Da Giuseppe Scianò, Segretario del Fronte Nazionale Siciliano riceviamo e volentieri pubblichiamo:

KUMMUNIKATU – COMUNICATO

ABOLIRE LO STATUTO SPECIALE

DI AUTONOMIA? NO GRAZIE! EQUIVARREBBE

AD UNA DICHIARAZIONE DI GUERRA

 

Sarebbe una iniziativa antistorica, scorretta, inopportuna, provocatoria e palesemente incostituzionale la ventilata soppressione dello Statuto Speciale di Autonomia e quella della stessa Regione Siciliana.

Una iniziativa, che gli Indipendentisti Siciliani e tutto il Popolo Siciliano respingono al mittente.

Non bastano infatti le ciarle (e tanto meno ci impressiona il pretestuoso moralismo di facciata) dei pifferai del regime, che individuano nella soppressione dell’autonomia siciliana la panacea di tutti i mali ed in particolare il miglior rimedio anticorruzione. Come se le strutture statali e/o quelle Comunali (alle quali si vorrebbero attribuire tutte le competenze oggi regionali) fossero immuni da fenomeni di corruzione. O come se nelle Regioni, – ed in particolare in quella siciliana, – non avessero comandato e non avessero fatto e disfatto tutto proprio quegli uomini e quei partiti – (ed anche quei gruppi di potere) – che oggi fanno parte dell’area governativa. E che hanno, in modo consociativo ed indecente comandato senza ritegno in Italia ed in Sicilia.

E come se non si fossero resi (e non si rendessero oggi) complici del reato, anche politico e morale, di violazione della Costituzione italiana, in particolare nel momento in cui non hanno dato completa attuazione allo Statuto Speciale di Autonomia, che è parte integrante della stessa Costituzione. Hanno fatto anzi di peggio, ma ne parleremo in altra occasione.

Detto questo, puntualizziamo che, a monte e a fondamento dello Statuto Siciliano era stato stipulato un “pactum” fra i rappresentanti del Popolo Siciliano in armi e lo Stato italiano dell’epoca, che il 15 maggio del 1946 era, com’è noto, rappresentato dal Governo De Gasperi, al completo, e dal Re d’Italia Umberto II.

Si tratta di parole che volano o di carta straccia? No! Si tratta piuttosto della Carta Costituzionale del Popolo Siciliano, della Nazione Siciliana.

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Ci pensino i soloni che oggi sputano sentenze a destra e a manca, unitamente agli ASCARI locali. Non approfittino del momentaneo disorientamento del Popolo Siciliano!

Continueremo a parlare di questo aspetto della Questione Siciliana e dell’Autonomia anche a prescindere dalla coincidenza con l’appuntamento elettorale del 28 ottobre p.v. e con i suoi risultati.

Intanto ci pare doveroso ed opportuno ricordare, – e non solo ai pifferai, – la definizione, che dello Statuto Siciliano, ebbe a dare Attilio Castrogiovanni, quando ne ricordava i “fatti”, dai quali lo Statuto stesso aveva tratto ragion d’essere.

«Lo Statuto Siciliano – affermava Castrogiovanni – non è un comune Statuto, scritto con un qualsiasi inchiostro… perché è uno Statuto scritto con il sangue del Popolo Siciliano».

A tante chiarezza non occorre fare “OSCURE GLOSSE”.

Diventano, però, più comprensibili i motivi per i quali il “pactum”, cui abbiamo fatto cenno, non può essere disatteso unilateralmente. Tanto più che si tratta di un pactum, che, a suo tempo, ebbe una valenza internazionale.

Un’ultima raccomandazione: non pensino i “pifferai” che il Popolo Siciliano possa continuare a sopportare queste o altre provocazioni senza reagire.

ANTUDU!

Giuseppe Scianò

Palermo, 16/10/2012

 

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Dal Fronte Nazionale Siciliano, in occasione della ricorrenza della strage di via Maqueda a Palermo del 19 ottobre 1944 riceviamo, e volentieri pubblichiamo:

KUMMUNIKATU-COMUNICATO STAMPA “FNS SICILIA INDIPENDENTE”

