1.12)

LA VERITA’ SUI NEOBORBONICI

di Vincenzo Gulì

5/3/2012

Cari compatrioti,

solo per fare chiarezza nel variegato mondo neoborbonico vi mando alcune mie considerazioni frutto degli avvenimenti recentemente accaduti.

Il Movimento Neoborbonico è stato fondato nel lontano 1993 da nove firmatari di cui, da svariati anni, solo due rimanenti e ancora disposti a dare tempo e risorse alla grande causa del riscatto del Sud. I due sono lo scrivente e  Gennaro De Crescenzo, che sino a pochi mesi or sono occupavano legittimamente  le cariche più alte dell’associazione.

I neoborbonici sono in questo ventennio diventati il punto di riferimento dell’orgoglio meridionale per le molteplici attività svolte. Esse si possono sostanzialmente ridurre a due categorie: da una parte gli studi, le ricerche, le pubblicazioni, i convegni attraverso i quali è stata diffusa la vera storia tra appassionati, più o meno forti, della materia; dall’altro gli interventi esterni al mondo degli appassionati, consistenti in manifestazioni, volantinaggi, contestazioni alle menzogne che da 150 anni la cultura ufficiale propaganda. Mentre nella prima categoria c’è stata sempre unità d’intenti, nella seconda, una parte dei neoborbonici ha costantemente tenuto una condotta sempre più critica fino a diventare chiaramente ostile.

Non credo che sia necessario soffermarsi molto sul fatto che se al pensiero (prima categoria) non segue l’azione (seconda categoria) gli obiettivi conclamati dall’associazione di tutelare gli interessi del Sud, non saranno mai raggiunti. Infatti, alcuni dirigenti interni ripetutamente affermano che si sta seminando per il futuro, intendendo così che saranno i posteri eventualmente ad agire dopo che i pionieri  odierni hanno delineato le problematiche del Mezzogiorno d’Italia.

Da riflettere che nella prima categoria ci si muove in ambienti di buon livello culturale, sovente con l’aiuto materiale delle istituzioni, con possibilità addirittura di  ricavare ritorni non solo morali da prodotti editoriali o gadget. Nella seconda, invece, ci si ritrova in qualsiasi ambiente con rischi di inimicarsi le istituzioni e quindi di pregiudicare i vantaggi economici dell’attività culturale. Ma solo un cieco non s’accorge che soltanto in quest’ultimo modo è possibile allargare l’area della verità storica a quelli che la ignorano o la sottovalutano completamente. Ecco perché le autorità costituite tollerano o agevolano la prima categoria mentre aborrono la seconda. Attraverso di essa, infatti, inizia il riscatto concreto dei popoli del Sud…

Da una parte, si ripete, i censori e gli inibitori dell’azione; dall’altra gli intransigenti fautori anche della propaganda esterna rivolta a tutti i meridionali, anche a quelli che non si sognerebbero mai di andare a sentire una conferenza sui Borbone e che non comprerebbero mai un libro di storia.

E’ da questo insanabile contrasto che nell’autunno scorso De Crescenzo ha riunito quelli che la pensavano come lui per allontanare formalmente me  e gli altri che ritenevano inscindibili l’azione ed il pensiero. Diventa opinabile, ed è oggetto di esame giudiziale, la liceità della delibera presa dall’associazione, l’unanimità della stessa, l’omessa valutazione di una lettera di molti delegati che chiedevano di trovare un accordo, la conseguente falsità sull’isolamento dello scrivente che avrebbe avuto contro tutta l’associazione (e quelli che stanno con lui? E i delegati che miravano alla pacificazione?),  l’indebita appropriazione di tutto quanto lo scrivente ha contribuito fortemente a costruire in questi vent’anni e che altri venuti da pochissimo stanno utilizzando e godendo senza alcuno scrupolo. Quel che qui preme  sottolineare è che  il vero estromesso dall’associazione neoborbonica è l’attivismo. Ma esso continuerà imperterrito la sua opera per il riscatto del Sud attraverso lo scrivente e i tanti neoborbonici, vecchi e nuovi,  che si stanno riunendo dagli Abruzzi  alla Sicilia, con l’aggiunta della massiccia partecipazione dei nostri fratelli all’estero.

Nel moderno mondo borbonico i neoborbonici hanno rappresentato una novità vincente esclusivamente per il costante impegno nel campo del pensiero e dell’azione, proprio come i vetero borbonici si sono caratterizzati per la carenza nell’azione. L’ accusare quelli che sono attivisti di operare contro l’associazione neoborbonica, tradisce quello che è lo spirito che dovrebbe essere proprio di un movimento come quello appunto neoborbonico.

Tutto quanto espresso sarà convincente se i fatti lo confermeranno e ogni persona senza pregiudizi lo potrà facilmente costatare fino a optare se stare o no con chi ha dei confini pregiudiziali alle proprie mete. Ormai son capaci in parecchi di fare un comunicato stampa a generica e spesso demagogica difesa del Sud o dire quattro parole sui briganti tra quelli che vogliono saperne di più. Quando si risveglieranno i “forconi” o gli operai di Castellammare di Stabia e di Termini Imerese saranno privati della sussistenza, vedremo quanti riusciranno invece a interagire con loro. Il riscatto del Sud non può limitarsi a magnificare Re Ferdinando ma si concretizza dando un senso, un orgoglio e una speranza ai suoi ex sudditi confusi e dispersi nel terzo millennio.

Ho sempre sentito da ogni parte l’invito a serrare le fila e lottare uniti per il nostro Sud. Ebbene, i personaggi cui prima si accennava hanno consapevolmente voluto la più profonda spaccatura senza nessun valido motivo, né eticamente né giuridicamente rilevante, nonostante ogni tentativo fatto per scongiurarla. Ed ancora si spacciano per paladini del meridionalismo, ancora illudono quanti con cuore sincero li incontrano. L’ipocrisia, forza che annientò il Regno nel 1861, si può annidare e nascondere a volte, anche inconsapevolmente, nelle scelte e nelle decisioni che prendiamo noi  filo-borbonici. Così si disperdono risorse umane e materiali e soprattutto tempo. Quello che il Sud non ha più per salvarsi dalla totale rovina. Pensate a tutto ciò quando entrerete in contatto con loro per qualsiasi motivo. Bisogna sapere la verità sempre per fare le scelte giuste ed appropriate; ciò non per il bene personale ma per quello della nostra Patria delle Due Sicilie che esige coraggio e determinazione come non mai.

 Vincenzo Gulì

Mail:

coordinatore@parlamentoduesicilie.eu

neoborbonici@hotmail.com

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2.12)

AVVISO PER QUELLI INTERESSATI A GAETA 2012

di Vincenzo Gulì

7/3/2012

Come molti di voi sapranno, in prossimità della fatidica data del 13 febbraio c’è stata a Gaeta l’annuale manifestazione di studiosi ed appassionati della storia del Sud per ricordare l’ assedio del 1860-61 che pose fine al Regno delle Due Sicilie.

Giova sottolineare che quell’evento ha avuto due caratteristiche particolari: era aperto trasversalmente a tutti,  gruppi o singoli; non godeva dell’appoggio delle istituzioni. La prima caratteristica costituisce quanto di più democratico e diversificato sia possibile nel mondo culturale del Sud: dai borbonici ai neo borbonici attivisti, dai meridionalisti ai federalisti e ai secessionisti. La seconda caratteristica dipende da un recente passato quando le  istituzioni fecero apporre (2001) questa lapide sulla fortezza: AGLI EROI DI GAETA CHE FRONTEGGIANDOSI CORAGGIOSAMENTE PER CENTO GIORNI ALL'ASSEDIO DI GAETA DEL 1860-61 NELL'ESTREMA DIFESA DELLA PATRIA NAPOLETANA E PER L'ITALIA CHE ALLORA SORGEVA SEPPERO LASCIARE ALL'EUROPA INESAURIBILE RICCHEZZA DI VALORI MILITARI, RELIGIOSI E CIVILI.

In tal modo vennero equiparati i fieri difensori borbonici (oggi meridionali) del legittimo regno delle Due Sicilie ai predoni, barbari e criminali sabaudi (oggi settentrionali) che li aggredirono senza dichiarazione di guerra!

Nel mese scorso era prevista anche un’altra manifestazione a Gaeta organizzata da quelle stesse istituzioni che offesero i nostri eroici antenati con l’intervento di un gruppo sempre più legato alla dipendenza alle autorità con tutti i vantaggi (risorse e pubblicità) ma anche con tutta l’ignominia dei messaggi che esse devono far passare (tutti i morti del risorgimento sono da onorare). Ma il generale inverno ha costretto in questo freddo febbraio 2012  tutti costoro alla ritirata non tanto per l’impossibilità di raggiungere la cittadina laziale (quelli dell’ altra manifestazione lo hanno regolarmente fatto nelle medesime condizioni climatiche) quanto, probabilmente,  per non deludere le aspettative  commerciali degli sponsor. Così un mese dopo il giorno della memoria si chiama a raccolta il popolo che ama la storia per attirarlo a Gaeta

Chi sinceramente ama il Sud non può farsi confondere e irretire. Cerchi di  andare oltre le apparenze e riserbi risorse ed entusiasmo per occasioni migliori al fine di realizzare qualcosa di concreto per la Patria delle Due Sicilie.

 

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3.12)

21/3/2012

– Abbandoniamo le ideologie, noi siamo Duosiciliani

di Antonio dell’Omo, Coordinatore di Italia Prima, da Ondadelsud.it

E’ vero, del senno di poi son piene le fosse. Ma dai vaniloqui, dalle stupidità e dagli orrori che lì giacciono in gran quantità, qualcosa bisogna ricavare.

Sono stati sciocchi, ingenui i nostri predecessori? No di certo! Essi hanno interpretato il loro tempo e hanno lottato per quel che era dato loro di vedere e di interpretare.

Continua a leggere su:

http://www.ondadelsud.it/?p=6689

 

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4.12)

3/4/2012

OCCORRE UN PROGETTO COMUNE

di Giovanni Maduli e Vincenzo Gulì

28/3/2012

Come si sa la galassia meridionalista è costituita da un cospicuo numero di partiti e movimenti che, ognuno a suo modo, porta avanti la lotta per il riconoscimento della verità storica relativa al Regno delle Due Sicilie, alla sua aggressione, annessione e colonizzazione. C’è chi si impegna nella divulgazione storica attraverso incontri e convegni, chi preferisce organizzare mostre, chi scrive libri e c’è chi fa riscorso a spettacoli teatrali o musicali o addirittura alla poesia. E ognuno svolge egregiamente il suo ruolo con passione ed abnegazione; non è raro imbattersi ad esempio in poesie o canti particolarmente toccanti, oppure in video o spettacoli teatrali che ci segnano profondamente dentro e riescono suscitare in chi vi assiste un ritrovato e sincero orgoglio meridionale.

Eppure sembra che nonostante gli sforzi profusi ormai da anni il mondo meridionale non riesca a trovare un denominatore comune, una linea unitaria che riesca a convogliare i tanti e varii impegni in una unica grande forza in grado di far sentire alta e forte la sua voce; anzi, con tristezza, si deve assistere quasi ad una rivalità fra i varii gruppi e movimenti. Questo può forse essere dovuto al desiderio di qualcuno di voler primeggiare o dominare o, peggio, alla convinzione che solo qualcuno pensa di sentirsi, e quindi ritenersi, l’unico alfiere abilitato alla riaffermazione della verità e delle istanze meridionali. Niente di più errato. Non crediamo che esistano o possano esistere “eletti” che possano vantare maggior diritto di altri a riaffermare le Nostre volontà e le Nostre aspirazioni; volontà e aspirazioni che, si badi bene, sono di tutto un popolo e quindi non possono essere delegate ad alcuno, chiunque esso sia.

Ma, al di là di quanto sopra, bisogna registrare la diversità di matrice culturale e politica di provenienza dei vari gruppi o partiti; c’è chi proviene dalla destra, chi dalla sinistra, chi dal centro, chi è credente e chi non lo è. E questo non sarebbe un problema da poco in quanto la diversità delle matrici culturali di appartenenza non potrebbe che porre, in apparenza, serie ipoteche sulla creazione di quella necessaria unità cui si faceva riferimento; anche se, come vedremo meglio in seguito, questo è in realtà un falso problema. Ad esempio, si pensa che chi ha una visione trascendentale della vita avrà comunque difficoltà ad individuare elementi di condivisione con chi credente non è; e chi proviene da una cultura di sinistra, allo stesso modo, avrà difficoltà a pervenire a quella stessa condivisione di vedute alle quali si faceva riferimento; e viceversa. Ma, come si accennava dianzi, questo è un falso problema; un problema che è stato subdolamente imposto non solo a noi, ma ai popoli tutti, proprio in quell’ottica del “Divide et impera” di romana memoria. Se per un momento si prova a tralasciare le ideologie e le credenze, ci si renderà subito conto di alcune assurdità alle quali determinate credenze ed ideologie ci hanno condotto fuorviandoci e facendoci individuare un nemico laddove magari non c’era. E’ ampiamente riconosciuto, ad esempio, che i valori di solidarietà sono valori tipici della sinistra; ma perché, chi ha stabilito che un cittadino di destra non possa portare sincera solidarietà verso chi ne abbisogna? E viceversa, ancora ad esempio, si pensa in genere che il sentimento di amor patrio sia un valore tipicamente di destra; ma perché, domandiamo, un cittadino di sinistra non può amare la propria patria? E potremmo continuare all’infinito.

Ovviamente l’analisi della dicotomia destra/sinistra, ad esempio, meriterebbe approfondimenti ben maggiori, tuttavia quel che qui preme sottolineare è che tali ideologie sono ormai lontane anni luce dalle realtà oggettiva dei fatti e da  quelle che sono le reali esigenze quotidiane dei popoli.

