La monarchia sociale dei Borbone Taranta Peligna (Ch)

di Giovanni Maduli
17/06/2011

Quando si parla degli interventi dei Borbone in favore del popolo, delle sue necessità, delle sue aspettative, insomma del “sociale”, viene subito in mente quello splendido esempio di realtà economica, umana e sociale rappresentata da S. Leucio. La fama non è immeritata posto che in quel luogo gli addetti alla lavorazione dei tessuti godevano di una giornata lavorativa di otto ore a fronte delle dodici o quattordici dei loro colleghi inglesi o di altri stati europei; di un’assistenza sanitaria gratuita, di una pensione di invalidità e vecchiaia nonché delle abitazioni realizzate e messe a disposizione dal Re.
E tuttavia altri esempi, forse un po’ meno conosciuti, fanno da controcanto a quello di S. Leucio, come la Reggia di Carditello; altro splendido esempio di quel legame stretto ed indissolubile che legava la Casa dei Borbone al suo Popolo. Ma non andrebbero dimenticati altri casi simili come quello della Real Casina di Caccia di Ficuzza presso Palermo, dove la magnifica residenza regia era ed è circondata assai significativamente dalle stalle e dalle case dei fattori e dei contadini che in quella azienda lavoravano. Case, stalle, magazzini che stranamente, ma umanamente, facevano da cornice alla Real Casina non solo materialmente ma, soprattutto, spiritualmente; o le Reali Cantine Borboniche di Partinico (Pa) e tanti, tanti altri esempi ancora.
Un ulteriore esempio del particolare rapporto che esisteva fra “O’ Rre” ed il suo Popolo si ritrova tutt’oggi anche a Taranta Peligna in provincia di Chieti, ridente paese lungo la valle dell’Aventino. Oltre a Taranta Peligna, seguendo la stessa valle e lungo il fianco orientale della Majella, si trovano a mezza costa altri centri: Casoli, Fara S.Martino, Lama dei Peligni, Palena.
Sin da tempi remoti la particolare conformazione dei luoghi, della vegetazione e del clima hanno favorito lo sviluppo di una intensa attività silvo pastorale. In particolare lo sviluppo dell’allevamento degli ovini ha da sempre caratterizzato e scandito la vita e determinato le economie di quei luoghi. Era quindi inevitabile chi lì si sviluppasse una particolare maestria nella lavorazione della lana. Ancora oggi è possibile reperire dei mirabili esempi di quell’arte quasi del tutto scomparsa ma non ancora estinta che è rappresentata in particolare dalla produzione, anche se ormai solo a carattere familiare, di uniche coperte ricamate, più che cucite, rigorosamente a mano. Si tratta delle famose “Tarante”, coperte di lana che oltre a ricordare più un merletto che ad una coperta, hanno la particolare caratteristica di non avere né “dritto” né “rovescio”: da qualunque faccia le si guardi presentano lo stesso splendido aspetto. La qualità di queste lavorazioni raggiunse, al tempo dei Borbone, livelli elevatissimi e le “Tarante” venivano esportate a Salerno, a Napoli e perfino all’estero. Ma oltre alle coperte venivano qui realizzati altri prodotti e tessuti utilizzati financo dai reparti dell’esercito borbonico a dimostrazione della loro resistenza e qualità.
Va da sé che una simile peculiarità non poteva sfuggire all’attenzione di una dinastia da sempre attenta alle realtà economiche ed umane ed alle loro esigenze ed aspettative. Ed ecco che anche qui si ritrovano i resti dell’intervento regio volto a migliorare, ottimizzare ed accrescere le potenzialità di una società certo agricola e rurale, ma proiettata verso un futuro che si prospettava roseo e ricco di promesse. Nella periferia del paese, dal lato ovest, ci si imbatte infatti, e con stupore, in un piccolo quartiere di case realizzate dalla Monarchia e donate ai lavoranti della lana. Certo, si tratta di case piccole, ma sono ben realizzate con materiali che hanno retto quasi perfettamente fino ad oggi e, soprattutto, rappresentavano oltre che un sicuro e confortevole rifugio, anche l’interessamento e l’attenzione del Re. Si tratta per lo più di casette ad uno o due piani in pietra; le coperture, ove ancora esistenti, sono a spioventi con tegole in terracotta; i portali degli ingressi e delle finestre sono delineati da massicce orlature in pietra squadrata; su ogni porta d’ingresso una targhetta in pietra riporta il numero dell’alloggio. Ma le sorprese non finiscono qui. In altra zona del paese la toponomastica ci ricorda che in questo centro il lavoro ferveva dall’alba al tramonto; ritroviamo così la Via Tiratore dove si distendevano i manufatti dopo la coloritura; la Via Gualchiera che era la via dove erano sistemate le gualchiere, macchine per la follatura della lana, ed infine la Via Tintoria. Dal lato sud del paese poi alcuni ruderi, accanto all’immancabile chiesetta, ci ricordano che anche lì c’era stato l’intervento Reale.
Oggi quelle case non ospitano più donne, bambini gioiosi, operai; non fanno più parte della vita del paese. Alcune sono diventate piccole case di villeggiatura, altre magazzini, altre sono abbandonate ed altre ancora in pericolo di crollo. E’ un peccato anzi, un sacrilegio che una simile testimonianza di storia e civiltà sia caduta nel dimenticatoio o quasi. Non ci resta che far voti affinchè le Autorità Competenti, Comunali e Regionali ed i privati trovino di comune accordo un modo per restituire a quelle piccole grandi case il posto che meritano nella storia del paese ed in quella del Regno delle Due Sicilie.

 

 

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