L’FNS “Sicilia Indipendente” ricorda che, proprio in questi giorni, ricorre il 68° anniversario della Strage di via Maqueda Fu una strage di cittadini che chiedevano pane, giustizia, libertà, lavoro. E che protestavano contro l’intrallazzo e contro il malgoverno Il 19 ottobre del 1944, infatti, a Palermo nella centralissima via Maqueda, all’altezza del Palazzo Comitini, allora sede della Prefettura, una cinquantina di soldati dell’Esercito Italiano (Divisione Sabauda) con funzioni di Polizia e di ordine pubblico, ed armati di fucili e bombe a mano, vistisi circondati da una enorme folla di cittadini, fecero fuoco e lanciarono bombe a mano uccidendo 24 persone e ferendone, piuttosto gravemente, ben 158 (stando alle cifre ufficiali). Quei soldati obbedivano ad ordini ben precisi e seguivano le “procedure” in vigore, soprattutto in Sicilia. I manifestanti erano cittadini disarmati ed innocenti, che chiedevano pane, lavoro, acqua e luce. Nonché giustizia e libertà. Per loro stessi e per le rispettive famiglie. E (diciamolo francamente, perché forte era l’impronta sicilianista della manifestazione), anche per la Sicilia e per tutti i Siciliani. Erano cittadini di ogni ceto e di ogni categoria sociale. Molti di loro erano giovanissimi, anzi adolescenti. Come abbiamo accennato, eravamo nella Palermo, semidistrutta dagli spietati e massicci “bombardamenti a tappeto” della seconda guerra mondiale. Quei cittadini protestavano ed urlavano in particolare contro la fame, contro il “caro vita”. E contro il malgoverno e l’intrallazzo. Oltre che contro la mancanza, pressoché assoluta, di servizi essenziali come luce, acqua, gas, assistenza medico-sanitaria, strutture abitative … Subito dopo la sparatoria e la strage e dopo il “fuggi fuggi” generale, la via Maqueda, come abbiamo evidenziato e denunziato in più occasioni, «restò quasi deserta, ma “ingombrata” e grondante di sangue umano, tanto che furono chiamati i Vigili del Fuoco, i quali dovettero faticare a lungo per lavare il fondo di quella strada e quello delle traverse più vicine. Per togliere le tracce del massacro, fu quindi necessario effettuare una infinità di grossi getti d’acqua con le autobotti e con le motopompe …» Fu proibito a tutti di effettuare fotografie (e le poche fotografie, comunque fatte, sarebbero state distrutte in un secondo tempo). Ciò valeva anche per i Vigili del Fuoco (allora chiamati “pompieri”) e per i Corpi militari e di Polizia. Vigeva, insomma, la “consegna del silenzio”. Si trattò di una STRAGE “SCOMODA” sin dal primo momento. Non fu certamente casuale il fatto che, immediatamente dopo la tragedia e tornata la calma, fosse stata frettolosamente intrapresa la politica della manipolazione della verità e della tattica del silenzio e/o della disinformazione. Se ne inventarono di tutti i colori!!! Tanto che (scandalosamente!) per ben mezzo secolo fu impossibile collocare, in via Maqueda o nel Palazzo Comitini o in altro luogo idoneo, una Lapide che ricordasse la Strage. La situazione sarebbe, dopo, cambiata soltanto in parte. Infatti per opera della Giunta Provinciale presieduta dall’On. Francesco Musotto, nel 1994, in occasione del Cinquantesimo anniversario dell’eccidio, una lapide fu finalmente collocata all’interno (non all’esterno) del Palazzo Comitini. Ma le notizie su quell’avvenimento (tenendo conto però, delle poche lodevoli eccezioni che pure si riscontrano e si riscontrarono più numerose, per la verità, oggi) vennero e vengono spesso minimizzate, frazionate, e riferite, alterando addirittura il contesto storico nel quale i “fatti” si verificarono. Viene inoltre volutamente e troppo spesso trascurata la circostanza che la stragrande maggioranza dei Siciliani si dichiarava indipendentista e si batteva per la realizzazione del grande progetto politico, condiviso a livello popolare che prevedeva altresì che fossero restituiti al Popolo Siciliano alcuni diritti fondamentali negati nel 1860. Come: il diritto alla Indipendenza ed alla Sovranità della Sicilia, il Diritto alla Libertà ed al Progresso. Ed il Diritto ad un Futuro migliore. Tutto ciò avveniva dopo ottantaquattro anni di sfruttamento, di arretramento economico e politico e dopo la riduzione della Sicilia in colonia “interna” del Regno d’Italia. Si chiedeva altresì conto e ragione delle partecipazioni obbligate e passive del Popolo Siciliano alle tante guerre, nelle quali l’Italia si era infilata (compresa la seconda guerra mondiale). Tutte guerre, nelle quali i Siciliani pagarono spesso il prezzo più alto in termini di vite umane. Si chiedeva conto e ragione del fatto che la Sicilia fosse diventata mercato di assorbimento e di consumo di tutto ciò che si era prodotto nel Nord Italia. Si pretendeva, giustamente, di “produrre” in Sicilia e subito, tanto più che nel Nord-Italia esisteva ancora la Repubblica di Salò (ufficialmente: Repubblica Sociale Italiana) con a Capo Mussolini e quindi le comunicazioni e gli scambi con il Nord-Italia erano interrotti. Va annotato altresì che molti dei Giovani, che avevano partecipato alla manifestazione o che avevano avuto notizie precise della spietata repressione, si sarebbero spontaneamente arruolati nell’ EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia), che si sarebbe costituito di lì a poco. Intanto si avvicinavano comunque al Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (quello originario, guidato da Andrea Finocchiaro Aprile). Non saremmo sinceri però se non dicessimo che le congiure del silenzio e della disinformazione hanno avuto un duro colpo, quest’anno, allorché il Comune di Palermo, anche grazie alle pressioni dell’ “erudito” storico e scritto Lino Buscemi, ha “aperto” per la prima volta in 68 anni le “porte” alla commemorazione di quel tragico evento. Fino a questo momento, com’è noto, soltanto l’Amministrazione Provinciale lo aveva fatto. Restano ovviamente garantite le libertà di pensiero, di opinione e di valutazione. E resta in piedi ed in prima linea la richiesta di giustizia giusta e di verità. Come resta valida la proposta FNS di dedicare piazze e monumenti a quelle Vittime di una lotta di civiltà, di progresso, di democrazia e di libertà per tutta la Sicilia.

Palermu, 18 ottiviru (ottobre) 2012

Il Segretario Politico Nazionale Giuseppe Scianò

 

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– La sentenza Villella

Tribunale di Lamezia Terme

Sezione civile

Ordinanza 3 ottobre 2012

(Est. omissis)

Azione del Comune di Motta S. Luca contro il Comune di Torino e del Miur – Restituzione del teschio del brigante Giuseppe Villella, originario del Comune calabrese ricorrente – Azione di restituzione delle reliquie in favore del Comune di Origine

CONSIDERAZIONI IN FATTO ED IN DIRITTO

Il Comune di Motta S. Lucia, con l’intervento volontario del Comitato Scientifico “No Lombroso”, ha incardinato il presente procedimento nei confronti del Comune di Torino, del Miur e dell’Università degli Studi di Torino al fine di ottenere la restituzione del teschio del brigante Giuseppe Villella, originario del Comune calabrese, su cui il celebre scienziato elaborò e fondò la teoria dell’ “uomo delinquente”, successivamente sconfessata ed abbandonata dalla comunità scientifica, tuttora custodito ed esposto nel museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso” riaperto con un nuovo allestimento nel 2009, a Torino, presso il Palazzo degli Istituti Anatomici.

Si costituiva il Comune Piemontese, lamentando la propria carenza di legittimazione passiva.

Si costituivano, altresì, il Miur e l’Università degli Studi di Torino eccependo preliminarmente il difetto di legittimazione attiva del Comune di Motta S. Lucia e l’incompetenza territoriale del Tribunale adito e chiedendo nel merito il rigetto della domanda perché infondata in fatto ed in diritto.