Eppure il problema potrebbe essere risolvibile laddove ci si rendesse conto che di fatto queste distinzioni non hanno più alcun senso se rapportate alla vita reale. Le ideologie, se ancora esistono, sono ormai gioco forza relegate nei cuori di coloro che vi hanno in buona fede aderito e non trovano più alcun riscontro nel quotidiano. Si assiste infatti agli atti di una sinistra, ad esempio, che lungi dall’evidenziare una vera opposizione si allea invece col potere finanziario dominante fingendo però di litigarvi quotidianamente. Oggi destra e sinistra, o almeno le frange meno estreme di questi movimenti, sono di fatto alleate nel sostenere un governo che ha tutti gli interessi tranne che quelli del popolo che vorrebbe governare. E il popolo, i cittadini, sono di fatto lasciati soli e per di più si continua spudoratamente a raggirarli indicendo finte elezioni che, indipendentemente dal risultato, non sposteranno di una virgola quelli che sono i tristi indirizzi che la classe dominante ha deciso di intraprendere nel suo esclusivo interesse. La questione della TAV ne è un classico esempio. Ecco che allora continuare a dividersi fra simpatizzanti di destra o di sinistra o di centro non ha più alcun senso, nessun significato. Anzi, di più: come ha esemplarmente scritto Costanzo Preve in un suo recente articolo pubblicato per il blog Comedonchisciotte.org, “… In questa situazione, il mantenimento della dicotomia Destra/Sinistra non è più soltanto un errore teorico. È potenzialmente un crimine politico…“( http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9984 ).

Se si fanno proprie le considerazioni sopra esposte, non può non convenirsi che è necessario ritrovare altri paradigmi ed altre coordinate; un denominatore comune che accomuni tutti i cittadini armati di buona volontà e desiderosi, innanzi tutto, di riappropriarsi di quella libertà e di quella democrazia che ci sono state scippate.

Ma in ogni caso non si può sottacere  o sottovalutare che quei condizionamenti dovuti alle diverse  matrici politico – culturali di provenienza potrebbero comunque porsi come ostacolo alla individuazione di quei nuovi paradigmi e di quelle nuove coordinate ormai da molti ritenute ineludibili.

Il superamento della possibile empasse potrebbe però raggiungersi ricercando non similitudini di matrice politico – culturale, bensì degli obiettivi pratici e concreti; obiettivi relativi alla individuazione di problematiche e relative soluzioni in chiave pratica e sociale ma non teorica; obiettivi che certo porterebbero comunque in sé i germi che facevano capo a quelle ideologie che è necessario superare, ma depurati di quelle mistificazioni e di quelle fumosità che, in concreto, creavano una contrapposizione anche laddove contrapposizione non c’era o non aveva motivo di esserci. Individuando così un problema e discutendo sulle sue possibili soluzioni ognuno, indipendentemente dalle proprie precedenti convinzioni, apporterebbe il suo contributo concreto e fattivo volto alla risoluzione del problema specifico individuato, senza per questo doversi scontrare o confrontare con inutili quanto fuorvianti, come abbiamo visto,  risvolti ideologici.

Il problema a questo punto non è più “da chi” viene la proposta, ma quale sia, a parere della maggioranza, la proposta migliore per la risoluzione del problema.

Ecco che allora non può che auspicarsi una ampia collaborazione di quanti vorranno collaborare nella individuazione di singoli problemi specifici e di mirate soluzioni, restando lontani da falsi e svianti preconcetti che sino ad oggi non hanno fatto altro che dividere chi invece deve restare unito: l’odierno popolo meridionale, erede di quello duosiciliano.

Ma ancora la questione non potrebbe dirsi risolta in quanto si porrebbe il problema della leadership.

Chi dovrebbe guidare una coalizione come sopra paventata? Chi ne avrà il diritto? E a che titolo? Posto che gli interessati apparterrebbero per la maggior parte a gruppi precostituiti, il numero dei costituenti di tali gruppi avrebbe un peso nella individuazione di un gruppo guida? Tali domande non sono peregrine per varie ragioni. Intanto c’è chi per anni, se non per decenni, ha dedicato energie, fatiche, spese e quant’altro nella lotta per la riaffermazione delle istanze meridionaliste e non può pretendersi che costui o costoro cedano il passo a chi magari solo da pochi anni o da pochi mesi si dedica a tali questioni. D’altro canto non è detto che chi si sia avvicinato al mondo meridionalista solo da un tempo relativamente breve non sia invece in grado di fornire soluzioni o idee a parere della maggioranza migliori. Ancora, non è detto che un gruppo con maggior numero di iscritti abbia, solo per questo, maggior diritto di chi invece aderisce ad un gruppo numericamente inferiore. Evidentemente non è prendendo in considerazione i parametri sopra descritti che si può pervenire ad una scelta saggia ed oculata.

Ma ancora siamo dinanzi ad un falso problema.

Ormai la politica rappresentativa ha fatto il suo tempo. Non è più il tempo di qualcuno che rappresenti qualcun altro. Se davvero si vuole portare avanti una idea comune meridionale e soprattutto, se davvero ci si vuole riappropriare della democrazia, cioè della “cosa pubblica”, è necessario che questa “cosa” sia effettivamente pubblica, cioè di tutti; cioè tutti devono, se lo desiderano, potervi accedere e partecipare. Potrebbe allora essere utile la creazione di un qualcosa che si ponga non come figura o istituzione guida, ma come semplice collettore di idee ed iniziative; un qualcosa che dovrebbe avere il solo scopo di porsi come “garante” della credibilità e della uniformità di intenti dei singoli che, liberamente, vorranno cimentarsi localmente nella vita politica del proprio distretto di appartenenza.

Una tale istituzione, ovviamente, non potrebbe essere denominata con nessuna delle sigle identificative dei varii gruppi o movimenti esistenti che aderissero all’iniziativa e, al suo interno, dovrebbe garantire a tutti i gruppi partecipanti pari peso e pari dignità nell’assunzione di decisioni o iniziative, indipendentemente dal numero dei componenti dei varii gruppi.

Questo è il progetto che il Parlamento delle Due Sicilie si propone di realizzare: la creazione di una entità che realizzi su tutto il territorio meridionale quella unione di intenti che è ormai impossibile procrastinare oltre e che non ha praticamente alternative.

Questo parlamento sarà un luogo niente affatto virtuale in cui tutti coloro che amano sinceramente il Sud sono ben accetti. Le Due Sicilie sono soltanto il riferimento storico di uno stato all’avanguardia della civiltà, che non si vuole a priori ripristinare o riproporre in virtù di quanto sopra detto per quanto concerne le diversità delle anime meridionalistiche. Tutte le interpretazioni di regimi, sistemi politici e forme di governo devono essere posti in par condicio in maniera da far scaturire dal confronto serrato e civile, degno dei discendenti della Magna Grecia, qualsiasi soluzione ai problemi post-unitari del cosiddetto Mezzogiorno.

Come ogni assise formale, anche il Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud

esprimerà una maggioranza che determinerà la sua connotazione per consentire nel modo più pronto ed efficace di intervenire per il riscatto del Sud. L’obiettivo immediato è diventare un gruppo di opinione che abbracci tutti i campi e che sia una riferimento per i meridionali e un pungolo per le istituzioni. Solo in tal modo il Sud cresce veramente e si prepara al suo nuovo futuro.

 

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5.12

da Ignazio Coppola, giornalista e scrittore, riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

L’INNO DI MAMELI  NON E’ MAI STATO L’INNO UFFICIALE  DEGLI ITALIANI

di Ignazio Coppola

Continuano senza soluzioni di continuità i fischi in occasioni delle recenti manifestazioni sportive : la coppa Italia “Napoli –Juventus” disputatasi qualche settimana fa  a Roma e “Italia – Spagna” di questi  ultimi giorni. Contestazioni all’inno di Mameli che hanno suscitato  l’indignata protesta prima del presidente del senato Renato Schifani e poi del presidente del Coni Gianni Petrucci  ed ancora del presidente federale Giancarlo Abete e per finire del ministro del turismo Piero Gnudi i quali “indignati” all’unisono si sono affrettati ad affermare che i copiosi fischi piovuti all’indirizzo dell’inno nazionale sono  incivili, inaccettabili frutto di comportamenti beceri sotto tutte le latitudini di persone irresponsabili che non si rendono conto del danno che provocano con questi comportamenti frutto della loro ignoranza. Ebbene non risulta che altrettanta indignazione  e sconcerto il presidente Schifani  e i suoi sodali abbiano mai manifestato in passato quando i leghisti,  per lunghi anni alleati del governo Berlusconi, in più occasioni non facevano altro che irridere e fischiare l’inno nazionale manifestando poi di volere, come spesso era uso ripetere Bossi, fare un uso poco igienico del tricolore. Affermazioni e dileggi che da parte di questi signori, che oggi si indignano, passavano, allora con la Lega al governo per opportunità e per amor di quieto vivere, sotto un silenzio permeato da tanta ipocrisia. Ma tant’è ed al proposito a questi indignati dell’ultima ora, e per colmare la loro ignoranza, di cui tanto saccentemente tacciano gli altri, vale bene ricordare che l’inno di Mameli non è mai stato l’inno ufficiale della repubblica italiana bensì un inno ufficioso o per meglio dire “precario” come del resto lo è la maggior parte di tutto ciò che avviene in questo nostro paese.

A ben vedere, per quanto infatti diremo, il “precario” e ufficioso inno di Mameli si può definire a buon diritto l’inno che la massoneria impose alle nascente repubblica italiana nel lontano 1946 in sostituzione della “marcia reale” che aveva caratterizzato il precedente periodo monarco-fascista.

Vi siete mai chiesti perché il nostro inno nazionale inizia con la parola “fratelli”? E, su questo, vi siete mai dati una risposta?   “Fratelli  d’Italia l’Italia s’è desta” queste infatti sono le prime parole dell’inno di Mameli . Un inno di chiara connotazione massonica musicato da Michele Novaro e scritto nell’autunno del 1847 dal “fratello” Goffredo Mameli ( al quale, a riprova della sua appartenenza e devozione ai liberi muratori, sarà poi dedicata a futura memoria una loggia)  che, non a caso e da buon “framassone”, lo fa iniziare con la sintomatica e significativa parola “fratelli”. Un inno scritto dal “ fratello “ Goffredo Mameli nel 1848 e riproposto un secolo dopo, il 12 ottobre 1946, da un altro “fratello”, il ministro delle guerra dell’allora governo De Gasperi il repubblicano Cipriano Facchinetti, da sempre ai vertice della massoneria, con la carica di Primo sorvegliante nel Consiglio dell’Ordine del Grande Oriente d’Italia e affiliato alla loggia “Eugenio Chiesa””. Fu in quella data dell’ottobre del 1946, che Facchinetti, quale ministro della guerra,impose che l’inno fosse suonato in occasione del giuramento delle Forze Armate . E da quel momento “Fratelli d’Italia”  divenne, come lo è tuttora,” de facto” l’inno ufficioso della repubblica italiana. Ufficioso e provvisorio, perché mai “ de iure” istituzionalizzato  con alcun decreto e ancor di più , perché non contemplato dalla nostra carta costituzionale come lo è sancita, dall’ articolo 12 della stessa carta costituzionale, l’istituzione del tricolore come bandiera nazionale.  Un inno che rimane, pertanto, per le cose dette, ancora ad oggi, privo di ogni ruolo e di ogni qualsivoglia definizione istituzionale.  Da quanto argomentato si  può altresì facilmente desumere che l’inno  degli italiani fu un inno, nella sua lunga gestazione, fortemente voluto dai massoni che tanta parte, come sappiamo, ebbero nelle vicende che portarono ad una mal digerita unità d’Italia. Fu immediatamente dopo l’unità d’Italia che il Sud si “ destò” e si accorse, sulla propria pelle e a proprie spese, di che pasta erano fatti i “fratelli” che erano venuti a “liberarlo”. E forse proprio nel ricordo di tutto questo, di una mal digerita unità d’Italia che ancor più si appalesa a danno dei meridionali, sempre più ricorrenti negli ultimi tempi piovono i fischi sull’ufficioso e “precario” inno nazionale. E alla luce di quanto detto coloro che oggi si indignano ipocritamente e a convenienza dovrebbero di tutto questo, prenderne atto e loro malgrado farsene una ragione.

 

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6.12)

Dall’ Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie riceviamo e volentieri pubblichiamo

– Dalla fortezza di Fenestrelle

 

Fenestrelle

Massiccia, minacciosa, cupa, tra montagne alte e all’aspetto scure, la fortezza di Fenestrelle eretta  dai Duchi di Savoia come baluardo di difesa, a sbarrare nella val Chisone la strada ai Francesi, pur essendo ormai ridotta in condizioni non certo buone e  avendo anche subito un parziale abbattimento per migliorare, rendendola più larga ed agevole , la strada che essa dominava, ancora oggi, specie in chi ci arriva per la prima volta, suscita un senso di timore e di angoscia. Superato il fossato di difesa, si passa sotto l’androne di ingresso e si entra nel cortile principale su cui si proiettano gli antichi edifici, che erano usati per il Comando del forte e per alloggiare la guarnigione e la facciata della chiesa, già dedicata a S.Carlo. E’ da questo spiazzo, piccola piazza d’armi del forte, che inizia poi la scalata di migliaia di gradini, accompagnati da un percorso a svolte e controsvolte, con cui si sale fino in cima alle ultime costruzioni, le più alte, essendo il forte costituito da un insieme di unità fortificate atte a costituire una barriera difensiva.

E’ questo il luogo che, nato come luogo di difesa confinaria, fu poi adoperato come luogo di detenzione e di detenzione severa, considerando sin dall’inizio, la difficoltà a circolare al suo interno per l’appunto per il tipo di architettura e poi per le condizioni climatiche che, nel cuore di  alte montagne, a 1200 metri di altitudine, sono facilmente immaginabili per la loro asprezza in particolare nella stagione fredda.

Aggiungasi poi, per rendere più “”simpatico”” il posto la presenza a tutti i vani di luce di  massicce grate di ferro e ai vani di accesso e di varia comunicazione, di infissi massicci e dotati di robustissime chiusure.

Non manca infine un ampio e profondo“inghiottitoio” in cui,come era uso, poter scaraventare le spoglie mortali del detenuto defunto di cui si cancellava così ogni traccia e ricordo.

Era questo, per grosse linee, il quadro che si presentava ai Soldati del nostro Esercito del Regno delle Due Sicilie, che caduti prigionieri  dell’Esercito del Regno di Sardegna, erano stati trasferiti in quel luogo e in altri simili, anche se non così severi del Nord, per essere allontanati dalla loro Patria, indebolirli al massimo nel morale e invitarli a passare nel nuovo esercito che chiamavano italiano (quasi che i precedenti eserciti degli stati preunitari fossero stati composti da mercenari mongoli o chi sa di dove  !).

I Soldati del Sud, come è noto rispondevano con la frase “UNO DIO UNO RE” che sintetizzava la loro fedeltà al giuramento e la loro avversione per questo nemico che aveva invaso la loro Terra e ciò, come è altrettanto noto, provocava ulteriore e più pesante maltrattamento,spesso con risultati fatali.

