle portano ricchezza, ma evitiamo di trasformare ogni confronto in uno scontro, ogni dibattito in una bega. E questo, sia chiaro, non solo perché litigare fa perder tempo, e il nostro tempo è adesso, ma soprattutto perché un movimento litigioso tiene a distanza le persone migliori. Quelle delle quali abbiamo bisogno.

Ecco perché Unione Mediterranea lancia il Forum dei movimenti. Uno spazio libero dove su posizioni di parità, senza necessità di iscriversi a UM, i responsabili dei vari gruppi possono incontrarsi per trovare il minimo comune denominatore, sia in termini di programma sia di organizzazione. Anche perché all’unità – intesa non come azzeramento delle differenze bensì come capacità di organizzare azioni comuni – non c’è alternativa.

 6. Contarsi per contare

Unirsi è necessario. E la cronaca ci suggerisce una data.

Tra meno di un anno, il 25 maggio 2014, si vota per il Parlamento europeo. Una data che nessun politicante italiano può spostare e già solo questo – in un paese culla del diritto eppure privo di rispetto per le norme – è un fattore non secondario. Le Europee possono diventare il punto di partenza di un Progetto Mediterraneo. L’occasione per chi ha a cuore l’Italia Mediterranea per contarsi e per iniziare a contare.

Le Europee rappresentano storicamente un voto libero per gli italiani. L’unico voto che ha visto il Pci arrivare primo, era il 1984, o la Bonino superare l’8%, era il 1999. Non si ha notizia di voto di scambio alle Europee. Né sono mai stati concepiti nel sistema elettorale aborti come la lista bloccata. Nel 2014 non è difficile prevedere che le Europee saranno un voto anche più libero che in passato, per la delusione che può colpire l’elettorato del Pd come quello del Pdl nonché per l’insoddisfazione che può prendere gli elettori dello stesso Movimento Cinquestelle. Offrire nella circoscrizione Mezzogiorno e nella circoscrizione Isole un progetto politico chiaro può raccogliere consensi che adesso non immaginiamo neppure. Il voto sarà libero da condizionamenti di destra e di sinistra. Il voto non è vincolato da un obiettivo – l’elezione di un sindaco, di un governatore, di un premier – tema che finisce per polarizzare l’attenzione dei mass media e degli stessi elettori. Nello stesso tempo sarà un voto più europeo rispetto alle precedenti elezioni analoghe, perché si prevede l’indicazione di un simbolo comunitario oltre a quello nazionale e in Europa esistono già molti movimenti indipendentisti.

Il Progetto Mediterraneo dovrà dare un messaggio chiaro: vogliamo la separazione, pacifica e consensuale, vogliamo l’indipendenza da un’Italia nordcentrica che è stata conquistatrice e si è dimostrata matrigna. Vogliamo uscire dalla condizione di colonia interna. Vogliamo riprendere la nostra secolare libertà. Vogliamo giustizia ed equità. Vogliamo smetterla di essere derubati delle risorse che ci spettano in base alla Costituzione e poi subire persino l’umiliazione di essere chiamati ladri.

Per questo lanciamo da Casalduni un appello agli amici dei tanti movimenti meridionalisti e a chi si sente meridionalista nel cuore ma non ha mai aderito a un gruppo organizzato a non lasciar cadere l’occasione delle Europee per gridare forte la nostra sete di giustizia e libertà. Le divisioni, le liti che hanno caratterizzato i rapporti tra i tanti gruppi meridionalisti e che hanno attraversato anche i primi mesi della vista stessa di Unione Mediterranea sono la conferma di una condizione di minorità nella quale siamo stati spinti dopo il crollo del Regno delle Due Sicilie e non a caso i contraccolpi maggiori sul tessuto sociale si sono visti a Napoli, trasformata in pochi giorni da una delle più vivaci e ricche capitali d’Europa in capoluogo di provincia.

Cerchiamo un simbolo comune, una bandiera che abbia un significato forte. Cerchiamo un nome bello, nuovo. Che non contenga la parola Sud perché noi non siamo Sud di nessuno. Il Mediterraneo è l’unico mare bagnato da tre continenti. E nel mezzo di quel mare ci siamo noi. Noi siamo al centro, siamo il centro.

Ai fratelli che ricordano con orgoglio i primati dei Borbone, ai fratelli che lottano per la liberazione della Napolitania, ai fratelli insorgenti, a chi tiene alta la memoria dei briganti, ai meridionalisti tutti diciamo: il tempo è adesso.

