La Reggia di Carditello

Angoscianti incertezze sul suo futuro
di Giovanni Maduli
Settembre 2010

Il complesso di San Leucio non è, come forse si potrebbe pensare, l’unico esempio di una felice comunione fra la Casata dei Borbone e il suo popolo; seppure il più famoso, non è un esempio raro di condivisione della vita quotidiana fra i sovrani dell’ex Regno delle Due Sicilie ed i suoi concittadini; non è un caso isolato di vicinanza non solo materiale ma anche e soprattutto spirituale fra quei sovrani e i loro sudditi. Abbiamo testimonianza di altri casi in cui i Borbone hanno dimostrato concretamente tale loro vicinanza al popolo e di condividerne le ansie e le aspettative, le gioie e i dispiaceri; insomma una vicinanza concreta, reale e quotidiana. Una di queste è la Reggia di Carditello in territorio del Comune di San Tammaro (CE).
Si tratta in realtà di una casina di caccia che insiste su di un’area di circa cinquantacinquemila metri quadrati e costituisce uno di quegli esempi simili alla realtà di San Leucio cui si faceva riferimento in apertura. Realizzata dall’arch. Francesco Collecini, allievo del Vanvitelli, venne realizzata per le partite di caccia dei sovrani nei dintorni. Di gusto neoclassico la palazzina, in parte restaurata, occupa la parte centrale di un immenso piazzale ellittico al centro del quale fa bella mostra una sorta di gazebo in muratura. Le facciate, semplici e lineari nella loro composizione, spiccano per la colorazione ocra, forse un po’ eccessiva, che si è voluta dare nel corso di un recente parziale restauro. L’edificio è costituito da due livelli caratterizzati da due file di finestre semplici ma sobrie; al piano campagna un ingresso ad arco centrale e due laterali consentono l’ingresso all’edificio. Si accede al piano nobile attraverso una bella scalinata e subito si è proiettati in ampi e luminosissimi saloni caratterizzati da volte affrescate, decorazioni parietali, marmi sobri e raffinati. Ma la parte che più colpisce per eleganza e sobrietà è la cappella che si trova all’interno dell’edificio. Questa, che comprende entrambi i livelli della casa, è caratterizzata da una delicata colorazione verde acqua marina che conferisce agli ambienti una rara, sobria eleganza. Bei disegni, incorniciati in delle mezze lune, definiscono la decorazione d’insieme. Ma la caratteristica saliente di questa fabbrica, come similmente a San Leucio, è la presenza ai lati della casina reale di altri ambienti dedicati sia alla zootecnia che all’agricoltura. Si riscontra infatti la presenza di capannoni legati alle realtà lavorative locali, quali attività agricole e di allevamento; locali per la produzione di formaggi, etc.. Al piano terra le vecchie stalle, ben restaurate, denunziano una particolare attenzione verso una responsabile zootecnia laddove si osservi la particolarità dei canali pavimentali, funzionali alla raccolta dei liquidi animali. Quindi, ai lati, le case dei fattori. E quel che più colpisce è la totale assenza di qualsivoglia delimitazione fra l’area reale e l’area artigianale. Tutti gli edifici, nel loro insieme, concorrono a quella straordinaria immagine di unitarietà che la reggia, nel suo complesso, da al visitatore. Ma c’è un dettaglio ulteriore che ha suscitato la nostra ammirazione. Secondo quanto riportato dal guardiano che tanto gentilmente si è offerto di guidarci, lungo il muro perimetrale dell’area, quella ellittica, in corrispondenza di una grande apertura della muratura, era esistente fino a non molto tempo addietro un abbeveratoio posto a cavallo della muratura stessa, di modo che le sue acque potessero essere utilizzate sia da chi stava dentro il cortile ellittico, sia al di fuori di esso. E questo semplice particolare è segno, a nostro parere, di grande vicinanza e di grande solidarietà non solo verso coloro che lavoravano e vivevano all’interno del complesso, ma anche verso coloro che esternamente passavano sulla pubblica via.
E tuttavia, nonostante l’amorevole interessamento dell’Associazione Siti Reali, che cura e segue da tempo le vicende dell’edificio, il futuro del complesso appare molto fosco e incerto. Per intanto si deve registrare il totale stato di disuso dell’edificio e dell’area; è facile penetrarvi e in diverse occasioni sono stati asportati pezzi di marmo, parti di colonne ed altri addobbi; non è possibile al grande pubblico visitarla e l’ingresso è possibile solo attraverso la gentile disponibilità, dietro appuntamento, con i rappresentanti dell’Associazione sopra menzionata. Tutto rimane relegato in un triste e assordante silenzio. Assordante, perché non si può accettare che un manufatto così pregevole e ricco di storia e cultura versi in questo penoso stato di quasi totale abbandono fisico ed istituzionale.
Ma c’è di più, purtroppo. La posizione dell’edificio relativamente alla sua effettiva proprietà è piuttosto confusa. Da un canto la Giunta Comunale ha stanziato sedici milioni di euro per l’acquisizione e il restauro del bene ma, d’altro canto, non si conosce con certezza di chi sia attualmente la proprietà dello stesso e, peggio, di chi sarà in futuro. Attualmente infatti l’edificio appartiene al Consorzio di Bonifica del Volturno che però sembra indebitato per circa venticinque milioni di euro con l’ex Banco di Napoli. Quest’ultimo, attraverso la società collegata di recupero crediti Sga, aveva iniziato una procedura di esecuzione immobiliare forzata. L’edificio e l’intera area potrebbero quindi finire all’asta il che impedirebbe di conoscere a chi finirà di fatto la proprietà dell’intero complesso. Per altro non si può escludere che un qualche faccendiere, poco sensibile alle qualità storiche ed architettoniche dell’edificio, pensi di rilevare l’area per destinarla a scopi che non vogliamo nemmeno ipotizzare.
Non sappiamo come evolverà la vicenda; possiamo solo fare voti affinchè le autorità competenti trovino presto il modo di salvare questo gioiello architettonico, culturale e sociale perché lo destini alla pubblica fruizione, al ruolo che merita di occupare nella storia ed a maggiore onore di una Casa Regnante che ha dimostrato, anche in questa occasione, quale era il suo rapporto con i suoi sudditi e con l’intero Regno.

 

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