Il giorno 1 luglio (2012 n.d.r), su iniziativa  e organizzazione del valoroso compatriota, il calabrese Duccio Mallamaci un gruppo di volenterosi, tra i quali mi onoro di essere stato presente, ha svolto un rito di ricordo di quei valorosi recandosi nel forte, dopo aver partecipato alla celebrazione della S.Messa officiata da un sacerdote (tradizionale, di quelli in abito talare) di origini lucane (e non guasta affatto). Nel forte dopo aver lasciato una corona di alloro nel luogo ove era stata posta in primo tempo una lapide commemorativa nel cortile principale alla vista di tutti i visitatori, ha raggiunto il locale “nascosto” dove la Direzione del sito ha trasferito la lapide stessa (sarebbe stata severo censore del 150° !). In tale luogo è stata deposta altra corona di alloro ed è stata aggiunta una targa di omaggio ai Caduti a nome dell’Istituto per la ricerca storica delle Due Sicilie e della Associazione Capitano G.. De Mollot –Eroe del Volturno-.

Pensiamo di aver così adempiuto ad un sacro  dovere, quale quello di onorare CHI CON FEDELTA’ED ONORE  SEPPE SACRIFICARSI PER LA SUA PATRIA  E IL SUO RE.

E quel luogo oscuro ove l’ottusità burocratica  piemontese di qualche funzionario ha voluto ridurci con l’intento di mortificarci, dovrebbe divenire luogo di visita (direi quasi di pellegrinaggio) e la parete su cui sono affisse le targhe commemorative dovrebbe essere arricchita di piccoli ricordi, quasi ex voto,là portati dai meridionali di oggi, riconoscenti ai loro antichi progenitori che ebbero comportamento eroico .

E’ questa la preghiera che, da inguaribile e testardo innamorato del Sud, mi permetto di rivolgere a tutti i Compatrioti assolutamente senza alcuna distinzione.

P.S.: Mi sembra giusto e doveroso ricordare che i presenti alla cerimonia di cui sopra erano in maggioranza emigrati meridionali di varie regioni costretti ad un vero e proprio espatrio, (una coppia di calabresi arrivava da Losanna), ma tutti con in tasca la Bandiera gigliata e qualcuno anche con una maglietta riportante sul petto lo stemma di Borbone Due Sicilie .

  Giovanni Salemi

Fonte:

http://istitutoduesicilie.blogspot.it/2012/07/dalla-fortezza-di-fenestrelle.html

 

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7.12)

    IL RAZZISMO ANTIMERIDIONALE  ALLE  RADICI  DELL’UNITA’ D’ITALIA

DI  IGNAZIO  COPPOLA

 

La questione dei meridionali come razza inferiore e la questione meridionale come questione economica. Terminologie, sinonimi e similitudini che attengono e sono alla base, ancora oggi, di una mai realizzata e metabolizzata Unità d’Italia  e che significativamente ed opportunamente avrebbe dovuto essere al centro del dibattito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia:Ma così purtroppo non è stato. Hanno vinto ancora una volta l’ipocrisia e le verità nascoste di un risorgimento edulcorato da bugie e falsità che si continuano a propinare, senza soluzione di continuità, dalle storiografie ufficiali e scolastiche. Si continua ad ignorare che alla base di una mala unità d’Italia  vi fu , come del resto continua ad esserci retaggio di quel passato, una ignobile componente razzistica antimeridionale conclamata e documentata da quei politici e da quei militari che erano venuti a “liberare e civilizzare “ il Sud e la Sicilia.  Infatti che non  grande considerazione dei meridionali avevano, all’alba dell’Unità d’Italia, alcuni politici e militari del Nord che tale Unità con arroganza rivendicavano di avere contribuito a compiere, ne esistono incontrovertibili testimonianze. In una lettera inviata il 17 ottobre del 1860 a Diomede Pantaloni e contenuta in un carteggio inedito del 1888,  il piemontese marchese Massimo D’Azeglio che fu presidente del consiglio del Regno di Sardegna ed esponente della corrente liberal-moderata tra l’altro così  scriveva :” In tutti i modi la fusione con i napoletani mi fa paura e come mettersi a letto con un vaioloso”   Più o meno quello che esattamente 150 dopo canterà in coro con altri leghisti ad  una festa del suo partito l’eurodeputato e capogruppo al comune di Milano Matteo Salvini: “Senti che puzza scappano anche i cani, sono tornati i napoletani, sono colerosi e terremotati, con il sapone non si sono mai lavati”  Sembra di risentire il D’Azeglio di 150 anni prima. D’allora niente è cambiato se non in peggio. Nino Bixio il paranoico massacratore di Bronte in una lettera inviata alla moglie tral’alro così scriveva “ Un paese che bisognerebbe distruggere  e gli abitanti mandarli in Africa a “farsi  civili. Ma  ancora, sulla stessa lunghezza d’onda del colonnello garibaldino, il generale Enrico Cialdini, luogotenente del  re Vittorio Emanuele II inviato a Napoli nell’agosto del 1861 con poteri eccezionali per combattere il “brigantaggio” a proposito dei territori in cui si trovò a operare in una lettera inviata a Cavour così si esprimeva. “Questa è Africa ! Altro che Italia.  I beduini a confronto di questi cafoni sono latte e miele”. Enrico Cialdini era lo stesso che alcuni mesi prima, nel febbraio del 1861 durante l’assedio di Gaeta, bombardando l’eroica città, non si fece scrupolo di indirizzare il tiro dei suoi cannoni rigati a lunga gittata e di grande precisione deliberatamente sugli ospedali per terrorizzare gli occupanti e fiaccarne la resistenza. E, a chi gli faceva osservare il suo inumano comportamento non rispettoso dei codici d’onore e militari, rispondeva sprezzatamene. “ Le palle dei miei cannoni non hanno occhi”. Cialdini si rese poi protagonista degli eccidi e della distruzione, in provincia di Benevento, dei paesi di Pontelandolfo e Casalduni, esecrabili e orrendi al pari di quelli compiuti dai nazisti molti anni dopo e con minor numero di vittime a Marzabotto e a Sant’Angelo di Stazzona, in cui furono massacrati senza pietà uomini, donne e bambini. Negli ordini scritti ai suoi sottoposti, era solito raccomandare di “ non usare misericordia ad alcuno, uccidere, senza fare prigionieri, tutti quanti se ne avessero tra le mani” E dire che del nome  di questo criminale, spacciato per eroe, la toponomastica delle nostre città ne ha fatto incetta . E che dire poi del generale Giuseppe Covone mandato anch’esso a reprimere il brigantaggio in Sicilia che, per snidare i renitenti di leva ,non si fece scrupolo, avendone piena facoltà che gli derivava dalle leggi speciali, di porre in stato d’assedio intere città, di fucilare sul posto, di torturare , arrestare e deportare, intere famiglie e compiere abusi e crimini inenarrabili? Ebbene, anche il Covone, per  non essere da meno dei suoi conterranei predecessori e per difendere e giustificare il suo criminale operato dell’uso di metodi di costrizione di stampo medievale  nei confronti dei siciliani, anch’egli, non  trovò di meglio, in un rigurgito razzista, di affermare in pieno parlamento che:” Nessun metodo poteva  aver successo in un paese come la Sicilia che non è sortita dal ciclo che percorrono tutte le nazioni per passare dalla barbarie alla civiltà” . Ed infine per completare questo “bestiario” di aberrante avversione razziale nei confronti dei meridionali val bene ricordare le parole tratte dal diario dell’aiutante in campo di Vittorio Emanuele II ,il generale Paolo Solaroli,: “ la popolazione meridionale è la più brutta e selvaggia che io abbia potuto vedere in Europa” e poi quanto scrisse Carlo Nievo ,ufficiale dell’armata piemontese in Campania al più celebre fratello Ippolito ufficiale e amministratore della spedizione garibaldina in Sicilia:” Ho bisogno di fermarmi in una città che ne  meriti un poco il nome poiché sinora nel napoletano non vidi che paesi da far vomitare al solo entrarvi , altro che annessioni e voti popolari dal Tronto a qui ove sono, io farei abbruciare vivi tutti gli abitanti, che razza di briganti, passando i nostri generali ed anche il re ne fecero fucilare qualcheduno, ma ci vuole ben altro” Questi i documentati pregiudizi razziali di quei “liberatori” che fecero a spese del sud depredandolo, saccheggiandolo uccidendo e massacrando i suoi abitanti, l’Unità d’Italia. Su questi pregiudizi nati per giustificare la politica coloniale e civilizzatrice  piemontese che poi furono elaborate le teorie razziali dell’inferiorità della razza meridionale propugnate da Cesare Lombroso, Alfredo Niceforo, Enrico  Ferri, Giusepe  Sergi , Paolo Orano e Raffaele Garofalo che si affrettarono a dare una impostazione scientifica ai pregiudizi diffusi ad arte dagli invasori per giustificare politiche di rapine, di spoliazioni e di saccheggi a danno del meridione .Sui fondamenti antropologici e storici della crisi dell’identità italiana e sulla mancanza di comunicazione interculturale tra nord e sud ne fa una lucida analisi Antonio Gramsci nei quaderni quando sostiene che:”: La miseria del Mezzogiorno era storicamente inspiegabile per le masse popolari del nord. Queste non capivano- afferma Gramsci- che l’unità non era stata creata su una base di eguaglianza , ma come egemonia del Nord sul Sud nel rapporto territoriale città-campagna, cioè che il Nord era una piovra che si arricchiva a spese del sud e che l’incremento industriale era dipendente dall’impoverimento dell’agricoltura meridionale” L’impoverimento del meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza ma la ragione stessa dell’Unità d’Italia. In buona sostanza con l’Unità d’Italia  ebbe il sopravvento il disegno e la strategia egemonica dell’imprenditoria e della finanza settentrionale che conquistando e colonizzando il sud ostacolandone in ogni modo la crescita prevaricò ogni ipotesi di sviluppo della nascente economia meridionale. Significativo in questo senso fu quanto ebbe  a dire il genovese Carlo Bombrini prima dellUnità d’Italia già direttore della banca nazionale degli stati Sardi e amico personale di Cavour e successivamente governatore della Banca Nazionale del Regno d’Italia dal 1861 al 1882:” Il mezzogiorno non deve essere messo più in condizione di intraprendere e produrre” E negli anni in cui fu a capo della Banca Nazionale tenendo fede  a questo sua spiccata vocazione antimeridionalista fu artefice di numerose operazioni finanziarie finalizzate allo sviluppo dell’economia del nord soprattutto nella costruzione delle reti ferroviarie settentrionali per le quali ottenne numerose concessioni a detrimento di quelle meridionali. Ma riprendendo l’analisi di Gramsci si può in buona sostanza affermare che la origine della questione dei meridionali bollati come razza inferiore nasce dal fatto, a detta dall’illustre intellettuale sardo, che il rapporto nord-sud dopo l’Unità d’Italia fu un tipico rapporto di tipo coloniale che vide le popolazioni del sud defraudate della loro storia, della loro identità culturale e occupate militarmente : Scriveva il filosofo ceco Milan Kundera protagonista della primavera di Praga nel suo” Il libro del riso e dell’oblio” un pensiero che è assolutamente calzante con  quanto avvenne alle popolazioni meridionali e ai siciliani subito dopo l’Unità d’Italia.: “ Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria, si distruggono i loro libri, le loro culture e la loro storia. e qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di altre culture e inventa per loro un'altra storia. Dopo di che il popolo incomincia a dimenticare quello che è stato” Ed è proprio quello che è capitato alle popolazioni del mezzogiorno d’Italia nel corso di 150 anni di un forzato e mal digerito processo unitario che ha alle sue origini come abbiamo visto aberranti radici antropologiche, xenofobe, razziste e coloniali. Una colonizzazione ed una occupazione militare del mezzogiorno che al di là delle frasi di aberrante e vomitevole razzismo nei confronti dei meridionali che abbiamo abbondantemente e documentalmente riportato da parte di “liberatori”quali Bixio,Cialdini,Covone,  D’Azeglio, Nievo, Bombrini e tanti altri, doveva trovare per questo una giustificazione ed una sua legittimazione ideologica, culturale ed anche scientifica tendente a dimostrare la inferiorità della razza meridionale ed alla gratitudine che si doveva ai settentrionali di esserci venuti a liberare ma soprattutto a civilizzare. E questo fu lo sporco compito assolto con lodevole perizia, in questa direzione, dalla scuola positivista del socialista Cesare Lombroso che assieme ad altri antropologi e criminologi Alfredo Neciforo, Ferri ,Sergi, Orano e Garofalo propugnatori del razzismo scientifico e dell’eugenetica  misero a frutto i diffusi pregiudizi antimeridionali teorizzando l’inferiorità della razza meridionale.  Cesare Lombroso antropologo e criminologo, fu  nel periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia che elaborò le sue teorie sulla inferiorità  etnica dei meridionali effettuando misurazioni sui crani dei briganti uccisi allo scopo di dimostrare e di ottenere la prova scientifica sulla inferiorità genetica dei meridionali. Lombroso , sfatando il mito di una omogenea razza italica,teorizzò l’esistenza di due tipi di italiani . I settentrionali come razza superiore e i meridionali di stirpe negroide africana razza inferiore.  Più avanti, un altro antropologo di scuola lombrosiana  Alfredo Niceforo, propugnatore del razzismo scientifico, come il suo maestro, teorizzò l’esistenza in Italia di almeno due razze.  Quella eurasiatica ( ariana) al Nord e quella euroafricana (negroide) al sud e di conseguenza la superiorità razziale degli italiani del Nord su quelli del Sud.Con un particolare, di non poco conto, che l’illustre antropologo, tutto preso dalla elaborazione delle sue folli teorie, vittima della sindrome di Stocolma, si era dimenticato di essere nato nel gennaio del 1876 a Castiglione di Sicilia e quindi di appartenere ad una razza inferiore! Niceforo in un  suo libro del 1898 “ L’Italia barbara contemporanea” descriveva  il Sud come una grande colonia, una volta conquistata e sottomessa, da “civilizzare”. Questa ideologia della superiorità della razza nordica, al fine di giustificare le rapine e le spoliazioni nei confronti del Sud, fu diffusa- sostiene ancora Gramsci- in forma capillare dai propagandisti della borghesia nella masse del Settentrione. Il mezzogiorno è la palla al piede- si disse allora come si ripete pedissequamente oggi-che impedisce lo sviluppo dell’Italia. I meridionali sono- secondo la teoria del Lombroso e dei suoi seguaci – biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi per destino naturale e se il Mezzogiorno è arretrato la colpa non è del sistema capitalistico o di altra causa storica ma del fatto che i meridionali sono di per se incapaci, poltroni,criminali e barbari. Queste teorie portarono poi nel corso degli anni alla discriminazione razziale nei confronti dei meridionali come quando nelle città del nord si era soliti leggere cartelli come questi” vietato l’ingresso ai cani e ai meridionali” e ancora “ non si affittano case ai meridionali” Era questa la conseguenza della campagna xenofoba e razzista avviata con l’unità d’Italia e che dura ancora ai nostri giorni. Come si può alla luce di tutto questo parlare a tutt’oggi di Unità d’Italia o di memoria condivisa tra Nord e Sud quando dalla storiografia ufficiale ai meridionali è stata sempre negata una verità storica che li relega nel ghetto dell’ essere cittadini residuali di questo paese.? E certamente ancor più non ci si può indignare da parte di insigni rappresentanti delle istituzioni se oggi i meridionali, in occasioni di recenti manifestazioni sportive, si ritrovano a fischiare l’inno di Mameli  Questi insigni rappresentanti delle istituzioni farebbero bene ad indignarsi per il fatto che a Torino il 26 novembre 2009 è stato inaugurato e riaperto al pubblico il nuovo museo Lombroso ricco di reperti, di fotografie di pezzi anatomici, di crani, di teste mozzate, di documenti e di reperti utilizzati dal crimilogo ed antropologo veronese e dai suoi seguaci tendenti a teorizzare la inferiorità della razza meridionale ed a sancire che ancora ai nostri giorni esistono due Italie. Quella del Nord civile e progredita. Quella del Sud barbara e arretrata. Questo in un paese civile sarebbe il minimo per indignarsi e far chiudere da parte di istituzioni responsabili questo deprecabile museo degli orrori e delle menzogne. In Italia purtroppo basta perdere quattro a zero con la Spagna per essere,come sostengono Napoletano e Monti, orgogliosi di una nazionale che unisce gli italiani . Contenti loro