Un solo nome, una sola bandiera, un progetto di indipendenza chiaro, non una fusione ma una lista di persone battagliere e coraggiose intorno alle quali raccogliere 60mila firme vere, 30mila per le sei regioni della circoscrizione Mezzogiorno e 30mila per la circoscrizione Isole.

Una prova organizzativa di sicuro molto impegnativa ma chi si propone di dare una svolta al corso delle cose non può spaventarsi per una raccolta firme. Anzi, sarà il primo atto di una campagna elettorale e culturale allo stesso tempo.

Per la prima volta in 153 anni potremmo presentarci con il nostro volto libero e fiero. Saremo schietti, allegri, orgogliosi, mediterranei.

 

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NOTE AL CONGRESSO DI CASALDUNI DEL 22-23 GIUGNO 2013

di Vincenzo Gulì

Il Congresso di UM a Casalduni non è stato un raduno deja vu di meridionalisti come da vent’anni spesso è accaduto e com’è stato commentato da ingiustificabili assenti  o addirittura da sprovveduti presenti. Se chi scrive vi ha partecipato, dopo aver vissuto quasi tutte le esperienze citate, significa che ha ravvisato qualcosa di nuovo che va opportunamente precisato. Nell’assemblea titernina è stato già naturalmente affrontato questo fondamentale argomento, si tratta adesso di integrarlo per l’auspicabile divulgazione.

Si possono ridurre essenzialmente a tre gli elementi innovativi del progetto partito da Casalduni:

  1. Presenza di meridionalisti del terzo millennio, uniti agli altri del passato per l’amore per la propria terra ma separati nettamente da loro da alcuni presupposti basilari,  come il superamento della famigerata questione meridionale che nasce e si sviluppa totalmente nella malaunità italiana
  2. Revisione storica dell’ultimo quarto di secolo che ha ribaltato prepotentemente i luoghi comuni spregiativi dell’era borbonica, riabilitando completamente il Regno delle Due Sicilie visto, finalmente, come la più elevata espressione di sovranità, modernità e benessere dei nostri progenitori
  3. Nascita di una nuova generazione cresciuta ancora nella cultura di regime anti-meridionale ma con in sottofondo le irresistibili critiche di coloro che conoscono la vera storia della nostra terra.

Amalgamando perfettamente questi fattori scaturisce la maturità dei tempi per lanciare un messaggio poderoso e inaudito alla società dell’attuale sud Italia, immersa in una crisi infinita e scettica verso ogni esperienza già constatata in 152 anni di inconfutabile colonizzazione. Si apre quindi una strada nuova che nessuno ha mai percorso sinora che parte dagli sfaceli risorgimentali e punta all’obiettivo del riscatto degli odierni meridionali in una forma tutta da definire e da sperimentare che non esclude alcuna possibilità, sempre nell’ambito della legalità e della non violenza. Per cambiare le cose non occorre tanto entrare in competizione politica quanto trovare il mezzo per far passare alla massa di delusi il novello messaggio che proprio per la sua novità non potrà che condurre che ad esiti diversi da quelli soliti che ci angustiano dal 1861 in poi. Un metodo dibattuto ed acclamato per questo fine è la preparazione alle elezioni europee del maggio 2014. Chi possiede buona volontà avrà ormai compreso che cosa voglio dire, parimenti avrà capito che i tanti riferimenti al Regno delle Due Sicilie e ai Borbone sono disgiunti da nostalgie monarchiche perché solo intrisi di orgoglio e buona amministrazione. Esse sono giusto le carenze di cui soffriamo terribilmente oggi…

Approntare la competizione elettorale dell’anno prossimo vuol dire tante cose:

  • Svincolare l’elettorato dalla subornazione nei confronti delle pressioni locali capaci di condizionarlo
  • Attivare a pieno tutti gli aderenti, con la raccolta firme,  saggiando la loro capacità aggregativa e di convincimento
  • Creare una struttura di attivisti, simpatizzanti e firmatari solo apparentemente rivolta alle elezioni comunitarie perché polivalente e quindi buona per le tante e diverse  battaglie che ci attendono
  • Divulgare simbologia e ideologia identitario-meridionalista per stanare i molti che non osano proporsi da reclutare agevolmente in quella metà abbondante dell’elettorato che non vota più e certamente pure in tutta la comunità del Sud.

Come il legittimo parlamento delle Due Sicilie è il forum civico-culturale in cui dibattere i problemi dell’attuale Mezzogiorno d’Italia con apertura a gruppi anche politici per pungolare le istituzioni e trovare solidarietà su singoli progetti contingenti, così UM deve sempre più divenire il laboratorio politico in cui riunire gruppi non solo politici per organizzare assieme l’entrata in competizione elettorale, ultima spiaggia dei popoli meridionali.