Certamente fondata è l’eccezione di carenza di legittimazione passiva avanzata dal Comune di Torino alla luce della documentazione allegata, da cui si apprende che il Museo “Cesare Lombroso” appartiene all’Università degli Studi di Torino e rientra tra quelli a “gestione diretta”.

Per ciò che concerne le Difese esplicitate dalla medesima Università e dal MIUR, si ritiene opportuno procedere esaminando il merito della controversia prima delle eccezioni preliminari; si reputa opportuno questo sovvertimento delle regole ordinarie che governano la stesura della motivazione di un provvedimento decisorio per una migliore comprensione delle ragioni giuridiche poste a fondamento della decisione.

La domanda appare fondata alla luce della documentazione allegata dalle parti. In particolare, nella circolare del Ministero dell’Interno del 1883 si afferma, al 3° periodo, che sono a carico delle Università sia le spese di trasporto del cadavere “ma anche della sepoltura che si eseguirà sempre con le norme stabilite dall’art. 438 del Regolamento delle Case di Pena”.

L’art. 40 del D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285 recante “Approvazione del regolamento di polizia mortuaria” stabilisce che “La consegna alle sale anatomiche universitarie dei cadaveri destinati, a norma dell’art. 32 del testo unico delle leggi sulla istruzione superiore, approvato con Regio Decreto 31 agosto 1933, n. 1592, all’insegnamento ed alle indagini scientifiche deve avvenire dopo trascorso il periodo di osservazione prescritto dagli articoli 8, 9 e 10”, mentre il successivo art. 42 dispone: “Dopo eseguite le indagini e gli studi, i cadaveri di cui all’art. 40, ricomposti per quanto possibile, devono essere consegnati all’incaricato del trasporto al cimitero”.

L’Università degli Studi di Torino è rimasta inadempiente a questi precetti; sta continuando a detenere il reperto in questione, nonostante non costituisca più fonte di studi o di interesse didattico, a seguito dell’apostasia della teoria del Lombroso da parte della Comunità Scientifica.

Gli stessi resistenti ammettono il rinnegamento della teoria dell’ “uomo delinquente”; nonostante affermino che “Il Museo non ha alcuna intenzione di riproporre teorie superate da più di un secolo di ricerche ed approfondimenti scientifici”, giustificano la permanenza del cranio del Villella sulla base della “contestualizzazione e spiegazione degli errori scientifici del Lombroso. Al pari di altri musei intende svolgere una funzione di educazione museale spiegando ai visitatori l’epoca storica, il Positivismo, il modo di procedere della scienza che avanza anche attraverso l’emersione degli errori che essa stessa ha commesso” (pag. 5 della comparsa di costituzione e risposta).

Si tratta di un ragionamento non condivisibile; esportandolo, ad esempio, nel campo dell’esercizio della funzione giurisdizionale penale dello Stato, darebbe corpo all’ipotesi per cui un individuo, che per errore giudiziario sia condannato alla pena della reclusione per numerosi anni, sia lasciato in carcere quale testimonianza per la cittadinanza degli errori che può commettere la giustizia statale.

Il celebre presentatore Enzo Tortora, ad es., rimarrà sempre impresso nella mente degli Italiani come la testimonianza di uno dei più gravi errori giudiziari della recente storia della nostra Repubblica, anche dopo che venne restituito alla società ed alla vita civile con la liberazione.

Per lo stesso motivo, abbandonata la teoria dell’Uomo delinquente, non vi è più alcuna ragione di carattere scientifico o didattico per cui il cranio di Giuseppe Villella debba continuare ad essere esposto in un museo come reperto di un disvalore antropologico negatogli dalla comunità scientifica; come segno tangibile del fallimento di una teoria che riteneva che fosse ciò che alla fine non è risultato essere; esso costituirà sempre il ricordo del fallimento della teoria antropologica elaborata dal Lombroso, ma, allo stato, una volta stabilito che si tratta di un reperto “scientificamente irrilevante” non si ravvisa la persistenza delle causali giuridiche per la sua ritenzione a scopo di esposizione da parte dell’Università degli Studi di Torino, ai sensi del D. Lgs. n. 42/04.

Per tali motivi, alla luce delle disposizioni normative richiamate, l’Ente statale deve restituire il cranio per la sepoltura, anche al Comune di residenza in vita, in mancanza di eredi che abbiano formulato espressa richiesta.

Soccorre, sul punto, la funzione generale del Comune di procedere alla sepoltura di un cittadino ignoto o rimasto senza parenti, che emerge inequivocabilmente da numerose disposizioni del D.P.R. n. 285/90; in particolare dall’art. 50, richiamato dal Comune ricorrente, secondo cui “Nei cimiteri devono essere ricevuti quando non venga richiesta altra destinazione: i cadaveri delle persone morte nel territorio del Comune, qualunque ne fosse in vita la residenza; i cadaveri delle persone morte fuori del Comune, ma aventi in esso, in vita, la residenza;i cadaveri delle persone non residenti in vita nel Comune e morte fuori di esso, ma aventi diritto al seppellimento in una sepoltura privata esistente nel cimitero del Comune stesso;i nati morti ed i prodotti del concepimento di cui all’art. 7;i resti mortali delle persone sopra elencate”.

Appare riduttivo escludere la legittimazione attiva del Comune di Motta S. Lucia sull’unica considerazione che il diritto al sepolcro costituisce un diritto primario della persona, e secondario per gli eredi della persona che intendono offrire una degna sepoltura al proprio parente, per cui trattandosi di diritti personalissimi, secondo la dottrina maggioritaria, il Comune non ha alcuna legittimazione sostanziale ad agire per far valere un diritto altrui.

Contrariamente a quanto postulato dai resistenti, il Comune non ha agito quale sostituto processuale di terzi, ma ha agito per far valere un proprio diritto ed un proprio interesse.

In applicazione del consolidato principio giurisprudenziale a mente del quale spetta al giudice individuare la domanda giudiziale da un esame complessivo dell’atto introduttivo e dei fatti in esso esposti (di recente Cass., n. 7097/12 e n. 17495/11), lo scrivente osserva, infatti, che l’odierna azione non è stata intentata dal Comune esclusivamente per far conseguire una sepoltura al concittadino Villella, quanto per riabilitare la propria immagine di Ente territoriale che avrebbe dato i natali al prototipo antropologico del “criminale”, che tale alla fine non si è rivelato.