 

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8.12)

Per gentile concessione di Aldo Vella, del Centro Studi Nicola Vella,  pubblichiamo

– Crisi del progetto europeo e nuova questione meridionale.

di Filippo Barbera *

Per comprendere quale sarà il destino dei paesi e dei popoli che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo, occorre soffermarsi sull’attuale scenario della crisi economica internazionale ed europea.

La bolla speculativa scoppiata nel 2007 a seguito dei cosiddetti mutui subprime non è stata la causa primaria della crisi  economica statunitense ed europea. Alcuni studiosi come Robert Brenner, già nel 1998, epoca in cui larga parte degli economisti tesseva le lodi sulle magnifiche sorti del capitalismo mondiale che aveva trovato nuova linfa nella finanziarizzazione, in un lungo scritto intitolato The Economics of Global Turbulence : A special Report on the World Economy, 1950-1998, pubblicato sulla rivista New Left Review May/June 1998, faceva notare che il capitalismo mondiale era attraversato da una profonda crisi di sovrapproduzione e che la crescente finanziarizzazione dell’economia mondiale, già avviatasi negli anni 80, è stata una risposta a questa crisi.

L’attuale crisi europea non è solo economica e finanziaria ma è fortemente intrecciata con la sua gestione politica. Essa per molti versi è anche una crisi di governance politica. L’incapacità delle classi dirigenti di trovare sbocchi convergenti alla fuoriuscita dalla crisi dell’Euro dimostra che l’intera impalcatura dell’UE è stata costruita come un colosso dai piedi di argilla.  Si registrano ora in Europa almeno tre dottrine di gestione della crisi dell’Unione, il che dimostra quanto siano superficiali sia le tesi “complottiste” che quelle su una presunta autonomia della finanza dalla politica. La prima dottrina è quella perseguita dal duo Draghi- Monti che vorrebbero  trasformare la BCE in una vera e propria banca europea che emetta eurobond ed accresca il fondo salva stati; l’altra opposta sostenuta dalla cancelliera tedesca Merkel che intravede in questa prospettiva il rischio della Germania di dover diventare il pagatore in ultima istanza della crisi dell’Euro e dell’UE,  infine una terza di marca inglese, paese da sempre euroscettico, che prevede un’Europa a due velocità, con due monete diverse, una più debole da far adottare ai cosiddetti PIIGS e l’altra più forte da far adottare ai paesi dell’Europa settentrionale. In questo gioco di opposte strategie, difficilmente conciliabili, i paesi che stanno pagando i costi maggiori della crisi sono quelli cronicamente più deboli, i cosiddetti PIIGS (porci), triste acronimo che accomuna Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna.

Le misure intraprese dai governi di questi paesi per ridurre il debito pubblico (interno ed estero) e per ripianare il deficit, stanno avendo come effetto un forte rallentamento della crescita del PIL. Perseguendo con politiche di risanamento volte allo smantellamento del welfare e alla privatizzazione dei servizi, e di quel che resta delle aziende di stato,  risulterà difficile ridurre il valore del rapporto debito/Pil dal momento che il denominatore del rapporto sarà destinato inevitabilmente a diminuire, aspetto che trova riscontro nelle recenti stime al ribasso sulla crescita del Pil formulate dall’Ocse. Vi è il serio rischio che con i durissimi sacrifici imposti ai popoli di Spagna, Grecia, Portogallo, Italia, il rapporto debito/PIL sia destinato ad aumentare.

Si osservi che, ad eccezione dell’Irlanda, i paesi che compongono i PIIGS appartengono tutti alla costa settentrionale del Mediterraneo. Ciò non è casuale. La crisi del progetto UE sta trasformando in sud economicamente depressi tutti i paesi europei che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo (Grecia, Spagna, Italia Portogallo). Correggendo Francesco Compagna, autorevole meridionalista e geografo italiano, fondatore nel 1954 della celebre rivista Nord-Sud, possiamo dire che oggi non è il Mezzogiorno d’Italia a essere diventato Mezzogiorno d’Europa, ma è L’Italia intera che sta diventando il Mezzogiorno di Europa,  con il Sud Italia ridotto a sud del sud Europa.

Se non si ha contezza di questa dimensione della fase attuale, qualsiasi prospettiva di rinascita delle regioni meridionali d’Italia, pensata dentro l’involucro della fallimentare strategia europeista  finora perseguita, è destinata ad arenarsi.

Purtroppo una parte consistente della cultura accademica, politica e scientifica, opportunamente sorretta dai mass media, tende a presentare il “pensiero unico” neoliberista come l’unica prospettiva economica e sociale possibile, e i più strenui sostenitori odierni del sogno di un’Europa unita sono figli di questa dottrina. L’Europa “dei popoli”, perseguita da Ernesto Rossi, Altiero Spinelli e molti altri, è stata ideologicamente colonizzata dai sostenitori a oltranza del capitalismo globale e del neoliberismo, riducendo l’idea originaria a puro feticcio ideologico. L’illusione europeista fu già messa in discussione ai primi del XX secolo in un celebre e dimenticato scritto di Lenin “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”. Scriveva Lenin: “Dal punto di vista delle condizioni economiche dell’imperialismo, ossia dell’esportazione del capitale e della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali <<progredite>> e <<civili>>, gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari. Il capitale è divenuto internazionale e monopolistico. Il mondo è diviso  fra un  piccolo numero di grandi potenze, vale a dire fra le potenze che sono  meglio riuscite  a spogliare  e ad asservire  su grande scala altre nazioni .“.

    La ragione addotta da Lenin contro la parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa non risiedeva tanto in una sorta di pregiudizio ideologico. Egli riteneva che conseguire una stabilità economica per un’intera area geografica, caratterizzata da più stati con differenti gradi e livelli di sviluppo, fosse illusoria in quanto: “ In regime capitalistico non è possibile un ritmo uniforme  dello sviluppo economico, né delle singole aziende, né dei singoli Stati. In regime capitalistico non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l’equilibrio spezzato, all’infuori della crisi nell’industria e della guerra nella politica. Certo, fra i capitalisti e fra le potenze sono possibili degli accordi temporanei. In tal senso sono anche possibili gli Stati Uniti d’Europa, come accordo fra i capitalisti europei. Ma a qual fine? Soltanto al fine di schiacciare  tutti  insieme  il socialismo in Europa…  . “.

Il contesto storico ed economico nel quale è avvenuta la formazione dell’Unione Europea è certamente mutato rispetto all’epoca in cui visse Lenin, ma in un senso addirittura peggiore delle condizioni di impossibilità intraviste dal rivoluzionario russo.

Il percorso verso gli Stati Uniti di Europa è oggi minato dalle seguenti condizioni: una deregolamentazione senza freni dei mercati di merci e capitali indotta dalla globalizzazione; una crescita della speculazione finanziaria fuori da ogni controllo e arginamento; la mancanza di uno stato europeo vero e proprio; la esistenza di una banca centrale europea che si comporta come una banca privata , emettendo moneta poi acquistata dagli stati (signoraggio) e che non dispone delle risorse necessarie (il cosiddetto fondo salva stati e la possibilità di emettere eurobond) per sostenere le politiche di risanamento dei debiti degli stati; l’attuale Bce opera prestando soldi alle banche e non acquista direttamente i titoli di stato dei paesi europei. Di conseguenza gli stati si vedono costretti a pagare interessi elevati alle banche  che acquistano i titoli di stato; l’assenza di una politica industriale e del lavoro comune fra gli stati dell’Unione ; l’assenza di una politica fiscale comune,  ecc.

Chi scrive ritiene che il tentativo di salvare l’Unione Europea sia oramai disperato, se non addirittura impossibile, per due ordini di ragioni: la prima, perché dal 2002, anno in cui fu introdotta l’euro, ad oggi (si tratta di ben 10 anni) nulla è stato fatto per mutare le condizioni sopra descritte. La seconda ragione risiede nel fatto che alcune politiche tese a regolare i mercati dei capitali e a ostacolare la speculazione finanziaria si sarebbero dovute concordare a un livello internazionale. Di ciò, finora, nulla è stato fatto, ad eccezione delle fotografie dei grandi della terra, a presenza variabile, nei vertici  succedutisi.  Quel che non è stato fatto e deciso in dieci anni non può essere effettuato in condizione di emergenza, cioè in tempi brevi e sotto l’attacco speculativo mosso ai cosiddetti “debiti sovrani” degli stati dell’Unione. In questo scenario, che si presenta molto più caotico di quello esistente ai tempi di Lenin,  l’idea di unire sotto un’unica bandiera i diversi stati europei avrà come sbocco inevitabile una marginalizzazione degli stati più deboli, ben peggiore di quella ante euro, e dentro l’Europa il rafforzamento di quelli più forti a spese di quelli più deboli.

Una nuova questione meridionale viene potentemente alla ribalta. Essa è l’esito ineluttabile dell’ineguale sviluppo economico e territoriale del capitalismo europeo ove qualunque strategia di fuoriuscita dal sottosviluppo dei paesi e delle regioni più arretrate, che passi attraverso politiche di “aggiustamenti strutturali” e “strette di bilancio”, nell’ affannante quanto impossibile rincorsa delle economie più sviluppate, riuscirà difficilmente a condurre paesi come l’Italia, la Grecia, la Spagna e il Portogallo  allo stesso livello del PIL di paesi come la Germania o la Finlandia.

Continuando a perseguire questa via illusoria il Mezzogiorno d’Italia si troverà non una ma due volte indietro rispetto alle regioni e ai paesi europei ritenuti più forti e virtuosi. Non si comprende come lo sviluppo del Meridione, che non si è riuscito a conseguire in anni in cui lo stato ricopriva un ruolo forte nell’economia meridionale, attraverso la Cassa per il Mezzogiorno, durata dal 1950 al 1992, le PPSS, politiche nazionali di inflazione manovrata, dovrebbe ora decollare in condizioni di libero mercato selvaggio di merci, capitali e forza lavoro, privatizzazioni, welfare in via di smantellamento, nuove gabbie salariali e banche nazionali a rischio di fallimento, costrette dalla crisi di liquidità a restringere il credito alle imprese.

Come ha ben osservato l’economista Emiliano Brancaccio occorre aver ben chiaro quale sia la linea di tendenza verso cui l’Italia si sta dirigendo: “l’odierna crisi della zona euro costituisce anche il riflesso di uno scontro in atto tra capitali “forti” situati in Germania e nelle aree “centrali” del continente, e capitali “deboli” situati in Italia e nelle altre “periferie” europee. Come gli eventi del passato insegnano, una eventuale precipitazione della crisi potrebbe attivare un potente meccanismo di acquisizione dei capitali “deboli” da parte dei capitali “forti”. La stessa eventualità di una deflagrazione della zona euro e di una svalutazione da parte dei paesi periferici potrebbe in effetti accelerare un processo del genere. La svalutazione infatti riduce il valore dei capitali situati nelle periferie e quindi li rende ancor più facilmente oggetti potenziali di “shopping a buon mercato”.

La crisi del capitalismo europeo acuirà i suoi effetti più drammatici proprio nel Mezzogiorno d’Italia, ove si assisterà: alla crisi della piccola e grande  distribuzione che dopo l’ipertrofia del terziario dei decenni trascorsi sarà frenata dalla  tendenziale erosione dei redditi da lavoro e da una riduzione dei consumi ; alla crescita della mortalità aziendale; alla frantumazione e vendita a privati di quel che resta delle aziende di Stato; all’ aumento della disoccupazione in età adulta (troppo vecchi per essere reinseriti nel mercato del lavoro, troppo giovani per la pensione); all’estensione del lavoro precario e dell’inoccupazione giovanile; all’emigrazione di popolazione ad alta scolarizzazione; alla prosecuzione dell’ abusivismo edilizio e del consumo forsennato di suolo; alla devastazione delle coste, dei litorali e del paesaggio;  all’abbandono e all’incuria del patrimonio archeologico e architettonico storico; all’abbandono dell’agricoltura fagocitato in alcuni settori anche dalla politica dei prezzi praticata da multinazionali, come nel caso della produzione cerealicola e del grano (si veda il caso siciliano); alla crisi della pastorizia (si veda la drammatica situazione in cui versano i pastori della Sardegna);  all’assenza totale di politiche di prevenzione del dissesto idrogeologico e di messa in sicurezza dei territori e delle popolazioni (alluvioni e frane in Campania, Calabria e Sicilia);  ai problemi legati allo smaltimento e al riciclaggio dei rifiuti; alle crisi idriche nei periodi estivi per l’assenza di politiche di ottimizzazione della rete di adduzione;  alla espansione dell’impresa criminale che vive e si riproduce dentro tutte queste contraddizioni strutturali, economiche, sociali e ambientali.