Mai più vi sarà un insieme di meridionali giovani e anziani, esperti e neofiti, tolleranti e legittimisti legati dalla consapevolezza che l’amore per la nostra terra martoriata da 152 anni obbliga ad accantonare interessi e convinzioni personali per marciare finalmente allineati verso le mete idonee a mutare il trend che ci assilla dalla proclamazione della malaunità italiana: entrare nelle istituzioni per condizionarle, ridestare nella popolazione l’orgoglio e il coraggio per scalare, tappa dopo tappa, l’ardua salita che porta alla nostra indipendenza. Quell’orgoglio e quel coraggio che furono lo sprone che mosse i nostri antenati a lottare per oltre un decennio post-unitario per evitare la schiavitù in quella guerra civile infamata come brigantaggio che, volenti o nolenti, invocava il Re Borbone e la Patria delle Due Sicilie che aveva conosciuto ma intendeva gridare tutta la sua voglia di LIBERTA’, INDIPENDENZA e MISSIONE NEL MONDO da far ereditare a noi posteri che amava senza conoscere.

Fonte:

www.parlamentoduesicilie.eu

 

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Da Siciliani a Napolitani a tutti Siciliani e finalmente a Duosiciliani

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

  “Il regno di Sicilia è il primo modello dello stato moderno in Europa”. E’ quanto scritto dallo storico svizzero Burckhardt.  Sappiamo tutti che il grande Regno delle Due Sicilie, tanto orgogliosamente e puntualmente indicato dai meridionalisti del XXI secolo,  fu l’apoteosi di quello stato che Ruggero II, il normanno, creò nel 1130 a Palermo in un periodo in cui c’era ovunque la massima frammentazione territoriale, con i confini rimasti praticamente intatti sino al 1861, cioè per quasi 7 secoli e mezzo. Dopo le mancate risposte di tutti i parlamentari eletti a Roma nelle circoscrizioni meridionali alle istanze che il nostro Parlamento delle Due Sicilie ha loro notificato il 23 aprile u.s. e a seguito del dibattito tenuto a Casalduni con altri movimenti e organizzazioni meridionaliste un progetto nuovo e ambizioso si pone sul nostro orizzonte. Lo Statuto Speciale dell’attuale Regione Sicilia è un esempio di grande autonomia in questo mondo sempre più globalizzato che, naturalmente, lo stato italiano ha sempre ridimensionato nelle applicazioni per proseguire indisturbato nella sua politica colonialista e anti-sud. La Carta Costituzionale lo assegna irrevocabilmente alla Sicilia e quindi per risolvere i suoi problemi bisogna soltanto trovare il modo di farlo realizzare effettivamente.

Per arrivare ad una risoluzione occorre partire proprio da quel remoto XII secolo. Il regno che si costituì nell’isola aveva la sua parte più estesa sul continente. Le popolazioni che vivevano nelle due parti separate dallo stretto di Messina avevano in comune già secoli di storia, dalla Magna Grecia all’impero d’oriente e agli Arabi. Però da Palermo per la prima volta si delinea uno stato che va dal Tronto e dal Garigliano al Salento e al Capo Lilibeo. Uno stato rimasto pressoché inalterato per tanti secoli pur accogliendo e superando le diversità sovente emerse tra gli abitanti continentali e insulari. La migliore legislazione in materia di unificazione, com’era stato già intuito da Alfonso d’Aragona nel Quattrocento, è operata nel 1815 da Ferdinando di Borbone che riunisce due distinti regni sotto la sua corona a Napoli, perdendo di conseguenza la sua denominazione di Ferdinando III di Sicilia e IV di Napoli ed assumendo quella inedita di Ferdinando I re delle Due Sicilie. Quindi due regni, due nazionalità, due lingue, due amministrazioni ma con un solo sovrano, una sola bandiera, una sola religione e un solo esercito. Allora il legame tra Siciliani e Napolitani (come tutti i regnicoli al di qua del faro si appellavano) divenne più che una parentela, una fratellanza giuridica sotto lo stesso padre. Su questa diversità hanno giocato fin troppo i colonizzatori, soprattutto culturali, del Mezzogiorno d’Italia acuendo in ogni maniera le differenziazioni non soltanto tra isolani e continentali ma addirittura tra questi ultimi, relegando il termine Napoletano (con la “e”) agli abitanti della sola città di Partenope e instaurando una sequela di antinomie, invidie, falsi luoghi comuni con il potentissimo utilizzo dei mass media. Ciò dimostra inequivocabilmente che al di sotto di quel sacro confine del Tronto e del Garigliano si è voluto non solo cancellare la memoria storica ma instillare un sentimento di zizzania al fine di far sempre più allontanare l’isola dalla terra ferma e le sue antiche province le une dalle altre. Scissi dal passato glorioso e separati spesso inconciliabilmente anche tra confinanti (pensiamo alle diatribe tra Palermo e Catania, Lecce e Bari ecc.) gli odierni meridionali sono le continue vittime perdenti di chi gradisce “vincere facile”, non avendo mai saputo fare di più.