Questo dato emerge inequivocabilmente da quanto dedotto a pag. 4 del ricorso: “il Comune di Motta S. Lucia … da anni si batte affinché il teschio del concittadino Villella Giuseppe possa essere restituito al paese natale e ciò sia per permettere alla cittadinanza tutta di poterlo commemorare, sia per un riscatto morale della città di Motta S. Lucia, poiché il teschio del Villella non è il simbolo di un’inferiorità meridionale ma rappresenta il ricordo storico di un uomo che nell’Italia pre-unitaria ha lottato per far trionfare la giustizia sia perchè il cranio del Villella Giuseppe rappresenta oggi il cranio dello scandalo e la sua esposizione viola il sentimento di pietà verso i defunti. Motta S. Lucia con tale azione giudiziale vuole ottenere non solo una rivendicazione dell’identità del paese che per troppo tempo è stato considerato come terra natale di briganti, ma vuole dare degna e cristiana sepoltura …”.

Il buon nome e l’immagine morale costituiscono diritti soggettivi da tempo riconosciuti anche alle persone giuridiche ed agli Enti Locali (cfr. Cass., sent. n. 4542/12; n. 11353/10); questo diritto al riscatto morale costituisce il fondamento della legittimazione e dell’interesse ad agire in capo al Comune di Motta S. Lucia, che potrebbe lucrare prestigio sociale dal recupero delle ossa di un personaggio che tanta importanza ha rivestito per l’antropologia criminale e che oggi è stato riabilitato.

Non solo; il Comune ricorrente potrebbe divenire meta di turisti e curiosi che vogliono vedere i resti ossei e/o la tomba di colui che possedeva la forma della fossetta occipitale mediana tipica dei criminali meridionali, secondo la teoria del Lombroso, definita da più voci a sfondo razzista; per tali motivi, alla luce dell’art. 3 del T.U.E.L. secondo cui “Il comune è l’ente locale che rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo” nonché dell’art. 2 dello Statuto del Comune di Motta S. Lucia – che non è stato allegato dalle parti, ma può essere richiamato dal Giudicante, perché trattasi di fonte normativa sub primaria, secondo la dottrina più accreditata – che recita “Il Comune promuove lo sviluppo ed il progresso civile, sociale ed economico della comunità di Motta S. Lucia ispirandosi ai valori ed agli obiettivi della Costituzione”, la questione della legittimatio ad causam ed ad processum del Comune calabrese può dirsi superata.

In altre e più semplici parole, La domanda formulata dal Comune di Motta S. Lucia non tende a soddisfare un interesse privato alla sepoltura di un individuo; ma mira a realizzare l’interesse collettivo di restituire lustro e prestigio alla comunità territoriale, ritenuta ingiustamente terra natia di briganti e criminali; la sepoltura del Villella non equivarrebbe a quella di un quisque de populo, ma a quella di un personaggio divenuto – suo malgrado – famoso per aver costituito il fondamento di una teoria scientifica poi risultata fallace.

La “dimensione collettiva e pubblicistica” della vicenda radica, pertanto, la legittimazione sostanziale del Comune di Motta S. Lucia, che rappresenta e persegue gli interessi della comunità locale.

Da questo punto di vista, la legittimazione sostanziale del Comune di Motta S. Lucia sussiste anche in base all’art. 4 co. 4 dell’ICOM, rubricato “ritiro dall’esposizione al pubblico” a mente del quale “il museo è tenuto a rispondere con prontezza, rispetto e sensibilità ad eventuali richieste avanzate dalle comunità di origine di ritirare dall’esposizione al pubblico resti umani oppure oggetti sacri o di valore rituale. Analogamente dovrà rispondere prontamente ad eventuali richieste di restituzione materiali”.

L’accertamento della legittimazione attiva determina anche il rigetto della seconda eccezione preliminare avanzata dal MIUR e dall’Università degli Studi di Torino di incompetenza territoriale, in quanto la competenza di questo Tribunale, quale Foro facoltativo, si fonda sull’art. 20 c.p.c. dovendo l’obbligazione essere eseguita in un Comune che rientra nella circoscrizione giudiziaria di Lamezia Terme.

Tra l’altro, a differenza di quanto sostenuto dai resistenti, tale disposizione non distingue tra obbligationes ex delicto ed ex contractu, ma radica la competenza del giudice dove l’obbligazione è sorta o deve essere eseguita senza precisarne il titolo o la fonte.

In conclusione, acclarato il venir meno delle causali giuridiche per cui l’Università degli Studi di Torino era facoltizzata a detenere il cranio di Giuseppe Villella, deve essere condannata, unitamente al MIUR, a restituirlo agli aventi diritto; nel caso di specie al Comune di Motta S. Lucia che ha formulato la relativa domanda giudiziale, con l’intervento adesivo dipendente del Comitato Scientifico “No Lombroso”, ai sensi dell’art. 4 co. 4 ICOM, per conseguire la riabilitazione dell’immagine morale della comunità locale, additata come terra natia del prototipo del criminale meridionale, e procedere alla sepoltura del concittadino negli spazi cimiteriali destinati a coloro rimasti ignoti o privi di parenti.

Non vi è dubbio che il cranio di cui il Comune agogna la restituzione appartenga al concittadino Giuseppe Villella. Gli errori nell’indicazione delle date di nascita e di morte ascritti a parte ricorrente dipendono dalle inesattezze delle fonti storiografiche, ma nessuno dei documenti allegati mette in dubbio la riconducibilità del cranio detenuto nel museo a Giuseppe Villella quale individuo nato a Motta S. Lucia.

Va disposta la condanna alle spese di giudizio, oltre a quelle per il trasporto del teschio e della tumulazione, dell’Università degli Studi Torino.