Il Sud dell’Italia vedrà acuire tutti gli effetti più negativi e perversi della crisi economica italiana, europea e internazionale, fungendo da tragico anticipatore di tutte le forme adattive possibili alla crisi, imposte alla società meridionale: finanza da usura, lavoro nero per gli italiani e per i migranti, forme molteplici, variegate e spesso invisibili di intensificazione dello sfruttamento (persino fra il popolo delle finte partite Iva, imposte di fatto a giovani professionisti che nelle statistiche appaiono come lavoratori autonomi ma che di fatto risultano lavoratori subordinati o parasubordinati), condizioni che vanificano tutti quei luoghi comuni su una presunta scarsa produttività del lavoro al sud. L’adattamento alla crisi si tradurrà in perdita dei più elementari diritti democratici, sindacali e sociali, a una restrizione degli spazi di democrazia, di partecipazione e di dissenso.

Una seria riflessione sul Mezzogiorno non può attardarsi a considerare la “questione meridionale” come un argomento limitato alla sola ricerca culturale, antropologica, storica o letteraria, come se si trattasse di un tema appartenente al passato, ma dovrà necessariamente fare i conti con i nuovi scenari socio-economici, delle nuove forme di esclusione sociale, delle nuove dinamiche di potere, dei problemi legati a una governamentalità tecnocratica a fronte di una domanda crescente di democrazia diretta delle popolazioni sulle scelte che concernono i destini dei territori.

Il rovesciamento polare Sud -Nord proposto dal Pensiero meridiano di Franco Cassano prefigura una diversa idea di sviluppo e di economia, che non si basi più sull’imitazione o sulla rincorsa al modello di sviluppo del Nord. Cassano propone una messa in discussione dell’idea di sviluppo che ha caratterizzato i paesi più economicamente avanzati.  Questa prospettiva radicale contiene alcune suggestioni interessanti, ma il pensiero meridiano, se non vuole ridursi a uno sterile proclama culturale o di autoesaltazione dell’identità meridionale e  di solidarietà fra popoli meridionali diversi per cultura, storia e tradizioni che abitano le sponde del Mediterraneo, deve saper indicare strategie possibili di fuoriuscita dal sottosviluppo, di soluzione degli squilibri che abbiamo sopra elencati, altrimenti resta solo un bel pensiero. In primo luogo occorre rimuovere l’idea che il popolo meridionale sia internamente coeso o fingere che non esistano conflitti e contraddizioni sociali ed economiche più o meno latenti che sono la spia di scelte erronee o mancate, sia in ambito locale che in quello nazionale ed europeo. Ritengo che sia necessario inquadrare il problema del sottosviluppo del meridione d’Italia, ma anche degli altri meridioni dei paesi europei che si affacciano sulla sponda del Mediterraneo, in una prospettiva economica e politica che tenga conto del possibile sfaldamento dell’unione monetaria europea e dell’UE .

L’Unione Europea, costruita essenzialmente come unione monetaria, potrebbe dar luogo a due scenari: o i paesi più deboli si ritireranno da sé fuori dall’Unione, attraverso default controllati, o verranno invece indotti dal dissanguamento delle loro economie, in conseguenza di politiche di risanamento dei propri bilanci, e in concomitanza di una crisi recessiva mondiale che si acutizzerà, ad essere costretti a uscire dall’Europa.

Nell’ipotesi malaugurata del secondo scenario viene da chiedersi per quali ragioni i paesi più deboli dell’Europa debbono continuare a praticare manovre finanziarie draconiane e smantellare quel che resta del welfare, vendere a prezzi di saldo i loro apparati industriali e produttivi a banche e multinazionali francesi, tedesche e statunitensi, limitare la produzione in settori chiave a causa dei vincoli assunti in sede comunitaria, per ritrovarsi alla fine comunque fuori dall’Europa. Un tale scenario appare già visibile, e ad uno stadio ben più avanzato, in paesi come il Portogallo e la Grecia. In Grecia paesi del nord Europa come la  Germania e la Finlandia stanno già rilevando a prezzi di saldo, porti, isole, complessi alberghieri, infrastrutture e persino aree archeologiche, prefigurando una caduta di autonomia e sovranità di questi popoli.

Quella che si prefigura, per i popoli dei PIIGS, non è politica dei sacrifici, come si diceva negli anni settanta, ma politica degli inutili sacrifici. La promessa che dopo i sacrifici ci sarà la fuoriuscita dalla crisi e la ripresa dello sviluppo (la cosiddetta politica dei due tempi) è una speranza vana. Purtroppo non ci sarà una politica dei due tempi nella attuale fase di declino storico del capitalismo mondiale e di una finanza speculativa senza freni che continua a crescere su se stessa. In tale prospettiva i sacrifici serviranno soltanto a salvare banche e istituti di credito da un lato e a nutrire la speculazione manovrata sui debiti sovrani degli stati.

Le politiche di contenimento della spesa e lo smantellamento di quel che resta del welfare provocheranno all’interno degli stati europei più deboli, fratture sociali e disuguaglianze economiche sempre più acute e profonde.  Quando alla fine del processo gli stati e i popoli dei PIIGS si ritroveranno spolpati, colonizzati , senza risorse a causa dell’aumento progressivo del debito privato e al prosciugamento di tutto il risparmio privato delle classi popolari, la parola potrebbe passare a pericolosi ritorni a nazionalismi che verranno cavalcati e gestiti da destre populiste. Le sinistre moderate rischieranno di essere identificate con chi  ha contribuito a provocare il disastro.  Se non si ha contezza di questo scenario, illudendosi che tutti i paesi europei possano portarsi ai livelli economici della Germania, il rischio sarà un generale sfaldamento dell’Unione Europea e con esso quello della coesione nazionale dell’Italia, già in parte compromessa.

Negli anni ‘70 alcuni filoni del pensiero economico critico rilevavano come il sud del mondo non fosse caratterizzato da un’assenza di sviluppo, bensì da un sottosviluppo la cui natura non era autoctona e non dipendeva solo dall’inadeguatezza delle classi dirigenti locali. La natura degli squilibri territoriali veniva ascritta al modello di sviluppo perseguito  dalle aree economicamente forti del pianeta e all’adattamento servile dei gruppi dirigenti meridionali alle traiettorie di sviluppo tracciate dagli stati delle aree economicamente più forti.

L’economista egiziano Samir Amin intravedeva, già in quegli anni, due diversi sbocchi cui sarebbero andati incontro i paesi periferici: un primo basato sulla prosecuzione di uno sviluppo dipendente dai paesi e dalle aree più forti, un secondo diretto verso uno sviluppo auto-centrato. Amin riteneva, con largo anticipo già in quegli anni, che la periferia non avrebbe potuto mai raggiungere il modello capitalistico delle aree più sviluppate, ma si sarebbe trovata costretta a superarlo a partire da una diversa allocazione delle risorse  prospettate al di fuori  dei criteri del mercato.

All’epoca in cui l’economista egiziano scrisse “lo sviluppo ineguale” la moneta europea non era ancora nata e la crisi del mercati finanziari internazionali non aveva ancora raggiunto le dimensioni critiche di oggi. Ma quella diagnosi sulle cause del sottosviluppo resta tutta in piedi e acquista oggi ancor più forza che nel passato.

Settori di frontiera del mondo politico e intellettuale (economisti e urbanisti), lontani dal mainstream dominante, iniziano a parlare di necessità di un “default controllato” o di ipotesi di fuoriuscita volontaria dal debito e dall’Euro

 Alcuni studiosi si sono spinti a teorizzare per i paesi più deboli dell’Unione Europea (Italia, Grecia, Portogallo, Spagna) una sorta di alleanza economica e finanziaria autonoma dall’ UE. Vanno in questa direzione le analisi e proposte avanzate dai tre economisti marxisti L. Vasapollo, R. Martufi e J. Arriola. Secondo il Vasapollo: “Se i Paesi della periferia europea desiderano ritornare al controllo sull’attività produttiva questo lo possono realizzare soltanto in maniera congiunta e mediante un processo di rottura con il modello della finanza privata e dello spazio monetario asimmetrico vigente.

L’uscita dall’euro dovrebbe realizzarsi in forma concertata, in primo luogo tra i paesi della periferia mediterranea con quattro momenti intimamente relazionati senza i quali tale processo potrebbe risultare un disastro per tutti.

Nella nostra analisi e proposta quattro sono i momenti :

a) La determinazione di una nuova moneta comune per l’ Europa mediterranea (a titolo esemplificativo potremmo chiamare questa moneta “LIBERA”), cioè una moneta appunto libera dai vincoli monetari imposti nella costruzione dell’euro; b) La rideterminazione del debito nella nuova moneta dell’area periferica (a titolo esemplificativo tale area la potremmo chiamare ALIAS – Area Libera per l’Interscambio Alternativo Solidale) relazionata al cambio ufficiale che si stabilisce; c) Il rifiuto e azzeramento almeno di una parte consistente del debito, a partire da quello con le banche e le istituzioni finanziarie, e l’imposizione di una rinegoziazione dello stesso residuo; d) La nazionalizzazione delle banche e la stretta regolazione (incluso la proibizione momentanea) della fuoriuscita dei capitali dall’area stessa, realizzando al contempo la nazionalizzazione delle imprese dei settori strategici.

Tutti questi elementi si devono però realizzare simultaneamente, per evitare la sottocapitalizzazione dell’intera regione periferica e per assumere un controllo adeguato sulle risorse disponibili per gli investimenti.“.

Per il momento è difficile stabilire quali saranno gli sbocchi futuri, politici e sociali, della crisi dell’Unione Europea e se le vie prospettate per una fuoriuscita controllata dall’Euro e volta al non pagamento del debito riusciranno ad essere concretamente percorse.  Molto dipenderà dallo sviluppo di forme politiche e organizzative che dovranno essere all’altezza degli anni duri che ci attendono.

 

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* Filippo Barbera (21/09/1960) è un architetto, laureatosi in pianificazione territoriale urbanistica con una tesi sulle esperienze di pianificazione intercomunale messe in atto negli anni ‘60 nelle città di Torino, Milano, Bologna (relatore prof. Attilio Belli). Ha condotto attività di ricerca nel Dipartimento di Conservazione e Tutela dei Beni Architettonici e Ambientali dell’Università Federico II di Napoli. Dottore di ricerca in Storia dell’Architettura e delle Città, è autore di numerosi articoli e saggi che spaziano dalla storia architettonica e urbanistica delle città, ai rapporti tra filosofia, architettura e società, alle questioni legate alla crisi della pianificazione urbanistica e territoriale.

 

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9.12)

Comunicato stampa del 9.7.2012

 

Il legittimo Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud, esprime con la presente tutto il suo sostegno e solidarietà al Movimento dei Forconi ed alla lotta che ormai da oltre un anno sta coraggiosamente conducendo contro l’indifferenza della nostra classe politica alle sofferenze che il Popolo Siciliano ed il Popolo Meridionale tutto è costretto a subire. E’ ormai inaccettabile che per il solo interesse di politici senza scrupoli, appoggiati e protetti dalla dominante finanza mondiale, interi popoli debbano vedersi negare il futuro per se stessi e per le generazioni future.
La perdita dei diritti, lo smantellamento dello stato sociale, i tagli indiscriminati a scuola, sanità, pensioni e quant’altro, coniugati al totale disinteresse verso uno sviluppo armonico e solidale del lavoro, delle economie, e della società soprattutto meridionali, non possono non chiamare a raccolta coloro che hanno invece a cuore il benessere e lo sviluppo della Sicilia e del Sud.
Per questo il legittimo Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud, si adopererà in tutti i modi possibili per divulgare ed appoggiare le più che giuste rivendicazioni portate avanti dal Movimento dei Forconi.

per il Legittimo Parlamento delle Due Sicilie
Parlamento del Sud – piazza Mercato 45 – Napoli
Il Presidente
Prof. Vincenzo Gulì

Comunicato pubblicato anche da:

http://www.lindipendenza.com/forconi-due-sicilie/

 

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10.12)

– La risposta di un siciliano a: Regno di Napoli? No, Sicilia citrafaro. Di tutto purchè non NAPOLITANIA, da napolitania.myblog.it (*)

di Giovanni Maduli

11.7.2012

 

Non vogliamo certo dare lezioni di storia a nessuno in quanto riteniamo che chi si occupi di questi argomenti abbia le conoscenze necessarie per affrontare simili discussioni e conosca bene i fatti storici documentati che hanno portato alla nascita del Regnum Utriusque Siciliae.

E dall’esame dei fatti storici ne discende inequivocabilmente e non può non riconoscersi che i due popoli, quello Napolitano e quello Siciliano, siano indissolubilmente legati da settecentotrenta anni.

Detto questo, da siciliani e visto che è stato richiesto il parere dei Siciliani, pur non avendo la presunzione di volere rappresentare il parere di tutti i Siciliani, riteniamo che ogni popolo, o parte di esso, abbia il diritto di appellarsi come meglio ritiene. Quello che invece, senza alcuna vena polemica, non si comprende è il perché di questa quasi affannosa ricerca di diversità laddove la storia ci rende da sempre fratelli. Non si comprende la ricerca di divisioni, differenziazioni, puntualizzazioni quando invece sarebbe  più opportuno ricercare ed evidenziare quegli elementi di unità e di amicizia che sono tanti e che si possono individuare non solo nella storia, ma anche negli usi, nei costumi, nella cultura, nei modi di fare e di agire; elementi questi che certamente concorrono fortemente alla riaffermazione di una unica nazione.

Forse il racconto di una “banale” esperienza personale può aiutare a comprendere meglio il nostro punto di vista.

Parecchi anni addietro, in occasione di un primo viaggio in Abruzzo, nella nostra ignoranza pensavamo a quella terra come ad una terra “altra”; una terra simile alle Marche e all’Umbria. Grande fu lo stupore quando, appena giunti, si ascoltò una lingua con un vago accento napoletano, si incrociarono sguardi affettuosi e sinceri, si constatò una umanità, una simpatia, una accoglienza ed un modo di fare estremamente simili, se non uguali, a quelli tipici della mia terra. Non ero in una terra “altra”; pur a quasi mille chilometri di distanza, “ero a casa”.

Ecco, anche alla luce di questa semplice esperienza, riteniamo che il cercare divisioni, differenziazioni, puntualizzazioni e quant’altro, oltre a non rendere giustizia alla realtà dei fatti ed alla storia, non fa che rendere più forte il nostro comune nemico: il potere egemonico globalizzante.