152 anni di malaunità hanno determinato una situazione alquanto cambiata. Quei Siciliani e Napolitani conquistati con l’imbroglio dell’unità italiana, dopo essersi coperti di gloria con il brigantaggio (che al di là del Faro è stato astutamente celato) , sono divenuti vittime paritarie del malgoverno e della politica ostile senza soluzione di continuità dal Regno alla Repubblica d’Italia (1861-2013). Essere stati massacrati dai bersaglieri, dissanguati dalle tasse sabaude, costretti a un esodo migratorio assolutamente sconosciuto, vessati da tutti i governi come cittadini inferiori, colpevoli e irrecuperabili, ha prodotto una unità nel dolore, stretta e speciale, ufficialmente ignorata. In altre parole, pur dichiarando un’ipocrita par condicio tra gli italiani, lo stato ha costantemente operato al contrario per originare prima ed alimentare poi la famigerata questione meridionale. Ormai non siamo solo affini o fratelli meramente giuridici, siamo invece veri fratelli di sangue. Sangue versato dai soldati al Volturno e a Gaeta, sangue sparso a fiumi dai briganti, sangue preteso nelle guerre sabaude, sangue  sparpagliato in ogni dove con l’emigrazione, sangue perduto nei viaggi della speranza, nei ruoli predisposti della criminalità, nella disperazione degli esuli e dei falliti per colpe altrui.

 

I tempi sono più che maturi per utilizzare a pieno un neologismo che a qualche sprovveduto fa storcere il naso: duosiciliano. Ai tempi d’oro Siciliani e Napolitani non erano Duosiciliani (come dimostrano i documenti) perché non avevano completamente il sangue comune. 152 anni di malaunità ci hanno reso assolutamente uguali e quindi, innovativamente, Duosiciliani.

Questo è stato elaborato da alcuni membri del legittimo parlamento a Casalduni durante il congresso UM del 22-23 giugno. Adesso il passo è stato fatto: se siamo uguali al di qua e al di là del Faro, vogliamo ripartire nell’uguaglianza e nella somiglianza del grande Ruggero che ci unì veramente per la prima volta. La Sicilia ha lo Statuto inattuato ma validissimo. Per poterlo estendere agli altri fratelli del continente, cioè a tutti i duosiciliani, l’idea più agevole è quella di attivarsi, secondo le norme vigenti nazionali e internazionali, per riuscire ad accorparsi alla regione Sicilia. Tutti gli abitanti delle ex province al di qua del Faro del regno delle Due Sicilie saranno chiamati a pronunciarsi su tale possibilità. Non si deve assolutamente costituire per tale scopo una macroregione, perché chiederemo di entrare tutti nella esistente regione Sicilia con la sua speciale legislazione prevista dalla costituzione italiana che diventerà temerario non applicare, come avvenuto sinora, per un numero di cittadini pari quasi alla metà degli italiani.

Un tale progetto incontrerà indubbiamente consensi istintivi e quasi unanimi nell’isola. Sul continente bisognerà superare le false e ingannevoli angolazioni del declassamento che si profila spontaneamente. Ma spiegando il percorso completo da realizzare non è importante la prossima tappa. L’assorbimento nella Grande Sicilia sarebbe una tappa che comunque avrebbe due effetti fondamentali. In primo luogo ci semplificherebbe e migliorerebbe enormemente la situazione socio-economica con lo Statuto Siciliano in atto, il che, nella crisi che ci attanaglia, va certamente osannato.  In secondo luogo, sarebbe automatico, realizzando quanto detto, divulgare in maniera esponenziale i necessari  riferimenti storici con conseguente inarrestabile presa di coscienza collettiva con sviluppi prevedibili per i padroni settentrionali che, infatti, l’hanno impedita pervicacemente fino ad oggi.

I Duosiciliani di fatto odierni devono diventare prima Siciliani tutti, per sperimentare la possibilità mai tentata di convivenza civile in Italia; in seguito, se non saremo appagati,  si potrà veramente puntare ad essere Duosiciliani anche di diritto………

 

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– TERRA DEI FUOCHI: Non protestiamo più ma preveniamo!

