– Il Ponte dei Cappuccini a Ragusa, (1837 – 1844)

(tratto da Ponti in Sicilia (XVIII – XIX secolo) fra tradizione e innovazione, di Antonella Armetta, dottore di Ricerca in “Storia dell’Architettura e Conservazione dei Beni Architettonici”.

(foto da Uber BilderReisen)

 

In realtà, la prassi della costruzione dei plinti in pietra che, come si è già osservato, dominava la scena isolana da secoli, era destinata a perdurare ancora per decenni, appena intaccata da timide ricerche per l’applicazione di nuove tecnologie.

A un primo sguardo, in Sicilia non esistono vere e proprie cesure nette, la realizzazione di nuovi ponti continuò ininterrottamente per tutto l’Ottocento, anche dopo l’istituzione della Soprintendenza delle Strade e dei Ponti (istituita con Real decreto del 10 agosto 1824, n.d.r.), nel più ampio programma di ammodernamento della viabilità del Regno. Un approccio semplicemente funzionalistico non sembra adatto a decifrare il senso con cui talora la tradizione in pietra si perpetua e si rinnova. In taluni casi, quando soprattutto la costruzione ha un carattere urbano e l’opera possiede un pubblico cittadino, gli obiettivi si ampliano e anche i ponti non sono più semplici attraversamenti. Le suggestioni storiciste e i condizionamenti romantici guidano le scelte progettuali. Può rientrare in questo paradigma la vicenda dei ponti di Modica, che valicavano i due torrenti della città, mettendone in connessione i quartieri. Crollati dopo l’alluvione del 10 ottobre del 1833, questi erano stati ricostruiti con criteri omogenei per uniformare l’immagine urbana, cioè come elementi di decoro al pari dei fronti prospicienti la strada maestra, ma facendo insorgere contrasti fra gli ingegneri Innocenzo Alì e Ignazio Giarrusso, progettisti del piano di ricostruzione e rinnovamento dell’asse viario principale della città. Un “ponte dei sospiri” era addirittura chiamato a evocare Venezia, ma nonostante egli sforzi attuati per raggiungere e mantenere questa configurazione fluviale, dopo la terribile alluvione del 1902, si decise, piuttosto che ricostruire, di interrare gli alvei dei due torrenti.

Un esempio di ponte urbano di dimensioni assai maggiori è quello dei Cappuccini a Ragusa, ultimato nel 1844 dagli stessi Alì e Giarrusso che avevano precedentemente lavorato a Modica. Con il suo doppio ordine di archi a tutto sesto in pietra, richiamava con evidenza il fascino degli antichi acquedotti romani, offrendo al pubblico l’immagine evocativa e romantica delle grandi strutture del passato.

Nel 1844, cioè all’atto dell’inaugurazione, il pittore palermitano Tommaso Riolo lo rappresentò in due schizzi. Forse non è una casualità che proprio un pittore (di propria iniziativa o su incarico) fosse chiamato a rappresentare e in qualche modo “pubblicizzare” la nuova opera. I suoi disegni, suggestivi, colsero il valore simbolico del ponte, enfatizzandone la grandiosità, nel rapporto con il paesaggio e la città.

Nel segno della continuità con le tecniche e le tipologie tradizionali, fu costruita la maggior parte dei ponti progettati dagli ingegneri della Soprintendenza delle Strade e dei Ponti.

.

 

Pages: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54