E visti i tempi oscuri che ci aspettano non crediamo che ciò sia utile e proficuo.          Non possiamo quindi che auspicare un rapido riavvicinamento di tutti coloro che hanno a cuore le sorti della nostra Patria. Noi lavoreremo in quella direzione.

(*) Fonte dell’articolo di riferimento:

http://napoilitania.myblog.it/archive/2012/07/08/regno-di-napoli-no-sicilia-citrafaro-di-tutto-purche-non-nap.html

 

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11.12)

Dal sito del Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento delSud:

20.7.12

SE UNITI SI VINCE, CHE COSA NON CI FA UNIRE?

E’ una vita che sento parlare della necessità di unire le varie anime del meridionalismo per vincere la nostra battaglia identitaria. E’ parimenti una vita che assisto a fallimenti più o meno annunciati di alleanze (sempre parziali) che intendevano mettere assieme forze diverse in nome dell’odierno Sud. Per questi motivi sono addivenuto al convincimento che per superare i soliti ostacoli è assolutamente urgente:

  1. Cercare tra tutte le persone e le forze che parlano di meridionalismo i punti in comune che sicuramente esistono
  2. D’altro canto, rifiutare ogni discussione sui punti non in comune che inesorabilmente affiorano e che diventano argomento di sopraffazione del presunto rivale
  3. Partire dall’area che unisce per realizzare assieme semplici e circoscritti progetti
  4. Di converso, accantonare complessi e ampi progetti che seducono nel presente per serbarli assolutamente sino a quando i tempi saranno maturi.

Questo è un paradigma che va rigorosamente seguito in ogni circostanza se si vuole veramente crescere e con cui bisogna confrontarsi ogni qual volta nasce una controversia . Naturalmente tutto si basa sulla fiducia dell’evoluzione di tale programma e sui suoi tempi di attuazione. Se si parte dal dato incontrovertibile che le vecchie strategie (cioè tra pochi simili, con un piano ambizioso e teorico, con il fine di annichilire gli assenti) non servono, è d’uopo cambiare strada nel senso sopra descritto senza preoccuparsi eccessivamente del domani ma agendo, agendo, agendo!

Proviamoci tutti assieme per la prima volta con l’auto-esclusione di quelli che non hanno capito gli insegnamenti della storia dei nostri giorni e la naturale preclusione verso chi ha fatto parte di organismi che hanno rovinato il Sud,  senza dare segni tangibili di resipiscenza in epoca non sospetta.

Questo è il vero progetto del Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud che non vuole fagocitare movimenti e persone ma è fermamente intenzionato ad essere una grande ἀγορά in cui radunare tutte le risorse umane della πόλις rappresentata da tutte le genti che discendono dai duosiciliani del bel tempo che fu. Il processo è già cominciato e si allargherà a macchia d’olio man mano che si assottiglierà l’auto-esclusione, non sulla base di simpatie bensì sull’attività effettivamente svolta. Prima della grande convention di ottobre questa assise si distinguerà in due aspetti: la novità della strategia e la quantità e qualità degli interventi.

In quest’ottica il Parlamento ha appoggiato l’invocata candidatura di Pino Aprile quale leader politico del Sud. E’ un’opportunità ghiotta che va supportata e approfondita senza far emergere evidenti lati negativi della stessa se non in itinere. In altre parole, partiamo per il bene della nostra Terra in un avventura certamente positiva, se non altro perché coagulerà sempre più meridionali attorno alla verità storica e ai problemi comuni del presente. Gli aspetti che meno ci aggradano verranno affrontati durante l’esecuzione del progetto e prenderanno la connotazione dei più  forti, in quantità o qualità. Non facciamo come mi capitò qualche messe addietro in un incontro con importanti sicilianisti: quale sarebbe stata la capitale, anche di una mera macro-regione del Sud, Napoli o Palermo? Ma dov’è questo territorio? Ma dove sono e soprattutto quanti sono i suoi sostenitori? Anteporre la capitale a una zona ipotetica significa spostare la sua realizzazione sine die; così si eleggerebbe la capitale di niente…

Ovviamente la pervicacia degli auto-escludendi farà di tutto per rompere qualsiasi progetto. Essa dipende dalla miopia politica, da un atavico senso di θάνατος presente dalle nostre parti, dalla difesa di orticelli che non si vogliono condividere, dall’incapacità di gestire una grossa tenuta. Essa non deve e non può irretirci ma solo rendere qualche titubante un po’ più confidente e audace.

Il coordinatore parlamentare

Vincenzo Gulì

 Fonte:

http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/

 

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12.12)

– L’ inaudito attacco allo Statuto della Regione Siciliana

di Giovanni Maduli

18.7.2012

Dal sito de “Il Fatto Quotidiano” e da un articolo pubblicato il 16 luglio 2012, si apprende che secondo il sig. Ivan Lo Bello, vice presidente di Confindustria Sicilia, in riferimento alla disastrosa situazione delle casse della regione Siciliana, < per il risanamento  è indispensabile che il governo Monti metta “mano ai conti della Regione, controllando un bilancio reso non trasparente da poste dubbie e residui inesigibili”. Gli sprechi, a partire dai 20mila dipendenti regionali, che “non si rendono conto del rischio che corrono”, sono “effetto di una autonomia che ha finito per danneggiare tutti e tutto” e “ se fossimo stati controllati dallo Stato noi siciliani non avremmo oggi 30mila precari e 30mila forestali”. Un’autonomia peraltro “concessa nel dopoguerra, in condizioni storiche e politiche ormai lontanissime, ma utilizzata da scriteriate classi dirigenti per garantire a se stesse l’impunità”.>

Certo, la Sicilia conta oggi un numero assolutamente spropositato di impiegati regionali e forestali, ma anche comunali in molte città, ed è governata da una classe politica assolutamente non all’altezza del nobile compito che era chiamata ad assolvere ma, prima di emettere sentenze sbrigative e superficiali, certuni dovrebbero forse chiedersi il perché di tali anomalie, ricercarne le cause e proporre soluzioni credibili. Gli enti pubblici in Sicilia, come in tutto il Sud, hanno di fatto assunto l’impropria funzione di ammortizzatori sociali; ammortizzatori che, complice il voto di scambio, la speculazione sulle reali necessità e bisogni del popolo Siciliano, la sete di potere di politicanti senza scrupoli, si sono trasformati di fatto in qualcosa che è divenuto ausiliario al potere stesso anzi, supporto e complice di esso. Ma una tale realtà, a ben guardare, discende dalle miopi politiche dei vari governi nazionali e regionali che nel tempo si sono succeduti; governi che invece di creare le condizioni per una sana crescita sociale, culturale ed economica, hanno continuato lo scempio ed il saccheggio delle nostre terre avviato ormai centocinquantuno anni fa. Scempio iniziato con lo smantellamento delle nostre industrie e delle nostre fabbriche; proseguito con l’appropriazione del nostro oro depositato al Banco di Sicilia (e di Napoli); con la cancellazione della stessa Banca; con la Cassa per il Mezzogiorno che fingendo di intervenire nell’interesse dei popoli meridionali in realtà non faceva altro che ingrassare imprese ed industrie non certo locali; con l’impiego scellerato dei fondi FAS adoperati come bancomat dai vari governi e via dicendo; l’elenco sarebbe lungo.

Governi che lungi dal ricercare quelle condizioni economiche e sociali che avrebbero consentito alla Sicilia ed a  tutto il Sud quella sana ed armonica crescita che avrebbe a lungo termine determinato, in fin dei conti, una migliore condizione generale dell’intero Stato Italiano, hanno fatto a gara ad umiliare, svilire, mortificare, annullare ogni sforzo, ogni iniziativa, ogni desiderio di riscatto. La realtà dei fatti è che oggi una famiglia su tre in Sicilia ed in tutto il Sud è classificata come povera; che i giovani, specie quelli ad alto grado di istruzione, lasciano le loro terre; che il credito a famiglie e imprese è strozzato. Ma c’è di più. In Sicilia e in tutto il Sud, sulla base di farneticanti asserzioni statistiche, puntualmente contraddette e smentite dai dati ufficiali, i cittadini debbono pagare assicurazioni sui propri veicoli con premi  che superano del doppio quelli dovuti in altre regioni; possono, quando riescono, accedere al credito con tassi di interesse ben più alti di quelli richiesti in altre aree del paese.

E dopo tutto ciò, ma molto altro ancora, si ha l’ardire di affermare che la responsabilità dello sfacelo della Regione Siciliana e delle sue politiche economiche e sociali sarebbe da addebitare allo Statuto della Regione? Ma di quale Statuto si parla? Di quello di fatto mai attuato, se non in minime parti, a causa dell’impedimento voluto e messo in atto sin dall’indomani della sua entrata in vigore attraverso la mancata stesura dei necessari decreti attuativi? E chi ha impedito che tali decreti vedessero la luce? Chi ha impedito che la Sicilia potesse camminare realmente con le sue gambe? Di quello Statuto che nell’interesse dei popoli meridionali, dovrebbe invece essere esteso a tutti le regioni meridionali, dall’Abruzzo alla Calabria?

Forse i partiti nazionali, tutti, potrebbero risponderci.

Invece di ricercare le cause che hanno determinato questo sfacelo, si preferisce saltare subito a pie’ pari a conclusioni superficiali e prive di analisi invocando, neanche tanto velatamente, l’annullamento di quel fantasma di Statuto, addossando a lui, oltre che ai politicanti di turno, la responsabilità del disastro. Ma bisognerà pure che qualcuno rammenti a chi professa tali assurdità che la Sicilia  non è una normale regione; la Sicilia può considerarsi un quasi Stato confederato (forzatamente) con l’Italia; Stato al quale, però, è stato volutamente impedito di esercitare gran parte dei suoi poteri. Il suo Ente rappresentativo si appella come Regione Siciliana e non Regione Sicilia e questo, per chi ha dimestichezza con la lingua italiana, significa molto più di quanto possa sembrare. E questo suo status non discende da banali campanilismi o vuote manie di protagonismo: discende dalla storia. Una storia che assegna alla Sicilia il primato e l’orgoglio di possedere la bandiera e il Parlamento più antichi d’Europa. Una storia che, al di là delle amare vicissitudini degli ultimi centocinquantuno anni, ha visto sempre questa terra protagonista della sua storia e del suo futuro. E di tutto ciò un numero sempre maggiore di Siciliani e di Meridionali ne acquisisce ogni giorno maggiore consapevolezza, come la manifestazione di appena pochi mesi addietro per la piena attuazione dello Statuto e la bella lettera del Prof. Massimo Costa di appena qualche giorno fa Appello ai Siciliani liberi: basta con i partiti tradizionali, scendiamo in campo per la nostra terra, stanno lì a dimostrare.

I Siciliani e, ne siamo certi, anche gli altri Popoli Meridionali non lasceranno che si perpetri l’ennesimo scippo alla nostra libertà ed alle nostre aspirazioni di riscatto culturale, sociale ed economico.

 

Articolo di riferimento:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/16/lo-bello-sicilia-come-la-grecia-monti-metta-mano-ai-conti-della-regione/294979/

 

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13.12)

Da www.parlamentoduesicilie.eu

 PRECISAZIONE NECESSARIA

 Sempre per “dovere di chiarezza e per evitare spiacevoli confusioni” si risponde alla nota dell’ass. cult. neoborbonica (movimento neoborbonico) mandata incautamente anche a qualche persona per bene che conosce abbastanza i fatti e che mi ha permesso di leggerla. La chiarezza è anche precisione , oltre che verità. Quindi bando alle ciance come i giudizi gratuiti (piccolo albergo, piccolo consesso) che si potrebbero facilmente ribaltare o le inesattezze giuridiche(marchio legato ai pomodori,  azioni legali in corso) che sono errori sesquipedali. Infatti quel marchio tanto aborrito (AV2011C000122) e che lo scrivente ha depositato il 16/11/2011 (registrato il 15 maggio 2012) DALLA SUDDETTA ASSOCIAZIONE È STATO PRECEDUTO MESI PRIMA, IL 9 AGOSTO 2011, DAL DEPOSITO DEL MARCHIO “MOVIMENTO NEOBORBONICO” ( n. NA2011C001196 come può leggersi sul sito  www.uibm.gov.it/uibm/dati)

operato a nome proprio da :

De Crescenzo Gennaro

Abbondante Felice

Lanza salvatore

Romano Alessandro

Pertanto:

1.      I suddetti, dirigenti dell’associazione citata, criticano aspramente quello che loro stesso hanno effettuato mesi innanzi! ANCHE LORO VOLEVANO  PROMUOVERE LA VENDITA DI “PASTA, OLIO,POMODORI ECC.”?

2.      QUELLO CHE È PIÙ GRAVE È AVERLO FATTO SENZA NESSUNA COMUNICAZIONE O AUTORIZZAZIONE DEGLI ORGANI ASSOCIATIVI, di cui lo scrivente faceva parte. Un’azione del tutto arbitraria ed illegale come la strombazzata “espulsione” dello scrivente decretata da un organo non validamente costituito buono (secondo loro) per allontanare un fondatore ma non buono per deliberare sull’intestazione dell’associazione a sole quattro persone che  giuridicamente ora sono I PROPRIETARI DEL “MOVIMENTO NEOBORBONICO”, FATTO CHE NESSUN DIRETTIVO PRESENTE O FUTURO POTRÀ MAI CAMBIARE!

Per maggior precisione  e stile comunicativo per quanto concerne le “azioni legali in corso” si informa che la suddetta associazione è, in proprio e/o tramite il rappresentante, il CONVENUTO di ben tre azioni legali indette dallo scrivente (quindi le azioni le subisce non le produce, come si potrebbe evincere dalla confusa nota) :

  1. Azione penale Procura della Repub. presso il trib. di Napoli: denuncia querela contro De Crescenzo Gennaro n.5932 del 9/11/2011 per false e calunniose affermazioni nel provvedimento di espulsione
  2. 2.      Azione civile Trib. di Napoli: citazione del 21/11/2011 contro l’associazione culturale neoborbonica e il suo rappresentante per far dichiarare illegittimo il provvedimento di espulsione
  3. 3.      Azione civile Trib. di Napoli (sez. specializzata proprietà intellettuale): ricorso per inibitoria del 7/12/2011 contro l’associazione culturale neoborbonica e il suo rappresentante per vietare l’uso del marchio “parlamento due Sicilie-parlamento del sud”.