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

La grande tragedia della Terra dei Fuochi, e quindi dei rifiuti illegali del nord, necessita di una reazione diversa da parte dei meridionali che vi abitano. Per adesso cortei di protesta, con le istituzioni civili e  religiose in testa, campagne di stampa e sollecitazioni politiche non hanno prodotto alcun effetto concreto. Gli altissimi interessi in gioco delle industrie settentrionali, protetti dalla criminalità organizzata al loro soldo, si pongono su un livello ben superiore rispetto alle istanze popolari o ai virtuali appoggi mediatici e istituzionali. Essi non si incroceranno mai e quindi tutto proseguirà terribilmente come prima. Questo legittimo Parlamento del Sud intervenne l’anno passato durante la visita dei rappresentanti di quello comunitario prospettando, per la prima volta, un lato inedito: le industrie italiane che sversano illecitamente a Sud, si liberano troppo a buon mercato delle scorie produttive. Ciò incide sul costo di fabbrica  che viene così abbassato sino a farle diventare competitive sul mercato europeo. Uno smaltimento secondo legge sarebbe costoso e inciderebbe pesantemente sul prezzo del prodotto finale, sino a spazzare le aziende italiane dal mercato. E’ pertanto interesse della UE tutelare quelle industrie virtuose ed evitare la concorrenza di quelle italiane che diventa sleale con il trasferimento irregolare nel Mezzogiorno che contiene in maniera determinante i costi produttivi. Questa proposta è naturalmente ancora validissima ma si è arenata nei meandri burocratici.

Nel frattempo non possiamo continuare a morire a tutte le età. Possiamo allora utilizzare questa sacrosanta mobilitazione in atto per far passare un’altra proposta. Ogni cittadino campano (e in genere meridionale) deve trasformarsi in guardia ecologica e scoprire i novelli tentativi di inquinamento provenienti da oltre Garigliano. Se il tristissimo passato è molto difficile da sanarsi per i costi improponibili di riqualificazione territoriale, cominciamo subito da quello che sta accadendo mentre scrivo o leggo queste note e cerchiamo di fermarlo in tutti i modi. Avvisiamo le autorità preposte, segnaliamo gli eventuali ritardi di intervento, chiamiamo a raccolta i vicini e presidiamo i luoghi colpiti sino a scoraggiare questi squallidi servitori del nord che avvelenano anche se stessi senza alcuna reazione critica. Creiamo pure dei comitati di pronto intervento per accorrere celermente nei siti minacciati dai paesi limitrofi e bloccare questo fin troppo agevole scempio della nostra terra. Non protestiamo più ma, finalmente,  preveniamo!

 

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– Ennesimo tentativo di eliminare le regioni a statuto speciale

di Giovanni Maduli (19.10.2013)

(foto tratta da progettoitalianews.net)

Ci risiamo.

I politici italiani non riescono proprio a fare a meno di tentare in tutti i modi di distruggere quelli che sono i diritti acquisiti delle Regioni a Statuto Speciale. Diritti che, come nel caso della Sicilia, hanno le loro ragioni d’essere non soltanto nel fatto che tali diritti siano antecedenti alla nascita della stessa Costituzione italiana, ma che derivino da indiscutibili motivazioni storiche e culturali.

Stavolta a tentare di buttare giù quei diritti è il senatore pidiellino Pierantonio Zanettin che ha presentato un disegno di legge per l’abrogazione delle norme statutarie di cui godono Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e le Province autonome di Trento e Bolzano. Con la scusa che costano troppo, s’intende. Ignorando o facendo finta di ignorare che in realtà lo stato italiano spende molto di più al nord che al sud; realtà questa che ha di fatto prodotto lo svuotamento ed il progressivo inesorabile impoverimento di tutte le regioni meridionali, ormai da oltre centocinquanta anni, come il recentissimo studio appena pubblicato dalla SVIMEZ dimostra.

I nostri signori politici non comprendono che facendo solo e soltanto gli interessi delle lobbies finanziarie e dei potentati di turno in realtà rischiano soltanto di innescare pericolose derive che esasperando la pazienza dei cittadini, già messa a dura prova proprio dai loro interventi, o sarebbe meglio dire non interventi, non si sa dove potrebbero malauguratamente portare.

I siciliani certo non resteranno a guardare con le mani in mano l’ennesimo scippo della loro prerogative e porranno in essere tutte quelle azioni legali volte alla difesa dei loro diritti. Di questo il sig. Zanettin può essere più che certo.

 

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– Palermo 19 ottobre 1944 – La strage del pane

di Giovanni Maduli

Il 19 ottobre del 1944 si consumò a Palermo la prima strage dell’Italia del dopo guerra.