Spese compensate nei riguardi del Comune di Torino, in considerazione della non temerarietà della richiesta avanzata nei suoi confronti, tenuto conto che l’Ente locale è proprietario dell’edificio che ospita il Museo ed in tale veste avrebbe potuto essere chiamato a concorrere, nella prospettazione di parte ricorrente, nell’esecuzione del trasporto del reperto.

Spese compensate anche per il MIUR, non legittimato passivamente in causa, tenuto conto che il Museo è nella gestione diretta dell’Università degli Studi di Torino, come emerge in atti.

P.Q.M.

Il Tribunale, sul ricorso ex art. 702 c.p.c., definitivamente pronunciando, così dispone:

1) accoglie l’eccezione di difetto di legittimazione passiva del Comune di Torino e del MIUR;

2) Nel merito accoglie la domanda e, per l’effetto, condanna l’Università degli Studi di Torino alla restituzione al Comune di Motta S. Lucia del cranio di Giuseppe Villella detenuto nel Museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso”, sito a Torino, presso il Palazzo degli Istituti Anatomici, nonché al pagamento delle spese di trasporto e di tumulazione;

3) Condanna, altresì, l’Università degli Studi di Torino al pagamento in favore del Comune di Motta S. Lucia ricorrente, e del Comitato Scientifico No Lombroso interveniente, delle spese e competenze del presente giudizio, con distrazione ex art. 93 c.p.c. per il primo, che si liquidano in € 2.500,00, cadauno di cui € 1.000,00 per diritti ed € 1.500,00 per onorari di causa, oltre al contributo unificato versato, I.V.A., C.P.A. e rimborso forfettario spese come per legge;

Manda alla Cancelleria per la comunicazione della presente ordinanza alle parti.

Lamezia Terme,

il 03 ottobre 2012

 

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– “Il cranio del bandito Villella non lo ridiamo”

di Sergio Rizza, da metronews.it

Mi consenta a…Giacomo Giacobini (…) docente di Anatomia, coordinatore del polo museale universitario Torinese e presidente dell’Associazione nazionale Musei scientifici.

Professore, la vicenda pare surreale. Un magistrato di Lamezia Terme ha ordinato al Museo “Lombroso” di Antropologia Criminale di Torino di restituire al Comune calabrese di Motta Santa Lucia, autore di un esposto in tal senso assieme al Movimento Neoborbonico, la testa del criminale Giuseppe Villella affinché abbia degna sepoltura. E voi questa testa proprio non la volete dare. Farete ricorso?

L’ufficio legale dell’Università sta vagliando il provvedimento del giudice. Valuteremo. Quello che so è che c’è una legge dello Stato del 2004, il Codice dei Beni culturali, che elenca gli oggetti e le collezioni (tra cui quelle anatomiche) che devono essere tutelate. E che quindi sono inalienabili. E c’è anche un altro aspetto.

Continua a leggere su:

http://www.metronews.it/master.php?pagina=notizia.php&id_notizia=9054

 

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– Sig. Ministro, la avevamo una grande “Banca del Sud”, solida e ricca

da youtube.com


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– Mariano Ferro si rivolge ai siciliani

da youtube.com


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Gli autori della fine del Regno: Pisacane, Garibaldi, Cavour, Mazzini, Crispi

da lecittàdelsud e youtube.com

 

 

 

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KUMMUNIKATU – COMUNICATO FNS

COME PUÒ RINASCERE L’ECONOMIA IN SICILIA?

Continuano ad imperversare la desertificazione industriale e l’ascarismo della classe pseudo dirigente: occorrono proposte fortemente innovative e fortemente sicilianiste

Secondo fonti attendibili (e, fra queste, quelle sindacali), fra non molto, in Sicilia, si perderanno più di 120.000 posti di lavoro. Ciò per effetto della progressiva desertificazione industriale in corso, aggravata dalla crisi internazionale, accettata, l’una e l’altra, con molta rassegnazione dalla nostra classe “pseudo-dirigente”. E talvolta vissute con altrettanta complicità.

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Non mancano, in Sicilia, altre specifiche cause del disastro economico ed occupazionale: le disgrazie non vengono mai sole. Fra le quali segnaliamo le “politiche” e le scelte dissennate operate dalle istituzioni o specificatamente dallo Stato, dalla Regione Siciliana, dalle Province e dalle Amministrazioni Comunali (direttamente e/o dai rispettivi Organi) assillate dalle esigenze, – tipiche dei regimi di malgoverno e di mala-amministrazione – di dare risposte immediate alle clientele elettorali, capaci di ricattarle o di condizionarle in perfetto stile mafioso. Non solo. Esiste infatti anche la esigenza di mantenere in funzione la prassi delle lottizzazioni, nonché la consuetudine di procedere alle assunzioni selvagge e senza regole di amici, di parenti, di galoppini e di questuanti – ad ogni livello – nella Pubblica Amministrazione e negli Enti e nei Servizi, pubblici e non, a questa collegati. A discapito – ovviamente – di tutti. E soprattutto a discapito di disoccupati, dei cittadini “altri” (che non hanno la fortuna di essere figli di papà o di avere altri “santi” similari a disposizione). Andando ovviamente a discapito degli interessi, di carattere generale, dei servizi pubblici e dell’intera Società. Insomma: la Sicilia è diventata, – ad ogni livello appunto, – un serbatoio di voti di scambio ed un mercato di assorbimento e di “consumo” di ciò che si produce altrove. Vergogna!