In conclusione, l’unico legittimo Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud è quello che si riunirà nuovamente il 27 ottobre a Napoli, per le sue molteplici attività a favore del Sud,  con il sito ufficiale www.parlamentoduesicilie.eu e la sua analoga pagina su Face Book su cui si possono leggere le comunicazioni ufficiali firmate dal coordinatore Vincenzo Gulì, dal segretario Pompeo De Chiara e dai vicari Gianni Maduli e Paolo Guidobaldi. Inoltre la posta ufficiale ha, per adesso questi due unici indirizzi:

coordinatore@parlamentoduesicilie.eu

ufficiostampa@parlamentoduesicilie.eu

P.S. I “parlamenti” non si distinguono tanto per forza di legge quanto per attività svolte. Dopo la seduta del 27 p.v. daremo un elenco esaustivo di chi agisce veramente per il Sud.(V.G.)

 

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14.12)

– Sicilia, una proposta per un futuro non isolato

di Giovanni Maduli

Novembre 2012

Non possiamo che salutare con grande gioia il risveglio di queste settimane e di questi ultimi giorni in particolare che sembra interessare il popolo siciliano e sperare che questo risveglio si traduca nei fatti in segnali tangibili ed inequivocabili dell’ormai improcrastinabile desiderio di riscatto. Bene quindi gli appelli, le manifestazioni, i convegni e, soprattutto, l’affermarsi di nuove forze che lascia sperare in un futuro meno disperante di quanto non lo fosse fino a pochi giorni addietro. Ma vogliamo andare oltre e proporre una chiave di lettura diversa o, se si vuole, complementare, dell’ipotetico futuro della nostra terra, invitando a questa riflessione quanti si interessano delle questioni siciliane in particolare e meridionali in generale.

Non si tratterà qui di altisonanti argomentazioni filosofiche, politiche, economiche, giuridiche e quant’altro, e di questo ce ne scusiamo; si tratterà invece di argomenti molto più umili e modesti, forse per certuni banali ma che, se ben valutati, aiuteranno a comprendere come invece tali argomenti hanno costituito nei secoli, ed ancora oggi costituiscono, quel denominatore comune che rende tutte le terre dell’ex Magna Grecia un unicum solidale e indissolubile.

Sappiamo bene che la storia della Sicilia, specie quella relativa al periodo medievale, è diversa da quella  del resto dell’area che va dall’Abruzzo alla Calabria ma, valutando bene certe realtà storiche, tradizionali, e culturali, diciamo di minore (forse) rilevanza, non potrà non convenirsi con quanto testé affermato.

L’intera area della bassa penisola, come detto, costituiva la Magna Grecia; certo, la Sicilia ha  indubbiamente risentito maggiormente di quella influenza, giungendo a potersi forse identificare, per certi versi ed in un certo periodo, come la Grecia stessa; ma non può negarsi come tale influenza abbia caratterizzato culturalmente tutta la bassa penisola italica. Le conquiste romane poi, indipendentemente dall’accondiscendenza reale o presunta delle popolazioni interessate, hanno comunque contribuito a mantenere quell’unicum di cui si parlava in premessa. Ancora, il dominio Bizantino ha interessato la Sicilia ma anche la Puglia, la Calabria, la Basilicata, la Campania e perfino l’Abruzzo ed il Molise, contribuendo anch’esso al consolidamento di una realtà territoriale e culturale unica, fatta salva la peculiarità quasi esclusivamente siciliana della dominazione araba. L’unità meridionale è quindi di fatto proseguita con la nascita delle Sicilie Ultrafaro e Citrafaro e poi con la nascita del Regno delle Due Sicilie, pur con i distinguo che storicamente hanno sempre differenziato le vicende siciliane da quelle dell’ex Regno. Unità che, come vedremo, costituisce quel denominatore comune cui si accennava.

E quell’unicum, che resiste fino ai nostri giorni, si può identificare non solo nelle matrici storiche, culturali – scientifiche ed umanistiche – che quell’unicum hanno contribuito a creare, ma anche in fattori che alcuni definiscono “minori” ma che certo minori non sono.

Per entrare nel vivo di quanto qui si vuole evidenziare, ci sembra opportuno riportare un pratico esempio. Parecchi anni addietro, quando chi scrive non aveva ancora visitato l’Abruzzo, questi pensava che lo stesso fosse una terra “altra”; una terra, si riteneva, molto simile alle Marche o all’Umbria. Grande è stato lo stupore quando invece in occasione di una prima visita si scoprì un accento linguistico vagamente napoletano, modi di fare affettuosi e familiari delle sue genti; modi di fare, comportamenti, attenzioni ed atteggiamenti estremamente simili, se non uguali, a quelli siciliani. Si scopriva così che l’Abruzzo non è e non è mai stata terra “altra”, bensì una terra estremamente vicina, per tradizioni e costumi, alla Sicilia.

Ancora, da un punto di vista strettamente alimentare l’Italia è il paese dove, a parere anche di molti stranieri, la qualità e la fantasia gastronomiche trovano il loro apice, accompagnate per altro da una qualità di prodotti difficilmente eguagliabile se non in altri pochissimi paesi mediterranei. Ma ci sentiamo di affermare un distinguo: l’Italia settentrionale è certamente patria di prodotti di qualità e di altissimo livello, ma si tratta di realtà episodiche ed isolate; solo nel meridione l’arte alimentare raggiunge l’apice e non solo per merito dei suoi prodotti specifici, che pure sono tanti e di altissima qualità, ma soprattutto in virtù di una sapienza ineguagliabile nella capacità di mescolare fra loro innumerevoli prodotti e sapori di svariata provenienza mediterranea, giungendo a creare una cultura alimentare assolutamente ineguagliabile. Con una metafora potremmo affermare che nell’Italia settentrionale esistono ottimi “solisti”, ma solo nel meridione si costituisce “l’orchestra sinfonica”. E se “l’orchestra” risiede nel Meridione il motivo si ritrova proprio in quell’unicum storico e culturale cui si faceva riferimento in premessa.

Passando ad altro, chi si occupa di eventi calcistici forse rammenterà che nell’ultimo incontro tenutosi a Palermo fra la squadra locale e quella del Napoli, apparve fra i tifosi del Palermo calcio un enorme striscione con su scritto: “I palermitani salutano i fratelli napoletani”. E questo sentimento di vicinanza è certamente ricambiato dal popolo napoletano; sentimenti che, ancora una volta, sottolineano e testimoniano di una vicinanza e una unione assolutamente tangibili.

Noi crediamo che quanto scritto su quello striscione, oltre ad assumere un particolare valore perché nato spontaneamente dal popolo e non certo perché pilotato da qualcuno, evidenzi innegabilmente una chiara profonda vicinanza del popolo siciliano a quello napoletano. Vicinanza che, come mostrato prima, pur nell’evidenza di  peculiari caratteristiche di specificità identitarie siciliane, è da ricercare e ritrovare in secoli di comunione ed amicizia.

Certo, le argomentazioni sopra riportate possono apparire semplicistiche e forse anche banali e chi vuole potrà anche sottovalutare, ironizzare o minimizzare quanto appena evidenziato; ma chi ha detto che la verità non debba essere ricercata e comprovata anche attraverso il riconoscimento di fatti e realtà semplici e forse anche banali? Forse tali argomentazioni non posseggono lo status culturale di quelle più specificatamente artistiche, letterali etc., ma non per questo dovrebbero essere ignorate.

Da un punto di vista più squisitamente storico invece, non va dimenticato che da centocinquanta anni la Sicilia ha subìto e subisce le stesse identiche violenze delle altre regioni meridionali: aggressione, annessione, spoliazione delle sue riserve auree, stupri, cancellazione delle sue banche  (Banco di Sicilia come Banco di Napoli), emigrazioni di massa, sfruttamento delle sue risorse minerarie e relativo inquinamento, ingiustificati maggiori tassi di interesse in occasione della stipula, quando pure si riesce, di mutui, maggiori premi assicurativi, etc., etc..

Se quindi si vuole avere rispetto per la storia e per le sue verità e si considera che la programmazione di un qualunque futuro non può essere forzata a scegliere percorsi che inevitabilmente si tradurrebbero in un fallimento, poco importa se parziale o totale, non può che convenirsi che quell’unità va riconosciuta e coltivata. Con ciò, sia chiaro, non vogliamo certo propugnare lo “scioglimento” della Sicilia in una sorta di miscellanea meridionale; invitiamo invece a valutare la possibilità che la Sicilia, conservando intatte tutte le sue peculiarità identitarie e politiche, e cioè mantenendo ed anzi rafforzando ad esempio le capacità attuatrici che discenderebbero da una vera attuazione del suo Statuto, non dimenticasse le vicinanze storiche e culturali che ha con le altre regioni ed anzi si adoperasse per riavvicinare quegli altri popoli che, insieme ad essa, hanno condiviso momenti di gloria culturale e di dispotismo famelico.

Ancora, non va dimenticato né sottovalutato che l’ipotesi di un futuro siciliano isolato dalle altre regioni delle quali si è detto, porrebbe l’isola alla mercé, e possiamo esserne certi, di quelle potenze straniere che negli ultimi due secoli l’hanno dominata e la dominano tutt’ora. Una sua vicinanza con il resto del meridione le conferirebbe certamente maggiore peso culturale, economico e politico; peso che, parimenti, acquisirebbero d’altro canto tutte le altre regioni.

Alla luce delle superiori considerazioni si potrebbe quindi ipotizzare, e noi auspichiamo, la nascita di una macro-regione, una confederazione, chiamiamola come vogliamo, insomma di un qualcosa che non rinneghi le comuni matrici storico culturali che da secoli uniscono la Sicilia alla rimanente parte del Sud.

Queste ultime, dal canto loro, guardano con simpatia alle recenti lotte siciliane e sono pronte. Forse aspettano solo un cenno.

 

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15.12)

– Lettera aperta al presidente della Regione Siciliana

di Giovanni Maduli, Ignazio Coppola ed altri centinaia di cittadini

Un nutrito gruppo di cittadini siciliani, preso atto dei ripetuti e orchestrati attacchi all’Autonomia della Regione Siciliana ed al suo Statuto da parte di alcuni organi di stampa, hanno inviato al neo Presidente della Regione, On. Rosario Crocetta, la seguente lettera aperta con la quale lo si invita a voler tener fede agli impegni assunti in campagna elettorale in difesa dell’Autonomia, dello Statuto, della cultura e dell’economia della Regione Siciliana.

La sottostante lettera è stata pubblicata in data odierna, 29.11.12, dai quotidiani “Giornale di Sicilia” e “Sicilia”, nonchè da numerosi siti e blog del web.

 

LETTERA APERTA AL   NEO PRESIDENTE DELLA REGIONE ON. ROSARIO  CROCETTA E AL NUOVO PARLAMENTO SICILIANO  A SALVAGUARDIA DELLO STATUTO  E  A  DIFESA  DALL’AUTONOMIA SICILIANA

Il rinnovo della Assemblea Regionale Siciliana che alla luce delle risultanze elettorali ha prodotto, ci auguriamo, una significativa inversione di tendenza su un vecchio e clientelare modo di fare politica nella Nostra Regione con l’innesto anche di nuove e significative presenze induce, noi cittadini siciliani, a ritenere con rinnovata fiducia che l’aria salubre di cambiamento tanto auspicata possa finalmente giungere per bonificare e  beneficiare la Nostra isola.

Ci auguriamo caro Presidente che con questa ventata di novità possano concretizzarsi i buoni propositi contenuti nel Suo programma di governo, della difesa della legalità con una intransigente lotta alla criminalità mafiosa, del rilancio della produttività e della competitività delle imprese siciliane, della valorizzazione delle risorse naturali agricoltura e pesca, dei beni culturali e del turismo, che sono poi le enormi e potenziali ricchezze della Nostra Sicilia. Impegni per i quali Lei si è speso in questa campagna elettorale e che hanno dato credibilità alla Sua affermazione. Ma c’è una cosa che come cittadini Siciliani attaccati come é Lei a questa meravigliosa terra, ci permettiamo sommessamente di ricordarLe a proposito degli impegni presi con gli elettori, ossia quello, e ce lo ha ricordato spesso nei Suoi comizi, della difesa dello Statuto siciliano e della salvaguardia della nostra Autonomia; Statuto e Autonomia divenuti oggetto, e troppo spesso, di attacchi e di fuochi concentrici da parte di quelle forze funzionali ad un disegno di egemonia finanziaria europea e mondiale che intendono annullare le sovranità nazionali e le autonomie locali. Le stesse avverse forze che si ripropongono di fatto, con un preciso obiettivo destabilizzante, di cancellare l’identità, la cultura e l’autonomia del popolo siciliano che con tanta fatica e sacrifici fu ribadita e  conquistata, nella sua più ampia accezione, da una classe politica di grande levatura etica e morale e non certamente quella di questi ultimi tempi, nel lontano maggio del 1946. Uno Statuto e la conseguente Autonomia che furono il frutto delle esaltanti lotte condotte per affrancare la Sicilia dallo sfruttamento e dallo stato coloniale in cui era ed è tuttora assoggettata e per le quali molti siciliani hanno dato la vita.

Uno Statuto che sanciva un patto tra lo Stato Italiano e i Siciliani e che, nel pieno rispetto delle reciproche sovranità, consacrava la piena autonomia politica legislativa, amministrativa e fiscale della Regione Siciliana. Perché quindi rinunciare a tutto questo? Oggi questa autonomia, legislativa, amministrativa e finanziaria con l’attuazione dello Statuto Siciliano, supportati da una classe politica adeguata, responsabile e consapevole, sono più che mai necessari e vitali alla Nostra Regione per rilanciare le istanze sicilianiste ed autonomiste e dare così risposte e concretezza  alle aspettative di milioni di siciliani in cerca di un futuro migliore.

Disattendere e disapplicare ancora una volta lo Statuto, come è avvenuto per tutti questi lunghi 65 anni dalla sua approvazione e accondiscendere ai desiderata di chi vuole abolirlo, significa tradire e svendere ancora e per una seconda volta  la Sicilia e i siciliani al migliore offerente. Tutto ciò, crediamo caro Presidente, non sia assolutamente il Suo reale desiderio perchè più volte Le abbiamo sentito ripetere che lo Statuto Siciliano e l’Autonomia della Nostra Regione vanno salvaguardate, difese e rilanciate.

E’ per questo che oggi chiediamo a Lei e alla nuova  classe politica nella sua più vasta accezione, uscita da questa consultazione elettorale, di essere conseguenti agli impegni presi per quanto affermato in campagna elettorale assumendo, in buona sostanza, il ruolo di fedeli custodi e garanti della salvaguardia di un patrimonio inalienabile del popolo siciliano quali sono appunto lo Statuto e la Nostra Autonomia, frutti di lotte e di conquiste che non vanno aboliti o svenduti, ma difesi strenuamente con tutte le nostre forze e in tutti i modi dagli attacchi strumentali di chi vuole cancellarli rendendosi funzionale e ascaro a quei disegni strategici che intendono asservire le autonomie regionali e nazionali agli interessi delle oligarchie finanziarie che stanno affamando i popoli della terra.