A seguito delle vicende belliche appena conclusesi, la situazione economica delle fasce deboli della popolazione cittadina, ma anche di quelle piccolo e medio borghesi, era divenuta intollerabile anche a seguito della difficoltà a trovare generi alimentari di qualsiasi natura; molti erano reperibili solamente attraverso il fiorente mercato nero ed a prezzi proibitivi. La popolazione, considerati anche i lunghi anni della guerra appena conclusa, era allo stremo.

I malumori erano ricorrenti e diverse categorie di lavoratori, netturbini, impiegati comunali, addetti a varii uffici, chiedevano da giorni l’ “indennità di carovita” già concessa ai dipendenti statali. L’incontro di una delegazione di cittadini del 18 ottobre con il Commissario Prefettizio, finalizzato all’ottenimento di tali richieste, aveva dato esito negativo, così gli stessi si diedero appuntamento per l’indomani con l’intenzione di organizzare una protesta di piazza. Già dalla mattina del 19 molti cittadini, ragazzi della Lega Giovanile Separatista, donne, ragazzi e perfino bambini, cominciarono a radunarsi in Piazza Pretoria con l’intento di raggiungere la Prefettura poco distante e proseguire la loro legittima protesta dinanzi al Prefetto Paolo D’Antoni. Lì giunti, gridando a gran voce vogliamo lavoro, pane e pasta, chiesero che una delegazione fosse ricevuta dal Prefetto, ma questi si rifiutò di riceverla. I più “agitati” cominciarono allora a rumoreggiare ed a battere sulle saracinesche dei negozii, ma nulla di più. Il Prefetto, probabilmente intimorito, invece di cercare di placare gli animi e di giustificare la eventuale sua impossibilità nell’accondiscendere alle richieste dei dimostranti, che nel frattempo avevano raggiunto un numero compreso fra 3.500 e 4.000 persone, chiese telefonicamente al comando militare della Sicilia che venisse immediatamente inviato un contingente militare. Dalla caserma Scianna partirono immediatamente una cinquantina di soldati al comando del sottotenente Calogero Lo Sardo. I militari raggiunsero via Maqueda in pochi minuti e qui successe l’incredibile: appena scesi dai loro mezzi, senza che vi fosse stato alcun tentativo di dissuasione o di mediazione e dietro preciso ordine – come sarà successivamente appurato – aprirono il fuoco ad altezza d’uomo su quei disperati, indistintamente, su uomini, donne, bambini. Si scatenò il panico; la gente fuggiva impazzita da tutte le parti; le madri urlando cercavano di proteggere i loro bambini ma per molti non ci fu scampo: alla fine, in un lago di sangue, si contarono 24 morti e circa 160 feriti. In serata fu necessario l’intervento dei Vigili del Fuoco per “lavare” via il tanto sangue rimasto sulle strade.

Lo stato italiano tentò in ogni modo di insabbiare l’accaduto giungendo perfino a sequestrare il numero de “La voce comunista” del giorno dopo e le relative foto; il Giornale di Sicilia uscì con un titolo equivoco, fuorviante e riduttivo: Luttuosi incidenti a Palermo. Si aprì un’inchiesta che, ovviamente, non portò ad alcuna condanna anzi, si cercò di addossare la colpa ai separatisti e si dichiarò la non sussistenza di responsabilità sia sotto il profilo militare che politico anche se, la stessa inchiesta, appurerà che nessuno dei dimostranti era armato.

(foto tratta da corrierediragusa.it)

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– S’adda succedere, succedarrà !

di Vincenzo Gulì, da parlamentoduesicilie.eu

Sabato 16 novembre Napoli ha vissuto un pomeriggio particolarmente esaltante. Che fosse un giorno speciale l’aveva fatto capire anche il tempo imponendo una pioggia inusuale per la città del sole che ha bersagliato senza interruzione il fiume di persone riversatosi nell’ex capitale borbonica per protestare contro il disastro ambientale tollerato, se non favorito, dalle istituzioni di ogni livello. Ma quasi centomila partecipanti non potevano essere irretiti dal maltempo perché attratti magicamente dal canto della sirena Partenope che li voleva lì  al di là dei loro obiettivi dichiarati. L’interminabile corteo aveva in testa il grido di dolore delle vittime della Terra dei Fuochi e l’accusa imperdonabile verso i politici tutti collusi. Quello che seguiva andava finalmente al cuore del problema. Una serie interminabile di cartelli e striscioni inchiodava apertamente lo stato alle sue responsabilità. Qualcuno ha avuto l’ardire di urlare all’indipendenza come unica soluzione, dati i 152 anni di persecuzione anti-meridionale di tutti i governi italiani da Cavour a Letta. Slogan in tal senso sono stati cantati a squarcia gola per tutto il tragitto dagli attivisti sotto le bandiere con cui i nostri antenati briganti combatterono invano per oltre dieci anni per salvare la loro e la nostra libertà.