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A monte di tutto rimane la scandalosa realtà dell’asservimento (dal 1860) della “Classe” politica e dei partiti qui dominanti ad interessi estranei, stranieri e contrastanti con quelli del Popolo Siciliano, della Nazione Siciliano. un “asservimento” pressoché totale ed acritico. Doppia VERGOGNA! Insomma: è un vero e proprio tradimento. In questo contesto diventano più che mai valide le proposte fortemente innovative, di matrice sinceramente e decisamente sicilianista, per una Sicilia produttiva e per una strategia siciliana per l’economia Sicilia che i candidati dell’FNS “Sicilia Indipendente” portano avanti da sempre. E che, in questo momento caratterizzano e motivano la loro partecipazione elettorale nella lista «POPOLO DE I FORCONI – MARIANO FERRO PRESIDENTE – FNS». E, ciò, a prescindere dalle teatrali esternazioni sicilianiste e forse filo-indipendentiste di Beppe Grillo. Battute, anzi battutacce, che, pur se acute, oltre che spiritose, restano soltanto battute elettoralistiche, rivolte a strappare qualche voto in più agli ingenui elettori siciliani. Purtroppo!!!…

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Ovviamente analoghe considerazioni valgono per l’antica e gloriosa Nazione “Meridionale” e per le rispettive regioni per i rispettivi Popoli. Ai quali, intanto, esprimiamo la nostra fraterna solidarietà. E con i quali, dopo la scadenza elettorale del 28 c.m., – avvieremo una specifica strategia ed un percorso di lotta comune contro l’imperialismo interno delle Regioni Settentrionali (Padania compresa) sul Sud. Nonché contro la malavita organizzata imperante (Mafia, ‘ndrangheta, Camorra, Corona Unita eccetera). Un percorso di lotta democratica, legalitaria e non violenta, ma intransigente, – che ci riporterà certamente sulla via del progresso, della libertà dell’amicizia e della collaborazione con tutti i Popoli del Mondo. Unitamente al compimento di una grande rinascita economica morale, politica e culturale.

ANTUDU!

Giuseppe Scianò Palermo, 17 ottoviru (ottobre) 2012

Non possiamo non ringraziare l’amico Pippo Scianò per le acute e totalmente condivisibili riflessioni, ma anche per la conclusione del suo secondo comunicato col quale auspica un riavvicinamento di tutte le vere e sincere forze meridionaliste. Dal canto nostro confidiamo che tutti coloro che compongono il variegato mondo meridionalista e hanno veramente a cuore le sorti del Sud e della Sicilia mettano da parte protagonismi e/o individualismi e cerchino di costruire, tutti insieme e ognuno con le proprie specificità, un futuro meno fosco e oscuro. G.M.

 

 

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CONTINUA IL PRODITORIO ATTACCO ALLO STATUTO DELLA REGIONE SICILIANA
!

Da ignazio Coppola, giornalista e scrittore, in riferimento ad un articolo apparso oggi 14.10.12 sul Giornale di Sicilia a firma di Nino Sunseri, riceviamo e volentieri pubblichiamo, con preghiera di darne massima diffusione:

IL PASTICCIO DI LASAGNE DI FRANCESCO MERLO E L’AUTONOMIA SICILIANA

Di Ignazio Coppola

Continua senza soluzione di continuità l’attacco strumentale su commissione (e i cui esecutori rispondono al nome dei vari Francesco Merlo, Nino Sunseri e i loro sodali) allo Statuto siciliano e all’Autonomia Regionale . E un disegno preciso, che solamente chi ha il prosciutto davanti agli occhi , non riesce a vedere. Un disegno il cui ispiratore e burattinaio in Italia è il presidente del consiglio Mario Monti, portatore degli interessi della finanza europea, ossia quello di ridimensionare, per sua stessa ammissione, le sovranità nazionali ed innanzitutto le autonomie regionali, e tutto ciò rendendolo funzionale ad un preciso obbiettivo ovvero quello di scardinare ed annullare le autonomie locali e nazionali per favorire la creazione di uno stato unico europeo in grado così di controllarne e determinarne finanziariamente gli assetti e preparare il tutto per arrivare all’obbiettivo finale, ossia quello della creazione di in nuovo ordine mondiale o più precisamente di un nuovo governo unico mondiale controllato da una ristretta oligarchia finanziaria che, è sotto gli occhi di tutti, sta prendendo sempre più campo e sopravvento. Oggi stiamo infatti vivendo una fase di eclissi della democrazia, di perdita delle sovranità nazionali, monetarie e popolari, in cui appunto un pugno di oligarchi esercita un dominio irrazionale, illimitato e prevaricatore: e proprio di recente dallo stesso Monti, con tracotanza, ritenendosi “legibus solutus” è stata messa in discussione l’autonomia dei parlamenti, ridimensionandone il ruolo rispetto alle azioni dei governi e seguito a ruota in queste ore dalle dichiarazioni dal suo mentore, il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, che a sua volta sostiene l’opportunità che gli Stati nazionali cedano all’Unione Europea parti e quote delle loro sovranità. Ed in questo senso che va inteso e letto anche l’attacco alla sovranità, allo statuto e alla autonomia della Sicilia ed alle altre regioni a statuto speciale e non, con l’obbiettivo, da parte del governo Monti, di riforma del titolo V° della Costituzione riguardanti appunto l’annullamento delle autonomie regionali. Questa in buona sostanza è la dittatura della finanza e dei banchieri. E di questa dittatura in Italia è stato chiamato ad esserne garante e mallevadore Mario Monti e il suo governo. Non rendersi conto di tutto questo, come dicevo all’inizio, è come avere il prosciutto agli occhi e come siciliani essere solidali e accondiscendenti a Monti e alle sue politiche, significa continuare ad essere ascari striscianti e servili ad un potere centrale che per 150 anni ha asservito, affamato e depredato la Sicilia. Questo è una prerogativa che lasciamo volentieri a Francesco Merlo con i suoi articoli, e non da ora, denigratori, come nel suo stile, della Sicilia e dei siciliani ed in particolare quello dei giorni scorsi su Repubblica nel quale, battistrada e fedele esecutore ai desiderata del suo ispiratore Mario Monti, auspicava l’abolizione dello statuto siciliano e l’annullamento dell’Autonomia regionale. Qualcuno dovrebbe ricordare a Francesco Merlo, un Giorgio Bocca in tredicesima, nel suo insopportabile e viscerale pregiudizio antisiciliano che a differenza da quanto scritto nel suo articolo, che si può definire un vero e proprio “pasticcio di lasagne” per parafrasare la sua battuta sulla “casta delle sarde” a proposito della classe politica siciliana, che a differenza di quanto lui sostiene lo statuto e l’autonomia, i siciliani la ottennero non grazie all’esercito( parto della fantasia di Merlo) di Canepa o alle lupare di Salvatore Giuliano ma alla conquista ( si trattò infatti di conquista e non di una concessione) e ai sacrifici e alle lotte di una classe politica siciliana nella sua più ampia e variegata accezione. Affermare, come fa Francesco Merlo, che l’autonomia, i siciliani, la ottennero grazie alle lupare di Salvatore Giuliano significa offendere pesantemente e volgarmente la storia dei siciliani e la memoria dei fondatori e dei promotori dello statuto e dell’autonomia siciliana. Padri dell’Autonomia che rispondono, ove Merlo, per mala fede o ignoranza, non ne avesse memoria e cognizione, che, al di là degli schieramenti e delle appartenenze, rispondono ai nomi, tanto per farne alcuni, di: Salvatore Aldisio, Giuseppe Alessi, Gaspare Ambrosini, Antonio Canepa, Giuseppe La Loggia, Girolamo Li Causi, Mario Mineo, Antonio Varvaro, Luigi Sturzo, Pompeo Colajanni, Attilio Castrogiovanni, Francesco Musotto, Finochiaro Aprile e tanti altri di rilevante cultura e di grande levatura etica e morale, che avevano realmente a cuore il bene e gli interessi della Sicilia. Una Sicilia e uno statuto traditi poi dai figli degeneri (che Merlo definisce, e forse qui a ragione, “casta delle sarde”) di quei nobili padri dell’autonomismo siciliano. Una Sicilia tradita ed uno statuto , in gran parte e per lungo tempo disatteso e mai applicato in molte sue parti, da una classe politica siciliana ascara, servile e condiscendente al potere centrale. Uno stato centralista ( che Merlo difende strumentalmente e strenuamente nel suo articolo), che anche da parte sua, venne meno al rispetto degli accordi, disattendendo in più parti e in più punti, a quel patto d’onore, che è lo Statuto siciliano, sottoscritto tra la Sicilia e l’Italia in quel lontano 1946 e ancor prima della costituzione della repubblica italiana. Patto firmato da Umberto II e dal guardasigilli di allora Palmiro Togliatti: Uno statuto tradito e in buona parte mai applicato e di questo se ne faccia, suo malgrado, una ragione il buon Francesco Merlo. E proprio dalla disattesa e dalla non applicazione dello statuto rendendosi servili ascari e accondiscendenti al potere e allo stato centrale che non ha mai avuto interesse all’attuazione dell’Autonomia regionale che i politici siciliani hanno fatto le loro fortune ottenendo tornacontisticamente riconoscimenti e prebende a discapito dell’autonomia della loro terra. . Di tutto questo che è l’esatto contrario del suo ragionamento argomentato su Repubblica e funzionale all’abolizione dello statuto e dell’autonomia siciliana Francesco Merlo se ne faccia una ragione e se vuole bene alla Sicilia non si occupi più scrivendo a sproposito, dei problemi della nostra regione. Rischierebbe in tal modo di finire, gettando discredito sulla Sicilia e sui siciliani, con l’essere il migliore alleato di quella “casta con le sarde” come lui l’ha definita che ha tradito lo statuto e l’autonomia siciliana. L’autonomia e l’identità di un popolo, per far piacere a Monti o chi per lui, non si cancellano con un colpo di spugna o peggio ancora con articoli che definire “pasticci di lasagne” sarebbe ancorché generoso. Articoli strumentali e di basso profilo e come detto all’inizio, funzionali ad un turbocapitalismo finanziario, predatore e corsaro, che come un vortice tutto travolge e risucchia e che sta creando povertà facendo pagare sempre più ai poveri della terra le conseguenze della crisi e che renderà i popoli sempre più impoveriti da burocrazie tecnocratiche e bancocentriche e dominati da una nomenclatura senza anima e senza cuore che governa oggi per conto di un potere invisibile . Un potere, di cui Mario Monti è uno dei più autorevoli interpreti, che per il raggiungimento dei propri obbiettivi, della costituzione di un nuovo ordine europeo e mondiale si ripromette, senza esclusione di colpi, di aggredire e di limitare le sovranità nazionali e annullare di fatto le autonomie regionali. E’ un gioco al massacro ormai scoperto al quale i siciliani, nella loro piena capacità di intendere e di volere, si opporranno con tutte le loro forze, per dire no ad preciso e sempre più evidente disegno che intende, annullando le loro identità, le loro sovranità e le loro autonomie, soggiogare ed asservire i popoli ai voleri di una ristretta oligarchia finanziaria nel solco di un nuovo governo e di un nuovo ordine mondiale. —

In considerazione dei continui e proditorii attacchi allo Statuto della Regione Siciliana, volti non solo all’annullamento dell’ autonomia della Regione Siciliana, ma anche e soprattutto all’annullamento della libertà e della democrazia dei popoli europei, è necessario unire le forze e far capire che i siciliani non accetteranno in silenzio l’annullamento delle loro prerogative di autonomia e libertà sancite dalla Costituzione Italiana. Lanciamo quindi un appello a tutte le forze sociali e culturali, ai cittadini e a tutti coloro che hanno compreso il perfido gioco in atto ed hanno veramente a cuore le sorti della Sicilia, ad organizzare quanto prima una grande manifestazione, pacifica ma determinata, a sostegno e difesa dei diritti dei Siciliani.

Giovanni Maduli

 

 

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– Un appello del Movimento 5stelle
al quale va pure il nostro ” in bocca al lupo! “

da beppegrillo.it

 

 

“Non ho più voce e ho bisogno di fare l’aerosol durante le brevi soste in camper. Ho attraversato mari, scalato montagne. Qui a 2.000 metri ho fatto qualcosa che ha dello strabiliante. Una coincidenza incredibile. Nello stesso punto dove io ho parlato alla gente Pitagora, vestito da attore, in un suo viaggio, ha arringato la folla dicendo una frase che ho detto io 10 minuti fa. Incredibile. Ha detto che se si cambiava la Sicilia si cambiava il mondo. Pitagora con quella enunciazione (*) diede l’avvio alla grande rivoluzione francese, partendo dalla Sicilia. Io, per combinazione, ho detto le stesse cose. Se si cambierà la Sicilia, cambieremo l’Italia, forse anche il mondo. Chi lo sa. Staremo a vedere.”