Ci attendiamo quindi da Lei energiche e concrete iniziative volte alla integrale applicazione dello Statuto, non ultimo, l’avvio della stesura di quei regolamenti attuativi che fino ad oggi ne hanno limitato fortemente la piena e fruttuosa applicazione. Energiche e concrete iniziative che i siciliani non possono attendere oltre.

Fiduciosi nella Sua condivisione,

i Cittadini Siciliani per lo Statuto

Maria Bonanno

Francesco Busalacchi

Sebastiano Canzoneri

Giovanni Casamento

Ignazio Coppola

Massimo Costa

Salvatore Costanza

Donatella D’Andrea

Giuseppe Favata

Fabrizio Ferrara

Filippo Giacalone

Mario Gianguzza

Francesco Gioia

Alfonso Genchi

Marcello Longo

Giovanni Maduli

Placido Magrì

Antonio Matasso

Antonio Misilmeri

Alessandra Mendolia

Elio Sanfilippo

Luigi Scarpello

Angelo Scribano

Liliana Sole

Lucio Zinna

Seguono centinaia di firme

 

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ALLERTA REGIONI

di Giovanni Maduli

Dicembre 2012

Con preghiera di darne massima diffusione.

 

A dispetto delle tante manifestazioni in corso e in preparazione in Sicilia – petizioni, convegni e manifestazioni in difesa dello Statuto e dell’autonomia siciliana – il governo, nell’assoluto silenzio dei mezzi d’informazione e non curandosi delle aspirazioni  e delle aspettative dei cittadini, sta portando avanti il disegno di legge costituzionale n. 3520 (Disposizioni di revisione della Costituzione e altre disposizioni costituzionali in materia di autonomia- Edizione provvisoria), con il quale mira a colpire al cuore ciò che resta delle autonomie di tutte le regioni, nessuna esclusa.

La Sicilia in particolare, con l’eventuale approvazione di questo disegno di legge, vedrebbe fortemente ridotte le sue potestà e competenze, con un ulteriore indebolimento della sua vitale autonomia. E non si pensi che la caduta del governo Monti possa metterci al riparo da queste sciagurate mire; a meno che gli italiani non decideranno di dare una decisa sterzata al loro indirizzo politico, qualunque altro governo succederà sarà obbligato dalle oligarchie internazionali a proseguire sulla strada tracciata dal governo uscente.

Facciamo pertanto appello a tutti i cittadini, alle associazioni, ai movimenti, ai partiti che veramente hanno a cuore le autonomie regionali, di adoperarsi affinchè venga sventato questo ennesimo tentativo di scippo delle libertà locali.

La nuova riforma del titolo V della Costituzione prevista dal disegno di legge in questione, attualmente in discussione alla Commissione Affari Costituzionali del Senato prevede, negli aspetti più rilevanti, le seguenti novità:

  1. Si inseriscono nel campo della legislazione esclusiva dello Stato alcune materie che erano precedentemente considerazione della legislazione concorrente ( nelle quali lo Stato fissava solo i principi e le Regioni disciplinavano nel dettaglio): “il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, le grandi reti di trasporto e di navigazione, la disciplina dell’istruzione, il commercio con l’estero, la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia, l’ordinamento della comunicazione”

Quindi la competenza su queste materie, secondo il disegno di legge, verrebbe attribuita alla legislazione esclusiva dello Stato.

  1. Altresì, verrebbero attribuite alla legislazione esclusiva dello stato materie che sino ad ora non erano specificamente individuate nella Costituzione e che sono state oggetto, in questi anni, di contenzioso costituzionale. Trattasi di materie suscettibili di un’autonoma configurazione e riferibili alla competenza esclusiva dello Stato: la disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche e la disciplina generale degli enti locali.
  2. La materia del turismo verrebbe trasferita dalla competenza esclusiva delle regioni alla competenza concorrente dello Stato che potrà quindi introdurre una sua disciplina.
  3. All’articolo 117 è aggiunta la seguente disposizione: Il legislatore statale adotta gli atti necessari ad assicurare la garanzia dei diritti costituzionali e la tutela dell’unità giuridica od economica della Repubblica” significa legittimare un intervento illimitato dello Stato in ogni ambito al fine di porre una disciplina funzionale a garantire l’unità giuridica ed economica della Repubblica”. Questa disposizione farà sì che lo Stato disponga di uno strumento normativo talmente ampio da incidere maggiormente sulle scelte regionali e  limitando in maggior misura i margini di operatività delle regioni.
  4. Il testo prevede che i rapporti internazionali e comunitari siano di esclusiva competenza dello Stato escludendo quindi le Regioni, anche quelle a statuto speciale.
  5. Prevede una diversa disciplina in tema di impugnabilità delle leggi della Regione Sicilia dinanzi la Corte Costituzionale.

7.   Nelle materie precedentemente attribuite alla legislazione esclusiva delle regioni, queste ultime dovranno attenersi alla legislazione dello Stato relativa ai profili attinenti alle materie di legislazione esclusiva dello stato.

 

In particolare la Regione Siciliana, ai sensi dell’art. 1 dello Statuto dello Ragione Siciliana è, com’è noto, una regione autonoma nell’ambito dell’unità politica dello stato Italiano.

Fermo restando l’unità politica dello Stato Italiano, la Sicilia, secondo quanto disposto dal dettato costituzionale e dallo Statuto, dispone di un’autonomia giuridica fino al punto di poter porre in essere un’autonoma politica economica, finanziaria e monetaria.

E’ chiaro che l’esercizio di questa legittima competenza, entrerebbe in contrasto con i vincoli assunti dallo Stato italiano con l’Unione Europea, in primis in ambito monetario e finanziario. Ma l’eventuale contrasto si scioglierebbe a favore dell’autonomia costituzionalmente garantita alla Regione Siciliana. Quindi la Sicilia, di fatto, potrebbe assumere un’autonoma politica economica, finanziaria e monetaria.
Il nuovo art. 116 della Costituzione, oggetto del disegno di legge costituzionale depositato al Senato, vincola anche le Regioni a statuto speciale agli obblighi relativi alla materia economica e finanziaria  derivanti dall’ordinamento dell’ Unione Eruopea.

Altresì il nuovo testo dell’art. 117 della Costituzione, sempre oggetto del disegno di legge costituzionale citato ut supra, sostituisce l’accezione “Stato” con quella di “Repubblica”; prevedendo così che la REPUBBLICA ha la competenza esclusiva in materia di rapporti con l’Unione Europea. Quindi questa apparente poco significante variazione terminologica di fatto vincola giuridicamente tutta la Repubblica italiana di cui la Sicilia fa parte integrante. Invece la versione attuale dell’art. 117, se relazionata all’autonomia della Regione Siciliana costituzionalmente garantita, di fatto potrebbe vincolare solo lo STATO Italiano e non anche la Regione Siciliana di cui essa fa parte nella sola UNITA’ POLITICA e non anche Giuridica.

Infatti non si spiega altrimenti come mai in tutti gli altri articoli della Costituzione Italiana resti intatta l’accezione STATO, anzi resta invariata anche nello stesso articolo 117, ad eccezione dei rapporti con l’Unione Europea come appena esplicitato.

Quindi , in base alla riforma costituzionale presentata al Senato, la Sicilia perderebbe la possibilità di realizzare un’autonoma politica economica, finanziaria e monetaria.

 

Qui di seguito il link attraverso il quale è possibile prendere visione, direttamente dal sito del Senato, del disegno di legge in questione.

Dossier_396.pdf

 

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– 21.12.12

di Vincenzo Gulì, da www.parlamentoduesicilie.eu

Il fatidico 21-12-12 è passato senza fenomeni immediatamente avvertibili, lasciando alcuni delusi altri fieri del proprio scetticismo. Qualche commento mediatico ha coinvolto la Sacra Bibbia ma valgano per tutti le parole che non passeranno mai: “Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre [Mt 24,36]”. Che ne volete che ne sapessero i Maya 15 secoli fa?

Perché allora tanto battage attorno a questa data? Chi sa qualcosa della cricca che comanda il mondo, la Massoneria, conosce le date fondamentali in cui si radunano, nei solstizi. Quello d’inverno, che praticamente comincia l’anno massonico, è giusto il 21 dicembre. Ma perché il 2012? Il 2012 proviene dall’accordo segreto che i finanzieri globali fecero 99 anni fa  con l’inizio del controllo totale sulla moneta (e relativo signoraggio, ved.link

http://www.forexinfo.it/Bilderberg-a-Roma-e-fine-della#.UNNZUG_Af9Y )

in USA da esportare ovunque entro un secolo.

La tirannide bancaria che ci stritola attualmente è sotto gli occhi di tutti e ha raggiunto il suo acme proprio adesso. Da oggi in poi il potere di costoro cambierà integralmente la faccia del mondo.  Già si parla apertamente di pace globale, controllo universale, microchip incorporati, normalizzazione generale. Ecco la Nuova Era che si è voluta ad arte far ascendere alle profezie Maya, ma che è invece un piano diabolico per asservire completamente l’umanità.

Ecco dunque questo ritornello del 21-12-12 suonato qua e là in sottofondo da lungo tempo per abituarci a qualcosa di clamoroso che doveva succedere e che vede ora il tempo propizio per far suonare tutta l’orchestra con toni assordanti.  E’ l’incontrastabilità del loro disumano disegno l’oggetto della Nuova Era. Un avviso minore è venuto anche dal governo filo massonico d’Italia che si è auto-licenziato esattamente il 21-12-12.

Che cosa fare? Io credo nella effettiva Nuova Era che le Sacre Scritture preannunziano, con i tanti segni in atto che la connotano, e, dopo aver ricordato che la Chiesa Cattolica è per la Massoneria il più grande nemico (tanto è vero che sta tentando di conquistarla in notevole quantità ma esigua qualità), concludo con le parole che a questi strumenti satanici fanno autentico terrore: “TU ES PETRUS, ET SUPER HANC PETRAM AEDIFICABO ECCLESIAM MEAM, ET PORTAE INFERI NON PRAEVALEBUNT ADVERSUS EAM”. Amen!

Vincenzo Gulì

 

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– Quale Parlamento per il Sud?

da www.parlamentoduesicilie.eu

Per la disinformazione che ci riguarda  presente sul suo sito ufficiale dell’Ass. Cult. Neoborbonica è doveroso fare ulteriori precisazioni per rispetto della verità.

Come già scritto altre volte si ribadisce che:

  1. La suddetta associazione è stata registrata, dopo circa 20 anni dalla nascita, come MARCHIO COMMERCIALE da quattro suoi componenti (presidente in testa)a nome proprio senza nessuna comunicazione all’organo direttivo in maniera da diventare di loro esclusiva proprietà
  2. Successivamente è stato stavolta convocato il citato organo direttivo (scaduto e  non rinnovato perchè da 4 anni non si teneva l’assemblea annuale obbligatoria che approva anche i bilanci) per decidere l’espulsione di un socio fondatore senza motivazione e senza legalità non potendo esso affrontare temi di straordinaria amministrazione
  3. Allontanato senza nemmeno una comunicazione o una motivazione anche da Parlamento, lo scrivente ha operato a nome proprio analogamente al punto 1 registrando il MARCHIO COMMERCIALE Parlamento delle Due Sicilie-Parlamento del Sud e costituendo assieme ad altri (trattati allo stesso modo) l’ass. cult. Neo Borbonici Attivisti
  4. Avendo la forza della registrazione lo scrivente ha chiesto al Tribunale di Napoli, Sez. Spec. in materia di Proprietà Intellettuale e Industriale un urgente provvedimento cautelare “ante causam”per addivenire in vie brevi all’inibizione dell’uso del marchio all’ass.cult.neoborbonica per non generare confusione alla propria attività che contempla anche l’uso commerciale
  5. Il giudice ha convocato la parte convenuta che letteralmente “concludeva, quindi, per il rigetto del ricorso e proponeva domanda riconvenzionale”
  6. Successivamente lo stesso giudice emetteva un’ordinanza (non una sentenza) che rigettava sia il ricorso sia la domanda riconvenzionale.

Giova far rilevare che:

– L’azione cautelare serve per anticipare i tempi più lunghi della causa di merito (si chiama infatti “ante causam” cioè prima della vera e propria causa) e quindi non la esclude né la condiziona

– Il suo rigetto significa non riconoscimento dell’urgenza della decisione tanto che la conclusione dell’ordinanza respinge sia il ricorso (con cui l’attore chiedeva l’inibizione) sia domanda riconvenzionale (con cui il convenuto mirava addirittura a prendersi il marchio registrato) e pertanto non entra assolutamente nel merito

– Sarà il procedimento ordinario a stabilire il diritto all’uso del marchio del Parlamento e a obbligare il soccombente a cambiare logo

– Nel frattempo esisteranno due Parlamenti, di cui uno detto “legittimo” perché debitamente registrato e con questo sito web di data più antica (dic.2009)

In conclusione, qualcuno si potrà sentire incerto e indispettito per la coesistenza di due Parlamenti ma, nel ricordare che anni addietro ci fu un altro Parlamento del Sud (di Lega Sud Ausonia), si esce da questa impasse  nella maniera più semplice possibile tenendo ben presente che l’ultima divisione è stata immotivatamente pretesa dai convenuti. Abbiamo visto che ci sono addirittura tre Parlamenti ma cosa fanno essi oltre che conferire un “titolo” a cui  qualche ingenuo attribuisce un supervalore?

Quasi nessuno si rammenta del Parlamento del Sud di Lega Sud Ausonia a causa della sua inerzia che lo ha fatto praticamente scomparire. Questa è la fine che farà anche il Parlamento che è tronfio nell’ annunciare il mero protrarsi della pendenza giudiziaria che lo investe. Ci vogliono altro che Messe per i re trapassati (frequentate da chi in genere a Messa non va…) o sfilate in costume (amate da chi ha dimostrato di non credere nei valori da esse rappresentati)o ancora qualche  comunicato stampa (per azioni che non saranno mai intraprese), il Sud aspetta di meglio e di più. Quelli che glielo daranno potranno veramente sentirsi il suo Parlamento, a prescindere da primogeniture formali o sostanziali.

Vincenzo Gulì

 

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