I meridionalisti erano naturalmente in minoranza (e ancor meno i nuovi briganti, cioè quelli che si ispirano alle Due Sicilie)però ben pochi in effetti ne mancavano all’appello per un misto di scetticismo, ignavia, paura delle intemperie materiali e spirituali. Ma i comportamenti di quelli presenti va raffrontato con quello dei non meridionalisti, cioè della stragrande maggioranza dei manifestanti. Una parte (trascurabile in tutti i sensi) di coloro che si professano meridionalisti era lontana non solo fisicamente dalle falangi attiviste perché si è guardata bene dall’appoggiarle o dall’imitarle. In tal modo si è allineata ai protestatori “ben pensanti” che credono di poter cambiare le cose con una marcia perché si illudono che le istituzioni si inteneriscano (o addirittura  intimoriscano) per le manifestazioni di piazza. Ovviamente la maggioranza dei convenuti è di questa opinione, che, come la storia italiana insegna, non conduce assolutamente a nessun miglioramento sostanziale e duraturo. Questa naturalmente è la forma di contestazione che le istituzioni prediligono perché soddisfa sia le vittime, per la visibilità (i soliti noti se la stanno inventando persino da casa…) e i contentini ricevuti, sia i carnefici, per continuare a fare i propri sporchi comodi.  Ma è l’ empatia inattesa e ripetuta tra gli attivisti e una parte crescente dei tanti non meridionalisti che deve essere risaltata. In tanti, troppi, hanno sorriso benevolmente leggendo i più estremistici cartelli, si sono uniti a slogan un tempo oggetto di arresto , hanno guardato con occhi profondi le bandiere duosiciliane ed esecrazione qualche sporadico tricolore. Si sono udite, non stimolate, addirittura grida di Viva ‘O Rre!

In conclusione è importantissimo che la bandiera delle Due Sicilie sia ormai vista come unico punto di riferimento per i problemi del Sud, senza nessuna relazione diretta con la monarchia o un singolo raggruppamento politico-culturale. I media, dimostrando anche in questa occasione di essere tutti uguali, con grande maestria hanno fatto sparire dai commenti e dalle immagini le centinaia di bandiere bianche gigliate , ma l’inquietudine che esse provocano nei benpensanti diventa ancora più opprimente e la loro diffusione e accettazione è ormai inarrestabile.

A Napoli sabato non sono tanto tornati i borbonici quanto i briganti. Uno stupendo cartello recitava “da emigranti a briganti”, cioè invertendo il celebre epilogo della guerra di brigantaggio che costrinse i nostri avi ad un esodo biblico, mai più interrotto,  dopo l’inesorabile e sanguinosissima sconfitta.  Esso significa che se si vuole far rinascere questa Terra (bloccando la sua piaga più famosa, l’emigrazione, ormai endemica) occorre ridiventare padroni di noi stessi. Quelli che hanno preferito il silenzio, il tepore casalingo o le paturnie da tastiera rimandano tutto alle venture generazioni, per salvaguardare la loro tranquillità. Gli altri, invece, non si fermeranno, smascherandoli, distanziandoli e isolandoli sempre di più,  convinti più che mai che s’adda succedere, succedarrà!

Vincenzo Gulì

Fonte:

www.parlamentoduesicilie.eu

 

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– ONU, AVAAZ e simili

di Giovanni Maduli (dicembre 2013)