Beppe Grillo (*)

http://www.academia.edu/513892/Pitagora_e_la_rivoluzione_francese_attualita_politic a_ed_eredita_culturali_in_un_viaggio_immaginario_nel_Mediterraneo_antico

 

 

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– La Catalogna reclama l’indipendenza e la Sicilia dorme

di Eugenio Preta, da osservatorio-sicilia.it

Al Camp Nou, lo stadio di Barcellona, domenica pomeriggio, alle 17 e 14 in punto, proprio alla vigilia della partita di calcio tra Barcellona e Real Madrid, gli spalti di quello stadio si sono improvvisamente colorati di drappi giallo-rossi, riflettendo l’effetto scenico di un’immensa “seynera”, la bandiera con i colori della Catalogna e, prima della discesa in campo delle due squadre, gli oltre centomila spettatori hanno intonato l’inno catalano e all’unisono hanno reclamato l’indipendenza per la loro Piccola Patria, senza tentennamenti e senza alcuna defezione. E il calcio, lo sport più popolare per definizione, in quel momento è servito a fare da cassa di risonanza alla rivendicazione che i catalani ripetono in ogni occasione: INDIPENDENZA.

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http://www.osservatorio-sicilia.it/2012/10/11/il-la-catalogna-reclama-lindipendenza-la-sicilia-dorme/

 

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– L’ UE dei massoni dichiara guerra ai salari: “Serve più flessibilità”

di Antonella Sferrazza, da linksicilia.it

Il 10 settembre di 67 anni fa, correva l’anno 1945, il leader degli Indipendentisti siciliani, Andrea Finocchiaro Aprile, e gli altri componenti del Comitato Nazionale del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia rivolsero un appello alla Conferenza dei Ministri degli Esteri delle Cinque grandi potenze, allora in corso di svolgimento a Londra. Gli indipendentisti siciliani illustrarono alle cinque grandi potenze il progetto “del popolo siciliano che, a stragrande maggioranza, voleva l’Indipendenza della Sicilia e per questa combatteva anche con le armi in pugno”.

Dopo quell’appello, com’è noto, Finocchiaro Aprile, Antonino Varvaro e Francesco Resticcia vennero arrestati e poi deportati e imprigionati nell’isola di Ponza. Con l’arresto dei leader dell’Indipendentismo siciliano e con la successiva strage di Portella delle Ginestre nasceva la ‘Democrazia’ italiana.

Riteniamo importante ricordare questa data e quest’appello nel momento in cui siamo finiti a far parte di un’Unione Europea sempre meno democratica (non ci sono elezioni democratiche per eleggere l’esecutivo e i trattati e i diktat della Bce vengono imposti al nostro Paese senza che i cittadini abbiano la possibilità di pronunciarsi: fatti, questi, tipici di regimi fascisti ) e sempre più legata a massonerie finanziarie che nulla hanno a che vedere con gli interessi della gente comune.

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http://www.linksicilia.it/2012/10/lue-dei-massoni-dichiara-guerra-ai-salari-serve-piu-flessibilita/

 

 

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– Quell’antico patto garantito delle società segrete

di Ruggiero Capone, da eleaml.org

Quanti patti stato-mafia sono stati siglati dall’Unità d’Italia ad oggi? Soprattutto, siamo certi che il Tricolore sarebbe durato senza la forte mediazione d’una certa “nobiltà agraria”: un discorso che vale per l’intero Mezzogiorno. E perché dalla Sicilia alla Calabria, e dalla Basilica alla Puglia ed alla Campania, affermare la presenza del nuovo stato risultava assai difficile. Erroneamente i libri di storia hanno per 150 anni sovrapposto la Carboneria risorgimentale alle società segrete: ed allora perché nessuno sa spiegare tutte le finalità delle oltre tremila società segrete che continuarono ad operare nell’intero Sud Italia anche dopo l’unificazione? È più che nutrita la bibliografia sulle società segrete siciliane, ed è certo che i loro affiliati hanno gestito nell’Isola la fase di transizione dal regno borbonico a quello sabaudo. Non si sbaglia ad asserire che nell’intero Mezzogiorno gli affiliati alle società segrete erano per numero ben maggiori di carabinieri, garibaldini, bersaglieri, prefetti e regi magistrati militari.

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http://www.eleaml.org/nicola/storia/lopinione_05ottobre_pag04_rc_patto_mafia_2012.html

 

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– Parco del Matese – 5 quintali di rifiuti pericolosi sversati abusivamente nel parcvo verde del matese

da altocasertano.wordpress.com

Piedimonte Matese(Ce)- Blitz dei Carabinieri della Compagnia di Piedimonte Matese contro il devastante fenomeno dello smaltimento illecito di rifiuti pericolosi per la salute pubblica è più in generale contro l’inquinamento ambientale. Nelle ultime ore i militari matesini, hanno intercettato in una zona periferica di Piedimonte Matese, un camion che trasportava oltre cinque quintali di rifiuti speciali anche di tipo pericoloso. Pneumatici, fusti e filtri di olio motore esausti, batterie, bombole per gpl, carcasse di parti di veicoli e vari rottami ferrosi altamente inquinanti. I responsabili, N.P., 46enne, M.P. 20enne e P.R., 19enne, tutti di origine rumena, con vari precedenti di reato, sprovvisti di autorizzazione relativa alla gestione, allo smaltimento e al trasporto dei rifiuti, sono stati fermati e denunciati alla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere.

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http://altocasertano.wordpress.com/2012/10/17/cinque-quintali-di-rifiuti/

 

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Bustianu Cumpostu Consulta Revolutzionaria Teulada 06 10 12

da ilnapolitano.com

 

 


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– Eccellenze meridionali Eccellenze e Qualità del Sud seleziona con cura e meticolosità prodotti e servizi realizzati nell’Italia Meridionale, nell’ambito della grande tradizione del Made in Italy. “2033 Progetto Sud” ha inoltre, come scopo sociale, la rinascita sociale, culturale ed economica del Sud Italia, come elemento imprescindibile per lo sviluppo dell’intero Paese. http://www.eccesud.com/

 

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