Ricevo di continuo richieste di adesione ad iniziative di AVAAZ o di altre associazioni simili. Purtroppo sia AVAAZ che altre associazioni simili, secondo quanto riportato da diversi autori su diversi articoli, potrebbero essere qualcosa di molto diverso da quello che sembrano. C'è intanto da considerare che tali iniziative non hanno e non possono avere alcuna ripercussione legale e/o pratica in quanto le petizioni, per avere valore legale, devono essere firmate di pugno ed accompagnate dagli estremi di un documento di riconoscimento. Oltre a ciò, poi, anche l'ONU, secondo vari autori, sembra essere istituzione assai diversa da quello che si crede (e basterebbe sapere, ad esempio, che il terreno sui cui è stato realizzato l'edificio dell'ONU è stato "donato" dai Rothshild…). A tal fine invito caldamente a dare una lettura al testo "Il complotto dell'ONU contro la vita", (di Michel Schooyans, teologo di livello internazionale) proposto al momento anche su questo sito alla sezione “Testi consigliati”, o ad altri autorevoli testi simili. Al link che segue un' idea di cosa potrebbe essere AVAAZ. Dobbiamo tutti comprendere che non c'è e non verrà mai nessun "Robin Hood" ad aiutarci o a salvarci; né d'altronde abbiamo alle spalle, almeno per il momento, un mondo imprenditoriale e/o finanziario che ci supporti. Solamente l'unione e il FATTIVO E CONCRETO contributo dei cittadini dell'ex Regno potrà darci la forza di fare qualcosa di veramente costruttivo e concreto. E' facile cliccare "mi piace" nelle varie discussioni ma poi, spiace dirlo, quando si tratta di partecipare attivamente, quando si tratta di smuoversi da casa, di organizzare qualcosa, di fare qualcosa o di spendere di TASCA PROPRIA per la causa della nostra Patria, si deve assistere purtroppo, anche se per fortuna non da parte di tutti, alla mancanza di partecipazione, di iniziativa, di impegno. Possiamo contare solamente sul nostro impegno personale, del singolo, di tutti coloro che hanno veramente a cuore le sorti della nostra patria. Altre iniziative, specie se supportate da, o rivolte a certe associazioni, servono solamente a controllarci ed a "gestire" il malcontento. Non possiamo dare credito, anche se certamente fatto in buona fede e con il massimo dello slancio, ad azioni che non possono avere alcun seguito o ad istituzioni che possono avere finalità e scopi forse diversi da quelle che esse proclamano.
http://www.sinistra.ch/?p=1627

 

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Auguri e auspici per il nuovo anno

di Giovanni Maduli

(foto di G.M. – I Nebrodi)

Nel mese di febbraio del nuovo anno che si avvicina questo sito compirà due anni. Per quanto ci è stato possibile abbiamo cercato di diffondere fra coloro che hanno avuto la bontà di seguirci i fatti, le circostanze e le vicissitudini che hanno portato alla eliminazione forzata della nostro stato; fatti e circostanze che ormai non sono più riservate a pochi adepti o simpatizzanti, ma dilagano con la forza e l’irruenza che solamente la Verità può avere. Fa piacere, incontrando persone sconosciute con le quali occasionalmente si avvia un colloquio su questi argomenti, scoprire che moltissimi sono ormai coloro i quali  sono venuti a conoscenza di quei fatti e di quelle circostanze. Consapevoli tuttavia che se è stato distrutto il nostro stato non è stata distrutta la nostra Nazione, abbiamo contestualmente cercato di informare, e continueremo a farlo, sulle attuali tristi realtà che stanno ulteriormente degradando e distruggendo il  territorio della nostra antica vera patria; ed insieme ad esso, le nostre tradizioni, la nostra cultura e, non ci sembra una esagerazione, la nostra stessa filosofia di vita, quando non anche le nostre stesse vite. Abbiamo cercato anche di diffondere la cultura del reciproco rispetto, della necessaria vicinanza e della collaborazione fra i vari movimenti, partiti ed associazioni che, sinceramente e lealmente, si impegnano, spesso da decenni, nella riaffermazione della nostra cultura e della nostra identità. E i risultati non si sono fatti attendere ove si consideri, ad esempio, che il Fronte di liberazione della Napolitania, il Fronte Nazionale Siciliano ed il Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud®, nel rispetto delle specifiche identità, stanno valutando la possibilità di serrare le fila e di intraprendere un percorso comune che ha come finalità prima appunto la salvaguardia, la difesa e la riaffermazione di quei valori e di quei principii che costituiscono la nostra identità di Napolitani e di Siciliani. Né poi non possiamo non gioire nell’apprendere – è notizia di questi giorni – dell’avvicinamento di diversi movimenti culturali e/o politici siciliani. Segni questi che fanno ben sperare in un futuro, ormai non lontano, nel quale Siciliani e Napolitani, individuati e riconosciuti i comuni obiettivi specifici e nel rispetto della storia e delle rispettive peculiari tradizioni, sapranno adoperarsi per un riavvicinamento che non potrà che portare alla totale riaffermazione delle nostre identità culturali e sociali ma anche, perché no, politiche. Le nebbie che ci hanno avvolto per quasi centocinquantatre anni stanno ormai diradandosi e una nuova luminosa alba si profila all’orizzonte.

E’ con questo auspicio che rivolgiamo a tutti i lettori di questo sito, a tutti i Napolitani, a tutti i Siciliani ed  a tutti i duo siciliani, i migliori auguri per le imminenti feste che, ne siamo certi, saranno foriere di ben più ambìti traguardi.

 

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